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5 - Segreto confessionale

March 1 2007 at 8:47 PM
  (Login Promethea)


Response to Duna dei lupi

 
– 5 –

SEGRETO CONFESSIONALE



Ospedale Gemelli, 15 luglio

Padre Angelo aspettò pazientemente che i giornalisti si decidessero ad andarsene e che il primario potesse dedicargli un po’ di attenzione. Naturalmente, era vietato entrare in terapia intensiva salvo che per i medici, ma non gli fu difficile persuaderlo a collaborare, un po’ pregandolo un po’ ricordandogli delle donazioni ecclesiastiche versate ogni Natale. Alla fine il primario sbuffò e gli disse di chiedere il permesso dei parenti, poi girò sui tacchi e seguì i giornalisti, probabilmente per continuare la conferenza stampa in un luogo dove le telecamere lo illuminassero sotto il suo profilo migliore.
Padre Angelo rimase dov’era, irritato per l’ultima imposizione del medico, che poteva costituire un problema. “Sono venuto a portare i conforti religiosi…” esordì esitante davanti alla donna disfatta seduta davanti alla porta a vetri smerigliati che chiudeva il reparto di terapia intensiva. Con i tempi che correvano, non era più tanto scontato che chi si aveva di fronte fosse un bravo cristiano, per non parlare di un bravo cattolico, e se la donna l’avesse respinto non avrebbe proprio saputo che pesci prendere. Lo stomaco cercava ancora di salirgli in gola, dopo la visita all’obitorio, e una discussione su Dio che non esisteva o che era un sadico per permettere simili atrocità era l’ultima cosa di cui aveva bisogno. La mente continuava a tornargli a una gola che non esisteva più, una testa attaccata al corpo solo da pochi miseri filamenti di carne e una colonna vertebrale che scintillava in maniera sconvolgente alla luce mattutina. Non era riuscito a guardare gli altri corpi ed era stato costretto a uscire e ficcare il naso il un vasetto di Vicks Vaporub, per liberarsi dall’odore nauseante della morte. Ormai dovrei esserci abituato, ma forse nessuno può abituarsi del tutto a cose del genere… e forse è un bene. Significa che sono ancora un servo di Dio, se inorridisco a certi spettacoli. Era venuto un inserviente a chiedergli se gli serviva aiuto, gli aveva detto che il bagno era in fondo al corridoio e infine gli aveva consigliato di uscire, perché sembrava proprio sul punto di svenire. E padre Angelo in effetti lo era stato, anche se non proprio per le ragioni che l’inserviente doveva ritenere. Non era ciò che aveva visto, ma ciò che sapeva a farlo sentire sull’orlo del baratro.
Perché tutto questo? Chi è arrivato a Roma, capace di tanto, in nome di Dio?
Si costrinse a concentrarsi sulla persona davanti a lui. La donna lo guardava con occhi rossi e gonfi, come se non avesse capito completamente quel che gli aveva detto. “Sono il prete dell’ospedale.” Aggiunse allora, e gli parve di vedere un barlume di comprensione.
“Ah, sì… grazie…”
“Mi permette di entrare per parlare con suo marito?”
“Sì… sì… vada…” Non sembrava che la donna gli prestasse granchè attenzione. Avrebbe avuto bisogno anche lei di un po’ di conforto, ma le priorità di padre Angelo in quel momento erano altre. Si raddrizzò, suonò il campanello e disse all’infermiera che era autorizzato dal primario a fare visita al paziene 214. L’infermiera lo guardò, dubbiosa. “E’ sicuro? Non è messo molto bene, adesso… forse domani…”
“La parola di Dio non può aspettare, Luisa.” Mormorò padre Angelo. L’infermiera si strinse nelle spalle. Era una ragazza devota, veniva spesso alla cappella dell’ospedale, e non trovò nulla da obiettare. “Se però non le rivolgerà la parola o vorrà che esca, la prego di non insistere – gli disse, più che altro per dovere professionale – quei cani randagi l’hanno ridotto davvero male, capisce.”
Cani randagi, certo, pensò padre Angelo con un smorfia, ma non disse niente: indossò camice e mascherina e si lasciò guidare lungo il corridoio, nel rumore dei macchinari che tenevano in vita i pazienti più gravi, fino alla porta dell’ultimo ricoverato.
“Cinque minuti, non di più. E’ reduce da un intervento di più di sei ore ed è sotto sedativi. Se non le parla, venga via subito, ha capito?” Gli disse l’infermiera, decisa. Padre Angelo annuì. Quello era il suo lavoro, lì comandava lei, come lui comandava nella cappella. Le chiese maggiori ragguagli sull’intervento. Tutto collima, pensava, non ho quasi più dubbi… mi manca solo di ascoltare la viva voce della vittima. Del superstite, anzi.
L’infermiera parlò: a sua detta, il primario aveva dichiarato quell’intervento un capolavoro di microchirurgia, necessario per rimettere insieme i legamenti strappati e per rimuovere le schegge d’osso che si erano conficcate nei muscoli. Era, aveva affermato, come se i cani gli avessero preso le membra, serrandole tra i denti per poi spezzarle con una violenza e una rapidità tali da far saltare tutto, dentro, come quando si torce più volte un ramo verde e poi lo si strappa via. Sulla carne c’erano squarci profondi, slabbrati, che avevano richiesto quasi cinquecento punti, tra interni ed esterni, per restituire una parvenza di umanità a quel povero corpo martoriato. Il referto parlava di zampate, non solo di morsi. L’infermiera gli disse che probabilmente i cani non erano meno di una decina, per aver ridotto così ben cinque persone. Ma il sguardo era perplesso, mentre parlava, e padre Angelo capiva il perchè. Un cane poteva mordere, poteva scorticarti con le unghie, poteva magari ridurti in fin di vita, se supportato da un branco di suoi simili… ma mai, in nessun caso, un cane poteva torcere il braccio a un uomo fino a scardinarlo dalla spalla, legamenti, ossa, vene e muscoli insieme. Era quanto accaduto ad almeno una delle vittime, quella morta per lo choc e l’emorragia, e il medico legale gli aveva detto che sembrava proprio come se l’avessero disossato. Come un pollo arrosto, aveva precisato, paragone che padre Angelo trovava raccapricciante e, allo stesso tempo e in buona misura per gli stessi motivi, assolutamente calzante.
“Probabilmente non vorrà parlarle – lo avvertì ancora l’infermiera – a parte tutto, è sofferente anche per l’antirabbica. Mi raccomando, non lo faccia agitare. Non mi metta nei guai.”
Padre Angelo sorrise e la rassicurò, sentendosi un vecchio zio che saluta la nipote obesa dicendole che la trova in splendida forma. Antirabbica, ridicolo. Lui aveva bisogno di ulteriori elementi per capire in che modo aiutare l’uomo sofferente, in quella stanza, ma ne sapeva già abbastanza per essere certo di non aver bisogno di qualcosa che andava iniettato, somministrato o compresso in pillole. Quello che serviva era decisamente più profondo, più solenne, più… più sacro, ecco.
Nulla come la parola di Dio può risolvere questi problemi, si disse. Risolve anche gli altri, naturalmente, ma in questi casi Nostro Signore da’ il meglio di sé.
Non che sperasse proprio di dover agire come riteneva avrebbe dovuto agire. Era ormai più vicino ai sessanta che ai cinquanta, negli ultimi dieci si era dedicato unicamente alla cappella dell’ospedale e stava benone così, ma c’erano doveri a cui nessun servo di Dio poteva sottrarsi. Non dopo aver preso i voti, perlomeno. Colse un breve riflesso di sé nello schermo del monitor che mostrava l’elettroencefalogramma e quasi sospirò: un uomo alto, allampanato, senza neppure un’ombra della bellezza standardizzata per cui i giovani sudavano ore e ore in palestra. Il suo volto esprimeva soltanto la quieta austerità che aveva abbracciato per fede tanti, tanti anni prima, con un gran naso che gli dava un’aria grave, più che grottesca, e un neo sulla tempia che nascondeva coi capelli, prima che questi si ritirassero troppo per permettergli di continuare senza apparire ridicolo. Signore, sia fatta la Tua volontà, ma se per pura ipotesi la mia potesse interessarTi, gradirei molto non dover affrontare quel che temo dovrò affrontare. Non alla mia età, se non altro. Me la sono cavata bene da giovane, ma ormai di che utilità potrei esserTi? Vogliamo fare questo compromesso? SaresTi così buono col Tuo umile servo, Signore dei Cieli?
L’intermiera cominciava a dare segni di impazienza e padre Angelo capì che non poteva più procrastinare. Entrò e si fermò accanto al letto. “Signor Gheno?” chiamò sottovoce. Il giovanotto disteso sul letto, trafitto da flebo e tubicini vari, attaccato a monitor di ogni genere, girò la testa a guardarlo. Gli occhi erano annebbiati dalle medicine e la pelle tesa per la sofferenza, lucida sulla fronte per il sudore, ma sembrava sveglio e vigile. Un po’ di fortuna, almeno questo.
“Chi… è lei?”
Padre Angelo si toccò il collare bianco, che portava anche in piena estate. “Sono venuto a offrire la mia umile assistenza, se può esserle di conforto.”
“Dov’è mia moglie?”
“E’ fuori dal reparto. Ha bisogno di un po’ di tempo per riprendersi dallo choc. Vuole che gliela chiami?”
Intontito dai farmaci, l’infermo impiegò un po’ di tempo per elaborare il concetto. Padre Angelo aspettò.
“Sono stanco… voglio dormire.” E chiuse gli occhi. L’infermiera gli toccò leggermente la spalla, per fargli capire che era ora di andarsene, ma il prete non se ne diede per inteso e prese una sedia, accostandola al letto.
“Non credo che…” prese a dire l’infermiera, ma padre Angelo la interruppe.
“La prego, mi lasci solo cinque minuti con lui, vuole? Solo cinque minuti. Se non vuole parlare, non lo disturberò più.”
“Padre, davvero, sarebbe meglio…”
“Il segreto confessionale non si può violare, Luisa. Lo sa perfettamente anche lei.”
L’infermiera sospirò. “Cinque minuti, d’accordo?”
“Lei è un angelo. Prometto di non crearle problemi.”
“La prego.” Disse Luisa. Esitò ancora un momento, poi si volse e uscì, chiudendosi la porta alle spalle. Dopotutto, il prete aveva l’autorizzazione del primario e il consenso della moglie, la responsabilità che le toccava era quindi molto limitata. Padre Angelo la invidiò: la sua, di responsabilità, da quel preciso momento in avanti sarebbe stata praticamente senza confini.
“Non vuole parlare di quel che è successo?” domandò dolcemente all’uomo pallidissimo sul letto. Non ebbe alcuna risposta e dovette ripetere varie volte prima che l’infermo riaprisse gli occhi per guardarlo.
“La prego… voglio dormire…”
Padre Angelo lo ignorò. “Si rende conto che è vivo per miracolo?”
“Ho fatto finta di essere morto… non mi hanno badato…”
Chi non le ha badato?Che cosa non le ha badato? Padre Angelo si umettò le labbra e si sporse in avanti, in attesa.
L’intontimento farmacologico aveva abbassato le difese dell’uomo, e forse fu per questo che, dopo un altro lungo silenzio interrotto solo dai bip-bip dei monitor, padre Angelo ascoltò le parole che avrebbe voluto disperatamente non udire: “Quelle due puttane…”
Due. Chiaro, uno solo non avrebbe potuto fare tanto. Il prete sentì qualcosa di molto gelido e molto duro attraversargli la spina dorsale. Si impose di rimanere impassibile.
“Due donne?”
“Due mostri…” Improvvisamente l’uomo parve rendersi conto di quel che stava dicendo, perché si fece ancora più pallido, salvo nei punti dov’era stato ricucito, che erano lividi e viola, e l’attaccatura dei capelli diventò una specie di linea diritta: di là il nero, di qua il bianco più cadaverico che il sacerdote avesse mai visto. Le pupille erano dilatate dalle medicine, ma parvero farsi ancora più grandi e l’uomo parve recuperare abbastanza lucidità per dire: “Due cani… due femmine… ecco cos’erano… due…”
“Due mostri – lo interruppe padre Angelo – partiamo da qui, vuoi? So che non stai mentendo e che non sei impazzito.” Congiunse le mani davanti a sé, assumendo un’aria paterna e comprensiva. Doveva indurlo a credergli, doveva conquistare la fiducia dell’uomo che giaceva in quel letto, trafitto da tubi e sonde, collegato a monitor che ne controllavano respirazione, battito, attività cerebrale, perché era disperatamente importante conoscere la verità prima che la razionalità arrivasse a distorcerla, a fargli pensare di aver avuto un abbaglio, delle allucinazioni, e che si convincesse di essere stato davvero aggredito da dei cani randagi, che avevano ammazzato i suoi compagni e ridotto lui a una specie di pupazzo di stracci. Succedeva spesso. Si preferiva credere a un attimo di delirio allucinatorio dovuto al trauma, si arrivavano a pagare dei professionisti perché ti spiegassero che il tuo subconscio aveva attinto dall’immaginario collettivo per evocare figure orrorifiche che rimuovessero ciò che era accaduto realmente. Rimuovere era una parola che padre Angelo sentiva sempre, in quei casi. Andava benissimo, una barriera mentale tra sé e il Male non poteva certo nuocere, ma bisognava raggiungere la verità dei fatti prima che essa fosse eretta.
Era lì per quello.
“Quante persone c’erano con te?” gli chiese, per verificare quanto esattamente fosse in sè. L’altro si accigliò, pensando. Chiaramente non riusciva a seguire il senso completo del discorso e si appigliava alle singole domande, frugando nell’intelletto esausto e anestetizzato senza porsi troppi interrogativi. Bene. Molto bene.
“Quattro… Fabio, Giovanni, Gianfr…franco e… e…” La voce si spense, ma non aveva importanza, era abbastanza sveglio da potergli dare le informazioni desiderate.
“Sono tutti morti.” Disse. Il suo scopo era di scuoterlo, e raggiunse in pieno l’obiettivo, perché gli occhi di Gheno si spalancarono, mostrando le cornee venate di capillari tutt’intorno alle iridi dilatate dai sedativi.
“Lei scherza!”
Padre Angelo non disse niente.
“No… non ci credo…”
“Ci creda. Lei è stato veramente fortunato, signor Gheno. Il Signore la guardava da lassù e l’ha voluta salvare.”
“Non credo a Dio. Non se lascia che succedano queste cose.”
“Perché non me ne parla, di queste cose? Cominci dall’inizio.”
Gheno parve afflosciarsi sui cuscini. “Mi prenderebbe per matto.”
“Si stupirebbe, se sapesse quanto la considero sano di mente, invece. Mi dice che sono state due donne anziché un branco di cani, e io le credo.”
“Non ho detto…”
“Se mi dirà che non sono due donne umane, crederò anche a questo.”
“Non…” l’uomo si agitò sul letto, e fece una smorfia perché la sedazione dei farmaci non eliminava completamente il dolore. Il tubicino della flebo oscillò pigramente. “Che cosa intende dire?”
“Quel che ho detto. Non ho ragione di dubitare di lei, e se credo a quel che mi ha detto, devo anche credere che stanotte sia avvenuto un abominio agli occhi del Signore. Non vorrebbe parlarmene?” Fece una pausa, per enfatizzare al massimo quel che doveva ancora dire. “E’ la sua sola occasione per dire la verità ed essere creduto, sa. Nessun altro le presterebbe fede. Se vuole liberarsi del ricordo che la tortura, la sua occasione è questa.”
“E lei… lei crederebbe a qualsiasi cosa io dica?”
“Io credo a quel che vedo. E a quel che insegna Nostro Signore. Guardandola, credo anche che le due cose coincidano, stanotte.” Si fece il segno della croce.
L’altro pareva ancora diffidente, ma non era in grado di discutere più di tanto, mentre sicuramente desiderava scaricare quell’orrore, per poter cominciare il prima possibile a credere di aver avuto un’allucinazione. “Quindi se le dico che sono state due donne, mi crede??”
“Non due donne – rispose padre Angelo – due mostri.”
Seguì un lungo silenzio che il prete non interruppe. Poteva leggere sul volto dell’uomo disteso nel letto d’ospedale come su un libro aperto. Il conflitto, la battaglia interiore tra la paura e il desiderio, il bisogno di parlare, di sfogarsi… e magari di trovare vendetta. Quando veniva riaccesa una speranza, si voleva sempre ottenere vendetta. Era un sentimento molto poco cristiano, certo, ma padre Angelo riteneva che il fine giustificasse anche il mezzo indubbiamente meschino di suscitare simili sentimenti tra le pecorelle del Signore. In fondo per assolvere un uomo dal peccato dell’ira bastavano un pentimento e una confessione.
Per salvarlo da Coloro che vivevano nella notte gli sforzi erano molto più rilevanti. Più rischiosi, anche.
Il signor Gheno parve prendere una decisione. Alzò la testa e lo fissò negli occhi. Padre Angelo vide le occhiaie e le sclerotiche arrossate e iniettate di sangue, dietro la forzata tranquillità indotta dai sedativi. Quell’uomo avrebbe dormito molto male, nei giorni a venire. Si sarebbe svegliato nel buio della notte con delle zanne gocciolanti davanti agli occhi, un respiro caldo sul viso e un grido di terrore nella gola. Per sempre, forse.
“Mi dica, padre… lei crede che… insomma, sa cosa dicono di quegli… quegli esseri…” Ammutolì, troppo esausto e troppo incredulo per continuare.
“Dicono molte cose – lo aiutò padre Angelo – non tutte rispondenti a verità. Cosa la preoccupa?”
“Dicono che… se ti mordono… diventi uno di loro…” la voce gli tremò, si spezzò e si spense.
Padre Angelo rispose con decisione. “Non c’è niente di vero in quelle storie. E’ soltanto una trovata fantasiosa, di qualche sceneggiatore di film dell’orrore, ma non ha alcun riscontro nella realtà. Lei si è salvato, non le succederà niente. Guarirà e basta.”
“Ne è sicuro?” Gheno sembrava incredulo, non riusciva a fidarsi. La forza della televisione non poteva essere scalzata da poche parole.
“Ne sono sicuro. Adesso deve solo pensare a rimettersi… e naturalmente a non parlare con nessun altro di tutto questo. Io le credo, ma perfino sua moglie la prenderebbe per pazzo, capisce.”
Gheno annuì lentamente. Girò adagio la testa, forse per guardarsi il corpo martoriato, ma fece una smorfia e lasciò perdere. Bloccato su quel letto, poteva soltanto suggere dell’acqua con la cannuccia, dal bicchiere sul suo comodino. Padre Angelo lo prese e fece per porgerglielo, ma l’uomo riprese a parlare, ignorandolo.
. “Era una sola, all’inizio. Ci è saltata addosso come… come…”
“Come un lupo?” gli suggerì il frate, e Gheno annuì.
“Aveva gli occhi… indemoniati… e le mani…” Con grande sforzo ne sollevò una e rattrappì le dita ad artiglio, con una smorfia. “Ma la cosa peggiore era la faccia… cambiava… la bocca… i denti…” si interruppe e distolse lo sguardo. “L’altra è arrivata dopo… ha preso Fabio… lui era cosciente… sono sicuro che lo era…”
Calò ancora il silenzio, e padre Angelo non lo interruppe per un pezzo, mentre raccoglieva le idee. Erano due, ma solo una ha attaccato… perché? Di solito agiscono in gruppo. Forse l’altra era indebolita, in qualche modo, e la sua amica le ha spianato la strada? Gli pareva l’unica soluzione plausibile, ma una spiegazione confezionata al momento difficilmente era la migliore. L’importante adesso era raccogliere quante più informazioni possibili. Per le deduzioni, le indagini e le conclusioni c’era tempo in un secondo momento.
Quanto mostruosamente forte deve essere stata, per averne uccisi cinque tanto in fretta, e con tanta crudeltà? Signore, cosa hai lasciato scatenarsi nella Tua città? Perché una simile prova, al Tuo servo più umile?
“Non vorresti confessarti, figliolo?” chiese alla fine. Se voleva andare avanti con quell’interrogatorio, non poteva esimersi dall’impartire i sacramenti. C’erano delle regole che non potevano essere infrante. Non in simili circostanze.
L’uomo si morsicò l’interno delle guance. Era chiaramente esausto, ma altrettanto chiaramente non voleva rinunciare a quella possibilità di parlare. Con la sua famiglia, con i medici, con gli amici, coi giornalisti che sarebbero venuti a parlargli, con quelli dell’assicurazione e con chiunque altro avrebbe dovuto mentire, attenersi alla storia dei randagi impazziti, stringersi nelle spalle quando gli avessero fatto notare la stranezza di quell’attacco e rispondere che non sapeva altro.
Quella era la sua unica occasione di parlare ed essere creduto. Avrebbe potuto riversare sul prete tutto il suo orrore, liberarsene, dimenticarsene. Padre Angelo era tranquillo, sapeva che avrebbe ceduto.
Non si sbagliava. “Io… promette che non lo dirà a nessuno?”
“Il segreto confessionale è sacro per un ministro di Dio, figliolo. Vuoi la remissione dei tuoi peccati?”
“Io… sì. Se non ne parla con nessuno, sì.”
Padre Angelo si alzò per chiudere a chiave la porta.


Dagli archivi risultò ben poco. Gheno aveva affermato che la ragazza che aveva attaccato per prima non aveva alcuna inflessione romana. Del nord, era tutto quel che aveva potuto dirgli. Sull’altra ragazza non aveva tratto alcun costrutto utile: Gheno era svenuto quando l’aveva vista afferrare il suo amico e affondargli i denti nella gola.
Turiste? Era una possibilità. Si è trasferita a Roma da troppo poco tempo per aver perso l’accento, aggiunse mentalmente mentre scorreva l’elenco. L’avvento dei computer aveva semplificato enormemente il tedioso compito di consultare schede su schede, storie su storie, indizi su indizi, e a padre Angelo bastò inserire un paio di parametri nel motore di ricerca per restringere il campo a una quindicina di nomi scarsi. Prodigi di Internet, pensò guardando la foto di una giovane donna dai capelli rossi, sulla quale era impressa di traverso la parola EPURATA. Un paio di password per proteggere le aree riservate, dei bravi programmatori che prevenissero intrusioni indesiderate, ed ecco che padre Angelo non era più costretto a farsi venire l’artrite sfogliando decine e decine di anonime cartelle, dopo aver aspettato ore che dal Concilio arrivasse l’autorizzazione ad accedere a materiale custodito gelosamente nelle biblioteche vaticane. Aveva dovuto imparare a usare quell’aggeggio infernale che sempre, sul più bello, dichiarava un errore irreversibile del sistema e smetteva di funzionare, ma la perfezione non era di questo mondo. Schiacciò un pulsante e la rossa scomparve dal monitor, sostituita da una biondina con l’aria svampita. Questa non era stata ‘epurata’, ma una rapida scorsa al documento gli chiarì che non era una di quelle che stava cercando. Non era neanche certo che fosse una di loro, ed era soltanto per questo motivo che si trovava ancora in circolazione. Nell’archivio venivano inseriti i sospetti, e lì rimanevano finchè non veniva chiarito al di là di ogni dubbio la loro natura… in un modo o nell’altro.
Facce lentigginose, facce tonde, capelli bruni e capelli chiari, visi graziosi e lineamenti insignificanti, l’unica cose che avevano in comune era una certa prestanza fisica dovuta all’intensa attività cui si sottoponevano tutte, indistintamente. Alla fine rimasero tre volti. Tre nomi.
Tre storie.
Una di esse risiedeva a Torino, e padre Angelo si annotò di fare un controllo per verificare se avesse fatto un viaggio a Roma, in quel periodo. Le altre due vivevano nella città, si erano trasferite da qualche anno, ma erano entrambe incerte. Una sembrava fosse stata inserita solo in quanto ‘socialmente pericolosa’, e probabilmente nemmeno il ministro di Dio che l’aveva schedata credeva davvero che appartenesse al popolo della notte: non bastava essere una sospettata di omicidio per divenire un mostro, sebbene questo fosse oggetto di dibattito filosofico. Ma era sempre opportuno eccedere in rigore, piuttosto che il contrario.
L’altra, nonostante i punti interrogativi che costellavano la sua scheda, gli sembrava decisamente più probabile, pur rimanendo molto incerta. Dall’episodio che aveva provocato il suo inserimento nell’archivio erano passati oltre dieci anni, e se c’era una cosa che padre Angelo aveva imparato, quando si trattava di creature come quelle, era che nessuno rimaneva nell’archivio per così tanto tempo, senza che fosse o epurata o tolta dall’elenco dei sospetti. Quella probabilmente era ancora lì soltanto perché l’evento era troppo insolito per poterla scagionare senza evidenti prove contrarie, ma quello stacco di dieci anni era davvero troppo ampio perché potesse semplicemente denunciarla in Vaticano, senza compiere prima ulteriori indagini. Accusare un innocente di essere un emissario di Satana era un atto da inquisizione medievale, non da persone civili, e padre Angelo intendeva procedere con cautela.
Non trovò alcuna traccia dell’altra ragazza, la bionda entrata in scena dopo il massacro, ma non se ne ebbe a male: quella era solo la prima fase della caccia, un preliminare, quasi una formalità burocratica, e comunque, se una delle tre sospettate era quella che cercava, si sarebbe fatto dire come rintracciare la sua complice. Si sarebbe fatto dire molte cose, prima di epurarla.
Stampò le tre schede e le spillò accuratamente, per studiarle e poter svolgere ulteriori indagini su ognuna. Veronica Di Palma, ventotto anni, Torino. Trovata in stato confusionale a un rave party accanto al corpo straziato del suo fidanzato, sette mesi prima. La perizia aveva escluso che potesse fisicamente aver aggredito il compagno, anche sotto l’effetto di stupefacenti (dall’esame delle urine non era comunque risultato niente di più compromettente di un paio di birre).
Lucia de Sanctis, trent’anni, Venezia. Scoperta in possesso di modeste quantità di stupefacenti e sospettata di complicità nel sequestro e nell’uccisione di un anziano (e ricchissimo) parente, rinvenuto in un fosso parzialmente divorato dai topi e dai cani randagi. Assolta da tutte le accuse senza aver fatto neppure un giorno di carcere, non si era mai chiarito come fosse possibile che un corpo rimasto solo due giorni all’aperto potesse essere ridotto in quel modo. Di tutte e tre, a padre Angelo sembrava la meno probabile, sebbene si fosse trasferita a Roma da circa due anni e lavorasse precariamente, non disdegnando occasionali furtarelli qua e là. Era finita due volte davanti al giudice per taccheggio e una per atti vandalici.
Duna Granieri, ventidue anni, Padova. Unica testimone dell’aggressione ai danni dello zio ad opera di una muta di animali non meglio precisati, probabilmente cani randagi, sebbene non si escludesse l’ipotesi di qualche esotico sfuggito a un privato con la mania degli animali pericolosi. Lo zio si era salvato, ma da allora era confinato su una sedia a rotelle e del tutto impossibilitato ad avere una vita normale o a lavorare in qualunque modo. La ragazza si era traferita a Roma da quattro anni e sembrava aver sempre condotto una vita tranquilla, senz’altri indizi che quell’unico episodio, verificatosi quando aveva intorno ai dodici anni d’età.
A quell’età la Bestia si sveglia per la prima volta. Questo coincide. Ma perché in seguito c’è stato un periodo di calma tanto lungo? Il rapporto del parroco locale annotava soltanto che, qualche mese dopo l’aggressione dello zio, il padre della ragazza si era suicidato per una grave forma depressiva, le cui cause sembravano piuttosto oscure. Non deve aver vissuto un’adolescenza molto spensierata, si sarà traferita per questo, considerò padre Angelo guardando la fotografia (una di quelle che si usano per il rinnovo dei documenti, scattata alla macchinetta automatica in qualche stazione): una giovane donna dal viso ancora infantile, senza traccia di cosmetici e coi capelli legati in una semplice coda di cavallo, che guardava l’obiettivo con l’espressione tipica di chi sa di essere fotografato, cercando di sembrare disinvolta e riuscendo soltanto a stiracchiare le labbra mostrando i denti. Denti bianchi, perfetti, regolari.
Guardò il suo attuale domicilio ed ebbe un sussulto. Viveva a poche centinaia di metri dal luogo dello scempio consumatosi quella notte. Presa, pensò. Certo, andava fatta qualche ulteriore verifica, abitare nel luogo dove si era consumata quella carneficina non era di per sé una prova di colpevolezza, ma…
Il telefono accanto al computer cominciò a squillare. Padre Angelo allungò meccanicamente il braccio e si accostò la cornetta all’orecchio, senza staccare gli occhi da quella fotografia, quegli occhi grigioverdi che davano al volto del mostro un’aria di innocenza tale da renderlo fasullo, come la copertina di uno stucchevole romanzo sentimentale. Le falsità del Maligno, pensò ascoltando distrattamente la voce all’altro capo del filo. Poi la voce disse qualcosa che catturò la sua attenzione. “Morto?” Chiese, sconvolto. “Embolia? Ma come… mi avevano detto…” Ammutolì e ascoltò. “Certo, capisco… sì, sarei tornato domani, grazie per avermi informato, Luisa… no, non è niente. Che Dio l’accolga, pover’uomo. Ha fatto giusto in tempo a chiedere la remissione, almeno questo.”
Riappese e rimase a fissare quella faccia sullo schermo, muto e livido. Non si sarebbe mai aspettato una rappresaglia tanto immediata, non da quel genere di creature, perlomeno. Ecco perché c’è uno scarto di dieci anni, pensò, è semplicemente astuta, non si è mai scoperta… ma stavolta non sfuggirai alla spada di Dio, stanne certa.
“Mostro.” Sibilò, e istintivamente arricciò le labbra, mostrando i denti al predatore dalla faccia di bambina che lo guardava fisso, dall’altra parte del vetro dello schermo.

 
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