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2 - l'Orda

October 22 2006 at 9:33 PM
  (Login Promethea)


Response to Duna dei lupi

 
– 2 –

L’ORDA



Trastevere, 6 luglio

Hal scese lungo la scala antincendio, ignorando bellamente il cartello attaccato alla porta che proclamava, in un intimidatorio stampatello maiuscolo: USCITA DI EMERGENZA – DA USARE SOLO IN CASO DI NECESSITA’. Non lo faceva nessuno. Soprattutto nel caldo soffocante di mezza estate, era di gran lunga preferibile evitare le scale interne del condominio, che era vecchio, piuttosto fatiscente, ed edificato in un’epoca in cui i criteri di costruzione non comprendevano la ventilazione degli ambienti come fattore essenziale. Quella zona di Trastevere non sarebbe mai stata una meta turistica, ma aveva l’indubbio vantaggio di essere popolata da gente che badava ai fatti propri. In tanti anni che abitava lì, Hal aveva incontrato solo disinteresse per attività che non fossero lo spaccio, il furto o la prostituzione, e dal momento che nel suo locale le questioni trattate erano ben altre, Hal e la criminalità convivevano su piani diversi senza praticamente mai venire in contatto.
Spostò col piede un sacco dell’immondizia squarciato che qualcuno aveva gettato in strada ed entrò nel vicolo cieco che era la sede della sua attività. A parte un grosso, irsuto gatto randagio che lo guardò con disinteresse, era vuoto, anche se talvolta qualche tossico vi si nascondeva per darsi all’estasi artificiale. Il fatto era che nessuno avrebbe detto che quella specie di budello cieco, sommerso dalle immondizie, servisse ad altro che a gettarci la spazzatura, giacchè l’ingresso al locale si trovava in un seminterrato, in fondo a una scala di metallo arrugginito che cigolava pericolosamente ogni volta che qualcuno ci camminava sopra. Prima o poi si sarebbe dovuto decidere a sostituirla, ma era continuamente frenato dal timore che una coreografia nuova, pulita e lucida, attirasse troppo l’attenzione su un punto che non doveva attrarne neanche un po’.
Il portone di legno era massiccio, con la vernice che veniva via a scaglie ed inciso da centinaia di graffiti, per lo più rappresentanti rozze riproduzioni di falli maschili, in perfetta armonia con il disperato squallore dell’ambiente circostante. Quello, Hal intendeva conservarlo così com’era, e si limitava a oliare periodicamente la serratura. A differenza del ferro, il legno non si disfaceva facilmente, e quel portone dava l’idea di voler rimanere lì ancora a lungo. Conosceva a memoria tutte le scritte, i disegni, i buchi dei tarli, le squamature della tinta che non intendeva rinfrescare per lo stesso motivo per cui continuava a rimandare l’acquisto di una nuova scala.
Hal sentì il paletto, da dentro, scivolare sui cuscinetti a sfera e se ne compiacque come al solito, perché gli piacevano le cose ben fatte, e poche cose al mondo danno un’impressione di ben fatto come un meccanismo bello lubrificato. I cardini, a differenza del resto, erano nuovi (li aveva sostituiti appena sei mesi prima, quando un cliente gli aveva detto che si poteva capire quando qualcuno entrava nel locale dalla strada principale, solo per il rumore che faceva), e il portone ruotò docilmente aprendosi. Hal lo fissò alla parete con una catenella, per cambiare l’aria. In giro non c’era nessuno, e dal momento che il vicolo era stato ricavato dalla demolizione di un palazzo, ancora nel dopoguerra, le pareti degli edifici accanto erano senza finestre. Era, in verità, un luogo magnifico per essere lasciati in pace.
Accese la luce e prese a tirare giù le sedie dai tavoli, perché tra poco gli avventori avrebbero cominciato ad affluire. Non poteva dire che stava aprendo, perché il locale non aveva mai aperto, legalmente parlando, ma tutti i clienti affezionati conoscevano gli orari del proprietario e Hal non voleva che entrassero trovando tutto ancora all’aria.
L’interno contrastava con l’esterno in maniera quasi violenta. L’ambiente era ampio, accogliente, con rifiniture in legno e molte piante verdi, alte, folte e ben curate. Il soffitto era imbiancato e attraversato da travi, da cui pendevano dei lampadari multicolori appesi a fili sottilissimi, con la luce che si fermava discretamente prima dei faretti a muro posti lungo il bancone. Questo era in pietra, con alti sgabelli lungo tutta la sua lunghezza, e la stessa pietra era stata utilizzata per creare muretti divisori in tutto il locale: nei separè così ottenuti erano stati piazzati solidi tavoli in legno pesante e lunghe panche imbullonate al pavimento di mattonelle. L’insieme di luci soffuse, muri di pietra e arredamento di legno conferiva al locale un’aria raccolta e piacevolmente arcaica, che certamente ne avrebbe fatto un ritrovo alla moda per gente che voleva un po’ di tranquillità, se Hal avesse ritenuto di pubblicizzarlo. La sola idea lo faceva sorridere. Ma, anche così, il Quadrifoglio Nero poteva contare su una clientela affezionata e stabile, e dal momento che gli avventori fedeli erano i soli a conoscere l’esistenza del locale, non c’era rischio di vederlo chiudere per via di qualche cavillo burocratico (ad esempio, il fatto che mancasse completamente di ogni tipo di licenza necessaria a gestire un pub di quel genere). Che esponenti della media borghesia se ne andassero in giro per un quartiere malfamato non era cosa in grado di attirare l’attenzione, agli occhi degli abitanti del posto, e nemmeno che avessero un esclusivo club dove dedicarsi ai loro passatempi, lontano da ficcanaso e poliziotti. Circoli del genere se ne trovavano dappertutto… beh, non proprio come il Quadrifoglio Nero, forse. Ma, comunque fosse, nessuno se ne preoccupava più di tanto e andava bene così.
Stava finendo di innaffiare le piante, facendo attenzione a non far traboccare la terra sulle mattonelle, quando i clienti cominciarono ad arrivare: uno alla volta, mai in coppia e ancor meno in gruppo. Quando giungevano, data la natura del locale, non potevano semplicemente entrare, perché Hal aveva richiuso il portone appena finite le pulizie ed era necessario che qualcuno, dall’interno, aprisse dopo aver riconosciuto il visitatore, ma era una prassi accettata al punto che gli avventori, a turni di rotazione, si incaricavano di mettersi ai tavoli vicino all’ingresso per far entrare i compagni. Hal si spostò dietro al bancone e cominciò a lavorare, nel brusio crescente ma sempre controllato della gente che chiacchierava.
“Alzi il volume, per favore?” Uno dei clienti al banco accennò con la testa alla televisione appesa dietro il banco, nella quale uomo pelato a mezzobusto leggeva le notizie del giorno. Hal prese il telecomando e l’accontentò.
“…il ministro della Salute dichiara che a breve sarà varato un decreto contro il randagismo e i cani pericolosi, in modo da tutelare la salute degli italiani contro episodi tanto cruenti, e che verranno appaltati due nuovi canili in zona…”
Hal sbuffò e cambiò canale. Due ballerine vestite di lustrini e poco altro cominciarono a dimenare la mercanzia sul vecchio schermo un po’ tremolante, suscitando le proteste dei cinque o sei avventori che erano già lì a quell’ora.
“Tutte cazzate – si oppose con decisione – è da stamattina che non ascolto altro. Sembra che sia l’unica notizia di oggi, in tutta Roma.”
“Ma dai, pensa a quei poveracci…i cani, intendo. Li seccheranno dal primo all’ultimo, in quella zona!” Il cliente, Giacomo, rise da solo alla propria spiritosaggine, facendo traboccare un po’ di birra dal bicchiere.
Hal gli gettò uno straccio pulito perché asciugasse il banco. “Io penso a noi – ringhiò – non ci voleva proprio, a così pochi giorni dalla Caccia… quando quella mocciosa verrà le farò vedere i sorci verdi. Non è questo il modo di comportarsi!”
“Andremo a Cacciare fuori città.” Rispose Giacomo con noncuranza. Episodi come quello, capaci di inacidire lo stomaco di Hal per ore, venivano considerati con bonaria indulgenza al Quadrifoglio Nero, perché ognuno dei suoi avventori sapeva che avrebbe potuto trovarsi coinvolto in prima persona, un giorno o l’altro, in una situazione simile. “Poi la ragazzina è giovane, imparerà a controllarsi, o almeno a occultare i suoi macelli. Poi capirai, due barboni…”
Hal stava per dargli una rispostaccia quando la porta si aprì ed entrò quello nuovo, il cieco che, solo Dio sapeva come, riusciva a non attirare attenzioni indesiderate da parte degli abitanti del luogo, ogni volta che metteva piede nel quartiere. Un invalido era una preda facile, e per Hal rimaneva un mistero come fosse riuscito a evitare guai, fino a quel momento. Non il guaio di essere derubato o ammazzato, naturalmente. Un lupo cieco in mezzo alle pecore è sempre un lupo, ma spiegarlo alle pecore non è sempre facile. Hal era contento di avere una persona così, al Quadrifoglio Nero, e non lo tediava con domande pressanti, anche se ne avrebbe avuto il diritto, perché non voleva che diradasse le visite. Era sempre meglio, quando frequentavano regolarmente.
“Come va, Abel?” chiese Hal, mentre il cieco posava il bastone contro il banco e si sedeva, tastando lo sgabello per orientarsi. Si tolse gli occhiali scuri e li infilò in tasca, senza mostrare il minimo disagio per quegli spaventosi occhi che aveva. Hal non immaginava nemmeno cosa potesse essergli successo, né gli interessava particolarmente, ma non poteva fare a meno di chiedersi perché non mettesse almeno delle protesi. Lì al Quadrifoglio Nero nessuno si impressionava, ma fuori doveva sconvolgere parecchie persone.
“Benone, grazie Hal – rispose compitamente l’uomo, la barba tanto folta che parve non avesse neppure mosso le labbra per parlare – potrei avere una birra?”
Hal gliela posò davanti e stava per dedicarsi a fare altro, ma Abel parlò ancora. “Ieri ho incontrato una ragazza…”
“Buon per te – replicò Hal – se ha una sorella me la presenti?”
“Uomo nero no potere avere donne bianche, bwana!” scimmiottò Giacomo lì accanto, e scoppiò di nuovo a ridere. Giacomo era di quelli che si trovavano molto divertenti qualsiasi cosa dicessero: era sufficiente ignorarlo e si poteva stare comodamente in sua compagnia.
“Chi ti ha detto che era bianca?” domandò Abel, per stuzzicarlo. Giacomo fece un’altra risata.
“Anche se fosse, tu non potresti saperlo, no?”
“Basta così – Hal non era offeso perché sapeva che Giacono era incapace di distinguere l’umorismo dall’insulto, ma il nuovo avrebbe potuto decidere di rompergli il bastone in testa, e non avrebbe avuto torto – se vuoi sfottere, vai da un’altra parte.”
“E dai Hal, si scherzava…”
“Ho detto basta.” Hal non alzava mai la voce quando decretava la fine dei giochi, perché non ce n’era bisogno. Quando Hal diceva qualcosa, era quella. Con una filosofica alzata di spalle, Giacomo tornò al suo bicchiere.
“Ieri ho incontrato una ragazza – riprese Abel, come se non fosse mai stato interrotto – ed era dei nostri, ma qui non l’avevo mai incontrata… strano, no?”
“Me la descrivi? – chiese Hal, rendendosi conto un attimo troppo tardi di quel che aveva detto – cazzo, scusa…”
“Dalla voce era giovane, e aveva un cane.” Rispose Abel, in modo estremamente cortese. Ad Hal piaceva quel modo di fare, così diverso dalle spacconate di pessima categoria che abbondavano al Quadrifoglio Nero. Da quando era arrivato a Roma Abel aveva scalato rapidamente la sua classifica dei clienti preferiti, anche se Hal cercava di tenere a bada le simpatie, con i nuovi venuti. Non si poteva mai sapere come sarebbe finita.
“Beh, non so se ha un cane, ma Patrizia è giovane: hai sentito il telegiornale oggi? E’ stata lei con quei barboni, quando arriva mi sente.”
“Patrizia l’ho conosciuta qui, non era lei, era più grande. E poi a questa ragazza mancava soltanto l’aureola per essere un angioletto, ho perfino dovuto aiutarla perché un galletto la molestava…”
Hal capì all’istante a chi si riferiva. Di ‘angioletti’, al Quadrifoglio Nero, ce n’era soltanto uno. “Ah, parli di Duna. No, non viene molto qui, l’ultima volta sarà stato tre mesi fa. E’ un po’ asociale, ma è abbastanza a posto, non ha mai creato problemi.” Si accigliò mentre parlava: aveva detto il vero, Duna era tra tutti quella che in assoluto si comportava meglio, mai uno sgarro, mai un richiamo, mai un’amicizia pericolosa, eppure Hal la riteneva a rischio. Un giorno avrebbe dovuto farle un discorsetto, si disse, ma se lo diceva da sempre e da sempre lasciava perdere: era fin troppo facile dimenticarsi di Duna che arrivava sì e no ogni due mesi, sorseggiava una bibita analcolica e poi scompariva di nuovo nel flusso anonimo della vita diurna, quando si aveva a che fare con gente come Patrizia o come Giacomo, che ignoravano le regole, attaccavano briga e in generale si comportavano come volpi in un pollaio.
“Quindi è anche lei dell’orda del Quadrifoglio Nero.” La voce di Abel lo sottrasse alle sue divagazioni. Hal annuì, si ricordò che l’altro non poteva vederlo e rispose affermativamente.
“Per me quella non è nemmeno dei nostri.” La voce di Giacomo stavolta non vibrava dello scadente divertimento di quando pronunciava una facezia, ma era serissima, tanto che Abel si volse verso di lui. Un riflesso condizionato malgrado non potesse vedere l’interlocutore, pensò Hal.
“Certo che è dei nostri, me ne sono accorto subito, e anche lei. Non sembrava contenta, però: è stata bandita o roba del genere?”
“No – rispose Hal – è solo asociale, te l’ho detto. Sono in due, lei e il cugino, li si vede pochissimo, il cugino perché è sempre all’estero per i suoi affari, lei perché è fatta così. Niente di eccezionale.”
“Due cugini, eh? Una famiglia di Naturali, quindi. Ne ho conosciute diverse, però di solito succede tra fratelli. Questione di cromosomi, credo.”
“Sì, il loro caso è un po’ insolito. Anche qui nel Quadrifoglio Nero abbiamo dei fratelli, come i gemelli Ruggieri: li hai conosciuti ieri, giusto?”
“Quelli che gestiscono la palestra? Sì. Sono simpatici.” Abel bevve la sua birra e tacque, come se non gli interessasse continuare la conversazione. Evidentemente aveva solo voluto chiedere informazioni sull’incontro avuto con Duna e non gli importava del resto. Aveva raccontato ad Hal di provenire dalla Repubblica Ceca, ma su di sé non aveva aggiunto altro e Hal si era astenuto dal fargli domande. Era sempre un rischio. E comunque, Abel non era il tipo su cui si dovesse indagare: forse anche a causa della sua menomazione non dava alcun motivo di preoccupazione e se ne rimaneva tranquillo al banco, senza attaccare briga come talvolta facevano i nuovi. Ogni tanto Hal si chiedeva come potesse Cacciare, ed era curioso di vederlo all’opera, di lì a una decina di giorni.
“Una bottarella gliela darei a quella, però.” Giacomo, riconobbe Hal con rammarico, non rientrava nella ricercata categoria cui sembrava appartenere Abel, quella di chi stava zitto al momento opportuno. Un giorno si sarebbe attirato addosso i guai che andava ricercando da tanto tempo. “Begli occhioni e bel culetto…”
Ad Hal fu risparmiata la fatica di intimargli nuovamente di chiudere la bocca perché ‘begli occhioni e bel culetto’ stava entrando in quel preciso istante, con quella sua camminata leggera come se sfiorasse appena il pavimento, come se non volesse far sentire troppo di esserci. Vide Abel al banco e si diresse da quella parte senza esitazioni. Dietro di lei sgusciò il suo cane, che si distese accanto allo sgabello della sua padrona, dopo un’annusata d’ispezione alle gambe di Abel.
Come di consueto, Hal non accennò al fatto che erano passati mesi dalla sua ultima visita e non le chiese la ragione per cui si era finalmente degnata di farsi viva. Riteneva che la ragazza si dicesse ogni volta che era l’ultima, salvo poi dimenticarsi col tempo dei suoi propositi. Fa fatica ad accettarsi, per questo non riesce ad accettare noi…
“Ciao, Hal.” Gli disse, come se fosse stata lì solo il giorno prima, per poi volgersi subito verso quello nuovo. “Non mi ha seguita, alla fine. Era solo un balordo.” Gli disse. Hal non capì, ma Abel fece un cenno col capo, che probabilmente era accompagnato da un sorriso, sotto quel barbone nero.
“Meglio per lui, no?”
“Meglio per tutti.” Duna si volse di nuovo verso Hal e gli chiese un tè freddo, ma quasi prima che finisse di parlare la sua attenzione si spostò sul televisore. Le ballerine in lustrini erano scomparse e adesso una donna in tailleur parlava sullo sfondo del Tevere, grigio sporco contro un cielo estivo ed azzurro. “Il ritrovamento risale a stamattina, ma dallo stato dei cadaveri si ritiene che i due uomini siano morti da almeno tre giorni. La ASL ha diffuso un comunicato secondo il quale l’aggressione è avvenuta ad opera di almeno tre cani di grossa taglia, probabilmente incroci di pitbull…”
“E ti pareva se non erano pitbull.” Bofonchiò Duna bevendo metà del suo tè in un paio di sorsate. “Ogni volta che un cane morde è sempre un pitbull, anche se fosse un maremmano o un carlino…”
“Ti piacciono i cani?” chiese Abel. Domanda oziosa, visto l’animale che l’accompagnava dappertutto, e Duna alzò le spalle, senza curarsi che l’altro non potesse vederla.
“Ho un campo di addestramento.”
“E preferisci quindi che diano la colpa a uno dei nostri, piuttosto che a un paio di pitbull?” chiese ancora Abel.
Duna si irrigidì subito.
“E’ stato uno dell’orda…?” La sua espressione era di disgusto e Giacomo sbuffò. Hal si chiese chi dei due fosse peggio, se l’asociale o l’inopportuno.
“Ci sono altre possibilità, forse? – le rispose, perché anche Duna doveva essere informata: era suo diritto, in quanto appartenente all’orda, per quanto poco potesse piacerle l’idea – c’è una nuova che non ha ancora capito bene il concetto di discrezione, bisognerà ficcarglielo in testa… magari la conoscerai, stasera.”
“No, grazie.” Rispose la ragazza finendo il suo tè, e Hal ritenne preferibile cambiare argomento, prima che Giacomo avesse un’altra delle sue geniali uscite.
“Come sta Davide?”
“Non lo vedo da ieri, chissà dove s’è cacciato – Duna parve sollevata di poter parlare d’altro – sarà da qualche amica…”
“Eh, lui sì che si gode la vita – commentò Hal – Davide è il cugino di Duna.” Disse poi, a beneficio di Abel, anche se non desiderava coinvolgerlo troppo. Forse era una sua impressione, ma da quando Duna era entrata gli sembrava più teso, non in maniera ostile, piuttosto come se prestasse un’attenzione estrema… alla ragazza? Hal era sempre molto attento a tutto quel che riguardava l’orda. Forse sbagliava, forse Abel era semplicemente attratto da Duna, forse diffidava dopo aver sentito come ne avevano parlato… ma forse no. Era sempre meglio stare attenti. Almeno, lui doveva stare sempre attento. Era suo compito, dopotutto. Quello e tenere a posto le teste calde.
Oltre a combattere nelle ordalie, chiaramente, anche se erano passati anni dall’ultima volta che qualcuno era stato così stupido da sfidarlo.
“L’avevo intuito – Abel si tese leggermente verso la ragazza – mi dicevano che non vieni qui spesso. La tua presenza adesso è dovuta all’incontro di ieri?”
“Mi hai solo fatto venire in mente che mancavo da un po’.” Che avesse avuto anche lei l’impressione che Abel fosse troppo interessato, o soltanto che non volesse dare confidenza, Duna teneva le distanze. “Ma visto il casino che è successo – e accennò con la testa alla televisione – credo che me ne andrò presto.”
“Paura di incontrare una tanto forte?” Giacomo non deludeva mai, in tema di uscite infelici, e Hal fu intimamente grato che al bancone ci fossero i due individui più pacifici di tutta l’orda, o quelle sole parole sarebbero bastate a scatenare una rissa coi fiocchi. Aprì la bocca per dirgli di stare zitto, ma Duna lo precedette.
“Davvero una bella prova di forza, sbranare due barboni col fegato rovinato dall’antigelo, roba da medaglia d’oro, vero?”
Giacomo la fissò come si può guardare un topo con due teste. “Patrizia è una ragazzina e Hal non la fa ancora Cacciare, ma che pretendi? Per le prede decenti dovrà aspettare, ma è in gamba, se la caverà benissimo… e tu, ci verrai alla prossima Caccia?”
Gli occhi di Duna scintillarono in modo strano, allarmante, e prima di rendersene conto Hal si ritrovò ad intervenire.
“Giacomo, perché non te ne vai al tavolo coi tuoi compari? Visto che non stai consumando non serve che resti al bancone.”
“Io…”
“Forse non mi sono spiegato: sparisci.” Si erse in tutta la sua statura, sapendo di avere un aspetto impressionante, alto, massiccio, con la pelle nera come l’ebano sulla quale i denti bianchi spiccavano in maniera quasi innaturale. Giacomo si passò la lingua sulle labbra, lanciò un’ultima occhiata malevola a Duna e sgombrò il campo.
“Grazie.” Disse quest’ultima quando Giacomo si fu seduto dall’altra parte del locale, immergendosi all’istante in un dettagliato resoconto dell’accaduto. Sembrava non si fosse accorto della luce bruciante negli occhi della ragazza, ma era stato un attimo, meno di un battito di ciglia, un’espressione così fuggevole che Hal si chiese se non se l’era solo immaginata. Non andava bene che Duna guardasse così un compagno… Si accorse che anche Abel aveva seguito la scena con grande attenzione, ma non poteva aver visto proprio niente, e forse aveva solo avvertito una certa tensione nell’aria. Quella, non si poteva ignorare. Tra Duna e Giacomo non c’era mai stato un rapporto precisamente di affetto, sebbene non si fossero mai scontrati prima di quella sera: l’uno la considerava una sfigatella disadattata, l’altra lo riteneva un povero imbecille, Hal dava ragione ad entrambi. Ah, che meraviglia essere il capo. Tornò a spillare birre e distribuire tramezzini.
Mentre era impegnato a gestire la situazione al banco i clienti avevano continuato ad arrivare, e adesso riempivano il locale per oltre la metà, riunendosi in gruppi di amici. Alla fine rimasero isolati soltanto Abel e Duna, l’uno perché ancora non inserito, l’altra per scelta personale. Fu per questo motivo che, quando infine Patrizia fece il suo ingresso, Duna non la riconobbe e non se ne andò come si era proposta di fare: non la conosceva, e Abel non aveva ragione di informarla (anche se parecchio tempo dopo Hal sospettò che non avesse voluto informarla). La ragazza si accorse di lei soltanto quando se la ritrovò accanto a chiedere una coca e le dedicò niente più di una rapida occhiata prima di tornare al suo tè. Hal, dal canto suo, squadrò la nuova venuta da capo a piedi, prendendo nota degli striminziti short e della maglietta cortissima che lasciava scoperto l’ombelico, secondo i dettami della moda. Sembrava proprio che Patrizia non si rendesse ben conto di che quartiere era quello, era solo questione di tempo prima che avesse problemi con la gente del posto. Ed era giovane, troppo giovane per sapersi controllare abbastanza da portare le prede lontano da lì. Ecco un’altra ottima ragione per darle la lezione di cui aveva tanto bisogno: ci mancava solo di attirare l’attenzione mediatica sulla zona del Quadrifoglio Nero.
“Ciao.” Disse Patrizia all’indirizzo di Duna, la quale, non avendo ragione di ignorarla, rispose con un cenno del capo. “Sei nuova?”
Il sorriso di Duna diventò un po’ ironico. “Non proprio, ma mi faccio vedere poco. Credo sia tu quella nuova, tra noi.”
“Ah…” Patrizia sembrò spaesata: nella sua limitata esperienza di vita post Mutamento non aveva mai immaginato che qualcuno potesse andare al Quadrifoglio Nero men che ogni sera. “Beh, allora piacere, io mi chiamo…”
“Vuoi qualcosa da mangiare?” La interruppe Hal, colto da un impulso che non avrebbe saputo spiegarsi: desiderava mantenere un clima disteso adesso che Giacomo si era tolto dai piedi, e Duna non vi avrebbe contribuito, sapendo di avere davanti la responsabile di un atto che le aveva provocato tanto disgusto. Solo molto tempo dopo ammise (ma esclusivamente con se stesso) che, sul fondo delle sue acutissime percezioni, aveva avuto paura.
Era stato quello sguardo. Cupo. Feroce.
Non me lo sono immaginato.
“Ho già mangiato a casa.” Disse la ragazzina, scrutando Duna con grandi occhi curiosi. Quest’ultima le era più vicina per età di qualunque altro avventore presente in quel momento, e probabilmente doveva sembrarglielo ancora più di quanto fosse in realtà, visto che Duna mostrava meno dei suoi anni. Appena dodicenne, Patrizia era ancora abbastanza giovane da considerare l’età un fattore importante, se si voleva conoscere qualcuno.
“Quelli come noi non rifiutano mai un pasto – le disse Hal porgendole un paio di panini e un altro bicchiere di Coca Cola – non preoccuparti, non ingrasserai. Guarda Duna com’è in forma, e mangia più di un maiale da prosciutto!”
“Grazie, molto gentile.” Disse Duna in un tono volutamente gelido che fece ridacchiare Patrizia. Aspetta che siamo da soli e te la faccio passare io la voglia di ridere, pensò Hal.
“Quanti anni hai?” domandò ancora Patrizia, che sembrava aver deciso di fare amicizia con Duna. Quest’ultima sembrò rendersi conto che la ragazzina non si limitava ai convenevoli, ma voleva instaurare un rapporto più personale, e fu come se nella sua espressione si chiudesse una porta, con un tonfo che le trasparì chiaramente dalla voce, quando rispose: “Ventidue.”
“Cavoli, pensavo di meno! Io ne ho tredici… quasi tredici, vengo qui da due mesi, mi piace un sacco, com’è che tu non ti fai mai vedere? Voglio dire, qui si sta bene, in pace, no?”
Duna non rispose. Il galateo, nel Quadrifoglio Nero ancora più che nel mondo esterno, imponeva di smettere immediatamente di fare domande personali al minimo segno di reticenza da parte dell’interlocutore, perchè tutti i clienti del locale avevano luoghi oscuri, angoli personali che non intendevano condividere con nessuno, ma Patrizia non sembrava aver ancora captato la ferrea regola. Ripetè le domanda una seconda volta, ignorando la mano di Duna contratta sul bicchiere, lo sguardo che sfuggiva quello dell’interlocutrice, le braccia appoggiate di sghembo in modo da porre più distanza possibile tra loro. Sarebbe evidente anche per una preda, pensò Hal con un sospiro interiore, ma Patrizia ha il cervello annebbiato dalla sua nuova condizione. La sta praticamente implorando di mandarla a quel paese.
“Io sto in pace anche a casa mia.” Il tono di Duna era così scoraggiante che chiunque avrebbe desistito, tranne una ragazzina alle soglie dell’adolescenza avida di informazioni su quel mondo appena scoperto, avvincente come un bel film, adatto a lei come un vestito fatto su misura.
“Ah, davvero? Io a casa mia non resisto più di dieci minuti, appena mia madre esce infilo la porta anch’io, tanto basta che torni prima di lei… almeno fino a mezzanotte sono tranquilla. E tu, quando devi tornare…?”
Finalmente Duna si volse a guardare la sua interlocutrice, con quegli occhi grigioverdi che tanto piacevano a Giacomo, con un fondo più scuro, come la terra che si intravvede dietro le foglie di una pianta molto rigogliosa, e di nuovo Hal intervenne senza pensarci.
“Hai visto il telegiornale di oggi, Patrizia?” Di nuovo quel luccichio, quello sguardo di predatore furioso. Hal non si era mai accorto prima che Duna lanciasse segnali così eloquenti, così pericolosi. Sta arrivando al punto di rottura, pensò.
Abel grattò le orecchie di Tania e bevve un sorso di birra, ascoltando con attenzione.
“No, perché?” Patrizia era beatamente ignara della tensione che si andava accumulando. Ragazzini, pensò Hal. Se solo il Mutamento avvenisse qualche anno dopo, passata la pubertà, quanti guai ci risparmieremmo.
“Abbiamo sentito il telegiornale, prima che tu arrivassi. Cosa hai combinato?”
Patrizia arrossì leggermente, ma rispose in tono di sfida. “Niente di male: me l’hai detto tu che non c’è niente di male in…”
“Ti ho detto che non c’è niente di male quando succede. Non ricordo di averti detto che dovevi andartele a cercare, mi sembra.”
“Oh, ma che c’entra… tanto erano solo barboni…”
Duna fissò la ragazzina, perché aveva finalmente capito con chi aveva a che fare. Tirò fuori il portafogli e sbattè una banconota sul bancone. “Posso pagare, Hal? Vorrei andarmene.”
Fu completamente ignorata. Hal non aveva tempo per occuparsi anche di lei, ora che aveva innescato il processo. “Lo sai cosa rischi con queste bravate, eh? Lo sai che a Roma c’è il Vaticano? Quanto credi ci metteranno a capire che non sono stati dei cani randagi?”
Patrizia sembrò spaventata, ma si riprese subito. Hal non se ne stupì: a quell’età, appena imparato quel che si poteva fare, quel che si poteva diventare, ci si sentiva forti, invincibili. Riportare i novellini alla realtà era un compito monotono, difficile e sgradevole. Lo odiava. Lo faeva sentire una baby sitter, non un capo.
“Anche se lo capiscono, dov’è il problema? Non arriveranno mai a me…”
“Piccola stupida – le diede sulla voce Hal, che cominciava ad arrabbiarsi – tu non hai idea di dove sono capaci di arrivare, quelli! Senza contare che rischi di metterci in pericolo tutti! Almeno questo riesci a capirlo?”
L’espressione di Patrizia era chiusa e ostinata. Hal pensò che no, non riusciva a capirlo.
“Se ti prendono – le illustrò a denti stretti – ti faranno parlare. Se ti faranno parlare, parlerai di noi. E dimmi, allora cosa ci succederà, eh?”
Patrizia arrossì violentemente. Per un momento Hal si illuse che la ragione fosse che aveva capito il pasticcio combinato, ma quando parlò di nuovo, fu chiaro che era semplicemente infuriata. “Ah, ecco… non te ne frega niente di me, ti preoccupi soltanto che non crei problemi a voialtri. Mi pareva strano… mica t’importa sapere perché l’ho fatto!”
Cominciava ad alzare la voce e la gente nel locale iniziava a guardarli. Sapevano tutti cosa stava succedendo, sapevano perché succedeva e sapevano come sarebbe finita, e le conversazioni sparse si placarono man mano che i partecipanti spostavano l’attenzione sulla scena che stava avvenendo al banco. Duna dovette decidere che aveva visto abbastanza, perché lasciò lì la banconota e fece per andarsene, seguita dal suo cane.
Fu allora che Patrizia commise l’errore fatale. Si volse di scatto verso Duna, riversandole addosso la sua rabbia. L’unica attenuante che Hal potè in seguito concederle fu che nemmeno lui aveva immaginato come si sarebbero svolti i fatti, di lì a poco.
“Neanche a te ne frega un cazzo, vero? Te ne scappi perché hai paura di far brutta figura col capo, vero?” La voce di Patrizia era stridula, più una goffa richiesta di aiuto e man forte che un’accusa, ma Duna non aveva mai dato aiuto e man forte a nessuno, in quel locale, di certo non per ragioni come quelle che avevano ficcato Patrizia in un simile situazione, e non avrebbe cominciato adesso. Hal lo sapeva come sapeva di essere stato adottato quando era ancora in fasce, nel Malawi, e di farsi chiamare con quel diminutivo americanizzato perché detestava il suo vero nome, Alassanne.
“Che non me ne frega un cazzo è vero – rispose Duna lentamente, come parlando a una ritardata – e per far brutta figura col capo bisogna comportarsi come te, non come me. Hai fatto una stronzata, prendine atto e la prossima volta impara a controllarti. Fine.”
Dovevo essere io a dirlo, pensò Hal, ma si astenne dall’intervenire perché si rese conto che Duna era arrabbiata, si controllava a stento. Parte sicuramente derivava dal fatto che la ragazza mal sopportava azioni come quelle di Patrizia, ma Hal era sicuro che dipendesse soprattutto dal fatto che non tollerava un simile atteggiamento da parte di quella ragazzina insolente, tanto più giovane di lei, un cucciolo che ringhiava ai membri più anziani per tentare la scalata gerarchica e riuscire a imporsi su qualcuno. Patrizia era l’ultimo membro del branco, mentre la posizione di Duna non era mai stata chiara, e sembrava proprio fosse arrivato il momento del confronto. Era una di quelle situazioni che non andavano interrotte.
Hal notò che Abel aveva infilato le dita sotto il collare di Tania e la teneva saldamente, anche se il cane non dava segno di volersi avventare, non era mai irrequieto, lì nel Quadrifoglio Nero: si limitava a guardare la sua padrona, con le orecchie ritte e l’espressione attenta. Un’attenzione che si rifletteva sul volto di Abel, tanto che né la menomazione né la barba potevano più nasconderla, ormai.
Il contrasto tra la voce di Duna, secca e controllata, e quella di Patrizia, alta e furiosa, fu evidente non appena questa riprese a parlare. Ormai tutti nel locale li stavano osservando.
“Ma chi ti credi di essere! Tu non sei nemmeno il capo, e mi fai la predica così! Oppure te la fai con lui?” Additò Hal, il quale, dopo un attimo di sbalordimento, colse gli sguardi divertiti degli astanti e dovette a sua volta trattenere una risata: il dramma che diventava farsa, la ragazzina che parlava senza neanche sapere cosa diceva. Duna non fu pronta come lui e ridacchiò, anche se in maniera molto sommessa, cosa di cui la vanità di Hal le fu profondamente grata. Probabilmente fu questo a far infuriare ancora di più Patrizia, che scoprì i denti come un cane che ringhia e quasi gridò: “Fai la predica come se fossi il capo ma al primo guaio te ne scappi, eh? Non hai nemmeno l’accento romano! Da dove vieni?”
“Dal nord – rispose Duna – il resto non ti riguarda.”
“Cos’è, ti hanno cacciata via da là perché hai fatto qualche cavolata, del tipo che mandavi a monte le Cacce perché te la facevi sotto, o…”
Uno sgabello finì urtato e cadde a terra mentre Duna scattava verso la ragazzina, a una velocità tale che Hal quasi non la vide: si accorse solo che sollevò Patrizia di peso come un cucciolo disobbediente e la sbattè sul ripiano di pietra del piano bar, con un tonfo sordo che le fece uscire il fiato in un singulto. Patrizia si ribellò scalciando e cercando di graffiarla, ma Duna le premette l’avambraccio sulla gola, e la ragazzina dovette sospendere l’offensiva in cambio di una lotta per respirare.
Gli astanti osservavano la scena, fermi e quasi solenni.
“Due soli consigli, mocciosa rompipalle – disse Duna, con una voce così serena che non sembrava stesse trattenendo a forza qualcuno – primo, ascolta quello che ti dice Hal come fosse Vangelo se vuoi campare, e secondo, non fare mai domande o insinuazioni a chi può farti volare la testa dal collo. Hai capito?”
Patrizia aveva assunto un’intensa tonalità color prugna, al cui confronto i rossori di poco prima sembravano macchie stinte, ma riuscì ancora a farsi uscire di bocca qualcosa che somigliava a uno “…stronza…” soffocato dai colpi di tosse. Duna premette un po’ di più l’avambraccio.
“Hai capito?”
Patrizia le graffiò una mano, profondamente, facendone spillare il sangue. Una goccia scivolò lentamente lungo il dorso e Hal vide Duna seguirne il tragitto, affascinata. Gli parve quasi di leggerle nel pensiero: tanto rotonda, scura, perfetta…
“Basta così, Duna.” Hal ebbe l’impressione che la sua voce dovesse attraversare una grande distanza, tanto sconfinata da perdersi prima di arrivare alla ragazza, e lei non l’ascoltò nemmeno. La vide spostare lo sguardo dalla goccia di sangue alla gola della ragazzina, che pulsava all’impazzata cercando di pompare ossigeno al cervello, liscia e tenera, pulita e invitante…
“Duna, lasciala andare.” Hal non alzò la voce, non lo faceva praticamente mai, ma il tono era adesso inequivocabilmente minaccioso e parve finalmente raggiungere la ragazza, che trasalì bruscamente. Alzò la testa come se si svegliasse da un sogno, incontrando lo sguardo di Hal, l’ordine espresso che gli scintillava negli occhi, un ordine a cui non si poteva opporre. Indietreggiò lasciando libera Patrizia, che cominciò a tossire furiosamente tenendosi il collo, ancora paonazza in faccia. Ebbe un paio di conati, ma miracolosamente riuscì a non vomitare e restò lì a gemere per il male.
Duna si lasciò cadere su una sedia, l’aria talmente scossa da far pensare ad Hal che era il momento di farle quel discorsetto a lungo rimandato. Anche se aveva risolto la situazione in maniera più che egregia, tanto che erano in parecchi a lanciarle sguardi di ammirata approvazione, il modo in cui aveva guardato Patrizia mentre la tratteneva a forza, come se fosse in Caccia, era innammissibile nel Quadrifoglio Nero. No, di più, è innaturale… sta forzando la sua natura oltre ogni limite, così non può andare avanti. Sono stato anche troppo comprensivo con lei, è ora di mettere un punto, prima che succeda qualcosa di veramente serio. Devo pensare all’orda.
Aiutò Patrizia a tirarsi su, le diede un bicchiere d’acqua e le disse di tornare a sedersi, buona e tranquilla, prima che succedesse di peggio. Gli spettatori si rilassarono e tornarono alle loro occupazioni, bere e discutere, e nessuno si curò più di quel che succedeva al banco. Le gerarchie erano stato chiarite, lo screzio si era concluso e nessuno aveva niente da dire al riguardo. Per il momento, pensò Hal guardando Duna, ma adesso sanno che sa essere forte, se vuole, e alla prima parola sbagliata dovrà di nuovo farsi valere. La domanda è: sa quando deve fermarsi, se c’è da reagire?
Hal aveva una gran paura che la risposta fosse no.
Dopotutto, se era piena di rabbia verso la sua natura doveva esserlo anche verso quella dei propri simili.
Lasciato libero da Abel, il cane andò da Duna e le posò la testa sulle ginocchia, scuotendola dal suo torpore e facendola alzare. Si avviò verso l’uscita, senza salutare nessuno, e Hal decise di muoversi. “Tu, un’altra stronzata come quella coi barboni e ti spezzo in due, capito? E non rompere più le palle a nessuno, qui dentro.” disse duramente a Patrizia, la quale annuì quasi con umiltà continuando a massaggiarsi il collo, sul quale l’indomani avrebbe avuto un bel souvenir, viola contornato di giallo. E le era andata già bene così, considerò Hal uscendo dal locale nel vicolo sudicio, chiudendosi la porta alle spalle. Sentendo i passi sulla scala di ferro che saliva a livello della strada, Duna si volse.
“Avanti, torna dentro – la invitò, sapendo benissimo che lei non l’avrebbe mai fatto – non è successo niente.”
“Ho aggredito una ragazzina di dodici anni e dici che non è niente?”
“Patrizia aveva bisogno di una lezione – rispose Hal con indifferenza – ed è meglio che sia stata tu, piuttosto che uno degli altri.”
“Ah, grazie di avermi usata per dare una lezione alla novellina. Potevi farlo tu, sei pur sempre il capo, no? A me interessa solo stare tranquilla.” Disse lei, in tono bellicoso. Hal lo ignorò.
“Sì, tu cerchi sempre di stare tranquilla… ma stasera non è andata così, eh?” La guardò con occhi penetranti, quasi cercasse di vedere i suoi pensieri, anziché la sua figura. Duna spostò il peso da un piede all’altro. Sembrava a disagio. “Sei molto forte, sai, non lo credevo: non si direbbe, a guardarti.”
“Sarebbe un complimento?”
“Sicuro. Non dico a qualcuno che è forte così alla leggera.”
Duna non lo ringraziò. “Se non c’è altro, me ne stavo andando…”
“Per la verità ci sarebbe qualcos’altro.” Le si avvicinò azzerando la distanza tra loro e Duna si innervosì immediatamente. Probabilmente aveva una mezza idea di quel che lui voleva dirle, ma dubitava che ciò avrebbe facilitato il suo compito, visto il rigetto totale che la fanciulla aveva verso simili argomenti. Perché tutti cercano di diventare capobranco, quando ci sono solo ed esclusivamente rogne? Lui aveva assunto quel ruolo quasi dieci anni prima, un tempo lunghissimo, e gli riusciva difficile ricordare una sola ragione valida per cui aveva deciso di sfidare il capo di allora. Tutto quel che gli veniva in mente era soltanto che aveva combattuto perché riteneva di poter vincere, ma più che una ragione questa avrebbe dovuto essere una considerazione, visto che la posta in gioco era la vita. Ne avevo davvero fatta una ragione? Mamma mia, com’ero giovane.
Avrebbe volentieri ceduto la carica, se questo non avesse significato perdere anche la vita sotto gli artigli del suo avversario. Era in trappola. Per un momento capì perfettamente quel che provava Duna, prigioniera di una condizione che non sopportava, ma bandì risolutamente ogni simpatia e si decise a dire, con una voce dura che nulla aveva a che fare con le parole amichevoli di poco prima: “Tu non stavi dando una lezione alla novellina, Duna. Tu volevi farle del male. Eri fuori di te. L’hai trattata come una preda.”
Duna tacque. Quindi se n’era resa conto anche lei.
“Da quanto tempo non vai a Caccia, Duna?”
“Sai benissimo che non ho mai Cacciato da quando vivo qui a Roma, Hal.” Rispose Duna, tesa. A nessuno tranne che ad Hal avrebbe mai permesso di parlarle delle Cacce.
“So che non ami Cacciare con l’orda, ma se hai avuto qualche iniziativa personale è il momento di dirmelo.” Disse Hal. Duna lo fissò quasi scandalizzata, come faceva sempre quando si parlava di simili argomenti. Ne odiava anche la menzione, ma ormai lui non poteva più abbuonarle nulla.
“Niente Cacce. Solo Mutamenti alla luna piena, e me ne sto alla larga dalla gente.” Rispose lei, come Hal si era aspettato. Trattenne un sospiro (sarebbe stato segno di debolezza) e le chiese, in tono inquisitorio: “Come assecondi la tua natura, allora? Cosa fai quando sei Mutata?”
Duna spostò il peso del corpo da un piede all’altro, lanciando un’occhiata alla strada antistante, ma ebbe il buonsenso di rimanere dov’era. Se solo avesse provato a svicolare, Hal l’avrebbe presa per la collottola come un cagnolino che ha fatto pipì sul tappeto e le avrebbe dato la lezione più dura della sua vita.
“Senti, se io odio scenate come quella di stasera è proprio perché voglio evitare situazioni a rischio…”
Ad Hal non sfuggì che aveva evitato di rispondere alla sua domanda. “Non ha senso. Ti stai reprimendo, accumuli tensione, rabbia: prima o poi esploderai, e sarà un macello. Stasera c’è mancato poco, lo sai anche tu. Sei una bomba innescata, Duna. Dovrai essere presente alla prossima Caccia, e stavolta non è un invito, è un ordine.”
Duna rabbrividì in maniera incontrollabile, e lo guardò con occhi talmente disperati che Hal ne ebbe pena. Non riuscì a impedirselo. Qualsiasi fosse la ragione che l’aveva ridotta a quella condizione patetica, era chiaro che non voleva assolutamente Cacciare, che desiderava solo dimenticare le notti in cui la sua natura la obbligava a ricordare chi era, che intendeva essere… com’era quella parola ridicola, quel concetto vuoto che tanto piaceva alla folla di prede, là fuori? Normale.
Serrò i denti obbligandosi a ricordare che la ragazza era un problema per l’orda, un disonore per la loro schiatta, se davvero la pensava così, e che non esistevano giustificazioni per un comportamento tanto irresponsabile, che avrebbe potuto mettere in pericolo tutti. “Sarà tra dieci giorni – le comunicò nel tono impersonale di una segreteria telefonica – se non te lo ricordi, guarda il calendario, ne avrai pur uno con le fasi lunari. Qui, al Quadrifoglio Nero, al tramonto. Se non ci sarai, non tornare mai più.”
In tanti anni era forse la terza volta che Hal minacciava in quel modo un membro del branco, perché tutti, per quanto fossero intemperanti e spesso avventati, imprudenti o anche sadicamente sanguinari, desideravano anzitutto non essere estromessi, non rimanere da soli, e il solo pensiero che l’estrema conseguenza delle loro azioni potesse portare a tanto bastava a sottometterli seduta stante alle direttive del capo, qualunque cosa pensassero. L’ironia di parlare in quel modo alla persona forse più pacifica, nell’orda del Quadrifoglio Nero, non gli sfuggì. Ma sapeva di non poter agire diversamente.
Duna trasalì a quelle parole e lo fissò incredula. Hal pensò che sarebbe scoppiata a piangere, non tanto per la sua minaccia quanto per puro sfogo nervoso, ma quando parlò di nuovo fu chiaro che la ragazza era anni luce lontana dal cedere, di fronte a lui. Per un momento gli sembrò di aver sentito male, perché lei disse: “E se rifiuto?”
Hal cercò di mantenere un’espressione sfingea, ma temeva fortemente di aver spalancato gli occhi per lo choc. Lo stava sfidando. Lo sfidava. Forse no, forse sta solo cercando una scappatoia…
“Se rifiuti, e ti fai di nuovo vedere, sarai tu la prossima preda di Caccia. Credi che ne valga la pena, Duna?”
Lei continuava a guardarlo, con quei grandi occhi grigioverdi, il colore di una foresta immersa nella luce della luna, un luogo atavico e selvaggio, incontaminato e potente, con un scintillio sul fondo, gli occhi gialli di un lupo che spiano la preda dal folto, il candore lucente delle zanne, i muscoli pronti a scattare… Hal ebbe paura, la stessa paura provata nel locale, ma solo per un istante, perché adesso erano soli, uno di fronte all’altro, lui non doveva preoccuparsi di proteggere i membri più deboli e la ragazza se l’era cercata, oh se se l’era cercata…
Il rumore della porta che si apriva e di qualcuno che saliva le scale ruppe la bolla di stasi nella quale si trovavano: Hal girò gli occhi verso il seminterrato e Duna sussultò violentemente, come se si fosse resa conto solo in quel momento di ciò che per poco non aveva provocato. Stava sfidando il capo. La vide sbiancare e barcollare, come se le sue gambe avessero perso ogni forza.
Patrizia fece capolino dalla scala. Sembrava imbarazzata. “Scusate – disse timidamente – non volevo creare tutto questo casino, stasera, me ne vado io… mi dispiace di averti fatta arrabbiare.” Terminò rivolta a Duna, guardandola con qualcosa di molto simile al rispetto. Ad Hal parve quasi di sentire il rumore del botto, quando Duna esplose. “Vaffanculo!” esclamò, e girò sui tacchi allontanandosi tanto in fretta che quasi correva, col cane che la seguiva da presso.
Hal guardò Patrizia. Non sapeva se ringraziarla o prenderla a scrolloni per averlo interrotto, così optò per ignorarla e rientrò nel locale senza badare alla sua espressione mortificata.
Abel era ancora al bancone, a giocherellare con gli occhiali scuri, e fu l’unico a prestargli attenzione quando riprese il suo posto: non era insolito che il capo volesse prendere da parte un membro del branco, e ancora meno che lo facesse dopo quel che era avvenuto poco prima, perciò nessuno aveva fatto granchè caso all’uscita di Hal e ancora meno al suo ritorno. La cosa per un momento lo spaesò, perché gli parve impossibile che tutti fossero lì tranquilli quando nel vicolo per poco non si era consumata una vera e propria ordalia, la prima dopo anni. Ma ciò che lo sorprese di più fu di sentirsi quasi irritato, mentre lasciava vagare lo sguardo sul suo branco: nessuno tra loro aveva dubbi, preoccupazioni, pensieri, semplicemente perché era lui a farsi carico di tutto, e per proteggere quelli aveva dovuto cacciare via l’unica che aveva sentito davvero vicina, sia pure per un momento. Duna era una sciocca, ma Hal non poteva fare a meno di apprezzare il suo coraggio, anche se la furia che reprimeva era capace di spaventare anche lui.
“Allora, tornerà?” La voce di Abel sembrava un’estensione dei suoi pensieri. Hal lo guardò. “Immagino tu le abbia dato un ultimatum.” Aggiunse il cieco, interpretando correttamente il silenzio stupito del capobranco.
“Non sono cose che ti riguardano.” Rispose Hal, prendendo lo straccio per asciugare i bicchieri e cominciando a strofinarne uno già perfettamente pulito. Non capiva come Abel potesse avere arguito tanto bene quel che era accaduto nel vicolo. Aveva chiuso il portone proprio per evitare presenze indiscrete.
“Non si vede solo con gli occhi.” Abel sembrava leggergli nel pensiero. Hal gettò lo straccio nel lavello: per quella sera ne aveva abbastanza, di membri del branco che non stavano al loro posto. Aprì la bocca per intimargli il silenzio, ma Abel lo precedette: “E’ in gamba, quella ragazza. Ha le idee parecchio confuse, ma è in gamba. Sarebbe un peccato per l’orda, se non tornasse.”
“Sarebbe ancora più un peccato se combinasse un disastro e ci facesse andare di mezzo tutti – replicò seccamente Hal – se non ti sta bene come gestisco il mio branco, va’ da un’altra parte.”
“Oh, non volevo contestare il tuo comando – rispose Abel, per niente turbato dall’irritazione del capo – stavo solo facendo delle considerazioni. Se non si fa ammazzare nell’immediato futuro, penso proprio che tornerà.”
“Tu dici?”
“Dico – Abel inforcò gli occhiali neri, coprendo l’orrenda visione delle orbite vuote – ma non tornerà per Cacciare, temo.”
“Allora le conviene non tornare proprio.” Disse Hal a muso duro. Non avrebbe cambiato idea su quello, di certo non perché glielo chiedeva un forestiero menomato, se era lì che intendeva andare a parare.
“Tornerà – ripetè Abel – oppure morirà. Dipende solo da come emergerà la Bestia quando alla fine dovrà lasciarla libera.”
“In tutti e due i casi, il problema è suo. Non te ne incaricare.”
Abel cercò a tentoni il suo bastone, lo trovò e si alzò in piedi. “Il problema potrebbe diventare di tutti, è questo che sto cercando di dirti. Ci sono cose dalle quali nemmeno tu puoi proteggere l’orda.”
“Ma di che cazzo parli?” sbottò Hal. Ci mancava solo il vecchiardo che parlava per enigmi e che pretendeva di saperne più del capo. Fortuna che era davvero troppo malconcio per sfidarlo, altrimenti Hal sospettava che avrebbe dovuto stare attento. All’inizio della serata credevo di avere individuato i due membri più tranquilli dell’orda, e adesso mi ritrovo a dovermi guardare da entrambi…
“Niente, niente – rispose Abel mentre si avviava, muovendo il bastone davanti a sé per evitare gli ostacoli – sono solo un vecchio apprensivo, alla fine dei conti. Non fare caso a tutto quel che dico. Spero soltanto che la ragazza ritrovi il buon senso, tutto qui.”
“Lo spero anch’io.” Rispose Hal, cercando di ignorare l’inquietudine che voleva affiorare, come un cadavere rimasto troppo a lungo sott’acqua, spinto su dalle parole sibilline del forestiero.
Ci sono cose dalle quali nemmeno tu puoi proteggere l’orda…

 
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