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SANGUE
Via Tuscolana, 14 luglio
L’alba. A volte la sognava ancora: non il lento, livido schiarimento nella confusione crescente dei pendolari che intasavano le strade, ma il glorioso levarsi del sole sulle colline, che le tingeva per qualche minuto al giorno di una luce rosea, iridescente, lentamente declinante verso l’oro, per poi svanire del tutto man mano che la grande palla di fuoco prendeva il suo posto, lassù in mezzo al cielo. Erano bei sogni, pieni di girasoli, margherite, campi odorosi di erba medica e galli sugli steccati. Sogni bucolici, immagini che sarebbero state stucchevoli su un quadro e che erano stucchevoli viste in televisione, ma pervase sempre di una nostalgia dolceamara, a suo modo confortevole, come una vecchia poltrona su cui non ci si siede da tanto. In ogni caso svaniva subito: apriva gli occhi, scostava il lenzuolo, cercava a tentoni l’interruttore, si levava a sedere e andava alla finestra. Arrivati a quel punto, il sogno si era già disfatto come una ragnatela quando c’è troppo vento, e Ambra poteva stiracchiarsi mentre apriva l’unica finestra, per far entrare un po’ di frescura.
D’estate capitava abbastanza spesso che il risveglio la cogliesse mentre fuori c’era ancora un po’ di sole, perché le giornate duravano troppo, veramente troppo per i suoi gusti, così guardava le ultime strisce vermiglie, ormai inoffensive, che svanivano piano piano mentre le luci della città si accendevano una ad una. Si muoveva solo quando l’oscurità diventava totale.
“Salve, Roma.” Disse guardando la strada sotto di lei, piena di gente anche se l’ora dei pendolari era passata da un pezzo. Indugiò ancora un momento, come un’aquila che scruta il territorio dal suo nido, ma si riscosse quasi subito: non poteva perdere tempo così, le notti estive erano troppo brevi e potevano volerci ore per avere ragione dei mezzi pubblici, quindi doveva utilizzare ogni minuto del tempo a sua disposizione. Voltò le spalle alla finestra e andò in bagno per prepararsi.
Dovette fare solo pochi passi per raggiungerlo: la casa di Ambra era un minuscolo monolocale ricavato dalla soffitta di un vecchio palazzo, uno di quelli pieni di stucchi, fronzoli e statue restaurate ogni anno. La finestra stessa era, di fatto, un rosone ornamentale, coi vetri colorati e smerigliati, che non lasciavano filtrare i raggi del sole. Era stato soprattutto per questo che aveva scelto quel luogo come dimora. Quanto alle persone che l’abitavano, Ambra aveva preso già da tempo i dovuti provvedimenti, e non se ne dava pensiero.
Ieri sono andata a Roma est, oggi è meglio spostarmi in zona Eur, pensò mentre si pettinava. Conosceva a memoria gli orari degli autobus (nonché i ritardi di ogni linea) e calcolava di avere tutto il tempo per prepararsi. Provò ad acconciarsi con una treccia, ma il risultato non la soddisfece, e alla fine annodò i capelli sulla nuca, lasciandone sfuggire alcune ciocche per valorizzarne il colore: un biondo dorato e splendente, che dapprima attirava lo sguardo, poi lo costringeva a fissarsi sul di lei viso, in cerca del seppur minimo difetto. Non ne aveva alcuno. In quel volto a forma di cuore i lineamenti erano un’armonia di delicatezza e sensualità, gli zigomi alti, le labbra turgide, la pelle liscia, senza la minima imperfezione o lentiggine, gli occhi scuri orlati da lunghe ciglia chiare. Quando guardava qualcuno Ambra sapeva di essere molto attraente, perché i capelli biondi con gli occhi castani le davano un’aria esotica, e lei sapeva come esaltare la propria bellezza in modo da essere addirittura splendida. Impiegava sempre molto tempo a prepararsi prima di uscire, perché si applicava all’abbigliamento e al trucco con la serietà con cui avrebbe potuto applicarsi a un lavoro importante. Del resto, era indiscutibile che un aspetto impeccabile aiutava parecchio, nel suo lavoro. L’idea di stare uscendo a lavorare la fece sorridere mentre pensava a come impostare la nottata. Il segreto stava tutto nel decidere in anticipo per chi doveva prepararsi: la cosa più facile sarebbe stata indossare minuscoli capi che lasciavano scoperto tutto quel che si poteva legalmente scoprire, chiaro, ma farlo troppo spesso era poco prudente, perché era opportuno variare il target, almeno un po’. Ho già adoperato il look della signorina disponibile ieri sera, pensò assennatamente, oggi è meglio otare per altro. Non sopporterei un’altra notte come la scorsa. Prese i cosmetici dal loro ripiano e si limitò ad accentuare un po’ gli zigomi, delineare meglio le labbra e valorizzare il colore degli occhi con un filo di ombretto. Basta. Uscì dal bagno in cerca di una camicetta, scartò una gonna davvero troppo castigata e infine si guardò soddisfatta nello specchio: mostrava il giusto, abbastanza perché si capisse che teneva al proprio aspetto, ma non tanto da indispettire le altre donne con un’avvenenza ostentata. Si sarebbe infilata in un localino tranquillo, di quelli che offrivano musica dal vivo, possibilmente classica, e avrebbe individuato una donna sola che voleva fare amicizia, o anche altro. Dopo il rave della serata precedente, terminato nel vicolo con quel manzo tutto muscoli, aveva proprio bisogno di una cosa tranquilla, luci soffuse, musica bassa, una conversazione interessante.
Prese la borsa e uscì. Lungo le scale incontrò qualcuno, avvocati che rientravano dopo la giornata di lavoro, domestiche che se ne andavano per lo stesso motivo, l’ennesimo fidanzato della figlia del notaio che la guardò con aria di apprezzamento mentre Ambra gli passava accanto. Lei non se ne curò, e appena l’ebbe superato gli occhi del ragazzo si fecero vitrei, inespressivi, mentre lui si fermava con un piede sullo scalino. Un momento dopo scosse la testa, confuso, e riprese a salire, come se non fosse successo niente.
La fermata dell’autobus era a poche decine di metri dal portone, e Ambra vide con un sussulto che era già arrivato. Non si può più contare neanche sui ritardi, pensò affrettandosi e piombando sulle porte a vetri nel preciso istante in cui si chiudevano. L’autista si volse appena. “Tutto bene?”
“Sì, sì – rispose Ambra un po’ ansimante, soffiandosi via una ciocca dal viso – grazie per aver tenuto aperto.”
“Per una bella signorina questo e altro.” Rispose galantemente l’autista, e mise in moto. Ambra cercò con gli occhi un posto a sedere, non lo trovò e si appoggiò alle sbarre di sicurezza, evitando gli occhi di un individuo sulla trentina che sembrava spasmodicamente interessato al colore delle sue mutandine. Dopo un po’, visto che non mollava, Ambra girò la testa verso di lui e lo fissò negli occhi, senza sorridere, il volto perfettamente immobile: alla fine l’altro rimase con lo sguardo fisso, fermo con una mano stretta alla maniglia e l’altra sulla ventiquattrore.
“Voltati e guarda fuori.” Disse Ambra sottovoce. L’uomo trasalì come per una puntura, girò sui tacchi e puntò il naso sulla strada che scorreva accanto al bus.
Ambra sospirò. Quella era sempre la parte più noiosa di ogni notte: troppo lontana da casa per poter ignorare un certo tipo di attenzioni lasciando che fosse l’influenza della sua dimora a distoglierle, ma troppo vicina per fermarle su di sé e poterne approfittare. Era come dover ricordare continuamente di sbattere le palpebre. Senza contare che stanotte non voglio farmi mettere le mani addosso, pensò, voglio qualcosa di tranquillo. Come si chiamava quel locale per donne sole? Il Triskel?
Si mise anche lei a guardare fuori. A volte portava con sé un libro o il walkman, ma la testa le faceva ancora male dopo i turbolenti trascorsi della nottata precedente e non sarebbe riuscita a concentrarsi granchè su nulla. Quel ragazzone che l’aveva rimorchiata, quando il disk jokey aveva cominciato a cospargere le ragazze di panna, sulle prime le era parso un buon elemento, ma era subito stato chiaro che era strafatto di qualcosa, qualcosa che rendeva molto cattivi. Nel vicolo le era saltato addosso bloccandola contro il muro, con una forza sorprendente, ma dopo, quando i ruoli si erano invertiti e definitivamente chiariti, per poco non le era scappato, carico di adrenalina e di LSD com’era.
Ambra sospirò. Non aveva avuto intenzione di ucciderlo.
I giornali avevano solo parlato di un tossico morto in un vicolo a seguito di una caduta che gli aveva spezzato il collo e provocato una poderosa emorragia. Ma Ambra sapeva che dalle parti del Vaticano prestavano sempre attenzione a quegli ‘incidenti’ e che quella notte avrebbe dovuto essere molto più cauta.
Alla fermata seguente si liberò un posto e Ambra si mosse per impossessarsene, ma fu sgomitata da una cinquantenne dall’aria arcigna che le passò davanti: quando questa si volse a guardarla con aria di sfida Ambra fu tentata di influenzarla per farsi cedere il posto, ma era abbastanza anziana e abbastanza saggia da evitare di sfruttare la sua natura per cose così futili, e la donna si sedette con un soffice tonfo dell’imponente fondoschiena. Ambra tornò a guardare fuori, lasciando che la mente divagasse, per distrarsi dall’emicrania. Poteva andare a trovare Walter, più tardi. Nel suo monolocale non poteva tenere un granchè (non c’era neppure una presa per il televisore, che del resto le sarebbe servito a ben poco, visto che la casa per lei era solo il luogo dove rifugiarsi a dormire), ma l’amico disponeva di tutto lo spazio che voleva e possedeva una vasta biblioteca, da cui Ambra era stata più volte invitata ad attingere liberamente. Le era capitato spesso di addormentarsi a giorno fatto, ancora vestita sul letto, col libro abbandonato accanto a lei, perché ormai aveva raggiunto un’età in cui poche cose riuscivano davvero ad appassionarla: tutto diveniva monotono, ripetitivo, e anche se il progresso tecnologico le offriva talvolta qualche attimo di divertimento, alla lunga diventava chiaro che solo il sapere, la conoscenza, la fantasia umana erano in grado di offrire nuovi stimoli e motivi di interesse. La vita in sé le pareva un’incombenza piuttosto noiosa. Sapeva esattamente cosa avrebbe fatto quella sera, come si sarebbero svolti gli avvenimenti e quando sarebbe tornata a casa a dormire, in attesa che il sole calasse di nuovo e lei uscisse ancora, per salire su un altro autobus affollato e farsi portare in un altro punto di Roma, per ripetere los tesso copione, con poche varianti già collaudate.
Si raddrizzò quando l’autobus iniziò a rallentare e scese d’impulso, senza neppure controllare la fermata: sapeva per esperienza che quando quei pensieri arrivavano, di solito decidevano di fermarsi, e bisognava fare qualcosa di concreto per estrometterli dalla mente. La noia era una vera e propria malattia, dal decorso lento e inesorabile, ma finchè le fosse stato possibile l’avrebbe tenuta a debita distanza. Non era ancora così vecchia, e del resto Walter non era molto più anziano di lei? Era solo un po’ scombussolata dal mal di testa, ecco tutto.
Si guardò intorno per orientarsi, ma senza successo. Gli alti palazzi ingrigiti dai gas di scarico, i pochi alberi stenti che spuntavano dalle aiuole, le auto ammucchiate sui marciapiedi e le insegne luminose del Blockbuster erano identici a quelli di ogni altro quartiere di Roma. Non importa, si disse, sono abbastanza lontana da casa e non ci vorrà molto a trovare un pub aperto.
Qualcosa le urtò la caviglia e Ambra si volse. Vicino a lei c’era un uomo gigantesco, una specie di orso con una gran barba nera e occhiali scuri malgrado fosse notte, ma dato il bastone bianco che aveva, e col quale l’aveva toccata, era naturale che li avesse. “Mi scusi.” Le disse, con un vocione che proveniva da qualche parte, in fondo a quel gran cespuglio che aveva in faccia.
“Niente.” Rispose Ambra, e lo superò. Qualcosa però colpì le sue acutissime percezioni, spingendola a voltarsi per guardare il cieco con più attenzione. Le pareva… ma no, però sembrava proprio… se solo non avesse avuto la faccia completamente nascosta, tra barba e occhiali…
“Che bizzarra coincidenza.” Disse quietamente l’omone, togliendosi gli occhiali. Ambra ne fu scossa: si era aspettata palpebre chiuse, pupille vitree o velate, non i due crateri devastati, raggrinziti, che sembravano gli orli frastagliati di un abisso per l’inferno. Tirò un lungo respiro per riprendersi dallo choc e si ritrovò a dire, senza pensare: “Mai pensato di mettere delle protesi?”
“Questo mi restituirebbe i miei occhi?”
“No, ma ti renderebbe più piacevole da vedere.”
“Questo è competenza di quelli come te. Io devo inseguire, non attrarre.”
Inseguire senza vederci? Pensò Ambra, ma non lo disse. Come vivesse quell’individuo sconcertante non era affar suo, e distolse lo sguardo per non dover più vedere quel volto disastrato. Non provava compassione o imbarazzo, era semplicemente disgustata.
“Non si guarda solo con gli occhi.” Fu come se l’uomo avesse ascoltato i suoi pensieri e avesse risposto all’interrogativo inespresso. Ambra provò un breve palpito di interesse, ma poiché doveva impiegare altrimenti la serata evitò di chiedergli spiegazioni. I ciechi affinano gli altri sensi, e poi non occorre una grande abilità per mettere le mani su uno di questi, pensò scrutando con freddo disinteresse la gente che passava loro accanto. Quell’occhiata le fece tornare in mente che non sapeva dove si trovava.
“Che posto è questo? Sono scesa alla fermata sbagliata.”
“O a quella giusta, chissà…” disse l’omone in tono misterioso. Ambra sospettò che volesse approfittare di quell’incontro casuale per trarne qualche vantaggio e si indispettì.
“Se non sai dove siamo non importa. Io ho da fare, non posso fermarmi…”
“Via Cappuccini, 127.” Disse l’uomo, indicando col bastone un numero civico. Come fa ad essere sicuro che è lì, se non ci vede? Si chiese Ambra. Se lui non le avesse mostrato la sua menomazione tanto apertamente, avrebbe pensato che la stava prendendo in giro.
“Grazie.” Rispose, senza lasciar trasparire la sua perplessità. Era più incuriosita di quanto le piacesse ammettere, ma doveva spicciarsi a trovare qualcuno, quella notte, senza contare che quelli come lei non si mescolavano con quelli come lui. Gazze e corvi non sono la stessa specie, e stanno ognuna per conto proprio. “Adesso devo veramente andare… ho da fare.”
“Sì, immagino.” Nella voce dell’altro palpitava il divertimento. “Hai talmente tanto da fare che non sai neppure dove ti trovi… quando si dice una fame nera, vero?”
“Arrivederci.” Tagliò corto Ambra, avviandosi. Lo spirito da quattro soldi di quelli come lui, figurarsi. Fame… che concetto rozzo. Era come dire scopare invece che far l’amore, l’atto poteva essere lo stesso, ma la parola cambiava tutto. Immagino che a quelli come lui brontoli la pancia in questi casi, pensò mentre si allontanava, e fu sorpresa di provare una vaga invidia. Quelli come lui, almeno, hanno qualcosa di quel che avevo anch’io, tanto tempo fa…
Si sentì prendere per un braccio e tirare indietro, con la stessa facilità che lei avrebbe avuto nel tirare su una Barbie. Fu una sensazione tutt’altro che piacevole e la mise immediatamente in allarme. Di regola non si sarebbe sentita minacciata da qualcuno come quel cieco, ma di regola il cieco non avrebbe dovuto neppure aver voglia di fermarsi a intavolare conversazione, non con lei, almeno.
“Se non mi lasci all’istante io ti…”
“Guarda là.” L’uomo indicò col bastone dall’altra parte della strada, e forse per il suo tono imperativo, forse perché l’aveva subito lasciata andare, Ambra ubbidì. Vide una ragazza che camminava per strada e, svariate decine di metri più indietro, quattro o cinque giovinastri che la seguivano facendo uno slalom tra la gente per non perderla di vista. La ragazza non sembrava essersi accorta di loro e si stava dirigendo tranquillamente verso un agglomerato di palazzi poco illuminato, con una traversa laterale nella quale non arrivava la luce dei lampioni. Ad Ambra bastò un’occhiata per calcolare che i pedinatori stavano riducendo progressivamente la distanza, allo scopo di raggiungere la ragazza proprio mentre questa passava in quel punto. Era un copione che aveva già visto molte volte, tanto per cambiare, ma poteva tornare utile…
“Sembra perfetto per te, non credi?” La voce dell’omone sembrava, un’altra volta, un’estensione dei suoi pensieri. “E’ già da un po’ che quelli la seguono, volevo andare ad avvertirla, ma visto che ci siamo… si sta infilando dritta in trappola, temo.”
“Uhm, sì…” riconobbe Ambra in tono meditabondo. La ragazza indossava scarpe da ginnastica, jeans tagliati a metà coscia, una canottiera estiva e sembrava una tipa qualsiasi, mentre i suoi pedinatori erano tutti del genere con cui Ambra aveva avuto a che fare la notte prima: grandi, grossi, muscolosi e con la faccia cattiva. Proprio una brutta serata per te, pensò spostando di nuovo lo sguardo sulla ragazza che si allontanava, violentata e salassata… mah, dopo non ricorderai niente, quindi in fondo ti faccio un favore. “Devo aspettare che quei tipi si siano tolti di torno, però.”
“Oh Grande Madre! – lui parve scandalizzato – mi riferivo alla banda, non a lei! Un po’ di umanità, su!”
“Umanità, eh? – Ambra rise – no grazie, stasera voglio qualcosa di facile. La ragazza andrà benissimo.” Grande Madre? Che strano modo di esprimersi. Il pensiero le passò per la mente e svanì. Si mosse per attraversare la strada, quasi aspettandosi di venire di nuovo trattenuta, e ben decisa a reagire con forza, se fosse successo, ma il cieco non fece nulla e Ambra passò dall’altra parte, seguendo i giovinastri che a loro volta seguivano la ragazza. Non c’era niente di certo: forse l’avrebbero solo molestata un po’, o avrebbero perso il coraggio all’ultimo minuto, ma se le cose fossero andate come Ambra sperava, sarebbe riuscita ad ottenere quel che le serviva con facilità e senza praticamente correre rischi. Valeva la pena tenere d’occhio la situazione.
Quando la ragazza arrivò a una decina di metri dalla zona pericolosa, i suoi pedinatori aumentarono bruscamente il passo, nell’indifferenza dei passanti, e Ambra provò l’impulso di imitarli, ma si trattenne: era perfettamente inutile dare così nell’occhio, visto che non doveva arrivare sulla vittima prima di loro, ma dopo, e se le cose fossero andate come dovevano avrebbe avuto tutto il tempo di prendersi la sua parte. Poveraccia, pensò guardando la ragazza che continuava a camminare, ignara, mi dispiace per lei, forse dovrei lasciarla stare, perché possa ricordare e denunciarli, dopo… Non poteva fare a meno di provare una certa simpatia con la vittima. A volte le capitava.
Forse la ragazza sentì qualcosa, quando ormai i giovinastri erano a pochi passi da lei, forse era solo l’inquietudine di dover passare vicino a una zona buia (hanno tutti paura di passare vicino alle zone buie, e hanno ragione, il pericolo viene dal buio, ma non stavolta), fatto sta che si voltò per guardarsi le spalle, ma era già troppo tardi, e si ritrovò accerchiata. Ambra si fermò e si mise dietro il muro di un portone. Sentì delle voci, la ragazza non sembrava un granchè spaventata, doveva conoscere quei tipi, ma le sue parole vennero soverchiate da quelle più alte e violente dei suoi molestatori: ci furono dei rumori soffocati di colluttazione, poi più niente. Ambra si sporse a guardare. Ragazza e assalitori erano spariti nella strada laterale: nessuno se n’era accorto, o aveva voluto accorgersene, come succedeva sempre. Ottimo, e si incamminò a sua volta da quella parte.
Sentì subito che la ragazza parlava ancora, forse nella speranza di uscire incolume da quella situazione. Ambra riteneva che sarebbe stata fortunata ad uscirne viva, e l’idea di stare aspettando per niente, di ritrovarsi alla fine con un inutile cadavere per le mani, la infastidì talmente che decise, in tal caso, di servirsi dei suoi aggressori. Tutti quanti. Al diavolo la linea, avrebbe detto lo zoticone che l’aveva indirizzata a quel punto.
A proposito, dov’è…? Si voltò a guardare, ma non lo vide da nessuna parte. Doveva aver avuto il buon senso di non immischiarsi in quella storia, una volta appurato che Ambra avrebbe fatto a modo suo.
“Cosa credi di fare? – sentì la voce della ragazza, sorprendentemente ferma viste le circostanze – ti conosco, e ho un testimone che può identificarti, se serve. Levati di torno, Fabio. Questa storia sta diventando ridicola, e stai inguaiando anche i tuoi amici.”
“Lo so io che cosa vogliono le puttane come te, che fanno tanto le difficili…” La risposta fu esattamente quella che Ambra si aspettava, e anche il rumore schioccante che seguì, il rumore di un robusto ceffone, era un classico del momento. Ci furono risate, tonfi soffocati come se la ragazza si stesse dibattendo, altre risate, commenti volgari.
“Lasciatemi, imbecilli! Lasciatemi subito, cazzo!” La voce della ragazza non era neanche un po’ spaventata. Furiosa, semmai. Stava preparandosi a gridare, ma non di paura, solo per attirare l’attenzione.
Però, ne ha di coraggio questa tipetta, riconobbe Ambra. Che sia una specie di scherzo di gruppo? O non si rende conto della situazione?
Ci furono altri rumori di colluttazione e la voce della ragazza fu fermata come se qualcuno le avesse infilato uno straccio in bocca. Quando Ambra sentì i versi soffocati di quest’ultima ne fu certa, e si guardò ancora intorno per assicurarsi che nessuno avesse visto o sentito alcunchè. Una volta aveva letto che in Italia si consumavano in media due stupri al giorno, quello sarebbe stato solo uno dei tanti. No, non lo sarà, perché lei dimenticherà tutto.
“Adesso devi stare ferma e zitta, puttana…”
Rumore di una lampo che veniva abbassata. Silenzio. Rumore di tessuto che veniva strappato. La ragazza emise degli altri suoni gutturali e si dibattè, ma altra reazione si arrestò di botto, come se le avessero puntato un coltello alla gola. E probabilmente era proprio così.
“Scommetto che dopo dirai grazie, puttana…”
Ambra quasi sbadigliò. Fino a quel punto era successo tutto quel che doveva succedere, non c’era ragione di credere che le cose potessero cambiare, che sarebbero mai cambiate. Ecco di nuovo la noia che arriva, pensò mentre dal vicolo arrivavano altri fruscii e rumori strappanti, come se gli stupratori volessero agire con tutto comodo sulla loro vittima. Si chiese quanto ci avrebbero messo, in cinque, a farla finita e a lasciarle campo libero.
Per qualche momento dal vicolo giunse solo un silenzio assoluto.
E da quel momento niente fu più come doveva essere. Né mai più lo sarebbe stato.
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La sola cosa di cui Duna era grata era di aver lasciato Tania a casa, visto che nel market con orario notturno dove era diretta i cani non potevano entrare. Forse si sarebbe risparmiata quell’aggressione, ma forse no, e non voleva che il suo cane corresse dei pericoli. Cinque uomini erano davvero troppi, anche per un Dobermann.
Riconoscere Fabio in mezzo a quei buzzurri palestrati era stato quasi comico. Quindi aveva ragione il cieco, mi ha veramente seguita. Certo che devo avere gli occhi foderati di prosciutto, per non essermene accorta.
Di più: per averla intercettata così, nell’unica zona non illuminata del quartiere, l’aveva sicuramente pedinata per giorni e giorni, imparando le sue abitudini, i suoi orari… e non è neanche il mio ragazzo, pensò con una certa ironia, anche se il momento era tutt’altro che ironico. “Fatemi passare, non fate i cretini.” Disse, senza la minima speranza che le avrebbero dato retta. Sentiva la loro decisione come le vibrazioni su un cavo dell’alta tensione.
“Adesso te lo insegno io cosa succede a chi mi fa arrabbiare, puttana.” Rispose infatti Fabio, spalleggiato dai suoi amici. Duna fece per scattare tra due di loro, ma venne afferrata e trascinata nel vicolo. Riuscì ad afferrare un polso e torcerlo verso il basso, ma rimediò soltanto un pugno al ventre che le tolse il fiato.
Devo restare calma… l’unico modo per uscirne bene è mantenere la calma…
“Cosa credi di fare?” Chiese, guardando Fabio dritto negli occhi. Conosceva perfettamente il comportamento di una preda, e non intendeva mettersi a farfugliare, supplicare, roteare gli occhi senza vedere veramente nessuno, permettendo così ai suoi aggressori di smettere di considerarla una persona. Finchè li guardava negli occhi, non sarebbe stata loro preda.
Si augurava.
“Ti conosco, e ho un testimone che può identificarti, se serve. Levati di torno, Fabio. Questa storia sta diventando ridicola, e stai inguaiando anche i tuoi amici.”
“Lo so io che cosa vogliono le puttane come te, che fanno tanto le difficili…” Sembrava che Fabio non avesse neppure sentito, o forse aveva sentito fin troppo bene, perché la colpì col dorso della mano, facendole sbocciare centinaia di fiorellini rossi davanti agli occhi e gettandola nelle braccia dei suoi amici, che l’afferrarono alitandole addosso il loro respiro pesante. Si dibattè, lottando per mantenere ancora la lucidità, mentre attorno a lei tutti ridevano e commentavano quello che stavano per farle.
“Lasciatemi, imbecilli! Lasciatemi subito, cazzo!” Gridò furiosa, perché non voleva che la situazione degenerasse, perché sapeva molto bene cosa stava per succedere, ne aveva avuto un sentore al Quadrifoglio Nero, quella famosa sera che per poco non si era fatta ammazzare da Hal, sfidare il capo, come era potuto succedere, ma l’aveva fatto, e quei balordi non erano il capo, non erano come lei, quei balordi erano soltanto…
Qualcuno le ficcò un fazzoletto in bocca, smorzando le sue grida. La rovesciarono sul cemento lurido della strada e le furono subito addosso, bloccandole gambe e braccia. Fabio le si mise cavalcioni. Duna scalciò, sperando contro ogni speranza di cavarsela ancora in maniera umana, ma abbandonò ogni tentativo in quel senso quando le misero davanti al naso la lama luccicante di un coltello a serramanico. Si morse le labbra e rimase immobile, mentre Fabio le sollevava la canottiera tanto violentemente da strapparla e le apriva la lampo dei calzoncini.
“Brava, puttana, così… magari ti piacerà anche…”
Voi siete solo carne, urlò quel qualcosa dentro di lei che lottava per uscire, carne per la Bestia, siete solo sangue e viscere e ossa, prede per l’Orda… Stava caricando gli argini, li aggrediva con la furia di un maremoto, tanto violento che Duna si chiese se non valesse la pena sopportare, in cambio della pace, sopportare per mezz’ora o un’ora, lasciar correre, vivere tranquilla a ogni costo, anche se il prezzo poteva essere alto…
“Adesso devi stare ferma e zitta, puttana…”
Sotto la canottiera portava un reggiseno sportivo, senza ferretti, e quando sentì una mano enorme e calda e nauseante sollevarglielo per cominciare a tastarla tra le risate generali, la sua mente, per conto proprio, visualizzò una scena da incubo: una ragazzina rannicchiata sul divano, carponi, con una grande mano da adulto che le premeva addosso, mentre l’altra le sollevava la sottana e vi si insinuava sotto. Una voce che le raccomandava di stare ferma e zitta, di fare la brava perchè altrimenti si sarebbe arrabbiato, si sarebbe arrabbiato molto…
Io non sono una bambina spaventata, pensò incongruamente, senza neppure sapere quale parte di lei avesse formulato quel pensiero, consapevole solo di quelle forze che emergevano inesorabili tra i flutti bui del subconscio dove le teneva prigioniere. Salivano e ringhiavano e sbavavano la loro ira, cercando un bersaglio su cui sfogarla. Cercando la carne per la Bestia.
Tu sei una bomba innescata, Duna…
Smise di pensare. Scattò. Liberò le braccia con uno strattone non dissimile da quello con cui giorni addietro si era liberata dalla presa di Hal, strappando un’esclamazione di sorpresa al giovane che gliele aveva afferrate, e prese la mano di Fabio, ancora sul suo seno. La spinse verso l’alto e torse con violenza all’altezza del gomito. Sentì distintamente il rumore sommesso dei tendini che si torcevano, che si strappavano, delle vene che si aprivano riversando nella carne il loro liquido scuro, succulento, salato. Fabio cadde all’indietro tenendosi il braccio, urlando di dolore, ma Duna l’aveva già cancellato dalla sua mente, da quel vorticare di istinti primordiali e di brame da predatore che era diventata la sua mente. Si sollevò a sedere, guardando gli altri, impietriti dalla brusca svolta presa dalla situazione.
“Puttana…” disse uno, in tono stupefatto. Duna lo afferrò alla gola, con la rapidità di un serpente, e strinse, strinse, affondò le unghie e le dita e le falangi fino alle nocche, bagnandosi di liquido caldo, fiutando l’odore metallico del sangue in un’estasi che era quasi sessuale, godendo delle convulsioni della sua vittima, e spinse via il corpo già inerte, che andò a cadere contro il muro.
Quanto sangue, quanto cibo, pensò, e fu un pensiero privo di parole, più una sensazione che altro, mentre si alzava lentamente per fronteggiare i tre rimasti. Quello col serramanico spostò lentamente lo sguardo da lei all’uomo a terra, con la gola così squarciata che era quasi decapitato, poi tornò a fissarla con un’espressione così inebetita che Duna dubitò si fosse reso conto di quel che stava succedendo. Meglio per me e peggio per voi, l’ignoranza della preda è la forza del cacciatore, pensò venendo avanti. L’uomo col serramanico non si mosse nemmeno: era troppo sbigottito, così che fu facile per Duna afferrargli la testa e girarla con un colpo secco, facendolo stramazzare. Uno dei due rimasti emise un gemito sfiatato e cercò di indietreggiare, perché finalmente l’aveva vista bene, aveva visto quello che era emerso dal buio primordiale, dalla tenebra oltre le capacità di controllo di Duna. Quello che loro avevano fatto emergere e che non si poteva più fermare.
“Cosa sei? Che cosa cazzo sei tu?” Strillò, appiattendosi contro il muro, con le gambe che tremavano convulsamente, come se l’ordine dato ad esse dal cervello, quello di fuggire, si fosse confuso per strada e fosse arrivato a destinazione incompleto. Sembrava un coniglio davanti ai fari dell’auto che lo stava per investire.
Duna si avvicinò. Aveva le mani appiccicose di sangue, e senza pensarci le sollevò per leccarsi le dita. Il sapore non era come quello della carne, soda e soddisfacente, ma la eccitava, facendogliene desiderare ancora. Facendogliene desiderare ancora molto.
“I suoi occhi – bisbigliò l’altro – guarda i suoi occhi… Oh, Cristo…”
Nel vicolo si diffuse un puzzo acre, penetrante, e il cavallo dei calzoni dei due uomini si scurì, quasi simultaneamente, come per un accordo prestabilito. Perchè capirono, con l’istinto delle prede, finalmente riuscirono a rendersi conto di cosa avevano davanti. C’erano cose peggiori degli occhi.
C’erano i denti.
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Ambra abbassò gli occhi sul marciapiede schizzato di sangue, nauseata da quello che vedeva. Che spreco, pensò vagando con lo sguardo dall’una all’altra delle vittime che per un breve periodo avevano pensato di essere i cacciatori. Che bestialità inutile, non ho mai visto un simile disastro ad opera di un solo…
Vide un movimento, nell’angolo più buio del vicolo, e andò avanti, superando senza guardarla la ragazza inebetita, le cui mani grondavano sangue.
Il tizio col braccio maciullato era ancora vivo. Stava cercando di nascondersi.
Bene, potrò trarre qualche vantaggio da questa situazione, allora, pensò abbassandosi e spostandogli la testa, per esporre il liscio pulsare della gola. Fabio (le pareva di ricordare che si chiamava così) gemette quando i denti gli penetrarono nella carne, ma era talmente traumatizzato e inerme che Ambra ritenne inutile perdere tempo prezioso per ammaliarlo, così si nutrì senz’altra precauzione che trattenerlo in modo che non allontanasse la gola da lei. Sentì il liquido scuro, greve e prezioso che le si diffondeva nel corpo dandole il benessere, facendo aumentare i battiti del suo cuore, inebriandole la mente e rendendola sempre più avida, spingendola ad affondare sempre di più nella carne mentre la sua vittima soffriva e perdeva rapidamente le forze… le tempie cominciarono a pulsarle, una vampata di rossore le colorì le guance, la tentazione di continuare fino alla fine, fino al brivido estremo, al piacere assoluto, diventò fortissima, quasi insopprimibile. Ambra si fermò un istante, perché era pericoloso, davvero troppo pericoloso, soprattutto dopo la notte precedente, non poteva permettersi un altro cadavere, ma quando alzò gli occhi e vide il sangue dappertutto, i corpi straziati dalla Bestia, si disse che la situazione presentava una forte possibilità di impunità, che un morto in più o in meno non cambiava le cose, e abbassò nuovamente la testa, aderse le labbra alla pelle martoriata come un neonato al seno della madre e bevve, prese tutto ciò che quella vita in via di spegnimento poteva darle, in attesa del Momento, della frustata di energia pura che era come un trasferimento, l’estasi di assaporare l’ultimo sorso, il più dolce, quello che sgorgava direttamente dal cuore, dall’ultimo battito…
Si rialzò, tremando per il piacere. Lasciò cadere il corpo della vittima, ormai ridotto a un inutile sacco di viscere privo di qualunque attrattiva, e si passò la lingua sulle labbra, per non perdere neppure una goccia del prezioso liquido. Sono stata imprudente, dopo ieri sera. Non avrei dovuto: anche se non verrò scoperta, questi piaceri danno dipendenza, bisogna stare attenti a non esagerare, o rischio di…
Si sentì toccare sulla spalla e si volse. La ragazza la guardava, sconvolta. Sembrava incapace anche di parlare, e seppe solo balbettare: “Tu… sei un… una…”
Ambra si chiese perché fosse ancora così fuori di sé, adesso che la Bestia era di nuovo dormiente, placata e appagata. “Ho solo approfittato del tuo banchetto. Non mi pare tu abbia più appetito, o sbaglio?”
L’altra rabbrividì. “Io… io non…” Impallidì all’improvviso, in maniera allarmante, e prima che Ambra potesse dire alcunchè la ragazza fece l’ultima cosa al mondo che si sarebbe aspettata facesse: scivolò lentamente a terra, gli occhi rovesciati all’indietro a mostrare il bianco della cornea, inerte sull’asfalto lordo di sangue e immondizia.
“Ehi, ehi!” Colta di sorpresa, Ambra non riuscì ad afferrarla in tempo e potè solo inginocchiarlesi accanto per tenerle su la testa. La colpì al viso un paio di volte, non troppo forte, e gli occhi della ragazza tornarono più o meno a fuoco. “Ma che fai, sei impazzita? Devi andartene subito da qui, alzati!” Era sbalordita.
“Cosa… cosa è successo?” La voce della ragazza era un soffio quasi inudibile, l’espressione confusa. Ambra non riusciva a capire. Sapeva che talvolta, quando la Bestia emergeva al di fuori delle giuste fasi lunari, poteva scombussolare un po’ il diretto interessato, ma quella ragazza non si comportava come se fosse stata colta di sorpresa dallo scatenarsi della sua natura. Sembrava piuttosto una persona che ha ricevuto un colpo tremendo e non ha ancora assorbito la botta.
“E’ successo che hai dato una nuova definizione alle parole legittima difesa, ecco cos’è successo – rispose Ambra, sempre più perplessa – adesso devi scappare, più in fretta che puoi. Su, alzati.”
L’aiutò a rimettersi in piedi. Per la verità era opportuno che anche lei togliesse il disturbo, quanto prima poteva, ma c’era ancora un po’ di tempo prima che qualcuno imboccasse quella stradina e scoprisse il banchetto che vi si era consumato: per questo indugiava. Per questo e perché la sua curiosità era stata stimolata. Non molto, ma era passato talmente tanto tempo da quando aveva provato reale interesse per qualcosa, che le sarebbe spiaciuto andarsene lasciandosi dietro un interrogativo irrisolto, per quanto puerile.
“Sono… sono morti?” La ragazza fece un cenno col capo in direzione delle sue vittime, ma evitò di guardarle. Una goccia di sangue le scivolò lungo il viso, come una lacrima, e cadde a terra.
“Morti e defunti. Niente testimoni.” Rispose Ambra, che non vedeva altro motivo per cui porsi un interrogativo del genere. Pensava che l’altra ne sarebbe stata sollevata, viceversa la vide deglutire a vuoto e barcollare.
“Non azzardarti a svenire di nuovo, hai capito? Altrimenti ti lascio qui e me ne vado.” Le disse in tono duro, e forse servì a qualcosa, perché la ragazza fece un profondo respiro e parve calmarsi.
“Non volevo fare… quello che ho fatto.” Disse.
“Chissà cosa succede quando invece vuoi farlo, allora – ribattè Ambra – comunque sia, non possiamo restare qui. Prendi, pulisciti un po’ il sangue, e andiamocene subito.” Tirò fuori dalla borsa un pacchetto di Kleenex e glielo porse. Perché ho parlato al plurale? Si chiese mentre la ragazza si strofinava le mani, il volto accartocciato in una smorfia indefinibile, tra il disgusto e la riprovazione. Non ho niente a che vedere con questa qui. I suoi guai non mi riguardano.
Poi la ragazza disse qualcosa che la lasciò completamente senza parole. Appallottolò i fazzoletti di carta, fece per gettarli a terra, ci ripensò e se li ficcò in tasca. Molto saggio, non si lasciano mai prove materiali: sta recuperando lucidità, notò Ambra con sollievo. Impiegò molto tempo a far sparire i fazzoletti, come se volesse prendere ancora tempo, poi alzò la testa, la guardò bene in faccia, e disse: “Non credevo che esistessero… quelli come te.”
Ambra la fissò. Da dove diavolo veniva quella suonata? “Potrei dirti la stessa cosa.” Fu tutto quel che seppe rispondere, dopo un bel pezzo. La ragazza alzò le spalle, lo sguardo fisso nel vuoto.
“Mi rendo conto che non sono nella posizione di fare la scettica… il fatto è che non mi piace pensare neppure che esistono quelli come me.”
Ambra non sapeva assolutamente cosa dire, ma non ci fu bisogno che replicasse, perché si udì un rumore di passi ed entrambe si voltarono verso la strada principale, illuminata e piena di vita. Qui stava per consumarsi uno stupro, si è consumato un banchetto, e nessuno se n’è accorto. Hanno paura di vivere isolati, senza la vicinanza dei loro simili, e non si rendono conto che ammassandosi diventano una specie di buffet dal quale attingere, pensò a sproposito Ambra mentre indietreggiava. D’impulso afferrò per un braccio l’assurdo personaggio che l’aveva messa in quell’assurda situazione e indicò la strada che si perdeva nel buio, più avanti. “Sai dove porta?”
“Io… abito qui vicino. C’è una rete per di là, ma non è un problema, se ci sbrighiamo.”
Con una scioltezza che smentiva la paralisi di pochi istanti prima, la ragazza si mosse, precedendola nella tenebra, mentre i passi si avvicinavano. Fortunatamente, la strada svoltava ad angolo retto poche decine di metri più avanti, e la rete menzionata, tesa tra due case, era arrugginita, piena di buchi, facilissima da superare. La ragazza ne sollevò una parte, invitandola a passare sotto, e la seguì rapidamente. Ambra si accorse che adesso erano in mezzo all’erba, e dall’odore dedusse che si trovavano sulla riva di un canale di scolo. Si tenne ben contro la parete mentre seguiva la ragazza nell’oscurità pressochè totale, allontanandosi dalle voci che arrivavano concitate dal vicolo. Qualcuno avrà incubi per un mese, pensò cinicamente mentre la sua accompagnatrice saltava oltre un muretto e tornava sulla strada.
“Adesso cosa facciamo?” La ragazza sembrava incerta, e visto che si trattava di tornare nella luce e nel traffico, Ambra non se ne stupì. Posso andarmene adesso, pensò, e dimenticare tutta questa storia. Rimarrò con qualche curiosità inappagata, ma pazienza.
“Hai detto che abiti qui vicino? – le chiese, e l’altra annuì – allora dammi la mano. Non ci vedrà nessuno.”
“Vuoi passare per la strada principale? Sei matta?”
Ambra rimase senza parole, per la seconda volta. Veramente non sapeva? “Ti dico che non ci vedrà nessuno! A meno che io non voglia, e sta’ sicura che non voglio.” Le afferrò la mano e cominciò a camminare senz’altro. Era stanca di stranezze, per quella sera. “Dove abiti? Da quella parte?”
“Di… di là. Ma c’è il portiere…”
“Al diavolo il portiere.” Ambra si fermò al semaforo, continuando a tenere ben stretta la mano di quella stupida sprovveduta, con le labbra serrate per la concentrazione che le costava non farsi notare, tutta scarmigliata e insieme a una svanita imbrattata di sangue, mentre alla loro destra, a una certa distanza, cominciava a raccogliersi un capannello di gente. “Cosa è successo? Un incidente?” sentì chiedere dietro di sé, ma in quel momento il semaforo diventò verde e si affrettò ad attraversare.
“Passano tutti oltre…” sussurrò la ragazza affascinata, vedendo la gente attorno a loro bloccarsi, fissarle spalancando gli occhi, e poi sbattere le palpebre, riscuotersi e proseguire il cammino, come se incontrare gente sporca di sangue a poche decine di metri dal luogo di un delitto fosse una cosa talmente naturale che non valeva la pena trattenerla tra i ricordi. “E’ come se fossimo invisibili…”
“Sì, sì – disse Ambra con impazienza – qual è il palazzo?”
Passarono accanto al portiere, che girò la testa a guardarle, sussultò inorridito e tornò a fisse lo schermo della televisione, gli occhi vitrei. La ragazza allungò la mano verso il tasto di chiamata dell’ascensore, esitò e le disse di farlo lei, visto che i Kleenex avevano potuto pulire solo sommariamente quel che aveva sulle mani.
Sull’ascensore non parlarono. Quando questo si fermò a un piano intermedio e un ragazzo sulla ventina fece per entrare, Ambra gli sbarrò la strada e gli disse di usare le scale, era più salutare e più sportivo. Il ragazzo fece dietro front e scese a piedi.
“Come ci riesci?” chiese la ragazza.
“Fa parte della mia natura, ammaliare le vittime.” Rispose Ambra, sempre più perplessa. Come poteva non sapere niente? Non aveva una sua orda, quella ragazza?
“Comodo.” Commentò lei, e sospirò. “Fabio… quello a cui ho rotto il braccio… l’hai ucciso, vero?”
“Era poco opportuno lasciare testimoni.” Rispose Ambra. “Senza contare che ho potuto nutrirmi. Ti devo un favore.” E te lo sto restituendo, quindi siamo pari. Messa così, la questione tornava su binari razionalmente accettabili e l’umore di Ambra migliorò. Dopotutto, la ragazza le aveva davvero reso un servigio, permettendole non solo di prendere ciò che le serviva, ma offrendole l’occasione di avere il brivido estremo, l’ultimo sorso dell’ultimo palpito, che di solito era costretta a negarsi per non suscitare sospetto e allarme tra le vittime. In quel macello non credo proprio che qualcuno baderà a un piccolo morso sul collo, e se anche lo trovassero sarebbe solo uno delle centinaia.
La ragazza non rispose. Fece per appoggiarsi alla parete, ma ci ripensò e spostò il peso da un piede all’altro, mentre tirava fuori le chiavi di casa. Uscì dall’ascensore quasi prima che fosse aperto del tutto e andò alla porta, ma era così nervosa che mancò la serratura più volte, prima di tenersi il polso con l’altra mano. Sembrava assolutamente sconvolta, e Ambra non ne capiva la ragione.
Dall’interno arrivarono una serie di guaiti, e come la ragazza aprì un enorme cane nero si precipitò fuori festante, ma rimase fermo, col pelo ritto e le orecchie tese, ad annusare i vestiti della sua proprietaria. “Dentro, Tania.” Disse la ragazza, e il cane ripiegò, guardando Ambra con diffidenza.
Entrò anche lei. Non sarebbe stato male sistemarsi un po’ prima di tornare a casa, si disse, e mise risolutamente a tacere la vocina che le diceva, come una vicina pettegola, che la sua era curiosità, nient’altro che curiosità e riluttanza a tornare alla solita routine, adesso che aveva la possibilità di spezzarla.
La ragazza non fece caso al suo ingresso non invitato. “Immagino che tu sia così tranquilla perché sapresti come reagire alla Bestia, giusto?”
Ambra si irrigidì. “Mi stai minacciando?”
“Non so più cosa faccio. Prima non volevo che emergesse, ma è successo… chi mi dice che non succederà ancora?”
Il tono della ragazza era talmente disperato che Ambra credette di capire il motivo per cui la ragazza sembrava così distrutta. “Prima eri minacciata, hai solo perso il controllo. Capita.” Specie a quelli come te, pensò senza dirlo.
“Non dovevo… non volevo…” Si passò una mano sulla fronte e la guardò. “Ho bisogno di una doccia, scusami. Tu fa’ come se fossi a casa tua, ok?”
“Mi darò una rinfrescata al lavandino della cucina. Poi è opportuno che vada.”
“Come ti chiami?” Le chiese improvvisamente la ragazza. Buffo, pensò Ambra, che proprio una come lei si fosse ricordata del galateo, e in un momento simile.
Non dovrei darle segnali di amicizia. E’ pericoloso, e se non è la prima volta che fa simili disastri, questa ragazza ha i giorni contati. Oggi l’ha passata liscia grazie a me, ma se ha già dei precedenti i preti la troveranno, è questione di giorni… forse di ore. Tenere le distanze è la cosa più saggia da fare.
“Mi chiamano Ambra – rispose – e tu?”
“Duna. Non dirmi che è un nome assurdo, lo so. Anche se non è la cosa più assurda della mia vita, se capisci cosa intendo.”
“Credo di avere chiaro il concetto di base, sì.”
“Sei sicura che nessuno ci abbia viste?”
“Per averci viste ci hanno viste – disse Ambra – ma non penseranno a noi, nemmeno quando leggeranno la notizia sui giornali.” Si sentiva come una maestra elementare che deve insegnare a leggere a un quarantenne.
Duna tacque un istante, poi proruppe: “E non puoi farlo anche con me? Non farmi più pensare a quello che è successo…”
“Che?”
“Farmi dimenticare, o non pensare, o quel cavolo che fai con la gente! Puoi farlo? Lo faresti?” La guardò, quasi implorante. Ambra era sempre più confusa.
“No che non posso… tu non sei una vittima, non… non sei suggestionabile, ecco. E comunque non capisco perché me lo chiedi… per quelli come te è la norma, non c’è niente di…”
“Vaffanculo la norma e vaffanculo quelli come me!” gridò improvvisamente Duna, così forte che il suo cane saltò su ringhiando, il pelo della schiena ritto e gli occhi iniettati di sangue. Ambra lo tenne d’occhio, nel caso desse segno di volerla aggredire, ma l’animale sembrò percepire che la minaccia non arrivava dall’ospite e non la guardò neppure. Duna abbassò una mano in una carezza e poco a poco il cane si placò.
“Mi vuoi spiegare qual è il problema?” Cominciava a pensare che la sua ospite fosse affetta da seri problemi mentali, perché il gusto del sangue ce l’aveva, eccome se ce l’aveva, aveva visto benissimo con quanta soddisfazione avesse banchettato, non c’era il minimo dubbio al riguardo, ma quella reazione isterica, quel rigetto totale, le pareva altrettanto genuino. Si domandò brevemente se fosse effettivamente al sicuro, lì da sola con lei, e lanciò un’occhiata alla porta. La Bestia si era già saziata, ma quel genere di creature erano molto imprevedibili, a volte. “Hai paura della lavata di testa che ti farà il tuo capobranco?”
“Me l’ha già fatta giorni fa. Ha detto che sono una bomba innescata, e aveva ragione.” Disse Duna con voce spenta, in violento contrasto con gli urli di poco prima. Continuava ad accarezzare la testa del cane, il quale a sua volta annusava il sangue che le era schizzato sulle gambe, con tesa concentrazione.
Per dirlo perfino il suo capo, questa qui deve essere veramente una forza della natura, pensò Ambra. Se qualche prete è sulle sue tracce, che Dio lo aiuti. Che Dio l’aiuti davvero.
“Ti conviene farti quella doccia – le consigliò, per cambiare discorso – ti schiarirai le idee. Io devo proprio andare, adesso.”
“Certo.” Si mosse verso il bagno, ma arrivata a metà strada si volse e la guardò dritta negli occhi. Aveva un volto curiosamente infantile, su un corpo modellato dall’attività fisica, ma lo sguardo che lanciò ad Ambra era senza età, come proveniente da un passato talmente lontano da essere stato, di fatto, completamente cancellato fino a quel momento. Occhi atavici, pensò Ambra, e non riuscì mai più a dimenticarseli.
“Adesso che ho Cacciato, anche se in maniera quasi accidentale, non posso più dire di non esserlo, giusto?”
Ambra non capiva. “Come?”
“Un licantropo. Ormai sono un licantropo a tutti gli effetti.” Sparì nel bagno, lasciando Ambra nel soggiorno deserto. Vide sul ripiano del telefono una pila di biglietti da visita e ne prese meccanicamente uno. Fa l’istruttrice cinofila, molto appropriato.
Lì accanto c’era una foto che la ritraeva insieme a un giovane coi capelli neri e ricci, lui che le faceva le corna durante lo scatto, e a guardare meglio si accorse che quella casa portava anche l’impronta di qualcun altro, che Duna non viveva lì da sola: i vestiti da uomo buttati sulla sedia in ingresso, il calendario di donnine accanto al frigo, due telefoni cellulari sul piano della cucina, a ricaricare le batterie. E’ il suo ragazzo o solo un coinquilino? Sarà uno come lei?
Erano passati anni dall’ultima volta che Ambra aveva condiviso l’esistenza con qualcuno. Troppi problemi. Una vittima avrebbe potuto tradirla, volontariamente o meno, e un suo simile avrebbe soltanto raddoppiato i rischi, per entrambi. Ma forse lei non ci bada. Sarà anche mezza matta, ma sa benissimo quanto è forte. Un prete che si metta a darle la caccia potrebbe essere sfortunato… e trovarla sul serio.
Andò al lavello per rinfrescarsi, prima di andarsene, col cane che la guardava attentamente, mettendola a disagio. Se solo se lo fosse portato dietro, tutto quel disastro non sarebbe successo, con ogni probabilità. I cani da guardia erano ancora un ottimo deterrente, una delle poche cose che attraversavano gli anni e i secoli senza risentire dell’età.
Dal bagno non arrivava nessun rumore, come se Duna fosse ferma a guardarsi allo specchio. Poco dopo l’acqua cominciò a scorrere, ed era talmente calda che il vapore prese a filtrare da sotto la porta.
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