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4.

November 7 2006 at 1:10 PM
  (Login _Jade_)


Response to Rêverie [House/Battlestar Galactica]

 



Quando House riaprì gli occhi e si ritrovò di nuovo in un letto d’ospedale, desiderò poterli richiudere all’istante e ritornare nell’incoscienza… per sempre. Ogni volta credeva fosse la volta buona, ogni volta era puntualmente smentito. E a dirla tutta, d’accordo che tra alcol, Vicodin, la moto e una certa tendenza all’autodistruzione si poteva perfino pensare che avesse un desiderio di morte, ma fino a quel momento aveva sognato di morire già due volte ed entrambe in modo traumatico. Beh, forse non la seconda, ma era avvenuta in una cella di una nave militare, e il come c’era finito poteva essere considerato traumatico.
Mosse gambe e braccia, felice di notare di non essere legato, e cercò di ascoltare i rumori del posto dove si trovava. O meglio, la loro assenza. Avrebbe potuto giurare di essere da solo…
Un rumore di passi in avvicinamento lo portò a fissare attentamente la porta. Subito entrò un medico di colore con in mano la sua cartella. Per un istante pensò a Foreman… ancora non riusciva a credere che lui, Cameron, Cuddy e gli altri fossero stati solo un parto della sua immaginazione.
“Bentornato tra noi, dottor House.”
“Ci conosciamo?”
“Non di persona, ma ho letto le sue pubblicazioni. Sono il dottor Wilson, Simon Wilson, comunque.”
“Felice di conoscerti, Simon Wilson. Si possono avere degli antidolorifici in questo posto?”
“Farò il possibile, ma li stiamo razionando. Dopo l’attacco si sono interrotti tutti i rifornimenti, e i sopravvissuti sono…”
L’attacco. Caprica. L’olocausto nucleare a cui aveva sognato di scampare.
“Dì la verità, doc. Non ce ne sono. Dopo un bombardamento del genere… e io, come diavolo…?”
“Un caso molto fortunato. L’onda d’urto di una testata ha distrutto l’ospedale, ma lei e qualche altro che si trovava nel parcheggio vi siete salvati.”
“E i miei colleghi? E parlando di ospedali, perché qui c’è tanto silenzio?”
“Siamo due medici, e cinque maestre che fingono di essere infermiere. Nessuno del Caprica City Hospital, mi dispiace. Per il silenzio… la maggior parte dei nostri pazienti è affetto da un avvelenamento acuto da radiazioni…”
Questo mi ricorda qualcosa, pensò House, pensando al caso di Carnell e di suo padre. Anche se nel loro caso non centravano testate nucleari ma un pezzo di metallo radioattivo.
“I sintomi” continuo Simon “sono una forte stanchezza e nausea immediata. Sono seguiti da vari giorni di relativo benessere… dopodiché, la morte cellulare nel tessuto gastrico e intestinale causa forte diarrea, emorragia intestinale e perdita di liquidi. Non è bello, ma è…silenzioso.”
House annuì silenziosamente.
“Sì, ma gli antidolorifici” disse un paio di secondi più tardi. “C’è modo di averne? Perché se non l’ha visto, ho un muscolo in meno nella gamba, ed è una cosa abbastanza dolorosa.”
Simon fece una faccia come per dire ‘Ma ha sentito quel che ho appena detto?’, ma preferì tacere.
“Il Demerol non mi fa schifo, ma se ci fosse del Vicodin sarei più felice.”
“Vedrò in medicheria” rispose il dottore scrivendo qualcosa nella sua cartella e poi uscendo.
Quella frase e il tono che aveva usato Simon piacevano poco ad House. Molto poco. Ed approfittando del fatto di non essere legato, tentò subito di alzarsi in piedi ed eventualmente provvedere da solo. Con un po’ di fatica riuscì a mettersi seduto da un lato del letto, e stava riprendendo fiato quando sentì ancora rumore di passi. Impossibilitato a ritornare nella posizione precedente in tempo utile, si rassegnò a essere beccato…
Senza voltarsi, vide con la coda dell’occhio un uniforme rosso scuro – sicuramente una delle maestrine/infermiere – entrare nella stanza ma non avvicinarsi.
“E va bene, m’hai beccato. Ma gli antidolorifici li posso avere comunque?”
Sentì una risatina sommessa, e fu quello che lo spinse a voltarsi per guardare la donna.
Si trovò sorpreso a fissare gli occhi azzurro ghiaccio di Six.
“Perché non sono sorpresa di questa tua iniziativa?” disse la donna, mettendosi di fronte al dottore.
House era ancora incredulo. “Che fine hanno fatto vestito rosso e tacchi a spillo? Erano entrambi cari al mio cuore in egual misura… e ti stavano da dio, ad ogni modo.”
“Allora mi ricordi. Bene, questo semplifica le cose.”
“Semplifica cosa?”
“Quello che devo spiegarti. Molti pazienti non ricordano quando qualcuno cammina nei loro ricordi.”
“Nei miei ricordi? Tu non eri nei miei ricordi! E che diavolo intendi con ‘camminare’?”
“Ero io, nella tua testa. Cercavo di indurti a svegliarti… ma non ho fatto un’entrata molto precisa. Anche tu non hai fatto molto per aiutarmi a farti svegliare! Il tuo subconscio mi ha fatto una guerra serrata, ti portava ogni volta in un posto diverso e dovevo ricominciare da capo.”
“Dimmi che non sei una maestrina diplomata e che sapevi quel che facevi.”
“Sono un aiuto del dottore.”
House notò che non aveva risposto alla domanda, ma per il momento andava bene così. Le chiese il nome, e lei sorridendo gli disse ‘Aiuto del dottore’.
“Non hai un nome? Perché mi piacerebbe davvero saperlo.”
“Non è il momento” disse lei controllando la flebo e rimettendolo a letto. “Ma presto lo sarà.”
E non si stava solo riferendo al momento in cui gli avrebbe detto o meno il suo nome, House ne era certo.
“Sarà il momento… per cosa?”
“Per molte, molte cose.”

La sua bionda infermiera non scherzava. E nemmeno il medico che gli aveva mandato la sorte. Lo rimisero in piedi in men che non si dica, ma niente bastone, andato distrutto durante il bombardamento. House malvolentieri accettò la stampella che Six gli offriva, e con quella fece il gran tour dell’ospedale assieme a lei e Simon.
“Prima dell’attacco era una struttura psichiatrica, che abbiamo riconvertito in un ospedale. Dello staff insufficiente le ho già parlato, dottor House, per questo sarei molto felice se lei ci desse una mano…”
House però lo interruppe subito con un’osservazione “Salvate solo le donne? Perché sembra discriminazione.”
“Perché dice questo, dottor House?”
“Perché, dottor Wilson, non ho visto un solo uomo a parte me e lei da quando sono uscito dalla mia stanza e abbiamo iniziato questo giro. Ed è quello lì” disse indicando l’infermiere che conosceva come Aaron Doral.
“Sono in un’altra ala, con l’altro medico di questa struttura. Lei è stato ricoverato qui perché avevamo più stanze libere, e perché così è stato possibile tenerla in isolamento. Abbiamo pochi farmaci, e quasi nessun antibiotico. Le infezioni sono i veri killer da queste parti.”
“Capisco. Proseguiamo.”
Tuttavia, non era del tutto convinto. Il sogno che aveva fatto prima di svegliarsi, l’ultimo, continuava a passargli davanti agli occhi. Dopo aver passato due mesi in balia di sogni più reali della realtà, si sentiva incline a fidarsi più del suo inconscio che di quello che stava vedendo.
Era quasi curioso di nominare la parola ‘cylon’ e vedere che succedeva.
Se poi non lo fece, è perché Simon lo mise subito al lavoro, a fare analisi su analisi. Si scusò dicendo che era una cosa provvisoria, e House accettò senza protestare. Gli serviva calma, e il laboratorio gliel’avrebbe garantita. Giustificò la grande abbondanza di campioni di tessuti e ovaie appartenenti a donne con quel che Simon gli aveva spiegato sul genocidio e sull’importanza delle donne fertili, e non si fece più domande.
Almeno fino a quando non si trovò tra le mani una provetta etichettata ‘Thrace, Kara’.

Rimase a fissare quel campione con sguardo allibito per un discreto ammontare di tempo.
Kara, la ragazza che aveva conosciuto nel suo sogno… era reale? Come diavolo era possibile?
Six aveva sempre detto che non apparteneva alle realtà che vedeva, ma non aveva mai avuto nessun indizio che fosse lo stesso anche per lei!
Una volta fatto un respiro profondo, decise di applicare un po’ di razionalità e il Rasoio di Occam. Cos’era più probabile, che si trattasse della stessa Kara Thrace o di un caso di omonimia?
L’omonimia era l’opzione più sensata, e decise di tenersi a questo, rimettendosi al lavoro.

Intanto, D’Anna stava chiedendo a Doral, Six e Simon cosa pensassero di House.
“Accetterà?”
“È presto per dirlo” disse Simon. “Al momento l’ho messo a lavorare in laboratorio. Appena sarò certo che non creerà problemi, potremo portarlo a contatto con le pazienti alla fase uno.”
“Devi avere pazienza, Numero Tre. Non è una cosa semplice” aggiunse Six.
“Per lui, noi o te?” domandò la donna, con un sorrisetto sgradevole.
Six si ritrovò gli sguardi di tutti puntati addosso, e maledì quella strega una volta di più.
“Se facciamo un passo sbagliato…”
“Muore. Eravamo d’accordo così, giusto?”
“Dio ha voluto che sopravvivesse al bombardamento della sua città. L’ha risparmiato. Vuoi saperne più di lui?”
Simon e Doral andavano con lo sguardo da Six a D’Anna, che ora si fronteggiavano silenziosamente. D’Anna fu la prima a rompere il contatto.
“Ovviamente no. E poi, chi sono io per mettere in dubbio la volontà di Dio? Come vuoi tu, Six, avrà tutto il tempo che vuole. Ma” e si voltò a parlare con Simon “voglio che venga istruito al più presto su quello che facciamo qui… su quello che lui crederà di fare qui.”
Salutò brevemente Six, e poi se ne andò con gli altri due. Six la guardò andar via. D’Anna voleva solo una scusa in più di quelle che già aveva per liberarsi di lui, e doveva stare molto attenta a non essere proprio lei a dargliela.

Ignaro di quanto realmente la sua vita fosse appesa ad un filo, House concluse il suo terzo giorno di lavoro al laboratorio. Per quanto si sforzasse, l’occhio continuava a cadergli su quel referto.
Kara Thrace.
Aveva deciso che era solo un caso di omonimia, ma non riusciva a smettere di pensare che, forse, il rasoio di Occam non si poteva applicare a quello che stava sperimentando.
Due secondi più tardi, era fuori dal laboratorio e alla ricerca di Kara.


 
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