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6 - Le vittime

March 1 2007 at 8:48 PM
  (Login Promethea)


Response to Duna dei lupi

 
- 6 -

LE VITTIME



Ospedale Gemelli, 15 luglio

Seduto al bar del pianterreno, Walter attese con pazienza che i giornalisti se ne fossero andati, prima di lasciare lì il caffè ormai freddo e il cornetto, che non aveva neanche toccato. Si spazzolò i pantaloni, li scrollò restituendo al taglio l’affilata verticalità di una lama di coltello e si avviò verso l’ascensore, con tutta calma. Le donne che incrociava lungo la strada si fermavano un attimo a guardarlo, come ipnotizzate. Poi, immancabilmente, sorridevano. Walter le ignorava completamente, assorto com’era nei suoi pensieri e intento a prendersela con se stesso per aver accettato di occuparsi di quella seccatura. Erano le tre passate, e anche se gli rimaneva un’ora abbondante prima di doversi ritirare al sicuro in casa sua, d’estate l’alba era sempre troppo precoce perché lui avesse voglia di trovarsi così lontano dalla propria dimora, a un’ora tanto tarda. Avrei dovuto rifiutare, pensò mentre aspettava che l’ascensore arrivasse, non so ancora come Ambra sia riuscita a convincermi.
Beh, non che l’avesse convinto, ammise con se stesso. Quel che aveva fatto era stato un banale appellarsi alla cortesia, chiedendogli garbatamente di concludere lo sgradevole episodio che l’aveva coinvolta, la notte precedente. “Ci andrei io, ma sai anche tu che non è prudente immischiarmi ancora di più. Per favore, Walter, non c’è nessun altro in cui riponga fiducia come in te.”
Questo, Walter poteva capirlo. Seppur ancora relativamente giovane, Ambra era piena di giudizio, e sapeva bene che per togliere le castagne dal fuoco era meglio rivolgersi ai più anziani. Prendendoli per il verso giusto, si poteva perfino indurli a darti una mano, a volte.
Come adesso.
“Ti sei data il nome sbagliato, Ambra cara – mormorò, appoggiato al muro – sei una perla, non un pezzo di resina fossile. Una vera perla se si tratta di ammaliare.”
Sorrise lievemente, sapendo che quelle parole erano pressochè scandalose e che avrebbe suscitato smorfie di orrore nei suoi simili, se le avesse ripetute ad alta voce. I compagni erano intoccabili, avvicinarsi a uno di essi con un certo tipo di intenzioni non sarebbe stato meno deprecabile che avvicinare la propria sorella, anche se in verità la comunità vampirica, negli ultimi tempi, aveva un po’ allentato le redini per quanto riguardava quel particolare tabù. L’avvento di metodi contraccettivi pressochè infallibili rendeva inutile stare lontani da coloro per cui si provava attrazione, e specialmente i più giovani trovavano quel divieto una sciocchezza, un anacronismo. Walter poteva comprenderli, ma un simile atteggiamento era pericoloso: da un lato rischiava di assottigliare le fila dei vampiri, se questi si fossero mescolati unicamente tra loro ignorando le vittime se non per pasteggiare, dall’altro rischiava di generare mostri. Lui, dal canto suo, ricordava fin troppo bene cos’era successo, l’ultima volta che l’unione di due vampiri aveva dato il suo frutto… no, era meglio attenersi alle vecchie regole: vivere tra le vittime, mescolarsi tra loro, nutrirsene… amarle.
Scosse la testa per allontanare quei pensieri e concentrarsi su quel che il presente gli richiedeva.
Sapeva che non si sarebbe mosso così celermente, se a rivolgergli quella richiesta fosse stato uno altro dei più giovani, ma Ambra era speciale. Era in gamba, molto in gamba, e Walter non dubitava che avesse davanti a sé moltissimi lustri di proficua attività, cosa che gli riusciva oltremodo gradita, perché immaginare di poter percorrere un po’ di strada con qualcuno che non sarebbe morto nel giro di pochi insulsi decenni era confortante. Poteva benissimo essere amicizia, la sua.
Sì, poteva benissimo essere. Salvo che sapeva che non era.
Cercare di rimediare al disastro combinato da quella selvaggia prima che la stupidità di un licantropo coinvolgesse la loro comunità, quello era il motivo. Aveva biasimato Ambra per non essersi allontanata appena resasi conto di quel che sarebbe accaduto, ma in cuor suo sapeva benissimo che al suo posto avrebbe fatto lo stesso. Le occasioni di riuscire a pasteggiare senza praticamente correre rischi diventavano sempre più rare, di questi tempi. La tecnologia, la burocrazia, la coscienza sociale… tutte invenzioni che le vittime tiravano fuori una dopo l’altra, come conigli dal cilindro di un prestigiatore, al solo scopo di proteggersi dai loro predatori. Potevano anche credere che le cose stessero diversamente, ma Walter viveva davvero da troppo tempo per lasciarsi ingannare. Dietro ogni conquista, ogni scoperta, ogni mutamento, si annidava, come un tarlo in un mobile pregiato, la strisciante paura di chi è vittima ed è destinata a rimanerlo. Possono costruirsi recinti sempre più efficienti, sono e saranno sempre il bestiame a cui attingiamo per le nostre necessità, pensò Walter uscendo al piano dove c’era il reparto di terapia intensiva. Stanno creandosi dei recinti sempre più solidi, questo sì…
Si fermò di botto appena vide il prete. Era fermo davanti a una donna seduta in sala d’attesa, proprio all’entrata del reparto, e Walter fece appena in tempo a ritirarsi oltre l’angolo, augurandosi che non l’avesse visto. Non lo riteneva, e non pensava neppure che potessero sorgere dei problemi, ma già trovarsi lì era per lui motivo d’irritazione: aggiungere un incontro con un esponente della categoria più odiosa cui riuscisse a pensare era davvero troppo. Una volta il suo mentore gli aveva detto di trovare l’iconografia cristiana quanto mai azzeccata, perché il gregge di pecore protetto dal pastore e insidiato dai lupi era precisamente la situazione in cui si trovavano tutti, pur senza solitamente rendersene conto. Io sono il lupo, pensò ora Walter disponendosi ad aspettare che il prete si togliesse di mezzo, ma lui è il pastore. Potrei ucciderlo come fanno i lupi, ma anche lui potrebbe uccidere me… l’unica cosa che non cambierà mai è che il gregge è cibo.
Non pensava che i pastori si sarebbero mossi tanto in fretta. Provò disappunto, ma quanto ebbe riflettuto un po’ capì che Ambra e la comunità non correvano particolari rischi: se così fosse stato avrebbe dovuto ingaggiare battaglia col prete appena questi fosse uscito dal reparto, cosa che non intendeva assolutamente fare in assenza di motivi più che validi, e salvare la pelle a una licantropa isterica non rientrava tra questi. Se anche menzionasse Ambra, il prete penserà che sono stati due mannari. Le nostre stirpi non si mescolano mai, quindi non gli verrà in mente di appurare la natura di ciascuna delle due ragazze coinvolte. Meglio lasciare le cose come stanno, col prete.
Niente pastore. Era la vittima, quella che voleva.
Rimase in attesa, aspettando che il prete finisse di fare quel che doveva, finchè un’infermiera non girò l’angolo e non lo vide. Gli sorrise automaticamente, e stavolta Walter non l’ignorò: la riconobbe, aveva appena fatto entrare il nemico nel reparto. Bene. Molto bene.
“Posso conoscere il nome della visione che ho davanti?” Le chiese tenendo gli occhi fissi nei suoi, stabilendo un saldo contatto cui la ragazza non si sarebbe potuta sottrarre neppure volendo. Ma non che lo volesse, oh no. Nessuna vittima lo voleva mai. Finivano tutte per offrirgli spontaneamente quello che lui aveva bisogno di prendersi, liberandolo dal fastidio di dover usare la forza come talvolta erano costretti a fare i novellini. Lui non era un novellino da tanto, tanto tempo, ormai. Ed era sempre meglio quando le vittime erano consenzienti, diventava più facile occultare tutto, dopo.
“Luisa… tu chi sei?” Gli domandò in tono svagato, come se galleggiasse su una nuvola. Walter le sorrise e le fece cenno di avvicinarsi, per saggiare fino a che punto era stata ammaliata.
Lei gli andò accanto, il seno quasi gli sfiorava un braccio. Ottimo.
“Non hai bisogno di sapere come mi chiamo – le disse – sono io ad aver bisogno di qualcosa, da te.” In altre circostanze sarebbe rimasto forse un po’ a conversare, perché l’infermiera ricordasse qualcosa dopo, ma non voleva rischiare di farsi sorprendere dall’alba lontano da casa sua, così accelerò i tempi. Continuò a fissare negli occhi Luisa, rafforzando il contatto, la risposta di un corpo a un altro, l’istinto imprigionato nelle sbarre della civiltà e del pensiero cosciente… non gli fu difficile, sapeva bene come fare. Le toccò una mano e la sentì rabbrividire, vide che si inumidiva le labbra e le schiudeva, pronta a dargli quel che lui voleva, desiderosa di offrirglielo. I suoi occhi ormai non vedevano più nulla, perché erano perduti in ciò che lui aveva da mostrarle. In ciò che le avrebbe mostrato di lì a poco, comunque.
“Cosa ci fa qui quel prete?”
“E’ andato a raccogliere una confessione… da quello che è stato aggredito dai cani, stasera…” la voce di Luisa era assente, una semplice reazione delle corde vocali allo stimolo delle domande di Walter. Questi si accigliò.
“Siamo fuori dall’orario di visita. Perché è qui?”
“Non so… il primario gli ha detto che poteva…”
Walter si attorse attorno alle dita ciocche dei capelli di lei, mentre rifletteva. Naturale che il prete avesse insistito per entrare, le circostanze dell’aggressione erano troppo insolite per non destare l’interesse della Chiesa, ma Luisa aveva menzionato solo i cani. Questo lo incoraggiò un pochino.
“Il ferito ha detto qualcosa? Ha parlato lui di cani?”
“Non… non so… perché?”
“Le domande le faccio io – disse Walter in tono brusco – tu devi soltanto darmi quello che mi serve, hai capito?”
Gli occhi vuoti della ragazza si riempirono di lacrime a quel rimprovero aspro. “Io… scusami, non volevo…”
“Va bene – la consolò Walter, addolcito – l’importante è che tu mi faccia entrare nel reparto, quando il prete se ne sarà andato. Rimarrà un segreto tra noi due, d’accordo?”
La ragazza fece cenno di sì con la testa, e Walter le scostò i capelli dal collo, esponendo la pelle liscia della gola. Davvero una ragazza graziosa, sensibile, docile. Non era da escludersi che le facesse di nuovo visita, una volta o l’altra.
Stanotte ho già pasteggiato… sarebbe un peccato sprecare questo dono della fortuna… ma prima il dovere.
“Dimmi il nome di quel prete e, se lo sai, anche dove vive. Poi potremo pensare soltanto a noi due, e ne varrà la pena, stanne certa.” Promise iniziando a sbottonarle il camice.
Luisa era una bella ragazza. Non fu sgradevole assaporarla, anche se dovette tapparle la bocca con una mano perché i suoi gemiti non attirassero l’attenzione di qualcuno, e si costrinse a fermarsi ben prima del culmine, perché non poteva lasciarla esanime sul pavimento piastrellato del bagno, a rischio di scatenare un allarme. Lambì con la punta della lingua le ultime gocce di sangue che le aveva stillato dal seno prima di sciogliersi dall’abbraccio che era la sua trappola, e tolse gentilmente le mani che Luisa gli aveva intrecciato dietro la nuca. “Adesso fammi entrarenel reparto, poi torna al tuo lavoro come se non fosse successo niente – le ordinò – ti resteranno solo ricordi piacevoli… perché è stato piacevole, vero? Per me lo è stato molto.”
“Oh, sì… ti rivedrò?” Luisa stentava a reggersi in piedi e Walter dovette sostenerla finchè non fu tornata in sé a sufficienza.
“Tutto può essere – le concesse – dimmi, dove posso procurarmi una siringa?”
Luisa si mise una mano in tasca e ne tirò fuori una da venticinque cc, nuova, asettica e sigillata nella sua busta. “Questa va bene?”
“Più che bene – disse Walter prendendola – sei veramente un tesoro, mia cara. Mi hai risparmiato un mucchio di seccature inutili. Andiamo, adesso, e per favore tieniti alla larga dai preti, almeno per un po’. Vuoi?”
Luisa annuì e gli prese una mano, guidandolo nel reparto. Quando furono davanti alla porta della sua vittima, Walter la congedò dicendole di riprendere il cammino da dove si era interrotto quando l’aveva incontrato, sapendo che Luisa in seguito avrebbe pensato soltanto di aver fantasticato un po’ mentre camminava. I segni sul seno le sarebbero scomparsi in poche ore, e comunque non erano tanto gravi da allarmare nessuno, neppure un’infermiera professionista. Si era concesso giusto un piacevole interludio, niente di più. Aspettò che i passi della ragazza si fossero spenti, quindi aprì la porta ed entrò. La vittima giaceva nel letto, il volto giallastro per la sofferenza, le pupille annebbiate dai farmaci, il corpo mummificato nelle bende e nei tubicini di flebo e monitor. Lo guardò interrogativo, senza capire chi fosse.
Walter gli si accostò e strappò l’involucro dalla siringa, con fare professionale. “E’ l’ora della tua medicina.” Gli disse. La vittima annuì stolidamente, troppo stordito per badare al fatto che l’uomo non aveva il camice, e non si ribellò quando Walter tolse le coperte e scostò i bendaggi elastici per denudargli il petto. “Solo un attimo, non sentirai niente. Garantito.”
Piantò la siringa con sicurezza, perché sapeva molto bene dove mirare per raggiungere il cuore al primo colpo, evitando le ossa dello sterno e l’intralcio del polmone, quindi premette lo stantuffo fino in fondo, con forza e senza esitazioni. L’uomo strabuzzò gli occhi, ebbe una convulsione e morì senza tante storie. Immediatamente i monitor cominciarono a suonare, un beep-beep-beep forte, insistente, fastidioso. Restava poco tempo.
Walter ritirò la siringa, pulendo la goccia di sangue che uscì dal foro dell’ago. Prima che qualcuno capisse cos’era successo, l’aria pompata dentro quel cuore se ne sarebbe andata, e nessuno, a meno di effettuare un’autopsia nel giro di pochissime ore, avrebbe mai pensato a un omicidio. Un affare semplice, pulito, quasi indolore. Fece per gettare la siringa nel secchio lì vicino, ci ripensò e la ripose in tasca, per sbarazzarsene in un secondo momento, ben lontano dall’ospedale. Uscì dalla stanza mentre le infermiere accorrevano, passandogli accanto senza vederlo, vedendolo senza ricordarlo, e facevano irruzione attorno al capezzale della vittima. Troppo tardi, signore mie, pensò Walter, e tornò all’ascensore sorridendo. Quando aveva visto il prete aveva pensato a chissà quali difficoltà, e invece era filato tutto liscio, ricavandone addirittura un momento di svago con quell’infermiera… molto carina, davvero. Tra un anno o due, quando avesse avuto la certezza matematica che quella storia era stata dimenticata del tutto, sarebbe tornato a farle visita.
Prese l’ascensore e scese con calma al pianterreno, uscì dall’ospedale fischiettando e fu solo quando si trovò in strada, nella confusione e nell’anonimato della notte di Roma, che accese il cellulare.
Non perse tempo in convenevoli. Non era una telefonata di cortesia. “Ambra? Ho sistemato tutto. Devo però informarti che la vittima aveva già parlato con un prete, quindi regolati di conseguenza. Sì, certo che mi sono fatto dire il suo nome e l’indirizzo. Prendi nota.” Le comunicò quel che Luisa gli aveva rivelato, sillabando le parole per darle il tempo di scrivere. “Puoi dirlo alla tua nuova amica col gusto dei banchetti, visto che è lei ad essere nei pasticci.”
Rimase ad ascoltare la replica e ridacchiò. Un paio di ragazze si voltarono a guardarlo, e ridacchiarono nervosamente a loro volta, ma Walter era più che sazio e le ignorò. “Lo so, ma visto che ti sentivi in debito per quel pasto gratis – dall’altra parte del telefono fiorirono le proteste – va bene, fai come credi, ti ho informata unicamente per correttezza. No, non m’interessa. Andiamo, se è riuscita a sventrare cinque uomini adulti…” Si interruppe e assunse un’aria esasperata. Perché si era andato ad invischiare in quella conversazione, invece di limitarsi ad informare l’amica che era andato tutto bene? “E va bene, quattro uomini adulti, quest’ultimo è messo abbastanza bene, se non consideriamo il fatto che è morto. Sì, d’accordo, non ne parlerò con nessuno. Questa storia ha già suscitato abbastanza scalpore. Di nulla, di nulla. Buon riposo anche a te.”
Mentre parlava, aveva continuato a camminare verso la stazione della metropolitana, fermandosi all’inizio della scalinata per non perdere il segnale, e quando chiuse la comunicazione scese nel sotterraneo illuminato dalla luce malata dei neon, popolato prevalentemente da tossicomani, perlopiù appartenenti a due categorie: quelli troppo fatti per poter rapinare i passanti e quelli che dovevano rapinare i passanti per potersi fare. Walter non si diede pensiero ne’ degli uni ne’ degli altri. Salì sulla metro insieme ad altri insonnoliti lavoratori che smontavano dal turno di notte e si accomodò sul sedile coperto di graffiti, con uno sbuffo di soddisfazione per il servizio ben fatto. Lesse una filastrocca oscena incisa sul portacenere incrostato di vecchie cicche e si appoggiò allo schienale, chiudendo gli occhi.
“Stupidi licantropi. Non fanno altro che creare problemi. Qualcuno dovrebbe raddrizzarli come si deve, una buona volta… mettere il guinzaglio e addomesticarli, per così dire.” Commentò tra sè, lasciandosi cullare dal dolce dondolio della metropolitana che solcava la notte sotterranea di Roma.

 
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