– 1 –
DUNA
Zona Eur, 5 luglio
Il prato aveva un disperato bisogno dell’innaffiatoio, ma dalla settimana prima era in vigore il razionamento dell’acqua e Duna poteva soltanto osservare tristemente la superficie giallastra, agonizzante, che forse solo in autunno avrebbe dato qualche nuovo segno di vita. La cappa di umidità afosa che premeva da tutte le parti come un guanto di gomma rendeva l’aria rovente ancora più irrespirabile, senza peraltro dare il minimo sollievo all’erba del campo recintato: semmai, pareva soffocare i pochi ciuffi che si ostinavano a rimanere in vita, piccole chiazze di verde che andavano rapidamente estinguendosi.
“Credo sia meglio finire qui per oggi, non crede?” si decise a dire, e pronunciare quelle poche parole fu quasi più faticoso che muoversi. Quasi.
La donna accanto a lei si rigirò tra le mani il guinzaglio, dubbiosa. “Mah, sì… forse hai ragione… però l’ora non è ancora finita!”
Fu solo la ferrea regola secondo cui il cliente aveva sempre ragione che impedì a Duna di rispondere per le rime. “Mancano meno di quindici minuti, e se ben ricorda io le avevo sconsigliato di venire al campo a quest’ora… Magic non ce la fa più, se continuiamo rischia di buscarsi un’insolazione.” Forse per effetto della stanchezza, la voce le uscì adeguatamente pacata e la cliente non la prese come un tentativo di polemizzare.
“Potevo solo adesso – replicò comunque, per avere l’ultima parola – ma forse è meglio smettere qui, hai ragione… quanto ti devo?” aggiunse in tono quasi di sfida, mentre il golden retriever ai suoi piedi si accasciava sul prato bruciato, con la lingua srotolata fuori dalla bocca e i fianchi che si alzavano concitatamente cercando di disperdere un po’ di calore.
Per aver costretto questa povera creatura a venire qui a quest’ora, dovresti pagare almeno cento euro, pensò Duna irritata: ma non poteva ascrivere alcuna responsabilità alla donna davanti a lei. La colpa era sua, avrebbe dovuto rifiutare con più decisione, perché era lei l’esperta, lei sapeva esattamente quando le condizioni rendevano impossibile tenere una lezione, ma l’insistenza della cliente, unita al fatto che luglio era un mese tragicamente povero di lezioni, alla fine l’aveva fatta capitolare. Le bollette e l’affitto del terreno non si pagavano da soli, in qualche modo doveva pur tirare avanti fino a settembre, quando i clienti sarebbero tornati dalle ferie e avrebbero ricominciato ad affollarsi nel suo campo, religiosamente convinti che lei avesse un ‘tocco magico’ anche per i casi più disperati. Duna non aveva mai visto un cane che fosse un caso disperato. Ma, se guardava all’altro capo del guinzaglio, il discorso cambiava radicalmente.
La donna che le stava di fronte ne era un classico esempio. Sulla quarantina, divorziata senza figli, aveva comprato il golden sull’onda della moda del momento, pagandolo circa tre volte il suo reale valore di mercato, per ritrovarsi dopo circa un anno con un robusto retriever, esuberante, forte e con le idee molto chiare su come gestire la propria vita. Idee in netto contrasto con quelle della proprietaria. La sola cosa di cui Duna ringraziava il cielo era che la donna era sinceramente affezionata al cane, e nonostante la sua assoluta incapacità gestionale non aveva mai neppure considerato la possibilità di sbarazzarsi dell’animale, facilitando il compito di Duna non di poco, dal momento che era disposta a eseguire tutte le direttive necessarie. E, dopo appena tre lezioni, il cane rispondeva bene alla nuova impostazione dei rapporti, come Duna sapeva sarebbe avvenuto, perché era quello che avveniva sempre in quei casi: ma spesso si chiedeva come potessero, i proprietari di quel genere, a non rendersi conto che quel che lei faceva era in realtà di rieducare loro, i detentori del guinzaglio, giacchè le situazioni degeneravano sempre, inevitabilmente, a causa di stupidaggini commesse da chi si considerava più abile del suo cane. I cani in sé non avevano mai bisogno di altro che capire quel che si chiedeva loro, e avere la certezza che questo avrebbe portato stabilità nelle loro vite. Una volta definita la situazione in questi termini, si trattava solo di far esercitare il proprietario finchè i giusti atteggiamenti non fossero diventati automatici, col che il compito di Duna terminava e poteva restituire al cane un padrone perfettamente educato.
Con la donna in questione il lavoro era ancora lungo, però.
“Facciamo metà lezione, che tanto oggi non abbiamo combinato molto.” Disse per levarsela di torno, e la cliente sorrise trionfante mentre tirava fuori il portafogli. Duna riempì una ciotola d’acqua, sospinse il cane all’ombra e gliela mise davanti, sentendosi ancora più in colpa quando vide l’animale immergerci il muso fino agli occhi e cominciare a sorbirla così, senza neppure preoccuparsi di respirare. Prese i soldi che la donna le porgeva e parlò con voce decisa.
“Non ci saranno più lezioni pomeridiane fino a settembre, ne’ individuali ne’ collettive. I cani non imparerebbero niente comunque, perciò a meno che non possa venire la sera, è inutile che mi telefoni, d’accordo?”
“Va bene, tanto la settimana prossima parto per le ferie. A proposito, fai anche servizio di pensione? Non so a chi lasciare Magic…”
E ci pensi adesso? Duna scosse la testa e rispose diplomaticamente che non aveva le strutture e il tempo necessari a gestire una pensione per cani. E neppure i soldi, aggiunse mentalmente guardandosi dal dirlo. “Non ha parenti che glielo possano tenere?”
“Mah, sì… chiederò a mia sorella…” rispose la donna in tono vago mentre si allontanava. Aprì il cancello e Magic si lanciò fuori, strattonando il guinzaglio per arrivare alla macchina.
“Si ricordi che deve essere lei a uscire per prima, non il cane – disse Duna in tono rassegnato – perché gerarchicamente i superiori passano per primi.”
“Ah, sì… me n’ero dimenticata… bene, allora ciao, ti chiamo a settembre!” E si fece trascinare verso la macchina dal suo golden.
Un lavoro ancora lungo, già. Perché poi quella donna insisteva a darle del tu e a chiamarla per nome? Non che Duna non fosse abituata a venire trattata da ragazzina, perché era una ragazzina, almeno rispetto all’età media dei suoi clienti, ma tutti generalmente, quando si prendevano quella libertà, le dicevano esplicitamente di fare altrettanto. Probabilmente col tempo la cosa non le avrebbe più dato tanto fastidio, ma a ventidue anni era ancora abbastanza giovane da desiderare di essere considerata più vecchia, soprattutto visto che doveva gestire tutto da sola: farsi prendere sottogamba non era un buon modo per tirare avanti. Cancellò dalla faccia il sorriso professionale nel momento stesso in cui voltò le spalle alla BMW che si allontanava sollevando polvere.
“Stronza.” Disse, guardando quasi con astio le banconote che aveva in mano. Beh, se non altro non le aveva chiesto fattura, quindi non sarebbe stata una giornata in perdita secca. Per quel giorno non aveva altre lezioni, così, dopo un’ultima occhiata alla landa desolata che era il suo campo d’addestramento, si avviò verso la roulotte che fungeva da ufficio, accettazione, deposito cianfrusaglie e, occasionalmente, luogo di riposo nelle giornate particolarmente impegnative. L’interno non era più fresco dell’esterno, ma c’era un piccolo frigo dove teneva qualche lattina di tè freddo e delle bottiglie di acqua minerale. Nell’angolo più lontano era sistemato un cesto di plastica azzurra, grande come una ruota da camion, e Duna fece appena in tempo ad entrare che dovette ordinare: “Ferma, Tania!” prima che il grosso cane nero, dal pelo raso che luccicava sui muscoli saldi, saltasse su per esprimere la sua turbolenta gioia nel rivederla. Tania rimase a debita distanza, ubbidiente, ma la coda frustava i fianchi mentre l’animale saltellava sulle quattro zampe e Duna si decise ad aprire le braccia e assorbire meglio che poteva l’estatico assalto, ridendo per le leccate umide che il cane le lanciava ogni volta che riusciva ad avvicinarsi al suo volto.
“Basta, Tania. Adesso smettila, basta!” Il cane si ricompose e le si sedette accanto. Era un Dobermann enorme, anche se erano in pochi a riconoscerlo come tale, perché Duna si era rifiutata di farle amputare le orecchie per renderle dritte e appuntite, lasciandole quelli che chiamava affettuosamente ‘i padelloni’, pendenti ai lati della testa e perennemente in agitazione per via del carattere esuberante del cane. Oltre a questo, aveva preteso che l’allevatore non asportasse neppure la coda, una muscolosa corda che penzolava fino ai garretti, col risultato che Tania somigliava più a un grosso, atletico bracco, che a un esemplare convenzionalmente riconosciuto per la razza che rappresentava. Duna la preferiva di gran lunga così, sia perché il suo aspetto incuteva decisamente meno timori permettendole di portarla con sé ovunque volesse, sia perché la lunga coda equilibrava perfettamente i quaranta e passa chili dell’animale, fornendole un timone alquanto utile. Duna capiva benissimo quanto fosse importante la coda per un cane, e non avrebbe mai permesso che il suo ne fosse sprovvisto.
Lo capiva meglio di quanto chiunque avrebbe potuto credere.
Il registro era quanto di più semplice Duna fosse riuscita a inventarsi per tenere i conti: due colonne con le entrate e le uscite, terribilmente anoressica la prima, fin troppo nutrita la seconda, soprattutto in quel periodo. La cosa curiosa era che molti sembravano convinti che il suo lavoro, oltre che estremamente piacevole, fosse anche estremamente remunerativo: Duna non se ne spiegava la ragione, se non con la congettura che, forse, la cultura cinofila generale si era formata sui telefilm del Commissario Rex, e che l’associazione col mondo del cinema rendesse automaticamente ricco chiunque ne avesse a che fare anche alla lontana. In quattro anni che viveva a Roma, Duna non era mai neppure entrata a Cinecittà.
“Ce ne andiamo subito – disse rivolta al cane – solo il tempo di riprendermi da quella cretina… poveraccio, il suo Magic. Tu lo sai, quanto sei fortunata? Eh, lo sai?”
Tania agitò la coda e ansimò felice. Chiaramente lo sapeva.
Duna si sfilò rapidamente la maglietta con impresso sulla schiena il logo del campo (la zampa di un cane e quella di un uomo congiunte per i palmi) e si buttò sul divanetto così, godendosi l’aria sulla pelle nuda. Cercò a tentoni, sulla scrivania dietro di sé, un elastico per i capelli, ma trovò solo una molletta di quelle che tutte le donne portano, almeno nella privacy della propria casa, e che nessuna ammetterebbe mai di possedere. Contorcendosi per non doversi rialzare, riuscì in qualche modo a fissarla sulla sommità della testa, e rimase lì immobile, come una lucertola su un sasso, finchè l’imbottitura del divano non cominciò a farla sudare. Si risollevò brontolando: con quel caldo, ogni gesto era un inutile dispendio di energie, e desiderò potersi permettere un condizionatore, almeno a casa. Recuperò una canottiera di cotone da una sedia, tole le scarpe da ginnastica per sostituirle coi sandali e con questo considerò terminato il cambio di abbigliamento. Aprì il frigo a disposizione del campo e bevve direttamente dalla bottiglia l’acqua ghiacciata, abitudine che condannava strenuamente in tutti i suoi clienti, tanto che il cartello appiccicato con lo scotch sul muro lì accanto diceva di servirsi dei bicchieri di plastica, perchè ogni trasgressione sarebbe costata un euro al malfattore.
Ho davanti quasi due mesi di inattività pressochè totale, pensò rimettendo a posto la bottiglia, e neppure un centesimo per andare in ferie. Da qui a settembre sarà una tregenda, tra la noia e il dover tirare la cinghia. A parte il lavoro coi cani, considerava la sua vita piatta al limite dell’umana sopportazione, senza particolari hobby, senza relazioni sentimentali, senza amiche con cui uscire, ma da quando viveva a Roma non aveva fatto niente per renderla più variegata: arrivare a quel porto tranquillo le era costato parecchio, e vedeva con occhio itterico qualsiasi cosa potesse minacciare la sua noiosa, pacifica, sicura routine quotidiana. Ci voleva altro, che qualche serata chiusa in casa a guardare vecchi film, per farle cambiare idea.
La porta non era chiusa a chiave e si aprì con una docilità irritante. “Davide, ci sei?” chiamò Duna, entrando.
Silenzio.
Duna mise la testa in camera del cugino. Il letto era disfatto, con le coperte mezze per terra, il comodino straripante di riviste e un miscuglio indescrivibile di cd, fili elettrici, libri e confezioni vuote di snack sparpagliati sul pavimento. L’unico elemento pulito e ordinato era l’acquario vicino alla scrivania, e prima di richiudere la porta Duna si vide riflessa sul vetro. Era tutta scarmigliata e necessitava urgentemente di una doccia, così si avviò verso il bagno. La porta era stata dimenticata aperta, ma fortunatamente il deodorante che aveva comprato due giorni prima sembrava svolgere bene la sua funzione, e non c’erano odori sgradevoli.
“Quando torna mi sente – disse a Tania – cosa devo fare per fargli ricordare che la porta di casa si chiude? E che anche quella del bagno sarebbe carino almeno accostarla?”
Nel bagno raccolse i jeans e i calzini lasciati sulle piastrelle, pinzò per un angolino le mutande e ficcò tutto nella cesta del bucato. Ormai da tempo aveva rinunciato a spiegare a Davide che i vestiti non trasmigravano dal pavimento del bagno al cassetto della biancheria per un qualche arcano fenomeno mistico, e le costava meno fatica passare più tempo a rassettare che non discutere con un individuo per il quale l’ordine casalingo era un vezzo superfluo, in quanto le porte di casa le hanno inventate per non far vedere cosa c’è dietro, no?
Dopo la doccia si sentì meglio, rinfrescata e rilassata. Erano ancora circa le sei di pomeriggio e, mentre si strofinava i capelli con l’asciugamano, valutò di uscire nuovamente, magari per vedere se in libreria era finalmente arrivato il nuovo Linguaggio dei cani, edizione riveduta e corretta, aggiornata e splendidamente illustrata in modo che avrebbe potuto ricavarne delle stampe per mostrare ai clienti particolarmente ottusi cosa intendeva quando parlava di ‘ringhio minaccioso’ o altri concetti da analoga complessità. Diede un’occhiata circolare all’appartamento (ingresso, soggiorno con angolo cottura, due stanze e bagno con doccia, non vasca), meditando di riordinare un po’, ma alzò le spalle pensando che aveva due mesi per litigare col cugino a proposito della gestione domestica, così decise di cenare in anticipo e passare la serata a vagare senza meta per la città, assieme al suo cane. Annuendò tra sé di approvazione per quel programma andò al frigorifero, quasi aspettandosi di trovarlo desolato e vuoto, ma Davide, forse in uno slancio di buona volontà, aveva fatto la spesa, e Duna osservò con interesse i ripiani colmi prima di fare la sua scelta e richiudere lo sportello. Tania, che aveva provato a infilarci dentro il muso, uggiolò e le spedì un’occhiata di rimprovero. “Scordatelo – disse aspramente – sei troppo grassa, il veterinario mi ucciderà se non perdi qualche chilo. Va’ a mangiare la tua roba.” Le ordinò, con un gesto verso l’angolo di cucina dove, su un tappetino di plastica, c’era la ciotola d’acciaio del cane. Le crocchette nutrizionalmente equilibrate di Tania erano lì, intatte, e la cagna non le degnò di uno sguardo. Seguì Duna passo passo mentre questa preparava la cena, sperando che qualche briciola cadesse in terra sebbene sapesse perfettamente che non le sarebbe stato concesso di mangiarla comunque, e alla fine si accucciò con aria afflitta sotto il tavolo mentre la sua proprietaria si serviva.
La cena di Duna sarebbe andata bene per una famiglia di quattro persone. Ormai da tempo aveva rinunciato a servirsi dei piatti quando mangiava pastasciutta, e sul tavolo facevano bella mostra di sé un’insalatiera colma di fumante pasta al pesto, un cartone da un litro di latte, un piatto di uova strapazzate con zucchine e carote, una robusta pagnotta per togliere ogni traccia di sugo dalle stoviglie e, nella parte più fredda del frigo, l’attendeva la meringata che Davide non mancava mai di comprare, ingordo com’era di dolciumi. Mentre spazzava via ogni cosa meditò sulla possibilità di rinunciare almeno a quest’ultima, ma l’idea che finisse in bocca al cugino anziché a lei le riusciva insopportabile, senza contare che un dolce fresco era proprio quel che ci voleva, con quel caldo. “Che vuoi? Se volevi goderti la vita dovevi nascere col pollice opponibile. Pussa via.” Disse sadicamente a Tania che la guardava con enormi occhi supplichevoli. Il Dobermann emise una specie di sospiro, poi si volse e andò tristemente a piluccare le sue crocchette.
Alla fine respinse i piatti, guardò l’ora e sbuffò. Quasi le otto di sera e Davide non si vedeva da nessuna parte. “Ma dov’è andato quel cretino? Aveva detto che sarebbe tornato per cena… beh, peggio per lui.” Recuperò un foglietto e una penna e scarabocchiò qualche riga per avvertirlo che avrebbe fatto tardi, prima di andare in camera per cambiarsi.
Nessuno, vedendola, avrebbe detto che mangiava sempre come se ogni pasto per lei dovesse essere l’ultimo. Duna era una ragazza snella, non molto alta ma agile come un gatto (meglio, come un lupo, pensò spogliandosi) con gambe atletiche per via dell’intenso esercizio fisico che il suo lavoro comportava, braccia sottili fasciate da una bella muscolatura morbida, una pancia che non si gonfiava nemmeno dopo la più indecente delle scorpacciate, e capelli bruni, vaporosi quel tanto che bastava a non farglieli ricadere tristemente ai lati del viso come spaghetti. I capelli erano la parte di sé che le piaceva di più, ma forse dipendeva soltanto dal fatto che, quando si guardava allo specchio, non poteva fare a meno di esaminarsi anche il viso, e quello era la parte di sé che le piaceva di meno. Sapeva di essere carina, pur avendo mancato l’appuntamento con la vera bellezza, ma il problema non era quello: nei suoi lineamenti c’era qualcosa che trovava stucchevole, una sorta di somma delle parti il cui risultato contrastava nettamente con l’immagine che aveva di sé (che avrebbe voluto avere). La linea arrotondata del mento, quella delicata delle sopracciglia, il nasino all’insù che equilibrava le labbra forse un po’ troppo sottili, per tacere degli immensi occhi grigioverdi, con un sottofondo nocciola simile a un tappeto di foglie autunnali: tutto in quella faccia era zuccheroso come un romanzo sentimentale dell’Ottocento. Una volta Davide le aveva detto che, quando assumeva una certa espressione afflitta (in genere dopo aver sentito parlare del fenomeno dell’abbandono estivo in televisione), sembrava l’orfanella sfortunata che ha perso i genitori e la casa nello stesso incendio di due giorni prima. Duna l’aveva mandato al diavolo, ma sapeva che il cugino aveva ragione. Quel viso le dava un’aria fragile e vulnerabile, l’esatto opposto di ciò che avrebbe voluto trasmettere, e il fatto di non amare i cosmetici (con un lavoro come il suo sarebbe stato in buona parte uno spreco: un cane un po’ turbolento l’avrebbe ridotta a un clown in pochi minuti) contribuiva perversamente, anziché a farla apparire trasandata, a darle l’aspetto della ragazza della porta accanto, quella che al compleanno del fidanzato gli regala una sciarpa con ricamate sopra le sue iniziali. Niente da stupirsi che i clienti più prepotenti, al campo, cercassero di imporsi su di lei e si sentissero quasi offesi quando Duna non glielo permetteva e teneva risolutamente in mano le redini di ogni rapporto lavorativo. In effetti, sospettava che più d’uno avesse smesso di venire a lezione, dopo essere stato così colto in contropiede. Messo al proprio posto da quella bambina? Ma scherziamo?
Sbuffando, voltò le spalle allo specchio e prese a vestirsi, acutamente consapevole che lo stile grintoso e trasandato del suo look era una diretta conseguenza del desiderio di non apparire come Oliver Twist che chiede un’altra scodella di minestra. Sul lavoro aveva quasi sempre jeans e la maglietta con stampato il logo del suo campo cinofilo, ma fuori da esso era raro vederla senza scarponi, pantaloni informi e camicie scure. Da qualche parte nell’armadio c’erano un paio di gonne, tenute da parte nel caso dovesse partecipare a qualche occasione che richiedeva un abbigliamento più accurato, ma ormai non avrebbe neppure saputo rintracciarle, sotto le pile di jeans scoloriti e magliette stropicciate. Quando ebbe finito sbuffò di nuovo, perché ogni volta il risultato non le piaceva: anche se i pantaloni erano del tipo militare, di uno scoraggiante color verde scuro, e la canotta che indossava era nera, senza la minima concessione a una scollatura del tutto casta, non sembrava per niente una persona da rispettare: niente a che vedere con soldato Jane, o almeno con una giovane donna che vive da sola e si mantiene col proprio lavoro. Sembrava piuttosto una liceale che si prepara ad andare in palestra per fare un po’ di stretching. Forse dovrei optare per un cambiamento più radicale, girare con un collare a strozzo e forarmi labbra e sopracciglia per infilarci spille da balia o schegge d’osso di plastica. Oppure un bel tatuaggio, che so, Hannibal Lecter che pugnala una suora, roba così… Non si era mai neanche praticata i fori ai lobi delle orecchie.
“Dai, Tania, andiamo.” Disse, afferrando la borsa e uscendo, senza neppure salutare il portinaio, del quale si scorgeva solo la cima del lucido cranio pelato dietro la Gazzetta dello Sport.
D’estate Roma si svuotava dei suoi abitanti per diventare territorio di conquista dei turisti, con il risultato che era possibile prendere l’automobile per spostarsi anche in piena città, ragionevolmente sicuri di trovare parcheggio. Duna si godeva sempre quei momenti, perché con l’autunno il traffico sarebbe tornato ad essere un congestionato coro di clacson e frenate, alle quali non poteva in alcun modo sottrarsi: con un cane le era impossibile prendere qualunque mezzo pubblico, e in ogni caso non valeva la pena tentare la sorte con l’autobus, quando era possibile attribuire a se stessi la colpa dei ritardi.
Dopo aver lasciato correre Tania per una mezz’ora in un campo abbandonato, utilizzato dai proprietari di cani del circondario come palestra dei loro beniamini, Duna salì in macchina e partì alla volta della libreria: non quella vicino casa, ma un’altra molto più grande, che aveva l’indiscusso vantaggio di consentire l’accesso ai cani, e di cui era, per questo motivo, cliente affezionata.
Una vita tranquilla, pensò mentre guidava, così tranquilla da essere noiosa, e forse un giorno non ne potrò più e vorrò altro… ma non ancora. Non è ancora il momento di smettere di godere della pace, non sono passati neanche quattro anni, mi merito un po’ di tregua ancora per molto, molto tempo.
Il libro che cercava non era arrivato, ma visto che era stato solo un pretesto per uscire Duna non se la prese e rimase ad aggirarsi per gli scaffali pieni, pescando volumi senza un criterio particolare, sapendo che non avrebbe acquistato niente, almeno se voleva continuare a rimanere al di qua della soglia dell’indigenza. E’ indecente che i libri costino tanto, pensò indignata, rimettendone a posto uno che la tentava. Duna era brava nel suo lavoro, anzi molto brava, forse addirittura la migliore, ma si muoveva nell’ambiente da troppo poco tempo per avere ancora un nome e una reputazione stabili, oltre al fatto di essere sommersa dai debiti contratti per l’apertura del campo. Era però avviata bene, con una clientela soddisfatta, sempre più numerosa, e a neanche un anno dall’inizio della sua attività non poteva proprio chiedere di più. Se lo ripeteva spesso, come un mantra, soprattutto quando doveva comportarsi in maniera razionale ed evitare spese superflue, ad esempio rimettendo giù un interessante libro da venticinque euro perché c’erano troppe bollette da pagare. Si guardò attorno, con la mezza intenzione di uscire, vide l’angolo delle offerte speciali (‘tutto a un euro!!!!!’) e decise di perdere qualche altro minuto. Si infilò tra un giovanotto muscoloso e un omone con una gran barba nera, stando attenta a non ingarbugliare il guinzaglio di Tania, e si dispose a perdere un altro po’ di tempo in quell’ozio tranquillo che era quasi noia, con la mente già mezzo rivolta alle faccende domestiche che l’aspettavano a casa.
Si pentì quasi subito di aver procrastinato: il giovanotto accanto a lei girò la testa, la guardò distrattamente, poi tornò a guardarla con maggiore attenzione, che diventò quasi subito aperto interesse. Apparteneva alla categoria di maschi che Duna, con suo profondo rammarico, attirava come un vasetto di miele aperto attira le mosche: alto, muscoloso, canottiera da culturista, testa rapata e l’espressione stolida di chi ha dedicato troppo tempo al culto del corpo per occuparsi anche di quello della mente. Il fatto che Duna sembrasse un’ingenua frequentatrice di palestre la rendeva particolarmente vulnerabile a quel genere di attacchi. A volte pensava che avrebbe dovuto sentirsene lusingata, perché dopotutto a una ragazza fa sempre piacere sapere di essere considerata carina, ma attirare solo quel genere di uomini era un pochino scoraggiante. Anche Tania li detestava, perché di solito, per dimostrare il loro machismo, le calavano sulla testa mani grandi come vanghe, senza neppure lasciarsi annusare un poco, a titolo di presentazione. Se si fosse accorta giusto un attimo prima di quel ragazzo avrebbe girato sui tacchi e sarebbe uscita. Ma non andò così.
“E’ tuo quel cane?” le chiese il ragazzo. Duna annuì e si finse interessatissima a un libro di nomi per neonati. Sperava che questo scoraggiasse il tipo, ma evidentemente gli aveva attribuito un’eccessiva sofisticheria, supponendo che avrebbe guardato cosa sembrava accingersi ad acquistare.
“Che bello – fece una pausa, prima di dire quel che Duna sapeva avrebbe detto – è veramente grosso!”
“Le dimensioni contano…” disse Duna in tono assente, sfogliando una pagina del libro. L’altro non colse.
“Mi chiamo Fabio. E tu?”
Duna cominciava a sentirsi veramente a disagio, perchè da un lato non voleva essere disturbata, e dall’altro non aveva alcun appiglio per dirgli bruscamente che voleva essere lasciata in pace. Non ancora. “Mi chiamo Duna, ma vorrei che…”
“Duna? E cosa sei, una Fiat?” ridacchiò della sua battuta.
Denigrare come mi chiamo, che razza di tecnica di abbordaggio è? Pensò lei, ma rispose soltanto: “Chiedilo ai miei genitori. Adesso scusa, ma devo proprio andare…”
“Dal tuo ragazzo?”
“No…” rispose Duna prima di riflettere, e si morse la lingua. Ma non avrebbe mai imparato?
“No non vai dal tuo ragazzo o no non hai il ragazzo?” le chiese prontamente l’amico Fabio, concedendole una scappatoia.
“No non vado dal mio ragazzo adesso, e sì ho il ragazzo – disse Duna con sollievo – quindi se vuoi scusarmi…” Mise giù il libro e fece per andarsene, ma non aveva mosso un passo che sentì una presa sul braccio. Si voltò e Fabio le sorrise quasi con aria di scusa, ma la mano con cui la teneva non si allentò di un centimetro.
“Lasciami immediatamente.” Scandì, senza alzare la voce e cercando di non perdere la calma. Non voleva perdere la calma. Quando la perdeva, le conseguenze erano sempre imprevedibili. E la libreria era piena di gente.
“Dai, che c’è di male a fare due chiacchiere? Giusto per fare amicizia, che ti costa?”
Duna si liberò con uno strattone e vide l’espressione stupita dell’altro. Non si aspettava che la fragile ragazzina fosse così forte, non se lo aspettava mai nessuno, visto che lei non esibiva spalle muscolose o bicipiti da sollevamento pesi. I cani, invece, lo capivano invariabilmente. Del resto, la comunicazione era sempre stata più efficiente tra lei e i cani che non tra lei e gli uomini. “Non voglio fare amicizia e non voglio fare conversazione sul perché i miei genitori mi hanno dato il nome che ho. Ti entra in zucca?” Continuò a mantenere un tono moderato, perché Tania aveva rizzato le orecchie e guardava con un’intensità minacciosa il suo interlocutore. Ci mancava soltanto di farsi buttare fuori dalla libreria perché il suo cane aveva cercato di mangiarsi un pappagallo.
“Mamma mia che scorbutica che sei! Ti ha morsa una tarantola?” Chiese il pappagallo indignato, e Duna gli voltò le spalle senza rispondergli, con l’intenzione di levare l’incomodo. Perché sempre e solo i tipi così? Si chiese, con profonda stanchezza. Perché mai un tipo educato, che accetti con educazione il tuo educato due di picche?
Forse, riflettè, perché i tipi educati erano anche abbastanza ricettivi da capire al volo che tutto quel che Duna desiderava dalla vita era essere lasciata in pace. In pace, fu il pensiero che la trattenne dal sferrare un robusto manrovescio in faccia a Fabio quando questo la afferrò di nuovo per il braccio, stavolta in maniera niente affatto amichevole. Si ritrovò a fissare una faccia oltraggiata e ringhiante anche se, naturalmente, Fabio non sapeva neanche alla lontana come esibire la faccia ringhiante capace di spaventare Duna per davvero. Fece un impercettibile cenno per ordinare l’immobilità a Tania, giacchè un’azione così chiaramente aggressiva avrebbe fatto subito scattare l’istinto protettivo del Dobermann. Tania rimase ferma, ma talmente tesa che un niente sarebbe bastato a farla scattare come una molla.
Un paio di persone si erano voltate a guardarli, e se ne voltarono ancora di più quando Fabio, stavolta alzando la voce e sottolineando le sue parole con alcune tirate niente affatto gentili al braccio, le disse che poteva almeno salutare e non tirarsela tanto, chi si credeva di essere?
“Tania, seduta!” esclamò Duna, ma era troppo tardi, e se la ragazza non avesse avuto i riflessi di un lupo, l’istante dopo avrebbe visto Fabio cacciare versi come un vitello al chiardiluna, con quaranta chili di infuriati muscoli appesi al cavallo dei calzoni, perché il guinzaglio, seppure regolamentare, permetteva al cane di raggiungere tranquillamente il malcapitato. Tania non era addestrata ai convenzionali attacchi, quelli con manica imbottita che protegge il braccio, e di conseguenza tendeva ad appigliarsi a quel che le veniva più facile acchiappare. Non che Duna considerasse l’evirazione di quel balordo un gran danno per l’umanità, ma a livello burocratico sarebbe stata una gran seccatura per lei e per il suo cane, così afferrò al volo il collare di Tania, arrestandone l’assalto in modo così secco che le mascelle del cane si chiusero a mezz’aria con uno schiocco. Duna la sbattè a terra senza alcun riguardo, dando contemporaneamente uno strattone al guinzaglio, e Tania guaì mortificata.
A quel punto, non c’era cliente della libreria che non guardasse affascinato il dramma che si stava consumando.
“Tu… tu…” Fabio era sbiancato come un lenzuolo fresco di lavatrice, ma appena lo choc della sorpresa fu passato, le guance gli fiorirono di rosso e cominciò a urlare. “Quel cazzo di cane voleva aggredirmi! Tu sei pazza! Io ti denuncio, hai capito, brutta stronza?”
Un commesso arrivò in tutta fretta e Duna, già sapendo cosa sarebbe seguito, si tenne ben stretta Tania e lo prevenne dicendo che se ne sarebbe andata subito.
“Col cazzo! Io chiamo i carabinieri! Questa mi voleva ammazzare! Quel cazzo di cane deve portare la museruola, io lo faccio sopprimere!” starnazzò Fabio, e stava già tirando fuori il cellulare dalla tasca dei jeans, come un pistolero in uno scadente film western. Il commesso guardò Duna con l’aria di chi vorrebbe sparire seduta sottoterra. Duna lo capiva perfettamente. Anche se Tania non correva pericoli, dal momento che non c’era stato nessun morso effettivo, anche se la reazione era stata commisurata alla provocazione (Duna poteva dirsi tranquillamente aggredita, sebbene la cosa non le facesse ne’ caldo ne’ freddo), avrebbe avuto un sacco di guai, e guardando il suo cane, adesso accucciato a terra contro i suoi piedi, come per chiederle protezione contro l’uragano incombente, sentì che cominciava ad arrabbiarsi, tanto che gli occhi le pungevano per la voglia di piangere. Non le era mai successo niente di simile da quando era a Roma. Mai.
“Guardi che se chiama i carabinieri sarà lei a mettersi nei guai.”
Duna si voltò verso il proprietario di quella voce.
La prima cosa che le venne in mente fu che sembrava un orso, un orso che per qualche strana anomalia genetica avesse alcuni tratti in comune con le scimmie antropomorfe. Nemmeno molti, per la verità: doveva essere sulla cinquantina, ed era alto, con spalle larghe e braccia possenti, tanto imponente che era impossibile dire se fosse grasso o semplicemente enorme di suo. Aveva capelli neri, foltissimi, che gli coprivano la parte superiore della testa, e una barba nera altrettanto folta che gli copriva la parte inferiore del volto. Quello che rimaneva era nascosto da un paio di occhiali scuri. Quando alzò un braccio per ribadire il concetto appena espresso Duna vide il bastone bianco per gli ipovedenti e si chiese cosa ci facesse nella libreria, prima di notare, con una strana lucidità forse dovuta alla tensione del momento, che si trovava alla sezione degli audiolibri, lì accanto.
“Ho sentito tutta la scena – proseguì l’omone – la signorina era importunata da questo giovanotto, e quando ha cercato di andarsene, lui l’ha trattenuta a forza, l’ha letteralmente aggredita. E’ stato allora che il cane ha reagito, ma la signorina ha impedito che la situazione degenerasse. Sono pronto a testimoniarlo, se occorre.”
L’atmosfera cambiò in maniera talmente improvvisa che Duna dovette strizzare gli occhi un momento, per adeguarsi allo sbalzo. Fabio rimise via il cellulare, senza un’ombra della rabbia forsennata di poco prima. Sembrava imbarazzato. “Non… non è così – alzò il mento, in un tentativo di ristabilire la sua superiorità – e poi che cazzo ne sa un cieco di cos’è successo?”
“Io cieca non sono e lo so benissimo – ribattè Duna – vogliamo fare una denuncia incrociata? Tu per aggressione, io per molestie?”
Il commesso si torceva le mani. “Signori, per favore… non è successo niente, se vogliamo continuare possiamo andare in direzione…”
“Non ce n’è bisogno.” Disse tranquillamente l’omone. Mosse con perizia il bastone finchè non sfiorò le caviglie di Duna, e le si avvicinò senz’altro. “La signorina sarà tanto gentile da non costringermi a testimoniare, ed eviterà di sporgere denuncia, non è vero?”
Duna dovette mordersi l’interno della guancia per non ridere, nel vedere l’espressione disorientata di Fabio. Quand’era successo che i ruoli si erano invertiti così radicalmente? Doveva essere lui a minacciare lei, non il contrario!
“Ma certo – rispose con voce di miele – dopotutto non è successo niente. Possiamo lasciar stare i carabinieri.”
“Quel cane deve avere la museruola!” Esclamò ancora Fabrizio, con un ultimo sussulto di orgoglio, e fu con estremo piacere che Duna lo schiacciò rispondendogli: “I cani con un brevetto di Protezione Civile non sono tenuti, nemmeno in luoghi così affollati. Vuoi vedere il tesserino?” E, senza aspettare risposta, lo tirò fuori e lo esibì. Ne era molto fiera, del resto. Anche con la sua abilità, c’erano voluti due anni di esercitazioni assidue, ed era un’ottima pubblicità per il suo campo di addestramento.
Fabio mugugnò qualcosa di incomprensibile, come fosse restio a lasciarsi mettere sotto così, ma doveva aver finalmente recepito la situazione, perché lanciò un’ultima occhiata malevola a Tania e si avviò verso le porte di vetro della libreria. Duna sospirò di sollievo, ma durò poco perché di colpo si rese conto di trovarsi al centro di un cerchio di persone bisbiglianti, che si davano di gomito indicandola e commentando quanto era accaduto. Il commesso le chiese se voleva fare acquisti prima di andarsene, e dal suo tono Duna capì che la stava invitando a levarsi di torno. Disse che andava bene così e fece per avviarsi, ma venne fermata nuovamente dal commesso che le indicò il libro dei nomi. Non si era neanche accorta di averlo ancora in mano.
“Sì, scusi, ecco, lo prenda…” disse arrossendo, e si affrettò all’uscita, sperando vagamente che Fabio se ne fosse andato e non la stesse aspettando per continuare la sceneggiata. Per poco non sbattè contro le porte automatiche, perché non aveva quasi dato loro il tempo di aprirsi, e si avviò per strada in tutta fretta, decisa a tornarsene a casa per rimanere, finalmente, tranquilla come desiderava.
“Signorina, aspetti! Non corra così!”
Duna si fermò e vide l’ipovedente barbuto che muoveva il bastone per individuare asperità nel marciapiede, genericamente rivolto verso di lei, e ancora così vicino alle porte automatiche che queste continuavano ad aprirsi e chiudersi. La gente gli passava accanto, confondendolo ancora di più, e Duna provò brevemente la tentazione di voltargli le spalle e andarsene, lasciandosi così alle spalle lo sgradevole episodio in maniera definitiva. Ma dopotutto quell’uomo l’aveva difesa, e lasciarlo lì a voltare la testa in giro, chiamandola senza poterla individuare, le pareva un pessimo modo di ricambiare la gentilezza.
Tornò indietro e gli disse che dovevano spostarsi, che intralciava il passaggio. L’uomo le sfiorò i piedi col bastone, poi toccò Tania facendola fare un salto all’indietro. “Mi scusi –disse – sarebbe così gentile da accompagnarmi alla fermata dell’autobus?”
“Certamente.” Duna gli si accostò, incerta su come regolarsi, ma l’uomo chiaramente sapeva cosa fare e la prese con garbo per un gomito, in modo da farsi guidare tra la gente senza intralciarle il passo. Duna si avviò.
“Non l’ho neanche ringraziata per il suo aiuto – gli disse – non mi era mai successo niente di simile, prima, non so come avrei fatto senza il suo intervento.”
“Oh, sono certo che per lei non sia una novità doversi liberare da corteggiatori inopportuni, ma davvero, certe cose superano il limite. Di che razza è il suo cane?”
“Un Dobermann.”
“Ah, grazie. Vedevo solo che era grosso e nero.”
Duna sorrise, imbarazzata, senza sapere bene cosa rispondere.
“Siamo arrivati?” le chiese l’uomo, toccando col bastone un palo. Duna pensò a quanto dovesse essere difficile, muoversi in una città come Roma con un handicap come il suo. Non provò compassione, ma una sorta di cupa solidarietà. Il suo, di handicap, non era visibile, ma forse perfino più invalidante. Un cieco, almeno, poteva contare sulla solidarietà sociale.
“No, quello è il parchimetro. La fermata è più avanti.”
“Ci sta seguendo.”
Duna si fermò, così di botto da far quasi inciampare il suo accompagnatore. “Prego?”
“Quel giovinastro. E’ qui intorno.”
Duna osservò la gente attorno a loro. “Non c’è nessuno. Spero sia dall’altra parte della città, a quest’ora.” Il tono dell’uomo, così sicuro, senza la minima inflessione dubitativa o interrogativa, l’aveva turbata, e non si sentì rassicurata più di tanto nel non vedere il buon vecchio Fabio lì da presso. Una conferma negativa non è mai particolarmente tranquillizzante.
L’ipovedente sembrò scettico. “Mah, se lo dice lei… forse sono più scosso di quel che credevo.”
“Sì, credo anch’io. E’ stata una cosa molto antipatica.” Duna riprese a camminare, ma non potè evitare un’ultima occhiata inquieta alle sue spalle. Storie del genere se ne sentivano di continuo, e a lei non sarebbe proprio piaciuto trovarcisi in mezzo. Sono paranoica, si disse, devo calmarmi e non penserò più a rompipalle in canottiera da culturista che mi spiano dai tombini, o roba del genere.
Sbirciò nella grata di un canaletto di scolo lì vicino e non potè trattenersi dal ridere. “Se me lo ritrovo davanti un’altra volta, il cane lo sciolgo, e vediamo come se la sfanga! Non si preoccupi, mi dispiace se si è trovato in questa situazione.”
“Si figuri, l’ho fatto volentieri. Ma sarò felice di tornare a casa e chiudermi dentro a chiave. Davvero, non si può più stare sicuri se non tra le proprie mura, oggigiorno.”
“Nemmeno lì, ormai…” Mormorò Duna, fermandosi davanti alle strisce gialle sull’asfalto con la scritta BUS. “Siamo arrivati.”
“Oh, grazie.” L’uomo sollevò il polso e premette un pulsante sull’orologio, facendone scaturire una voce metallica che gli comunicò che erano le nove e quarantacinque. Cribbio, di già, di già. Come vola il tempo quando ci si diverte. Anche lei non vedeva l’ora di tornare a casa, nella sicurezza dei due portoni, più il custode che non avrebbe fatto entrare estranei di notte, mettersi sul divano e guardare un qualsiasi stupido programma estivo fino a che gli occhi non le si fossero chiusi a forza, o finchè Davide non si fosse rifatto vivo e avesse ascoltato la sua storia, aiutandola a stemperarne la sgradevolezza con i suoi soliti commenti leggeri: perché era ancora troppo tesa, e non potè impedirsi di lanciare un’altra occhiata alle spalle. Si sentiva osservata e non le piaceva, come non le piaceva dover prendere in considerazione la possibilità che la sua non fosse solo paranoia. Dopotutto, episodi del genere avvenivano ogni giorno. Farò un lungo giro per tornare a casa, decise.
“Allora la saluto…” cominciò a dire, ma quando alzò lo sguardo su quel volto barbuto le parole le morirono in gola e Duna dimenticò all’istante il timore che un giovinastro la stesse spiando e magari meditasse di fargliela pagare. Dimenticò tutto, dal guinzaglio che stringeva in mano alla folla che le passava accanto sgomitandola più o meno accidentalmente, perché il suo salvatore si era tolto gli occhiali neri, abbattendo la barriera che le aveva impedito di vederlo in faccia, fino a quel momento.
Abbattendo ogni barriera che le aveva impedito di vederlo.
L’uomo non era ipovedente. Tecnicamente avrebbe dovuto essere cieco, anche se poco prima le aveva detto di aver distinto la sagoma del suo cane, ma a Duna il termine pareva riduttivo, come le pareva riduttivo ogni termine atto a descrivere l’uomo, adesso che lo guardava veramente.
Gli occhi non erano chiusi, non erano spenti, non erano velati da cateratte ne’ glassati da quella specie di nebbia azzurra che nei film si usava sempre per indicare la cecità. Gli occhi non c’erano affatto. Laddove avrebbe dovuto vedere i bulbi oculari vi erano soltanto le orbite vuote, con le ciglia rivolte all’indentro verso la rossastra devastazione che affondava nella testa in due crateri profondi, raggrinziti e raccapriccianti, simili a un desolato paesaggio marziano. Era una vista orripilante, da incubo, ma non fu questo a sconvolgere Duna. In effetti, la ragazza vide l’orrore di quegli occhi scavati, mancanti, solo come la cornice di un fenomeno più vasto, più imponente, e a lei così familiare che per un istante fu sicura che l’uomo le avrebbe semplicemente detto: “Ti ricordi di me, adesso?”
Se non può vedermi, forse non capisce nemmeno quel che ho capito io… se non mi vede non sa quel che so io… se non mi vede…
“So cosa stai pensando – disse l’uomo a bassa voce – ma non si guarda solo con gli occhi. Io non faccio il salvatore di donzelle, anche se tu non hai certo bisogno di aiuto. Non capisco neanche perché eri tanto in difficoltà, a dire il vero.”
“Io… cosa avrei dovuto fare, scusa?”
L’altro sorrise, e sotto la barba baluginarono i denti, perfetti e bianchi, regolari come quelli di un coccodrillo. Naturalmente, pensò in uno stato quasi di stordimento. Anche lei aveva denti da pubblicità di dentrificio, non era mai dovuta andare dal dentista un solo giorno in vita sua. Che fortuna.
“Quale lupo si lascia molestare da una pecora?” rispose l’uomo, guardandola con quegli spaventosi non-occhi marziani.
“Rimettiti quegli occhiali del cazzo! Vuoi che qualcuno ti veda?” sbottò Duna, anche se quella visione spaventosa non la turbava particolarmente, quelli come lei non si scomponevano più di tanto per una ferita. Era l’altra cosa a sconvolgerla, non sapeva ancora bene come reagire e cercava di prendere tempo.
L’uomo inforcò nuovamente gli occhiali scuri. “Sono arrivato da poco a Roma, ma credevo di conoscere già tutti – disse in tono colloquiale – tu non vieni spesso al Quadrifoglio Nero, vero?”
“Quasi mai.” Borbottò Duna. Fino a quel momento non aveva fatto caso all’accento del suo interlocutore, che pur avendo una perfetta pronuncia non sembrava di madrelingua italiana, e tantomeno romano. Non badava mai molto alla parlata perché lei stessa e Davide provenivano dal Nord Italia, e ascoltava quindi ogni giorno accenti molto dissimili tra loro, che si amalgamavano confondendola e non facendole considerare quella caratteristica, nelle persone che incontrava.
“Perché? E’ un bel locale. Molto accogliente.”
“Cosa ti è successo agli occhi? Qualche preda che non era d’accordo sull’attribuzione dei ruoli?”
L’altro ebbe un gesto quasi di stizza. “Una preda non riuscirebbe mai a fare questo, non essere ridicola. No, è stato un… un incidente, diciamo, di molto tempo fa. Ma non me la cavo male.”
“Come fai a vederci, se non hai più gli occhi?” Non cercava nemmeno di infiorare quel dialogo con i fronzoli dell’educazione. Era troppo impegnata a calmarsi.
“Non si guarda solo con gli occhi – ripetè l’uomo – e non si aggredisce solo con gli artigli. Ti comporti come se avessi paura di me…”
Qualcosa si ruppe dentro Duna, un argine che quotidianamente rinforzava con un paziente lavorio di autocontrollo e decisione, impastando l’argilla della calma e schiaffandola al suo posto con gli strumenti della vita ordinaria, scevra di scosse, che conduceva risolutamente da quattro anni a quella parte. Non aveva scelta, perché l’acqua oltre quell’argine era putrida e densa, lasciava macchie indelebili e l’avrebbe annegata in un istante, se avesse trovato una falla in quell’argine. Avvertì chiaramente la crepa che si formava e che faceva sgorgare quel liquido nauseante, che le si ammassava nelle viscere, ribollendo come catrame. Simile a una canzone su una frequenza male selezionata, le parve di sentire una voce, una voce conosciuta che veniva da lontano, ma che si avvicinava a velocità spaventosa
(fai la brava bambina, su non farmi arrabbiare, non c’è niente di male, sei grande ormai)
come un’auto coi freni rotti.
In qualche modo gettò dell’altra argilla su quell’argine, tappando la crepa, ma non servì a niente, perché un’altra si stava formando poco più in là, e quella non poteva chiuderla facilmente, visto che si trovava davanti a lei, che la guardava e le sommuoveva qualcosa, nella parte più profonda del suo essere, la parte che molti studiosi avrebbero definito cervello rettile, che non poteva in alcun modo controllare. Poteva solo impedire che venisse stimolata, e lo faceva di continuo… quando non la coglievano di sorpresa…
“Pensa ai fatti tuoi – disse, lottando perché non le tremasse la voce – io faccio la mia vita e basta, grazie mille per l’aiuto ma le nostre strade si dividono qui. Stammi bene.”
“Io sarò al Quadrifoglio Nero domani sera, e per tutta la settimana – la informò il cieco, come se non l’avesse neppure sentita – mi farebbe piacere incontrarci. Se ti ho turbata, me ne dispiace.”
Più di ogni altra cosa Duna avrebbe voluto urlare di essere lasciata in pace e correre via a tutta velocità, ma il tono urbano, l’atteggiamento civile del suo interlocutore le impedivano di lasciarsi andare a scatti d’ira inconsulta. Per quanto si sentisse provocata, non lo era stata affatto, perciò in qualche modo ingoiò quell’acqua putrida che minacciava di traboccare e affettò una gelida cordialità.
“Di niente – disse, neutra – tu sei nuovo e non puoi sapere, ma io non frequento gli altri… non molto, almeno. Faccio la mia vita e basta, non credo ci rivedremo tanto presto.” Si volse senza aspettare una risposta e si allontanò quanto più in fretta potè, sgomitando e calpestando i passanti che la intralciavano. Fu solo quando ebbe girato l’angolo che si fermò e si appoggiò al muro, ansimando come dopo una lunga corsa. Tania la toccò con una zampa, uggiolando ansiosa, e Duna l’accarezzò per calmarla.
E per calmare me? Che cosa ci vuole per calmare me?
Il cielo di Roma era nero e fuligginoso, senza nemmeno una stella, ma la luna crescente, simile a una palla da rugby, era visibilissima, e per un momento le parve una specie di occhio semiaperto, che la scrutava come un ricercatore può scrutare nel microscopio un batterio della sua coltura.
“Andiamo a casa, Tania.” Disse bruscamente, e si immerse nella folla, sperando di smarrirvisi. Non ebbe successo. Anche assediata dalla gente, continuava a rimanere se stessa.
|