I mondi sono tanti. Tantissimi.
Infiniti, se si dà retta a Xigbar.
Se gli si dà troppo retta, e lui è nell’umore giusto, il guerriero si fa da parte e lascia posto all’antico fisico, e si mette a scrivere su qualsiasi superficie disponibile, su muri, pavimenti e soffitti, per dimostrare perché i mondi sono infiniti, differenziati fra loro da una singola nota, un suono unico e irripetibile, che basta a distinguerli e separarli gli uni dagli altri.
Perché giacciono in quel nesso che i loro sensi rilevano solo come un gassosoleosovuoto grigioneroviola, percorso dai sentieri dell’ombra, che è chiamato il Mondo in Mezzo, anche se non è affatto un mondo o una dimensione, ma è come il fluido interstiziale fra le cellule di un organismo, e porta vita agli universi, e gli universi che ci galleggiano dentro sono arazzi intessuti con i fili delle cinque Forze, Oscurità, Luce, Crepuscolo, Alba, Nulla, e delle loro antiforme.
Come, di là dal loro, esistono innumerevoli altri insiemi di universi, che non si possono raggiungere, perché sono organismi diversi, ognuno immerso nella sua matrice, forse grigia, ma forse no.
Recita i suoi poemi di geometrie e spazio e scrive saltando da una superficie all’altra, fino a quando i muri sembrano un ricamo che racchiude un’epica in una lingua straniera.
E nessuno, naturalmente, capisce molto, ma quello non conta davvero.
Quello che conta, in questo momento, è che, di tutti gli infiniti mondi, possono tenersene uno per loro.
E’ un mondo dove non ci sono Cuori, questo, inutile per i grandi piani di coloro che infrangono gli universi, ma, siccome non ci sono Cuori, nessuno dà loro la caccia e, per intanto, possono godersi la loro effimera libertà.
Ed è un segreto. Un segreto solo finché nessuno lo vorrà scoprire, naturalmente. Ma tutti loro hanno qualcosa che conservano solo per sé stessi. Un posto dove andare. E, siccome lo hanno tutti, nessuno ha davvero voglia di scoprire il luogo segreto dell’altro, così che, quando è il proprio turno, il favore viene ricambiato.
Non sorprende che questo è il luogo segreto di Marluxia.
Le foreste coprono gran parte del pianeta, dalle giungle tropicali così fitte che la luce del sole non può raggiungere il terreno, alle distese di vegetali incrostanti che crescono sulle calotte polari, alle alghe che colonizzano gli oceani.
E alberi. Arbusti, cespugli, fiori, erbe, licheni, fronde, liane.
Un mondo che è solo una serra.
Roxas rovescia la testa all’indietro per capire fino a dove s’innalzano gli alberi che lo circondano. Il suo sguardo corre verso l’alto, lungo rette verticali che paiono le linee prospettiche tracciate per un fuoco all’infinito, e non riesce a trovarne la sommità.
E’ una foresta di giganti. Tronchi diritti, ricoperti da una corteccia loricata bruno rossiccia, con un diametro tale che può allargare le braccia al massimo e arriva a malapena a coprirne un quarto dei più grandi.
Svettano fino a impensabili altezze, come i grattacieli del mondo buio.
L’intera foresta è un assalto sensoriale.
Tocca uno dei colossi e rimane sorpreso dalla morbida corteccia spugnosa, dai frammenti che restano attaccati alle dita e sotto le unghie.
Mentre cammina, i suoi piedi sprofondano nel soffice strato del sottobosco, coperto da uno strato di foglie decomposte che attutiscono i passi.
La colonna sonora è lo sgocciolio dell’umidità condensata che cade da migliaia di foglie, migliaia di rami, ogni goccia con una sua frequenza e un suo ritmo. Lo scricchiolare del legno. Il placido ronzio di piccoli esseri volanti, simili agli insetti così comuni su gran parte dei mondi.
Quello che vede è immerso in un mosaico di luce rosa e oro, frantumata e ricomposta da foglie aghiformi.
E gli odori. Quelli dominano su tutto. Odore dolciastro di decomposizione, odore d’acqua e legno. Il profumo denso della resina. Odori cui non riesce ad associare nulla, ma che esistono, a prescindere dalla definizione, e sono ben distinti l’uno dall’altro.
Non è abituato a camminare tanto, ma, adesso, attraversare i sentieri delle ombre sarebbe un controsenso. Non deve arrivare da nessuna parte e, per una volta, è interessato al viaggio, non alla meta.
E’ attratto da un riflesso luminoso, un po’ come l’effetto di una luce tangenziale su una superficie bagnata.
Si avvicina e scopre la causa di quel bagliore.
Una strana struttura si spiega fra i tronchi di due giganti. Un insieme di fili sottilissimi ancorati agli alberi, che formano un’architettura poligonale.
Incuriosito, ci gira intorno.
La struttura si estende solo in due dimensioni e ha un diametro di svariati metri.
I filamenti sono talmente sottili da essere quasi invisibili, tranne quando la luce scivola scorre su di essi. La loro disposizione ha una regolarità geometrica.
Roxas ne sfiora uno con un dito. E’ un po’ appiccicoso.
Subito, una creatura esce da una fessura nella corteccia di uno dei due alberi che sostengono la tela e corre rapidissimo sui fili.
Di riflesso, il ragazzo allontana la mano.
L’animale si ferma una volta raggiunto il punto toccato da Roxas.
E’ una creatura artropode, un po’ più piccolo della mano del Nobody, con dieci zampe articolate, una bocca composta, grandi occhi sfaccettati e un carapace colorato di verde, marrone e giallo, perfetto per mimetizzarsi nella foresta.
Roxas sfiora un diverso filo della ragnatela. La creatura si gira e corre verso quel punto, per poi arrestarsi di nuovo.
Il ragazzo ripete più volte l’operazione. Se avvicina solo la mano, ma non smuove i fili, non ottiene risposta, ma se solo ne sfiora uno, anche se si limita a soffiarci sopra il più debolmente possibile, la creatura reagisce.
Ha capito quello che succede. L’animale percepisce le vibrazioni trasmesse dai filamenti quando questi vengono scossi anche impercettibilmente. Tutti i filamenti sono collegati fra loro in una struttura radiale, quindi può percepire la vibrazione causata, qualsiasi sia il filo coinvolto.
La tela è tirata in uno spazio aperto.
Ci sono una moltitudine di esseri volanti, nella foresta.
Non è difficile collegare le cose.
E’ una trappola, questa. Una trappola ingegnosa. Il massimo spazio coperto con il minimo impegno.
Il ‘ragno’ si ferma nel centro della tela, in un punto di snodo di diversi fili che si connettono agli altri, e tira i fili radiali, uno dopo l’altro, cercando di suscitare altre vibrazioni per localizzare la posizione di quella vittima fantasma di cui adesso non riceve più informazioni. Stavolta, Roxas lascia stare la ragnatela e, dopo qualche tentativo, l’essere torna al suo rifugio sul tronco.
Ormai, però, l’effetto mimetico che lo nasconde è svanito agli occhi di Roxas.
Il ragazzino gli tocca il dorso e subito il ragno si volta ad affondarlo, una furia di mandibole e zampe uncinate sollevate minacciosamente.
E’ curioso vedere quella piccola creatura indifesa affrontare un nemico tanto più grande e forte in modo così impavido e feroce.
Forse crede di non avere altra scelta.
Forse non pensa.
E’ inerme e neppure sa di esserlo.
Basterebbe un dito per schiacciarlo.
Con lentezza, il Nobody allunga una mano e la appoggia a palmo all’insù sul tronco di fronte al ragno.
Invece di attaccare, l’animale retrocede lentamente di qualche passo, poi avanza di nuovo. Per un po’ continua questa sua specie di balletto, spingendosi verso la mano immobile di Roxas per tirarsi indietro prima di raggiungerla. Alla fine, si decide. Allunga un arto e tocca cautamente la mano. Un tocco rapidissimo e timido e una veloce ritirata.
Roxas non osa muoversi.
Rassicurato, il ragno sembra dimenticare quello che, poco prima, ha considerato un attacco e prende confidenza. Analizza con maggior sicurezza la mano, le gira intorno e, finalmente, sale sul palmo aperto. Il peso della creatura è considerevole, considerate le dimensioni. Le zampe sono coriacee, fredde e solleticano un po’ la pelle, mentre continua la sua esplorazione spingendosi sul polso e poi sull’avambraccio del Nobody.
Soddisfatta la curiosità, la bestiola torna al nascondiglio fra la corteccia, in pazienza attesa che qualcosa di più commestibile di un indiscreto ragazzo alieno cada nella sua trappola di fili luminescenti, e Roxas riprende i suoi vagabondaggi.
Non ha chiesto lui di essere portato in questo mondo, ma adesso si sta godendo il viaggio molto più di quanto potesse immaginare.
E’ la prima volta che riesce ad avere un po’ di solitudine, fuori dell’ambiente sterile e controllato del castello. Quando sono su altri mondi, è sempre sorvegliato e protetto e non gli è permesso allontanarsi. In realtà, anche nel mondo buio non riesce mai a restare solo, se non quando si chiude nelle sue stanze. A volte, neppure in quei momenti.
Xemnas gli ha messo addirittura Axel alle calcagna, e Axel ha interpretato il ruolo di custode a modo suo. Invece di seguire Roxas, se lo trascina sempre dietro.
Capisce la ragione di simili cautele. Lui è troppo utile, come arma e soggetto di sperimentazione, perché non lo si salvaguardi da rischi non necessari. Certo è che, da qualche tempo, comincia a sentirsi un po’ ingabbiato.
In fin dei conti, sono ben poche le cose in grado di costituire un pericolo per un Nobody e lui ha dimostrato più di una volta di essere in grado di difendersi.
Adesso potrebbe aprire un portale e traslarsi in qualsiasi parte dei Mondi, ma l’idea della fuga non lo sfiora neppure. Non che non lo farebbe, se gli venisse in mente. Semplicemente, la ribellione è un concetto che non possiede.
Marluxia ha raccontato che, in altre zone di questo mondo, le cose stanno diversamente, ma qui non c’è niente di pericoloso, nessun predatore abbastanza forte, nessuna creatura velenosa, nessuna condizione ambientale rischiosa. Così, gli altri lo hanno lasciato libero di fare quello che preferisce. Persino Axel, la sua fin troppo zelante guardia del corpo, gli ha lanciato solo una disinteressata occhiata nel vederlo allontanarsi, ed è poi tornato a discutere con gli altri due.
Quando Roxas si decide a tornare indietro, sono passate ore ed è pomeriggio inoltrato.
La foresta termina senza soluzione di continuità ai margini di una ripida cresta coperta da prati che scivola a picco verso le rive di un mare non salato.
I fianchi della scarpata si spezzano in lame e frange di basalto che si estendono nel mare e, abbracciata fra le pareti di roccia, c’è la spiaggia di una piccola cala. La vegetazione arriva quasi fino al mare, e solo nei punti di battigia si dirada, lasciando sabbia nuda intervallata da scogli e pietre.
I suoi tre compagni di viaggio sono ancora lì, dove li ha lasciati quando si è allontanato per esplorare la foresta sull’altipiano. Riesce a vederli con chiarezza anche dal suo punto di osservazione elevato.
Si sono liberati di mantelli e anche di buona parte dell’abbigliamento. Ci sono solo loro, e fra loro non c’è bisogno di nascondersi.
Il sole è leggermente rosso, un colore intensificato con l’avvicinarsi della sera. Sotto quella luce, le loro braccia nude sono macchie rosate e i capelli di Axel hanno il colore del sangue arterioso.
Roxas apre un portale per superare l’ostacolo del precipizio e si rimaterializza sulla spiaggia.
I tre Nobody stanno parlando fra loro. Perlomeno, parlano Marluxia e Axel.
Larxene ha steso il mantello sotto di lei, accanto a Marluxia, ed è impegnata a sonnecchiare e prendere il sole.
Indossa un costume bagnato, e anche pelle e capelli sono bagnati. Deve essere uscita dall’acqua da poco, troppo poco perché abbia avuto il tempo di asciugarsi.
Nessuno dei tre dà segno di essersi accorti del suo ritorno, ma se ne sono accorti. Roxas non ha il minimo dubbio riguardo a questo.
Il ragazzo cerca un angolo di prato il più privo di pietre possibile e si sdraia.
I fili d’erba sono alti. Con il volto girato di lato, gli sembra di essere immerso in una composizione di pennellate verdi che coprono il paesaggio di sfondo.
Si rilassa, e lascia che i segnali del mondo gli si riversino addosso.
All’inizio della sua esistenza, e anche in seguito, a circondarlo era un universo di nebbia senza consistenza.
Gli bastava sorvegliarlo per rilevare eventuali pericoli e solo quello che era una minaccia o un obiettivo assumeva importanza ed era degno di attenzione.
Tutto il resto, scivolava su di lui.
Ma i giorni erano passati e, in quella massa confusa e priva di spessore, alcune sensazioni avevano cominciato ad apparire in rilievo.
Voci, immagini, sapori…
Giorno per giorno, il mondo ha demolito i muri dentro il quale era rinchiuso, e tutto è diventato un ‘qualcosa’, ognuno dotato di una sua unicità, invece di essere solo parte di un grigio sfondo inerte.
A quel punto, Roxas ha cominciato a osservare e ascoltare. Osservare e ascoltare tutto.
Non sa molte cose, ma sa che accumulare informazioni è necessario. E’ vitale. E’ la cosa più importante che deve fare. Potrebbe tralasciare tutto il resto, ma non quello.
Non sa perché deve farlo, non è neppure davvero cosciente di quello che fa. E’ come se si fosse attivato un meccanismo, in lui. E’ diventato una spugna.
Qualsiasi cosa percepisce, la assimila e la memorizza.
Anche se si tratta solo delle chiacchiere e delle interminabili discussioni dei suoi compagni.
“Non ho bisogno di un Cuore per sapere che esisto.” dice Marluxia “E non ho bisogno di un Cuore per sapere che non voglio esistere nel cordoglio e nell’attesa di non sentirmi più in lutto. Non sento altro che lamenti e rimpianti. E tutti che si aspettano che anch’io mi lamenti e provi cordoglio e rimpianto. Ma perché? Io non ho fatto niente.”
Diversamente dalla compagna, lui si è sdraiato sulla terra nuda, le braccia allargate come per avere il massimo contatto possibile con il suolo e l’erba.
“Marluxia, il tuo mondo esiste ancora? Esiste ancora qualcuno come te, nell’universo?” chiede Axel.
“No, a quanto ne so. Forse qualche superstite sparpagliato in giro. La mia gente non possedeva una tecnologia sufficiente a tenere a bada gli Heartless.”
“E adesso sei diventato una delle cose che ha distrutto il tuo mondo. Come ti fa sentire, questo?”
“Mi fa sentire bene. Lieto di non avere fatto la stessa fine.”
Axel scuote la testa, poi afferra un sasso e lo getta con tutta la forza verso il mare.
“Qualche volta, credo che tu sia il più mostro di tutti noi.”
“Dovrei lamentarmi perché sono vivo, mentre tutti gli altri no? Non avrei cambiato la loro storia, se fossi morto anch’io. Non ho distrutto il mio mondo, non ho aperto le porte dell’oscurità, non ho chiesto di diventare un Nobody. E’ capitato, ma l’alternativa era morire, quindi mi ritengo fortunato. Non voglio rigettare anche questa fortuna e non posso provare rimorso per qualcosa di cui non ho avuto nessuna responsabilità.”
“E quello che hai fatto dopo? Quello lo hai deciso tu.”
“Allora è anche più insensato mettersi a piangere, proprio perché sono mie decisioni. Mie, anche quando decido di obbedire a Xemnas. Lamentarsi per quello che siamo non serve, lamentarsi per quello che facciamo è paradossale, se poi continuiamo ad agire nello stesso modo. Semmai, sarebbe sensato smetterla con questo carnaio.”
Il ronzio delle creature volanti mescolato al suono della risacca è una miscela narcotizzante che invita Roxas a lasciarsi andare al sonno. Ma dormire gli farebbe solo perdere qualcosa.
Si mette seduto e si sfrega gli occhi.
La posizione eretta dissipa subito parte della sonnolenza.
Ci sono boccioli di qualche fiore, fra l’erba, ma nessuno di essi è ancora sbocciato. Sono solo piccole pallottole verdi strettamente chiuse in sé stesse.
“Roxas.”
A malavoglia, il ragazzo rivolge la sua attenzione a Marluxia.
Non è mai felice che ci si accorga di lui. In genere, significa che gli si chiede anche un coinvolgimento diretto. Riesce a essere cosciente di tutto quello con cui viene a contatto, ma questo non significa che sia concentrato su di esso, o che voglia averci a che fare.
“Dimmi un po’, Roxas. Di cosa senti la mancanza?”
Roxas non risponde, naturalmente.
Gli sfugge il contesto della conversazione, visto che ha appena fatto tempo ad arrivare e, non inserita in un contesto preciso, quella è una domanda priva di senso. Ma tanto, ha capito bene che lui non c’entra. E’ stato tirato in mezzo solo per essere usato come esempio.
Se possibile, la cosa è anche più fastidiosa della sola attenzione rivolta a lui.
“Guarda che Roxas non ha ricordi.” replica Axel.
“Lo so bene. Proprio per questo la sua risposta significa più di quella di chiunque altro. Può rispondere senza essere accecato dal passato.”
“Vuoi dire che non gli può mancare quello che non ha mai conosciuto?”
“Voglio dire che forse non siamo destinati al lutto eterno. Voglio dire che forse è solo una convinzione che ci siamo fatti e non una condizione inevitabile e proprio Roxas può esserne la prova. Lui è libero di essere quello che vuole senza essere condizionato dai ricordi di una vita precedente. Se la nostra natura intrinseca fosse quella dell’eterno rimpianto e brama del Cuore, Roxas ne sarebbe condannato, a prescindere da quello che ricorda.”
Axel svanisce in un portale e riappare subito di fronte Roxas, schiacciando alcuni dei fiori. Fissa attentamente il ragazzino negli occhi, poi gli dà qualche lieve colpo su una guancia.
“Se ne aspettano, di cose da te, vero, Rox? Il distruttore di Heartless di Xemnas, il progetto di Zexion e adesso anche la nostra speranza. Ho proprio paura che Roxas sia una speranza di seconda scelta, Maru. Potrebbe convincere chiunque del contrario di quello che affermi.”
Stringe rudemente la faccia di Roxas con una mano e lo volta verso Marluxia.
“Guardalo. Non sarà certo con le vostre pretese che farete diventare questo povero ragazzo qualcosa più di quello che è.”
“E cos’è, Axel?”
“Il peggiore di noi.”
“Così non rispondi. Cosa siamo noi?”
Quasi soprapensiero, Axel intreccia dolorosamente le dita ai capelli di Roxas.
“Smettila.” mormora il ragazzino.
Axel non dà neppure segno di averlo sentito.
“Avanti, Axel.” insiste Marluxia “Adesso non puoi tirartene fuori. Come ti consideri? Alcuni di noi pensano a sé stessi come… onestamente, non ho ben capito. Animali, credo, o meno che animali. Sei uno di loro, Axel? Ti consideri un animale?”
“Siamo gusci. Gusci pieni solo di immagini. Se Roxas è quello che siamo senza le nostre convinzione… no, grazie. Preferisco continuare a rimpiangere il passato.”
Esasperato, Roxas allontana la mano che continua a tirargli e annodargli i capelli, con una specie di sibilo da gatto rabbioso.
Axel ridacchia, ma si tira indietro. Un istante, e scompare in un varco scuro per riapparire a diversi metri di distanza.
Per quanto le apparenze sembrano affermare il contrario, il giovane non è né stupido, né incosciente.
Roxas ha l’abitudine di scoraggiare confidenze indesiderate e spiritosaggini con i keyblade. Secondo il suo modo di fare, oggi è stato straordinariamente tollerante. Ha persino avvertito di non tormentarlo ancora. Un segno di considerazione insolito. Non è il caso di sfidare la fortuna.
“Siamo fatti di memoria.” prosegue Marluxia, ignorandoli “E’ questo il problema. Gli originali sei sono stati i diretti responsabili di quello che è accaduto loro e non possono dimenticare. Rimangono legati a quello che avevano, a quello che hanno perso. Ricercano quello che ricordano, e la ricerca non fa che approfondire il ricordo e il desiderio. E’ un circuito chiuso. Anche nel tuo passato c’è qualcosa sufficiente a cancellare il presente?”
La risposta di Axel è un’occhiata in tralice che avverte di fare attenzione. Marluxia si sta addentrando su terreno instabile.
“Da quanto sei un Nobody, Axel?”
“Da un fottuto numero di anni più di te, ragazzino.”
Mette un’enfasi voluta sull’ultima parola e c’è un gelo pericoloso nella voce.
Axel non parla mai del suo passato, e non permette che gli facciano domande a proposito. Non rivela neppure il suo vero nome.
“Io e Saix, a distanza di pochi mesi, quando i sei si stavano ancora pulendo la bocca dal latte e non avevano ben capito in che mondo si trovavano, ed era un altro mondo, non il nostro. Non lo avevamo ancora trovato, quello.”
Roxas alza la testa, in attesa di sentire altro. Ma, con rammarico del ragazzo, Axel non prosegue e la sua espressione chiarisce subito che non tollererà ulteriori intromissioni in qualcosa che appartiene solo a lui. E’ già insolito che si sia lasciato sfuggire quelle poche parole.
“In tutti questi anni, non ti sei ancora stancato di far decidere agli altri cosa fare della tua vita?” chiede Marluxia.
“Ma dai, Maru. Non puoi pretendere da lui una cosa simile.” mormora Larxene, senza aprire gli occhi.
Axel sbuffa, ma Roxas si aspettava un intervento della ragazza da un momento all’altro.
Sono strani, quei due. Si spalleggiano sempre, in tutto. Anche quando sono in contrasto, basta che qualcosa si scontri con uno di loro e l’altro arriva subito in suo aiuto, e dimenticano le loro divergenze. Sono gli unici ad agire così.
Marluxia si stringe nelle spalle.
“Quando ti hanno preso, ti hanno chiesto cosa volevi? Se è così, sei stato fortunato. A me non è stato data scelta. Mi hanno portato fra loro, mi piacesse o no.”
“Avresti preferito essere lasciato nella terra del crepuscolo? Sai quello che fanno ai Nobody trovati soli? Hai mai partecipato a un’operazione di reclutamento andata male? Se non lo hai ancora fatto, offriti volontario per andare a recuperare il prossimo, e spera tanto di arrivare prima dei nativi.”
Marluxia scuote la testa.
“Mi sta benissimo che mi abbiano trovato e sono grato ai sei per quello che hanno fatto, ma questo non vuol dire avere venduto loro la mia volontà. Sono convinti di essere la causa dell’esistenza dei Nobody, di possederli e di poter disporre come vogliono di ognuno di essi, noi compresi. Forse ho davvero perso qualcosa, ma se quello che provo è come quello che ho perduto, se non sento differenza… allora perché dovrei preoccuparmi che il meccanismo è diverso? Perché dovrei impazzire per correre dietro a qualcosa che ho già sostituito? Perché dovrei anche solo negare che l’ho sostituito?”
“Vedo che hai aderito con entusiasmo all’ultima teoria di Zexion.”
“Una congettura. Quella di Zexion è una congettura. Lo è per adesso per adesso, perché la dimostrerà, ne sono sicuro. Dagli solo tempo. Poi la chiuderà in biblioteca, un nuovo trofeo per la sua collezione di enigmi risolti. Se ne farà un uso pratico, la userà per convincere gli altri a fare qualcosa di particolarmente schifoso e pericoloso. Zexion cerca la prova scientifica che noi esistiamo ed esistiamo per noi stessi, peccato solo che quanto arriverà finalmente alla scontata conclusione, probabilmente non ci sarà più nessuno a cui possa servire. Dobbiamo permettergli di decidere come dobbiamo vivere la nostra vita solo perché ne capisce la meccanica? E’ davvero così importante sapere se noi siamo le persone che erano prima, oppure esseri del tutto nuovi? Che siamo stati creati, generati, nati, fatti, che siamo il prodotto di un errore di valutazione, di una disattenzione, di una imprudenza, di volontà, che nessuno ha mai voluto che esistessimo… non ha importanza. Adesso siamo qui. Siamo vivi.”
“A metà.”
“Se ti piace pensarlo, fai pure, idiota masochista. Ma ricorda che, comunque, mezza vita è sempre meglio di nessuna.” scatta Larxene, sollevandosi.
Prima che si alzi in piedi, Marluxia la afferra per la vita, la tira giù di nuovo e la stringe a sé.
Lei gli schiaffeggia la mano e borbotta qualcosa di incomprensibile in una lingua sibilante, ma si rilassa subito.
Axel studia freddamente i due.
“Non siete diversi da quel coglione di Demyx.” brontola.
La ragazza si irrigidisce e stringe gli occhi. Un lieve crepitio, e l’atmosfera si carica in risposta alle sue fluttuazioni umorali.
E, in un istante, tutto torna alla normalità. Larxene sorride e la sua postura perde la tensione.
“E allora? Se sta bene a noi, a chi altro deve importare? E’ mezza vita fino a quanto tu pensi che lo sia. Mi sono stancata di questi piagnistei. Ho più potere ora di quanto non ne avevo prima. Non invecchio. Ho visto cose che sul mio mondo neanche ci sognavamo. Queste sono buone cose. Ottime cose. Ho perso qualcosa, e ho guadagnato qualcosa. Ci posso anche stare, e comunque non posso farci niente. Tanto vale che mi rassegni e mi goda i vantaggi.”
“Ci consideriamo incompleti,” prosegue Marluxia “ma come puoi definirti incompleto per la mancanza di qualcosa senza la quale continui a vivere, pensare, non soffri di decadenza fisica e mentale e hai superiori possibilità di sopravvivenza? Rispetto agli esseri dotati di Cuore, siamo più intelligenti, più forti, più adattabili, più resistenti, abbiamo maggiori capacità di controllare il mondo. Se proprio devo giudicare, io lo definisco un miglioramento del progetto originale.”
“Un miglioramento costato un mondo per ognuno di noi.”
“Le cose funzionano così, nella vita, a colpi di catastrofi. Chi le supera, ha una carta in più rispetto agli altri e ha il diritto di andare avanti. Ogni singolo Nobody, persino quelli di rango più basso, è una persona straordinaria, qualcuno dotato di tale forza e tale volontà da vincere la morte. Noi tredici, con la memoria della nostra vita, abbiamo fatto qualcosa di più e siamo speciali anche fra loro. Non ha molto senso volere tornare indietro.”
“Io non ho memoria.” sussurra Roxas.
“Cosa?”
“Hai detto memoria. Che noi siamo speciali perché abbiamo memoria, che siamo fatti di memoria. Continuate tutti a parlare di memoria e di ricordi. Io non ho ricordi.”
Tutti quanti si aspettano che chieda loro qualcosa, oppure che arrivi a una conclusione, ma il ragazzino torna al suo mutismo, con le mani che si intrecciano l’una con l’altra.
“Ti piace vivere, Roxas?” chiede Larxene.
Il ragazzino è preso di sorpresa. Fino a questo momento, Larxene non ha dato neppure segno di essersi accorta di lui e, all’improvviso, riconosce la sua presenza con una domanda simile.
Larxene si alza e va a inginocchiarsi di fronte a Roxas, in modo che i loro occhi siano allo stesso livello.
Il ragazzo si ritrae impercettibilmente.
Ha paura che lo tocchi. Non gli piace essere toccato.
Lei non lo sfiora neanche.
“Ti piace vivere?” chiede di nuovo.
Roxas osserva diffidente la giovane donna.
Non sa cosa rispondere e teme che qualsiasi risposta sarebbe la più sbagliata, per lui.
Forse Larxene vuole solo divertirsi a sue spese.
E’ uno dei passatempi favoriti quasi da tutti, quello di ingaggiare duelli verbali, cercare di sopraffare, umiliare e sottomettere con le parole.
Larxene è una fuoriclasse, in questo, mentre lui non può competere con nessuno. E’ una vittima inerme e ne è cosciente.
“Allora? Ti piace? Non ti piace? Non te ne frega niente?”
Ma, forse, prendersela con lui non le darebbe abbastanza soddisfazione da valere la fatica, quindi potrebbe anche essere sincera.
“Non so…”
“No, non è a me che interessa.” mormora la donna “Però vedi di pensarci. E’ quello che risponde a quello che ti stai chiedendo. Solo tu puoi dirti chi sei o, comunque, dovresti ascoltare solo te stesso quando ti chiedi chi sei. Chiunque altro ti darà solo la risposta che gli fa più comodo. Ti vorranno far credere di essere qualcosa di meno, o di essere qualcosa di diverso. Magari, qualche volta, ti diranno anche la verità, ma è meglio dubitare sempre, che credere a una sola volta sbagliata.”
Gli occhi della ragazza sono chiari e luminosi quasi quanto quelli di Axel, e quasi dello stesso colore, ma a sfumature inverse, più azzurro che verde.
I suoi movimenti, di solito così rapidi da non essere del tutto percepibili, sono rallentati sino all’indolenza.
L’acqua su di lei si è quasi asciugata. Il costume, invece, è ancora bagnato.
Nell’acqua, il potere di Larxene si trasforma in una trappola mortale per lei stessa, però lei ha voluto entrare in mare.
Roxas è tentato di chiederle il perché di un simile paradosso, poi ci ripensa.
“Tu sei il mio primo ricordo.” le dice.
Lei, e il fulmine scagliato dalla sua mano che è stato il dolore della nascita.
Prima, non c’è nulla.
Axel si è alzato e si è avvicinato. In piedi, getta un’ombra su di loro.
“Come mai tanta premura verso il marmocchio?” chiede.
Ha un tono vagamente ostile, come se considerasse l’azione di Larxene una violazione dei suoi diritti territoriali su Roxas.
“Perché nessuno si prende mai la briga di chiedergli niente.”
“E, siccome sei la solita, vai controcorrente.”
“Diciamo così.” afferma la donna “Tu gli hai chiesto se aveva voglia di venire qua, o te lo sei solo trascinato dietro? Nemmeno noi due ci siamo preoccupati di quello che voleva, quando ti abbiamo visto arrivare con lui. Adesso voglio chiedere.”
“Tanto direbbe di sì. Obbedisce sempre a tutti. Dovrei provare a lanciare un bastone per vedere se va a riprenderlo.”
Larxene si stringe nelle spalle e si dirige al mucchio di abiti gettati sulla spiaggia. La temperatura si è un po’ abbassata. La ragazza si sfila il costume e indossa pantaloni e casacca, quindi si sdraia di nuovo accanto a Marluxia.
“Tutti noi abbiamo almeno una vita alle spalle, ma lui non conosce altro che l’Organizzazione. E’ ovvio che obbedisca, Axel, ma tu hai mai pensato di metterlo davanti a un’alternativa? Per intanto, oggi ha preso delle decisioni in modo autonomo. Andare a esplorare la foresta, il tempo in cui restarci, quando tornare, sono tutte decisioni che ha preso da solo. Prova a chiederglielo, la prossima volta. Vuoi venire con me? Magari non risponderà, magari sì.”
Axel lascia Roxas, si avvicina alle rive del mare e si accovaccia proprio nel punto di risacca.
I piedi nudi affondano nella sabbia bagnata.
Ogni volta che le onde si frangono e si ritirano, sprofonda un po’ di più in quel fango scuro. E’ viscido, freddo, un po’ adesivo.
Ha la sensazione di essere risucchiato.
Piccoli esseri che sembrano stare a metà strada tra pesci e anfibi si crogiolano sulle pietre, rimanendo nel campo delle onde lambenti. Strisciano via appena li si avvicina, muovendosi su arti ancora simili a pinne, e si tuffano in mare, lasciandosi dietro strisce di muco vischioso.
Creature invertebrate simili a insetti si muovono sulla spiaggia.
Ci sono balani e cirripedi, o qualcosa che assomigliano a balani e cirripedi, attaccati alle rocce.
Lunghe foglie giallastre galleggiano nel mare e si aggrovigliano mentre il movimento ondulatorio delle acque le spinge negli interstizi degli scogli.
Axel stende la mano su quella moltitudine di vita. L’aria comincia a tremolare, riscaldata.
“Non farlo.”
L’elementare del fuoco sobbalza leggermente, preso alla sprovvista dalla voce di Marluxia.
Il giovane si è girato sullo stomaco, il mento appoggiato alle braccia incrociate, e lo sta guardando.
Sul suo volto c’è quel mezzo sorriso gentile che è quasi una sua espressione fissa, ma gli occhi color cobalto sono attenti e con niente di gentile.
Marluxia è inesperto, arrogante e tremendamente ingenuo, ma ha un controllo sul suo elemento che eguaglia quello di molti dei sei e, in realtà, nessuno ha di preciso idea di quello che è davvero in grado di fare.
E’ che in tutti c’è il sospetto di qualcosa di troppo vasto per essere compreso appieno, e che nessuno ha davvero voglia di testare.
Marluxia, di sicuro, non lascia intendere niente.
Axel alza le mani in segno di resa e sorride malignamente.
Roxas fissa i boccioli nel prato.
I fiori devono essere blu. Si intravede una sfumatura bluastra sotto i sepali serrati.
Sicuramente sono blu.
Con l’approssimarsi del tramonto, la pressione atmosferica su terra e acqua è all’equilibrio. La brezza che ha soffiato fino a quel momento è calata, e si è placato il mare.
Non che fosse mosso, prima, ma c’erano increspature a frantumare la superficie, qualcosa che rendeva chiaro che si tratta di una massa liquida soggetta a movimento.
Non adesso.
Adesso è immobile.
Immobile come l’aria.
Senza il vento a trascinare via i suoni, il ronzio degli insetti e lo sciacquio della risacca sembrano più forti.
“Voi non avete ancora capito bene cosa siete diventati e cosa significa. Siamo confinati nel mondo buio. Fuori da lì, chiunque vuole la nostra pelle. Volete vivere sempre nascosti, sempre come fuggiaschi o bestie braccate?”
“Axel, questo è demenziale. Abbiamo eserciti, abbiamo flotte. Li usiamo per distruggere mondi. Perché invece non usarli per prenderci il nostro spazio?”
“Conquista?! Andiamo, noi non conquistiamo mondi. Che ce ne faremmo?”
“Distruzione? A che serve? Nessuno ci concederà mai il diritto di esistere, nessuno ci dovrà mai nulla, siamo noi a doverlo imporre. Potremmo difenderci dagli attacchi, obbligarli a riconoscere la nostra esistenza e a lasciarci in pace, ricostruire la nostra vita. Ognuno di noi ha il potere di distruggere un universo, eppure ci nascondiamo come topi in una fogna. Non siamo come loro, sono i primi a dichiararlo, e hanno ragione. Non lo siamo. Allora perché dovremmo adeguarci a quello che loro considerano giusto? Perché dovrebbe anche solo importarci di quello che considerano giusto, invece di cercare un nostro modo di vivere, giusto per noi? Conquistare mondi non ha senso, hai ragione. Non serve. C’è spazio sufficiente per tutti, negli universi. Moltissimi mondi come questo, vuoti di vita senziente, privi di Cuori, invece di arrancare in un mondo dove ogni singolo giorno è una scommessa.”
“Secondo te, allora, perché non lo facciamo?”
“Perché vorrebbe dire rinunciare a questo stato di indeterminazione. Vorrebbe dire avere deciso di cominciare davvero a vivere, e non più solo a esistere.”
“Sei un sognatore, Marluxia.”
“Perché vorrei qualcosa che è stato fatto nella storia di tutti i Mondi? Tu, invece, sei saldamente ancorato alla realtà. Ma credi davvero che Xemnas otterrà quello che vuole?”
“Sai una cosa? Non ci ho mai pensato.”
“Io sì, invece. Ci ho pensato e non ci credo, e adesso ci credo anche meno. Se proprio devo scegliere, credo molto più alle capacità scientifiche di Vexen, Zexion e Lexaeus che a quelle di Xemnas. Perlomeno, credo di più alla loro obiettività.”
“O, magari, preferisci credere a loro perché forniscono elementi di sostegno a favore di quello in cui credi. Dovrebbe essere il contrario, non pensi?”
“Credere a coloro che negano quello di cui sono convinto?”
“Voglio dire che dovresti prima valutare le teorie, poi decidere qual è la più convincente.”
“Axel, so già chi ha ragione. L’ho sempre saputo. La vita è una sfida riuscita alle leggi del caos, qualcosa che perdura e rimane sé stessa quando il resto dell’universo cerca di disfarla. Zexion ci è arrivato dopo solo nove anni di lavoro. Non ho bisogno di conferme da gente così. Noi siamo vivi, più di chiunque.”
Marluxia si solleva e si siede a gambe incrociate. Fa in modo di spostare gentilmente Larxene, fino a quando lei non ha la testa appoggiata nel suo grembo.
Prende una delle antenne piumose della ragazza, simili a quelle di una farfalla notturna, e se la lascia scorrere fra le dita.
“Stiamo impazzendo e spazzando via interi mondi per diventare quello che distruggiamo, e nel processo, siamo diventati quello che dicono che siamo. Dei mostri.”
C’è un cambiamento nel tono della sua voce. Adesso non è più solo un modo come un altro per riempire il tempo, un pigro giocare con possibilità e parole.
“Se pure riuscissimo a ottenere quello che cerchiamo, potremmo scopriremo che siamo rimasti soli nel nulla.”
Axel immerge una mano nelle acque del mare e le rimescola lentamente.
Fili di vapore si sprigionano dalla superficie. Il giovane ha perso la sua solita espressione arrogante. Appare quasi abbattuto.
“E’ un sogno.” ripete “Sognare è una cosa pericolosa per noi, credimi. Nessuno verrà mai a patti con un Nobody, non importa quello che facciamo, o che non facciamo. Non importa quello che diciamo. Se cercassi di parlare, non ti ascolterebbero, Maru. Per loro non sei un animale. Sei solo una cosa e le cose non parlano. Credo che non sentirebbero neppure le tue parole. Nemmeno se urlassi fino a perdere la voce.”
Il sole è diventato di un rosa elettrico. Tocca l’orizzonte e il suo riflesso si scioglie in un mare che è una lastra di cromo liquefatto.
“Mi piace, questo posto.” afferma quietamente Roxas “Voglio tornarci ancora.”
Larxene gli sorride.
“Certo. Di tempo ne abbiamo quanto ne vogliamo.”
La sua voce si perde nel silenzio del tramonto.
Axel si alza, recupera il mantello e se lo getta su una spalla.
“Fate un po’ quello che volete, bambini. Vi dovrete svegliare fin troppo presto. Io ho fame e sono stanco. Vado a cercare un posto decente per mangiare e me ne torno a casa.”
Roxas osserva e ascolta.
Non capisce, però sa che, se osserverà e ascolterà abbastanza, alla fine capirà tutto.
Mentre gli altri raccolgono i loro abiti, preparandosi a lasciare il pianeta, resta seduto, intento a fissare l’erba e le minuscole macchie blu che adesso la costellano.
I fiori sono sbocciati.
* * * * * * *
Fa caldo.
L’aria è una specie di zuppa vischiosa e, sdraiato a terra, Riku non solo è esposto in pieno al sole, ma assorbe anche il calore del terreno.
Il vento del mare non riesce a toccarlo. Serve solo a sollevare la sabbia e a fargliela finire addosso.
I colpi di keyblade hanno introdotto a forza brandelli della camicia nelle ferite. Sotto di lui, la spiaggia bianca è nera di sangue.
L’Oscurità, nell’incessante opera di mantenerlo in vita, cerca di ricostruire e rimettere insieme tutto quello che era il suo corpo. Il sangue la confonde. Il sangue è parte di lui, deve essere riunito alla forma a cui appartiene. Il sangue e quello a cui è legato.
Così, l’Oscurità fonde stoffa e sabbia con la carne. Ricostruisce fibre nervose e le estende nel terreno e negli abiti insanguinati, estroflette tentacoli dal suo organismo che inglobano tutto ciò in cui percepisce anche un solo frammento di lui.
Riku sta diventando, letteralmente, tutt’uno con l’isola.
Chissà che la sua coscienza non finisca per riversarsi nella terra e che, dopo la sua morte, non permanga l’ombra di lui, un fantasma legato per sempre a questo mondo che odia, immobilizzato, impossibilitato ad andarsene e a sparire fino a quando non perdurerà la materia dell’Isola.
Consapevole.
Immerso nella luce.
Quella c’è sempre
La luce del sole e quell’altra Luce.
E’ un mare ostile che Riku ha tenuto a bada tutta la sua vita, ma adesso sembra che Essa si sia resa conto della sua debolezza e gli si frange addosso con onde lente e continue intese a disgregarlo.
Roxas sembra berla. Sembra generarla.
E’ anche così che lo ha sorpreso, attaccandolo nel momento dello zenit della Luce, mescolato a essa, confuso con essa, muovendosi in essa, mentre Riku era al suo minimo.
“Sei stato tu. Tu hai ucciso Kairi.”
Roxas annuisce, quasi impercettibilmente.
“Lei se ne sarebbe accorta.”
Certo, se ne sarebbe accorta e allora cosa avresti fatto tu, Riku?
Per un attimo, immagina di essere al posto di Roxas.
Ti risvegli, nuovamente te stesso dopo dodici anni di silenzio. Ti accorgi di essere imprigionato nel corpo di un altro uomo, il tizio che ha passato la vita a sterminare quelli come te. Che il tuo amico del cuore è il tale che ti ha rapito, ripassato come un tappeto e consegnato nelle mani del carnefice.
Che fai?
Semplice. Appena ne hai la possibilità, li uccidi entrambi. E non ci pensi su un secondo.
Gran trovata. Molto umana.
Ma Roxas non è umano. Non pensa come un essere umano. Non reagisce da essere umano.
Svegliarsi improvvisamente, trovarsi preda di un’avventata collera, correre a cercare il nemico odiato per ucciderlo… non sono cose da Nobody.
Un Nobody non agisce così.
Un Nobody si prende il suo tempo, studia il nemico, cerca il momento più favorevole, anche se questo gli costa giorni, o mesi, o anni.
E allora, prima o poi, la moglie se ne accorge. Soprattutto se questa moglie è, a sua volta, una portatrice di keyblade.
Certo, Kairi non è mai stata la custode più abile dei Mondi, ma neppure del tutto inetta. E’ stata capace di attraversare i sentieri delle ombre senza impazzire o perdersi. Conosce i Nobody e i loro trucchi anche meglio di chiunque altro. E, dentro di sé, custodisce l’anima di Naminé.
Soluzione. La moglie deve essere tolta di mezzo.
Inutile chiedersi come ci sia riuscito. Su Kairi non si è trovato segno di violenza fisica, né tracce di veleno, né di incantesimi letali, né qualsiasi altra cosa che potesse far pensare all’omicidio. Ma ci sono cose più sottili della violenza, del veleno, della magia conosciuta sull’Isola.
Per quel che ne sa, Roxas usa di preferenza le armi materiali, piuttosto che manipolare le Forze, ma questo non vuole dire che non possa farlo, all’occorrenza. Persino lui è capace, o è stato capace, di usare la sola Oscurità per uccidere, e Roxas domina la Luce, di gran lunga più letale per la vita.
Deve avere fatto qualcosa alla struttura della forma fisica di Kairi che ha fermato il suo cuore senza lasciare traccia. Poi si è addormentato al suo fianco, sapendo bene che lei non si sarebbe svegliata. E, probabilmente, a quel punto ha fatto posto a Sora, lasciando che fosse lui a destarsi accanto alla moglie morta.
Perché Riku è certo di avere parlato con Sora, dopo la morte di Kairi.
Era Sora al mattino, era Sora durante il funerale.
Sora, non Roxas.
Allora, più che altro, c’è da chiedersi perché lui non se ne sia accorto. Le parole di Roxas lasciano intendere che, forse, la metamorfosi ha preso un po’ di tempo.
La cosa potrebbe non essere stata così immediata. Forse i due si sono scambiati i ruoli più di una volta, la loro coscienza fluttuante saltuariamente, almeno i primi tempi.
Oppure l’uno ha sostituito lentamente l’altro e, per un po’, l’entità di fronte a lui non è stata esattamente né Sora né Roxas, ma un po’ entrambi.
A ogni modo, una cosa è certa. Lui non si è accorto di nulla.
“Niente di personale…”
“Molto personale, invece. Ne andava della mia vita. La considero una faccenda estremamente personale. Poi, era il solo modo che avevo per uccidere quello che restava di Naminé.”
Fa caldo e Riku non ha dubbi che il caldo non farà che aumentare.
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