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V

August 17 2007 at 2:02 AM
  (Login solichan)
Avvoltoi


Response to Exuviae

 


I nemici lo circondano, uomini corazzati e uomini in volo su oggetti che sembrano un po’ alianti e un po’ insetti, un po’ macchine e un po’ organismi, tanto piccoli da avere posto solo per un passeggero, il pilota che li governa con il pensiero mentre combatte.

E’ la prima, vera situazione di guerra, per Roxas. Prima d’ora, è stato mandato solo in mondi primitivi, oppure pacifici. Questo non è né una cosa né l’altra e gli abitanti sanno cosa sono i Nobody.
Sono qui per il pianeta, non per i Cuori, e non possono rilasciare gli Heartless. Il rischio che distruggano il mondo intero troppo è grande. Non possono neanche usare le navi per abbattere forze terrestri e frammentate. Hanno bloccato i collegamenti a lungo raggio e disattivato le difese strategiche, ma sono rimasti gli eserciti, addestrati ad agire autonomamente, e quelli devono affrontarli apertamente.

Nemmeno Roxas può muoversi e combattere ininterrottamente. Un istante in cui tira il fiato, e sente un colpo violento ma attutito sulla schiena, all’altezza della scapola destra.
Non si preoccupa. E’ abituato a essere colpito durante gli scontri con i suoi compagni, anche duramente. Mai una volta ne ha riportato danni. Mai una volta si è fatto davvero male.
Però, appena fa un passo, il keyblade gli scivola dalla mano e questa è una cosa inaspettata. Inaspettata e impossibile. Lui non perde la presa sulle sue armi, né sbaglia mai. Si china per riprendere la spada, ma non riesce più a stringere il pugno.
Le dita si rifiutano di obbedirgli.
Anche l’altro keyblade è troppo pesante da reggere. Si ritrova in ginocchio e non si è accorto di essere caduto. La schiena gli fa male e sente caldo.
C’è un foro sul davanti del suo mantello, appena sotto la clavicola, e il sangue ne esce ribollendo. Un proiettile lo ha attraversato da parte a parte.

Qualcuno lo sovrasta. Un soldato dell’esercito nemico, su una di quelle piccole macchine volanti. Non sa se è quello che lo ha preso. Probabilmente no. Quest’uomo ha fra le mani un’arma pesante, e sa che non è stato colpito con quella. Probabilmente è stato solo un tiro fortuito, arrivato da chissà dove.
Il soldato mira alla testa di Roxas e spara.
Il ragazzo vede distintamente il proiettile fuoriuscire dalla canna e arrivargli addosso, ma tanto non può schivarlo. Sono armi incantate e il proiettile tracciante ha agganciato il suo segnale vitale.
A parte il dolore puramente fisico, la sola cosa che Roxas prova è una specie di clinica curiosità, anche se sa che sta per morire. Ha visto l’azione di quei proiettili sui Nobody inferiori. Esplodono, una volta all’interno del corpo.
I suoi riflessi sono rimasti i soliti, tanto rapidi da permettergli di seguire la traiettoria di un proiettile, ma il corpo traumatizzato dalla ferita non può starci dietro. Non riesce a muoversi e non riesce neppure a ordinare i pensieri abbastanza chiaramente da formulare un incantesimo aggressivo o difensivo. Stavolta, non ha possibilità di salvarsi.
I Nobody sopportano ferite che distruggono qualsiasi essere completo, ma neppure un Nobody può sopravvivere a un colpo che distrugge il cervello. L’uomo sta per ucciderlo e in questo momento lui non riesce a trovare un sistema per impedirglielo.

Ma il proiettile rallenta e si ferma nella traiettoria. Rimane così, per un istante, congelato nello spazio, poi viene risucchiato indietro.
L’uomo che ha sparato emette una specie di strano verso e si contrae, si accartoccia e ripiega su sé stesso fino a sparire, mentre lo spazio collassa dentro di lui e lo inghiotte insieme alla sua aeromobile e al proiettile partito.
Adesso, accanto a Roxas, c’è Xigbar. Peccato che non può operare il suo trucco su vasta scala, o potrebbe eliminare tutto l’esercito. Ma quel che ha fatto non è cosa da poco e non può nemmeno ripeterla spesso.
Uno sciame di quelle strane piccole macchine volanti lo hanno seguito e lo circondano come calabroni rabbiosi.
Senza sforzo, l’uomo solleva Roxas e se lo mette sotto un braccio, compreso il keyblade che ancora regge fra le ditta molli.

“Scommetto che non ci prendono.” sorride “Tu non guardare.”

A quel punto, fa qualcosa. Lo spazio si rovescia e subito dopo (No. Proprio nello stesso momento) sono altrove. E poi ancora altrove. E ancora.
Il ragazzino non ha tempo di rendersi conto di quello che li circonda, e già si trovano da qualche altra parte, dove tutto è diverso. Xigbar sta operando con il suo potere di alterare lo spazio per teletrasportarli continuamente, ma i nemici continuano a circondarli. Riescono a seguirli anche mentre saltano da un punto all’altro del pianeta.

Sono in piedi sulla parete verticale di un edificio di vetro e acciaio. Sotto di loro si stende una città e anche il secondo keyblade è scomparso, ma hanno già cambiato posizione, e adesso sono diritti sul nulla.
C’è il mare sopra di lui. Sopra la sua testa.
Grigio, ondoso, mosso, schiumoso, fragoroso, dinamico. Sopra la sua testa.
Una massa liquida ondeggiante con un angolo di una trentina di gradi rispetto al suo asse. Sopra la sua testa.
Forse basterebbe alzare il braccio per toccare l’acqua. Ma è l’idea di alzare il braccio (Alzarlo!) per toccare la superficie del mare che è assolutamente, completamente, irrimediabilmente sbagliata.
Le onde si alzano (abbassano)
Sotto i suoi piedi, un cielo grigio di nubi ribollenti.

Suo malgrado, Roxas urla.

Xigbar gli prende la testa e gli preme il viso contro il suo petto, impedendogli di vedere.

“Non guardare. Non vomitarmi addosso.”

Non gli piace quest’uomo che si prende sempre troppa confidenza con lui, ma ora si ritrova a stringerlo fino quasi a mozzargli il fiato.
Non è mai stato così spaventato.
Non è mai stato spaventato.

Xigbar ride mentre si lancia nel colabrodo in cui ha trasformato lo spazio, sfidando ogni volta la sua capacità di spazzare via le particelle e molecole dell’atmosfera che potrebbero fondersi alle loro, sfidando ogni volta la sua capacità di prevedere dove c’è solo aria e dove invece materia solida o liquida. Sfidando ogni volta la possibilità di finire fusi con una montagna.

Roxas si rende conto che a Xigbar tutto questo piace. Piace davvero, non per imitazione o ricordo o finzione. Quella forma di telepatia che tutti loro condividono gli permette di saperlo con certezza. In quel momento, per l’uomo non c’è ieri, non c’è domani, non c’è tempo se non il presente.
Nessun ricordo di qualcosa che è stato. Nessuna operazione di copia incolla da una precedente esperienza di vita umana.
Xigbar non sta nemmeno pensando, se non per formulare quei pensieri che gli permettono di riordinare lo spazio.
Sta volando.

Il ragazzo guarda ancora, solo di sfuggita, e quello che vede gli fa rimpiangere la sua decisione. Stanno precipitando in un abisso. Salto dopo salto, il fondo è più vicino. Una fontana di scintille e fiamme e frammenti incandescenti di metallo fuso piove su di loro, resti di una delle macchine volanti che si è schiantata contro le pareti del precipizio, ma si sono già traslati e i detriti taglienti attraversano lo spazio che occupavano senza colpirli.

Poi sono fermi. Roxas si azzarda ad aprire gli occhi e vede che sono in un deserto di roccia. Terra solida. Piano orizzontale.

“Hanno perso.” ghigna Xigbar, scoprendo denti aguzzi quasi quanto quelli di Saix.

Uno dopo l’altro, i loro inseguitori si sono schiantati contro pareti di pietra e acqua e tutti quegli ostacoli che Xigbar ha evitato.

Roxas è talmente scosso che non cerca neppure di liberarsi dalle braccia che ancora lo stringono, e aspetta che sia l’uomo a metterlo a terra.
Riesce a non cadere, anche se ha la sensazione di essere in piedi su un materasso ad acqua semivuoto, o su della gelatina.
Sta gemendo, con strani suoni che sembrano vagiti. Qualcosa che considererebbe vergognoso, se solo in questo momento gli importasse qualcosa, ma, adesso, non ci pensa neppure a difendere la sua dignità.
Ha ancora la sensazione che il mondo debba sparire da un istante all’altro per ricomparire del tutto cambiato.

Xigbar aggrotta la fronte.

“Stai bene?”
“Non lo so…” borbotta lui.

Fa qualche passo per riprendere l’equilibrio. Dopo pochi metri, sospira, si piega in due e rigetta quello che ha mangiato.

Durante i salti, anche quando si è trovato a testa in giù, non ha provato la sensazione di essere davvero capovolto. L’effetto di rovesciamento è dovuto all’angolazione del piano di equilibrio individuale rispetto al piano gravitazionale. Ma Xigbar ha operato un continuo e completo capovolgimento del loro personale campo gravitazionale, applicato a ogni singola cellula del loro corpo, compresi labirinto e sistema propriocettivo, e Roxas non ha avuto quindi modo di avvertire con le proprie percezioni di equilibrio le strane angolazioni. Ma quelle immagini rovesciate, angolate, piazzate dove secondo logica non avrebbero dovuto esserci, sono state sconvolgenti. Siccome Roxas non si è sentito sostenuto da un piano sbagliato, l’impressione avuta è che a essere sbagliati fossero il mare, la terra e il cielo, che stessero per piombargli addosso.

Finalmente, lo stomaco del ragazzo smette di fare i salti mortali.
Si asciuga la bocca e cerca di riordinare i pensieri.

Xigbar è accovacciato davanti a lui. La sua espressione è un po’ di disgusto e un po’ di preoccupazione.
Ci sono solo loro due, qui. Il terzo, lo hanno lasciato solo quando sono scappati. L’ultimo ricordo che ha di lui è averlo visto immobile, con la testa bassa coperta dal cappuccio, le braccia abbandonate lungo i fianchi, circondato dai nemici. Poi, non ha più avuto modo e tempo per preoccuparsene.

“Marl…” comincia, ma prima di riuscire anche solo a finire il nome, è interrotto da un nuovo conato e si ritrova a vomitare i suoi succhi gastrici.
Xigbar salta indietro prima che il vomito gli schizzi sugli stivali.
“Se quella gente ha solo un po’ di cervello, gli starà lontano.” dice, e sogghigna.

Roxas ansima, piegato in avanti.
Questa volta, non dice una parola ed evita qualsiasi movimento che potrebbe far riprendere gli spasmi e la nausea.
Gli occhi gli lacrimano e la cosa gli impedisce di vedere chiaramente.
Man mano che passa lo stato di alterazione dovuta alla battaglia, comincia ad avvertire dolore alla schiena, e anche la testa gli fa male. Come delle specie di pulsazioni che si originano dietro gli occhi e si ripercuotono in tutta la testa.

Forse Xigbar ha ragione. Ci sarà pure un motivo per cui in un gruppo che comprende gente come Xaldin, Saix, Axel e Larxene, proprio Marluxia è chiamato assassino.
Vuole che sia così, che quel nome non sia solo un’attribuzione poetica.
Roxas non sa cosa significa sperare. Nei suoi mesi di vita, ha ottenuto tutto quello che ha voluto e non ha mai dovuto attendere. Quando ha chiesto qualcosa, Xemnas o uno degli altri si sono affrettati ad accontentarlo. Quindi, il solo modo che ha per sperare è volere. Oppure non volere.
Non vuole pensare a Marluxia come a qualcosa di morto. Sarebbe una condizione troppo innaturale.

Xigbar gli appoggia una mano sulla spalla illesa.
Il ragazzino sussulta e tenta di liberarsi, ma l’uomo stringe la presa fino a fargli quasi male e lui smette di ribellarsi.
Chiude gli occhi e si aspetta il peggio, ma, questa volta, la traslazione è molto più tranquilla e il loro campo gravitazionale resta coerente a quello del pianeta.

Il teletrasporto è molto diverso da quello che conosce. Non è come navigare nei Sentieri dell’Ombra. Quello non è trasporto immediato. Occorre aprire la porta, entrare nel limbo grigio, traslarsi fino a raggiungere il punto corrispondente al luogo che si vuole raggiungere e quindi rientrare nel mondo materiale.
Questa volta si è trattato di qualcosa del tutto differente, qualcosa che Roxas non ha mai sperimentato, ma lui controlla la Luce, che è la Forza di ordito di Spazio e Gravità, e ha potuto seguire e capire, concettualmente, come opera Xigbar.
In qualche modo, contrae lo spazio per far sì che i due punti, quello di partenza e quello di arrivo, coincidano, si aggancia al punto di spazio di arrivo, poi lascia che lo spazio torni alla forma originale, saltando come un elastico, e venendo trascinato con esso.

Non ha idea di quanto tempo è passato da quando Xigbar lo ha portato via, ma ora il campo di battaglia ha cambiato aspetto.
Sembra che secchiate di colore siano state rovesciate sulla terra sterilizzata e calpestata e sugli edifici grigi. Verde, soprattutto. Innumerevoli sfumature di verde.
I rumori sono diversi. Niente urla, spari, rumori meccanici e i sibili sfrigolanti dei raggi. C’è solo silenzio, e un fruscio.
C’è anche uno strano odore.
Odore di sangue e metallo e quell’odore che c’è all’interno dei corpi, ma quelli se li aspetta. Quelli ci sono sempre.
Quello che è strano è un altro, e pervade tutto. Un sottofondo olfattivo, meno forte, ma più pregnante.
E’ un odore come di salvia. Odore di fiori.
Marluxia è quasi nello stesso punto in cui si trovava quando loro due sono fuggiti. Immobile, solo che, adesso, invece di essere in piedi, e tenere il capo chino e coperto, è seduto a terra, il volto rivolto al sole e il cappuccio abbassato.
I suoi lucidi capelli color dell’alba sono insolitamente scuri, insolitamente aderenti alla testa. Anche sulla faccia ci sono ombre e macchie nere.
Intorno a lui, i soldati dell’esercito mandato ad abbatterli.
Molti di loro sono semplicemente fatti a pezzi, smembrati come se una gigantesca belva li avesse straziati. Arti privi di corpi, corpi privi di arti, teste bisettate.
Ma molti altri la maggior parte sono strani. Davvero strani. La loro pelle ha colori insoliti. Blu ciano, oppure verdastro, o rosa. Le loro sagome sono anche un po’ indistinte, un po’ sgranate. Alcuni corpi si muovono ancora. Sono gonfi, deformati e sussultano e sobbalzano in spasmi convulsi, come se ci fosse qualcosa ad agitarsi sotto la loro pelle.
E’ gente trasformata in campi di coltura, e strani vegetali sono fioriti sopra e dentro di loro, nutrendosi della loro carne e dei loro fluidi.
Le spore sono sbocciate nei polmoni, intasandoli.
La pelle è spaccata dove piccoli fiori dalle corolle variopinte hanno radicato.
Cuscinetti di minuscole foglie fuoriescono dalle narici e dalla bocca.
I viticci hanno aperto i bulbi oculari e i timpani per farsi strada verso la luce del giorno.
Tralci spinosi li hanno abbracciati con tale forza da recidere anche le ossa.
Tossine sono state riversate nei tessuti, mutando la loro chimica.
Il processo continua anche ora, sotto gli occhi di Roxas. Alcuni corpi si squarciano, mentre gli esseri che crescono dentro di essi cercano la loro via per l’esterno, si espandono, strisciano sulle pietre, si muovono in cerca di terreno da colonizzare. I fiori aprono le corolle al sole, le foglie si spiegano alla luce vitale e iniziano a fotosintetizzare e nutrire i loro tessuti, il loro colore passa da un giallo sbiadito al verde smeraldo e il campo di battaglia è ora un campo di fiori.
Non una goccia di sangue o un frammento di carne sono andati perduti.
E’ quasi esaltante, quel tripudio di vita che travolge così violentemente la morte.

Xigbar studia attentamente il complesso di edifici adesso ornati di fiori e volute verdi. Le piante hanno aperto crepe nelle pareti e rilasciano nubi di spore all’interno.
L’uomo sorride e batte lentamente le mani, un po’ sul serio, un po’ canzonatorio.

Marluxia si gira verso Roxas. Ha gli occhi leggermente annebbiati e il respiro un po’ accelerato.
I suoi capelli sono scuri perché sono incrostati di sangue.
Sono sangue anche le macchie scure sul volto, e ha sangue sugli abiti. Il nero rende difficile accorgersene, ma adesso, così da vicino, Roxas può vedere che ne è quasi completamente ricoperto. Neppure una goccia è di Marluxia. Il suo sangue non è così rosso.
Sembra stanco e si appoggia la fronte alle ginocchia.
Alcuni filamenti verdi gli avvolgono le gambe e le braccia, scompaiono sotto le maniche di pelle e nel terreno, come vene e tendini estrusi dal suo stesso corpo che lo uniscono alla terra.

Roxas prova qualcosa nel vederlo illeso. Qualcosa che non sa come chiamare. Ma di sicuro è qualcosa di buono. Sollievo, forse, e stupore, quello di sicuro.

Non ha mai combattuto al fianco di Marluxia, prima. Per prova, quello sì, ma mai sul serio, e non si è mai reso conto della vera estensione del suo potere.
Prima di questo momento, Roxas non è mai riuscito a capire come il giovane operi con il suo elemento.
Gli è sempre sembrato impossibile che sia in grado di attingere a qualcosa che sembra comparire dal nulla, senza fonte, in aperta contraddizione con tutto quello che sa della natura della realtà.
Ma, naturalmente, non funziona così e niente appare dal nulla.
La vita non ha una fine, e non ha neppure una fine e un inizio. E’ uno stato di trasformazione, un flusso continuo che cambia solo forma. Come un flusso di energia.
Al posto di questi uomini, ora il fiume della vita scorre nei fiori e, adesso, Roxas vede un senso nell’uccidere diverso dall’essere una necessità o un effetto collaterale della guerra. Ha un significato nell’atto stesso.
Marluxia uccide per liberare l’energia vitale delle sue vittime, convertirla in uno stato utilizzabile, e ottenere la sorgente del suo potere.

Vicino a Marluxia fa freddo, tanto da sentirlo anche attraverso la pelle degli abiti. Un freddo che sembra emanato dal corpo del giovane, ma che, in realtà, è causato da una sottrazione di calore nell'aria. Marluxia deve avere usato una quantità spropositata di energia, al punto da esserne prosciugato. Per recuperare, sta assorbendo ogni forma di energia metabolizzabile e questo raffredda l'ambiente intorno a lui.

Anche la vegetazione è fredda, petali e foglie coperti da gocce di condensa.
Roxas si china su una di quelle piante neonate. I fiori non sono rosa uniforme, come appaiono da lontano. Invece, sono formati da un gran numero di screziature e sfumature diverse.
I filamenti verdastri si agitano nel sentire il suo calore e il suo sangue, e si protendono verso di lui.

“Stai attento.” esclama Xigbar “Non toccarli, e stai lontano anche da lui.”

Il ragazzo non capisce l’avvertimento di Xigbar e non crede che Marluxia sarebbe capace di fargli del male, ma non ha né la voglia né la forza di mettersi a discutere. Il suo cervello è avvolto da una specie di bambagia, anche se il dolore è chiarissimo, per niente attutito. Anzi, ha la sensazione che, mentre passa il tempo, il dolore si definisca a discapito di tutto il resto.

Xigbar si è accorto della sua espressione sofferente. Gli si avvicina, fa per allungare una mano verso la cerniera del cappotto, ma Roxas si ritrae con energia, senza permettergli di esaminarlo.
Xigbar sorride, alza le spalle e, questa volta, non fa niente per trattenerlo.

Roxas si lascia andare a terra e sfiora inavvertitamente il suolo con il braccio ferito. Sussulta e cerca una posizione che gli sia il più confortevole possibile.

Un colpo stupido e fortunato. Fortunato per lui, soprattutto. Se fosse stato colpito da uno di quei proiettili esplosivi, adesso avrebbe un cratere al posto di metà del torace. Ma, anche così, il colpo gli ha sbriciolato la scapola e l’articolazione della spalla. Non è grave, per uno come lui, ma è doloroso. Almeno crede. Non ha una misura di paragone per il dolore. Spera che questo sia un dolore forte. Se non lo fosse, vuol dire che il peggio è ben altro, qualcosa che potrebbe dover ancora sperimentare.

La testa gli pulsa rabbiosamente.

“Perché siamo qui?” chiede.

Gracchia, non parla.
Gli brucia la gola, in bocca ha sapore di acido e ha una sete disperata. Le labbra sono tanto secche che, mentre parla, gli si spaccano.

Marluxia solleva per un attimo la testa. Sembra considerare l’idea di rispondere, poi guarda Xigbar, riappoggia la fronte sulle mani e resta in silenzio senza avere detto niente.
Intorno a lui, i vegetali si intrecciano e competono per la luce del sole.

“Cosa ci facciamo, in questo posto?” chiede ancora Roxas.
Parlare è come inghiottire sabbia.

Xigbar sbuffa, infastidito.
Roxas scuote la testa e, con quel movimento, le fitte alle tempie si acuiscono, nemmeno il cervello stesse sbattendo contro le pareti interne del cranio. Il ragazzo afferra un sasso e lo scaglia stancamente contro Xigbar. L’uomo non ha capito la sua domanda e lui, al momento, non è in grado di formulare in modo comprensibile quello a cui sta pensando.
Comunque, non è la persona giusta a cui chiedere. Probabilmente, non gli interessa capire o non ha voglia di dargli retta. E’ sempre pronto a scherzare e a fare l’idiota con lui, ma cambia subito atteggiamento se Roxas cerca di avere risposte serie.

Ormai il dolore monopolizza la sua attenzione. Non importa quanto cerchi di concentrarsi. La sua attenzione torna sempre lì, alla schiena che sembra messa a contatto con una lastra di metallo incandescente.

Ad un tratto, non riesce più a pensare coerentemente.
Sa solo che vuole non essere qui.
Vuole non sentire dolore.
Vuole non dovere più pensare che il giorno dopo potrebbe anche non esistere.
Vuole essere a casa.
Vuole, semplicemente, non provare nulla.
Se le emozioni sono queste, allora non le vuole.
Però è qui, sente male, e prova, e non sa come reagire.

In queste poche ore è stato sottoposto a più sensazioni e sollecitazioni di quante non ne abbia provate nei mesi precedenti. Ha raggiunto il limite e la sua psiche neonata cede per semplice spossatezza.
Così, fa la sola cosa che gli viene in mente per sfuggire a tutto questo. Si raggomitola per terra e si addormenta, come un animale preso in trappola.

* * * * * * *


“Naminé?”

Roxas non fa una piega e non risponde.
Accarezza affettuosamente la lama del keyblade, quella tristemente imbrattata di sangue e di qualcosa troppo denso e grumoso per essere sangue.
Ha lasciato dissolvere l’altra spada, quella nera, subito dopo avere sferrato i colpi mortali al suo nemico, e si stringe a questa come se fosse una specie di spaventoso orsetto di pezza. Forse è il suo oggetto di conforto.
Buffo che, quando si erano trovati a combattere fianco a fianco, gli avesse passato uno dei keyblade senza esitazione, con la stessa indifferenza con cui gli avrebbe passato un’arma ordinaria.

Pare insensibile alla temperatura torrida. Forse lo è. Non ha neppure una macchia di sudore. Riku non ha idea di come i Nobody reagiscano alle intemperanza ambientali.
Forse gli piace solo il caldo.
Fortunato lui.

“Perché hai voluto uccidere Naminé?” ripete Riku.

Ancora non ottiene risposta.

“Perché è stata lei? Perché ha cancellato la tua memoria?”

Roxas reclina appena la testa e appoggia la guancia al keyblade.

Perché è lei che gli ha cancellato la memoria, perché temeva che lo tradisse ancora, perché si annoiava… Riku può pensare a innumerevoli risposte possibile, e magari si dimenticherà di considerare la sola che è quella giusta. Morirà con la curiosità di sapere perché Roxas ha voluto distruggere anche le ultime vestigia di esistenza della sorella.
A quanto ne sa, Roxas e Naminé provavano affetto l’un per l’altra, almeno per quanto i Nobody possono provare affetto, ma è stata proprio Naminé a lavare via tutti i ricordi della breve esistenza del ragazzo, cancellandolo in pratica come entità autonoma prima che DiZ lo ricombinasse in Sora e lo cancellasse definitivamente come creatura vivente.
Non ha mai capito perché lo ha fatto.
Lui voleva salvare Sora e, per quanto lo riguarda, Roxas non è mai stato altro che un letale nemico, ma Naminé… perché avrebbe dovuto favorire la vita di Sora a discapito di quella di Roxas? I Nobody agiscono solo sulla base della logica per perseguire i propri fini e, allora, qual è stata la logica di Naminé? Cosa l’aveva spinta a una simile azione?
Certo, DiZ ci era andato giù pesante, con lei, ma i Nobody non possono essere obbligati. Non c’è forza nell’universo in grado di distoglierli da quello che decidono di fare, né di convincerli a fare quello che non vogliono.
Se Naminé non avesse voluto cancellare la memoria di Roxas, DiZ avrebbe anche potuto farla a pezzi frammento per frammento e non le avrebbe fatto cambiare idea. Quindi, lei deve avere voluto fare una cosa simile, convinta che fosse la cosa migliore, per Roxas, o per sé stessa. O per chissà cosa.
Di tutti i Nobody, Naminé era una delle meno comprensibili. Anche se forse può dirlo perché la ragazza è stata il solo Nobody con cui lui ha avuto un minimo di contatto personale. A parte lei, non ha mai avuto modo di scambiare una parola con uno di loro, eccetto le minacce di morte o il cercare di manipolarsi a vicenda. Persino il breve periodo passato a contatto con Roxas, non lo ha certo trascorso cercando di conoscerlo.
Con Naminé ci aveva provato, qualche volta, ma la ragazzina era rimasta inaccessibile a qualsiasi tentativo di… dire amicizia è un po’ troppo. Convivenza civile, forse è meglio.
Anche se la loro situazione non aveva proprio niente di civile e, dopo un po’, accorgendosi dell’ipocrisia della cosa, Riku aveva smesso di cercare di essere civile con Naminé. Più o meno quando si era reso conto che DiZ gli avrebbe ordinato di ucciderla, prima o poi.
Nonostante i suoi spaventosi poteri le avrebbero permesso di liberarsi con facilità, Naminé non aveva mai neppure tentato di usarli su loro due, nemmeno per difendere sé stessa, e il suo solo atto di ribellione era stato scappare nella città simulata, dove Roxas era tenuto prigioniero.
Per il resto, era del tutto docile e obbediva a qualsiasi cosa le venisse ordinata. Solo che anche la sua passività, la sua sottomissione, erano volute. Lo scopo di Naminé era fare proprio quello che ha fatto. Annientare Roxas.
E allora è davvero così difficile capire perché lui ha voluto distruggerla?
Magari anche Roxas è convinto di averle fatto un favore.

Maledizione ai Nobody e alla loro imperturbabilità.
Maledizione a lui. Perché gli importa? Cosa gli frega sapere del perché ha fatto quello che ha fatto?

E’ perché, in un certo senso, è convinto di trovarsi ancora di fronte Sora, non il mostro che ha consumato Sora dall’interno?
E’ perché continua a essere convinto che dentro di lui, da qualche parte, c’è Sora e Sora non permetterà davvero che Roxas faccia qualcosa di estremo (Ha ucciso Kairi! Cosa deve fare che tu consideri ‘estremo’? Disintegrare un sistema solare, popolazione compresa?) e che, a chiamarlo a voce sufficientemente alta, Sora riuscirà a svegliarsi?
Assurdo.
O, forse, non così assurdo.

Sora gli ha detto che molti Nobody lo identificavano con Roxas, che non riuscivano a convincersi che lui non era Roxas e cercavano di parlargli, anche mentre li massacrava a colpi di keyblade.
Se lo facevano loro, allora è più che possibile che lui sia caduto nell’errore opposto.

“Cerchi una ragione perché almeno darà una ragione alla morte di Kairi diversa dalle conseguenze delle tue azioni di dodici anni fa?” chiede Roxas “Mettiamola così. Se non fosse stato per quello, non mi sarei mai neppure sognato di venire in questa fogna di mondo e di Kairi non me ne sarebbe importato niente.”

Qualcosa risale nella gola di Riku. Qualcosa di dolciastro e salato che riconosce come sangue, e qualcos’altro. Qualcosa più amaro del sangue, qualcosa che corrode il palato.
L’Oscurità ha perso la presa ferrea sul suo corpo quel tanto che basta perché bile e sangue gli intasino le vie respiratorie.
Tossisce, ma non riesce a liberare la trachea.
Sta soffocando. Non va bene. No, va più che bene.
Comincia a essere stanco, sa che non riuscirà a mantenere l’autocontrollo ancora a lungo e, a questo punto, la morte sarebbe la cosa migliore, fosse solo per smetterla di sentire l’aria che si fa strada nei suoi polmoni come se si aprisse un varco con coltelli affilati e uno scherzo di natura che lo osserva con la spassionata curiosità di un collezionista di insetti di fronte a uno scarafaggio infilzato.
Sta morendo, sta finendo tutto.
Deve convincersi che va bene così.
In questo modo, tutto quello che deve fare è non lasciarsi andare al panico ancora per qualche minuto.

Si sente risucchiare all’interno di sé stesso in una specie di tunnel di buio ottundente.


 
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