Primo tentativo di una storia non Buffyana e con ambientazione palesemente fantastica-magica.
Tutta colpa dello stupido test sulle Mary Sue di qualche tempo fa e di Silea. Soprattutto, è colpa di Silea. Prendetevela con lei.
Non ho la più pallida idea se qualcuno qui sa cos’è Kingdom Hearts. In realtà non lo so nemmeno io. E' un videogioco a cui non ho mai giocato e non ho intenzione di giocare. Quello che ne so è perché ho letto notizie tutte in inglese, quindi non so niente di come è stato tradotto in Italia. Il che vuol dire che nelle traduzioni dei nomi e dei termini ho inventato di sana pianta.
Se lo conoscete, capirete la storia. Se no e vi interessa, fate come me e cercate un po’ in giro. E’ troppo lunga e complicata per spiegare.
Tanto per far ridere qualcuno, sappiate che fra i protagonisti del gioco ci sono i personaggi di Walt Disney. Paperino, Topolino, Pippo, la Sirenetta…
Exuviae
Le cose delle quali l'una può essere sostituita dall'altra mantenendone intatta la verità, sono le stesse.
Principio di identità degli indiscernibili, Gottfried Wilhelm Leibniz
* * * * * * * * * * *
io?
Sogna i Mondi.
Mondi di notte perenne e mondi sempre in bilico sull’istante del tramonto.
Sogna città.
Strane città immerse nel buio e il ronzio di luci al neon che lampeggiano parole aliene nella pioggia.
Sogna mari neri e oleosi e lune a forma di cuore.
Sogna tempeste elettriche e fiori e fuoco e ombre.
io
Sogna persone. Soprattutto, sogna persone.
Sogna i colori che portano nei loro occhi e quando si sveglia, quando cammina per le strade della città e lavora e parla con amici e conoscenti, quando vive la vita sonnacchiosa dell’isola, continua a cercare quei colori e non li ritrova mai e la sua esistenza è diventata monocromatica.
io sono
I
“Chi sono, io?”
La voce è una lama di rasoio coperta di seta.
E’ stata la prima cosa di cui l’uomo ha avuto consapevolezza appena ripresi i sensi, a parte il dolore.
La prima cosa che invece ha visto è stato il keyblade conficcato nella sabbia.
C’è sangue sull’arma. Schizzi di sangue ovunque, soprattutto sulla lama laterale. Sangue e grumi di materia scura, troppo densa per essere sangue.
“Chi sono?”
Per l’uomo ferito, respirare è diventato un impegno consapevole. Il suo corpo vorrebbe ingozzarsi di aria, ma non può. Se lascia che il respiro segua il suo corso automatico, è come se qualcosa gli stesse frugando nel torace con un attizzatoio arroventato. Così, deve coscientemente controllare il ritmo respiratorio e regolare l’afflusso d’aria nei polmoni.
E’ atroce, ma l’alternativa è una sofferenza anche più atroce.
“Chi sono?”
Inspira, espira.
Non troppo veloce, non troppo lento.
Non troppo avido, non troppo limitato.
Un’azione volontaria, anche se non tanto da poterla interrompere.
“Dimmi chi sono.”
Colui che lo ha colpito è ancora lì, inginocchiato sulla spiaggia, a un paio di metri da lui. Tiene una mano in grembo e l’altra appoggiata all’arma piantata a terra.
Lo osserva. E ripete sempre la stessa domanda.
“Chi sono, io?”
All’inizio, quella voce è stata solo un suono che ha interrotto il silenzio e il rumore delle onde e il bizzarro gorgoglio che l’uomo sente nel suo torace.
Però il suono ha acquisito un frammento di significato a ogni volta che si è ripetuto, fino a quando non si è composto in una domanda.
“Chi sono?”
Espira. Inspira.
“Chi sono?”
“Sora.” risponde, alla fine.
“Come mi chiamo?”
“Sora.”
Inspira. Espira.
“Il mio nome.”
“Sora.”
“Dillo.”
Stavolta, l’uomo si rifiuta di rispondere.
E’ stanco e parlare è uno sforzo immane e c’è altro che ha attirato la sua attenzione.
“Chi sono?”
Il keyblade. Uno dei grumi di materia nerastra di cui è imbrattato sta scivolando lungo una delle punte della lama laterale. Si lascia dietro una traccia sanguinosa sul metallo chiaro. Si lascia dietro anche qualche minuscolo frammento di sé stesso.
Ricorda lo strisciare di una lumaca con la sua scia di bava.
Espira. Inspira.
“Chi sono?”
“Sora.”
Ecco. Adesso il grumo ha raggiunto l’estremità inferiore della lama.
Si ferma.
Tremola un poco e si gonfia. Continua ad avere quell’aspetto di mollusco grasso e strisciante. Un mollusco che esita prima del salto.
Quando diventa troppo pesante perché l’adesività riesca a contrastare la gravità, il grumo cade e va ad aggiungersi a quelli che l’hanno preceduto.
Tutta la sabbia sotto il keyblade è impregnata di chiazze di un limo nerastro simile a bitume.
Sta guardando qualcosa che fino a pochi minuti prima era dentro al suo torace diventare parte della spiaggia.
Inspira…
“Chi sono, io?”
Espira…
“Roxas…”
“Ciao, Riku.”
* * * * * * *
Sora lo ha chiamato al mattino presto, dicendogli di correre da lui. La voce monotona e priva di inflessione e talmente poco da Sora da spaventare Riku.
La porta d’ingresso della casa dell’amico è aperta. Come in tutte le case dell’isola, se non del pianeta.
Tutte, tranne in quella di Riku. Lui non ci riesce proprio.
Vero che in questa particolare casa vivono due portatori di keyblade. Più che dei padroni, ci si dovrebbe preoccupare della salute di chiunque cerchi di introdursi senza invito.
Anche l’interno buio non è sorprendente. Su quell’isola tropicale, in piena estate, la luce è talmente intensa da fare male. Ma se il resto dell’abitazione è solo scura, la camera da letto è talmente buia che persino lui, la cui visione notturna può fare invidia a un felino, non è in grado di vedere altro che sagome indistinte. Sora e Kairi devono avere sigillato la stanza contro ogni possibile fonte di luce.
Dovrebbe attingere a quell’altro modo di vedere. Quello che non dipende dagli occhi corporei.
Suo malgrado, Riku si ritrova a sospirare di sollievo.
C’è una parte di lui (No. Una parte dentro di lui) che anela sempre all’oscurità, persino a un’oscurità inerte e puramente fisica come quella.
La temperature è piacevolmente fresca, quasi fredda a paragone del caldo torrido esterno, e si sente il lieve ronzio del climatizzatore.
C’è odore di sesso, pungente e pesante.
La cosa dentro di lui comincia a cantare lietamente, beandosi del buio che permea l’ambiente, e inizia a risvegliare i sensi necessari a navigare nelle tenebre, assopiti dalla luce.
Un altro odore.
Uno sottilmente, fastidiosamente familiare.
Uno di cui non vuole scoprire l’origine.
I profili e le forme cominciano a definirsi.
Stizzosamente, Riku spalanca tende e imposte e lascia riversare la luce del sole nella stanza. La cosa dentro di lui ruggisce furibonda e si ritira ringhiando e brontolando e borbottando.
Riku la ricaccia nel profondo della sua psiche.
(Fottiti, Xehanort. E sta’ zitto)
E’ stato un po’ insano da parte sua avere dato un nome all’Oscurità che controlla (Che vuole controllarmi!), dopo che Xehanort, lo Xehanort individuo, è svanito. Ma se le dà un nome, se continua a credere che, in qualche modo, un frammento del mostro è sopravvissuto, può quasi convincersi che quello che prova, quello che gli fa bramare certe cose, quel secondo modo di pensare e agire che talvolta salta fuori, parallelo al suo normale modo di pensare e agire, non è un aspetto della sua personalità che viene nascosta e frustrata giorno dopo giorno, non è lui, ma il risultato una volontà estranea.
E poi trova ironico pensare al travolgente, astuto e sarcastico demone come a qualcosa di talmente debole da essere dominato e ridotto al silenzio con tanta facilità.
La luce lo acceca molto più di quanto non ha fatto il buio. Riku deve aspettare diversi minuti prima che la vista gli si accomodi e riesca a distinguere qualcosa.
La scena che si presenta ai suoi occhi, i suoi occhi umani, i soli con cui vuole vedere, è scioccante.
Kairi è immobile nel letto, sdraiata su un fianco, un braccio sotto il cuscino e l’altro piegato davanti a lei.
Morta.
La pelle è grigiastra e le labbra secche, ma nessuna espressione di sofferenza o paura o sorpresa.
E’ solo morta.
Sora è seduto su quello stesso letto, al lato opposto del cadavere della moglie
Testa bassa, gomiti appoggiati alle ginocchia, volto fra le mani.
Che strano effetto è quello della luce sui capelli di Sora. Anni di sole e salsedine hanno dilavato lo scialbo castano del giovane in biondo, ma Riku non si è mai reso conto che è un colore così acceso, così puro. Così metallico.
Gli si inginocchia di fronte, gli prende le mani e gliele scosta dal volto. Vuole guardarlo bene, in faccia, negli occhi.
“Cosa è successo?” chiede.
(Kairi è morta, idiota. Ecco cosa è successo. Mortamortamortamortamortamortamort…)
Ha una gran voglia di urlare, ma qualcuno deve pur mantenere la calma.
(Guarda che qui sono tutti calmissimi. I viventi, perlomeno)
Sora non piange. Non ha neppure una vera espressione.
Se ne sta solo fermo.
“Non lo so. Mi sono svegliato e lei no.”
(No. Tutti sotto shock, non calmi. E’ diverso)
Riku sospira e inizia a compilare un elenco mentale di quello che deve fare.
Chiamare la polizia, chiamare i medici, chiamare i genitori di Kairi, quelli di Sora…
Sono davvero tante, le cose da fare.
* * * * * * *
Il ragazzo è assiderato e fradicio per il viaggio fatto attraverso la strada dell’ombra, priva di calore, e poi il mondo nero, battuto dalla pioggia. E’ immobile sul divano dove è stato deposto, nudo sotto la coperta in cui qualcuno si è preso il disturbo di avvolgerlo.
Dodici figure scure lo circondano come una spettrale veglia funebre. Uguali in quei paludamenti neri e lunghi che nascondono tutto.
Ma si abbassano i cappucci e sotto quegli abiti lugubri e identici ci sono volti e occhi e capelli che sono le tavolozze cromatiche di una mezza dozzina di mondi diversi.
Un bambino?!
Muto?
Afasico?
Sordo?
Cieco?
Demente?
Inutile!
Sono cauti nell’avvicinarlo.
Non sanno quali siano i suoi poteri e hanno avuto esperienze sufficientemente dolorose e sconvolgenti da avere imparato la prudenza.
Il comportamento dei nuovi arrivati è del tutto imprevedibile.
Possono essere razionali e lucidi, oppure rivoltarsi come tigri furibonde, masse di zanne, artigli sguainati e muscoli guizzanti, o cercare di scappare, o giacere paralizzati mentre l’organismo cerca di assestarsi nella nuova condizione, o raggomitolarsi in un angolo a tremare e urlare o, peggio di tutto, provocare perturbazioni caotiche negli elementi che dominano.
E’ difficile pensare a qualcosa di peggio di quello che è riuscito a fare un terrorizzato e inconsapevole manipolatore del tempo, ma un evento è impossibile fino a quando non capita. Anche se nessuno prima d’ora è mai stato così completamente passivo, al punto di non essersi mosso né avere avuta la minima reazione da quando è stato trovato, nessuno sa come sia e di cosa sia capace un nuovo Nobody fino a quando non lo mostra con le sue azioni.
L’esteriore fragilità fisica non è un argomento sufficiente a ritenerlo innocuo.
Un uomo con occhi di giada e nebbia è il primo a tentare la fortuna.
Soffia impercettibilmente sul volto del ragazzo e sulla pelle si forma la brina. Lui rabbrividisce e starnutisce debolmente.
“Perlomeno, possiede un certo grado di sensibilità tattile.”
Un altro uomo, il volto sfregiato e privo di un occhio, tocca con un dito il viso del ragazzino.
“E’ molto giovane. Non abbiamo mai trovato nessuno così giovane. Forse questa è la causa del suo stato.”
“Fino a quando non completo l’analisi dello spostamento dello spettro energetico e gli esami genetici non posso dire a quale mondo e specie appartenga, quindi qualsiasi illazione in merito alla sua età non ha senso. Per quel che ne sappiamo, potrebbe anche essere adulto o appartenere a una specie neotenica.”
“Ma la maggior parte delle razze umanoidi cresce allo stesso ritmo e presenta le stesse caratteristiche infantili. Se davvero è un bambino, che razza di bambino è così forte da sopravvivere alla perdita del cuore e farlo senza degenerare?”
“Ha mantenuto forma umana, però non è detto che sia riuscito a mantenere integro anche il complesso mentale.”
Prima che l’altro uomo possa replicare, il ragazzino balza in piedi. Intorno alle sue mani, spire e volute di luce liquida si condensano e in un attimo lui stringe due complesse e bizzarre armi. Sembrano ibridi fra spade, asce e chiavi, con una lama principale filigranata e scolpita ed estroflessioni laterali puntute e multiple.
Nera l’una, bianca l’altra, ma comprendono anche i colori delle aurore boreali.
Sono ipnotiche per i presenti.
Emettono un canto pieno di malignità, una vibrazione che entra in risonanza con la loro frequenza vitale, che cerca di spezzarli come il suono può spezzare il cristallo.
Minacciano, rendono consapevoli della loro esistenza. Avvertono che sono lì per loro, fatte per quelli come loro, fatte per disfare il groviglio di volontà indomabile che li tiene in vita. Che sono più forti di loro.
I dodici esseri sono inorriditi.
Quelle cose possono squarciare le loro carni come le carni di qualsiasi creatura materiale e sono mortali per loro come per qualsiasi essere completo.
Forse anche di più.
Il ragazzo falcia un doppio colpo verso quelli che gli stanno più vicini, e nessuno di loro è sufficientemente lontano o veloce per salvarsi.
Una scarica elettrica lo colpisce prima che possa completare l’arco dei fendenti.
La donna si è mossa nell’attimo stesso in cui si è mosso il ragazzino, ma poiché i suoi riflessi sono molto più rapidi e la sua accelerazione di gran lunga superiore, ha terminato l’azione prima di lui, tirandosi indietro e scagliandoli addosso il fulmine.
Il ragazzo barcolla e viene investito dal fronte d’onda del potere rilasciato dal solo altro abbastanza veloce da reagire al suo assalto, a una frazione di secondo dietro la donna.
Il mondo del ragazzo si disfa.
Onde di sinestesi vanno a cortocircuitare i suoi sensi. Le percezioni si rimescolano l’una con l’altra. Odori e suoni prendono il posto delle figure e le figure dipingono i rumori.
La realtà si liquefa, cerca di ritrovare una forma coerente, fallisce e ricomincia a cercare, assumendo forme nuove e distorte, diverse da quelle a cui è destinata. Alcune immagini si moltiplicano, altre si contraggono e spariscono. Tutto quello che deve essere si scompone e ricompone alterato di tutte le caratteristiche proprie.
Il ragazzo lascia cadere le armi e si copre occhi e orecchie, nel tentativo di ripararsi dalle onde frangenti di quella realtà fluida. Ma quel potere colpisce direttamente i centri cerebrali di elaborazione sensoriale senza passare attraverso le terminazioni nervose e non c’è modo di isolarsi. Si raggomitola a terra e si stringe in sé stesso, mentre la sua ombra gli si arrampica addosso e cerca di divorarlo.
Finalmente la sua mente cede e lui resta immobile e in silenzio, così come è stato in silenzio fin dall’inizio.
Il responsabile di tutto non ha battuto ciglio durante il suo attacco mentale. Se ne è rimasto in disparte, un po’ lontano dagli altri, circondato da ombre che nessun corpo solido proietta, con i capelli grigioazzurri che gli pendono sul volto e quasi lo nascondono.
Adesso si dirige verso il ragazzo caduto, gli si inginocchia accanto e si toglie i guanti, scoprendo mani bianche come porcellana, e senza gentilezza né particolare rudezza prende il ragazzo fra le braccia. Gli passa una mano sulla pelle, fra i capelli, lo tocca, lo fiuta, lo lecca.
Non esita neanche un istante prima di fare lo stesso con le due strane spade.
Vuole raccogliere il maggior numero di dati e vuole farlo il più rapidamente possibile, perché quelle cose possono svanire in ogni istante, come fanno sempre le loro armi, e già cominciano a brillare e diventare inconsistenti.
Rilevate dei suoi sensi acutissimi, un flusso di informazioni gli si riversa nella mente, viene processato, elaborato e archiviato in attesa di un uso futuro.
Forma, dimensioni, massa, odore, temperatura, sapore…
Ogni dato serve. Ogni dato è importante quanto gli altri.
Il suo potere gli permette di tessere illusioni che agiscono su ogni senso. Illusioni di quello che riesce a immaginare e di quello che conosce. Una volta o l’altra potrebbe dover replicare il ragazzo o le sue armi e più informazioni è in grado di raccogliere, più l’illusione sarà realistica.
Potenzialmente, se conoscesse tutti i dati di quello che simula, l’illusione sarebbe realtà. Purtroppo, finora l’indeterminazione è stata un ostacolo insormontabile, ma questo non gli impedisce di tentare di raggiungere quel risultato.
Le armi svaniscono, ma lui continua la sua opera sul ragazzo e intanto, mentre questo è incosciente e le sue difese abbassate, ne invade la mente inerme e la esplora.
Alla fine, l’uomo dai capelli grigioazzurri è soddisfatto. Abbandona a terra il ragazzo e si rialza.
“Non ha premeditato l’attacco.” dice, mentre si reinfila i guanti.
“Niente?” chiede l’uomo con gli occhi verdi, lo stesso che per primo ha toccato il ragazzino.
“No. Non fino al momento in cui ha attaccato. Non ho potuto prevedere la sua reazione perché non c’è stata anticipazione nell’azione. Neppure un’anticipazione inconscia. Apparentemente, sembra addirittura che non ci sia stata elaborazione encefalica. E’ stato molto più simile a un arco riflesso che a un comportamento complesso. Comunque, non è cieco, né sordo, né catatonico. E’ amnesiaco.”
This message has been edited by solichan on Apr 27, 2007 11:20 PM This message has been edited by solichan on Mar 29, 2007 11:38 PM
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