Solo.
Come ha fatto a ritrovarsi solo?
Si era fermato per accendere una sigaretta… riparare la fiamma con la mano…
Qualche secondo… Niente di più.
Possibile che agli altri siano bastati quei pochi attimi per allontanarsi tanto da sparire alla vista?
Li sente ancora ridere e parlare, e segue i suoni, certo di raggiungerli in pochi minuti. E’ veloce, e in perfetta forma. E’ sicuro del suo passo, della sua forza.
I minuti passano ed è ancora solo. Non li ha ancora raggiunti.
Continua a sentirli e si affretta. Le voci si sono sparse nell’aria umida. Sembrano così vicine quando si ferma qualche istante per orientarsi, e si allontanano quando accelera i passi.
Si accorge di non sapere dove si trova. Non è la sua città, non la conosce bene. E’ qui solo per trovare amici, quelli che ora sta cercando di ritrovare.
“Ragazzi, aspettatemi…”
Le vie sono grandi.
Vuote. Non c’è nessuno in giro.
Buie. Una sequenza di isole di luce create dai lampioni, separate da mari di buio. Con le luci che si coagulano su se stesse, sempre più piccole… e così tanto buio fra esse…
Non che abbia paura del buio…
(…i bambini hanno paura del buio…)
… ma non gli piace molto.
Le voci sembrano irriderlo e sfidarlo a raggiungerle.
(…ma dove siete? Sapete che non conosco il posto…)
Strana, questa città. Sembra quasi essersi dilatata. Le strade, così normali fino a pochi minuti fa, si sono espanse. Non riesce più a percepirne i lati. Gli pare di essere al centro di uno spazio senza confini.
I suoni hanno assunto quella qualità d’eco che hanno in un’immensa sala vuota.
Anche la distanza tra un lampione e l’altro è aumentata. Il tempo che deve passare immerso nel buio è davvero lungo…
Si ferma.
C’è qualcosa sulla strada, tra lui e il prossimo lampione. Un’ombra accovacciata sul marciapiede.
Forma indefinibile… Per un attimo ha creduto che lo stesse guardando, con occhi brillanti…
Non vuole avvicinare quella cosa… Preferisce piuttosto non raggiungere la luce.
Le voci sono lontanissime, quasi scomparse.
Non importa, tornerà a casa da solo. Ma non passando vicino alla cosa.
Si immerge nel buio, lontano dai marciapiedi.
Un vasto spazio… buio.
Buio… quasi denso. E nel buio sente qualcuno muoversi. Un fruscio leggero, come di abiti… il suono scivoloso di seta su seta…
“C’è qualcuno?”
Una risata. Sommessa, giovane…
“Senti, mi puoi dire dove…”
…la sensazione di essere osservato, e valutato.
Si accorge di non volere una risposta…
Si allontana, i passi che si trasformano in corsa, cercando di ritrovare un punto di riferimento.
Ma perché non lo hanno aspettato? Non possono non avere sentito che li chiamava.
Si ferma.
Ora non sente niente. Deve essersi immaginato tutto. Essere soli… il buio… e qualche bicchiere di troppo… Facile immaginarsi le cose, in quelle condizioni. Facile lasciarsi suggestionare. Far correre la fantasia…
Non aveva mai pensato che ambiente ostile sia l’oscurità per l’uomo. La vista, senso principale, non funziona. In compenso sembrano intensificarsi tutti gli altri, che non aiutano, e confondono le idee trasmettendo segnali non facilmente interpretabili e spesso contrastanti.
“Aspetta… pensaci bene. Mi sono allontanato solo da pochi minuti… non posso essermi allontanato tanto… Basta ripercorrere la strada all’indietro e torno verso la piazza…”
Si avvia, ma un suono lo ferma, ghiacciandogli il sangue…
Un basso brontolio leonino, davanti a lui… a sbarrargli il cammino.
E’ stato un attimo, forse si è immaginato quel suono. Ma si volta e torna indietro, i passi si trasformano in corsa…
E ancora una volta qualcuno (…qualcosa…) davanti a lui. Lo percepisce solo come un’addensarsi dell’oscurità.
Si ferma.
Un corpo che passa a pochi centimetri davanti a lui… al suo fianco… intorno… Un suono vibrante come il ronfare di un grande felino…
Ora è sicuro che c’è qualcosa nel buio…
Sente sfiorarsi una guancia. Un tocco lieve e freddo che quasi lo fa urlare.
Corre via, questa volta senza decidere dove andare, solo per allontanarsi da quella cosa…
Corre alla cieca, fino a quando gli manca il fiato, e la corsa torna ad essere cammino strascicato, e deve fare una nuova pausa, con le braccia strette sui fianchi e il respiro ansimante.
“Deve essere un animale… un puma… deve essersi avvicinato alla città per cercare qualcosa da mangiare…Ci sono i puma in California?… non mi farà niente. Non fanno niente a nessuno, basta lasciarli stare…”
(…però i puma non ridono…)
Un suono. Qualcosa di metallico che viene colpito… Un altro… Per fargli sapere che si avvicina…
Gli sta dando la caccia.
La corsa ricomincia, nel buio che sembra essere una cosa viscida, che lo avvolge ed esercita attrito su di lui… lo rallenta…
L’asfalto si è trasformato in terra e erba sotto i suoi piedi.
Se si ferma, se rallenta troppo, immancabilmente un suono… un tocco… gli ricorda che non è solo.
A volte la cosa gli sbarra la strada. Lo costringe a deviare.
Capisce di essere uscito dalla città, e che è stato spinto deliberatamente in quella direzione. Ma anche a saperlo che serve? Non può fare altro che correre, o il gioco finirà e dovrà incontrarlo ed è sicuro… sicuro di non volere sapere chi (…cosa…) lo insegue.
C’è una luce in lontananza.
Non ne è sicuro. Ha quasi paura di concentrare la vista, e scoprire che si è sbagliato, che non c’è nulla.
C’è.
Una luce sfocata per i suoi occhi adattati al buio. Una luce che poco per volta si definisce. Si divide in riquadri…
Sembrano finestre illuminate.
Respira di sollievo.
Una casa, o comunque l’abitato. In pochi minuti riuscirà a raggiungerla, e a quel punto sarà tutto finito. Riesce persino a immaginarsi cosa dire ai suoi amici… che se ne sono andati senza aspettarlo. Si dirige verso quel richiamo irresistibile di calore e presenze umane, camminando lungo un muro.
Quello che ha vissuto fino a questo momento, si trasforma in un ricordo già indistinto.
Domani mattina scenderà in spiaggia, al Sole, e dimenticherà il buio e le cose che ha creduto di sentire…
(…che sentivi. Pochi minuti fa sapevi bene che le sentivi, e ora è bastata una luce, e fingi che sia stata solo suggestione?…)
… e forse riuscirà persino a perdonare quegli idioti che gli hanno giocato uno scherzo simile, lasciandogli percorrere quella strada da solo.
E’ afferrato da quella che sembra una delicata mano femminile, dotata degli artigli poderosi di una tigre.
Ha il tempo di vedere un volto gentile di ragazza, deformato in qualcos’altro, e una bocca piena di denti affilati che si chiudono sulla sua gola.
* * * * *
Avevano accelerato il passo, quando lo avevano visto rimanere indietro.
Lo avevano accelerato anche più, quando si erano sentiti chiamare.
Non c’era stato accordo su cosa fare…
(…non c’è stato?…)
Non c’era stata premeditazione.
Ma avevano trascinato il loro amico…
(…la nostra vittima…)
… a ballare e bere…
Una sera di divertimento. Come tutte le sere… come in ogni città… E poi il prezzo da pagare… Attraversare la notte per tornare a casa.
Per una volta aumentare le proprie possibilità di non rientrare in quella percentuale che a casa non ci sarebbe arrivata.
Per una volta avere un’esca. Il toro gettato nell’acqua a sfamare i piranha, mentre gli altri attraversano il fiume.
Un forestiero… non uno di loro. Non sapeva della morte che cammina nel buio.
Sarebbero stati felici, tutti, se non fosse successo nulla. Se si fossero ritrovati insieme, a casa, al sicuro.
Ma se non fosse andata così…
Lo avevano sentito chiamare, e avevano accelerato il passo, tutti insieme, come guidati da una sola mente.
Ora continuano a parlare, ma sono attenti ad ogni suono.
Sentono il ragazzo cercare i raggiungerli. I suoi passi farsi più veloci.
Lo sentono deviare dal sentiero, e trasaliscono di paura…
(…sollievo?…)
Le cose del buio lo hanno trovato proprio dove sono passati solo pochi attimi prima.
Allora… li stavano guardando… avrebbero potuto scegliere uno di loro…
(…ma non è per questo che lo abbiamo portato con noi? E’ sempre il più debole che viene scelto… il più ignaro…)
Non parlano più. Ascoltano, e si affrettano. Ma non troppo.
Non è lontano, il loro amico, possono ancora sentire i suoi passi.
Se dovessero chiamarlo forse… ma così attireranno l’attenzione su di loro… e poi si sta allontanando, sta correndo via…
(…è solo per questo che non lo chiamiamo. Solo perché ormai è troppo lontano. Solo perché non potrebbe più raggiungerci. E’ per questo. Certo che è per questo…)
Non lo sentono più, ma continuano ad ascoltare. Temono che presto lo sentiranno urlare.
(…davvero lo temiamo? Davvero non è soddisfazione quella che proviamo, tutte le volte che è un altro a urlare? Che con le sue urla ci conferma che noi, quelli che vedranno il mattino, siamo migliori? I più forti, o intelligenti, o solo i più fortunati? Non è soddisfazione, nata da quella parte, magari piccola, piccolissima, che si nasconde dentro ognuno… ammettilo… pronta ad uscire e ghignare allo spettacolo del dolore e della sofferenza… purché non sia la tua?…)
Ascoltano. Qualche volta capita che sono le cose del buio ad urlare. I cacciatori sono a loro volta cacciati.
Non questa volta.
Ma le loro case si avvicinano, i pensieri lasciano posto ad un sollievo che deve battersi con la paura.
Vicini, ma non ancora arrivati. Ad ogni passo la paura cresce. Sarebbe così ironico… così ingiusto… se non riuscissero a raggiungerle ora che sono così vicine…
Finalmente varcano la soglia, e la paura è dimenticata, insieme a chi si sono lasciati indietro nel buio.
Questa notte sono sopravvissuti.
Domani… è lontano.
Domani è un altro mondo.
* * * * *
Drusilla alzò la testa all’avvicinarsi dei suoi due compagni che avevano spinto la preda alla sua portata.
Sorrise.
Angel ricambiò il sorriso, si sedette accanto a lei e la baciò.
Spike non disse niente. In un altro momento, quella vista lo avrebbe lo avrebbe riempito di rabbia. Ma ora Drusilla era felice, e il bacio scambiato con Angel era di gioia, senza secondi scopi, inganni. Senza ambiguità.
Questo bastava.
Almeno per una notte, la rabbia era lontana.
This message has been edited by solichan on Jun 25, 2007 4:06 PM
Strano come talvolta il tempo sembra scorrere lentamente, anche per chi lo misura in decenni, e non in giorni.
Lento, perché potrebbe dire di essere stato qui una vita intera, quando in realtà non sono che poco più di due anni.
Il ricordo di quell’ultima caccia fatta insieme, l’ultima volta che tutto era sembrato… normale… felice… come dovrebbe sempre essere… sembra lontano millenni.
(Ma è passato così poco tempo… così poco…)
Eppure, a volte è certo di aver vissuto più in questi ultimi anni che in oltre un secolo precedente. In questo senso, è come se il tempo avesse invece subito un’accelerazione, con gli eventi che si sono succeduti frenetici, senza un attimo di pausa.
Forse il tempo non è costante. Forse è solo una manifestazione del pensiero, e la sua durata variabile in funzione di chi lo misura. E forse ogni tanto può anche ritorcersi su se stesso, facendoti rivivere eventi già accaduti che percepisci solo come un’opprimente sensazione di deja-vu…
O forse è questo luogo, ad alterare il tempo come altera lo spazio… come altera le menti.
(Si… è questo. Siamo tutti pazzi, qui… Dru è solo un po’ più avanti di noi. Ma se restiamo la raggiungeremo presto…)
Angel dice sempre che questo posto ha un’influenza concreta sugli esseri viventi, e non ha motivo di non credergli. Forse modifica la conduttività degli assoni, creando una resistenza, o eliminando una resistenza, o chissà che altro. O forse è un buco nero, la cui irresistibile gravità assorbe e assorbe e assorbe… materia, energia, luce… vita. E c’è un limite dove il tempo si dilata all’infinito. Forse tutti loro sono imprigionati esattamente in quel punto, nell’orizzonte degli eventi, condannati a ripetere per sempre le stesse azioni. O forse sempre la stessa azione, che non ha mai fine.
La Bocca dell’Inferno… che strano… nessuno gli ha mai dato un nome e bisogna usare il termine inventato dagli umani, nella lingua degli umani…
(Sto davvero impazzendo… Credevo di essere il solo rimasto sano di mente, ma mi sbagliavo…)
Ha creduto che il tempo avesse continuato a scorrere, e si è sbagliato.
E’ stata solo un’illusione, un istante di pausa, prima che tutto ripartisse da capo
La malattia di Drusilla… quella cosa che lo aveva portato fin qui alla ricerca di una tanto sospirata quanto improbabile cura, e ricomparsa in tutta la sua virulenza… No, anzi, con una violenza inaudita. In una forma talmente nuova e inaspettata da lasciarlo completamente incapace di affrontarla. Un male con troppi sottintesi…
Ricominciato all’improvviso, una sera di festa…
Era lì, fino a poco prima. L’aveva vista girare per la sala. Ballare e ridere. Non badava a lei, non davvero. Ma le vecchie abitudini sono dure a morire, e non aveva mai smesso di sorvegliarla di tanto in tanto, quasi inconsciamente. Per essere rassicurato sulla sua presenza.
Poi non l’aveva più vista.
La sala era quasi affollata, troppe persone presenti. Non Drusilla.
Aveva cominciato a cercarla, non davvero preoccupato, solo un po' a disagio.
Alla fine era uscito in giardino. L’umidità dell’atmosfera si condensava a contatto con il terreno freddo, formando uno strato di nebbia non più alta di mezzo metro, e il profumo dei gelsomini impregnava l’aria.
Drusilla sembrava nuotare in quel grigiore, girando su se stessa come una ballerina, al suono di una musica inesistente.
Si era sentito stringere lo stomaco, e la sensazione di qualcosa di instabile. Come l’odore dell’aria appena prima di un temporale…
“Dru… Che fai qui da sola?”
“Spike… volevo vedere la Luna…”
Ora cominciava a preoccuparsi. Non voleva sentirle nominare la Luna
“Andiamo. Rientriamo in casa. Non mi piace questo giardino, lo sai.”
La ragazza lo seguì docilmente, ma dopo pochi passi si fermò. Spike si voltò e la vide immobile. Lei lo fissava. Sembrava stesse guardando uno sconosciuto. Aprì e chiuse la bocca alcune volte, come se volesse parlare, ma non emise nessun suono. Poi, senza preavviso, cadde. Spike riuscì a prenderla prima che si accasciasse a terra.
“Dru! Dru, che ti succede?”
Lei non reagì. Aveva le palpebre mezze sollevate, ma gli occhi completamente rovesciati all’indietro, e tremava.
La prese in braccio e rientrò in casa, in mezzo a voci, e risate, che si zittirono immediatamente appena lui entrò. E gli occhi di tutti che puntavano su di lui.
Si guardavano l’un con l’altro, e guardavano Drusilla, immobile fra le sue braccia. I segni vitali talmente bassi da essere quasi impercettibili. Non capivano perché era così. Chiaramente non era ferita, non era stata colpita. Si allontanavano precipitosamente mentre passava. La malattia li incuriosiva, e li spaventava. Concepivano la morte solo come una delle possibili conseguenze del loro modo di vivere. Per mano di rivali, o nemici. Non vittime inermi di qualcosa di non percepibile.
E invece avevano davanti agli occhi la prova vivente che non erano invulnerabili. Che la perfetta giovinezza, la perfetta forza, la perfetta inviolabilità era solo una stupida illusione.
Potevano diventare pericolosi, per chi aveva osato renderli consapevoli.
Sentì qualcuno ringhiare minaccioso al suo passaggio.
A parte lui stesso e Angel, non era rimasto nessuno di coloro che avevano conosciuto Dru, come era stata una volta, che si fosse abituato a lei. Tutti morti, o fuggiti. E questi che lo circondavano ora vedevano solo una situazione aberrante, qualcosa di sbagliato, che avrebbero voluto eliminare rapidamente.
Si diresse verso la loro camera, e solo quando arrivò si accorse che Angel lo aveva seguito, ma era rimasto sulla porta della stanza, a guardarlo mentre sdraiava Drusilla sul letto. Nemmeno lui sarebbe mai entrato senza permesso nello spazio privato di un altro in un momento tanto delicato.
Alla fine Spike gli fece un cenno, e lo vide entrare con cautela, e fermarsi ad una certa distanza dal letto, a braccia conserte.
L’ultima volta, lo aveva quasi ucciso, per risanare Dru.
Angel non poteva non stare pensando a quello, almeno un po’. E chiedersi fino a che punto si sarebbe spinto Spike, questa volta.
Per quello che era servito, poi…
Aggrapparsi ad un rito magico voleva dire aver grattato il fondo del barile. Lui stesso era rimasto stupito che avesse funzionato.
Solo che a quanto pare non aveva funzionato affatto.
“Cosa è successo?” chiese Angel.
Anche lui sembrava perplesso.
“Non lo so. Era in giardino. E’ svenuta.”
“Non si sviene senza un motivo…” (Grazie, genio. Non lo sapevo…) pensò Spike, ma non disse niente.
Una frase tanto inutile indicava quanto persino Angel fosse a disagio.
Non sapevano che fare. Avevano un’estesa conoscenza del loro organismo e del suo funzionamento, ma non di malattie, né di come curarle. Gente che non si ammala praticamente mai non ha motivo di sviluppare una scienza medica. I rari casi rimanevano sporadici drammi personali, ma non erano sufficienti a meritare l’attenzione generale.
Angel uscì senza dire altro, e Spike rimase solo con la donna incosciente.
Si sedette sul bordo del letto e le prese la mano. Non poteva fare altro. Aveva paura che stavolta Dru sarebbe dovuto uscirne con le sue sole forze.
Quando si era svegliato e non l’aveva vista al suo fianco, aveva subito sentito stringersi lo stomaco.
Avere dormito tanto profondamente da non essersi accorto che Drusilla si era alzata era solo un segnale di quanto fosse stanco.
Era rimasto con lei, senza potersi muovere di casa, fino a quando si era ripresa, improvvisamente come era svenuta. Aveva solo aperto gli occhi, come se si stesse svegliando da una giornata di sonno.
Da allora e non aveva più perso conoscenza, ma era strana. (Più strana del solito… che non è poco…)
L’ultima espressione che le aveva visto, prima che svenisse, sembrava essersi fissata nei suoi occhi.
Lo guardava come se non lo conoscesse, e questo non era ancora il peggio. Ogni tanto sembrava che avesse paura di lui, o lo odiasse.
Si mise a cercarla, e nel salone vide una donna seduta per terra davanti al camino, intenta solo a fissare il fuoco.
La prese per un braccio, rialzandola, senza badare alla grossolana villania che stava commettendo, toccando una persona con cui non divideva nessuna familiarità
“Hai visto Drusilla?” le chiese.
La ragazza lo guardò irritata, ma ebbe la prudenza di non reagire.
“Allora, l’hai vista?”
Lei scosse il braccio, liberandosi.
“No, non l’ho vista. Che succede, non sei capace di tenertela senza aiuto?”
Spike la colpì sulla bocca, più forte di quanto avrebbe dovuto. In fondo, la ragazza aveva ragione. Era stato lui il primo ad essere scortese, non poteva aspettarsi molto riguardo. Ma non poteva neanche tollerare che gli si rivolgesse in quel modo.
Lei si tirò subito indietro, fregandosi la bocca.
“Non l’ho vista…” ripeté, stavolta con un altro tono “Vuoi che vada a chiamare Angel?”
Un modo per dirgli che forse Dru era da lui?
“Lascia perdere… Cercala, piuttosto.”
Lei sbuffò disgustata.
Spike accantonò per il momento il problema rappresentato da una ragazzina che osava essere tanto arrogante e ricominciò a girare per l’immenso edificio. Solo dopo aver rivoltato ogni angolo, si sarebbe abbassato al punto di andare a vedere nella camera di Angel.
Uscì in giardino, ben sapendo che quel luogo aveva sempre esercitato un’attrazione irresistibile su Dru, che proprio come il suo maledetto sire provava una repulsione quasi fisica nello stare al chiuso. Non la trovò, ma c’era qualcosa che disturbava la sua visione periferica.
Alzò gli occhi verso l’imponente massa dell’edificio… (No… nononono…)
Salì di corsa le scale che lo portavano al tetto, e si sarebbe precipitato verso di lei, se non si fosse reso conto di quanto pericolosa sarebbe stata una simile mossa.
“Dru…”
Nessuna reazione da parte di lei.
“Dru, tesoro, vieni via da li.”
La donna lo guardò appena, poi si volse nuovamente verso l’esterno. Spike respirò profondamente, cercando di vincere la paura che cominciava a provare. Drusilla era seduta in modo precario sul bordo del tetto, sporgendosi pericolosamente verso il vuoto.
Parlottava fra se, e Spike si avvicinò cautamente fino a quando riuscì a distinguere le parole.
“…disegnano le loro orbite… Io sono il Sole… Brucerò me stessa?…” (Ma che sta dicendo?)
Con orrore la vide alzarsi in piedi e camminare sul limite del tetto.
“Drusilla, per favore, vieni qui…”
Non credeva che volesse gettarsi, ma sarebbe bastato un attimo di disattenzione, una mossa sbagliata, e sarebbe precipitata… e c’erano troppi metri prima di arrivare a terra. Se fosse stata bene, non si sarebbe preoccupato. Anche se fosse caduta, sarebbe atterrata invariabilmente sui quattro arti, assorbendo la forza dell’impatto, ma nelle sue condizioni… avrebbe potuto lasciarsi andare, spezzarsi la schiena, o il collo, e rimanere storpiata a lungo. O peggio. Non è che fossero realmente invulnerabili. Poteva uccidersi. Difficile, ma non impossibile.
Questa volta lei non si voltò neanche, e rimase con lo sguardo fisso sul buio.
“Drusilla, ti prego…”
“Drusilla, vieni qua.” esclamò Angel
Drusilla si voltò e senza dire una parola si allontanò dal bordo, dirigendosi verso Angel.
“Da quanto sei qui?” chiese Spike.
Era stato talmente preso dalla donna, che non si era accorto della sua presenza (Errore gravissimo. Non lasciare mai che ti prenda di sorpresa)
“Il tempo sufficiente per vedere come hai risolto bene il problema.”
Dietro di lui intravide la biondina incontrata in sala, che lo guardava con un espressione inequivocabile negli occhi.
“Grazie per avermi avvertito, Juliana.” le disse Angel, quando vide lo sguardo che lei e Spike si scambiavano “Sei stata molto brava.”
Si interruppe e si rivolse a Drusilla “Allora? Che mi combini, Dru? Volevi saltare?” disse, passandole un braccio intorno alle spalle e conducendola alle scale, lasciando Spike con una sensazione di deprimente inutilità.
Alla fine si rese conto di quanto fosse ridicolo restarsene imbronciato da solo sul tetto, e si decise a seguire i compagni.
Trovò Drusilla seduta su un tavolo, ed Angel e la bionda occupati a parlare fra loro nell’altro lato della sala.
“Usciamo?” gli chiese Dru con voce lamentosa, rivolgendogli la parola per la prima volta nella serata.
“E dove vorresti andare?” chiese lui senza guardarla.
“Fuori di qui… per favore… ho paura qui…”
“Dru, non stai bene… Non puoi uscire. Qui sei al sicuro.”
“Al sicuro… nella bella gabbia confortevole.” intervenne Angel. “Come i tuoi uccellini.”
Si era avvicinato a Dru, si era inginocchiato davanti a lei…
“Aspetti che qualcuno si ricordi di darti da mangiare, e intanto guardi il mondo oltre la tua prigione… Ti ricordi com’è? Ricordi come appare, senza le righe nere delle sbarre a dividerlo in riquadri?”
Per un attimo era sembrato quasi triste, senza il sarcasmo che lo caratterizzava sempre. Poi la sua espressione cambiò, appena si accorse che Spike lo stava fissando.
“Vuoi tornare a volare, povero uccellino? Vuoi… divertirti ancora?”
Sollevò la gonna di Drusilla e appoggiò la fronte alle sue ginocchia.
Il breve attimo di simpatia che Spike aveva provato svanì, sostituito dalla collera.
“Potresti portarla a ballare, no?” chiese, cercando di sembrare ironico.
Angel non si voltò verso Spike.
“E’ una buona idea. Vuoi andare a ballare, Dru?”
Lei ridacchiò, mentre Angel faceva scorrere una mano lungo la sua gamba, e si fermava a giocherellare con la catenella d’oro che portava a una caviglia, passando le dita fra pelle e metallo.
“Andiamo a ballare?” ripeté.
“Si… andiamo… i muri mi schiacciano.” mormorò Drusilla, passandogli le gambe sulle spalle.
Spike cominciava ad esasperarsi. (Perché non vi scopate qui, già che ci siete? Almeno passate il tempo…)
La bionda (Juliana… meglio sapere come si chiamano quelli che abitano in questa casa…) lo guardava con quell’aria di derisione che Spike le aveva già visto prima, sul tetto.
“Dru, non puoi andare a ballare…” sospirò, poi si rivolse ad Angel, con il tono che avrebbe usato con un ragazzino testardo “Lei non capisce, ma tu si. Non possiamo portarla in un luogo affollato. Cerca di ragionare, per una volta.”
“Chi ha detto che… ‘noi’ la portiamo? ‘Io’ la porto. Naturalmente, se vuoi venire sei il benvenuto.”
“Angel… non sa neanche su quale pianeta si trova. La vuoi portare in mezzo ad una folla… Se perde la testa? Cosa fai?”
“Conto su di te perché non succeda, Spike caro.”
Spike sospirò. Era inutile discutere. Inutile… Drusilla non gli avrebbe dato ascolto. Non con Angel pronto ad alimentare il suo desiderio di uscire.
Una parte di se riusciva a capirla… Restare rinchiusi… per giorni e giorni di seguito… era una tortura.
“Allora? Vieni con noi?”
Non poteva fare altro. Lasciarla sola con Angel… non voleva neanche pensarci. Si era forgiato le catene con le sue mani, ed ora non poteva fare altro che rassegnarsi.
* * * * * * *
Tutta quella gente che si muoveva, ballava, parlava… riempiva l’aria di immagini, odori, suoni…
Diede un’occhiata a Drusilla, ma la donna sembrava tranquilla.
Si sedettero ad un tavolo. Spike sentiva crescere il desiderio di gettarsi fra la folla. Un automatismo, come quello di un gatto che cerca di afferrare qualsiasi cosa si muova davanti ai suoi occhi.
Andò a prendere una bottiglia di whisky. L’alcol smorzava le sue percezioni, rendendogli più facile l’autocontrollo. Costrinse a bere anche Drusilla. Peccato che ce ne voleva così tanto, per fare effetto su di loro.
Angel li guardava con aria di serafica derisione. Aveva preso qualcosa che non avrebbe nemmeno toccato, come sempre. Non aveva bisogno di aiuti artificiali per avere il controllo di se stesso, e non beveva mai niente, se non acqua, la sola cosa necessaria oltre al sangue, e qualche volta del caffè.
Giocherellava con il suo bicchiere, come a volere sottolineare la differenza che c’era fra loro.
Dru invece appariva sorridente, e soddisfatta. Strinse le mani di Spike.
“Balliamo?” chiese.
Spike la guardò un attimo, poi liberò le mani.
Ballare?…No, non ci pensava proprio…
“Oggi Spike ha deciso di tenerci il muso.” ridacchiò Angel “E invece noi siamo qui per divertirci.”
Si alzò e prese Drusilla per mano, poi si chinò sulla spalla di Spike.
“Vediamo di non farci notare, d’accordo, Will?” mormorò, indicando con un cenno la bottiglia, e si diresse verso la pista da ballo, portandosi dietro la donna.
Spike rimase a guardarli qualche minuto, ma si sentiva troppo nervoso per stare fermo, e cominciò a girare per il locale, senza perdere d’occhio i compagni.
Sentì il suono di voci conosciute, che evocarono subito nella mente l’immagine della cacciatrice. Isolò le voci dal rumore di fondo, e le seguì, rimanendo nascosto fra la folla.
In pochi minuti arrivò abbastanza vicino alla fonte di quelle voci da poter valutare anche gli altri segnali che arrivavano.
I battiti cardiaci erano stranamente regolari e rilassati, per qualcuno immerso in un ambiente talmente ricco di stimoli sensoriali. Di solito c’era almeno un minimo di tensione. Non era la cacciatrice. I suoi segnali erano drasticamente diversi da quelli umani. E poi questi erano due individui, entrambi ugualmente calmi.
Si avvicinò senza mostrarsi.
No, non la cacciatrice, ma due dei suoi amici. Quelli che facevano coppia. Quelli con i capelli scuri, non i rossi. Non erano il problema. Il problema è che giravano in branco. Dove c’erano loro, di solito c’era anche lei.
Nemici… dove c’era Drusilla…
Guardò la pista. Angel e Dru stavano ancora ballando e sembravano non essersi resi conto di niente.
Se i due umani si fossero accorti della loro presenza, sarebbe successo un finimondo. Non era pensabile che si limitassero ad incontrarli e ignorarli. Non sapeva come avrebbe reagito Drusilla, in mezzo ad un combattimento. Non poteva difendersi da sola, questo era certo. E non era sicuro di poter contare su Angel.
I ragazzi continuavano a camminare per la sala affollata. Sembrava che non avessero intenzione di sedersi. Si stavano avvicinando troppo. Doveva trovare subito una soluzione.
Non li attaccò. Avrebbe potuto vincerli facilmente, e in mezzo a tutta quella ressa, forse nessuno si sarebbe accorto di niente, ma non aveva nessuna voglia di suscitare la vendetta della cacciatrice.
Li osservò per un po’ di nascosto.
Li vide sorridere e fare cenni ad un nuovo arrivo… una testa bionda fin troppo familiare… e si accorse con terrore che ‘lei’ era arrivata. Ora le cose sarebbero davvero precipitate.
Si diresse verso la pista, ma gli altri non c’erano più. Fu quasi preso dal panico. (Dove… dove l’ha portata? Non in giro per il locale… non… con lei così vicina…A casa… sono andati a casa…)
Era la cosa più logica, che Angel si fosse accorto della presenza della cacciatrice e si fosse diretto a casa… ma Spike non poteva fare a meno di pensare che invece avrebbe potuto lasciare Dru in balia della nemica, approfittando del fatto che in ogni caso ‘lui’ sarebbe stato l’ultimo ad essere attaccato… (Ma perché dovrebbe fare una cosa simile?… Sto diventando isterico… Ho talmente paura che mi lascio ossessionare da idiozie…)
Girava freneticamente per la sala, cercando di non farsi notare, consapevole di avere un aspetto che non poteva confondersi fra gli altri… (…idiozie… se però si dovesse trovare alle strette…)
Non c’erano, da nessuna parte.
Inutile restare. Peggio che inutile. Uscì, e si diresse a casa il più rapidamente possibile, senza smettere un solo secondo di chiedersi se stava facendo la cosa giusta.
Quando arrivò, era quasi in preda al panico, paura che svanì non appena entrò nel salone, e vide gli altri due. Sollievo, e subito dopo nuova rabbia, in una forma diversa.
Si avvicinò a Angel, riuscendo a malapena a trattenersi dell’avventarglisi contro.
“Bello scherzo…” mormorò.
“Dovevo portare a casa Dru. Hai visto chi era arrivata?”
“Io l’ho vista. Avevo paura che non l’aveste vista voi…”
Angel sembrò meravigliato.
“Hai sentito, tesoro? Si preoccupa per te. Ha paura che tu possa farti male. Non è gentile da parte sua?”
Drusilla lo guardò, e i suoi occhi sembrarono assorbire il sarcasmo dell’uomo.
“Perché non dici a Spike che non deve preoccuparsi?” continuò Angel.
La ragazza si alzò e si avvicinò a Spike. Gli appoggiò le mani sulle tempie e lo fissò negli occhi.
“…Ti preoccupi… sempre. Ti preoccupi per tutti…”
Spike scostò le mani della donna.
“Povero Spike… C’è così tanta gente qui dentro… che non c’è più posto per te…” scoppiò a ridere istericamente “Ti preoccupi sempre… per tutti… ma dove sei tu? Te lo chiedi sempre, vero?…”
Strinse le braccia della ragazza, bloccandole sui fianchi, per evitare che negli spasmi dell’agonia riuscisse a colpirlo agli occhi, che, per quanto protetti da una cresta ossea, rimanevano uno dei punti più vulnerabili. Affondò i denti più profondamente nella sua gola, tenendola immobile fino a quando non fu certo che fosse morta.
Un suono… un odore… a metterlo in allarme, farlo scattare un attimo prima che il paletto si conficcasse nel cuore, un attimo troppo tardi per impedirgli di conficcarsi comunque nella schiena.
Si voltò e la vide… volto congestionato… occhi vitrei… labbra ritratte sui denti…
Cadde all’indietro, sul dorso, spingendo il paletto più profondamente nel suo corpo. La vide sovrastarlo, mentre si gettava su di lui. Ma c’era il cadavere, fra loro, a rallentarla, e la stessa foga con cui si muoveva che la rendeva goffa, e riuscì a colpirla con un calcio e scagliarla lontano.
Prima che lei si rialzasse era fuggito. Aveva solo pochi istanti di vantaggio, già la sentiva correre dietro di lui, ma riuscì a raggiungere la relativa sicurezza della zona oscura lontana dai lampioni. Lei non era in grado di vedere nel buio bene quanto lui, ed era il solo vantaggio che aveva. Nelle condizioni in cui si trovava non poteva neanche sfruttare la sua maggiore velocità.
Si nascose fra i cespugli, piegandosi in due e premendo il volto a terra, per impedirsi di urlare.
Fino a quando era concentrato solo sull’azione immediata, non aveva quasi avvertito la ferita, ma ora ne era dolorosamente consapevole. Aveva un pezzo di legno nella schiena. Lo sentiva sfregare sulle costole. Aveva mancato il cuore, ma aveva perforato un polmone.
Divincolandosi, riuscì a toccare il paletto, appena sotto la scapola sinistra, ma ad estrarlo sarebbe stato peggio.
Il legno era tossico, a lungo andare lo avrebbe avvelenato, ma era un processo lungo, mentre il dissanguamento lo avrebbe indebolito molto prima.
Finché quella cosa stava al suo posto, impediva l’emorragia. Almeno in parte. Un fiotto di sangue gli risalì in gola, quasi soffocandolo.
Un fruscio, il suono di foglie ed erba schiacciate. Lei era vicina.
“Spiiiiiiiiike…”
La sentiva cantilenare, e muoversi alla sua ricerca. Sapeva che non poteva vederlo, ma sapeva anche che non aveva bisogno degli occhi per sentire la sua presenza.
Doveva andarsene. Doveva tornare a casa. Al più presto. Lo avrebbe trovato, prima o poi, se fosse rimasto.
La vedeva, girava in circoli sempre più stretti che avevano lui come centro.
“Spikespikespike…”
Si mosse cercando di fare meno rumore possibile, ma dopo poche decine di metri fu costretto a fermarsi. In situazioni normali, la sua necessità di respirare era limitatissima, perché accumulava ossigeno nell’enorme quantità di pigmenti respiratori che aveva nel sangue e nei muscoli, ma la perdita di sangue e lo sforzo gli avevano fatto consumare tutte le riserve, e ora si sentiva soffocare. Trasse il fiato, e ad ogni respiro era come essere nuovamente trafitto.
“…qui, micio micio…”
Gli era ancora dietro, e sembrava ricordarsi la volta che la situazione era stata capovolta.
Si alzò e riprese ad allontanarsi, e solo in quel momento gli venne in mente che forse lei stava approfittando dell’occasione che le si era presentata. Faceva troppo rumore, come se volesse spingerlo a muoversi. Lo avrebbe seguito per scoprire dove vivevano. Lui… l’avrebbe guidata. A quel punto per lei sarebbe stato un gioco. Le sarebbe bastato aspettare il giorno… un giorno qualsiasi… per fare una strage. Non avrebbe neppure dovuto sporcarsi troppo. Bastava un incendio.
Anche se immaginava che avrebbe preferito fare tutto con le sue mani.
Non poteva tornare direttamente.
Cominciò a deviare. Allontanarla dal vero percorso, tornare sui suoi passi, confondere le piste.
Difficile.
E diventava sempre più difficile ad ogni minuto che passava. Ora faticava a restare cosciente, e lei era abile.
Però c’era una cosa che con tutta la sua forza e la sua ferocia non possedeva. L’esperienza. Spike aveva sulle spalle oltre un secolo di esperienza.
Alla fine si rese conto che era riuscito a tenerla a distanza e ad arrivare alla spiaggia. Abbandonò cappotto e stivali ed entrò in mare. Anche ferito, era un nuotatore molto più rapido ed efficiente di lei, proprio grazie al suo ridotto bisogno di ossigeno, e lo sapevano tutti e due.
La sentì gridare, sulla riva. Un grido stridulo di rabbia e frustrazione. E capì che lo aveva perso.
* * * * * * *
La casa era vuota, ma se lo aspettava. Era presto, ed erano tutti fuori.
Non sapeva bene se doversi considerare fortunato o meno.
Non si chiese dove era Drusilla. Poteva immaginarlo bene, dov’era. Quando era uscito, quella sera, sapeva che non lo avrebbe certo aspettato a casa. Ma aveva… dovuto… uscire. Sentirsi libero almeno per qualche ora.
Raggiunse la camera e cadde sul letto, addormentandosi subito, mentre il suo organismo cercava inutilmente di riparare i danni subiti, contrastato dalla presenza del legno.
Si svegliò sentendo il suono di voci.
Aprì gli occhi e vide Angel e Drusilla entrare ridacchiando, e zittirsi di colpo nell’accorgersi di lui, e osservarlo ad occhi sgranati.
Dru corse da lui e lo abbracciò con attenzione. Non gli chiese cosa era successo. Era fin troppo evidente.
“Non preoccuparti. Ora sei a casa.” mormorò, poi usci di corsa.
Se era un tentativo di conforto, avrebbe dovuto fare a meno di lasciarlo solo con Angel. Era della sua reazione che aveva paura. Di quella e della possibilità che Dru perdesse il controllo… Ma era in uno dei suoi momenti… giusti… e Angel…
Aveva avvicinato una poltrona al letto e si era seduto osservandolo in tralice.
“Spike, dimostri una preoccupante propensione a farti ferire dalla cacciatrice locale.”
“Sarà fortuna.”
“Oh si… Si, una vera fortuna. Sei vivo. Mi vuoi dire come ha fatto a colpirti alla schiena?”
Spike non rispose. Il suo era stato un errore talmente stupido che se ne sarebbe vergognato a vita.
Dru ritornò, portando il necessario per medicarlo. Non erano in grado di fare di fronte alle malattie, ma in quanto a ferite o traumi, chiunque di loro ne sapeva più di qualsiasi medico umano.
Angel si limitò darle un’occhiata, senza fare niente per aiutarla.
“Eri… distratto.” continuò “E l’hai lasciata avvicinare al punto di prenderti. E hai bevuto.”
“Hai intenzione di farmi la predica?”
“Non vedo come potrei essere più esplicito di quanto non sia stata lei.”
“Non fare il moralista… o il bravo nonno affettuoso. E’ un ruolo che proprio non ti si addice. Bere non mi ucciderà di sicuro…”
“Bere può uccidere anche te, coglione. Soprattutto se dopo aver bevuto te ne vai da solo a spasso.” esclamò Angel, scostando Drusilla ed estraendo il paletto di colpo. Tamponò con forza la ferita, lasciando Spike boccheggiante, e cedette nuovamente il posto alla donna.
“Ti darebbe tanto fastidio, se mi eliminasse?” chiese Spike, quando riuscì a riprendere fiato.
Angel sorrise innocentemente.
“Nessuno della mia famiglia deve essere eliminato da una cacciatrice senza il mio aiuto.”
Spike non replicò. Non aveva trovato molto divertente la battuta, e non era sicuro che fosse una battuta, poi.
Ma lo avrebbe aiutato…
Non se lo era mai aspettato veramente, solo che non aveva avuto scelta. Non avrebbe saputo dove andare, ed era meglio essere ucciso da Angel, che da una cacciatrice, o da un umano, o da qualunque altra cosa strisciasse in quella città…
“Qualche volta sarebbe utile essere davvero come credono i tuoi amici… non sentirei tanto male… E potrei rimpiazzare il sangue perso mangiandomi una bella ragazza…” mormorò.
Peccato che non funzionasse.
Il sangue era solo un alimento, non gli finiva certo nelle vene. Per far fronte all’emorragia doveva aspettare che il suo organismo rigenerasse naturalmente il sangue perduto.
Dru, forse persino Angel, avrebbero usato il proprio sangue per una trasfusione, se davvero fosse stato l’unico modo di salvarlo, ma non per affrettargli la guarigione, visto che non era in pericolo.
Per almeno una settimana era fuori gioco.
Angel annuì ridacchiando.
“Già… sarebbe utile… Ma te la caverai anche così.”
Dru gli diede un leggero colpo sul volto, e Spike cercò di stare fermo, mentre la ragazza si chinava sulla ferita, fiutando per cercare eventuali schegge.
“Ha cercato di seguirmi…”
“Fino a qui?”
“No… l’ho seminata… stavolta… Ma era decisa. Non è più prudente restare…”
Angel si guardava le mani macchiate di sangue.
“No… non è prudente…”
Spike lo sentì a malapena.
Stava cadendo in un torpore letargico che gli avrebbe permesso di recuperare al più presto, e gli avrebbe impedito, per fortuna, di avvertire le fitte brucianti che gli annebbiavano la vista ogni volta che si muoveva.
(E’ già successo…)
* * * * * * *
…Una volta ancora… dipendente dalla volontà altrui… dalla compassione altrui… e fuori si addensano le nubi… si prepara la tempesta. Ancora una volta… per colpa (di Drusilla) sua, solo sua…
(No… Non ho mai smesso di vivere questo momento. Tutto quello che è successo dopo di allora, tutto quello che ho… creduto… di fare… è un sogno, e ora mi sono risvegliato…)
…alla fine è di nuovo qui, alla deriva, in un posto senza nome…
…dove non è pensabile vivere isolati.
A volte si stupisce di essere sopravvissuto da solo per un anno, ma almeno allora non aveva dovuto preoccuparsi di cadere vittima della cacciatrice. Ora non ci riuscirebbe a lungo.
Odia dovere vivere con altri, odia averli vicini. Lo ha sempre evitato.
Odia gli obblighi che si accompagnano al far parte di una comunità. Odia dovere tenere un comportamento considerato accettabile.
Odia… loro…
(E se per ottenere la pace, dovessi ucciderli tutti…)
Fin troppo spesso si è accorto di indulgere in un simile pensiero…
Quando Spike era rientrato tenendo Drusilla in braccio, la prima cosa a cui aveva pensato era cosa poteva significare per lui.
Gli altri avevano paura perché non capivano quello che succedeva… Lui aveva un motivo fondato per avere paura.
Spike non si fermava di fronte a niente quando si trattava di Dru.
Lo aveva seguito fino alla loro camera e l’aveva guardato adagiarla sul letto, senza avvicinarlo troppo.
Finalmente l’altro uomo sembrò accorgersi che era lì, e lo fece entrare.
Angel non aveva la minima idea di quello che affliggeva la donna.
In realtà, non aveva mai saputo neanche cosa avesse avuto in passato.
Quando aveva dovuto lasciarli, lei stava bene, era forte. Poi, quando aveva potuto tornare fra loro, non si era preoccupato di sapere cosa le era successo nei lunghi anni in cui erano stati separati.
Eppure avrebbe dovuto importargli. Era una cosa fuori dell’ordinario, e di conseguenza era necessario capire…
(Perché ho trascurato una cosa tanto importante?)
Ma la risposta era semplice. Non era diverso degli altri. Temeva le ombre…
(Allora meglio fare finta di niente? Maledettoidiota!!!)
“Cosa è successo?” chiese.
“E’ svenuta…” rispose distrattamente Spike.
Non aveva capito che non era questo a cui si riferiva Angel, e al momento non doveva importargli molto.
“Non si sviene senza un motivo…”
Spike lo guardò come se fosse troppo stupido per meritare una risposta, ma la sua espressione era fin troppo esplicita. (Non ne sa più di me. Forse sa come trattarla, ma non conosce i motivi di quello che le è successo)
Tornò nella sala.
Gli altri erano ancora allarmati. Molti se ne erano andati, come se la sola presenza in quel luogo potesse in qualche modo contaminarli.
Qualcuno lo guardò con risentimento, quasi fosse colpa sua.
Sembrava quasi intenzionati a chiedergli qualcosa, ma poi si tirarono indietro.
Uscì nel giardino. Si sentiva soffocare all’interno.
Voleva godersi gli ultimi istanti di libertà. Tra poco sarebbe stato mattino e per ore intere avrebbe dovuto rinchiudersi… Questo voleva dire avere il tempo di pensare a cosa era successo…
(Quello… non manca mai)
… e fare crescere la rabbia per la sua stupidità.
Vide qualcuno muoversi all’interno, uscire, la luce riflettersi su una testa tanto chiara da sembrare bianca…
Una ragazza.
La conosceva di vista. Si chiamava Juliana. Non le aveva mai parlato, neanche quando era arrivata, e lui aveva accettato la sua presenza, ma era nel suo interesse sapere chi lo circondava. Soprattutto qualcuno che negli ultimi tempi lo aveva osservato attentamente. Forse un po’ troppo attentamente.
Cercava sempre di passare inosservata, ma era davvero difficile non notarla. Era… non carina. Era un’autentica bellezza. Un aspetto che aveva visto di rado, anche in secoli di vita.
Non si era mai azzardata a rivolgersi a lui, ma sembrava che questa notte avesse deciso che era l’occasione giusta.
Gli si avvicinò, al punto di violare la linea che costituiva il confine entro il quale lui avrebbe potuto sentirsi aggredito.
“Mi dispiace per Drusilla.” gli disse.
Mentiva. Non le spiaceva affatto. Ma era ancora tanto giovane da usare le parole per cercare di mentire (In modo così inutile. Come poteva spiacersi per qualcosa di cui non aveva nessuna responsabilità?), piuttosto che limitarsi semplicemente a tacere quello che non voleva fare sapere.
Non le rispose, e la ragazza sembrò prendere il silenzio come un incoraggiamento.
“Resterà Spike, con lei?”
“Si… direi di si.”
“E tu?”
Angel cominciava a divertirsi.
La ragazza lo stava sondando cautamente.
Aveva paura. Di lui, non di quello che era successo. Una reazione diversa da quella degli altri.
Almeno era una paura fondata, non un timore astratto… Però non si faceva vincere dalla paura.
“Io… non ho la vocazione a fare l’infermiera.”
“Sei solo?”
Lui annuì.
“Oh… mi spiace.”
Nuova menzogna.
“La usi troppo, questa parola.” le disse. (E la usi male)
Lei si accorse dell’errore. Aveva parlato senza rendersene veramente conto, solo come abitudine, e così facendo si era comportata in modo davvero sconveniente. Aveva cercato di negare l’evidenza delle sue emozioni.
L’imbarazzo della ragazza era anche più divertente della sua incoscienza.
“Ecco, dovresti essere contenta.” continuò Angel “Ora ti ho dato qualcosa di cui dispiacerti veramente.”
A questo punto c’era da chiedersi se avrebbe avuto il coraggio di chiedere quello che voleva, ingoiando l’umiliazione, o avrebbe semplicemente finto di niente, sviando in qualche modo il discorso prima di andarsene. La maggior parte si sarebbe comportata così.
Lui non aveva nessuna intenzione di facilitarle le cose.
Però si accorse che invece lei si stava irritando, e non sembrava affatto intenzionata a ritirarsi. Anzi…
“Posso restare con te?”
Restò sorpreso dalla domanda.
Aveva avuto il coraggio, alla fine… Addirittura , la paura sembrava esserle passata completamente. Ora lo guardava come se… esigesse… una risposta.
Perché no? Non poteva trascorrere tutta la giornata dormendo, e almeno avrebbe passato alcune ore piacevoli. Molto più piacevoli che rimuginare continuamente su Drusilla.
(O su me stesso)
Allungò una mano e prese quella della ragazza, intrecciando le dita alle sue.
“Era tanto difficile?” le chiese.
Il cielo era parzialmente coperto dalle nubi che lo tingevano di un rosso intenso, e si stemperava in rosa, arancione, giallo, man mano che il Sole si avvicinava alla linea d’orizzonte.
Angel era seduto a fumare sui gradini del giardino, con lo sguardo fisso al cielo.
“Sapevo che saresti stato qui.” disse Spike avvicinandosi “Non ho mai capito che ci trovi in uno spettacolo simile.”
“E’ bello.”
Spike diede un’occhiata al cielo. I colori non avevano molto significato per loro, ma percepivano bene le frequenze infrarosse, che trasformavano le nubi in ammassi fluidi e turbinosi, continuamente mutevoli, illuminati da vampate accecanti e macchiati da sacche di oscurità.
“A me fa venire i brividi.” mormorò, distogliendo lo sguardo.
Angel si mise a ridere.
“Sono solo nubi. Acqua e cristalli di ghiaccio. Che paura possono fare? Non cercare sempre significati nascosti dove non ce ne sono.”
“Come con il tuo comportamento verso Drusilla?” esclamò Spike “Anche in quel caso sto solo immaginandomi qualcosa che non c’è?”
Angel stese le gambe, sfiorando la zona di luce, e si appoggiò all’indietro.
“E cosa ci sarebbe, secondo te?” gli chiese.
“Secondo me, uno dei tuoi tanti esperimenti con le vite altrui. Stai diventando monotono, amico. E ripetitivo. Non ti stancherai mai di questa storia? Se la cosa ti fa piacere, continua con me, ma lascia stare lei. ”
“Sei diventato il portavoce di Dru, adesso?”
Spike si sedette per terra, sforzandosi di mantenere la calma. Era venuto lui a cercare Angel, offrendogli una facile occasione per divertirsi alle sue spalle, e gli sembrava che negli ultimi tempi troppe persone si divertissero a sue spese.
Stava diventando lo zimbello della casa.
“Quello che è successo ieri sera…”
Angel spense la sigaretta.
(Eccolo, il problema)
… quello che era successo la sera prima…
… quando Spike aveva ritrovato Drusilla sul tetto, apparentemente intenta a parlare alle stelle…
… e lui l’aveva portata a ballare…
… ed erano scappati dalla cacciatrice…
(E ho scoperto che Juliana odia Spike)
… aveva addosso il suo odore. E quello della rabbia e del sangue…
(Un dato da tenere a mente)
… poi era successa una cosa strana, con Spike tornato a casa in preda all’affanno, e fuggito subito dopo, sentendo le parole che Drusilla gli aveva rivolto.
Perché per quanto lui potesse provocarlo o ferirlo, non era nulla, rispetto a quello che poteva fare anche una sola parola di Dru.
E Drusilla sembrava avere deciso che Spike non le andava poi così bene. Aveva riso nel vederlo uscire dalla sala, una risata priva di follia e piena di odio.
Odio per Spike? Questa era una novità. Ma non poteva sbagliarsi. Era odio, quello che aveva vibrato nella voce della donna.
Drusilla era pazza, e imprevedibile, ma se c’era una costante nella sua vita, quella era William. Neppure per un istante aveva smesso di amarlo. Neppure quando faceva l’amore con lui, smetteva di pensare a Spike.
Lui era suo sire, suo padre e ragione della sua esistenza, ed era naturale che fosse al primo posto. Questa era una cosa che nessuno avrebbe potuto cambiare, e lei lo amava in un modo che non avrebbe mai riservato ad altri, ma non lo amava più di Spike…
“L’hai portata a tiro di una cacciatrice.” continuò Spike.
“Nessuno si è fatto male. Io sto bene, tu stai bene, Dru sta bene. E forse per qualche giorno non andrà a passeggiare sui tetti.”
“Ottimo rimedio. La fai uccidere tu, così non può più farlo da sola. Lo vedi in che posto viviamo. Quanti di noi non tornano più a casa? E di quanti non sai che ne è successo?”
Doveva ammettere che Spike era tenace, in certe situazioni. Si attaccava ad una questione, e non vedeva il resto.
(Ostinato. E fedele. Come un cane)
“Will, lei si ritrova chiusa qui dentro, a sognare la vita che gli altri stanno vivendo. E’ vero, siamo arrivati a portata di una cacciatrice. Può capitare a tutti noi. In qualsiasi momento. E’ il suo territorio. E’ territorio di un sacco di cose diverse, quasi tutte pericolose.”
“E allora andiamole a cercare.”
“No… ma cosa dovremmo fare? Barricarci in casa sperando che non vengano a scovarci? Che non ci cada mai un fulmine addosso? Non fa differenza, come muori. E’ il modo in cui vivi che importa.”
Spike avrebbe riso, se la cosa avesse riguardato qualcun altro.
“Capisco. Lo fai per lei. Per salvarla dalla triste vita accanto a me.”
… doveva esserci un motivo di quell’odio. Spike poteva anche credere che fosse lui la causa del comportamento di Dru, o fingere di non essersene accorto, ma le cose non sarebbero cambiate…
“Perché resti qui?” gli chiese.
Spike lo guardava con quell’aria di irritazione con cui nascondeva la sua incapacità di mettere ordine nei propri pensieri, e che faceva solo crescere il desiderio di accanirsi su di lui, proprio a causa della sua debolezza.
“Una volta non eri così silenzioso, Spike. Allora, perché resti? Puoi andartene quando vuoi. Chi ti ferma?”
“E tu? Perché resti?”
“Ah… così mi deludi… Mi rivolgi contro la mia stessa domanda? Un po’ di originalità… Vattene, se ti fa tanto schifo restare. Porta via Drusilla.”
Spike sbuffò. Ma ancora nessuna risposta.
“No, eh?” continuò Angel “Ti lamenti del posto… però non ti muovi. A questo punto mi chiedo che hai da lamentarti. Magari qui c’è qualcosa che cerchi, o magari qualcosa che vuoi, o qualcosa di cui hai bisogno.”
Stavolta il giovane si innervosì, e gli rispose in modo precipitoso.
“La questione non sono io. E’ Dru. Sta male, e tu con i tuoi giochetti non migliori la sua situazione. “
“Dimmi un po’, Spike, bambino mio, mi hai mai visto fare a Drusilla qualcosa che lei non volesse? Mi hai mai visto picchiarla? O costringerla, in qualche modo? Pretendi l’esclusiva di Dru? Fa in modo che sia tanto soddisfatta di te da non desiderare nessun altro.”
“Secondo te è in grado di scegliere?”
Angel si strinse nelle spalle.
“Secondo me, se può farlo, allora tu non hai niente da lamentarti. Se non è in grado di farlo, se non ha la forza di farlo, allora non può lamentarsi lei di quello che le succede.”
Per un attimo, Spike abbassò gli occhi, tormentando i polsini della sua camicia.
“Quindi la vita è solo questo? Cercare di non farsi fottere?”
Angel sorrise, stavolta senza nessuna ironia.
“Spike, la vita è solo una possibile condizione dell’esistere.”
L’idiota si era fatto prendere.
Era andato in giro con la testa fra le nuvole, e per poco non era stato ucciso. E ora…
Ora Dru non si sarebbe staccata da lui fino a quando non l’avrebbe rivisto in piedi. Sempre che non crollasse prima.
Al momento era lucida e efficiente. Lo era da giorni, ormai. Ma non si poteva prevedere quando quel momento di grazia sarebbe finito.
Strana situazione… sembrava che Spike e Dru non potessero fare a meno di prendersi cura l’una dell’altro, come se essere indipendenti fosse troppo difficile.
(Che stupidi… Non vi rendete conto che così è solo più facile farvi del male?)
E anche se ultimamente gli era sembrato che Dru provasse una specie di strano piacere nel fare soffrire il compagno… ogni cosa era stata dimenticata, appena la donna aveva visto che Spike aveva bisogno di aiuto.
Ma il problema non era Dru, o Spike. Erano le conseguenze.
Il salone era pieno.
(Bene, hanno deciso di vedere come andrà la situazione)
Pieno di gente, e di un ostilità nei suoi confronti che cresceva di minuto in minuto.
Non fingevano di provare altro. Non era possibile fingere, per esseri capaci di percepire i più piccoli mutamenti di umore. In realtà, nessuno di loro era veramente capace di mentire. Era addirittura pericoloso. Erano troppo naturalmente bene armati, e mentire poteva causare reazioni potenzialmente letali. Buona parte del tempo era impiegato proprio a evitare conflitti, ed era già abbastanza faticoso.
Uno di loro, un uomo molto alto di nome Stephan, stava parlando. Ad una donna, apparentemente. Però aveva aspettato che Angel fosse a portata di udito…
“… se siamo fortunati, la prossima volta potrebbe non toccare a Spike… e non limitarsi ad un buco nella schiena.”
Tensione… e attesa per quello che sarebbe successo…
Ma rimasero delusi. Sembrava che lui non avesse neppure sentito le loro parole, o notato la loro presenza.
Aveva paura, ma non aveva nessuna intenzione di mostrarlo agli altri.
Non mentivano, però potevano nascondere, e lui era un vero maestro in questo.
Uscì nel giardino, mentre l’aggressività che aveva contaminato l’aria cominciava a calare, sostituita dall’incertezza nel vedere che non reagiva a parole e a rabbia.
Juliana lo seguì poco dopo. Credeva che si fosse allontanato, invece lo vide immobile vicino ad una delle colonne coperte dai rampicanti.
Lei si sedette sul bordo della fontana, aspettando di capire che intenzioni avesse.
“Dovrà fare meglio di così… Molto meglio…” disse Angel a bassa voce. Sembrava parlare più che altro a se stesso.
“Che vuoi dire?”
“Stephan… voleva provocarmi. Voleva… Per quello che ha detto, non ne vale la pena.”
“Davvero?”
“Si, davvero. E’ uno stupido. E la cosa più stupida è che crede che tutti siano come lui. Lo conosco da parecchio. Era al servizio del capo del mio Ordine molti anni fa. Non ha… molta considerazione di me. Lui… si definisce un guerriero. Immagino che abbia ragione, in un certo senso…”
“Non è come lo definisci tu, vero?”
“A me… sembra solo grottesco.” mormorò.
Stephan era vecchio, molto più vecchio di lui.
Non che questo avesse un’importanza intrinseca. In sé, l’età non significava niente. Non erano gli anni ad assicurare il rispetto. Però erano un indice di esperienza, e di abilità, ed era sempre meglio pensare attentamente prima di attaccare qualcuno che era stato capace di sopravvivere per secoli.
I giovani erano fin troppo aggressivi, e sicuri di se. Meravigliati dalle nuove capacità, si credevano invulnerabili e finivano spesso per essere vittime dei più svariati incidenti, soggetti ad una selezione durissima. Tendevano a rispettare solo la forza, ma erano volubili, e manipolabili.
Gli anziani erano diversi. Avevano visto troppe cose per lasciarsi impressionare. I secoli di esperienza e l’enorme quantità di conoscenze acquisite davano loro personalità forti e complesse, e non si lasciavano piegare facilmente. Ma spesso, molto spesso, tendevano a fissarsi a schemi mentali abituali, e considerare i più giovani con sufficienza.
Proprio come Stephan e molti altri consideravano lui.
Nel suo caso, poi, giocava a sfavore anche la reputazione.
Nessuno avrebbe potuto averla più bassa. Quello che aveva fatto negli anni passati gli sarebbe rimasto appiccicato addosso qualunque cosa avrebbe fatto per rimediare.
Avevano paura di lui, ma anche la paura ha una durata limitata, se non è alimentata di continuo, e non avevano mai smesso di sondarlo alla ricerca di una qualsiasi indicazione di debolezza.
Ora il ferimento di Spike aveva scosso tutti.
Lui, che lo conosceva bene, sapeva quanto potesse diventare vulnerabile in certe occasioni, ma per gli altri… loro lo vedevano solo come uno dei membri più forti e decisi del loro gruppo.
Era quasi morto, un indice di instabilità preoccupante per tutti.
Era stata introdotta una variabile nell’equazione.
Angel si sfregò le braccia, come se sentisse freddo.
“Quando sei arrivata qua, cosa hai sentito?” chiese alla ragazza.
“Non… capisco.”
“Come erano le cose… fuori, e come sono qui?”
“Erano… diverse. L’aria… ha un odore diverso. E poi è come se fosse… densa. Come se ti trattenesse.”
Lui le fece il cenno di avvicinarsi.
“Guarda qui.”
Juli lo raggiunse e Angel indicò qualcosa tra le piante.
Una ragnatela, con un grosso ragno striato al centro, lucido come una scultura di porcellana, e una falena che si dibatteva frenetica avvolta in una trappola di seta.
“Lei non vedeva i fili. Non li ha visti, fino a quando non ha più potuto volare… Ora li vede, e non serve.”
Juli non era affatto sicura che le piacesse quella conversazione. Non riusciva a capire dove volesse arrivare.
“Ma come sei riflessivo.” disse nervosamente.
“E’ un brutto vizio. Non riesci a liberartene. Non del tutto…”
Angel tese la mano, facendovi salire il ragno, e osservò la bestiola muoversi in una perfetta coordinazione di zampe articolate e palpi esplorativi, trasmettendo un’aliena perplessità-aracnide.
“Vattene via, Juli. Vattene lontana. Torna a casa, o da qualsiasi altra parte, ma via da qui.”
“Mi stai cacciando? Non mi vuoi più?”
“No. Non ti sto cacciando, ma non sto scherzando. Vattene prima di trovarti avvolta nella rete. Quando riesci a vederla è troppo tardi. Va via.”
“E tu?”
Angel lasciò andare il ragno su una delle foglie accanto alla tela.
“Io… è tanto che sono intrappolato.”
La ragazza non sapeva come rispondere, e Angel non diceva più niente. Sembrava completamente perso in qualche sogno.
Si azzardò a toccarlo, appoggiandogli una mano su una spalla, ma lui non reagì.
“Angel… Sta attento. Molti di loro ti odiano. Non capiscono quello che vuoi, e ti odiano… Neanche io ti capisco…”
“E anche tu mi odi?”
“Io ti amo.”
Angel la guardò sbalordito, e si mise a ridere.
“Ah, no Juli, no… E’ una dichiarazione troppo impegnativa, questa. Posso concederti un… ‘mi piaci’… ma un ‘ti amo’ no davvero. Tu volevi venire a letto con me. Ce l’hai fatta. Non capisco perché ti ostini a starmi dietro.”
Juliana sembrò valutare quello che le aveva detto, e scosse la testa.
“Ti amo, ho detto.”
Era sicura delle sue parole. Non si rendeva conto di cosa poteva significare.
“Va bene.” le disse “Forse, per un po’, posso amarti anch’io…”
Era come nuotare in una galassia.
L’oceano, nella piena fioritura della bioluminescenza, si accendeva ad ogni sua bracciata. Non aveva mai visto un fenomeno simile, e, appena scoperto, aveva cominciato a scendere alla spiaggia tutte le notti, per tuffarsi in quella luce liquida.
Anche quando usciva dall’acqua, i microrganismi restavano attaccati alla sua pelle, e per un po’ anche lei sembrava risplendere di luce propria.
Si immerse, sentendo le correnti e i vortici creati dal suo movimento scorrerle lungo il corpo, solleticando le terminazioni nervose, travolta dalla sovrabbondanza di segnali vitali che arrivavano da ogni direzione…
Poteva credere che ogni singola molecola di quel mare fosse viva, e urlasse per affermare la sua esistenza.
A malincuore si decise ad uscire.
“Credevo che volessi passare tutta la notte immersa.” disse Angel.
Continuava a ridere di lei. Ora però non le dava più fastidio. Lo aveva scoperto abbassare la guardia, ed era una cosa che non faceva mai, con nessuno altro.
Lo raggiunse e si sedette accanto a lui, aspettando di asciugarsi.
Non l’aveva presa sul serio. Niente di strano, naturalmente. Se la situazione fosse stata rovesciata, nemmeno lei lo avrebbe fatto. (Mi sono innamorata di un tizio mezzo matto, a cui non frega niente di me. Né del resto del mondo, se è per questo)
Non era passata la sensazione di avere fatto la cosa sbagliata, ma non riusciva più a importarle. Ora aveva altre priorità.
Angel era sdraiato su un fianco a guardarla scuotere i capelli per liberarli dall’eccesso d’acqua. Le passò una mano su una coscia, osservando poi la lieve luminescenza che ora era rimasta attaccata anche alle sue dita.
“Stai diventando famosa.” le disse.
Lei si strinse nelle spalle.
“Non ho intenzione di essere sempre l’ultima ruota del carro. Non è una posizione comoda.”
“No, immagino di no.”
“Immagini?”
“Immagino. Mai stato nella tua situazione. I primi anni, quando avrei potuto essere… l’ultima ruota del carro… ero sempre con il mio sire e lei era piuttosto protettiva. Ho preso parecchie battute, naturalmente, ma erano davvero pochi quelli che avrebbero rischiato di trovarsela contro solo per il piacere di far fuori me. E dopo pochissimo non ho più avuto bisogno di essere protetto.”
Ma anche Juli sembrava cavarsela benissimo da sola. Aveva sviluppato una forte influenza su quasi tutti i giovani del gruppo, e anche qualche anziano cominciava a rispettarla. E non poteva neanche dire che lo facevano per timore verso di lui.
Al massimo questo le avrebbe consentito qualche libertà, e un’immunità dalla violenza estrema, ma certo non le avrebbe fatto avere una posizione, la stessa che si stava rapidamente guadagnando.
Anche se nessuno dei due aveva più sollevato la questione, le azioni della ragazza erano il modo migliore per dirgli che non se ne sarebbe andata.
Si girò sulla schiena, appoggiando la testa sulle gambe di lei.
“Da dove vieni? Di nascita, voglio dire.” le chiese ad un tratto.
Juliana sorrise.
Era una domanda intima. Una domanda da non fare, a meno che la persona a cui si rivolgeva non avesse un’importanza speciale.
“Boston.” disse “Vengo da Boston…”
Sospirò. I suoi occhi avevano assunto l’espressione assente di chi analizza i ricordi piatti e smorzati che si trovano oltre la barriera.
“Famiglia ricca. Nemmeno io non ho mai saputo quanti soldi avevano. Scuole, viaggi, qualsiasi cosa volessi… il meglio… E una depressione cronica che nessuno era in grado di curare. Non ricordo quanti analisti e medici ho passato… Ho fatto quello che fanno tutti i ricchi figli di papà che si annoiano. Coca all’inizio, poi ho cominciato con la roba pesante. Non serviva assolutamente a niente, ma almeno non pensavo. Me ne stavo da sola, non ho mai trovato nessuno che non mi facesse schifo, e passavo il tempo beatamente immersa nel nulla. Me ne ero andata da casa e il giorno che avrei finito i soldi sarei finita sicuramente sulla strada, ma poi non ne ho avuto bisogno…”
“Ti hanno trovata prima che ti distruggessi.”
“Già. Sono stata diciotto anni con lei. Stavo bene. Ero felice.”
“E poi?”
“Niente. Per me era solo il momento di andare. Lei aveva trovato un altro ragazzo, e io… volevo cavarmela un po’ da sola. Me ne sono andata in giro.”
“Come sei arrivata in questo buco?”
“Ne avevo sentito parlare, e volevo vederlo. Ero solo curiosa. Non credevo di fermarmi. Ma ho trovato te e ho cambiato idea.”
Angel sorrise e scosse la testa.
“Te l’ho già detto.” continuò Juliana “Io ti amo.”
“Te l’ho già detto. Non puoi amarmi. Nemmeno sai chi sono.”
“Non vedo chi può impedirmelo.”
Angel si divincolò dal suo abbraccio.
“Questo… nessuno. Nemmeno io.”
Juli fece per dire qualcosa, ma questa volta Angel non glielo permise, premendo le dita sulle sue labbra…
…non parlare… le parole ingannano. Sono solo barriere alla verità. Lascia che siano i sensi a parlare…
Sensi
Odore delle alghe gettate sulla spiaggia, e di sudore. Odore dell’oceano, della chimica dei loro corpi. Odore di sapone, odore di pini portato dal vento
Sabbia che graffia. Pelle strofinata da pelle, toccata dalle correnti dell’aria
Le stelle sopra di loro, la terra sotto di loro. Pupille dilatate all’estremo per captare il più insignificante raggio di luce, riflesso e amplificato dalla struttura dei loro occhi
Il sapore della saliva. Il sapore del mare, che è quasi il sapore del sangue
Il battere dei cuori, il suono della risacca, il fruscio dei muscoli in movimento, il gridare ultrasonico dei delfini, il suono a bassa frequenza del sangue che scorre. Manca solo la loro voce, ma la voce non serve
E poi i sensi senza nome
Quel senso che non era olfatto e non era gusto, ma un po’ di entrambi e superiore a tutti e due
Quello capace di percepire i campi elettrici creati dall’attività della vita stessa… che variano da istante a istante… si modificano nella tensione dell’orgasmo
Tutto questo analizzato da recettori capaci di discriminare milioni e milioni di diversi informazioni, per creare un’immagine multidimensionale dell’universo intorno
Emozioni
Inondano la mente al punto di saturarla, fino a non potere distinguere a chi appartengono. Il piacere dell’una diventa quello dell’altro in un circolo continuo, e per almeno un istante, sono contemporaneamente se stessi ed entrambi, prima di ripiombare nella singolarità del proprio individualismo
Un lamento.
Soffocato. Lontano.
Un altro. Un altro ancora.
Si susseguivano. Ritmici. Un armonia sistolica si era fatta strada nella nebbia che oscurava la sua coscienza.
(E’ solo un sogno)
Il pianto insistente stava frantumando il sonno.
Aprì gli occhi. Nel silenzio.
(Ecco, ora è sparito e posso riaddormentarmi)
I gemiti ripresero con lo svanire della consapevolezza, risvegliandolo solo in parte.
Allungò una mano, toccando la ragazza al suo fianco. Non era lei che piangeva. Non aveva mai visto Juli piangere. Non aveva ancora avuto un motivo per farlo.
I lamenti non smettevano.
Si alzò.
“Ma che… ti succede?” mormorò Juli con un gemito assonnato.
“Niente… non è niente.” disse Angel in tono distratto, allontanandosi dalla stanza, attirato dall’eco nella sua mente.
Camminò per i corridoi, scese le scale.
Ad ogni passo, il mondo intorno sembrava perdere un po’ della sua consistenza.
Non sentiva il pavimento di pietra sotto i piedi nudi.
Quello che vedeva non aveva concretezza.
Stava cacciando, ma questa volta la sua preda era un suono senza direzione. La sola cosa che aveva importanza.
Raggiunse una stanza situata su un piano più basso e più interno nella complessa architettura del palazzo.
Aprì la porta, senza entrare.
Era Drusilla, naturalmente.
La vide seduta per terra accanto al letto dove era sdraiato Spike.
Era ancora pieno giorno, ma i normali cicli di sonno-veglia della donna si erano alterati insieme al resto della sua salute.
Piangeva, e cercava di soffocare i gemiti con le mani, forse nel tentativo di non disturbare il marito.
Spike era immobile, girato nella sua direzione. Sbatteva le palpebre come se cercasse di risvegliarsi, senza riuscirci. Aveva lo sguardo appannato. Lo fissava, ma non lo vedeva, se non, forse, come l’immagine di un sogno.
Nemmeno lui era sicuro di non stare ancora dormendo.
In quanto agli altri… dubitava che a parte lui e Spike qualcuno potesse sentirla. Non si trattava di suoni fisici. Era qualcosa trasmesso dal legame che apparteneva solo a loro tre, e che soltanto Dru accettava completamente.
La ragazza alzò il viso, incontrando i suoi occhi.
Per un attimo, lui vide le cose da tre diverse prospettive. Dall’alto e dal basso. Immagini che si sovrapponevano. Era all’esterno della camera, e dentro di essa. Coricato su un letto. Sentiva la stoffa delle lenzuola avvolgergli il corpo, e il legno dello stipite sotto le mani. Vedeva Spike di fronte e di schiena. E se stesso osservarlo(a) dalla porta.
Iridi azzurre, grigie, nere lo(a) fissavano…
E poi, senza nessuna apparente discontinuità, si era ritrovato nel suo corpo, completamente sveglio.
Riaccostò la porta e si allontanò, rifiutandosi di cedere al desiderio di correre, e di avere paura.
(Perché dovrei avere paura? Che c’è d’avere paura?)
Non era una novità, condividere le sensazioni con qualcun’altro.
(Ma non con…)
Certo, non con quell’intensità. Di solito, si trattava di sogni. Oppure solo percezioni indistinte.
Ed era sempre rimasto se stesso.
Questa volta, si era ritrovato ad essere un altro.
(Altri)
Ma anche così non era niente di pericoloso. Niente più che una funzione del cervello. Attivata da situazioni particolari, quando si abbassavano le difese che proteggono la coscienza individuale. O le emozioni erano estremamente intense.
(Questa volta sono solo… arrivato un po’ oltre…)
Non era quella, la cosa che temeva.
Rientrò nella sua camera, e nel suo letto, ma non aveva più nessuna voglia di dormire.
Doveva essere stata Dru, la causa.
Era strano, l’evolversi della sua malattia.
C’erano ancora momenti in cui era quasi normale, normale per lei, almeno, e altri in cui sembrava addirittura quasi sana di mente. E poi c’erano giorni in cui invece si abbandonava, completamente pazza. Completamente posseduta dalle visioni. Completamente incapace di provvedere a se stessa.
E più erano lunghi questi periodi di… follia…
(Ma è davvero folle, o c’è altro?)
…più stava male. Una proporzionalità diretta.
Aveva sbagliato tutto. Cominciava a capirlo.
Forse non era una qualche misteriosa malattia che la indeboliva gettandola in balia delle visioni, ma il contrario. Era la sua mente che andava alla deriva, e aveva perso il controllo del corpo.
Perché no?
Corpo e mente… sono una cosa sola. L’uno non può vivere senza l’altra.
Così, il corpo di Drusilla si lasciava andare ogni volta che lei si perdeva in una delle sue visioni.
Questo poteva spiegare perché non aveva avuto crisi da quando Spike era stato ferito. C’era qualcosa che la ancorava al mondo reale.
Forse le sue capacità stavano sviluppandosi in qualcosa di nuovo.
Forse si era creata un’interferenza che per un attimo li aveva collegati tutti in quella inaspettata e indesiderata unione.
Strinse la mano di Juli, così confortante con la sua importanza esclusivamente fisica e priva di minaccia. Priva di sottintesi.
Non quello che era successo…
Temeva quello che significava.
Erano tanti.
Non tutti. Come sempre, c’era chi non aveva voluto farsi coinvolgere. Che aspettava di vedere come sarebbero andate le cose, o che non aveva nessun beneficio a schierarsi da una parte o dall’altra. Che aveva abbastanza problemi a sopravvivere, per potersi anche occupare di conflitti che non lo riguardavano.
Ma erano tanti. Contava otto persone nella sala, ne sentiva altre vicine… E le loro intenzioni erano inequivocabili.
Se ne era accorto appena rientrato in casa.
Due figure erano apparse dietro l’arco della porta, fissandolo con attenzione, sbarrando la strada che portava fuori dalla grande sala, verso l’interno della costruzione. Non avevano detto una parola.
Questo era preoccupante. Il momento di agire iniziava quando finiva il tempo di parlare.
Si allontanò, senza essere attaccato.
Un'altra porta, altri che la sbarravano.
Uno di loro soffiò rabbiosamente appena lo vide avvicinarsi, ma anch’essi non fecero altro.
In un istante la sala si era riempita. Era chiuso nella sua stessa casa.
(Si sono decisi, finalmente)
Non era una sorpresa.
Lo scontro era diventato prossimo dal giorno in cui Spike era stato ferito, ed inevitabile da molto prima.
Non agiva contro la cacciatrice, si ostinava a tenere Drusilla, invalida senza rimedio, e poi l’ambiguo antagonismo con Spike, che non sfociava mai in niente di concreto…
Tutte pericolose assurdità che non facevano altro che suscitare esasperazione.
Lo sapeva, ma non poteva cambiare. Non aveva nessuna intenzione di cambiare. Era quello che era.
Sopportava la presenza altrui perché era necessario, ma questo non gli impediva di odiarli per la maggior parte del tempo. Gli sembrava fin troppo la concessione che faceva loro tollerandoli.
Vivevano in un equilibrio instabile che poteva essere spezzato con un niente.
Spike era stato un motivo come un altro. Una scusa… Poteva essere persino giustificata.
Alla fine, la sua presenza aveva sempre costituito un’incognita. Nessuno poteva essere certo che non si sarebbe schierato con Angel, se fosse stato attaccato. Si odiavano, ma i legami di sangue erano forti, talvolta più forti della ragione, o della convenienza.
A quel punto, qualunque cosa Angel avesse fatto, sarebbe stato motivo per attaccarlo.
Se fossero stati più pronti, lo avrebbero fatto quella notte stessa. Erano stati presi di sorpresa, ma era arrivato il momento giusto.
Non c’era più bisogno di aspettare.
Con una certa sorpresa, si accorse che Juli restava con lui. Se la situazione fosse stata opposta, non l’avrebbe fatto. Non lo aveva mai fatto. Per nessuno. Ma lei doveva avere le sue buone ragioni per agire in un modo simile.
Forse, in fondo, lo amava davvero.
Chi era lui, per giudicare le motivazioni altrui?
Non aveva bisogno di chiedersi chi si sarebbe fatto avanti.
I candidati non erano molti. Anzi, a ben vedere si potevano ridurre ad uno solo. Stephan, che non aveva bisogno di motivi per volerlo uccidere.
Avrebbe potuto attaccare per primo, ma così spingerebbe gli altri ad assalirlo in gruppo.
Lasciò andare Juli.
“Non muoverti. Non fare niente.”
“Non…”
“Non fare niente! Siamo morti tutti e due se…”
Stephan ruggì rabbioso e si lanciò su di lui. Si scontrarono per un istante, e quando si separarono entrambi avevano lunghi squarci aperti sulle braccia con cui si erano schermati gli occhi.
La consapevolezza si ritirò, lasciando posto ad una più utile configurazione mentale fondata non sul pensiero, ma sul riflesso.
Ora non dicevano niente.
Niente tempo per parlare, e niente tempo per pensare. Solo il tempo di muoversi. Ma non muoversi troppo, perché ogni gesto inutile consumava energia, ed ogni minima differenza di energia poteva rappresentare anche la differenza fra essere vivi o morti.
Attaccare. E schivare.
I pochi attimi in cui si fermavano erano sfruttati per accumulare la maggior quantità possibile di ossigeno, e minacce, o parole, sarebbero stati solo un pericoloso spreco.
Stephan cercò di colpire l’avversario, che intercettò la mano, assecondò il movimento torcendogli il braccio dietro la schiena, e gli affondò i denti nella nuca.
Ora la sua posizione era disperata. O riusciva a liberarsi nei pochi istanti che occorrevano ad Angel per spezzargli le vertebre, o era morto.
Divincolandosi, riuscì ad afferrargli la testa con la mano libera, staccandolo da se e girandosi in modo da averlo di fronte.
Lo vede precipitarsi su di lui, e stavolta, invece di schivare, usò il suo maggiore allungo per colpirlo al torace, sommando la velocità del suo pugno a quella del rivale. Si sentì distintamente il suono delle costole che si spezzavano.
Angel cadde su un tavolino, mandandolo in frantumi.
Il suo io, quel complesso di pensieri, sensazioni e emozioni che ne facevano un’entità cosciente e razionale, riemerse.
Si rialzò subito e cercò di allontanarsi, ma ora si muoveva con lentezza, e sembrava fare fatica a stare in piedi. Stephan lo raggiunse facilmente e lo colpì di nuovo, ed era di nuovo a terra, stringendosi il petto.
Stephan se la prendeva comoda. Ora che aveva visto in che condizioni era il nemico, sembrava volere dimostrare a tutti che poteva farne quello che voleva.
Raccolse uno dei frammenti del tavolo rotto e gli si avvicinò, trasmettendo la sicura soddisfazione di chi si sentiva superiore, fino a sovrastarlo.
Angel, inginocchiato ai suoi piedi, alzò il braccio destro in uno strano gesto.
Stephan aprì la bocca, fissando con aria di stupita indignazione la rivoltella a pochi centimetri dal suo volto.
Tutte le voci si erano zittite.
Angel si rialzò, la pistola sempre vicinissima alla faccia dell’altro uomo, lo prese per i capelli, gli appoggiò la canna dell’arma sotto il mento e sparò tre colpi in sequenza.
La testa di Stephan fu spinta all’indietro dalla forza dell’impatto, ma Angel ebbe piuttosto l’impressione che avesse cercato di assecondare per un po’ la corsa dei proiettili.
Sentì l’energia dello sparo trasmettersi nel suo corpo in forma di onde, attraverso la mano che ancora stringeva i capelli del nemico.
Sentì il momento in cui i proiettili di proiettili di piombo andarono a collidere contro l’osso compatto e si frantumarono in pezzi che continuarono il loro percorso lungo traiettorie divergenti.
L’effetto fu curioso.
Prima di sparare aveva orientato l’arma con attenzione, non perpendicolare alla base del mento, ma lievemente angolata verso l’esterno.
Le schegge di metallo disintegrarono dall’interno occhi, naso e bocca. La faccia sembrò esplodere.
Sangue e frammenti organici lo investirono, nonostante si fosse messo di lato. Di riflesso, non riuscì ad evitare di scostarsi e chiudere gli occhi per un attimo.
Ma li riaprì subito. Voleva osservare. Non aveva mai fatto prima una cosa simile.
Vide Stephan restare in piedi ancora qualche secondo, poi cadere, e nello stesso istante lasciare andare il pezzo di legno che stringeva in mano.
Poteva concentrarsi sulla reazione degli altri.
Le forze in gioco non erano cambiate. Se dovessero attaccarlo in gruppo, non potrebbe sopravvivere più di quanto non avrebbe potuto farlo qualche minuto prima.
Ma tra il potere di fare e il fare si parava l’ostacolo della volontà, che poteva essere più insormontabile di qualsiasi impedimento materiale. Ed ora la volontà mancava.
Nessuno fiatava più. La maggior parte di loro non aveva neppure capito la dinamica dell’azione.
Angel era sconfitto, lo avevano visto tutti. Ma la sequenza di eventi apparentemente inevitabile era cambiata in modo traumatico, e non avevano avuto tempo di adattarsi.
… una sorpresa che impediva qualsiasi reazione….
Per un po’ erano stati pronti ad attaccarlo senza pensare alle conseguenze personali, quando erano arrivati al culmine della rabbia nei suoi confronti.
Quello era il momento giusto, e lo avevano sprecato lasciando che Stephan lo sfidasse in una specie di pazzesco duello medioevale.
Difficilmente sarebbero riusciti a riappropriarsi dello stato d’animo necessario.
Nessuno di loro sapeva giocare bene il gioco delle congiure e degli intrighi. Troppo individualisti, incapaci di compromessi… le alleanze si formavano e disfavano seguendo gli impulsi del momento.
La fragile unione che si era formata fra i suoi nemici, tenuta insieme solo dalla certezza che sarebbero riusciti a sconfiggerlo, si era dissolta con la velocità di una bolla di sapone che esplode.
‘Non importa come muori’ aveva detto qualche giorno prima a Spike, ma aveva importanza, invece. Ne aveva moltissima. Non per chi moriva, naturalmente, anche se forse ora Stephan avrebbe avuto qualcosa da dire in proposito (certo, se fosse stato ancora in grado di dire qualcosa). Contava moltissimo per chi restava.
Curioso, come fosse bastato un banale meccanismo di metallo per ribaltare la situazione in modo tanto assoluto.
Avrebbe ucciso Stephan in ogni caso (o sarebbe stato ucciso da lui). Aveva deciso di ucciderlo la sera in cui lo aveva sentito parlare, attirando la sua attenzione. Non era una decisione revocabile, quella.
Era stato sul punto di farlo anche pochi minuti prima, ma aveva usato zanne e artigli, e nessuno era rimasto colpito.
Invece così…
Davvero curioso. Non era stata la cruenza della scena, naturalmente. Solo l’inaspettato. Eppure chiunque avrebbe potuto fare la stessa cosa. Non ci pensavano. Ecco tutto.
Riuscivano solo ad osservare istupiditi quello che fino all’istante prima era il vincitore e che ora non era più neanche una cosa riconoscibile.
Si aspettavano tutti che Angel lo finisse, ma lui si limitava a star fermo.
Qualcuno fece il gesto di avvicinarsi, ma un suo ruggito di avvertimento gli fece cambiare subito idea, e la stessa cosa successe a chi cercava di allontanarsi.
Quando fu certo che nessuno si sarebbe mosso, si sedette vicino al suo avversario agonizzante, osservandolo attentamente.
Poteva apprezzare il risultato scenografico che aveva ottenuto.
Il bianco dei pochi centimetri di pelle ancora visibile risaltavano come un altorilievo sullo sfondo scuro della carne esposta. Non uno scuro compatto, ma una serie di sfumature diverse.
Nello stesso modo, un’area nera si allargava sulla camicia, avanzando in modo ordinato, man mano che le fibre chiare della stoffa si impregnavano di sangue.
Si sentiva un suono sibilante mentre l’aria era trascinata a forza nelle vie respiratorie maciullate… ma tanto non serviva a niente. Non c’era più abbastanza sangue nel corpo per trasportare ossigeno… il cuore batteva sempre più rapidamente, cercando di compensare con la frequenza il calo di pressione dovuto alla perdita di sangue, e ad ogni pulsazione si allargava la pozza sotto quella che era stata la testa…
Cominciava ad avvertire le conseguenze del colpo di Stephan, che gli aveva fratturato le costole. Ma ne era valsa la pena. Rendeva maggiore la soddisfazione per quello che aveva ottenuto. Non era certo una ferita di cui preoccuparsi. In pochi giorni non ne sarebbe rimasta traccia.
Poi, non doveva necessariamente limitarsi a sopportare.
Un pulsare sordo diffuso in tutto il torace.
Poteva essere messo a fuoco.
Il dolore si intensificò e si concentrò all’altezza del cuore.
Ne isolò le componenti.
Un centro dove si originavano fitte taglienti che si diramavano lungo i nervi come correnti elettriche.
Ora che era stato definito, il dolore poteva essere trasformato in piacere.
Stephan fu scosso da spasmi. Le cellule nervose cominciavano a morire per ipossia, ma era ancora vivo, e cosciente.
Anche questo era appagante.
Non aveva provato rabbia nei suoi confronti, ma lo odiava, almeno con la stessa intensità con cui Stephan ha odiato lui.
E questo era uno dei modi peggiori con cui ucciderlo. La stessa resistenza fisica lo trasformava in una lunghissima sofferenza.
Era la cosa più spaventosa per quelli che assistevano.
La morte era una cosa rapida e pulita. Un attimo bruciante e poi la fine di tutto. Non quella lunga agonia, come un animale, con la consapevolezza di essere immersi nel proprio sangue e nei frammenti del proprio corpo disfatto.
Il Sole si era alzato ed era disceso, e ancora nessuno aveva potuto muoversi.
Alla sorpresa e alla paura si era aggiunta la stanchezza.
Quando finalmente il corpo si dissolse, nella sala scese un sollievo quasi palpabile.
Angel si alzò e si diresse in camera sua. Dopo un attimo, Juliana lo seguì.
La maggior parte dei suoi simili ha paura del fuoco.
Non lo ammettono mai, ma vede la loro tensione sui volti e nei corpi, quando si avvicinano alle fiamme, e si avvicinano proprio perché hanno paura, e odiano avere paura.
Forse per questo lui lascia che il fuoco arda perennemente nella sala.
Lui non ha paura. A lui non frega niente del fuoco. A lui non frega niente di niente.
Qualche volta le viene da pensare che sarebbe capace di distruggere l’intero pianeta, solo per vedere la reazione degli altri, per guardarli mentre si dibattono in preda al terrore.
E’ il solo che conosce, a non temere il fuoco.
A parte lei.
A lei piace.
Le piace come si muove. Le piace la luce che emette. Il calore che emana.
Inafferrabile e immateriale, e tangibile nelle sue conseguenze. Qualcosa legato a questo mondo, ma non del tutto.
L’espressione fisica dell’energia
(… se cerchi di prenderlo…)
Può fare male. Può uccidere.
Ma sono tante le cose possono uccidere, e sembra che non ci sia fine al numero delle cose che possono fare male.
Cose meno belle.
Che non danno calore in cambio.
Quindi non ha senso avere paura del fuoco e non delle altre cose.
(… la cui sola cosa che puoi toccare è il dolore che provoca…)
La luce si imprime sulle retine ipersensibili, accecandola…
Fa male anche solo a guardarlo.
(Sto andando a cercare guai. So che sto andando a cercarli)
Le ci era voluto tutto il suo coraggio per avvicinarlo.
Lei era… niente. Niente amici, niente parenti, niente legami. Solo una vagabonda arrivata poche settimane prima. Qualcuno senza importanza, se non per se stesso. In una società dove contavano solo gli affetti personali, o i personali interessi, la sua era la posizione più vulnerabile. Poteva fare affidamento esclusivamente sulle sue forze.
Nessuno avrebbe alzato un dito per lei.
Angel avrebbe potuto ucciderla senza alcun riguardo, per il solo desiderio di farlo, o in un momento di nervosismo.
Eppure, aveva scelto proprio un momento simile per parlargli, con Drusilla collassata improvvisamente.
Sapeva che non era legato alla sua famiglia, ma di sicuro non era un buon momento.
Aveva cominciato ad osservarlo appena era arrivata in città. Era normale, studiare chi poteva determinare la propria vita, o la propria morte.
Ad un certo punto, si era accorta che le piaceva osservarlo.
Non era mai una cosa saggia, immischiarsi negli affari dei signori delle comunità, soprattutto quando avevano problemi personali e precari equilibri mentali, e questi tre particolari individui sembravano anche più problematici del normale. E se solo la metà delle storie che si raccontavano su Angel erano vere… nel suo caso non era saggio nemmeno stargli nei paraggi. Mai.
… il peggior nemico del suo stesso sangue…
(Vattene vattene vattene)
Ma lei lo aveva avvicinato, oltre il limite della prudenza. Non era detto che lui accettasse di avere così vicina una perfetta sconosciuta.
Aveva finito per comportarsi come una bambina sgradevole, e a quel punto non sapeva bene come rimediare.
Poi si era resa conto che Angel si stava prendendo gioco di lei, e quella era una cosa che non poteva tollerare da nessuno.
Si era detta che era solo curiosità, verso qualcuno così strano…
(Ci passo insieme solo qualche ora, poi mi tolgo dai piedi)
Era passata quasi una settimana, e non era più tanto sicura di volersi togliere dai piedi.
(In fondo, non mi ha mai detto di andare via…)
Forse per quanto lo riguardava lei poteva esserci o non esserci…
(Forse non vuole che me ne vada…)
Forse non le prestava abbastanza attenzione neanche da trovarla fastidiosa...
Con un alare smosse le braci nel camino, guardando le scintille alzarsi e disperdersi per un attimo, prima di essere risucchiate dalla cappa.
Girava e rigirava la faccenda e ogni volta arrivava ad una diversa decisione. Ma quando la decisione era di interrompere la storia, ci ripensava per trovare un motivo per continuarla.
La ragione le diceva di andarsene.
Se solo la ragione si fosse presa la premura di farsi sentire sempre… invece di alzare la voce in momenti come questi, quando era sola nel silenzio.
Quando aveva il tempo di pensarci.
Adesso ogni cosa sembrava facile.
Anche dirsi ‘farò questo o quello’.
Poi arrivava il momento di fare, e la cosa più facile era rimandare.
Era confusione, e la confusione la infastidiva. La irritava.
Peggio della confusione.
Stava cercando motivi per giustificare il non fare quello che tanto già sapeva non avrebbe fatto.
Angel non c’entrava.
Non era rimuginandoci o fantasticando che avrebbe trovato in lui qualcosa che non c’era, o avrebbe cancellato quello che invece c’era.
Lei sapeva com’era. Lo aveva sempre saputo.
Avrebbe potuto amarlo, o odiarlo…
Avrebbe potuto provare antipatia, o simpatia, o indifferenza…
Avrebbe potuto provare per lui una qualsiasi delle infinite combinazioni possibili di tutto questo e di un sacco di altre cose ancora. Per quello che era.
Le era capitato di amarlo.
Se fosse stato diverso, forse lo avrebbe odiato.
Pensandoci, aveva fatto tutto da sola.
Si sentì afferrare bruscamente per un braccio e tirare in piedi, e ogni pensiero fu rimpiazzato all’istante da sorpresa e paura.
Si divincolò, cercando di sottrarsi alla stretta.
Per sua fortuna, non perse del tutto la testa, e riuscì a reprimere appena in tempo l’impulso di rivoltarsi con violenza contro chi aveva osato toccarla in quel modo.
Era Spike, e non poteva permettersi di colpire impunemente uno come Spike.
Se gli avesse fatto del male, anche inavvertitamente, il minimo che le avrebbe fatto sarebbe stato romperle la schiena.
Il giovane non sembrò neanche accorgersi del suo tentativo di liberarsi, eccetto che strinse la presa.
“Hai visto Drusilla?” chiese, senza lasciarla andare.
Juliana smise di agitarsi, e lo fissò con risentimento.
L’aveva toccata, e non esisteva motivo accettabile perché lui potesse toccarla in quel modo.
L’aveva spaventata.
Aveva rotto quell’attimo di pace…
Ce ne erano così pochi, ognuno prezioso e irripetibile quanto una vita intera… svanito.
Ora era andato in frantumi per colpa di questo idiota che l’aveva rigettata in anticipo in un mondo dove non poteva permettersi il lusso di gingillarsi pigramente con i suoi pensieri.
Avrebbe voluto strappargli gli occhi per quello che aveva fatto.
Non era così stupida da provarci, ma…
“Allora, l’hai vista?” chiese lui di nuovo.
Il tono con cui Spike le si rivolse si aggiunse al suo carico di indignazione, e stavolta non riuscì a trattenersi.
Si scosse ancora, e finalmente lui le tolse le mani di dosso.
“No, non l’ho vista. Non sei capace di tenertela senza aiuto?” sibilò.
Spike la colpì prima che riuscisse a finire, con tale violenza da farla quasi cadere.
Juliana senti la bocca riempirsi di sangue, quando come conseguenza del colpo la lingua e l’interno della guancia si tagliarono sui denti affilati.
Mossa sbagliata, la sua.
La più sbagliata. La più imprudente e stupida, perché la reazione di Spike era la più prevedibile possibile.
Lei lo aveva minacciato.
Nessuna menzogna… voleva dire che gli intenti avevano lo stesso valore delle azioni. Quello che si pensava, era quello che si voleva fare…
Lei avrebbe voluto attaccarlo, e la rabbia era chiara nella sua voce.
Per Spike era esattamente come se lo avesse aggredito. E voleva subito rimettere le cose in chiaro.
La sovrastava, nonostante non fosse molto più alto di lei, con la mano sollevata. Stavolta aveva gli artigli sguainati.
Il prossimo colpo non sarebbe stato solo un avvertimento, e sarebbe arrivato fra un istante.
Juli si affrettò a ritrarsi.
“Non l’ho vista…”
Spike abbassò la mano, in apparenza del tutto soddisfatto dalla sua immediata sottomissione.
Questa invece era una reazione inaspettata.
Non avrebbe dovuto chiudere la faccenda così facilmente, senza neanche prendersi il disturbo di darle un altro colpo di avvertimento. Il fatto che fosse stato lui a cominciare, avrebbe dovuto renderlo anche più ostinato.
Si rese conto che Spike non l’aveva vista, non realmente. Non l’aveva colpita con rabbia, o neanche con fastidio…
Era stato solo un riflesso. E di riflesso si era fermato.
Avrebbe potuto schiacciarla non per quello che era lei, o per qualcosa che aveva fatto, ma solo per dove si era trovava. Senza neanche sapere chi aveva colpito.
Senza avere la decenza di essersi infuriato. Senza avere la decenza di guardarla.
Spike era una sorgente di paura e rabbia. Instabile.
Si guardava intorno, e ascoltava.
Non le badava, però era sicura che se avesse cercato di andarsene, si sarebbe accanito su di lei.
Che doveva fare, adesso?
“Vuoi che vada a chiamare Angel?” chiese, sperando di sembrare abbastanza remissiva e sempre più desiderosa di terminare quell’incontro.
Paura da parte di lui, ancora.
E qualcos’altro. Qualcosa di indistinto, come se solo sentire nominare Angel avesse improvvisamente destato la sua attenzione.
La guardò di nuovo, e stavolta guardò ‘lei’, non solo qualcosa che si era trovato per caso fra lui e quello che lui chiedeva.
Juli si rese conto che non la colpiva di nuovo, stavolta non come avvertimento o reazione, ma assicurandosi di ripagare con gli interessi la sua insolenza, solo perché avrebbe dovuto perdere tempo che gli serviva per cercare Drusilla.
Ma di sicuro stava considerando la possibilità di farlo.
“Lascia perdere… Cercala, piuttosto.” le disse.
Poi corse via, senza neanche voltarsi indietro per assicurarsi che lei gli obbedisse.
Juliana non si mosse dalla sala.
Stava ansimando, e si sentiva stringere lo stomaco.
Non voleva muoversi.
A stare ferma, riusciva a mantenere quello stato inerziale di non-azione.
Se si fosse mossa, si sarebbe messa ad urlare, o avrebbe spaccato qualcosa, o fatto qualcos’altro altrettanto stupido e inutile…
… inseguire Spike. Per fare qualcosa di stupido e dannoso…
Non vedeva intorno a se, e i suoni si erano attenuati.
… le voci lontane di qualcuno che parlava…
Se si fosse fissata su di loro, sarebbe riuscita a restare agganciata al mondo concreto…
Se fosse riuscita a dare forma alle figure che vorticavano nella nebbia…
… lo sfrigolio del fuoco, e dei ceppi che si incenerivano…
Perché i suoni si ostinano a trasformarsi in echi distanti?
… e la sua attenzione continua a tornare a Spike…
… un cinguettio dal giardino…
Fanno di tutto per abbandonarla in balia della rabbia…
… che voleva uscire dagli argini, e trascinarla con se…
Ma si rifiutò di cederle, e poco per volta, senza una valvola di sfogo, la rabbia si ritirò a fermentare sotto la superficie del controllo cosciente.
Ora poteva muoversi.
Cercò un lavandino, e si ripulì meticolosamente dal sangue che aveva sulle labbra e sul mento.
Una macchia nerastra le cerchiava l’avambraccio destro. Era larga e irregolare, appena al di sopra del gomito, dove Spike l’aveva stretta con tanta forza da spezzare i capillari e lasciarle un ematoma. Sembrava un grottesco insetto che le si stesse avvolgendo addosso.
In faccia doveva avere un segno anche peggiore.
Restò alcuni istanti a fissare disgustata la brutta ombra scura che alterava l’immacolata perfezione della pelle. Aveva già cominciato a dissolversi. Anche i tagli in bocca si stavano richiudendo.
Un po’ più di tempo, e anche l’odore di Spike se ne sarebbe andato.
A quel punto su di lei non sarebbe rimasta quasi traccia di quell’incontro.
Perlomeno non ne sarebbe rimasta traccia sul suo corpo.
Prima di questa sera, non aveva mai pensato troppo a Spike.
Lui era troppo preso con la sua personale ossessione per badare a chi gli stava intorno, e lei non aveva nessun interesse a suscitare la sua attenzione.
Tutto quello che gli bastava sapere di Spike era dove si trovava, giusto per non finirgli tra i piedi.
Ma adesso era entrato nei suoi pensieri, e ci era entrato male.
Pericoloso, ma vulnerabile, e il suo istinto le diceva di colpire la vulnerabilità.
La ragazza, Kia, stava avendo la peggio. Alla fine sembrava essersene accorta anche lei.
Avrebbe dovuto rendersene conto prima, visto che i suoi avversari erano due, e lei una.
Juli osservava la scena riparata da un sottile schermo di vegetazione. Non le serviva per nascondersi. Sapevano benissimo tutti che era lì, e da quanto. Però la faceva sentire meglio non essere del tutto esposta.
Conosceva bene Kia. Poteva quasi definirsi una sua amica.
Come lei, e tanti altri, non aveva nessuno. Ma non veniva da fuori. Si era trovata sola per il semplice fatto che il suo sire, suo unico parente, era stato ucciso da qualcosa.
Finora, in qualche modo, era riuscita a cavarsela abbastanza bene. Però stanotte si era messa nei guai.
I due uomini che si stavano accanendo su di lei se l’erano trovata fra i piedi mentre erano a caccia. Giustamente, non avevano voglia di un terzo incomodo che potesse catturare o spaventare le loro prede, e avevano deciso di insegnarle a stare alla larga.
Juliana non si sentiva di dar loro torto. Anche a lei sarebbero saltati i nervi.
Comunque, non le importava nulla di chi avesse ragione.
Per lei era solo il tassello definitivo che completava qualcosa cui pensava da giorni.
Probabilmente non sarebbero arrivati al punto di ucciderla, e neanche farle seriamente del male se non si fosse rivoltata, ma Kia aveva cercato di opporsi, e non aveva capito bene quando era il momento di smettere.
Adesso stava scontando il suo errore di valutazione.
Juli conosceva bene anche i due aggressori. Erano poco più vecchi di Kia e più giovani di lei, ma loro avevano la fortuna di avere una famiglia.
La stessa famiglia, lo stesso sire, e, stranamente, pochissimi anni di differenza.
Era difficile che qualcuno volesse avere a che fare con due giovani così simili d’età. Di solito voleva dire moltiplicare i problemi a dismisura, e ritrovarsi a gestire rivalità e antagonismi incontrollabili. Però questi due andavano d’accordo.
Peter si tirò fuori della disputa, appena vide che la ragazza aveva quasi smesso di attaccare per limitarsi solo ad una stentata difesa, ma suo fratello non sembrò proprio intenzionato a lasciar perdere.
Fino a poco tempo prima, quella era una situazione in cui anche Juliana si era trovata spesso. Negli ultimi tempi, però, le cose erano migliorate.
Era diventata meno soggetta alla violenza da parte degli altri.
All’inizio nessuno, neanche lei, aveva dato peso alla sua storia con Angel. Non era né la prima né l’ultima, per nessuno dei due.
Però stavano insieme da parecchio. Troppo, per gente dove le ordinarie relazioni sessuali si consumavano nell’arco di pochi giorni, più spesso di ore, oppure indicavano qualcosa di ben diversa valenza.
Come si era fatta domande lei, se le erano fatte gli altri.
Da quel momento, l’atteggiamento nei suoi confronti era progressivamente slittato verso una maggior indifferenza.
Non considerazione. Non rispetto.
Solo indifferenza.
La lasciavano in pace, per quanto possibile.
Come adesso. L’avevano vista, senza prenderla in considerazione.
Juli non chiedeva altro.
Lei cercava di non farsi mai immischiare nelle risse.
Aveva sempre fatto di tutto per essere ignorata, e se prima le era stato difficile, ora la maggior parte degli altri aveva deciso di accontentarla.
Non costava nulla ignorarla, e così erano felici tutti.
Almeno fino a qualche notte prima.
Continuò ad osservare la lotta.
I due giovani erano a terra, avviluppati in un groviglio dove ognuno teneva fermo l’altro.
Gabriel afferrò le mani di Kia, e gliele stritolò, schiacciando insieme le dita.
Il grido femminile divenne una cosa quasi ultrasonica che era solo espressione di pura agonia.
Di riflesso, Juli si sentì rivoltare lo stomaco.
Gabriel non stava usando denti o artigli sulla sua avversaria. Voleva farle male senza ferirla sul serio, e ci stava riuscendo benissimo. In quel momento alla ragazza doveva sembrare di avere dei torrenti di fuoco liquido che le scorrevano lungo i nervi.
Era sorprendente quanta sofferenza potesse procurare una cosa che in fin dei conti non provocava un vero danno.
La ragazza si inarcò, interrompendo quel suono lacerante.
Peter sembrava essersi stufato di tutta la faccenda. Si era allontanato, e vagava pigramente seguendo una specie di ampio perimetro irregolare intorno ai due.
Appena fu alla minima distanza da lei, Juliana gli si lanciò addosso a piena velocità, coprendo le poche decine di metri che li separavano in poco più di un secondo. Lo colpì con una spallata. La forza sviluppata nell’impatto ruppe la scapola sinistra dell’uomo, sbalzandolo lontano.
Juli non lo fece rialzare.
Sentì dietro di lei i ruggiti furiosi degli altri due, ma lasciò che scivolassero sulla superficie dei suoi intenti, senza modificarli.
Aveva in mente una cosa sola. Immobilizzare l’avversario nel più breve tempo possibile, perché in ogni momento avrebbe potuto trovarsi addosso suo fratello, evitando di cadere nell’errore che facevano molti giovani ai loro primi scontri, una cosa che sapevano bene, ma che nella foga delle battaglia trascuravano spesso.
Cercare di rompere il collo di un vampiro torcendolo come avrebbero fatto di solito con un essere umano era azzardato. La spina dorsale era troppo flessibile su ogni piano.
A meno che il soggetto non fosse immobilizzato, il risultato più probabile era che avrebbe assecondato la torsione senza un danno risolutivo, e comunque era un sistema con troppe incognite.
Gabriel aveva avvertito inconsciamente di quello che stava succedendo ma, troppo coinvolto dalla sua lite, non aveva lasciato che la cosa assumesse un immediato significato concreto, restando solo come un fastidioso disturbo periferico che aveva ridotto la sua concentrazione. Kia ne aveva subito approfittato per contrattaccare.
Quando il ragazzo riuscì finalmente a districarsi, era tutto finito.
Peter non si aspettava di essere assalito alle spalle, non da qualcuno che non si era neanche preso la briga di celare la sua presenza, e l’attacco a sorpresa lo aveva gettato nel panico, impedendogli di difendersi propriamente. Era riuscito a sedersi, e cercò di colpire Juli, senza successo. Lei lo afferrò con tutte e due le mani, agganciandolo con gli artigli uncinati appena sotto la mandibola e rovesciandolo in avanti.
Il giovane si ritrovò a terra, del tutto frastornato, con la gola dilaniata e la ragazza addosso, e invece di cercare di ostacolarla nella sua manovra, le lasciò il tempo necessario a spezzargli il collo usando i denti come cuneo.
Juli si alzò subito, e si voltò verso Gabriel e Kia, immobili a qualche metro da lei.
Aveva scioccato tutti.
Gabriel fissava il fratello caduto, e le due donne.
Era furibondo. Se avesse deciso di attaccare, stavolta sarebbe stato per uccidere.
Avrebbe attaccato subito ma…
… c’era Kia.
Adesso dipendeva da lei.
Si era del tutto ripresa, come se non le fosse successo nulla.
Facile capire cosa stava pensando. Non poteva credere che l’avesse aiutata, immischiandosi in qualcosa che non la riguardava…
Questo era il momento peggiore. Juli non sapeva cosa avrebbe fatto.
Andavano d’accordo, ma Kia era anche una ragazza pratica.
Ora che l’attenzione era stata distolta da lei per riversarsi su Juli, avrebbe potuto semplicemente approfittare dell’occasione per togliersi di torno.
Viveva sempre in pericolo, questa situazione non peggiorava di molto le sue condizioni, ma sarebbe stata capace di capirlo? Oppure si sarebbe lasciata travolgere dall’immediato istinto di sopravvivenza?
Chi poteva dire cosa considerava conveniente?
Kia la guardava, e guardava Gabriel…
Juli sapeva di avere vinto il confronto in gran parte grazie alla sorpresa. Gabriel era preparato, e ora lei non poteva usare questo vantaggio. Il risultato era una vera incognita.
… ma guardava Gabriel con più attenzione, e in fondo non era scappata subito appena avuta l’occasione…
Non poteva chiedere, o pregarla…
“Ora è lui che deve avere paura, non lo vedi?” sibilò Juli.
Kia sembrava confusa.
Per la prima volta, si trovava in una situazione simile. A fare lei la differenza. L’ago della bilancia.
(Non lasciarmi sola adesso…)
Kia si mise di mezzo fra i due, scoprendo i denti verso Gabriel.
La situazione si era ribaltata. Due contro uno, ancora. Però ora quello solo era lui.
Lo sapeva benissimo, ed era davvero spaventato.
Furibondo, e disorientato, anche… ma spaventato, soprattutto…
Era iniziata come una stupida zuffa. Ora Peter era quasi morto e niente garantiva che le due ragazze non lo avrebbero ucciso comunque, e non facessero fare anche a lui la stessa fine, se si fosse opposto.
In quei secondi, il giovane valutò le sue possibilità di vittoria. Contro Juli, contro Juli e Kia, contro tutto ciò che il rumore della lotta o l’odore di sangue poteva condurre fin lì… e decise.
I cromatofori delle iridi lasciarono diffondere loro contenuto di pigmento, e gli occhi tornarono al consueto e rassicurante colore scuro.
Juli non si rilassò. Anzi, se possibile divenne ancora più tesa.
Razionalmente, aveva saputo quello che si preparava a fare, lo sapeva ora che lo aveva fatto… adesso che la tensione della lotta stava sparendo, svelando quello che stava sotto, non riusciva a definire come si sentiva.
Un po’ euforica, un po’ esaltata…
Si chinò sul suo avversario.
In pochi secondi era riuscita a ridurlo ad un corpo inerte…
Un po’ nauseata, suo malgrado, a quell’idea…
Spaventata e infastidita all’esaltazione che provava, non perché la provava, ma perché non poteva fare a meno di provarla.
Kia la guardò come se si aspettasse che uccidesse la sua vittima. ‘Voleva’ che lo uccidesse.
Sarebbe stato facile…
Era già quasi morto.
Non era mai stata così vicina ad uccidere un suo simile…
Prima o poi sarebbe successo… Prima o poi sarebbe andata anche oltre…
Lo aveva saputo, e dal momento in cui aveva deciso di restare qui, quel giorno era diventato sempre più vicino.
Perché non adesso?
Sarebbe stato facilissimo…
Facile quasi quanto indulgere a quel pensiero…
Ma quello che aveva voluto era solo provare qualcosa a Kia e a se stessa, e l’aveva ottenuto.
Non aveva nulla di personale contro Peter. Era stato lui solo per caso.
Poi non voleva trovarsi a fronteggiare anche i suoi congiunti. Cercava alleati, non nemici.
Diversamente da lei e da Kia, questi due ragazzi avevano una famiglia che non si sarebbe lasciata fermare solo perché lei aveva un legame ancora non ben chiaro con Angel. La sua ‘immunità’ funzionava solo finché evitava intenzionalmente i guai.
Certo non sarebbe servita a niente se avesse ucciso Peter senza nessuna ragione.
Non poteva pretendere che Angel la proteggesse in una situazione simile. Non lo avrebbe fatto. Non avrebbe squilibrato ulteriormente la sua già precaria posizione per difenderla.
Non escludeva che l’avrebbe eliminata lui stesso, se avesse pensato che si fosse montata la testa al punto di credere di potersi permettersi un comportamento così pericoloso e irrazionale.
Si rese conto che lei lo avrebbe fatto, sia per eliminare l’elemento di disturbo, che per dimostrare di non tollerare simili azioni.
E poi doveva essere capace di portare avanti le sue azioni e le loro conseguenze, soprattutto ora.
Aveva bisogno di sostegno.
Non aveva parenti, non aveva il tempo né il desiderio di procurarseli cercando, trasformando e educando qualcuno…
Ma erano in tanti, come Kia, a non avere nessuno, che era quasi come se non esistessero, ma che esistevano.
Capiva la rabbia dell’altra ragazza, ma non aveva intenzione di accontentarla.
(Per stavolta sei fortunato. Pensaci, in questi mesi mentre rigeneri spina dorsale e fluido cerebrale) pensò, dando una pacca amichevole sulla testa di Peter e rialzandosi.
“Dai, portalo via.” disse a Gabriel.
Il ragazzo si limitò a guardarla con diffidenza.
Era chiaro che non voleva abbandonare il fratello, ma aveva paura a muoversi.
Juli provò un certo disagio al pensiero che avrebbe potuto avere abbastanza paura da decidere di fuggire.
Le stava anche bene, però…
Se non lo avesse aiutato, Peter sarebbe andato incontro ad una fine orribile.
Adesso si sentiva un po’ dispiaciuta per lui, e imbarazzata da quella che le sembrava solo una contraddizione.
Era soddisfatta del risultato ottenuto, e non rimpiangeva quello che aveva fatto per ottenerlo… ma ora il risultato era tornato ad essere qualcosa a più dimensioni, qualcosa con un’identità… era tornato Peter, ai suoi occhi.
“Senti, fa quello che vuoi, ma sbrigati, prima che arrivi qualcosa.” disse ancora, senza scostarsi di un passo.
Non intendeva rassicurare Gabriel sulle sue intenzioni, o agevolarlo, e perdere il vantaggio accumulato mostrando una simile inopportuna debolezza.
Gli aveva permesso di aiutare il fratello, e questo doveva bastare a tutti, lei compresa.
… un pensiero sgradevole e ridicolo. Essere uccisi mentre erano troppo occupati a guardarsi in faccia, e nessuno che voleva essere quello a muoversi per primo…
Finalmente Gabriel sembrò convincersi che se avesse voluto attaccarlo lo avrebbe già fatto, e si avvicinò per soccorrere il compagno e riportarlo a casa.
Quando i due ragazzi furono lontani, Juli sentì qualcosa sfiorarle una mano.
Era Kia, e le stava sorridendo. Doveva avere capito benissimo cosa aveva fatto, e quali potevano essere le conseguenze.
Juli aveva trovato la sua prima alleata.
Il ragazzo aveva reagito come lei aveva previsto, come aveva voluto
Anche Kia reagiva come aveva previsto.
Per un attimo, Juliana si sentì come se fosse il fulcro di un sistema, e tutto il resto solo satelliti che le orbitavano intorno. E anche se questo era stato un sistema semplice, con solo tre elementi oltre lei, non aveva importanza.
Questa era la vera vittoria, più che quella del confronto fisico.
Una volta si era accontentata di vivere senza farsi notare troppo.
Non le interessava farsi notare, perché tanto non aveva mai pensato di restare abbastanza per avere bisogno di guadagnarsi una posizione.
La maggior parte degli altri sapeva a malapena che lei esisteva, e le stava benissimo così.
Non dava fastidio a nessuno, e questo era solo un luogo di passaggio, da dove andarsene in qualsiasi momento. Fino a quando…
Era successo qualcosa, poche notti prima.
Qualcosa fra lei e Angel, solo fra loro, le cui conseguenze si allargavano per coinvolgere tutti.
Lui le aveva chiesto di andarsene.
Angel non chiedeva mai a nessuno, neanche a Spike o a Drusilla.
Se non la voleva più, avrebbe potuto semplicemente dirglielo, o cacciarla, o ucciderla. Tutto dipendeva da quale grado di ‘non volerla’ avesse raggiunto.
Non aveva bisogno di chiedere.
Farlo, era stata la conferma che le cose erano cambiate fra loro, che era cambiata la prospettiva da cui la guardava.
Ma così, cambiava anche la prospettiva da cui lei osservava.
Adesso sopravvivere non le bastava più.
Non le bastava più neanche essere lasciata in pace.
Se non era più solo un luogo di passaggio, allora era la sua casa. E nella sua casa, nel suo territorio, solo uno poteva essere al suo livello.
Tutti gli altri dovevano essere al disotto di lei. Era il solo modo per accettare la loro presenza.
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Per la prima volta, Juliana aveva sorpreso Angel.
Lo aveva voluto fin dall’inizio. Riuscire a dire quella frase inaspettata… compiere quell’azione inaspettata… che lo avrebbe finalmente stupito, e che non trovava mai.
Ora c’era riuscita, senza volerlo, con qualcosa che non aveva fatto, e avrebbe dato qualsiasi cosa perché fosse invece una di quelle notti ordinarie in cui non aveva niente di meglio da fare che preoccuparsi di come impressionarlo, piuttosto che della situazione che le aveva permesso di farlo.
Per un attimo, lui l’aveva guardata come se non riuscisse a credere che gli restasse accanto, come se si aspettasse che lo lasciasse subito.
Ma lei non ci aveva neppure pensato.
Non si illudeva di poterlo aiutare. Nessuno di quelli con cui stava costruendo la sua fragile alleanza sarebbe intervenuto, e in due non potevano affrontare con successo tutta quella gente.
Ma tanto, anche a lasciarlo… Sarebbe morta in ogni caso. Lo stesso motivo per cui l’avevano lasciata in pace negli ultimi giorni, li avrebbe spinti ad ucciderla.
Era legata a lui, in bene o in male, e al momento il divorzio non era contemplato.
Dopo, era stata solo attesa.
Attesa di morire, prima.
Essere in pericolo di vita non era una cosa nuova, ma questa volta non era una possibilità, qualcosa che sarebbe o non sarebbe accaduto, la conseguenza incidentale di una sua azione. Questa volta era solo una questione di tempo. Non un ‘se’ ma un ‘quando’.
Aveva paura. A varie intensità.
Si innalzava in picchi di terrore puro, che avevano raggiunto il culmine quando aveva visto Angel cadere, e al pensiero che da un momento all’altro qualcuno potesse distogliere lo sguardo dai due contendenti e accorgersi di lei, e decidere di ucciderla senza aspettare la fine.
… E l’onda decresceva sino ad una specie di demente rassegnazione, che ottundeva la volontà, ma non la paura.
Poi l’attesa era cambiata.
Era diventata quella che Stephan morisse.
Ora c’era sollievo al posto della paura, e anche un’altra cosa, che si nutriva e cresceva nel vedere soffrire tanto la causa della sua paura.
Non in una serie di fitte oscillanti, questa volta, ma un flusso in crescendo per tutte le ore della sua interminabile agonia, e quelle ore le erano sembrate fin troppo brevi.
Un nuovo mutamento, un diverso ordine di attesa, quando Stephan era morto, e avevano lasciato la sala.
Appena rientrato nel suo appartamento, Angel si era spogliato, aveva gettato gli abiti insanguinati in un angolo del pavimento, e si era diretto sotto la doccia, ignorandola come l’aveva ignorata dall’inizio del duello.
Adesso Juliana aveva il bisogno impellente di parlargli, ma era ovvio che lui non le avrebbe dato retta fin quando non si sarebbe ripulito e riposato.
Aveva una gran voglia di fare altrettanto, ma le domande erano prioritarie.
Non le restava altro che aspettare, ancora.
Cominciava a stancarsi.
Si lasciò sprofondare su una poltrona.
L’odore di sangue secco era intenso e irritante, e si sommava all’impazienza per logorarle i nervi.
Ebbe quasi voglia di prendere il mucchio di abiti e andare a gettarli, prima che l’odore impregnasse pareti e oggetti, ma non aveva intenzione di mettersi a pulire una casa altrui.
Andò a spalancare una delle finestre, e uscì sulla terrazza che circondava tre lati dell’appartamento.
Il palazzo era composto da una serie di blocchi di altezze e dimensioni diverse, articolati l’uno con l’altro, e l’alloggio di Angel era una specie di attico che occupava buona parte del piano superiore di uno di essi. Il resto del piano formava la terrazza.
C’erano punti altrettanto alti nel resto dell’edificio, ma nessuno più alto, e nessuno abitato. Erano solo tetti.
Juli si affacciò alla balaustra di pietra scalpellata. Si poteva vedere il mare, e la città illuminata in lontananza, e il giardino interno al di sotto… E al di sopra c’era solo il cielo.
Controllo su tutto, senza essere vicino a niente.
Non era difficile capire perché avesse scelto di vivere qui.
Troppe cose non tornavano, in quello che era accaduto. Cose che non capiva, non solo negli eventi appena trascorsi, ma in tutti quegli ultimi giorni.
Era come se lui non avesse fatto nulla per evitare lo scontro. Anzi, era quasi come se lo avesse fomentato. Aveva lasciato che la rabbia aumentasse, ignorando gli altri, permettendogli di proseguire con i loro intrighi…
Glielo aveva detto persino lei, che stavano preparando qualcosa, e se ne era accorta lei…
Il suono dell’acqua scrosciante continuava. Angel se la prendeva comoda.
Rientrò, irritata con se stessa.
Aspettare era la prima cosa che si imparava. Fondamentale, ma in certe occasioni era difficile applicare la pazienza.
Se fosse stata a caccia, avrebbe potuto aspettare ore, del tutto immobile, e avrebbe goduto dell’attesa. Ora si era innervosita per una decina di minuti.
Accese la playstation che Angel aveva portata a casa da chissà dove qualche settimana prima e che per un po’ aveva affascinato entrambi con la sua novità. Ma era troppo semplice per i loro riflessi e la loro percezione spaziale, e non impegnava abbastanza da essere interessante, e dopo pochi giorni il gioco era stato relegato fra le cose inutili.
Anche adesso, non riuscì a tenerla occupata al punto di monopolizzare la sua attenzione, e lei continuò a rievocare ed analizzare la dinamica del duello, mentre il suo alter ego elettronico volava nei canyons di un pianeta alieno, a distruggere orde di bersagli virtuali.
Finalmente Angel uscì dal bagno.
Storse il naso, e, con gran sollievo di Juli, raccolse i vestiti e li chiuse in un sacchetto di plastica.
Restò a guardare la porta della stanza qualche istante, come se considerasse l’idea di scendere di sotto per liberarsi del sacco, poi lo gettò sulla terrazza.
L’odore continuava a sentirsi, ma, ora che era fuori, era diventato solo una componente dell’ambiente olfattivo, non qualcosa che impestava la casa, e non dava più fastidio.
Juli buttò la console sul letto, e fissò Angel con aria critica.
Sul torace aveva una larga ecchimosi e c’era un’alterazione della temperatura che aveva il suo nucleo al centro del petto e si diramava sul fianco destro, abbastanza consistente da indicare che aveva almeno qualche costola e forse anche lo sterno fratturati.
Era stato fortunato a non riportare lesioni abbastanza gravi da immobilizzarlo durante il combattimento, ma adesso andava tutto bene. L’innalzamento di temperatura corporea era dovuto all’afflusso di sangue e al maggior dispendio metabolico necessario a riparare i danni.
A parte quello, e qualche graffio superficiale sulle braccia, non aveva ferite.
Era stato un combattimento pulito, se si riusciva ad escludere la fine.
Ma era stato anche troppo lungo.
“Hai fatto apposta.” gli disse.
“Sicuro. E’ stato un vero piacere farmi massacrare.”
“Allora perché gli hai permesso di colpirti? Avresti potuto finire la lotta molto prima, vero?”
“Non lo so… Forse.” disse lui, sdraiandosi sul letto con le braccia incrociate sotto la testa.
Juli attese qualche minuto, per vedere se si sarebbe addormentato.
Doveva essere stanchissimo. Era stanca lei, che non era ferita, e non aveva combattuto… Lui doveva essere stremato.
Solo che non lo era per niente. I suoi segnali erano quelli di qualcuno del tutto vigile. E non sembrava neanche troppo infastidito dalle ossa rotte.
Anzi, emanava un senso di rilassata soddisfazione.
La ragazza decise di continuare con le domande.
“Stavi per sconfiggerlo quasi subito. Perché non lo hai fatto?”
“L’ho sconfitto.”
“Non subito. Così gli hai lasciato l’opportunità di essere lui a ucciderti. Era più forte di te.”
“In ogni caso, l’ho sconfitto.”
“Ma se non fossi stato armato…”
“Ma lo ero. E ha funzionato. Io combatto con le armi che ho. E’ il solo modo che conosco.”
Juliana sospirò.
“Con una pistola… Ma come facevi a sapere che ti avrebbe attaccato?”
“Non lo sapevo.”
“Allora… perché eri armato?”
Angel ridacchiò dolcemente.
“Sono un insicuro e le armi mi danno fiducia.”
Si alzò, mettendosi a sedere sul bordo del letto.
“Juliana, credo che avrei potuto ucciderlo subito. Cosa avrei risolto?”
La ragazza scosse la testa, esasperata.
“Almeno non saresti ferito.”
Lui si strinse nelle spalle.
“Questo è quello che avrei ottenuto io. Ma non c’ero solo io, in quella sala. Cosa avrebbero ottenuto, loro?”
Juli lo guardò con aria interrogativa, senza rispondere.
“Gli avrei dato un sistema di riferimento per valutare le mie capacità.” continuò Angel “Avrei ucciso Stephan, e la prossima volta sarebbe stato qualcuno più forte, più veloce… E sono tanti ad essere più forti di me. Che senso ha, affidarsi solo a zanne e artigli, o asce e spade, quando ci sono a disposizione mezzi molto più efficaci? Mezzi che mi hanno permesso, ferito e debole, di essere quello ancora vivo.”
“La pistola?”
Angel scosse la testa.
“L’averla usata.”
“Ma non eri preparato.”
“Si che ero preparato. Altrimenti non sarei qui, ti pare? Ho detto che non sapevo quando mi avrebbe attaccato. Ma prima o poi l’avrebbe fatto. Puoi cercare di prevedere tutti gli eventi, in tutti i modi che ti sembra possibile… e ci sono buone probabilità che andranno nel solo modo in cui non hai pensato.”
Forse era vero, ma Juli aveva l’impressione che le cose erano andate esattamente come aveva voluto. E che si fosse follemente divertito a farle andare in quel modo.
“Capisco. Questa volta sei stato tu l’imprevisto, perché non hai giocato secondo le regole.”
“E quali regole? Quelle che non ho fatto io? Andiamo... le regole le facciamo noi a nostro vantaggio, e le regole che consideriamo inviolabili sono quelle dettate da chi vince. La sola cosa che ho fatto di diverso, è stato non giocare secondo le abitudini.”
La ragazza non sapeva bene cosa dirgli. Che aveva avuto paura? Non vedeva come la cosa avrebbe potuto importargli.
“Ti attaccheranno ancora.” mormorò.
“Certo che lo faranno. Quando gli sarà passata la paura. Quando crederanno di riuscire a capire ogni cosa che potrei fare io. Non è detto che ci arrivino.”
C’erano ancora cose poco chiare, ma Angel non sembrava intenzionato a darle spontaneamente altre spiegazioni, e lei non era sicura di riuscire a fare le domande giuste.
A pensarci bene, non è che poi avesse fatto una cosa così strana. Chiunque sfruttava i vantaggi che il caso e le circostanze offrivano loro. Lo faceva anche lei.
Angel si era limitato a crearsela, la situazione di vantaggio.
“Hai fatto bene.” decise alla fine.
“Grazie per l’approvazione.”
“Dovresti fare la stessa cosa anche a Spike. E’ tuo nemico.”
“Non posso sfidare Spike.”
“Perché?”
“Perché potrebbe essere lui ad uccidere me, e questo vorrei evitarlo.”
“In questi giorni non è tanto in forma.”
“Uccidere un proprio parente ferito da una cacciatrice?”
“Lo hai detto tu che non ci sono regole.”
“Stephan e i suoi mi sarebbero subito saltati alla gola, e avrebbero avuto ragione. Uno capace di fare una cosa simile, di che altro sarebbe capace?”
Vero. Però evitava di dirle che non averlo fatto era stata considerata una debolezza, e li aveva spinti in ogni caso ad attaccarlo. Male per male, avrebbe potuto farla finita in ogni caso. Un nemico di meno di cui preoccuparsi.
E comunque ora avrebbe potuto chiudere il problema Spike in un istante.
Juli non riuscì a trattenere un’espressione di incredula ironia.
“Non è vero. Non è il motivo…”
Angel la afferrò per il collo, sollevandola di peso dalla poltrona.
“Vuoi insegnarmi a gestire la mia vita e la mia famiglia?”
Juli si immobilizzò subito, senza dire niente, né cercare di liberarsi.
Credeva che l’avrebbe lasciata andare subito. Quando si rese conto che invece lui continuava a stringere, e che stava conficcandole le unghie nella carne, cominciò a spaventarsi.
“Mi dispiace.” esclamò.
Lui aumentò la pressione, iniziando a schiacciarle la trachea e i fasci nervosi che rendevano il collo uno dei punti più sensibili del corpo.
“Ti prego… lasciami… mi fai male.”
Non aveva mai alzato le mani su di lei, e non si aspettava che si infuriasse per questo, ma Angel non sembrava per niente infuriato. Sembrava incuriosito, come se stesse osservando qualcosa per la prima volta.
La stessa espressione che aveva mentre guardava Stephan agonizzare. E stringeva.
In pochi istanti le fitte dolorose si estesero dalla gola alla testa e agli arti superiori, intorpidendoli.
A quel punto lei non poteva più reagire neanche volendo. Una stretta simile era in grado di paralizzare, e se avesse premuto solo ancora un poco, le avrebbe fatto perdere conoscenza.
“Scusami…” gemette.
Lui la lasciò andare, con una strana smorfia.
“Non hai ancora perso il vizio di usare quella parola.” mormorò.
La ragazza si sfregò la gola, fissandolo ad occhi sgranati.
Angel le aveva voltato deliberatamente le spalle.
“Vattene.” le disse.
Juliana lo guardò ancora per qualche istante, aspettando che il dolore svanisse del tutto e lei riavesse la padronanza del proprio corpo, poi lasciò la stanza.
La paura stava già passando. Più che altro era stata causata dall’immediatezza di quell’attacco così improvviso e inaspettato, perché in effetti non aveva subito nessun vero danno.
Non aveva troppa importanza neanche che l’avesse allontanata. Era sicura che presto l’avrebbe voluta di nuovo.
Non aveva nessun altro.
This message has been edited by solichan on Sep 22, 2003 12:07 AM
“Nel nostro paese” disse Alice, ancora un po’ trafelata “di solito si arriva da qualche altra parte... quando si corre per tutto il tempo che abbiamo corso noi.”
“Che paese lento!” disse la Regina “Qui, invece, devi correre più che puoi, per restare sempre nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte, devi correre almeno due volte più veloce.”
Il temporale stava arrivando. In anticipo. L’estate era ancora lontana.
Masse di aria calda e leggera si innalzavano fino al gelo della stratosfera, addensate in torreggianti cumulonembi che trasformavano il pomeriggio in notte.
… Le cose erano cambiate durante i giorni in cui era stato fuori gioco.
Come accadeva sempre in quei casi, aveva passato la convalescenza immerso in una specie di dormiveglia, in cui non aveva avuto una chiara consapevolezza del mondo. Poteva ricordare la presenza costante di Drusilla, e qualche volta, inaspettatamente, di Angel, ma poco altro.
Era stato come un sogno, ovattato e indistinto, ma era tornato, e le notizie riferitegli da Dru disegnavano una situazione allarmante.
Gli aveva detto che c’era paura, nella casa, e i principali oppositori di Angel cercavano di non farsi notare. Almeno quei pochi rimasti, visto che la maggior parte se ne era addirittura andata, o stava per andarsene.
Non che Spike si sentisse in grado di dar loro torto, dopo avere saputo della faccenda di Stephan…
… Drusilla teneva gli occhi chiusi. Non ne aveva bisogno. La vista fisica a lei non serviva.
Vedeva Spike, con più chiarezza di quanto non avrebbe potuto farlo sotto la Luna piena. Vedeva gli altri che lo circondavano.
Una volta erano solo ombre generate dalle persone, fantasmi che offuscavano la realtà senza mai cancellarla del tutto, ma erano diventati più consistenti. Forse prima o poi sarebbero diventati tanto consistenti da poterli toccare.
Poi c’erano le altre cose. Le cose che avevano cominciato ad apparire e l’attiravano con la loro definizione.
Qualche volta si era chiesta se non fossero loro, ad esistere, e quello che credeva il mondo nient’altro che un miraggio…
… Era davanti alla camera dove viveva Juli. La porta era aperta, quasi un invito ad entrare. All’interno, la ragazza era in compagnia di altre due giovani. Parlavano e ridevano. Una delle due donne la stava pettinando.
Era utile averla dalla propria parte, doveva tenerlo presente, soprattutto in un momento simile. Ora che Spike si era ripreso.
Finora non si era ancora fatto vedere in giro, ma in pochissimi giorni avrebbe ritrovato tutte le sue forze. La tregua stava per finire.
Lei voltò la testa nella sua direzione, solo per un attimo.
La sua compagna le divideva i capelli in ciocche. Piccole ciocche sottili, che arrotolava intorno a un dito, lisciava e intrecciava.
La rivoleva. Questo non lo aveva proprio previsto…
… Riportò l’attenzione alle sue amiche, e alle loro chiacchiere.
Non aveva fatto nessun tentativo per riavvicinarlo. Non poteva, a meno di non essere disposta a rischiare la vita. Angel avrebbe potuto considerarla una provocazione, e ora capiva bene che in qualsiasi momento poteva decidere di non sopportare provocazioni, e che non avrebbe esitato un attimo a farle davvero del male. Lui era il solo a potersi muovere, se voleva.
Ma, dopo l’uccisione di Stephen, Angel si era premurato di rendere difficile la vita degli altri anziani del gruppo, e questo aveva tenuta occupata tutta la sua attenzione. E anche lei e i suoi avevano avuto da fare.
La cosa migliore da fare sarebbe stato seguire il consiglio che le aveva dato, e andarsene.
Poteva tornare a casa. La sua famiglia l’avrebbe riaccolta, anche se era andata via contro il loro volere. Le avevano detto che era troppo presto per vivere sola, ma non avevano potuto certo obbligarla a restare.
Lasciare questo strano paese, dove sembrava esserci posto solo per la più inaudita violenza…
Casa sua era diversa. Si discuteva, prima di uccidere.
A pensarci bene, forse era il motivo per cui se ne era andata, e adesso era questa casa sua, e non aveva intenzione di rinunciarci…
Tuoni sommessi facevano vibrare l’aria, susseguendosi senza un attimo di pausa. Le foglie nel giardino si sollevarono in mulinelli e vortici.
… Quel bestione credeva di conoscerlo solo perché lo aveva visto secoli prima, quando Angel era un ragazzino dalla vita apparentemente già preordinata, all’ombra di Darla e del Maestro, quel loro antenato che Spike non aveva mai visto.
Quando lo aveva visto arrivare, con la sua arroganza e la sua testa vuota, abbastanza sveglio da non trovarsi a tiro della cacciatrice, ma non tanto da evitare di punzecchiare Angel, come se avesse ancora a che fare con quel ragazzino, aveva quasi pensato di dirgli a cosa stava andando incontro.
Lo aveva visto accadere decine di volte, e ogni volta era una sorpresa. Quasi tutti venivano ingannati dal modo di combattere di Angel. Era alto e robusto, e ci si aspettava che sfruttasse una forza superiore al normale. Quando scoprivano che non era così, tendevano a sottovalutarlo, e di solito era l’ultimo errore che facevano.
Comunque lo sottovalutavano sempre.
Quando guardavano Angel, vedevano solo un mezzo invalido, un essere mutilato, incompleto, incapace di vivere veramente, che per un secolo si era nascosto da tutti
Dimenticavano che a quel secolo era sopravvissuto. E nessuno si chiedeva come. Non se lo era mai chiesto neppure lui.
Dubitava che, dopo la scenetta a cui aveva costretto tutti ad assistere, ci fosse ancora qualcuno con molta voglia di sfidarlo.
Era stato così tipico, quel modo di comportarsi. Così apparentemente passivo e tollerante.
Fino a quando non decideva di muoversi.
Era come se prima di fare qualsiasi cosa, scomponesse le possibilità per ottenere le loro costituenti elementari. E poi dividesse ancora, e ancora… Come se potesse arrivare alla struttura atomica degli eventi… e solo a quel punto decidesse cosa fare.
Per questa faceva tanta paura. Non era più forte di altri. In realtà non era nemmeno più feroce. Quello che faceva poteva farlo chiunque, ma non in quel modo.
Quasi nessuno aveva la pazienza e capacità di controllo di Angel.
L’autocontrollo… La dote più ammirata, e al tempo stesso la più disprezzata. Poteva, fin troppo facilmente, essere scambiata per debolezza, o indecisione. O così si voleva credere, perché c’era un punto dove l’autocontrollo cedeva, e cedere era sempre e comunque una vergogna. Allora meglio dire che fosse debolezza.
Ma dove era il punto di cedimento di Angel, non lo sapeva.
Capiva anche il perché aveva lasciato decidere all’avversario come e quando colpire. Gli aveva lasciato condurre il gioco, eppure aveva fatto quella fine. Ora tutti si chiedevano cosa sarebbe successo se fosse stato invece Angel ad attaccare…
… Una volta aveva pregato, perché le ombre se ne andassero e la lasciassero in pace. Poi aveva capito l’inutilità delle preghiere, aveva smesso, e aveva cercato di chiudere gli occhi e la mente…
La differenza di potenziale trasformava cielo e terra nei due poli di un elettrodo, in attesa che scoccasse la scintilla per originare i lampi.
… Di nuovo davanti alla stanza di lei. Questa volta era sola, le altre se erano andate.
Aveva scostato le tende, per godersi lo spettacolo del temporale in arrivo.
“Vieni pure, se vuoi.”
Lui entrò, guardandosi intorno. Non si era mai preso il disturbo di venire qui.
Una stanza anonima, con pochi oggetti personali. Logico, d’altra parte. Lei aveva condotto una vita nomade fino a qualche mese prima. Non viaggiava certo trasportando troppi bagagli, e non aveva avuto molto tempo da dedicare all’arredamento.
La sola cosa che dava un minimo di calore alla stanza era la quantità di piante appoggiate alle finestre, situate tra i vetri e le immancabili tende nere, in modo che potessero ricevere la luce del Sole senza danno per la padrona…
… Doveva ammettere che questa volta gli aveva fatto un favore. Se Stephan avesse vinto, i prossimi a morire sarebbero stati lui e Dru. Stephan non gli avrebbe mai permesso di vivere. Si sarebbe dovuto accertare che nessuno decidesse di vendicarsi, e il solo modo sicuro era distruggere tutta la famiglia. Inoltre non avrebbe certo affrontato Angel solo per poi trovarsi davanti un rivale pericoloso come lui. Non riusciva a capire perché Angel non facesse la stessa cosa…
…Si sedette sul letto accanto a Spike, sdraiato con gli occhi fissi su di lei.
La sua nuova famiglia le aveva detto che non doveva combattere contro il suo dono. Che era giusto vedere, che vedendo poteva essere utile, poteva aiutare tutti loro a sopravvivere in un mondo dove la sola cosa facile era la morte.
Aveva obbedito.
Le avevano insegnato ad obbedire da quando aveva memoria, e aveva memoria anche di giorni passati nell’utero di sua madre (anche se questo non lo aveva mai detto a nessuno). Obbedire a un dio, a un padre o a un uomo. Che solo obbedendo e mortificandosi poteva fare ammenda del delitto di essere nata vedendo dove gli altri erano ciechi.
Per la prima volta si sentiva desiderata, e voluta.
I suoi altri genitori, quelli che erano morti soffocati dal proprio sangue, dicevano che era cattiva, e sbagliata. Questa nuova famiglia diceva invece che era buona. Gli altri dicevano che era un mostro, questi che era bellissima. Era quello che aveva sempre voluto, essere buona, essere desiderata. Anche se non desideravano lei, ma solo quello che poteva vedere, anche se le loro menti erano piene solo di se stessi.
Anche William…
Non era a lei che pensava, neppure ora. Né lui, né le ombre che lo circondavano, che si sfumavano e si concretizzavano in un variare continuo e inarrestabile, immagini di possibili altri che non erano mai stati, o avrebbero potuto essere. Ossessionati, tutti. Ma nessuno di loro ossessionato da lei…
… Il suo corpo rispose subito alle carezze di Drusilla. Sapeva come toccarla, dove toccarla. L’esperienza di una lunga familiarità trasformava i suoi gesti in automatismi.
Sapeva bene quanto precaria fosse la sua posizione. Si sentiva come se fosse vivo solo per un capriccio, una situazione che poteva cambiare in ogni istante.
Angel non cercava mai il dominio. Se possibile evitava di avere a che fare con altra gente, ma se ne era costretto, c’era una sola posizione che potesse rivestire. Essere il primo.
E lui non era diverso
Non dividevano mai il potere. Uno dei due doveva cedere.
Che cedesse Angel era escluso. Si sarebbe fatto uccidere, ma non si sarebbe mai piegato alla volontà altrui. Lo aveva fatto solo con Darla, ma Spike ricordava che di giorno in giorno la sua tolleranza verso l’autorità della donna diminuiva, Darla perdeva terreno e la loro relazione diventava più conflittuale. Eppure aveva amato Darla.
Che cedesse lui… non era sicuro di saperlo più fare…
… Movimenti perfetti. Una perfetta intesa che non cancellava la solitudine. Quello che lui le offriva era peggio del vuoto. Non era per questo che lo aveva cercato e portato alla sua vera vita.
Era così invitante, quello che vedeva. Ogni tanto voleva perdersi seguendo le immagini, e si dimenticava di questo mondo. Era facile. Difficile era trovare la volontà di tornare…
Una serie di fulmini illuminò la casa. L’odore dell’elettricità riempiva l’aria, più inebriante del profumo dei fiori.
… Guardò un po’ perplesso la complicata pettinatura che si era fatta, con i capelli tutti raccolti in treccioline. L’operazione doveva avere richiesto una notevole dose di pazienza sia da parte della pettinatrice che di Juli, e doveva essere stata dolorosa.
“Ti piace?” chiese lei.
“Non troppo.”
“A me si.”
Strana affermazione.
“Come fai a dirlo?”
“Immagino.”
Angel sembrò accantonare la cosa. Era in piedi, dietro di lei. Le mani appoggiate alle sue spalle risalirono lungo il collo.
“Mi sei mancata.”
La ragazza non fece nemmeno finta di negare l’affermazione. Né lei né Angel erano rimasti soli, in quei giorni, però gli altri compagni che aveva avuto erano poco importanti, e li aveva già dimenticati, e non aveva visto nessuno vicino a lui per più di un giorno o due.
“Sono sempre stata qui a tua disposizione.” mormorò.
“Infatti ora sono qui.”
“Ora che Spike è di nuovo in piedi.”
Angel annuì. Con Juli poteva rilassarsi completamente. Lei preferiva sempre la realtà alle illusioni, anche quando la realtà non era quella che voleva. Non cercava di trovare qualcosa che non esisteva…
… Juli sorrise. Non sapeva se l’amasse o meno, ma la cosa non la disturbava. Finché stava con lei, i sentimenti che lui poteva o non poteva provare non le interessavano.
La voleva per convenienza, e andava bene. Andava anche meglio che entrambi ne fossero consapevoli. L’amore era una cosa troppo caotica e casuale per essere desiderabile. Almeno uno di loro ne era libero. In questo modo, bastava far si che a lui fosse sempre conveniente averla con se…
Alla fine il temporale si era scatenato con una violenza impressionante.
Da qualche anno le manifestazioni meteorologiche sembravano avere scordato la moderazione.
Il caldo stremava, le piogge erano diluvi. L’energia termica alimentava i venti, e l’evaporazione, e l’umidità nell’aria impediva la perdita di radiazione solare nello spazio, aumentando il calore, in un circuito ininterrotto.
Era vero che il clima cambiava.
… Si staccò dall’amplesso che lo aveva lasciato appagato nel corpo, ma non gli aveva pacificato la mente.
Stephan aveva fatto quello che avrebbe dovuto fare lui, cercando alleanze quando ancora gli altri erano disposti a scontrarsi con Angel. Ora era tardi. Aveva sprecato una buona occasione, e non era affatto sicuro che si sarebbe ripresentata, a meno che lui stesso non si fosse dato da fare…
…Qualche volta si era anche chiesta perché tornare.
Temeva che presto sarebbe venuto il giorno in cui non ne avrebbe più trovato motivo, e se ne sarebbe andata, correndo dietro al Bianconiglio…
… Le passò le dita nei capelli, seguendo una delle treccioline. Ne prese l’estremità e cominciò a scioglierla delicatamente. La ciocca ricadde libera, liscia e lucida, quasi del colore del platino. Lui passò ad un altra, con più forza. Continuò lentamente, indugiando sulle trecce che legavano i capelli della nuca e dietro le orecchie, ora tirando e strattonando, pettinando i grovigli con le dita…
… Si era svegliata appena l’aveva toccata, ma era rimasta immobile, senza neanche sollevare le palpebre. Le stava facendo male, e gli occhi le si riempirono involontariamente di lacrime, ma non voleva reagire.
Ora aveva quello che voleva, e pensava che, tutto sommato, questo non era un gran prezzo da pagare.
Era arrivato in città da diversi giorni, attratto dalla facilità con cui si poteva trovare cibo, e dalla libertà di azione che qui era concessa, anche se c’era un prezzo da pagare in termini di sicurezza.
Strane cose si muovevano per le strade e fra i boschi. Un luogo pericoloso, più di qualsiasi altro, ma era sempre stato capace di evitare i problemi. Non aveva motivo di credere che qui sarebbe stato diverso.
Qualcosa lo colpì ad un fianco, con la violenza di un maglio.
Cadde nel pantano fangoso causato da giorni di pioggia ininterrotta, confuso e sorpreso dall’imprevedibilità dell’attacco. Nulla lo aveva avvertito dell’arrivo di una presenza estranea.
Riuscì a malapena a vedere il suo aggressore. Una ragazza bionda, senza espressione sul volto, ma con gli occhi che brillavano d’eccitazione, che lo assalì senza neanche dargli il tempo di trasformarsi.
* * * * * * *
Trovò Angel nella sala adibita a biblioteca, intento a cercare fra i libri. Lo vide alzare la testa, e voltarsi verso di lui.
Spike aveva voglia di girarsi e andarsene. Era riuscito ad evitarlo da quando si era rimesso in piedi, ma vivevano nella stessa casa, e la situazione non poteva andare avanti a lungo. Tanto valeva affrontarlo subito.
“Ti senti meglio?” chiese Angel.
Spike annuì, fermandosi ad una certa distanza.
“Mi meraviglio di stare tanto bene. Immagino che dovrei ringraziarti.”
“Ringrazia Drusilla. Io non ho fatto niente.”
“Dovrei ringraziarti per non avere fatto niente.”
Angel si strinse nelle spalle, sfogliando il libro che teneva in mano, ma senza in realtà perdere di vista l’altro uomo.
“Perché… non hai fatto niente?” continuò Spike.
“Ti stai lamentando di essere vivo? Finora ho sopravvalutato la tua intelligenza, ragazzo mio.”
“Sono felicissimo di essere vivo… però ti conosco. La cosa che devo temere meno è proprio che tu tenti di uccidermi.”
“Scusami. Prometto che non lo farò più. Vai a farti ferire un’altra volta, così posso darti il colpo di grazia, e farti contento.”
“Era la tua buona occasione.”
“Io non ho bisogno di occasioni, per ucciderti.”
Spike sbuffò disgustato.
“Allora perché non lo hai mai fatto?”
“Perché non ho mai voluto?” rispose l’altro con un sorriso disarmante.
Spike si passò le mani sul volto. Si stava infuriando. Per quanto facesse, non sarebbe riuscito ad ottenere una risposta esplicita.
Capire il perché delle azioni di Angel stava diventando un’ossessione. Poteva ripetersi fino alla nausea che un simile atteggiamento non gli sarebbe stato di nessuna utilità, ma non era mai stato capace di accantonare i propri pensieri, una volta che gli erano venuti alla mente. L’ossessione era un lato del suo carattere che non riusciva a tenere sotto controllo.
“Cazzo, ma non sei capace di rispondere chiaramente?” gridò.
“Non urlare!”
Spike si ritrasse, zittendosi subito.
Angel continuava a fissarlo. Nonostante il giovane passasse il tempo intrigando contro di lui, e avesse anche tentato di ucciderlo, automaticamente obbediva ancora ad un ordine diretto e dato con il giusto tono. Il condizionamento subito nei primi anni teneva ancora, almeno in parte.
Non era facile, spezzarlo. Fin troppo spesso i giovani sviluppavano per il proprio sire un odio e una rabbia persino superiore a quella che erano capaci di provare per le altre creature. Si investiva molto tempo e fatica a suscitare la giusta dose di terrore nei propri discendenti, proprio per evitare di essere uccisi da loro, e Angel non era mai stato più tenero del normale.
Spike era stato quasi sul punto di scusarsi, poi la rabbia era tornata, accresciuta dal fatto che era bastata una sola parola a piegarlo. Come un bambino.
Colpì con una manata il tavolo, contraendo le dita. Il legno si scheggiò sotto la pressione degli artigli.
Non era un bambino.
Aveva vissuto solo a lungo. Solo a decidere, solo a pensare, da solo era riuscito a far sopravvivere la sua compagna. (Ed è stato difficile… Solo io so quanto è stato difficile)
Non aveva bisogno di nessuno, nessuna necessità di sottomettersi ad un individuo che nel migliore dei casi poteva solo definirsi… noncurante.
Sentì la prudenza svanire. Si mosse verso il rivale, la fonte della sua collera.
Troppo vicino.
Angel strinse gli occhi. Un’onda sembrò percorrere le iridi, dal contorno esterno verso l’interno, lasciando dietro di se l’oro, trascinando via il nero, concentrandolo tutto nelle pupille contratte come punti.
Aveva la libreria alle spalle, e nessuna via d’uscita. In una simile situazione, il solo meccanismo di difesa era l’aggressione, e il suo livello di tolleranza alle minacce si era abbassato fino ad annullarsi. Avrebbe reagito al minimo accenno di pericolo.
Alzò una mano, non ancora del tutto trasformato, ma quasi.
Spike stava registrando ogni sua azione, e accantonava tutto. Sarebbe stato attaccato, ma non gli importava. In quel momento solo la rabbia aveva importanza.
“Eccovi qui.” disse Drusilla.
La ragazza li aveva raggiunti, camminando con il suo passo danzante.
“I miei amori… Vi nascondete.”
Si mise tra loro, frantumando la tensione prima che raggiungesse il punto oltre il quale non ci sarebbe stata più la possibilità di non combattere.
“Stavate litigando? Non ora. Non ancora.”
In quel momento, Spike prese coscienza di quanto fosse stato vicino al disastro, e peggio, di quanto non gli fosse importato. L’impulsività era il suo vero nemico…
Non importava quanto fosse forte, o abile. Angel gli avrebbe rivoltato contro qualsiasi atto avventato.
Non poteva più agire senza valutare le conseguenze.
Peccato solo che era molto più facile decidere di essere prudente, piuttosto che diventarlo realmente.
Dru si avvicinò ad Angel, gli accarezzò il volto e i capelli. La lasciò fare. Non c’erano problemi con lei.
Sorrise, e le prese una mano.
Adesso Spike aveva un'altra buona ragione per ringraziare la compagna. Ma non credeva che lo avrebbe fatto. Spike prendeva per scontato il suo affetto. Prendeva per scontate troppe cose.
Come credere che lui avesse sempre un buon motivo per quello che faceva, ad esempio.
Per usanza, consuetudini, interesse, poteva fare a Spike quello che voleva, con il solo limite che Spike stesso (o Dru, se solo fosse stata capace di fare altro che mugolare e piangere) era in grado di imporre.
Doveva avvertirlo, forse, di stare attento. Ma a pensarci bene, non era quello che voleva?
Non aveva bisogno di occasioni, per ucciderlo. Forse stava cercando un motivo.
Drusilla gli passò una mano dietro il collo, abbassandogli la testa.
“Lei sta arrivando, e ti vuole, mio angelo.” gli disse all’orecchio.
Sembrava eccitata, e impaziente. Li prese entrambi per mano, e li trascinò fuori dalla biblioteca.
“Andiamo. Non dobbiamo farla aspettare.”
Spike seguì la donna. Solo ora si rese conto che Angel continuava a studiarlo, senza perdersi un solo movimento. Non solo i suoi occhi, ma tutti i sensi erano puntati su di lui.
Aveva continuato a osservarlo con attenzione dall’istante in cui era entrato nella sala. (Da prima… molto prima… Da…)
Sempre.
O meglio, da quando si erano ritrovati.
Non ricordava una volta in cui Angel avesse trascurato di sorvegliarlo anche per un solo istante.
Aveva paura di lui. Strano non essersene mai accorto. Sapeva di essere un combattente temibile, ma non si faceva illusioni. Non era quello il motivo.
Juli entrò nella sala trascinandosi dietro un uomo legato e bendato. Lo scagliò per terra, e gli tolse il giubbotto che gli aveva avvolto intorno alla testa come un cappuccio.
L’uomo si guardò intorno, spaventato. Si trovava in una grande sala, molto illuminata. Parecchia gente lo fissava. La sua catturatrice si era avvicinata a un giovane bruno. Dall’atteggiamento doveva essere il capo del gruppo, e lo guardava con una specie di bonaria curiosità. Rannicchiata sul divano vicino a lui, una donna canticchiava a voce sommessa, senza prestare attenzione a quello che stava succedendo, e un altro ragazzo con capelli innaturalmente bianchi e gelidi occhi grigi era in piedi con le mani appoggiate allo schienale, sovrastandola con aria possessiva.
C’era qualcosa di sbagliato in questo posto.
La donna che cantava. Aveva uno sguardo vuoto, era vuota…
L’età dei presenti….
Erano quasi tutti troppo giovani.
La tizia bionda era solo un’adolescente, la maggior parte degli altri poco più che ragazzini, e persino il leader, per quanto molto più vecchio, era troppo giovane per controllare un gruppo così vasto, ed evidentemente prospero. C’era qualche anziano, veri anziani, ma si tenevano a distanza dagli altri, come se ne avessero paura.
Non aveva mai visto una cosa simile. I gruppi di soli giovani erano di solito bande di miserabili allontanati dalle loro famiglie, che si mettevano insieme perché troppo deboli e incapaci per vivere soli o farsi accettare da altri, ed erano caratterizzati da un’aria di sopravvivenza. Un territorio come questo doveva appartenere a una comunità stabile e potente, che non lasciasse spazio a simili gruppi, o al limite permettesse loro solo un’esistenza marginale, e certo non avrebbe tollerato qualche avventuriero che stesse cercando di crearsi un proprio gruppo mettendo insieme degli sbandati.
Ma nessuno di questi aveva l’aria di uno sbandato. I tre giovani sul divano avevano addirittura l’aria indefinibile di aristocratici, gente appartenente a qualche Ordine, e i due maschi sembravano individui capaci di badare a se stessi in qualsiasi circostanza.
Anche l’ambiente era troppo ricco. L’edificio che comprendeva una sala simile doveva essere un palazzo. Dietro le vetrate intravedeva un giardino curato, e non c’era un solo oggetto che stonasse. Non era il rifugio di qualcuno che cercasse di passare inosservato.
Si rese conto che questi non erano affatto emarginati. Erano i padroni di casa.
Non era impossibile che qualche giovane particolarmente sveglio riuscisse a spodestare il capo di un gruppo anche potente, ma di certo era molto improbabile. Poi, se era così, per quale motivo i capi del gruppo si tenevano intorno i ragazzi, ed escludevano gli altri?
Cercò di alzarsi, ma la biondina lo afferrò per i capelli con un ruggito furioso e lo rigettò a terra. Questa volta lui rimase immobile.
“Cosa ne faccio?” chiese la ragazza all’uomo scuro.
“Lo hai preso tu. E’ tuo. Decidi da sola.” rispose lui.
La paura divenne panico sentendo quelle parole. Nessuno si era preso il disturbo di rivolgergli la parola. La bionda non lo guardava neanche più, ma i ragazzi alle sue spalle erano nervosi.
Il loro dominio era stato violato, e smaniavano per il desiderio di eliminare l’intruso. Sapeva che poteva essere un pericolo, non avvicinare con le dovute cautele i signori del luogo. A nessuno piaceva avere estranei nel proprio territorio, e lui non aveva la forza di imporre la sua presenza, ma odiava avere a che fare con altri, ed era stato attento a non infastidire nessuno, a cacciare ai margini. Questo di solito assicurava una certa temporanea tolleranza, o al limite l’essere cacciato via senza altri problemi.
Questa gente doveva essere molto aggressiva, o molto irritabile.
La ragazza che era stata nominata suo giudice si era seduta, guardando i suoi compagni con attenzione.
I due uomini ora erano adesso solo freddamente interessati a quello che stava per succedere, e la donna sul divano non cantava più. Era attenta, con uno sguardo di avidità negli occhi ora vivi e dorati.
* * * * * * *
Adesso erano rimasti soli.
Gli avvenimenti della serata avevano sovreccitato gli animi, movimentando un po’ la monotonia della loro vita. Sembrava incredibile che un paese simile, così pericoloso, potesse essere monotono, ma dopo un po’, anche il pericolo da assuefazione, e con le loro menti rapide e la loro volubilità si annoiavano in fretta.
Soprattutto dopo i lunghi giorni di pioggia. Il cattivo tempo permetteva di uscire anche di giorno, ma a nessuno piaceva bagnarsi, e muoversi in una città trasformata in palude, se non era necessario, e la volontaria clausura aveva provocato nervosismo e liti.
Angel non le aveva rivolto una parola, fino a che l’ultimo dei loro compagni non aveva lasciato la sala.
“Juliana.” disse a quel punto “Non possiamo uccidere tutti quelli che arrivano. Se ci basassimo solo su quelli che troviamo nella zona e trasformiamo, in poco tempo non rimarrebbe nessuno. Il tasso di mortalità è molto alto, qui. Abbiamo bisogno di apporti dall’esterno. Lo capisci?”
Lei abbassò gli occhi. Angel non stava comunicando niente. Né irritazione, né soddisfazione, né altro. Non riusciva a capire se volesse rimproverarla o meno.
“Ho sbagliato?” chiese.
“Tu che ne pensi?”
“No… Pensavo di no.”
“Certo che tu pensavi di no. Sarebbe stupido fare una cosa che consideri sbagliata, non credi?”
Juli annuì.
“Avrei dovuto lasciarlo andare?” gli chiese. Ora non si sentiva tanto sicura di quello che aveva fatto.
Angel guardò il viso preoccupato della ragazza. Cercava da lui una conferma alle sue azioni, e la cosa andava bene.
“Tu hai deciso. Adesso non cercare di tornare sui tuoi passi. Non serve. Piuttosto, valuta i motivi per cui l’hai fatto.”
La ragazza sospirò, e cercò di mettere ordine nei suoi pensieri.
“Girava qui intorno da un po’ di giorni, standosene sempre in periferia.”
“Dove vai tu di solito.”
Lei annuì.
“Si. Gli ho lasciato il tempo necessario per mostrarsi, se voleva. Invece ha preferito restare nascosto.”
“E perché lo hai lasciato ai tuoi amici? Non volevi ucciderlo con le tue mani?”
Lo aveva voluto, chiaramente. E la paura dell’intruso aveva esasperato il desiderio. Era difficile cedere ad altri le proprie prede. Occorreva applicare la volontà per superare le proprie pulsioni istintive, e comunque restava sempre la frustrazione di un atto rimasto senza compimento. Non tutti ne erano capaci.
Lei si strinse nelle spalle.
“Loro lo volevano di più.”
Angel le sorrise. Controllare tutti coloro che abitavano nella zona, vivessero con loro o meno, era una esigenza primaria, ma quella di Juliana non era stata un’azione dettata dalla rabbia per un’invasione territoriale. Non solo, almeno. La ragazza aveva valutato le sue mosse. Lasciando il prigioniero nelle mani dei suoi compagni, li aveva legati ancora di più a sé.
“Non hai sbagliato.” le disse.
“Per un po’ avevo pensato anche di lasciarlo andare.”
“Anche quello non sarebbe stato sbagliato, se c’erano motivi per farlo.” Si alzò, e prese per mano la ragazza “Usciamo anche noi. Voglio farti vedere una cosa.”
* * * * * * *
Spike aveva riportato Drusilla nel loro appartamento e le aveva dato un sonnifero. Ora aspettava che facesse effetto, prima di andarsene. Voleva uscire, ma non si fidava a lasciarla sola, e questa notte nessuno avrebbe accettato di restare a sorvegliarla.
Aveva tastato il terreno in quei giorni, e aveva avuto la conferma di quello che aveva sospettato.
Nessuno si sarebbe più azzardato a mettersi contro Angel, ma certo nessuno si sarebbe schierato con lui, nel caso fosse stato sfidato, almeno per ora.
Solo che c’era la ragazza.
All’inizio non aveva fatto un gran caso a lei, anche se l’aveva vista spesso accanto ad Angel, ma Juli non era più la misera vagabonda che era stata solo pochi mesi prima. Tutti i suoi coetanei la seguivano, e l’appoggio dei giovani era importante. In fondo ora erano loro a costituire la maggior parte dei membri del gruppo.
La sua convalescenza era stata più lunga del previsto. Le tossine assimilate tenendosi un pezzo di legno in corpo per ore avevano reso il processo di guarigione lento e doloroso, e, anche se era in piedi da parecchi giorni, non aveva potuto uscire dal proprio appartamento né mostrarsi agli altri fino a quando non si era ripreso perfettamente, e l’obbligato isolamento e la conseguente inattività non avevano fatto altro che accrescere il suo nervosismo e la sua preoccupazione.
La ragazza aveva sfruttato il tempo in cui era stato male, impossibilitato ad ostacolarla, per accrescere il suo potere, ed era stata brava.
Era difficile che individui tanto giovani formassero alleanze. Questo poteva capitare in un’altra fase della vita. I capi famiglia tendevano ad allontanare i propri discendenti, una volta in grado di sopravvivere con i propri mezzi, se erano troppo ambiziosi, o troppo incapaci, o la zona non aveva le risorse o lo spazio per sostenere l’incremento di popolazione, o semplicemente non volevano intorno altri individui.
Allora, quelli che si trovavano soli talvolta si univano in gruppi. Ma che dei ragazzi che vivevano in una comunità si alleassero per fronteggiare i loro stessi simili e raggiungere scopi comuni… era una cosa davvero insolita.
Juliana aveva sfruttato la condizione aberrante della loro comunità.
C’era un numero di giovani superiore alla norma, e molti di essi erano soli, visto che ogni tanto qualcuno spariva, lasciando i propri figli troppo inesperti, troppo spaventati e troppo confusi per pensare a qualcosa di più che sopravvivere un giorno dopo l’altro.
Altrove, se non avessero trovato subito qualcuno che li teneva, sarebbero stati eliminati, a causa del pericolo che rappresentavano con la loro instabilità e la loro imprudenza. Qui, erano tollerati per il semplice fatto che il problema era opposto a quello del resto del mondo. Correvano il rischio di diminuire di numero, non di aumentare troppo, e non c’era la necessità di nascondere la loro esistenza. Ma per quanto accettati, la loro posizione era sempre precaria, e nessuno si preoccupava della loro sorte.
Eppure erano abbastanza forti, e formavano una risorsa a cui nessuno aveva fatto caso.
Tranne Juliana.
Questa sera aveva dimostrato bene di cosa era capace, con quel disgraziato che era stato tanto sfortunato da incontrarla.
Presto sarebbe diventata un pericolo diretto. Lo odiava.
Lo odiava perché al loro primo incontro lui l’aveva colpita. Non pensava neppure che lei avrebbe potuto dimenticare una cosa simile. Non dimenticavano nulla, ed erano tenaci nel loro rancore.
E lo odiava perché era nemico di Angel, e lei ne era innamorata. Anche nell’amore erano tenaci.
Se ne avesse avuta la possibilità, lo avrebbe distrutto, e la possibilità se la stava costruendo. Stava imparando in fretta.
Giovane, innamorata e potente… una combinazione che poteva risultare pericolosa.
Faceva di tutto per portare i suoi amici dalla parte di Angel. Prima o poi li avrebbe convinti a prendere posizione.
… Sfiorò la fronte della compagna. Finalmente dormiva. Lui era libero…
Non poteva fare niente contro Angel, ma il problema Juliana era risolvibile.
Non aveva proprio bisogno di trovarsi intorno un altro mostro dal sangue freddo.
* * * * * * *
L’avevano seguita per ore, più vicini di quanto Juli avesse creduto possibile senza farsi scoprire, fino a quando lei era tornata a casa. Ora la vedevano muoversi nella stanza al primo piano.
“Non ne ho mai vista una.” disse Juliana.
“Mi sarei stupito del contrario. Le probabilità di trovarle non sono molte. E’ il nostro fenomeno locale. Uno dei fenomeni locali.”
“Ma non avevo mai visto nemmeno lei.”
Sapeva della sua esistenza, naturalmente. Conosceva tutta la storia, ma fino a quel momento non l’aveva mai incontrata.
“Lo immaginavo. Sei ancora viva.”
“E’ così pericolosa?”
“Si, se ti prende. Basta non farsi prendere.”
“Perché? C’è un sistema?”
“E’ come tutti gli altri. Prevedibile e abitudinaria. Come Stephan, gioca senza discutere le regole. Ha i suoi territori e i suoi orari. In due terzi della città non ha mai messo piede. Tu resta in quelle zone. E per quanto possibile non andare in giro da sola. Se la incontri, e sei in un gruppo, la possibilità che prenda di mira proprio te diminuisce. Non è difficile. Anche molti di quelli che vivono qui da anni non l’hanno mai vista.”
Si voltò verso la compagna. Lei lo teneva per un braccio, stringendo il pugno con un movimento ritmico, e gli artigli che aveva inconsapevolmente estroflesso gli penetravano la pelle.
“Stalle lontana.” le disse.
“Tu non lo fai.”
“Tu non sei me.”
Lei gli diede un’occhiata perplessa. Forse Angel faceva affidamento alla storia che c’era stata fra loro, ma Juli dubitava che un essere come quello avrebbe esitato, anche davanti al suo vecchio amante.
“E se me la trovassi di fronte?” chiese.
“Scappa. Potresti avere qualche possibilità. C’è… chi va a cercarla. Vogliono affrontarla… vogliono ucciderla. Vogliono soddisfare qualche tipo di orgoglio… non lo so… Tu non farlo. Affrontare un avversario più forte, nelle condizioni in cui sai che è più forte, quando non ne hai necessità… non è coraggio. E’ idiozia. Cerca di non diventare il primo nemico di te stessa. ”
“Tu hai mai pensato di affrontarla?”
“Qualche volta.”
“E…?”
“Mi sono chiuso in casa finché non mi è passato il pensiero.” (Almeno finora ha funzionato)
Juli sembrava affascinata, come se il resto del mondo fosse sparito.
“Perché lo fa?”
“Non può fare altro. Hai mai visto una tigre in gabbia? Comincia a camminare avanti e indietro, e impazzisce lentamente. Impazzisce ad ogni passo che fa. Arriva ad un certo punto che, se anche la liberi, continua a muoversi nello stesso modo, perché la gabbia ormai ce l’ha nella testa. Per lei sarebbe la stessa cosa. Come per noi.”
“Questo lo capisco… Ma perché noi? Non ci nutriamo del sangue delle cacciatrici, e loro non ottengono nulla dandoci la caccia… se non morire in fretta.”
“Lei non sa niente.”
La ragazza lo guardò stupefatta, ma ora era lui che teneva gli occhi fissi sulla donna dietro alla finestra.
“Non sa chi è. Non sa com’è. Nessuno le ha insegnato. Si è trovata in questo mondo da sola. Ha solo istinto. Di fare. Non sa perché.” Angel sorrise alla compagna “E’ comunque chiusa in gabbia. Credo che impazzirà in ogni caso, se non trova qualcuno che la uccide prima.”
Unì le mani, puntando gli indici contro la figura distante, come un bambino che gioca facendo finta di essere armato. Juli capì cosa significava. Aveva sparato a Stephan, avrebbe potuto farlo alla cacciatrice, se avesse voluto. Stavolta non gli chiese perché non voleva. Poteva immaginarlo.
Restarono a guardarla per un po’, fino a quando non spense le ultime luci.
“Vieni.” disse Angel “Siamo rimasti qui abbastanza. Torniamo a casa.”
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La scosse, ma era come scuotere una bambola.
Non aveva avuto bisogno di guardarla, o toccarla, per capire che era solo un involucro vuoto.
Quello che faceva di lei Drusilla non c’era. Gli fece paura. Il legame che li univa si stava sfilacciando.
“Dru…”
Una presenza familiare, dietro di lui… un ago di ghiaccio passato lungo la spina dorsale…
Angel.
E Juliana, come al solito dietro al compagno.
“Tu! Vattene.” sibilò alla ragazza bionda.
Per un attimo Juli non si mosse, ma appena Spike fece un passo nella sua direzione, corse fuori.
Angel si era avvicinato a Drusilla, ignorando gli altri due.
Ancora una volta era stato chiamato da lei.
Sentiva la sua presenza. Qualcosa che ora non lo lasciava mai, un’ombra che gli offuscava i pensieri.
Ogni giorno lei sembrava allontanarsi di più, ogni giorno faceva sempre più fatica a tornare. Sempre meno attenta e consapevole di ciò che le stava intorno.
Ora che Spike stava di nuovo bene, sembrava non ci fosse più niente a controllarla.
Aveva una vaga idea di cosa vedeva la donna. Aveva avuto simili esperienze. Il mondo che si sgranava come un quadro impressionista visto troppo da vicino, a rivelare un’immagine diversa, mai definita, mai chiara, che cercava di sovrapporsi all’originale, senza mai riuscire a sostituirla, gettando la mente nel panico e nella confusione, incapace di trovare un ordine a cui appellarsi.
E lui era fortunato.
Le sue capacità di chiaroveggenza era limitate, embrionali. Qualche volta, erano persino utili. Non quelle di Dru. Non a lei. Non era un dono, era una disgrazia. Era questa la realtà dove doveva vivere, non poteva smarrirsi nei sogni.
Questa volta l’aveva sentita scivolare via, perdere il suo contatto.
“Non ti sente. E non ti vede. E’ lontana ora.” disse a Spike.
“E’ sempre peggio. Non ha mai fatto così.”
Angel si strinse nelle spalle e si diresse alla finestra, guardando all’esterno.
Era stata Drusilla a scegliere queste stanze, che davano direttamente sul giardino interno che lei amava e Spike odiava. Ma, come sempre, Spike aveva ceduto ai desideri della moglie. Perché no, in fondo? Non era così importante.
“E’ facile perdersi, qui. Per tutti. Per Drusilla, deve essere solo un po’ più facile che per gli altri.”
Spike la scosse ancora. Ancora senza risultato.
“Dru… avanti, tesoro…”
Angel gli sorrise.
“Prova a picchiarla.”
L’altro sembrò non aver sentito.
“Colpiscila, Will.” ripetè Angel.
Spike si voltò verso di lui.
“Ma che dici? Che stai dicendo?”
“Colpiscila.”
Spike gli si avvicinò, cercando di capire se stesse dicendo sul serio.
“Sei pazzo?” (‘è’… pazzo. Pazzo come Drusilla)
“Io non so dove si va quando si è in questo stato, non so quale strada si percorre… lasciami un po’ di tempo e lo capirò… Mi segui, Spike?”
Il giovane lo fissò con l’espressione di chi si trova di fronte qualcosa di disgustoso.
“Si… va avanti. Fammi capire perché dovrei picchiare lei invece di tagliare la gola a te.”
“No… non pensare a me, una volta tanto. Pensa a Dru.”
“Angel…” (Pazzo come lei, ma non altrettanto vulnerabile)
“Non so dove si va… ma so che il solo modo sicuro di tornare è essere riportati a forza in questo mondo. Picchiala.”
Spike si mise a ridere. Doveva sembrare isterico, ma non riusciva a trattenersi.
“Devo stare anche ad ascoltarti?”
Angel si sedette sul davanzale, e assunse quell’irritante tono da insegnante che prendeva spesso.
“Non è malata… non come credi tu. Possibile che non te ne sei mai accorto?”
Stavolta Spike non rispose
“Riconosciamo il mondo e noi stessi solo tramite le nostre sensazioni…” continuò Angel.
“Lo so. Ho studiato anch’io, sai?”
“Applica quello che hai imparato, allora. Se tu non avessi più nessuna percezione del mondo, che è anche percezione di te stesso, non è vero che per te il mondo cesserebbe di esistere? Che anche tu cesseresti di esistere?”
“E’ quello che sta succedendo?”
“E’ quello che credo… si.”
Non sarebbe scomparsa in senso letterale, naturalmente. Il suo corpo sarebbe rimasto fino all’attimo della morte fisica, ma anche quella non avrebbe tardato.
“Devi trovare il modo di riportarla qui. La paura… è forse la sensazione più forte. Non la più duratura, ma per l’attimo che esiste è la più forte. Con la paura ogni altra cosa diventa secondaria. Il dolore è la più diretta fonte di paura che io conosca. Fa credere al suo corpo di essere in pericolo, e forse risponderà riportando la sua mente.”
“Non chiedermi una cosa simile…”
“Non ti sto chiedendo niente. Ho risposto alla tua domanda.”
Si allontanava ancora. Il legame mentale fra loro era quasi impercettibile.
Spike alzò una mano per colpirla, ma senza avere la forza di farlo.
“Non posso.”
“E allora lasciala dove si trova. La scelta è tua. Prima o poi troverà da sola la strada per tornare, lo ha sempre fatto, non è vero?”
“Non… non posso colpirla. Non le ho mai fatto del male.”
“Potresti iniziare oggi, se non fai niente.”
Sempre più lontana… Spike cercò di riallacciare gli ultimi fili di pensiero che trattenevano Drusilla, e li sentì sfuggire.
“Fallo tu.” mormorò.
Angel non aveva espressione, ma il disprezzo che provava… avrebbe potuto urlarlo, e non sarebbe stato più esplicito.
“Non ti basta il coraggio per sporcarti le mani e colpirla, ma per chiedermi di farlo al posto tuo invece si? E tu? Resti a guardare? Corri a nasconderti? Così potresti dire a te stesso di non averle fatto niente. Cosa vuoi fare?”
Spike non rispose.
Stava cedendo. Aveva paura di quello che doveva fare, e anche più paura nel pensare che stava davvero valutando di farlo.
“Perché no? Potrei amarla più di te. Potrei amarla abbastanza.” disse Angel.
“Tu non la ami.”
“Forse. Ma sei disposto a rimanere sempre con questo dubbio?”
Spike si avvicinò di nuovo a Drusilla. Questa volta non fece neppure il gesto di colpirla. Le prese una mano accarezzandole le dita.
“Cosa credi di fare, principe azzurro?” disse Angel “Cerchi di eccitare la bella addormentata sperando che si risvegli? Provaci, ma non credo funzionerà. Non credo che così riuscirai ad attirare la sua attenzione.”
“Ti stai divertendo.”
“Questo cambierebbe qualcosa?”
Angel lo vedeva esitare, e si era alzato facendo il gesto di andare verso Dru. Spike aveva tratto un respiro che sembrava un gemito e aveva colpito Drusilla in faccia. Nessuna reazione. La colpì ancora, più forte. Due… tre volte. Un filo di sangue apparve sulla bocca della donna… (Svegliati Dru… svegliati)
… e un istante di consapevolezza nei suoi occhi… (SVEGLIATI!!!!)
Lei alzò una mano in un istintivo gesto di difesa… (Adesso che mi hai costretto a questo…)
… e gli si rivoltò conto, artigliandogli un braccio. Automaticamente, Spike aumentò la violenza dei suoi colpi, in risposta al dolore.
Dru barcollò e cadde, ma lui non smise.
Ora non colpiva per cercare di risvegliarla. Solo che non riusciva più a fermarsi, come se tutta la rabbia e l’esasperazione accumulata in tanti anni eruttassero in quel momento.
Continuò a picchiarla, anche quando lei ebbe il volto coperto di sangue, come le sue mani.
Non si fermava e non guardò Angel, perché aveva il terrore di vederlo ridere, o di incontrare i suoi occhi…
Drusilla urlò. Un grido acuto come non aveva mai emesso. Spike si allontanò coprendosi le orecchie, mentre lei sembrava non smettere più di urlare.
Juliana era rimasta fuori, seduta per terra accanto alla porta.
Appena vide Spike fuggire, entrò nella sala. Angel era ancora appoggiato alla finestra, guardando Drusilla che piangeva.
Juli era indecisa su cosa fare.
Alla fine, vedendo che Angel non si muoveva, aiutò l’altra donna a rialzarsi e la accompagnò a letto.
L’animosità che provava per Spike non era riflessa su di lei. Non ne aveva neanche paura, come tanti altri, ma la sua presenza la disturbava, non poteva negarlo.
Aspettò fino a quando non ebbe smesso di piangere, e si fu addormentata, poi si rivolse al compagno.
“Angel… Posso… farti una domanda?”
Lui restò a fissarla senza espressione. La ragazza era un po’ spaventata. (Una domanda personale. E’ questo che intendi, vero?)
Alla fine annuì.
“Perché tieni Drusilla?”
Questa volta Juli non aveva il tono di rimprovero che aveva avuto quando gli aveva fatto la stessa domanda su Spike. Voleva solo capire.
Comprensibile.
Drusilla non avrebbe neanche dovuto esserci. Era pazza, ed era malata. Di solito questo sarebbe bastato per eliminarla immediatamente.
“E’ utile.”
Juli chinò il capo. Non avrebbe avuto altre risposte. (Utile…)
Doveva avere i suoi motivi, per quello che faceva.
Lei non sapeva cosa c’era stato in passato fra loro, o cosa non c’era stato, e il modo in cui Angel trattava i suoi figli non erano affari suoi. Non avrebbe potuto intromettersi neanche volendo… ma che razza di vita spaventosa era quella di Drusilla?
* * * * * * *
La terra si estendeva fino ai limiti della vista. Un deserto di polvere grigia sotto il cielo notturno.
Drusilla si inginocchiò e con la mano spazzò la polvere. Al di sotto, la superficie era vetro. Il suo riflesso, una figura racchiusa in un bozzolo di velo.
La chiazza ripulita si allargò, e tutta la polvere defluì via.
Ora il suolo era duro e lucente. Sopra di lei, le stelle si muovevano nella loro lenta danza che aveva come centro l’asse polare. I rami della Via Lattea tracciavano strade celesti.
Troppe stelle. Più di quelle dell’emisfero boreale in inverno, così brillanti che lei proiettava un’ombra al suolo.
(Sto sognando)
Una figura alata proveniente da ovest attraversò la volta, oscurando per un attimo le stelle. Un uccello?
Si diresse verso dove era atterrato, camminando in quella desolata terra-specchio.
Mentre avanzava, costoni frastagliati di ossidiana si alzavano intorno a lei. Le stelle erano sempre più luminose e l’aria gelida.
Ora camminava fra creste taglienti, e pinnacoli spolverati di brina e ghiaccio. Anche il suolo era nero.
Un mondo di vetro nero e luce stellare.
Non era sola. Qualcosa camminava sulle rocce. Con la coda dell’occhio vedeva l’ombra balzare da un picco all’altro, ma quando cercava di focalizzare la figura, non c’era nulla.
(Sto sognando?)
Si trovò davanti ad una guglia.
Un ruggito vibrò nell’aria al di sopra di lei.
Alzò il volto.
Sdraiato sulle lastre di basalto, un grifone nero la guardava con occhi d’oro.
Era pantera, non leone. Ali di corvo, non d’aquila.
(Non è così, l’archetipo…)
Il grifone scese dalle rocce e le si fermò davanti, l’orgogliosa testa di felino eretta. Le ali semispiegate palpitavano con ritmo indolente e le piume sfioravano appena la terra.
Faceva le fusa.
Drusilla allungò una mano per toccarlo.
(Che cosa sono?) (Io sono la tua causa)
Una zampa guizzante. Artigli colore del ferro squarciarono la mano tesa, e il suo sangue cadde al suolo. Ad ogni goccia il moto delle stelle diventava più rapido, scandendo le ere. Fuggì, mentre il grifone si chinava a lambire il sangue.
Era nuda.
Il cielo ad est era illuminato da luci multicolori.
Si diresse verso di loro, e gli speroni di cristallo diventarono sempre più bassi, fino a sparire. Ora era in una pianura.
Le stelle intrecciavano circuiti.
Aveva raggiunto la luce. Aurore boreali sopra un mare nero come il petrolio. Qualcosa increspava la superficie oleosa.
Camminò sulla riva ascoltando il lento suono della risacca e dalle acque emerse un drago.
Occhi d’ambra. Scaglie lucenti come il cromo riflettevano le fiamme del cielo.
(Non ha le ali…)
Si avvicinò a lei con il suo armonioso incedere di serpente. Ogni squama rimandava la sua immagine, ad angolazioni sempre diverse. Erano cammei scolpiti in infiniti gioielli.
Il drago si alzò come un cobra, e lei lo baciò.
(Che cosa sono?) (Io sono la tua conseguenza)
Le si avvolse intorno, proteggendola, isolandola dal mondo. Stretta nel suo abbraccio, non poteva più muoversi.
Il drago stava intessendo un bozzolo intorno a lei.
Quando la lasciò andare, era una crisalide. Era l’immagine chiusa nei veli, riflessa nello specchio.
Lacerò la sua prigione di seta, e riuscì a liberarsi. Aveva ali di farfalla. Il grifone e il drago erano l’uno di fronte all’altro.
Si lanciò nel cielo, volando verso le stelle.
(Che cosa sono?)
Il grifone sbatté le ali, e venne la tempesta. Il vento la investì e la scagliò a terra.
Il drago si avvicinò, e il suo fuoco la ridusse in cenere.
Lo spazio si dilatava come un pallone troppo gonfio, e si contraeva fino a raggrinzirsi.
(Non è giusto. Lo spazio non può fare così. Finirà per esplodere… o implodere)
L’aria era fuoco.
Una sottile oscillazione subsonica faceva vibrare i nervi in risonanza, e l’impulso che originava era interpretato solo come dolore.
…e paura…
Paura di… tutto. Originata da niente.
Era orribile non sapere perché aveva paura. Paura pura, senza motivo né significato. Una cosa torbida e vischiosa che risaliva dallo stomaco con sapore di marcio e odore di petrolio.
Sentì qualcuno piangere, una voce maschile, e per un po’ credette di essere lui. Poi, in un attimo di chiarezza, vide Angel sdraiato su un fianco, a qualche metro da lui, o a qualche chilometro (Come faccio a dirlo se tutto quanto continua a gonfiarsi e sgonfiarsi?), con gli occhi dilatati, talmente raggomitolato su se stesso che le ginocchia gli toccavano il mento, e vide che era lui che piangeva, e tremava.
Aveva vomitato, e c’era sangue sulla sua faccia e per terra.
Spike avrebbe voluto mettersi a ridere nel vederlo in simili condizioni, ma al momento era troppo impegnato a evitare di mettersi a sbattere la testa per terra, per occuparsi anche di lui.
Drusilla!
Drusilla era inginocchiata, con gli occhi fissi e la bocca spalancata come se stesse urlando, ma non emetteva nessun suono.
Si accorse che, nonostante tutto, la testa per terra aveva cominciato a sbatterla davvero, e a quel punto smise di vedere e sentire, o percepire in qualsiasi modo qualsiasi cosa che non fosse terrore.
In quel momento pregò di perdere i sensi. Ma quella via di fuga gli era quasi preclusa. Era quasi impossibile, al di fuori di violenti traumi fisici. Era legato a un corpo che faceva quello che voleva, incurante della sua volontà.
Come si era trovato qui, non lo sapeva. Non sapeva da quanto era qui. Non aveva neanche più la concezione di tempo. La paura stava cancellando ogni pensiero ed ogni ricordo. Per quello che lo riguardava, poteva essere qui (ovunque fosse ‘qui’) da sempre.
Poi il ‘qui’ cominciò a trasformarsi nella sensazione di terreno solido sotto il corpo, e il buio si sgranò in una serie di immagini.
Dopo un po’, le immagini cominciarono anche ad avere un significato.
Era finita. Paura e dolore erano andati, lasciandolo immobile e stremato.
Stava tornando se stesso. Cercò di rialzarsi, senza risultato. Ma in fondo non voleva davvero muoversi. Voleva solo restare immobile e dormire… e fissare le stelle sopra di lui…
(Stelle?!)
Era all’aperto. Fuori casa. Sotto gli occhi di chiunque, senza la protezione di alberi, o ripari, o rifugi… Per poco questo non gli causò una nuova ondata di panico e nausea.
(Come ci siamo finiti, qui?)
Qualunque fosse la risposta, non poteva restare.
Di nuovo, si sforzò di muoversi, e stavolta riuscì a rotolare sullo stomaco.
(Ok… ok… questa è fatta. Ora un altro piccolo passo)
Puntellò le mani a terra, e alla fine riuscì a sollevarsi a quattro zampe.
(Fantastico. Sono grande. Sono a livello di quadrupede. Chissà se riesco a evolvermi fino a riavere l’andatura bipede)
In apparenza, era un passo avanti agli altri.
Dru era inginocchiata a terra, con un filo di saliva che le colava dalla bocca.
Angel talmente immobile che sembrava essere stato fulminato. Ah, no… non immobile. Stava tremando come una foglia.
Juliana teneva in grembo la testa del suo amante. Aveva degli squarci paralleli su una guancia e sembrava anche più spaventata di loro.
(Non sognarti neppure di essere più spaventata di me. Non è possibile)
Riuscì ad alzarsi in piedi. Non si sentiva troppo sicuro sulle gambe, ma almeno ora il corpo aveva ricominciato ad obbedirgli.
Senza pensarci, si mosse verso Angel.
Azione. Reazione.
Juliana gli si avventò contro ruggendo, ritirandosi subito senza colpirlo.
(Ma andandoci molto vicina)
Certo. Ancora un passo verso il suo prezioso principe, e Biancaneve lo avrebbe fatto a pezzi. Visto che lei sembrava stare benissimo, e lui era uno straccio, avrebbe fatto la stessa fatica che sfogliare una margherita. Di certo ci avrebbe messo molto più impegno.
Meglio lasciare perdere.
Si guardò intorno. La cosa buona era che si trovavano appena fuori casa
(Appena fuori, o su un altro continente, non fa differenza. COME CAZZO CI SIAMO ARRIVATI???)
Si avvicinò a Drusilla, e la prese per le mani, cercando di tirarla in piedi.
(E perché siamo qui?)
Lei non si mosse.
(Va bene. Le domande esistenziali a dopo)
“Dru, andiamocene. Non possiamo stare qui.”
(Avanti, non riesco a portarti di peso)
Lo stesso responso che avrebbe avuto da una delle sue bambole. Alla fine cercò di prenderla in braccio. Quando si rese conto che non ci sarebbe mai riuscito, si passò un braccio della donna sulla spalla e si diresse verso casa.
Si accorse che Juli aveva fatto lo stesso con Angel, con la differenza che lei era riuscita a sollevarlo senza difficoltà, ed era già quasi entrata nell’edificio, mentre lui, più che altro, Drusilla la trascinava.
Quando riuscì ad arrivare nel loro appartamento, aveva esaurito tutta la forza che gli restava. Lasciò cadere la donna, chiuse la porta a chiave, e si accasciò anche lui sul pavimento.
* * * * * * *
Angel si era ripreso solo al mattino. Era svestito, in bocca aveva un sapore ripugnante, e sentiva odore di vomito.
(Sono io che puzzo così?!)
Juli stava leggendo, acciambellata sulla sua poltrona prediletta. Si accorse subito che si era svegliato, e gli si avvicinò.
“Come stai?” chiese.
Lui la fissò come se avesse davanti un’idiota.
(Come sto?)
Affamato, nauseato, e pericolosamente vicino ad infuriarsi.
Era confuso. I ricordi di quello che era successo si aggrovigliavano l’uno con l’altro, in una serie di immagini senza ordine apparente.
…Drusilla correva, veloce come il pensiero, sfuggendogli di un soffio… Odore di erba e paura… Spike stretto in un angolo… Se stesso in un infinita sequenza… cose che aveva fatto non avevafatto avevapensatodifare…
“Non lo so… Male...”
Doveva mangiare. Ormai era tardi per uscire a caccia, ma non poteva rimandare. Avrebbe dovuto usare le scorte di sangue che conservavano in caso di necessità.
“Ti ho portato…” disse la ragazza, porgendogli con esitazione una bottiglia.
Era a disagio.
Non ci voleva molto a prevedere che Angel avrebbe avuto bisogno di cibo una volta sveglio, ma lei provava imbarazzo nel fare un gesto che anche in caso di necessità restava sempre un po’ indecente, sempre un po’ insultante, come sottintendere che lui fosse meno che capace di procurarsi il cibo da solo, e comunque era sempre degradante per chi doveva accettarlo.
Essere imboccato e assistito come un invalido…
La cosa non gli migliorò l’umore, ma Angel non pensò neanche per un attimo di rifiutare. Non provava una fame simile da anni. Non era fame dovuta a qualche ora o anche qualche giorno di digiuno. Questo era l’effetto di un violento stress che aveva bruciato in pochi minuti una grande quantità di energia. Ora richiedeva di essere rimpiazzata con urgenza. Ingoiò quasi due litri, senza neanche badare a quanto fosse freddo e vecchio, prima di cominciare a sentirsi meglio.
No, non meglio. Peggio. Ora che era libero dall’imperativo di nutrirsi, cercò di riordinare gli eventi della notte in una sequenza logica, solo per accorgersi che non esisteva nessuna sequenza e nessuna logica. Riusciva solo a evocare una massa di ricordi dissociati.
“Cosa è successo?” chiese alla fine.
Juli era sconcertata.
“Che vuoi dire?”
“A noi. Cosa ci è successo? Quello… chi te lo ha fatto?” le disse, indicando le ferite quasi completamente chiuse sulla guancia.
Un colpo di artigli. Le attraversava il volto, e se fosse stato più profondo le avrebbe strappato l’occhio sinistro. Angel sentì un improvviso disgusto. I tagli si sarebbero rimarginati senza lasciare nessuna cicatrice, ma un occhio perso non ricresceva. L’idea che sarebbe potuta restare sfigurata era rivoltante.
Lei lo fissò perplessa. Che motivo aveva di chiedere?
“Tu.” rispose.
(Impossibile!)
No. Possibile. Se era accaduto, era possibile.
“Juli, io non ricordo.”
La voce era calma, però Juli riusciva ad avvertire il panico. Qualunque cosa fosse successa, era anche più grave di quanto potesse sembrare. Nessuno dimenticava mai niente. Non si poteva fare qualcosa, e non averne il riscontro nella mente. Anche quando combattevano o cacciavano, ed entravano in quel particolare stato mentale che annullava la ragione cosciente, tutto ciò che era fatto e percepito veniva registrato e poteva essere consultato. Dimenticare non era letteralmente possibile. Ma quello che era successo doveva avere alterato la chimica del cervello al punto di non permettere di riportare il fatto, o di cancellarne in qualche modo il ricordo.
“Non ricordi… niente?”
“Che importa? Non ricordo abbastanza.” (E quello che ricordo con riesco a metterlo in ordine) “Dimmi cosa è successo.”
“A me non è successo niente, quindi posso dirti solo quello a cui ho assistito. Ho sentito Drusilla urlare…”
Questo lo ricordava.
Drusilla urlava, lui aveva seguito la voce. Era arrivato in giardino e si era trovato di fronte una scena che davvero non aveva immaginato.
Spike era spinto contro un muro, con Drusilla che gli impediva di muoversi trattenendolo per le spalle, e dagli squarci sul volto e le spalle del giovane, era chiaro che lei lo aveva aggredito fisicamente. Forse sarebbe riuscito a liberarsi, anche se non era sicuro, perché Dru poteva essere molto forte, ma tanto era una domanda accademica. Spike non aveva certo neppure tentato di reagire.
Si era avvicinato, e Dru…
“…l’ho vista correre fuori…”
…prima che potesse toccarla, le era sgusciata fra le dita, ed era fuggita fuori casa…
“…Tu e Spike l’avete seguita, e io ho seguito voi…”
…Dru si era fermata, voltata verso di loro. Era stato come…
“…Vi ho trovati tutti nel prato qui fuori. Lei pietrificata come fa ogni tanto. Voi due a terra. Ad un certo punto… avevate le convulsioni.” Si passò le mani sul volto. Quello che aveva visto l’aveva terrorizzata “Ho cercato di tenerti, e mi hai colpita, ma non avevi forza. Non mi hai fatto molto male. Poi tutto è finito.”
…essere nudi sotto la tempesta, senza un rifugio, con la forza della pioggia che gli strappava abiti pelle carne dal corpo strato dopo strato, fino lasciare una nuda entità incorporea tremante violata. Senza niente da poter nascondere e nessun posto dove nascondersi…
Aveva giurato a se stesso che mai nessuno avrebbe più avuto il controllo della sua mente, e ora… (cosastaifacendoDrusilla??? LasciamilasciamiANDARElasciami)
…non poteva muoversi. Non poteva pensare. Non poteva neanche essere se stesso. Si era visto riflesso nella mente della donna, come lei lo vedeva. Aveva cercato di ritrarsi, ma era imprigionato nella morsa di Drusilla (o forse era lei imprigionata nella sua) Aveva voluto urlare, e non aveva trovato voce.
Il mondo si era rarefatto fino a ridursi ad una membrana sottile su cui erano proiettate un’infinità di immagini, alcune familiari, altre aliene al punto di non avere riferimenti per definirle.
In quel momento, la membrana era scoppiata e i frammenti si erano mescolati.
Juliana lo guardava aspettandosi qualche spiegazione, ma lui non aveva voglia di parlare.
Questa volta il contatto con Drusilla aveva in qualche modo causato un responso fisico.
Il rilascio di una quantità abnorme di mediatori chimici, che avevano invaso il l’organismo, a produrre risultati dissonanti che il cervello era stato in grado di interpretare solo come paura.
Scariche neurali ipersincrone si erano riversate lungo le fibre nervose, contraendo e rilassando i muscoli, causando le convulsioni toniche che avevano spaventato Juliana.
Si chiese se anche Spike e Dru avevano provato le sue stesse sensazioni, o esisteva un fattore individuale, e ognuno di loro aveva reagito in modo diverso.
“Ora te lo chiedo io. Cosa è successo?” disse Juli, vedendo che non si decideva a chiarire.
“Per un attimo, Dru ha letto i miei pensieri.” rispose lui con irritazione.
Juliana sentì l’insofferenza nel suo tono, ma era combattuta fra la sua naturale curiosità e l’altrettanto naturale desiderio del compagno di essere lasciato in pace in un momento simile.
“Intendi… alla lettera?”
“No…”
Non alla lettera, naturalmente. Non pensieri sotto forma di parole o frasi. E neanche di sensazioni o di quell’insieme coerente di percezioni che creavano il simulacro mentale delle cose.
“L’ho sentita. Era dentro di me.”
Come spiegare qualcosa, quando non esisteva modo per descrivere?
“Angel, questo non è possibile. Una cosa simile non...”
Angel sorrise nervosamente.
“Per un attimo, era solo lei. Noi non eravamo niente. Ci ha inondati con quello che sentiva.”
“Qualche volta capita.”
“Vuoi che non lo sappia?” soffiò Angel, colpendola con una manata sul lato della testa.
La ragazza si tirò subito indietro, mentre lui la fissava con rabbia.
Prendersela con Juliana non sarebbe servito a niente, ma in quel momento non sopportava che gli stesse così vicina.
Si alzò e cominciò a camminare avanti e indietro.
Ora sapeva cosa era successo, ma la situazione non era migliorata. Erano… ricordi artificiali, che avevano un senso solo grazie al racconto di Juli. E chissà quanti erano svaniti senza traccia.
Una notte persa…
Angel avrebbe ucciso Drusilla. Spike ne era sicuro.
Qualche volta si era chiesto se non era quello che voleva lui.
Non sarebbe mai stato capace di farlo con le sue mani, ma se Angel…
Obiettivamente, non avrebbe potuto biasimarlo. Era già quasi inconcepibile che l’avesse tenuta fino ad ora, ma almeno la donna aveva fatto male solo a se stessa. Adesso non era più così.
Dru era pericolosa. Quello che aveva fatto, involontario o no, era una minaccia per le loro vite. Se fosse accaduto di giorno, avrebbero potuto mettersi a correre tutti e tre sotto il Sole.
O si sarebbe potuto ripetere, chissà quante volte, facendoli impazzire.
Erano legati l’uno all’altro, e non potevano farci niente. Il normale legame che si forma con il tempo fra stretti consanguinei, o compagni molto uniti. (E noi? Cosa siamo?)
Poteva essere utile.
A volte era anche piacevole.
Ma non era facile spezzarlo, e nel loro caso si era deformato in qualcosa di aberrante e orribile.
Però erano passati giorni, e non era successo niente. A questo punto, Spike era disposto a credere che non sarebbe successo nulla neanche nell’immediato futuro. Almeno non per mano di Angel.
In quanto a Dru stessa, non lo voleva più vicino. Non capiva se le desse fastidio, o se lo temesse, ma non sopportava a lungo la sua presenza.
Alla fine, lui si era trasferito in un altro alloggio. Almeno una volta al giorno andava da lei, per curarla e farla mangiare, perché Dru si dimenticava anche dei bisogni più elementari, ma se ne andava appena possibile.
Era stato quasi felice di lasciarla. Aveva paura di lei, non poteva negarlo.
Meglio così. Non aveva bisogno di una costante presenza intorno, visto quello che doveva fare.
* * * * * * *
Era uscito, aveva preso la balestra che teneva smontata all’interno dell’automobile, era salito sulla collina che sovrastava la casa e si era raggomitolato per terra.
Manteneva un livello di attenzione generale alto, e i suoi sensi scandagliavano come fari l’ambiente intorno, per assicurarsi di non essere scoperto, ma la mente cosciente era concentrata sull’ingresso del palazzo, che vedeva sotto di lui.
Non si muoveva, non pensava, non si agitava nell’attesa…
Aspettava.
Avrebbe potuto aspettare tutta la notte, e non se ne sarebbe accorto.
Lo aveva fatto altre volte, lo avrebbe rifatto fino a quando sarebbe servito.
La vide uscire, sola.
Quando valutò che si era allontanata abbastanza, si alzò e la seguì, restando sottovento e fuori vista.
Juliana camminava per le vie della città.
Le strade erano piene di uomini e donne, spinti all’aperto dal caldo della tarda primavera. Come sempre, i bambini erano pochi.
Anche se per motivi a lei incomprensibili gli umani continuavano a vivere in questo luogo, sapevano che era una zona pericolosa, e tenevano i propri figli nascosti, soprattutto dopo il tramonto. Ma qualcuno c’era sempre, soprattutto i primi figli di genitori giovani e imprudenti.
Parecchi degli uomini che incrociava si voltavano a guardarla. Qualcuno le sorrise anche. Sorrise in rimando. Non era interessata a loro, e non cercava di attirare nessuno, ma un giorno o l’altro avrebbe potuto incontrarli di nuovo, un giorno in cui le sue intenzioni sarebbero state diverse, e probabilmente loro l’avrebbero ricordata, anche solo a livello inconscio, e sarebbe stato più facile avvicinarli.
Molti di quelli che vivevano qui approfittavano della situazione quasi unica di questa città per mostrarsi apertamente alle loro prede, e adescarle. Anche Angel e Spike si comportavano spesso così, e di solito cacciavano gli adolescenti, quelli nell’età di mezzo fra la protezione dei genitori e la prudenza acquisita dopo anni di sopravvivenza.
Quanto a lei, preferiva cacciare come era stata abituata nel… (mondo esterno? Si… chiamalo così, perché ancora non ho capito bene dove siamo qui, ma certo non nel nostro mondo…) cercando nei bassifondi e tra i vagabondi e gli emarginati, quelli su cui difficilmente indagavano, anche se sparivano.
Altrove sarebbe stato il timore sempre presente che la loro esistenza venisse alla luce a farla agire in un modo simile. Qui non era necessario, nessuno si stupiva di morti e sparizioni. Però sapeva che la cacciatrice, la sola creatura che li cercasse specificatamente, non si interessava a quei quartieri.
Non aveva realmente paura di lei.
La possibilità di morire per mano di nemici o avversari era talmente radicata da essere considerata solo uno degli aspetti normali della vita. Solo un pazzo o uno squilibrato di sarebbe fatto ossessionare da una cosa simile.
Ma Angel aveva ragione. Non aveva senso correrle incontro.
Cercava di evitarla, anche se questo non le avrebbe impedito di fare quello che voleva. Solo che in questo caso evitarla significava comportarsi come aveva sempre fatto. Per questo era riuscita a schivarla fin dall’inizio, anche se non la conosceva e non sapeva nulla di come si muoveva.
Non aveva motivo di cambiare abitudini, quando le abitudini erano un vantaggio. Inoltre, non erano molti a fare come lei.
Le andava benissimo così. Finché la cacciatrice trovava le sue vittime nelle zone che frequentava normalmente, non sarebbe stata spinta a cercare altrove, e lei aveva a disposizione tutto lo spazio che le serviva.
Senza fretta, si incamminò verso il mare.
Quando raggiunsero l’abitato, Spike salì sui tetti, senza perdere di vista Juliana.
Per ora la ragazza si limitava a passeggiare per le strade, apparentemente intenta solo a godersi la serata primaverile in pace. Si fermava a guardare le vetrine dei negozi, a quest’ora chiusi, ma illuminate per attrarre potenziali clienti e spingerli a tornare durante il giorno.
Finalmente la vide imboccare una direzione dove la distanza fra case e negozi si faceva sempre più ampia, fino a che non restò altro che una strada fra la vegetazione.
Poco dopo, raggiunse il porto commerciale, circondato da un quartiere di prefabbricati ammassati l’uno sull’altro, strade strette e rifiuti di ogni tipo.
Immaginava che si sarebbe diretta in questo luogo. Ci aveva contato. L’aveva vista rientrare diverse volte, e aveva fiutato quel miscuglio di odori che identificavano il porto. Salsedine, e pesce, e merci…
Qualche volta l’aveva seguiva. Aveva cominciato a sorvegliarla alcune settimane prima, appena presa la sua decisione. Non aveva potuto farlo spesso, né a lungo. Doveva studiare le sue abitudini, ma c’era il pericolo che lei o Angel si accorgessero del suo improvviso interesse.
Così, aveva deciso di muoversi nel solo modo che conosceva. Tenersi pronto per quando si sarebbe presentata un’occasione.
Non era facile. Lei e il compagno stavano quasi sempre insieme, anche quando andavano a caccia.
Le poche volte che era uscita sola e che aveva potuto seguirla, aveva avuto la conferma che in quelle occasioni la ragazza cacciava nel quartiere portuale.
Poi, la situazione si era volta a suo favore.
L’assalto mentale… o comunque volesse chiamarlo… di Drusilla, aveva avuto un aspetto positivo. Il più colpito era stato Angel. Spike non sapeva perché. Forse il legame con Dru era più forte di quanto avesse mai creduto, oppure il fatto che fosse parzialmente sensitivo gli dava una fragilità mentale congenita (in fondo, persino gli umani erano riusciti facilmente a intrappolare Angel con una coercizione telepatica), o era meno capace di sopportare la presenza altrui, e, almeno per un attimo, Drusilla li aveva invasi nel modo più completo, o chissà che altro… ma non si era ripreso bene quanto lui.
Non c’erano state ripercussioni fisiche, ma sembrava in qualche modo appannato. Parlava poco e passava molto tempo in casa, il che era una novità. Eppure, era anche più feroce del solito, e nessuno si azzardava neanche ad avvicinarlo.
Juliana non condivideva il suo malessere, e si trovava a uscire sola più spesso di prima.
A volte si accompagnava a qualche giovane, ma erano situazioni occasionali. Non erano creature sociali, non del tutto. Il gruppo era una necessità pratica che fin troppo spesso si scontrava con il bisogno di autonomia, non un desiderio.
Soprattutto cacciare era un fatto privato, o da dividere solo con chi si era più strettamente legati.
Spike non sapeva quando sarebbe durata la crisi di Angel. Voleva sfruttare in tempo un’occasione così inaspettata, e aveva cominciato ad aspettare le uscite di Juliana.
Già due volte aveva creduto che fosse il momento giusto, e aveva dovuto rinunciare, perché lei era rimasta in vicinanza di altri che avrebbero anche potuto vederlo. Non voleva commettere un’imprudenza. Troppe volte in vita sua si era trovato nei guai per la sua avventatezza.
Juliana aveva trovato quello che cercava.
Non aveva bisogno di nascondersi, e aspettare che arrivasse a tiro. L’uomo era seduto per terra su uno strato di cartoni, all’interno di un vicolo. Era piuttosto giovane, e non odorava d’alcol, ma i vestiti rivelavano che era un vagabondo. Per essere una città tanto piccola, Sunnydale aveva una percentuale di derelitti altissima, e sembrava che ogni giorno ne arrivassero di nuovi.
Senza cambiare andatura, e senza apparentemente cambiare direzione, Juli si diresse verso di lui.
L’uomo l’aveva vista, ma non si era mosso. Non aveva nessuna paura.
Niente di più facile che fosse uno di quelli giunti qui da poco, ancora ignaro della situazione locale, o non sarebbe stato così sicuro di fronte ad una sconosciuta.
Era una fortuna che gli esseri umani si riconoscessero principalmente dalla vista. Altra fortuna era che le loro donne fossero generalmente più deboli degli uomini, debolezza che la sua specie non condivideva. Lei sembrava umana, quindi, per quanto riguardava quel vagabondo, era umana.
Una ragazza umana, sola e fragile.
Finché la fragile ragazza non coprì gli ultimi metri che la separavano dalla preda con un movimento tanto veloce da poter essere rilevata solo come una chiazza indistinta.
Spike la osservava dal tetto di un fabbricato. Aspettava che avesse finito di mangiare, quando i suoi riflessi sarebbero stati un po’ rallentati. Intanto, aveva ricomposto la balestra e l’aveva caricata.
Le balestre erano le armi perfette. Leggere, precise, dotate di un alto potere di penetrazione. E anche se i proiettili erano di solito di alluminio o carbonio, potevano essere scambiati facilmente con dardi di legno. Ne possedeva diverse, come chiunque altro, e non doveva faticare a procurarsela.
Le armi da fuoco erano pratiche, e si nascondevano in tasca, ma potevano funzionare solo in determinati casi, e non provocavano una morte rapida. Stephan era morto soprattutto perché aveva perso troppo sangue e non aveva potuto far iniziare o progredire il processo di risanamento, non prima che l’intero organismo collassasse.
Ma anche così, fino alla fine, per quanto gravemente ferito, sarebbe riuscito a riprendersi se qualcuno lo avesse soccorso. Anche il tessuto nervoso si sarebbe rigenerato.
Con Juliana non intendeva correre questo rischio.
Se fosse rimasta solo ferita, probabilmente sarebbe stata trovata da un umano o chissà che altro, e lui avrebbe raggiunto in ogni caso il suo scopo, ma c’era sempre la possibilità che invece la vedesse un amico e la riportasse a casa.
Era strano, usare un’arma. Non lo aveva fatto spesso, in vita sua. Non era Angel, che sembrava volere entusiasticamente sperimentare ogni possibile modo per fare del male, e non giocava mai a lungo con le sue vittime. Di solito le sue armi naturali gli bastavano, ma per una volta doveva essere prudente. Se solo l’avesse toccata, Angel avrebbe subito sentito l’odore di lei sul suo corpo. Poi, paura e rabbia alteravano la chimica dai corpi in modo da lasciare tracce inconfondibili. Non avrebbe potuto certo dirgli che l’aveva abbracciata per affetto.
Non sarebbe stato neanche tanto facile. L’aveva vista combattere. Era quasi sicuro di riuscire a sconfiggerla, ma non di uscirne illeso.
La vide alzarsi. Era il momento giusto.
Distanza e angolo del bersaglio gli apparvero automaticamente alla mente. Non pensava ad essi come numeri, ma come condizioni. I loro cervelli potevano valutare lo spazio con precisione matematica, ma senza essere rallentati dalla necessità di calcolarlo coscientemente, come non doveva calcolare alzo, deriva e resistenza. La meccanica era una questione di fatti, non di riflessioni. Le cose ‘erano’, semplicemente, come un essere umano poteva distinguere tra il verde e il rosso, senza alcun bisogno di misurare la differenza fra frequenze luminose assorbite e riflesse per definire i colori.
Sparò, e seguì la traiettoria del dardo, tenendolo a fuoco dall’attimo in cui lasciò la scanalatura della balestra, a quello in cui penetrò nella schiena della ragazza.
Sapeva di non avere sbagliato, ma se Juliana avesse sentito, avrebbe anche potuto schivare la freccia, o afferrarla in volo. Il dardo aveva una velocità di oltre ottanta metri al secondo, i loro riflessi erano più rapidi. Ma non se ne era accorta.
La vide cadere, ed era cenere quasi prima che le ginocchia toccassero terra.
Si chiese se Angel avrebbe sofferto per la sua morte.
L’avrebbe cercata, ma non si sarebbe preoccupato fino all’alba, e a quel punto avrebbe dovuto aspettare il tramonto prima di uscire. Durante il giorno la polizia sarebbe venuta per il corpo del vagabondo. Era bene in vista e questo era un porto commerciale, nelle ore diurne c’era traffico. Lo avrebbero trovato subito e qualcuno sarebbe venuto a recuperarlo. Nessuno avrebbe perso troppo tempo a farsi domande, ma il loro passaggio avrebbe cancellato le tracce, ammesso che ce ne fossero.
Comunque Spike aveva i suoi dubbi che Angel si sarebbe messo ad indagare a fondo per capire chi l’aveva uccisa. Juliana era giovane, aveva commesso un errore, e in quella città gli errori di solito portavano ad una rapida fine.
Non lo aveva fatto per rabbia verso di lui, però non poteva negare che la cosa gli dava una soddisfazione che andava ben oltre quella di avere eliminato un potenziale e pericoloso rivale
Era un vero peccato non potergli dire chi era stato. Ma questo avrebbe voluto dire sfidare un po’ troppo la fortuna.
Si diresse all’estremità del molo, scagliò la balestra in mare con tutte le sue forze, poi si incamminò nuovamente verso la città, per cominciare un’altra caccia.
Angel non aveva aspettato la notte dopo.
Era uscito quando non l’aveva vista rientrare. Juliana non tornava mai così tardi. La conosceva bene. Non lo avrebbe fatto, se non le fosse successo qualcosa.
A Sunnydale, ‘qualcosa’ non era mai una buona parola.
L’alba era vicina.
Il cielo sfumava dal nero al grigio, senza nubi, senza umidità a catturare e diffondere le onde lunghe del rosso che davano colore all’aurora.
Le stelle erano opache e smorte.
Qualche volta (non spesso) chi si perdeva veniva trovato ancora vivo.
Spike era riuscito persino a sopravvivere ad un attacco della cacciatrice.
Non era impossibile. Solo molto difficile.
Trascurare una possibilità, per quanto remota, avrebbe voluto dire lasciare andare gli eventi senza neanche cercare di intervenire, accettare senza opporsi qualcosa non deciso da lui.
Se poi l’avesse trovata a casa al suo ritorno, tanto meglio.
Non aveva preso la macchina. Non sapeva neppure dove stava andando. Poteva solo cercare per il tempo che gli restava a disposizione, seguendo una traccia che si dissolveva ad ogni minuto, mescolata ad una miriade di altre tracce, e che avrebbe perso appena sorto il Sole.
Scese la collina che sovrastava il centro cittadino, e corse nel paese vuoto, per una volta senza curarsi di quello che poteva esserci intorno.
Quasi si scontrò con un gruppo di uomini anziani scesi da un autobus, indaffarati in una delle loro incomprensibili attività. Un istante, e si trovò circondato.
Non si era accorto di loro in tempo per evitarli, ed ora…
Corpi
Vecchi, ovunque guardava
Volti rugosi
Odore dolciastro e ammuffito
Voci gorgoglianti
Li scostò bruscamente per passare, cercando di non badare alla ripugnanza che provava nel toccarli.
I vecchi caddero intorno a lui, cedevoli e flaccidi.
Alcuni gridarono, altri brontolarono irritati, ma lui era già lontano.
La luce era troppo forte, il cielo ad est biancastro.
E la traccia di Juli svaniva con l’arrivo del mattino.
Si era fermato. Era già abbastanza lontano da casa.
Ora nella sua mente un fruscio simile a quello di un canale televisivo mal sintonizzato copriva i suoni, in un crescendo disarmonico.
Era quasi il momento più pericoloso della giornata.
Sciami di particelle ionizzate e di radioonde emessi dal Sole, pressoché impercettibili durante la notte, quando erano schermati dalla massa terrestre, cominciavano a diffondersi nell’etere e ad interferire con il suo sistema sensoriale.
Disturbavano direttamente la percezione dei campi elettrici e magnetici, e, come conseguenza, anche gli altri sensi ne erano influenzati.
Quando il Sole superava l’orizzonte, il fruscio diventava frastuono.
Dopo un po’ ci sarebbe stato un parziale adattamento al disturbo, ma, almeno per qualche ora, le sue capacità erano compromesse.
Se proseguiva, non sarebbe riuscito a rientrare prima dell’alba. Avrebbe dovuto trovare un rifugio provvisorio dove passare il giorno. Si trovava in una zona aperta, nella rada boscaglia che si stendeva fra i vari quartieri di Sunnydale. Niente cunicoli o edifici. Al massimo qualche punto dove la vegetazione era più fitta.
Fermarsi in un posto simile voleva dire andare a chiudersi spontaneamente in una specie di trappola, imprigionato dal Sole…
Voleva dire correre il rischio di essere trovato in un momento di vulnerabilità.
Di notte erano ben pochi coloro che potevano costituire un vero pericolo, ma in queste condizioni era un’altra questione.
Tante cose filtravano ad ogni istante dalle deboli pareti che dividevano questa dalle altre realtà, e vagavano per un po’, impazzite e sperdute, o impazzite e furiose, ma sempre pazze, prima di perdersi su un mondo che non era il loro.
Molti erano in grado di farlo a pezzi, se solo fossero riusciti ad afferrarlo, e la maggior parte cacciava anche di giorno.
Oppure qualcosa che apparteneva a questo universo, ma che non per questo era meno letale.
Gli esseri umani, che sapevano dove vivevano, e non si lasciavano scappare l’occasione di uccidere un vampiro, quando capitava.
Non sarebbe nemmeno riuscito a restare sveglio sino a sera per sorvegliare i paraggi. Aveva il sonno leggero, ma comunque non serviva a niente. Se fosse stato scovato in un posto simile, senza spazio per muoversi, o la possibilità di fuggire, non sarebbe riuscito a sopravvivere.
Non aveva tempo, né per pensare, né per proseguire.
* * * * * * *
Rientrò pochi minuti prima del sorgere del Sole.
Nessuna sorpresa.
Sapeva esattamente a quale velocità era in grado di muoversi e il momento della venuta dell’alba.
All’interno, il salone era quasi affollato.
Lei non era tornata. Bastava vedere le facce che lo circondavano per saperlo.
Lo avevano visto uscire di corsa, e non ci avevano messo molto a capire perché. Ora aspettavano una qualche sua reazione.
Si toccò il volto e lo sentì bagnato.
Non importava.
Il dolore non è debolezza, ed era la debolezza la cosa che non doveva mai mostrare.
Che non doveva mai provare. Gli altri non gliel’avrebbero perdonata, quella, approfittando di qualsiasi cedimento. Già ci andava molto vicino tollerando la presenza di Drusilla.
Ignorò i presenti. Dopo pochi istanti, tutti se ne erano andati, lasciandosi dietro solo lievi fruscii di abiti. Le conseguenze si sarebbero viste presto. Per ora sapevano che era meglio non stargli vicino.
Lasciò il salone, dirigendosi all’interno del palazzo. Aveva altre cose a cui pensare. Non più importanti, ma al momento più opportune. Qualcosa a cui forse poteva trovare una soluzione, mentre pensare a lei ora non sarebbe servito a nulla.
Passò davanti ad una porta chiusa.
All’interno, un corpo immerso in qualcosa più profondo di qualsiasi sonno, appena al di qua della morte, mentre gli organi si ristrutturavano sotto l’influenza di ormoni mai sintetizzati prima, e i pensieri imboccavano nuovi percorsi, bruciando dietro di se le vecchie strade. Ma anche così, una scintilla di vita che lo legava al mondo, e a un’altra mente, questa sveglia e vigile.
Il sire del giovane che doveva svegliarsi aveva accettato di portarlo in casa, e adesso aspettava.
La notte prossima, o l’altra ancora, ci sarebbe stato il risveglio.
Aveva insistito perché non lasciassero seppellire i nuovi, a scavarsi la via d’uscita con le proprie mani, preda di qualsiasi cosa girasse di notte.
In ogni caso la maggior parte di loro sarebbe morta. Nessuno avrebbe potuto, né avrebbe voluto evitarlo.
Ma perderli per semplice caso, solo perché in quel momento poteva passare di lì qualcosa a caccia, e non per loro incapacità o debolezza, o perché erano in qualche modo inadeguati, era uno spreco tanto stupido…
Non tutti lo avrebbero ascoltato, lo sapeva. E non lo avrebbero ascoltato a costo di farsi uccidere. Soprattutto quelli che non abitavano nella sua casa. Usanze e tradizioni, per quanto insensate o dannose, a volte erano difficili da vincere. Questa era la più privata di tutte le faccende. Nessuno avrebbe accettato un’intromissione su come trattare la propria discendenza.
Doveva convincerli, non poteva costringerli.
Per quanto lo riguardava, avrebbero potuto andarsene all’inferno, ma avevano bisogno di incrementare il loro numero.
L’estate era quasi arrivata.
Presto caldo e lunghe ore di rabbiosa radiazione solare avrebbero spinto quasi tutti a restare in casa, immersi per la maggior parte del tempo in una specie di letargo, limitando le uscite allo stretto indispensabile, in attesa che lo scorrere dei giorni riportasse condizioni più favorevoli.
Reagivano alla prossima inattività diventando anche più aggressivi, e aumentando la caccia, proprio come avrebbero fatto in autunno, quando si sarebbero completamente risvegliati.
Questo avrebbe spinto la cacciatrice a perseguitarli anche più attivamente del solito.
Era sempre successo, ma era sicuro che quest’anno le cose sarebbero state anche più difficili del solito. L’accanimento che aveva mostrato nei confronti di Spike era un segnale che anche per lei le cose erano cambiate. Prima non aveva mai cercato realmente di ucciderlo, anche se aveva avuto più di una facile occasione.
Non era più la ragazza con cui giocare a rimpiattino. Ora la cosa si era fatta mortalmente seria. C’erano da mettere in preventivo molte perdite.
Doveva pensare a questo.
Raggiunse il suo appartamento, e accostò la porta, senza chiuderla.
…Spike…
Finché Juli aveva controllato i giovani del gruppo, mantenendoli dalla sua parte, o almeno in posizione neutra, Spike costituiva un pericolo relativo, ma ora… Ora avrebbe potuto più facilmente trovare chi lo spalleggiasse…
…ora…
In un modo o nell’altro, le cose stavano per cambiare.
Juli aveva ragione. Avrebbe dovuto eliminarlo da tempo. La cosa migliore sarebbe stato farlo subito, appena era stato portato fra loro, ma non aveva mai voluto, neanche quando Spike aveva invece cercato di ucciderlo, e Spike, doveva ammetterlo, era molto più pratico.
Spike non si sarebbe fatto sfuggire l’occasione di togliere di mezzo il rivale.
…rappresenta un vero problema…
Ma non come prima, non del tutto. Le cose non si ripetono mai esattamente. Ci sono sempre nuovi fattori, qualche variabile che assume un valore piuttosto che un altro…
Non poteva ricominciare con il gioco che aveva portato avanti per tanto tempo. Non poteva più permetterselo.
Non poteva lasciargli il tempo di organizzarsi.
Era un avversario troppo forte per attaccarlo direttamente. Se si fossero trovati l’uno di fronte all’altro, il risultato non sarebbe stato per niente scontato.
Ordinare il suo assassinio? Una mossa clamorosamente sbagliata. Poteva permettersela solo qualcuno che possedesse l’appoggio e la fiducia incondizionata della sua gente. Nel suo caso sarebbe stato come gridare che aveva paura.
Perché Spike restava a Sunnydale, quando era così chiaro che odiava quel posto? Lui aveva un buon motivo, ma Spike?
Forse era testardaggine.
Spike era testardo, più del normale. Non cedeva di fronte a ciò che considerava pericoloso.
Non cedeva di fronte ai nemici.
Ma il primo, più pericoloso nemico, si è sempre se stessi, in un modo o nell’altro. Valeva per Spike. Valeva per lui.
Doveva pensare anche a questo.
Si sedette per terra accanto al letto.
Raccolse le gambe contro il petto, abbracciandole.
…mortamortamorta…
…Morta!
Invece non doveva pensare a questo. Però continuava a farlo.
L’avrebbe cercata ancora, almeno per un’altra notte, anche se a quel punto la probabilità di trovarla viva era quasi inesistente.
Avrebbe cercato il suo assassino, anche se la probabilità di trovarlo era meno che inesistente.
Le probabilità non erano mai a favore.
Ecco la vera singolarità di questo luogo.
Non esisteva una distribuzione gaussiana delle probabilità, e, più aumentava il numero dei campionamenti, più il risultato si discostava dalla normale.
Forse avrebbe potuto lanciare in aria una moneta per cento volte e ottenere cento croci, o cento teste.
O per cento volte la moneta sarebbe caduta di taglio.
This message has been edited by solichan on Aug 17, 2003 8:20 PM
“In una dimensione un Punto in movimento non generava una Linea con due Punti terminali?
In due dimensioni una Linea in movimento non generava un Quadrato con quattro punti terminali?
In tre Dimensioni, un Quadrato in movimento non generava - e questo mio occhio non l'ha forse contemplato - quell'Essere benedetto, un Cubo, con otto punti terminali?
E in Quattro Dimensioni, un Cubo in movimento non darà origine - ahimé per l'Analogia e ahimé per il Progresso della Verità se così non fosse! - non darà origine, dicevo, il movimento di un Cubo divino, a un Organismo più divino con sedici punti terminali?"
Sunnydale occupava una valle sul mare, circondata da una serie di colline che la racchiudevano in un semicerchio.
Era una città piccola come popolazione, ma ampia in estensione territoriale. Suddivisa in settori, separati gli uni dagli altri da aree di vegetazione più o meno fitta che le davano l’aspetto di una scacchiera, una scacchiera rotonda (o della tela di un ragno).
Un centro, un anello di verde… i quartieri residenziali, rigorosamente separati dai loro boschi, che in questo caso prendevano l’aspetto di parchi o cimiteri… le scuole, altro verde… le zone industriali, ancora verde.
Se fossero stati eliminati tutti gli ‘spazi vegetali’, la città si sarebbe ridotta di almeno due terzi.
I porti erano edificati a sud, prima quello turistico, poi, allontanandosi dalla città, quelli commerciali.
* * * * * * *
Angel entrò nel vecchio edificio. Era stato il centro direzionale del primo porto commerciale, finché alla fine degli anni settanta avevano costruito nuovi moli e nuovi uffici. Da quel momento, gran parte dell’attività era stata trasferita, e la vecchia direzione abbandonata.
Era un palazzo di due piani, largo e sgraziato, collegato sul retro ad una serie di magazzini e depositi. Era piuttosto lontano da ogni altra costruzione. Non proprio isolato, ma quasi. Comunque, questa zona non era molto frequentata.
Appena entrato si trovò in un grande spazio, quello che doveva essere stato il front-office, talmente vasto da sembrare l’interno di un capannone. Ad un’estremità c’era una scala, che saliva al piano superiore. Poche finestre, così sporche da essere impermeabili alla luce della Luna. Quasi tutte intatte.
Ogni cosa era intatta. Era solo vuoto. I vecchi abitanti non avevano lasciato niente dietro di loro, se non le pareti.
Vuoto, ma pieno di vita.
Battiti di piccoli cuori, vibrare di ali membranose…
I dialoghi sonici dei topi e quelli chimici degli insetti attraversavano l’aria, trasmettendo domande e curiosità sul nuovo venuto.
Innumerevoli impronte sul pavimento, datate dallo spessore dello strato di polvere che le ricopriva.
Impronte umanoidi, impronte animali, e altre.
Le più recenti risalivano a pochi giorni prima.
Salì le scale, scandagliando l’ambiente in cerca di eventuali nemici.
Al di sopra, un lungo corridoio dove si aprivano una serie di stanze. Anche qui polvere e sporcizia, e le tracce di qualcosa che c’era stato. Ma ora c’erano solo gli animali.
Negli anni del suo abbandono era servito da rifugio a diverse creature, come sempre capitava in casi simili, ma nessuno ne aveva fatto la propria dimora stabile.
Presto qualsiasi creatura avrebbe imparato a starne alla larga.
Non era una reggia, ma in caso di emergenza andava benissimo. Abbastanza spazioso, poteva ospitare almeno una decina di persone. Doveva solo essere ripulito.
Ora che Spike stava conquistando il potere che era stato di Juliana, era meglio essere prudenti e prepararsi un rifugio. Le sue azioni erano pericolose. Non aveva nessuna voglia di trovarsi improvvisamente a dover fuggire da casa sua senza sapere dove andare.
Era solo una precauzione.
Se le cose fossero andate come voleva, non ne avrebbe avuto bisogno a lungo.
Ora non doveva fare altro che aspettare.
Uscì, e si incamminò lungo la spiaggia.
Casa sua era quasi alla sommità di una collina al confine settentrionale di Sunnydale, all’estremità opposta del semicerchio, sull’ultima casella della scacchiera.
Seguendo la riva, l’avrebbe raggiunta per un cammino più lungo che a tagliare attraverso la città, ma tanto non aveva nessuna fretta, e non voleva incontrare Spike.
* * * * * * *
Spike era rientrato quasi all’alba, seguito o preceduto da tutti gli altri di ritorno dalle loro scorribande.
Cercavano di sfruttare ogni secondo disponibile, come sempre in quei giorni, uscendo e cacciando ogni notte, spesso ben oltre il necessario.
Di solito le loro azioni erano meno eccessive, ma ora una serie di coincidenze aveva esasperato gli animi. La stagione, un lungo periodo di pioggia che li aveva chiusi in casa, uniti al fatto che quest’anno nel gruppo c’erano quasi solo giovani, e i giovani erano sempre un po’ troppo esuberanti… Poi la morte di una degli individui più stabili e controllati… E le loro azioni, naturalmente. Le sue e quelle di Angel.
La tolleranza alle limitazioni era anche più ridotta del normale, ma a Spike la situazione andava benissimo. Più sfogavano la loro energia all’esterno, meno sarebbero sorti contrasti interni. Era quello che gli interessava. Evitare la formazione di fronti, che in quel momento erano fin troppo probabili. Se si fossero innescate delle faide, niente di più facile che qualche gruppo avrebbe trovato conveniente spalleggiare Angel, solo per contrastare i rivali.
La cosa più strana era proprio l’atteggiamento di Angel. Era l’unico (a parte Dru, naturalmente) non coinvolto dalla generale eccitazione pre-estiva.
Spike aveva valutato parecchie possibili sue reazioni alla morte di Juliana, dalla violenza incontrollabile ad una molto più verosimile freddezza. In ogni caso, si era aspettato che la scomparsa della sua compagna lo scuotesse dall’apatia che lo aveva colpito da parecchi giorni. Invece, dopo alcune notti passate a cercarla, si era nuovamente ritirato in se stesso.
Notte dopo notte, sembrava perdere vitalità. Stava lontano anche dalle sue solite zone di caccia, limitandosi alla periferia, e tornava presto. Anche adesso era in casa, chiuso nelle sue stanze.
Apparentemente non era cambiato molto. Continuava a decidere per tutti quelli che vivevano in quella città. Ma era diventato indifferente alle reazioni degli altri. Potevano ascoltarlo o meno, non faceva nessun tentativo di convincere o imporre.
Per lui era meglio così. Aveva praticamente campo libero. Spike si era trattenuto dall’agire direttamente contro Angel per paura di quello che sarebbe successo dopo.
Se anche lo avesse affrontato, se anche lo avesse sconfitto, non voleva dire che gli altri lo avrebbero accettato. Uccidere Angel, per quello che li riguardava, avrebbe solo risolto l’attrito fra loro due. Non significava certo che avrebbe preso il suo posto. Avrebbero anche potuto rivoltarglisi contro per avere destabilizzato la situazione. Oppure qualcuno, probabilmente più di uno, avrebbe sfruttato l’occasione per farsi avanti a sua volta.
Avrebbero potuto attaccarlo per mille motivi diversi, tutti altrettanto buoni.
Prima di muoversi doveva sapere che lo avrebbero appoggiato, così come avrebbero appoggiato Stephan in caso di una sua vittoria. Adesso era proprio Angel ad offrirgli l’occasione giusta.
Era così che andavano le cose. Il paradosso di una razza asociale che forma comunità. Una dicotomia non risolvibile. La competizione era la motivazione primaria a spingerli. Al limite sublimata in uno scontro di volontà, ma sempre pronta ad esplodere.
Angel aveva preso il potere in un momento di crisi. Buona parte dei membri del gruppo erano stati uccisi, Spike stesso ferito gravemente e pressoché inabile, Drusilla non nelle condizioni attuali, ma certo non molto affidabile…
Ora la situazione era diversa. Oggettivamente, a parte le tensioni interne, il gruppo viveva un momento favorevole. Fra loro c’erano parecchi giovani carismatici e intelligenti che non si sarebbero impressionati solo perché lui giocava a fare il bullo del quartiere, o per la famiglia a cui apparteneva. Titoli, età e discendenze non avevano nessun vero valore, se non erano supportati da vere capacità.
O dal riuscire ad incutere abbastanza paura. E questo non era davvero il suo caso.
La paura era l’arma di Angel. Un’arma a doppio taglio. Non suscitava una vera fedeltà. A parte Juliana, non aveva stretto legami con nessuno. Se aveva perduto la capacità di esercitare il terrorizzante fascino che era alla base del suo potere, sarebbe stato vulnerabile.
Ora Spike poteva offrire agli altri la scelta di togliersi di torno un individuo fin troppo incomprensibile ed imprevedibile.
Si chiese se Angel capisse in che situazione si stava mettendo. Apparentemente no.
Non si era aspettato un comportamento simile. Se non gli fosse sembrato incredibile, avrebbe detto che era malato.
Era come se Angel e il resto del mondo avessero preso strade diverse. Con le dovute differenze, era un atteggiamento che ricordava fin troppo quello di Drusilla. Anche lei aveva cominciato così.
In un certo senso era preoccupante.
(Toccherà anche a me?)
Drusilla, forse Angel, e, per quanto ne sapeva, il Maestro non era certo stato un esempio di stabilità mentale…
Possibile che esistesse una predisposizione familiare alla follia? Se quella specie di male fosse trasmesso con il sangue…
Sembrava assurdo.
Loro non erano realmente parenti, non condividevano nessuna eredità genetica. La trasmissione di sangue che avviava la trasformazione era solo un innesco. Si limitava ad attivare un cambiamento potenziale, ma il cambiamento era comunque effettuato solo dal proprio organismo.
Però…
Non poteva negare che fra loro tre ci fossero somiglianze evidenti, le stesse che potevano essere sempre riscontrate fra membri della stessa famiglia
Ma erano solo somiglianze di atteggiamento e abitudini, che potevano essere spiegate dall’imprinting comune.
(Almeno spero)
Angel non poteva essere preso come riferimento. In niente.
Forse negli anni che aveva trascorso lontano era cambiato. Anni passati in modo inimmaginabile, a reprimersi, giorno dopo giorno… Una cosa che non poteva essere semplicemente accantonata solo perché ora era finita. Per forza era cambiato. Doveva avere perso qualcosa.
(Potrebbe avere imparato qualcosa)
Questo era un pensiero fastidioso.
* * * * * * *
Il suono era stato quasi impercettibile, ma per l’udito ipersviluppato della donna addormentata era risuonato come un fragore, risvegliandola all’istante.
Il suo sonno era costituito da un periodo in cui fluttuava da uno stato di assopimento a uno di sonno vero e proprio, intervallato da frequenti fasi REM ad alta attività onirica, che costituivano quasi la metà del ciclo di riposo. Non comprendeva gli stadi di sonno profondo a onda delta, e la mente restava fortemente recettiva.
Il rumore si rilevava abbastanza sul sottofondo sonoro tipico del giorno da essere uno stimolo sufficiente.
(C’è qualcuno in casa)
Si sollevò sul letto, perfettamente sveglia, nello stesso momento in cui tre figure apparivano sulla porta della stanza.
Purtroppo essere perfettamente sveglia non significava essere anche perfettamente efficiente. Era giorno, e questo la confondeva, rendeva le sue percezioni meno acute del solito. Quello che vedeva sembrava sgranato, invece di spiccare con la consueta cristallina chiarezza. Le sue reazioni erano più lente di quella frazione di secondo che bastava a fare differenza.
Il tempo di un attimo, e gli invasori erano entrati nella camera da letto. Tenevano in mano appuntiti pezzi di legno.
Una dei tre, una ragazza bruna, andò senza esitazioni alla finestra e strappò le tende. La vista perse ulteriormente definizione, sotto l’improvvisa torbida luce solare, e il mondo si trasformò in un composizione di chiazze in varie gradazioni di grigio su uno sfondo nebbioso e abbagliante.
Gli altri due si erano diretti subito verso di lei.
Avevano illuminato la casa, portavano armi di legno… sapevano chi era e cosa fare. Le loro intenzioni erano inequivocabili.
Scagliò il lenzuolo contro la ragazza che era in testa, alzandosi per fronteggiarli.
La situazione le apparve nella sua spaventosa realtà appena riconobbe una dei tre. (Sto per morire)
Retrocedette fino a trovarsi in un angolo della stanza, e a quel punto non ebbe altra scelta che affrontare i suoi aggressori.
Esitavano.
Si erano disposti in modo da tagliare ogni strada, chiudendola nell’angolo, ma adesso non si facevano avanti.
Parlavano fra loro.
Erano contrariati. Si erano aspettati di sorprenderla addormentata, senza doverla affrontare direttamente. Lei non aveva scampo, ma sapevano benissimo che si sarebbe difesa, e nessuno di loro sembrava avere voglia di essere il primo ad arrivarle a tiro.
Non che questo le sarebbe servito. Stavano prendendo tempo, ma di sicuro non l’avrebbero lasciata andare.
Fuggire non era possibile. Anche se fosse riuscita a superare i tre aggressori e raggiungere la porta, non poteva uscire sotto il Sole, e non poteva tenerli a bada fino a notte, quando avrebbe avuto almeno quella possibilità, e nemmeno nascondersi. La casa era piccola, ma in ogni caso non sarebbe servito a nulla. La sua nemica l’avrebbe trovata anche se fosse stato un palazzo immenso come quello di Angel.
Aveva esaurito ogni possibile alternativa, eccetto una.
Poteva scagliarsi su di loro.
Tanto, per quello che sarebbe cambiato… ma ogni istante di vita sembrava tanto prezioso, anche così, e non riusciva a decidersi.
Era solo rimandare di poco l’inevitabile.
Se fossero stati tutti umani, avrebbe potuto farcela, ma non così. Viveva sola e nessuno poteva aiutarla. I suoi parenti abitavano a poca distanza. Per quanto la riguardava, avrebbero anche potuto essere su un altro pianeta.
In quel momento uno dei tre fece una mossa in avanti.
Istintivamente si volse verso di lui, e la bionda sull’altro lato la afferrò per i capelli, tirandola con una forza sorprendente. Lei falciò l’aria con una mano e sentì la lieve resistenza elastica della carne che si apriva, il suono degli artigli strisciati sull’osso, e un grido rabbioso e sofferente. La sua avversaria la lasciò subito, premendosi le mani sulla bocca dilaniata, ma lo strattone che le aveva dato era bastato a sbilanciarla, e gli altri due le furono subito addosso, inchiodandola a terra.
Solo in quel momento si fece prendere dal panico e dalla furia, quando non riuscì a toglierseli di dosso. Gran parte della forza della sua specie era dovuta alla velocità, più che ad una esagerata potenza muscolare. Ora, immobilizzata sotto il peso di due corpi, non poteva utilizzarla per liberarsi, e i due riuscirono a bloccarle mani e testa per quell’attimo che bastò alla loro compagna bionda per trafiggerla con tale foga e forza che il paletto la passò da parte a parte, spezzandosi contro il pavimento.
Strano perché ordinario.
Colline ondulate, coperte da erba scura, attraversate da un fiume ampio e lento. Quasi come le colline del luogo dove era nata.
Però nel cielo le stelle componevano costellazioni che non conosceva, e due lune, grandi la metà della luna della Terra.
Strano perché era un mondo vergine, libero da passioni e rabbia e irrequietezza.
Tra l’erba umida si annidavano piccole cose, non più grandi di un paio di centimetri. Quasi indistinguibili da quelle che Drusilla aveva visto milioni di volte. Quasi identiche, e completamente diverse.
Uno stelo carnoso, e al di sopra un calice con cinque petali di un bianco vetroso, e altri dieci più sottili ed esterni, ognuno attraversato da un solco longitudinale orlato di microscopiche ciglia incolori. All’interno del calice non c’erano stami e pistilli, ma solo una minuscola fessura simile ad una bocca, verso cui convergevano petali e tentacoli e ciglia. Tutti ondeggiavano in direzione opposta al soffiare del vento.
Non avevano radici, e non sprofondavano nella terra.
Erano come quelle creature marine ancorate al fondo, che sembrano fiori e sono animali.
Avrebbe voluto prenderli, ma naturalmente lei non era davvero qui. Questo era solo uno dei tanti luoghi che vedeva.
Così, quando allungò una mano, incontrò solo un’altra mano, e dita fresche contro le sue febbricitanti.
Era di nuovo a casa.
Era come morire.
Il sottofondo corale delle vite della Terra la travolse.
Non pensieri, o non solo, perché alcune di queste vite erano troppo semplici per pensare, o non si erano evolute per pensare. Alcune non possedevano neanche una mente.
Forse era la proiezione della loro volontà di essere.
Era un coro dissonante, dove le voci si intrecciavano alzandosi di tono, ognuna antagonista delle altre, cercando di sovrastare ogni altro suono.
Urlavano, tutte queste vite, la loro smania di esistere ad ogni costo e a qualsiasi condizione.
Urlavano che niente e nessuno sarebbe mai riuscito a farle tacere.
Urlavano, e modellavano il mondo con la loro presenza.
Troppo veloci, e troppo fameliche.
Qui ogni cosa, dalle più elementari e monocellulari forme di vita, alle grandi creature inimmaginabilmente complesse, bramavano la morte altrui, e a ragione. Qui la scelta era solo una, per tutti. Uccidere per non morire, e morire era inaccettabile.
L’impatto fu devastante.
Eppure, era questa la normalità, perché era questo il suo mondo, e questo era quello che era anche lei.
Ma si era staccata dal coro, e ora non sapeva più come aggiungere la sua voce alle altre.
Cercò di ritrovare il luogo che aveva appena lasciato, e il suo silenzio, ma le ultime immagini si stavano sgretolando, lasciando solo ricordi.
(Non è dall’altra parte, l’inferno…)
“Ciao, Dru.”
Angel, seduto sul tavolo davanti a lei.
Era strano, che fosse qui. Non lo vedeva da tanto. Molti giorni, ne era sicura, anche se al momento non era certa di quanti, perché faceva fatica a distinguere lo scorrere del tempo di questo mondo da quello degli altri.
“Non vieni più da me…”
“Tu sei pericolosa, Dru.”
Drusilla incrociò le braccia sul tavolo, e ci appoggiò il mento.
“Hai paura, e mi lasci sola. Come Spike. Vi ho fatto male, e adesso avete paura.”
Angel annuì. Che doveva dirle? Era la verità.
Lei gli sorrise.
“Lo sai cos’ha di particolare, la paura? E’ la sola cosa comune a tutti gli esseri viventi di questo mondo. La sola cosa che tutti condividono.”
“Non hai bisogno di dire a me cos’è la paura, Drusilla.”
La ragazza alzò la testa si passò le mani sul volto, in un gesto che di folle non aveva niente.
Aveva i capelli corti. Spike glieli aveva tagliati, perché si era accorto che aveva preso l’abitudine di attorcigliarseli attorno alle mani fino a strapparli. Poi non aveva più cura di se stessa, e lunghi com’erano si erano trasformati in un groviglio inestricabile.
Con quei capelli che le arrivavano appena alla nuca sembrava anche più magra. Troppo.
Era sempre stata magra, ma ora era solo pelle tesa su ossa sporgenti. Mangiava solo se qualcuno la obbligava con la forza, e, anche se Spike continuava doverosamente a portarle sangue tutti i giorni, cercava di stare con lei il meno possibile, e forse non si assicurava che mangiasse abbastanza.
Angel si allungò verso di lei e le prese una mano. Era calda e la frequenza cardiaca accelerata, tanto da essere addirittura continua, invece che irregolare e intervallata da diverse decine di secondi.
Era assurdo. Una cosa simile capitava solo in situazioni particolari, e per un tempo limitatissimo.
Era assurdo anche il solo fatto che fosse sveglia. Di solito, quando erano seriamente feriti o debilitati, cadevano in uno stato quasi letargico, riducendo al minimo le funzioni fisiologiche per indirizzare tutte le risorse dove erano necessarie.
Invece il cervello di Dru continuava a lavorava a ritmo anomalo, consumando ogni riserva e costringendo il metabolismo ad accelerare, mentre il cuore cercava di fornire la massima quantità possibile di ossigeno per alimentarlo. Ma l’organismo non era programmato per funzionare in modo continuo a quei livelli, e stava collassando come un castello di carte.
Lo aveva sperimentato di persona, e se su di lui aveva avuto un responso fisico tanto forte, per Drusilla, sottoposta a ripetuti attacchi, doveva essere ben peggio.
Il digiuno non migliorava la situazione, perché gran parte dell’energia metabolica era spesa per nutrire il sistema nervoso, e quello che le capitava dipendeva proprio da un’iperattività del sistema nervoso.
L’improvviso mancanza di cibo causava dolori quasi insopportabili, ma un deperimento prolungato nel tempo poteva avere ripercussioni lunghe e difficili da curare.
(Come se lei avesse abbastanza tempo per guarire…)
Era orribile morire di fame, lo ricordava fin troppo bene. Ma perché Drusilla non mangiava, non lo sapeva. Certo nessuno la affamava di proposito.
Sembrava essere entrata in un circolo vizioso. Doveva avere compromesso le funzione autonome, compreso l’impulso a nutrirsi, e questo non faceva che peggiorare le sue condizioni, e limitare la sua resistenza e la capacità di riparare i danni subiti.
“Dru… cosa ti è successo negli anni in cui non ero con te?”
Drusilla liberò la mano che lui ancora le stringeva, prese un pennarello, si alzò dalla poltrona e andò a sedersi per terra a qualche metro di distanza, poi cominciò a scrivere qualcosa direttamente sul pavimento.
Non gli aveva risposto, ma d’altronde Angel non si era aspettato nessuna risposta.
“Tu sai dove sto andando?” chiese lei, senza distogliere l’attenzione da quello che stava scrivendo.
“Si.”
“Era più facile prima. Quando non capivo io.”
“Che differenza fa?”
“Oh… fa differenza.” mormorò lei “Non tutto è tanto orribile dall’altra parte, sai?”
“No. Non avrebbe senso se lo fosse, non credi?”
“Così è anche peggio...”
Alzò la testa un attimo per guardarlo, poi tornò al suo lavoro.
Persino la calligrafia era cambiata. Una volta era stata elaborata ed elegante, ora erano segni affrettati e confusi.
“Ogni tanto mi sono chiesta se funziona in tutte e due i sensi. Se per ognuno di quelli che arriva qui, uno di noi se ne va.”
“Non lo so. Non credo.” mormorò Angel, osservando la ragazza.
Stava scrivendo al contrario, come l’immagine di uno specchio.
“No… Non lo credo neanch’io. Questo indicherebbe una simmetria. Una forma di ordine nell’universo, e io non credo esista nessun’ordine. Cerco di guardare avanti, e non posso. Non c’è niente, finché non ci si arriva.”
Finalmente terminò di scrivere e alzò gli occhi, soddisfatta.
Angel focalizzò l’attenzione sul suo lavoro. Era ancora seduto sul tavolo, di fronte a Dru, e vedeva la scritta capovolta e speculare.
La memorizzò come figura, insieme di segni neri senza significato, poi applicò una doppia rotazione alla forma nella sua mente, ed ottenne un’immagine leggibile.
Children three that nestle near / Eager eye and willing ear / Pleased a simple tale to hear
Long has paled that sunny sky / Echoes fade and memories die / Autumn frosts have slain July
Still she haunts me, phantomwise / Alice moving under skies / Never seen by waking eyes
In a Wonderland they lie / Dreaming as the days go by / Dreaming as the Summers die
Ever drifting down the stream / Lingering in the golden gleam / Life, what is it but a dream?
Guardò Drusilla, e la ragazza rise, poi si alzò in piedi e corse in giardino.
Angel la seguì e la vide piroettare fra colonne e scalini.
Anche lui si ritrovò a ridacchiare, e si chiese perché rideva, visto che non c’era niente di divertente.
Ad un certo punto Dru cominciò a saltare da un muretto all’altro, con la stessa acrobatica agilità che aveva posseduto prima di ammalarsi.
Aveva gli occhi chiusi.
“Vedi? Non mi servono più. Solo che…” si fermò improvvisamente, barcollando “Cambia tutto… in continuazione. Adesso non vedo più.”
Ora sembrava avere perso l’orientamento. Cercò di sedersi, e dovette addirittura appoggiare le mani a terra per evitare di cadere.
Angel la raggiunse subito e la sostenne per la vita, facendola scendere. Lei gli si aggrappò ansimando, e scivolarono a terra tutti e due.
“Sono ancora… dall’altra parte.” gemette Drusilla.
Angel sospirò.
“Non credo che ci sia davvero una… altra parte. Già qui non siamo proprio da nessuna parte. Ti racconto io una favola, Drusilla. Immaginati tante strade, ognuna parte da un luogo diverso, e si dirige in un luogo diverso. Si incrociano, in un punto comune, e per un po’ non sono più diverse, ma una sola. Se arrivi in quel luogo, nel luogo dove si incrociano le strade, sai da dove arrivi? E quando riparti, se non hai indicazioni, sai se hai ripreso la tua vecchia strada, o se non è invece il proseguimento di un’altra?”
Lei lo strinse, nascondendogli il volto nel petto.
“Ho paura…” mormorò “Sono sola, qui. Resta con me, ti prego…”
Angel sentì barcollare la sua determinazione, e in quell’attimo Drusilla lo attaccò, non al corpo, ma alla mente…
(Non andartene. Resta qui…)
… lanciò affilati arpioni di pensiero che lo invasero, e picchiarono e graffiarono quando si trovarono di fronte le barriere che lui aveva innalzato contro il mondo, e infine cambiarono tattica, insinuandosi nei varchi, senza più cercare di sfondarle, e si suddivisero in tentacoli sottili che si allargavano e correvano nei recessi, alla ricerca delle emozioni che provava per lei, che dovevano esserci, perché c’erano state, e allora c’era il loro ricordo, e i ricordi potevano essere risvegliati…
(Resta con me… restarestaresta… Aiutami…)
… vagava, Drusilla, alla ricerca di un fulcro dove fare leva…
Lo trovò e una volta trovato lo nutrì e illuminò, lo spogliò di tutti i rancori, e del peso degli anni che si erano intromessi fra loro a dividerli…
… e osservava intanto con risentimento il cardine che sosteneva l’intera architettura di quell’essere, un nucleo ottenebrante e inalterabile, indifferente, ma sempre pronto ad attaccare e consumare chiunque fosse così sventurato o imprudente da avvicinarlo, la cosa che rendeva lui quello che era, ma che forse… forse… poteva per un po’ essere evitata…
La consapevolezza che Angel aveva del mondo si affievolì, mentre lei gli si aggrappava.
Sapeva quello che stava cercando di fare Dru.
Cercava di sopraffarlo, pizzicando le sue emozioni come un’arpista, non con la forza, non con la violenza, mescolando affetto, e paura, e desiderio…
Ancora un tocco, pungente e doloroso, perché lei aveva trovato qualcos’altro, qualcosa che condividevano…
(Aiutami… io so cosa hai provato… non lasciarmi soffrire come hai sofferto tu… da solo…)
E lui glielo stava lasciando fare, si arrendeva alle manipolazioni della donna, lasciandosi blandire e trascinare, abbandonandosi all’ebbrezza da narcosi di sensazioni che appannavano pensieri e ragione, finché nella sua mente ci fu posto solo per Drusilla e il suo bisogno…
Abbassò le barriere mentali, chiudendo fuori Dru.
Lei lo guardò, confusa e sconfitta proprio mentre credeva di avere vinto.
“Mi dispiace.” le disse “Questo non è il Paese delle Meraviglie, e noi non stiamo sognando.”
Da oltre una settimana, Angel viveva al porto.
Negli ultimi giorni non se ne era neanche più allontanato, passando le ore diurne nella vecchia direzione abbandonata.
Non aveva mai visto nessun altro.
Questa era stata una delle zone di Juliana, e Juliana non c’era più. A parte lei, erano ben pochi i vampiri che la frequentavano, soprattutto ora che tutti seguivano l’esempio di Spike, portando i loro assalti in modo caotico ed irruento nelle strade della città.
Capiva perché le era piaciuta. La competizione era limitata, almeno la competizione rappresentata dai loro simili, e lei era stata abbastanza intelligente da non cercare inutili complicazioni… (Eppure, con tutta la sua intelligenza e la sua forza, non è riuscita…)
… e gli esseri umani che vivevano qui erano abituati a morire, in un modo o nell’altro.
Come l’uomo che stringeva, che per la frazione di secondo in cui era riuscito a vederlo aveva provato paura, ma nessuna sorpresa.
Al di là di un invisibile perimetro, si agitavano e attendevano alcuni esseri, attirati dall’odore della morte. Qui non c’erano altri vampiri, ma molte creature diverse l’avevano scelto come loro territorio.
Giravano intorno, cercando di nascondersi nel buio al di là delle luci della Luna e dei lampioni, anche se nessun buio era abbastanza profondo da nasconderli alla sua vista.
Poteva vederli, forme che non avevano senso in questa realtà, ma che ricordavano sempre… nella disposizione degli arti, nella collocazione della testa, in qualche modo… le forme familiari della Terra.
Dovevano esistere, da qualche parte, esseri realmente alieni. Li aveva visti, in un certo senso, mentre condivideva le visioni di Drusilla. Cose indistinte, cose che neanche la sua mente era in grado di riconoscere, perché non c’era metro di paragone. Ma non li aveva mai visti, qui.
Forse non erano in grado di superare indenni la barriera fra i mondi. O forse erano così inadatti a questo ambiente che semplicemente qui non potevano esistere.
Le creature che lo circondavano non si avvicinavano.
Li conosceva bene. Erano solo necrofagi, e aspettavano che terminasse.
Avrebbe dovuto provare il disprezzo e il disgusto opportuni nei confronti di tutti coloro che di regola si nutrivano di qualcosa che non fosse appena ucciso, ma nella sua vita aveva fatto di peggio. E aveva vissuto a lungo fra gli umani, alla loro abitudine di ingoiare qualsiasi cosa, a prescindere da quanto tempo fosse morta.
Allora si era accorto che ci si poteva adattare a tutto, se si era abbastanza motivati.
Ora la sola cosa che provava nei loro confronti era curiosità, e cautela, ed una certa ammirazione per esseri che erano stati in grado di sopravvivere anche così lontani dalla propria….
* * *
Il ragazzo continuava a parlare. Era quasi un monologo.
Talvolta chiedeva qualcosa (sempre una conferma a qualche sua affermazione) e allora Spike rispondeva a dovere, anche se non capiva bene il significato di quello che l’umano stava dicendo.
Ma quello che esprimeva con il corpo e non con la voce era molto chiaro.
L’aveva individuato appena entrato nel locale, e non aveva avuto bisogno di cercare ulteriormente per trovare la preda giusta.
Certi soggetti erano come fari. Lanciavano segnali che risaltavano nell’ambiente, smorzando la presenza di chiunque altro.
Non importava quanto potessero apparire forti, o disinvolti, o decisi… Quella era, appunto, apparenza, che non mascherava la vulnerabilità basilare del loro essere.
In mezzo a tanti potenziali bersagli, erano il centro.
Nessun timore quando l’aveva avvicinato. Nessuna diffidenza, nessuna cautela…
Non era vivo.
Era solo un cadavere che ancora si muoveva, che aspettava di essere preso.
Per un po’ era stato divertente. Il ragazzo era eccitato da lui, e invece di dirglielo aveva cominciato la lunga sequela di azioni che per gli umani era il più comune metodo di approccio, cercando di rendersi interessante, senza sapere che interessante (molto interessante) lo era già.
Però alla fine Spike decise di essersi stancato del suo gioco, e di tutte quelle parole senza senso.
La voce era la cosa che più trovava fastidiosa negli esseri umani. Usavano le parole senza motivo, solo per riempire i tempi vuoti, e spesso quello che dicevano contrastava in modo irritante con quello che trasmettevano. E le loro voci erano stridenti e poco modulate, come se non fossero ben capaci di controllare tono e frequenza.
“Usciamo.” esclamò, prendendolo per un braccio e tirandoselo dietro.
Il ragazzo non si preoccupò di essere trascinato via. Se lo era aspettato.
Spike non aveva intenzione di portarlo lontano. Bastava non essere proprio sotto gli occhi della folla. Il vicolo dietro al locale era un riparo più che sufficiente.
Appena svoltato l’angolo, si ritrovò altrove. L’interno della…
* * *
… Casa!…
La sua casa.
Apparsa.
Al posto del molo. Al posto del vicolo.
Scomparsa.
Subito.
* * *
Nuovamente al porto.
Era durato un attimo. Il tempo di prepararsi a quello che stava per accadere.
Era solo l’inizio, perché già…
… Fracasso
Ruggiti furibondi e grida di morte…
… l’oggettività dei moli si dissolveva in quella di una sala, e di un giardino colonnato oltre le finestre.
… Pericolo! Un pericolo reale. Qualcuno ha invaso la casa…
Ogni cosa appariva da una prospettiva bassa, come appare a chi è seduto per terra…
…qualcuno sta correndo verso di lei. Sente i passi provenienti dal corridoio. Frenetici e rumorosi. Questo è allarmante, fa paura, perché il solo motivo per fare tanto rumore è che chi corre è talmente sconvolto da trascurare persino un’abitudine radicata come evitare qualsiasi suono superfluo…
Le creature intorno erano immobili, e lo fissavano con un’attenzione che andava oltre il timore di essere attaccati.
Si erano accorte che qualcosa era cambiato, che per un po’ la sua vigilanza si era affievolita.
Forse qualcosa non andava, in lui. Forse la cosa poteva interessare.
Ora volevano capire fino a che punto non andava.
* * *
Un gemito singhiozzante lo riportò alla realtà del vicolo.
Il ragazzo, che ora guardava inorridito il suo volto inumano.
Spike lo fissò perplesso, non riuscendo a riordinare i motivi per cui si trovava lì.
Il giovane riuscì a divincolarsi approfittando della sua mancanza. Spike lo riafferrò prima che gli sfuggisse del tutto di mano.
Non aveva bisogno di pensare per reagire ad una simile azione.
Cercò di mordergli la gola, e non ci riuscì.
Non era più abbastanza presente…
… due figure. I volti familiari di due suoi compagni. Furibondi, e spaventati. Ancora più spaventati quando si accorgono di avere preso la direzione sbagliata…
L’umano cercò di sciogliersi dalla sua stretta. Non stava lottando. Si limitava ad agitarsi scompostamente, eppure anche così Spike non era in grado di sopraffarlo. Anche valutando il rush adrenalinico che ne aumentava la forza, non avrebbe mai dovuto fare una simile fatica.
… una terza figura…
Il ragazzo puntellò una mano sul suo mento, spingendogli indietro la testa.
E ce la faceva! Con orrore Spike si accorse che lo respingeva. Non avrebbe neanche dovuto smuoverlo.
Ma lui non riusciva ad avere una presa salda.
Né sulla sua preda, né su quello che lo circondava…
* * *
… doveva impedirgli di scappare.
Lo strinse a se flettendo le dita.
Gli artigli affondarono in una carne già morta.
Lo lasciò quasi andare, disorientato…
(ma lo ha sentito vivo, ha sentito che cercava di contrastarlo)
…disorientato anche nel trovarsi a terra.
Era caduto senza rendersene conto.
Alzò la testa dal cadavere. Le creature intorno erano più vicine.
Si allontanarono, nel momento in cui le guardò direttamente…
(ma non quanto erano lontane prima. Il cerchio si è ristretto, anche se di poco)
… e le loro figure si sovrapposero ad un volto…
…un volto conosciuto come il suo. Meglio del suo. Una sensazione di caloreodiopaura, provenienti da tre diverse direzioni, a confluire e formare una sola cosa…
* * *
Lo stupore si era trasformato in frustrazione, quando si era accorto di non essere in grado di immobilizzare la sua vittima e finirla rapidamente.
Cercò di colpirla con gli artigli, ma non riusciva a sguainarli, né a coordinare. Era quasi come osservarsi dall’esterno, e cercare di muovere arti che non gli appartenevano.
Ma non vedeva solo se stesso…
(No!)
… capelli chiari e pelle scura. Un volto simile a uno qualsiasi dei migliaia di volti umani che aveva visto negli anni. Occhi diversi da quelli di chiunque.
Come potevano non vedere quello che era, se la realtà della sua natura era impressa con tale evidenza in quegli occhi?
Il ragazzo fu quasi sul punto di sfuggirgli di nuovo, riportando l’attenzione su di se, e provocandogli una rabbia furibonda.
Erano decenni (più di un secolo, in realtà) che non si muoveva in modo tanto goffo. Da quando si era risvegliato con un corpo che non sapeva gestire. Ma era durato poco. Ora era nella stessa situazione. Incapace di regolare i movimenti. Solo che allora non era stato in grado di valutare una forza e una velocità che non credeva possibili. Adesso non ritrovava né forza, né velocità.
Doveva pensare a come muoversi, e il corpo rispondeva con esasperante ritardo. I pensieri precedevano i movimenti, e le reazioni restavano sempre più indietro.
E non riusciva a concentrarsi. C’erano altre priorità.
La nemica davanti a lui…
i nemici intorno a lui…
si stavano avvicinando troppo…
* * *
… e si allontanarono con lentezza deliberata, quando alzò la testa e soffiò verso di loro.
Una minaccia che era solo il tentativo di nascondere il timore che cominciava a provare. Ma non poteva nascondere la debolezza.
Quella la vedevano. Vedevano che non riusciva più a tenerli sotto controllo.
…uno dei due si volta per affrontarla. Non perché lo vuole, ma perché non ha altra scelta…
E la debolezza era un richiamo a cui era difficile resistere.
Uno di loro si espose in piena luce.
L’agire era sempre deciso da un equilibrio fra quello che era possibile ottenere attaccando, e quello che ci si poteva rimettere…
…un confronto di pochi istanti, che la velocità dei contendenti trasforma in una sequenza tempo infinito. Il tempo bastante a vedere ogni movimento, l’attimo in cui uno dei due sbaglia e subito è solo una nube di cenere…
Doveva riprendersi, prima che cominciassero a considerarlo non più un ostacolo, ma una possibile preda.
Erano si necrofagi, ma lo erano solo finché serviva. Finché si trovavano di fronte chi era in grado di difendersi.
Ma venne ancora trascinato via, e l’immagine del molo si scompose e ricompose al suono delle grida…
* * *
… grida insopportabili che disperdevano quel poco di controllo che ancora gli restava.
Doveva tornare a casa. Ora.
Però il ragazzo urlava, e lui doveva farlo tacere, prima che attirasse qualcuno…
(Prima che mi faccia scoppiare la testa)
L’umano gli stringeva le braccia, nel tentativo istintivo di non permettergli di colpirlo.
Finalmente Spike riuscì a liberarsi…
(IO devo liberarmi?!)
… lo colpì con un pugno nell’addome, e sentì qualcosa rompersi dentro di lui, con un suono che sembrava quello di uno straccio bagnato sbattuto sul pavimento.
Il ragazzo si piegò in due.
Un istantaneo odore di sangue impregnò l’aria.
Lo colpì ancora.
…deve andarsene da qui, mentre lei è occupata, ma a fermarla c’è la debolezza sfibrante che impedisce quasi ogni movimento…
E ancora una volta non riuscì a dare un colpo decisivo.
(Un’eternità! Ci sto mettendo un’eternità…)
Preso dalla rabbia, lo scaraventò di faccia contro un muro, fratturandogli naso e denti.
Il giovane si rialzò in piedi, ora emettendo solo ansimi gorgoglianti, e cercò ancora di fuggire incespicando.
Questa volta non si preoccupò neanche di riprenderlo. Si gettò su di lui, e rovinarono entrambi a terra in un groviglio di arti e movimenti confusi.
In qualche modo Spike riuscì a districarsi.
Si sedette sulla schiena del ragazzo, con le ginocchia che gli premevano le scapole. Gli tirò la testa all’indietro con tutta la sua forza, e con lo schianto del collo che si disarticolava, terminò ogni movimento, ed i segnali di paura smisero di inondarlo eccitando le sue reazioni automatiche.
Fu subito dimenticato, perso nel bailamme di immagini e sensazioni che gli invadevano la mente…
* * *
… Troppe immagini e sensazioni.
Da troppe direzioni diverse…
Aprì gli occhi, sperando di farle scomparire per far tornare la realtà del cemento bagnato e del corpo tiepido… che sentiva sotto le mani…
Ma ormai gli occhi non avevano più importanza (Glielo aveva detto, lei)
Era solo la mente a vedere, e alla mente non importava che gli occhi fossero aperti o chiusi…
…l’altro ha cercato di fuggire… come farebbe lei se solo ne avesse la forza… ma la nemica lo ha già raggiunto.
Ha un coltello in mano e gli taglia la gola con tale forza che la lama striscia sulle vertebre…
… sembrava quasi di sentire la vibrazione trasmettersi della lama, la solidità dell’arma stretta fra le dita…
Perché era legato anche (anche se poco, solo un poco) a lei. All’altra. All’aliena (anche se non così aliena, dopotutto)
Era così che aveva sentito crescere di giorno in giorno la sua furia e la sua decisione, fino a quando non era stato certo che per lei era il momento di muoversi, e lui doveva ritirarsi e lasciarle il campo libero.
Così sentiva il sangue scorrere sulle mani, e l’imperioso comando di uccidere (simile… quanto simile a quello che prova anche lui ogni giorno della sua vita, ogni volta che qualcosa incrocia la sua strada) e finire quello che si era iniziato… e la volontaria sofferenza di reprimerlo mentre si chinava sulla sua vittima…
…mentre focalizzava l’attenzione sugli esseri che adesso erano una vera minaccia…
… che non si agitavano più in modo nervoso e casuale.
I loro movimenti avevano assunto decisione e sincronia, e i passi tracciavano un disegno unitario.
Questa volta non si allontanarono al suo ruggito di avvertimento.
Ora erano sicuri e si erano fatti baldanzosi.
L’equilibrio era cambiato.
…la nemica si alza. Non ha ucciso, questa volta, ma quello che ha fatto è anche peggio...
* * *
Spike strisciò oltre il corpo insanguinato.
(A casa! Ora ora oraorasubito!!!!!)
Si tirò in piedi, pronto a correre a casa, ora che poteva farlo.
(NO! MORIRAI!)
Si fermò.
Lo avrebbe ucciso!
Non poteva neppure sperare di sopravvivere. Non quando lei era in un simile stato d’animo, e lui non riusciva quasi a capire dove fosse il sopra e il sotto.
(Ucciderà Dru)
Questo lo sapeva. (Mi ucciderà)
Sapeva anche questo.
Ma non sapeva cosa fare. Girava su se stesso, incapace di decidere.
Fino a quando la scelta fu fatta dalla sua stessa indecisione.
Era troppo tardi, adesso, per tornare a casa.
Si lasciò scivolare a terra, preparandosi a vedere (No. A vivere) il resto.
* * *
… non si frappone più nessuno fra loro.
Una volta sarebbe riuscita a tenerle testa. Forse anche a vincerla, perché era sempre stata la più forte, dei discendenti di Darla. Per questo è tanto orribile essere diventati così deboli da non avere neanche la forza di fuggire…
Quello che restava era non offrire resistenza alle immagini, lasciarle scorrere, non combatterle… perché se solo troveranno un appiglio lo trascineranno in un vortice e tanto non c’era modo di cambiare quello che stava accadendo, e se non poteva fare a meno di assistere, che almeno assista solo dall’esterno senza provare…
…così cerca di rifugiarsi nei mondi dove ormai passa quasi tutto il suo tempo.
Sarebbe morta in ogni caso, ma almeno non ne sarebbe stata consapevole. Ma è troppo spaventata per riuscirci…
(La paura lega al tempo e al luogo dove si prova)
Per una volta la sua mente, di solito così difficile da vincolare a questo mondo, si rifiuta di lasciarlo, si ostina ad osservare con puntiglioso metodo quello che sta per accadere…
Strano ora.
Vedeva lei, e vedeva anche Drusilla.
Stringeva il paletto tra le mani (una sensazione di molteplice familiarità) e le stesse mani le alzava per fermarlo…
Si chiese se attraverso lui anche gli altri sentivano, se il legame con lei era il suo contributo portato a quest’infausta trinità che avevano formato, o se era una cosa che apparteneva solo a lui, e solo lui vedeva al tempo stesso con gli occhi dell’ucciso e dell’uccisore…
… tutto quello che vede(vedono) è il volto della nemica e la strada stretta fra due edifici il cemento del molo illuminato dalla Luna la mano si alza insieme alla sua(loro) in un gesto meccanicoinutile il tempo è così dilatato che il paletto scende in una sequenza lunghissima e troppo breve per evitarlo…
E poi… niente.
Per un istante (ammesso che sia stato un istante, visto che la misurazione del tempo che passa ha bisogno di un riferimento, e invece è stata proprio la mancanza di riferimenti quello che ha provato) c’è stato solo il buio. Non un buio visivo, ma la totale deprivazione di ogni senso e ogni sensazione.
Eppure era cosciente…
In quel ‘niente’, la sola certezza di esistere ancora era data dal pensare.
(E’ questo che succede, quando si muore?)
Qualche volta aveva fantasticato su quello che si poteva provare nel morire, goffamente, perché il suo cervello non possedeva la giusta configurazione per simili speculazioni, e non era capace di staccarsi mai troppo dalle esperienze concrete.
La morte era qualcosa di nessun interesse, e solo un pazzo si sarebbe soffermato su considerazioni tanto morbose.
Ma lui aveva tentato di immaginarsela, negli anni in cui la morte gli era sembrata una possibilità accettabile.
Aveva immaginato…
… la sensazione di precipitare…
… un dolore straziante…
A volte anche questo.
Silenzio e nulla.
Il buio.
Era diverso provarlo. (E’ orribile…)
Spaventoso, in un certo senso.
Spaventoso non tanto per il timore che una cosa simile potrebbe spettare anche a lui, prima o poi, ma spaventoso per la sua attuale situazione di vita, dove riceveva ad ogni istante una smisurata quantità di dati sensoriali che erano la negazione assoluta di quel nulla…
Adesso, conservato nella sua memoria, c’era e ci sarebbe sempre stato anche questo ricordo.
Ma era un prezzo che aveva messo in preventivo.
Aveva saputo quello che stava per succedere, e cosa sarebbe potuto capitare a lui. Il legame con Dru lo rendeva più che possibile.
(Essere lei mentre moriva, e in un certo senso morire…)
Lo sciacquio del mare che frangeva contro i pontili si fece strada nella coscienza, ristabilendo la concretezza del mondo…
(Non è stato niente… Solo un momentaneo black-out di rimbalzo quando il trasmettitore ha cessato di esistere…)
E in questo mondo doveva stare attento.
Ora le creature si stavano allargando ventaglio, disponendosi per tagliargli la strada.
Il perimetro del suo spazio inviolabile si era ridotto a pochi metri, e presto anche quelli sarebbero stati superati.
Erano troppi. Assurdo restare ad affrontarli.
Retrocedette fino a raggiungere il capannone alle sue spalle, e saltò sul tetto.
Voltare la schiena fu come dare un segnale. Gli esseri coprirono di corsa la distanza che li separava dall’edificio.
Angel si sedette sui talloni, guardandoli mentre si affollavano al disotto e alzavano i volti verso di lui.
Sembravano eccitati e delusi. (Sempre ammesso che possano provare cose simili)
Qualcuno di loro fece il tentativo di raggiungerlo, ma senza vera convinzione. Non erano bravi arrampicatori, ed Angel era sicuro che non lo avrebbero inseguito. A questo punto non avevano più niente da guadagnarci nel fare una cosa simile. Avrebbero approfittato di ogni buona occasione, contro di lui o chiunque altro, ma non si sarebbero mai messi a dare la caccia ad un vampiro di proposito, e adesso lui aveva il vantaggio della posizione.
Ora che fossero riusciti a salire, aveva tutto il tempo di allontanarsi, o peggio.
Il solo modo che avevano per sopraffarlo era attaccarlo in gruppo, ma così non erano in grado di raggiungerlo tutti insieme. Lui avrebbe potuto ucciderli uno dopo l’altro, man mano che si fossero issati faticosamente sul tetto.
Dopo qualche minaccia, lo lasciarono stare per interessarsi solo al corpo dell’uomo.
Ora poteva tornare a casa, dove c’erano cose da chiarire, e alcune faccende in sospeso da risolvere.
Il passaggio della cacciatrice era segnato da mobili e suppellettili distrutti. Una devastazione sistematica, come se lei fosse stata preda di una frenesia vandalica e intenzionale al tempo stesso.
Non c’era stata rabbia nelle sue azioni, ma un motivo.
Angel si diresse nella camera di Drusilla, dove trovò Spike e il ragazzo a cui la cacciatrice aveva tagliato la gola e su cui si era poi accanita. Non lo aveva ucciso proprio perché lo trovassero così.
Anche lei stava imparando a controllarsi. Aveva lasciato un messaggio.
Gli si avvicinò.
La sofferenza che trasmetteva saturava l’etere come un veleno, stordendolo.
Inutile cercare di aiutarlo. Sarebbe riuscito a sopravvivere, ma niente di più…
Le ferite guarivano, o uccidevano, ma la capacità di rigenerazione dell’organismo aveva dei limiti, e quello che gli era stato fatto era irrimediabile.
La cosa migliore sarebbe stato finirlo in fretta, ma era una decisione che spettava ai suoi familiari, ammesso che ne avesse ancora. Che non fossero tra i caduti.
Angel non aveva nessuna intenzione di intervenire in una faccenda privata, e voleva che anche gli altri vedessero.
Un messaggio molto chiaro
Restava da vedere se colui a cui era destinato era riuscito a capirlo.
Spike era raggomitolato in un angolo, con le braccia strettamente avvolte intorno alle gambe.
Angel si sedette davanti a lui, osservandolo.
Sembrava sotto shock.
Poteva capirlo. Anche lui sentiva rabbia e dolore.
Non era la prima volta che perdeva uno dei suoi figli, ma nessuno di loro era sopravvissuto più di qualche giorno, o qualche mese, e quindi non avevano importanza. Non erano ancora veri individui. Drusilla era unica.
Ma lui aveva un modo diverso di reagire.
“In quanti sono morti?”
Spike alzò la testa. Sembrava non avere capito bene la domanda.
“William, rispondimi. Quanti sono morti stanotte?”
“Dru è morta.”
“Si, lo so. E poi?”
Spike scosse la testa.
Non lo sapeva. Forse non si era neppure accorto che altri erano morti.
Visto che non avrebbe avuto nessuna risposta coerente da lui, si allontanò per controllare.
Trovò i resti di tre persone. Quattro con il ferito. Cinque con Dru… Quasi un terzo di quelli che vivevano nella sua casa ucciso in una sola notte…
Tutti nella sala, o nella camera di Drusilla.
La cacciatrice aveva puntato ad un bersaglio specifico, uccidendo appena fatta irruzione, per ottenere la giusta dose di terrore nei suoi avversari, poi limitandosi a quelli che si trovavano sulla sua strada, e ignorando gli altri. Tanto, ne aveva presi in numero sufficiente.
Non aveva dovuto cercare a lungo. Per quanto grande, buona parte del piano terra era formato dalla sala. Le camere erano poche, e Dru non aveva fatto nessun tentativo di nascondersi.
Tornò da Spike, e gli si fermò di fronte.
Se possibile, il giovane sembrava essersi ancora più ritirato in se stesso, ma Angel non si lasciò fuorviare dalla sua apparente vulnerabilità. Non era vulnerabile. Non abbastanza, almeno.
“Lo avevo detto. Ci stava cercando. Prima o poi ci avrebbe trovati…”
Angel scosse la testa.
“Non ne aveva bisogno. Ha sempre saputo dove viviamo.”
Spike lo guardò perplesso.
“Lo sa.” continuò Angel “Lo sa da parecchio, credo. Ti eri tanto preoccupato di non guidarla fino a noi, ma lei non ne aveva bisogno. Sapeva già. Ci segue, Spike. Ci studia. Ha cominciato a farlo da un po’, proprio come noi studiamo lei.”
L’aveva vista. Mentre li seguiva, o ferma sulla collina che sovrastava il palazzo.
Qualche volta non faceva altro.
Li guardava, e non agiva.
E qualche volta anche lei si era accorta che era lui a studiarla.
“Perché non lo ha mai fatto prima? Lo avrebbe fatto prima, se avesse saputo…”
Spike sembrava parlare solo per forza d’inerzia
Angel invece si sentiva più lucido di quanto non fosse da parecchio tempo. La fine di Drusilla aveva spazzato via la cappa di nebbia che lo avvolgeva.
Ma poi era sempre stato così. Era in quelli che avrebbero dovuto essere i momenti di maggior dolore che riusciva trovarsi più a suo agio. Separava la componente emotiva dalla ragione, e le cose diventavano chiare e facili, con i pensieri che si susseguivano nitidi senza ritorcersi su se stessi, senza sfuggire al suo controllo.
Che fosse la sofferenza la causa, oppure solo una conseguenza, un modo inconscio per evitare di soffrire troppo, aveva poi poca importanza.
A volte avrebbe voluto far proseguire il dolore all’infinito, per continuare a godere di quella pace nella mente.
“Perché avrebbe dovuto?”
“Siamo i suoi nemici…”
“No… non è vero. Forse lo crede, ma noi non siamo i suoi nemici. Se fossimo suoi nemici, farebbe tutto quello che può per distruggerci.”
La perplessità di Spike si trasformò in confusione.
“Ma non ti sei reso conto che non ci ha mai attaccato, neppure alla vecchia fabbrica?” continuò Angel “Eppure sapeva dove vivevamo. Anche quando io ho ucciso una donna che avrebbe dovuto essere una sua amica, e ho gettato il cadavere in faccia all’uomo che dice di considerare un padre… ancora lei non ha fatto niente.”
“Ti ha quasi ucciso.”
“Era solo corsa a salvare uno dei suoi. Nient’altro, né prima, né dopo. Ti dice niente, questo? Noi non siamo suoi nemici.”
“Allora perché adesso?”
“Hai esagerato, Spike. Sei andato un po’ oltre. E forse anche perché questa volta ad esagerare sei stato tu, non io. Non è detto che quello che posso fare io, sia permesso anche ad altri. Voleva soltanto dare un avviso, dirti di evitare di esagerare ancora. Non è il primo avvertimento.”
Si sedette di fronte a Spike
“Aveva cominciato a dare la caccia di giorno a quelli che vivevano soli. Ti eri accorto di questo?”
“Si…”
“Si… e non avevi capito? Non lo aveva mai fatto, prima, eppure per lei sarebbe molto più facile. Sai che così potrebbe anche distruggerci… distruggerci tutti, intendo? Non dico che ci riuscirebbe, ma potrebbe almeno tentare”
“Si, lo so.”
“Si… un altro si. Ti sei mai chiesto perché non lo faceva, allora? Questa volta la risposta è no? Dovresti chiederti il perché delle cose, Spike. Perché non ha mai davvero cercato di sterminarci?
Spike alzò le spalle, senza capire bene.
“Non vuole.” continuò Angel “Vuole solo continuare a soddisfare le sue esigenze, seguire la propria natura, che neppure conosce. E’ andata contro solo quando ne ha avuto la necessità. Quando le hai forzato la mano, e hai fatto vacillare il controllo del suo piccolo regno. Voleva avvertire che di questo passo il gioco si faceva pericoloso per tutti. Voleva dire di non superare i limiti. Dire… quello di cui sarebbe capace, se volesse. Ma tu non l’hai ascoltata. Allora ha dato un altro avvertimento. Uno che avresti ascoltato. Magari voleva addirittura evitare che fossero i suoi amici a scendere in campo direttamente. Loro si che hanno un buon motivo per volerci eliminare, se solo non credessero di dover dipendere da lei. Non vedi? Non glielo ha neppure detto. Non gli ha detto dove viviamo. E’ venuta qui, da sola, ed è venuta di notte, quando ci sarebbe stata poca gente, e quella poca avrebbe anche avuto la possibilità di fuggire. Sai, lei è forte, ma non invincibile. Può vincere facilmente se si trova di fronte pochi avversari, ma non potrebbe farcela contro tutti noi. Non se la nostra sola scelta fosse quella di combatterla perché non possiamo scappare fuori. Per vincere in simili condizioni dovrebbe… non so… bruciare la casa, o farla saltare… ma te l’ho detto, non vuole.”
Spike sembrava frastornato, come se avesse sentito una cosa inconcepibile e inaspettata.
Angel non si stupì della reazione. Era quello che si aspettava.
Spike era bravo a capire le persone. Lo era sempre stato. Ma non di inserire quello che sentiva in un contesto che esulasse dai diretti interessati. Sembrava considerare i comportamenti come eventi isolati, riferiti solo a coloro che li compivano. Era incapace di capire che ogni azione aveva ripercussioni che si allargavano a macchia d’olio, che a volte le azioni ne spingevano altre, e queste altre ancora... e cause e conseguenze si connettevano le une alle altre intessendosi in una trama simile ad un reticolo cristallino, e non era capace di vedere i punti e i momenti dove intervenire per modificare gli eventi.
Così, non aveva valutato le conseguenze delle sue mosse.
“Secondo te, ho ucciso io Drusilla, quindi…”
“No. L’ha uccisa una cacciatrice.”
“A seguito delle mie azioni.”
“A seguito di molte cose. Tra cui le tue azioni, si.”
Spike chinò nuovamente la fronte sulle ginocchia, ma ora Angel non aveva intenzione di lasciargli il tempo di riprendersi, né il modo di indirizzare la conversazione.
“William…”
…lo sguardo del giovane si focalizza su di lui… perde la qualità nebulosa che indica quando fosse perso nei suoi pensieri…
“Che ci faceva qui, Drusilla? Perché l’hai portata?”
…è subito sulla difensiva, Spike…
“Non ricominciare con questa storia.”
“Non è mai finita, questa storia. Hai continuato a rinfacciarmi il pericolo di questo luogo. Anche adesso. Ma non mi hai mai detto perché tu… e lei… eravate qui. Tu l’hai portata, e tu sei rimasto. Adesso voglio sapere.”
… perché sa che questa volta non riuscirà a sviare il discorso…
“Sono venuto per aiutarla.”
Angel gli sorrise tristemente.
“Con cosa? Qualche preghiera e una trasfusione di sangue per via cutanea?”
“Aveva funzionato.”
Angel stava tracciando con un dito invisibili disegni sul pavimento, ma come sempre la sua attenzione non lasciava Spike.
“Aveva funzionato perché tu avevi bisogno di lei. La volontà fa grandi cose, soprattutto quando esiste un buon motivo a sostenerla. Dru stava bene, quando trovava qualcosa che le dava una ragione per resistere a quello che le capitava. Ma va bene… qualunque fosse il motivo, aveva funzionato… Allora perché non te ne sei andato?”
(Volevo andarmene…)
… almeno mentre stava rigenerando la schiena spezzata, e per una volta era stato lui quello che...
Allora aveva voluto trovarsi lontano da questo luogo. Lo aveva anche chiesto a Dru. Almeno una volta glielo aveva chiesto.
“Non potevo muovermi…”
Poi però aveva ricominciato a camminare… e Angel era di nuovo fra loro. E l’idea di andarsene era stata relegata fra le cose ipotizzate e mai realizzate.
“Così non ti spieghi, William. Comincia dal principio, allora. Comincia col dirmi perché aveva bisogno di aiuto.”
“Perché? Angel, stava male, ma te ne sei mai accorto, idiota?”
“E tu ti sei sentito in dovere di assisterla…”
Spike annuì.
“Qualcuno doveva occuparsi di lei…”
Angel non trasmetteva niente.
Lo guardava, e le sue pupille si dilatarono fino a coprire gran parte dell’iride, perdendo fuoco. Stava visualizzando immagini del passato.
“Spike… Quanti conosci che sopravvivano più di qualche anno? Quanti dei tuoi figli sono ancora vivi? Dru era la sola dei miei ad avercela fatta… Perché proprio lei? Io l’ho conosciuta prima di te. Tu la chiami pazza, ma se fosse stata pazza sarebbe morta in breve tempo. Era forte, sai? In tutti i sensi… Come poteva non esserlo? Perché credi che l’avessimo scelta?”
“Perché vi era utile.”
“Oh, si. Certo. Naturalmente ci era utile. Non potevamo permetterci il peso di avere con noi qualcuno che non fosse utile. Ma neanche il peso di tenere chi non fosse capace di badare a se stesso. E Dru ne era capace, te lo assicuro. Come me, come Darla… Non la tenevamo chiusa in casa imboccandola, prima che arrivassi tu. Ricordi che facevamo qualcosa di simile?”
“No…”
“No. Non lo abbiamo mai fatto, e non abbiamo certo mai permesso a te di farlo. E poi, qualche anno da sola con te, e ritrovo una demente incapace persino di parlare. Voglio sapere, Spike. Mi mancano troppi anni della vostra vita. Dimmi cosa è successo in quegli anni. Dimmi perché era ridotta così.”
Stanchezza… da parte di Spike. Lo stava costringendo a pensare e non ci riusciva. Quello che aveva provato precedentemente lo aveva lasciato svuotato di ogni sensazione eccetto la stanchezza, e pensare era faticoso.
“Era rimasta ferita. Molto gravemente.”
Alzò lo sguardo, per incontrare gli occhi interrogativi di Angel. La spiegazione non bastava.
“Non si è più ripresa. Non so perché.
“Una ferita non basta. Le ferite guariscono, almeno le ferite del corpo. Guariscono, se non ci muori…” disse, indicando con un gesto il loro compagno agonizzante.
Spike lo guardò rabbioso. Non gli piaceva la direzione che stava prendendo quel discorso. Voleva tornare a parlare della cacciatrice, e del suo delitto. Naturalmente, Angel non glielo permise.
“Tu sai cos’è questo posto?”
La domanda era stata fatta in tono amichevole, ma non c’era niente di amichevole nell’atteggiamento di Angel, e Spike sapeva che esigeva una risposta.
In quel momento si rese conto che era solo, e non era mai stato solo in vita sua.
“Lo so.”
“Attento, Spike. Ti sto dando la possibilità di uscirne fuori relativamente indenne. Attento a quello che dici, perché poi dovrai affrontare le conseguenze.”
“Lo so, ti ho detto.”
“Lo sapevi, eppure non te ne sei mai andato. O meglio, lo sapevi, eppure sei venuto qui.”
Per un attimo Angel si aspettò che il giovane lo ignorasse, e invece…
“Te l’ho già detto. Volevo aiutarla. Ho cercato di fare quello che potevo. Tu te ne eri andato, e dopo un po’ anche Darla è sparita, e siamo rimasti soli.”
… aveva accettato di giustificarsi, di spiegare. Questo voleva dire che in qualche modo sentiva di dover legittimare il suo comportamento agli occhi di se stesso. E al tempo stesso di riversare altrove la responsabilità delle proprie azioni.
“E con ciò? Sarebbe accaduto in ogni caso, da un momento all’altro.”
Spike sembrò essere sul punto di replicare con rabbia, ma non disse niente. Angel aveva ragione. Lui e Darla non avevano avuto intenzione di creare una nuova comunità. Amavano la loro vita errabonda e solitaria. Ormai i loro due giovani discendenti sapevano cavarsela da soli, e se non se ne fossero andati di propria spontanea volontà, presto o tardi li avrebbero allontanati.
“Dov’è il futuro, Spike?”
Era una domanda semplice, e tanto inaspettata che la risposta fu automatica.
“Da nessuna parte.”
“Esatto. Nessun futuro. Esistono solo probabilità. Quelle erano il futuro di Dru. Se avesse visto il futuro… se esistesse un futuro… allora tutto quello che vedeva si sarebbe avverato in ogni caso, ma noi sappiamo bene che non è mai stato così. Ci sono solo possibilità. Possibilità limitate, determinate dalla realtà del presente, che si è costruito con gli eventi del passato. Qui… quanti mondi esistono qui? Quanti universi si intersecano in questo posto? Quante possibilità, e quali? Edificate con quale passato? Eleva quello che vedeva Dru per il loro numero e immagina. Immaginati… cosa… poteva vedere. E’ questo, che sapevi?”
“No…”
“No… Anche se un attimo fa sapevi… Comunque, ad un certo punto devi avere capito. Ne abbiamo avuto entrambi prove sufficienti. E’ bastato un frammento di quello che provava lei a far crollare noi. E, ancora, non te ne sei andato… Eppure te l’ho detto tante volte… di andartene, portare via Drusilla. Non stavi più male. Ma continuavi a restare qui, anche se, secondo quello che tu mi dici, non ne avevi più motivo.”
Spike restava zitto.
Angel si avvicinò al ferito, gli si inginocchio accanto e gli sfiorò un braccio. Istintivamente, l’uomo gli strinse la mano.
“Vedi? A volte ci si aggrappa a chiunque. Anche lui… che fino a ieri non aveva quasi il coraggio di parlarmi. Basta aspettare il momento giusto, la giusta paura… e baratteresti qualunque cosa, a qualunque persona, per alleviare paura, o solitudine, o disperazione. E’ facile lasciarsi andare. Facile passare un confine dopo il quale tutto ciò che resta di te non sei più tu, ma solo il riflesso di quello che un altro vuole. Difficile è tornare.”
Si sciolse dalla stretta dell’uomo e tornò da Spike.
“Forse, era arrivato il momento di Dru, e quello che tu le hai chiesto in cambio del tuo aiuto era se stessa.”
Spike non trovava il modo di reagire.
Non percepiva niente in Angel, e questo non andava bene. Affatto. Spike, come tutti loro, riusciva ad orientarsi tramite le reazioni trasmesse dai suoi nemici. Anche solo il cercare di nascondere le proprie emozioni era comunque una reazione, ma non questo ‘niente’.
Il ‘niente’ lo disorientava.
Nemmeno la postura di Angel non trasmetteva qualche intenzione comprensibile. Era accovacciato sulle caviglie davanti a lui, a distanza sufficiente da non violare il suo spazio personale, ma neanche tanto lontano da indicare timore. Non era nervoso, né troppo rilassato. Nessuna variazione nel suo campo bioelettrico a indicare un contrarsi anche involontario dei muscoli. Se non avesse percepito la sua presenza fisica, Spike avrebbe quasi potuto dire che non era neanche lì.
Sembrava avere spento un interruttore emotivo.
Non esisteva fulcro su cui far leva. Angel aveva le sue debolezze, ma erano debolezze diverse. Non servivano, ora.
Invece lui si era messo subito in difesa. Così dava al nemico il vantaggio del sapere, e il vantaggio di controllare le sue reazioni.
“Sei tu il pazzo, qui.”
“Può darsi. Però ancora non mi hai detto perché hai portato Dru, o perché non te ne sei andato.”
E, a guardare Spike, non glielo avrebbe detto.
“Allora posso provare a capirlo da solo… Temevi che anche lei se ne sarebbe andata, prima o poi? Anche tu sei come la cacciatrice, come tutti. Cerchi di soddisfare le tue necessità, e sono necessità difficili da accontentare. Non è mai stata lei ad avere bisogno di te. Almeno, non all’inizio. Eri tu che avevi bisogno di lei. Hai sempre bisogno di qualcuno. E’ questa la tua necessità. Hai bisogno di qualcuno che dipenda da te.”
Un lieve rumore.
Non erano più soli. Uno dei loro compagno era tornato, e seguendo il suono delle loro voci li aveva raggiunti.
Entrò nella stanza, guardando il ferito raggomitolato a terra, e loro, ma non si avvicinò troppo…
“Sei avido.” continuò Angel, ignorando il nuovo venuto “Avido d’attenzione, avido d’importanza. E sei geloso. Sei sempre stato così, fin dai primi giorni. Volevi essere il centro dell’esistenza… di Dru, di Darla, mia… di chiunque ti capiti intorno. Era un’ossessione, la tua, e avresti voluto che tutti fossero ossessionati da te. E siccome questo non succedeva, ti sentivi odiato, perché, secondo te, se non si vive in funzione di Spike, allora vuol dire che lo si odia. Nel tuo mondo personale, quello che ti eri creato con la tua convinzione, io amavo Dru, Darla amava Dru e me… tutti amavano Dru, e tutti trascuravano te, ma trascurato volutamente, con intenzione, quasi noialtri esistessimo al solo scopo di farti del male… quasi tu fossi il metro di misura delle nostre vite. In bene o in male. Non importa, basta non essere ignorato.”
“Allora ci sono riuscito. Io sono diventato importante per te, o non perderesti tanto tempo a parlarmi.”
Ancora non aveva capito. L’aveva detto, e non aveva capito.
“Tu sei sempre stato importante per me. Per tutti noi. Non ti abbiamo mai odiato, o ignorato. Se ti avessi odiato ti avrei ucciso. Se mi avessi dato fastidio ti avrei ucciso. Se non ti avessi voluto ti avrei ucciso… Io, o Darla. O anche Dru… Secondo te, perché non lo abbiamo fatto?”
“Ah, non lo so… Non l’ho mai capito. Accontentare un capriccio, immagino.”
“Un capriccio…” mormorò Angel “Credi davvero che avremmo potuto fare una cosa simile solo per capriccio? E per soddisfare un capriccio, correre il rischio di essere uccisi tutti quanti? Un capriccio di Drusilla, la sola che ti volesse? Oppure un nostro capriccio, avere qualcuno da tormentare?”
Si. Lo credeva davvero. Contro ogni logica ed evidenza.
(Non vedi quello che hai sotto gli occhi, vero?)
Era difficile la loro vita. Precaria. Aggiungere un membro alla loro famiglia era una decisione delicata, da valutare con cautela. Non l’avrebbero mai presa alla leggera, non lo avrebbero mai fatto senza pensarci attentamente. Così come era altrettanto delicato decidere di tenere chi veniva poi trasformato.
Voleva dire assumersi una responsabilità di molti anni, una cosa che poteva mettere in pericolo chiunque. I giovani dovevano essere curati e educati attentamente, ed erano pericolosi.
I primi tempi dopo la metamorfosi non erano neanche creature senzienti, ed erano aggressivi in modo quasi incontrollabile.
Chi viveva nelle comunità stabili poteva permettersi una maggiore libertà di scelta, ed era una decisione che riguardava lui solo, ma non certo per una famiglia nomade come la loro, che poteva solo contare sulle proprie capacità, e dove l’impegno verso il nuovo essere sarebbe stato diviso fra tutti.
Trasformare un individuo a caso, e trascinarlo con loro solo per gioco, o per noia, o per uno sfizio, sarebbe stata una strategia di sopravvivenza ben poco conveniente.
Spike non era stato indesiderato, né odiato, e non era stata una scelta casuale, la sua.
Drusilla voleva un compagno, e lo avevano cercato fino a che non avevano trovato quello che sembrava avere le qualità giuste.
“Non avremmo neanche dovuto disturbarci a farlo con le nostre mani. Se non ti avessimo voluto, sarebbe bastato lasciarti a te stesso.” continuò Angel “Sembravi così ansioso di volerti distruggere da solo… Qualche volta ci hai messo in pericolo tutti, lo sai? Te ne rendevi conto, o per te era solo un modo per attirare la nostra attenzione?”
Nessuna risposta da parte di Spike. Non con le parole, almeno. Ma si stava innervosendo. Non che fosse una novità. Spike era sempre nervoso, anche nelle situazioni migliori. In quelle peggiori, si faceva travolgere da una rabbia intensa, difficile da controllare, e adesso stava perdendo.
Spike sapeva che ora il solo modo per uscirne era calmarsi e non seguirlo lungo quel sentiero, estraniarsi da quello che diceva….
Sapeva già che non lo avrebbe fatto.
Poteva anche rifiutarsi di rispondere, perché sapeva di non poter sostenere un simile scontro, ma avrebbe continuato ad ascoltare, addentrandosi sempre più nel territorio favorito di Angel, e se Angel voleva poteva far si che alla sua vittima piacesse la sofferenza che gli procurava e pregasse per continuare la sua tortura.
“Se ti odiavamo tanto, perché restare con noi? Perché ti lamenti che ti abbiamo lasciato? Avresti dovuto esserne felice.”
… Una donna e una ragazza entrarono nella stanza. Loro non persero tempo a guardarsi intorno, o a badare ai presenti. Corsero dal ferito, e gli si inginocchiarono accanto, nascondendosi il volto nelle mani.
L’oppressiva sensazione di dolore si interruppe quando le due donne si allontanarono portando via il loro congiunto, disinteressate a tutto eccetto che al loro personale dramma…
Angel si girò appena per guardarli, poi si rivolse di nuovo a Spike.
“Temevi che prima o poi saresti rimasto solo, e tu non puoi vivere solo. Così, quando ti è stata data l’occasione, l’hai colta al volo. O te la sei creata da solo, l’occasione… non importa davvero. Lei aveva bisogno di te, e tu l’hai chiusa in una gabbia, l’hai isolata dal mondo, perché il suo solo mondo dovevi essere tu, fino a quando non l’hai soffocata, e lei non ha più neppure saputo che fare, se non accontentarsi di quello che tu le permettevi. Ci avevi già tentato, altre volte. Cercavi di spezzare il legame di Dru con noi, di legarla in esclusiva a te. Lo avevi capito subito, vero, che era l’unica, di tutti noi, abbastanza vulnerabile da cederti? Come hai fatto? Hai rivoltato contro di lei la responsabilità che provava per te?”
“Io amavo Dru.” replicò Spike.”
“Perché continui ad affermarlo? E’ così importante che io sappia che tu l’amavi? E’ così importante che tutti sappiano quanto amavi Dru? Non ti basta che sia tu a saperlo? Vivi per te stesso, o per l’opinione che altri hanno di te?”
Una domanda ovvia.
La reputazione era importante per tutti. Nasceva dalle azioni, e influenzava il comportamento di chi stava intorno. A volte, la reputazione era un ammortizzatore per evitare conflitti, o, viceversa, poteva favorirli. Era questo. Un mezzo. Comunque, qualcosa da valutare per la sua utilità, o per quello che si voleva fare. Ma, se svolgeva il suo scopo, a nessuno importava realmente dell’opinione degli altri.
Eccetto per Spike. Per lui la reputazione assumeva una valenza personale, non era solo uno strumento.
Aveva la necessità di mantenere viva agli occhi altrui l’immagine di se che lui stesso si era creata, come lui si vedeva e considerava.
Soprattutto agli occhi di chi gli era più vicino, e, gli piacesse o no, ora aveva vicina una sola persona.
“L’amavi? O usavi il suo amore per riempire il vuoto che sei? E’ incolmabile, Spike… non ti basta mai quello che gli altri sono disposti a darti. Tu la volevi, e la volevi sopraffare, perché è il solo modo con cui ti relazioni agli altri. Per questo sei venuto qui? In questo luogo che per lei, più che per chiunque, era l’inferno… dove sarebbe stata anche più dipendente da te? Qualche volta penso che tu… ti sia stancato quando lei non ha avuto più niente da darti, quando la sua malattia le ha impedito di soddisfare la tua necessità di attenzione. E poi, naturalmente, avevi ritrovato me, e quindi potevi accantonare Dru. Ho l’impressione che ai tuoi occhi nessuno sia insostituibile.”
… Altre presenze intorno. Poco per volta rientravano tutti…
Quelli che avevano perso parenti, o amanti, e avevano sentito la loro fine. E quelli fuggiti all’arrivo della cacciatrice, che si erano decisi a tornare.
Poi sarebbero tornati anche gli altri, quelli che non sapevano ancora nulla, ma per loro era ancora troppo presto.
Ancora una volta, il tempo pareva avere scelto arbitrariamente la velocità con cui scorrere, ed era passata meno di un’ora dall’irruzione, anche se sembravano giorni.
“Ma sai qual’è la cosa divertente, nella dipendenza, William? A volte funzione in tutti e due i sensi. E tu, adesso, sei solo.”
“Tu non hai neppure idea di quello che ho dovuto fare per Dru.”
“Quello che ne ricevevi in cambio, evidentemente lo consideravi sufficiente a ripagarti.”
“Almeno non l’ho abbandonata a morire in mezzo ad una strada, come Darla ha fatto con te.”
“Io non sono morto. Ammetto di avere passato momenti difficili, ma non sono morto.”
“No, per mia sfortuna.”
“Nessuna sfortuna. O fortuna. Se ce l’ho fatta, è stato solo per merito mio. E grazie a Darla.”
Questa volta Spike si mise a ridere.
“Darla ti ha sbattuto fuori a calci, o preferisci non pensare a questo?”
Non era mai una cosa prudente, parlare di Darla a Angel. Lo sapeva bene. Non aveva mai permesso a nessuno di ricordargliela, e non aveva mai chiarito cosa fosse realmente successo fra loro. Sembrava che preferisse piuttosto essere considerato l’assassino della sua compagna.
Spike aveva cercato di capirlo, con cautela. E si era sempre scontrato con un silenzio che a insistere si sarebbe trasformato in una furia distruttiva. Anche lui conosceva bene Angel.
Per questo lo aveva fatto, nel tentativo di farlo infuriare, e fargli commettere una mossa sconsiderata. Di scuotere la sua compostezza.
Ma questa volta non ottenne niente.
“Che altro doveva fare? Tenermi con lei, curato e nutrito come un animale in gabbia, vivo solo per pietà, fin quando sarebbe durata la pietà, o la sopportazione? E poi? Cosa sarei diventato, io? Darla mi amava. Abbastanza da darmi la possibilità di uscirne con le mie sole forze. Certo, avrei potuto morire, molto facilmente. Ma non sono morto. In un certo senso, la sua è stata la migliore prova di quanto mi amasse. Mi ha insegnato a sopravvivere.”
“E l’hai uccisa.”
“E l’ho ‘solo’ uccisa.”
Nessuna rabbia in Angel. Né dolore o risentimento… niente di quello che Spike si era immaginato potesse provare nel sentire parlare di Darla.
Solo quello strato di ‘nulla’ spaventoso e incomprensibile.
Si era chiesto come potessero averlo cambiato, gli anni passati. (E se avesse imparato questo? Non come a essere, ma come ‘non essere’… a non ‘sentire’… ‘non’ odiare… ‘non’ amare…)
“Perché lo hai fatto?” chiese “Perché hai ucciso Darla?”
“Scelte, Spike. Sono quello che abbiamo, e quello che siamo. La somma delle scelte che facciamo. Però vedi, possiamo scegliere solo fra le carte che abbiamo al momento, che non sono mai infinite. E non sono sempre le carte giuste, o quelle ideali… Dobbiamo scegliere non la cosa perfetta, ma la meno peggio, e qualunque sia la scelta, valutare le conseguenze, perché di conseguenze ce ne sono sempre, e ogni conseguenza è un universo a parte. Alcune possono portare a strade dove le sole scelte saranno tra diversi gradi di orrore. Credimi, io le ho percorse, quelle strade… Adesso scegli tu, William. Sei solo stupido per non aver capito, o sei davvero un assassino?”
Prima che Spike potesse preavvertire un attacco, Angel gli sbatté la testa contro il muro, non tanto forte da ferirlo seriamente, ma abbastanza da stordirlo.
I presenti si allontanarono subito, senza però fuggire dalla sala.
Non avrebbero preso le parti di nessuno dei due, ma aspettavano.
Sapevano che nei prossimi minuti le cose sarebbero cambiate, chiunque fosse stato il vincitore, e dovevano tutti valutare come comportarsi.
Era stato quello il timore di Angel. Che si coalizzassero contro di lui. Che appena qualcuno lo avesse contrastato, gli altri avrebbero approfittato dell’occasione per attaccarlo insieme. Imparavano in fretta, e questa volta non si sarebbero comportati come con Stephan. Non lo avrebbero lasciato agire da solo.
Ma adesso…
Non erano nello stato d’animo di preoccuparsi di loro due, non ora. E Angel era sicuro che comunque la maggior parte di loro se ne sarebbe andata, dopo quello che era successo questa notte. Cosa poteva importare loro come avrebbero risolto la faccenda?
E anche se qualcuno avesse deciso di restare…
Gli errori di Spike gli avevano precluso l’appoggio dei compagni. Non aveva tenuto conto della particolarità di luogo e tempo, e la sua negligenza aveva causato troppi morti. Si era dimostrato incapace di gestire proficuamente la posizione guadagnata.
Poiché stavano insieme soprattutto per necessità, richiedevano la massima efficienza da chi ricopriva ruoli principali.
Alla fine la sola cosa che importava era la sicurezza. Senza, un gruppo stesso non aveva motivo di esistere.
Angel fu subito addosso a Spike, una mano che gli premeva il petto tenendolo fermo e l’altra, con gli artigli sguainati, ferma a pochi millimetri dagli occhi.
Spike aveva le mani libere, ma non sarebbe mai riuscito ad anticipare la reazione di Angel, se si fosse mosso. Sapeva anche che gli aveva lasciato apposta la possibilità di reagire.
Lo tentava, a reagire.
Il messaggio era chiaro: ‘Decidi tu la prossima mossa.’
Una scelta. Era quello che aveva.
(Ha ucciso Darla)
Avrebbe potuto scegliere di morire, ma non era la morte la scelta che gli veniva offerta.
Anche adesso, Angel non voleva ucciderlo.
L’incubo dei giorni passato immobile, i minuti trasformati in ore, prigioniero di un corpo che non rispondeva più… avrebbe potuto tornare. Angel avrebbe potuto strapparli gli occhi, o storpiarlo in modo irrimediabile, e lasciarlo… vivo. Avrebbe potuto fare di peggio.
Imprigionarlo, da solo, e ignorato. Avrebbe potuto fare… molte cose.
Era sicuro che persino il modo con cui aveva ucciso Stephan non era il peggio a cui avrebbe potuto arrivare.
La morte non era la peggiore delle cose. Neanche la più irrimediabile, in realtà, e Angel aveva molta fantasia.
Cedette, chiudendo gli occhi e tornando in forma umana. Subito Angel si rialzò, liberandolo, e si allontanò di qualche passo.
Gli altri osservavano attentamente.
Il conflitto che da tanto tempo rendeva a tutti così difficile vivere era esploso e si era risolto in pochi istanti.
Angel aveva ristabilito la sua posizione, e anch’essi ora dovevano scegliere. Cosa fare, e come agire verso lo sconfitto.
Spike si rialzò, osservato dagli occhi dorati e pieni di rancore dei suoi compagni.
Angel stava già uscendo dalla stanza, senza neanche più guardarlo.
Si voltò solo un attimo.
“Vedi come si decide in fretta, quando la posta in palio è abbastanza alta?”
Un cubo.
Una forma solida. Sei facce, otto vertici, dodici spigoli.
E tre dimensioni.
Che cosa sarebbe per una creatura di un universo bidimensionale?
Essa vive su un piano. Conosce la lunghezza e la larghezza. La terza dimensione non è contemplata, difficile da immaginare. E’ una leggenda, l’ipotesi di menti fantasiose.
Il mondo è un foglio, la vita un disegno…
Volare? Non si vola. Si striscia.
Il volo è prerogativa degli angeli. O dei demoni.
Finché il cubo è al di sopra (o al di sotto) del suo piano, la creatura bidimensionale non può vederlo, non può averne esperienza.
Può riprodurne un’immagine prospettica, farsene un’idea concettuale, anche, ma non può conoscerlo, non nella sua solida realtà.
Al fine pratico, per lei il cubo non esiste.
Ma se un cubo dovesse intersecare il suo universo? Se passasse attraverso il mondo-foglio, come un fantasma attraverso un muro?
Cosa vedrebbe, in questo caso, la creatura bidimensionale? Cosa apparirebbe ai suoi occhi, durante la traslazione?
Dipende.
Nel caso più semplice, una faccia del cubo è perfettamente parallela al piano. Se è così, appena il cubo si appoggia al suo piano, la creatura bidimensionale vede apparire dal nulla un quadrato, che resta quadrato per tutto il tempo che occorre a completare il passaggio, per poi sparire improvvisamente come era apparso.
Se invece il cubo attraversa il piano di sbieco, le cose si fanno un po’ più complesse.
Nel momento in cui il cubo tocca il suo mondo, la creatura vede un punto (se il contatto parte da un vertice), oppure una linea (se parte da uno spigolo).
Man mano che il cubo attraversa il piano, la linea diventa quadrilatero, o il punto triangolo. Poi possono apparire altri lati, che vanno ad aggiungersi al quadrilatero, o al triangolo. La forma della sezione del cubo, tagliata dal piano, può essere una qualsiasi forma poligonale con un massimo di sei lati.
La creatura bidimensionale vede i poligoni cambiare, accrescere, ridursi, distorcersi…
Tutto dipende dall’angolazione con cui il cubo taglia il piano, e in quale momento dell’intersezione si trova.
… e mentre il passaggio prosegue, mentre il cubo si avvia a lasciare il piano, di nuovo un poligono decrescente fino ad un punto, od una linea, e poi...
... poi di nuovo il nulla, quando il cubo ha attraversato il piano, e si trova nell’aldisopra, o nell’aldisotto.
Quando è di nuovo nel regno degli angeli. O dei demoni.
Magia? Meglio. Geometria.
Se invece di un cubo è un solido irregolare? Ad esempio… un corpo concavo?
Questo può entrare in contatto in due (o più) punti diversi della dimensione piatta, e l’essere bidimensionale avere così esperienza di due (o più) intersezioni distanti, per lui prive di correlazione.
Per quello che lo riguarda, gli eventi sono stati diversi, separati dallo spazio e forse anche dal tempo…
Eppure, l’evento è stato unico. Una sola traslazione. Un unico corpo attraverso un piano.
Ma se questo è quello che vede, cosa capirebbe?
Come potrebbe ricavare la vera forma del cubo, o della forma solida, da quello che ha visto, la creatura bidimensionale, che non osserva dall’esterno, che manca di una dimensione, e striscia, e non può volare?
Sommiamo una dimensione.
Al posto del cubo, un ipercubo… Un ente geometrico più che solido a quattro dimensioni, composto di otto cubi, ventiquattro quadrati, sedici vertici e trentadue spigoli…
… e il piano attraversato, lo spazio tridimensionale, quello consueto, quello che le creature terrestri sono solite considerare… ‘reale’...
Cosa vedrebbe, in questo caso, l’osservatore?
L’intersezione è una forma variabile da una piramide ad un poliedro irregolare che può avere fino otto facce… Una cosa distorta che non può essere collegata alla reale forma dell’ipercubo, più di quanto la sezione irregolare piana possa dire alla creatura bidimensionale quale sia la forma del cubo.
Si può anche andare più in là, considerare un cubo a cinque, sei, sette… incalcolabili dimensioni. Si possono considerare forme innumerevoli, a innumerevoli dimensioni...
Certo, immaginare come sarebbero le intersezioni con lo spazio non è più molto agevole, ma il limite dell'osservatore non elimina la possibilità.
E se non fossero cubi, o altri enti geometrici? Se fossero invece universi, a intersecarsi? In fondo, chi lo sa qual è la forma di un universo.
Come apparirebbero gli ipotetici abitanti di questi universi?
Come si potrebbe estrapolarne il vero aspetto dalle ombre alterate che sono l’intersezione delle loro forme con il nostro universo?
Forse anche la creatura che Angel stava guardando era solo la frazione conoscibile di un ente multidimensionale.
Forse per questo era tanto grottesco.
Forse in realtà esso volava nei cieli di un piano di sopra (o di sotto), ma, per qualche motivo, il suo universo stava attraversando il nostro, e lui era rimasto bloccato nel punto di passaggio.
Forse un demone è solo l’intersezione nello spazio tridimensionale di un angelo.
“E’ questo che sei? Un’intersezione geometrica?”
La creatura sotto le sue mani non rispose.
Comprensibile, visto che non aveva più tutti gli organi indispensabili ad articolare una frase al loro posto.
Ma in realtà non aveva emesso alcun suono, da quando lo aveva attaccato.
Solo gli occhi fissi sul vampiro accovacciato sul suo petto si dilatarono lievemente.
“Ma forse è così per tutti, e non lo sappiamo. Le dimensioni si intersecano, e i punti di intersezione sono gli esseri viventi... Secondo me, è una possibilità da non escludere.”
L’odore del suo sangue, o di quello che presumibilmente fungeva da sangue, era indefinibile. Intenso, ma irriconoscibile.
Eppure, con l’olfatto e un senso che era a metà strada tra olfatto e gusto, Angel era in grado di discernere in pratica ogni elemento.
(No. Solo quelli di questo mondo)
Leccò con cautela il fluido scuro che colava dalla gola dall’essere, attento a non assorbirne più di quel minimo necessario affinché i recettori chimici gustativi si attivassero e sommassero agli altri per analizzarlo, senza che la quantità potesse eventualmente essere dannosa.
Ma non c’era pericolo.
Forse il liquido aveva le funzioni del sangue, e forse ne aveva anche il colore, anche se questo non poteva dirlo con precisione, ma a quel punto l’analogia si fermava.
Non era commestibile, e neanche tossico. Era solo diverso. Così diverso da non avere alcun effetto su un organismo terrestre.
Capitava spesso con quelle creature. A volte la cosa era reciproca, e anche alcune di loro non erano in grado di assimilare le sostanze terrestri.
Era uno dei tanti motivi per cui la maggior parte non sopravviveva a lungo.
Comunque, chi prima, chi dopo, morivano tutte. In un modo o nell’altro, nessuno di esse era del tutto compatibile con un ambiente nel quale non si erano evolute.
Se non era perché non trovavano di che nutrirsi, erano le condizioni ambientali avverse, o erano eliminate da qualche forma di vita locale… o finivano per autodistruggersi...
Poche riuscivano a sopravvivere. Certe persino prosperavano, almeno in apparenza. Ma anch’esse non erano in grado di riprodursi con successo a lungo termine. La loro progenie era spesso anormale e diventava sempre più debole
Non conosceva niente di non originario della Terra che fosse riuscito a adattarsi al punto di dare vita a più di due generazioni.
Ma, mentre alcune di queste creature comparivano in un unico esemplare, altre erano una presenza costante. Certe formavano addirittura delle popolazioni stanziali.
Fra determinati mondi dovevano esserci collegamenti permanenti, o almeno passaggi che ricorrevano periodicamente, per permettere a quegli esseri di mantenere stabile il loro numero.
La sua attuale preda apparteneva ad una specie rara, ma non unica, di cui conosceva le abitudini piuttosto bene, anche se al momento questo era il solo che girava per la città, e il primo che catturava.
Era forte, agile, aggressivo, e abbastanza resistente da metterci tutto quel tempo a morire, nonostante il collo spezzato e le ferite devastanti.
Un po’ come un serpente, anche se non assomigliava per niente ad un rettile.
Ma era sicuro che ormai fosse alla fine.
Non gli aveva dato la caccia per nutrirsene, ma aveva cominciato a uccidere in modo sistematico il maggior numero possibile dei cosiddetti demoni, selezionando le sue vittime fra quelli in grado di costituire un pericolo anche solo potenziale, e i carnivori abbastanza grandi da rappresentare dei rivali.
Fino a quel momento, non se ne era mai occupato intenzionalmente, limitandosi a difendersi se lo aggredivano.
Anche se a volte i vampiri erano uccisi da loro, finché si trattava di casualità non interferiva, ed era intervenuto solo in rarissimi casi in cui apparso qualcosa di talmente letale e incontrollabile da mettere a rischio l'esistenza di tutti.
Ma le cose erano cambiate.
C'era stato l'attacco della cacciatrice, e la sua gente si era allontanata. La maggior parte se ne era andata dalla città nel giro di un paio di notti, e gli altri avevano comunque lasciato la casa.
Anche lui aveva sentito l’impulso di fuggire subito, abbandonare almeno il rifugio violato. Ma non c’era motivo logico, e non aveva intenzione di dar retta all’istinto senza ragione.
Se la cacciatrice avesse voluto fargli del male, glielo avrebbe fatto da tempo. Se avesse voluto trovarlo, finché restava in città lo avrebbe trovato ovunque si fosse nascosto. Per eluderla avrebbe dovuto lasciare città, e non ne aveva alcuna intenzione.
Ma gli altri non avevano non se l’erano sentita di restare, o non avevano la sua motivazione.
Non tutti. Qualcuno era rimasto.
(Spike… anche Spike è rimasto)
Se ne era andato subito dalla sua casa, questo si. Ma non aveva abbandonato la città.
(Non può andarsene…)
Era quasi stupefacente che fosse riuscito ad allontanarsi tanto...
La creatura morì, sempre in silenzio.
Un concorrente in meno di cui tenere conto per le risorse della città, che occorrevano a lui e ai suoi.
Non aveva più intenzione di tollerare la presenza di tanti eventuali nemici, o tanti competitori. Non ora che poteva occuparsene, e soprattutto non in questo momento.
Aveva ricominciato subito a ricostruire il gruppo.
Non il vecchio gruppo, quello non era possibile.
Gli individui non potevano essere sostituiti.
Ognuno fungeva da centro di aggregazione di una serie di dinamismi, ognuno si rapportava agli altri in modo inequivocabile, intessendo una rete di relazioni unica. Non esistevano leggi costanti, o tradizioni inviolabili a far da base e controllare i comportamenti. Esistevano solo necessità e volontà. Ogni soggetto era un universo a se, e quindi, ad ogni perdita, il gruppo intero cambiava, cambiavano le relazioni e il modo di valutare chi restava.
In sostanza, la comunità era distrutta. Almeno questa comunità.
Tutto sarebbe stato diverso, ora.
Anche quando i superstiti si fossero riorganizzati, anche quando altri avrebbero preso il posto di chi se ne era andato, si sarebbero dovuto formare nuove unioni, amicizie, nuove alleanze.
(Va bene così)
In questo modo c’era posto per ricominciare, ripartendo da zero, e stavolta niente più anziani arroganti e fanatici, o giovani troppo intelligenti e in cerca di potere.
Ma aveva bisogno di rendere il più sicuro possibile la zona per se e per gli altri.
Non intendeva limitarsi ad aspettare che altri arrivassero a riempire i vuoti. Questo poteva accadere fra un giorno, o fra anni.
I pochi che erano rimasti erano preziosi. Non poteva permettersi di perderli, ed erano più esposti agli attacchi ora che si erano dispersi.
Aveva anche messo in preventivo di trasformare alcuni soggetti, che sarebbero stati vulnerabili a lungo, e avrebbero avuto bisogno di cibo. Molto cibo.
E c’era la cacciatrice, fin troppo nervosa.
Lei aveva sempre accettato un certo numero di perdite come inevitabile, una quota fissa da pagare alla particolarità del luogo. Ma al momento la sua tolleranza era ridotta. Non era tempo di attrarre la sua attenzione.
Le uccisioni di umani dovevano essere limitate al minimo, e a meno che non volesse soffrire la fame, o affamare i suoi, il modo migliore era ridurre i rivali.
(Forse dovrei presentare il conto all’Osservatore)
Non pensava di ucciderli tutti.
A parte l’impossibilità di portare a termine una simile impresa, visto il loro continuo flusso, molti di essi erano talmente inoffensivi che dargli la caccia era solo una perdita di tempo.
L’importante era tenere il loro numero sotto controllo.
Inoltre, se per lui rappresentavano solo dei concorrenti o dei pericoli, per la cacciatrice erano una preda ricorrente, e non era certo una cosa saggia lasciarla senza troppi senza bersagli se non loro stessi.
In fondo, anche il tempo di lei aveva un limite, e finché lo occupava focalizzandosi su altri, non poteva utilizzarlo per perseguitare i vampiri.
La creatura era una delle tante che mantenevano la coesione fisica per un tempo prolungato anche dopo morte. Il corpo non si era ridotto in cenere, non si era liquefatto, né aveva subito qualsiasi altra trasformazione.
Angel estrasse il pugnale ancora infisso nell’infossatura sottomandibolare del demone e si alzò.
Era presto, anche per le brevi notti della stagione così avanzata.
Nel tempo che restava prima del mattino, poteva ancora riuscire a catturarne qualcuno.
Quanto a questo, forse lo avrebbe trovato qualcosa in grado di consumarne i resti.
Altrimenti non sarebbe stato altro che un rifiuto… strana forma assurda e sola… Inutile, qui, da morta come da viva.
L’odore… era un mosaico stagnante.
Cenere vecchia di anni. E polvere in accumulo progressivo.
Plastica, e ruggine. Urina e sudore umani.
Odore di tutto quello che era andato perso.
Non era sufficiente a cancellare o nascondere un odore familiare, che l’associazione con gli altri trasformava in qualcosa di osceno.
La vecchia fabbrica non era crollata.
La struttura portante era in mattoni pieni, resistenti alle fiamme e, insieme alla scarsa ventilazione e alla compartimentazione del palazzo, avevano anche in parte impedito il propagarsi e il perdurare dell’incendio, impedendogli di raggiungere le temperature che avrebbero disgregato i muri.
Questo non aveva salvato l’interno.
Il calore aveva causato deformazioni plastiche agli elementi di metallo, alterandone forma e funzione. Le strutture indebolite non avevano più sorretto i carichi superiori, ed erano collassate su se stesse, facendo crollare tutto ciò che avevano sostenuto.
Ponteggi, travi e intelaiature smembrate coprivano il pavimento, rendendo quasi difficile camminare in alcuni punti.
Degli schermi televisivi che avevano riempito la sala principale, restavano ora solo involucri irriconoscibili che lasciavano fuoriuscire i loro intestini artificiali, matasse di fili e componenti interne prima liquefatti poi risolidificati in forme che sembravano volere copiare quelle organiche.
Una versione surreale di quella che era stata la loro casa, l’ultima volta in cui l’aveva vista, quando erano fuggiti dalla furia ottusa e lenta di un uomo che aveva creduto di trovare la pace con la distruzione cieca, con la forza applicata senza cognizione.
… aveva creduto che il fuoco li avrebbe gettati nel panico…
… pensando solo che essi erano vulnerabili alle fiamme… pensando che li avrebbe distrutti tutti…
Forse non pensando… perché non aveva valutato cosa era realmente un incendio, e quali le sue conseguenze.
Si era dimenticato che un vampiro poteva non respirare per ore, se occorreva, ed era immune a quasi tutti i veleni che attaccavano gli esseri umani… che il fumo non gli impediva l’orientamento, e che le reazioni più normali davanti al fuoco erano cercare di spegnerlo, o la fuga, certo non la paralisi. Soprattutto quando la via di fuga è davanti agli occhi.
Ma probabilmente questo non faceva parte dell’educazione dell’Osservatore. Molto più probabilmente, non ne faceva parte nemmeno la ragione…
Li aveva attaccati in piena notte, quando avevano tempo e modo di sfuggire alle fiamme, ed era anche entrato nell’edificio, intenzionato a sentire il sangue del suo nemico, come se solo uccidendolo con le proprie mani la vendetta avesse un senso, come se avesse senso solo applicata ora, e subito…
Così, era caduto sotto l’effetto dei vapori di acido cloridrico, fosgene e ammoniaca liberati dalla combustione di resine, materie plastiche e tessuti, soffocato dall’anidride carbonica e dal monossido di carbonio, stremato dal calore, accecato dal fumo, annegato nei fluidi e nel muco che gli intasavano i polmoni…
(Se solo avesse aspettato il mattino…)
Chissà se la cacciatrice aveva mai capito il perché lui era scoppiato a ridere, mentre lei era stata sul punto di ucciderlo…
Che l’errore di valutazione che aveva commesso (Stupido, quanto stupido. Potenzialmente fatale) era stato annullato da quello del suo avversario.
(Pensare che proprio colui che ti vuole morto con tutta la sua volontà, che si macera all’idea che sei ancora vivo, e libero, e consuma la sua esistenza a odiarti… che proprio la sua presenza, la stessa presenza che è stata quasi la tua morte, solo per il fatto di essere venuto qui… è stata contemporaneamente la tua salvezza… non è ironico?… non è ironico che sia stato lui, a salvarti la vita?)
Alla fine, il fabbricato era stato la sola vittima, fra loro.
(E non ne sento certo la mancanza…)
Lo aveva sempre detestato… questo squallido edificio privo d’aria e di luce, soffocato fra costruzioni altrettanto opprimenti.
Spike invece si sentiva a casa, qui. Se n’era andato solo per necessità, ma in qualche modo questa era sempre stata ‘casa sua’. Modellata sulla sua personalità. Sua per diritto di conquista, mentre il palazzo sulla collina era un luogo sgradevole, un territorio ostile.
Era il motivo per cui Angel aveva voluto cambiare abitazione, spostare il confronto in un ambiente a lui più congeniale. Soprattutto uno scelto da se stesso.
Era anche il motivo per cui Spike era poi tornato alla fabbrica, appena andato via dal palazzo.
Per quello, e perché in città non aveva altri posti dove andare, e altrove…
(Non aveva modo di raggiungere un ‘altrove’...)
Sunnydale era diventata una trappola mortale per Spike più che per chiunque altro, perché non era più solo una potenziale vittima casuale come tutti coloro che vivevano o capitavano qui.
I vampiri rimasti lo perseguitavano.
Non che lo stessero incolpando, naturalmente. Un concetto come la colpa era troppo vago e indistinto per avere una vera consistenza, ma quello di causa e azione era invece molto chiaro, così come era molto chiaro quello che Spike aveva fatto.
Aveva tentato, e aveva fallito, e nel suo fallimento aveva trascinato altri.
Quella era una cosa per cui non c’era comprensione.
E c’era la cacciatrice. Non si poteva esulare da lei, mai.
Stava cambiando.
Ora mirava talvolta a bersagli precisi, e da un po’ di tempo il suo comportamento lasciava intendere che stava puntando proprio a Spike, cercando il modo più sicuro per toglierlo di mezzo.
Spike l’aveva già sconfitta, e questo lei doveva ricordarlo bene.
L’ultima volta aveva cercato di prenderlo alle spalle, ma aveva fallito, e quella era una cosa che poteva funzionare una volta sola.
Così, aveva cercato di sfruttare altri mezzi… Meno diretti, ma non meno efficaci.
Stava imparando.
Imparava a conoscerli bene… Imparava i loro punti deboli, la loro forza, le fragilità intrinseche in ognuno di loro, imparava a conoscerli come individui…
Non si sarebbe meravigliato nello scoprire che li conosceva per nome.
(E’ così che muore, giorno per giorno… come ha detto Drusilla…)
Conoscere e dare nome alle cose è avere potere su di loro, e dare loro potere su se stessi, perché il potere è un legame, e i legami sono sempre, almeno un poco, reciproci.
Davanti a lui… c’era quello per cui Angel era venuto.
Non che avesse avuto bisogno di vedere. Vedere non avrebbe aggiunto nulla a quello che aveva saputo appena entrato nella fabbrica.
L’olfatto ha una dimensionalità temporale e quantitativa, oltre che spaziale e qualitativa. Dice quando è accaduto l’evento che ha dato origine all’informazione, in quale misura e per quanto tempo è perdurato, oltre che cosa è avvenuto, e dove.
In questo caso, la vista era più che altro un corollario estetico.
Passò la mano sulla parete, dove la superficie dei mattoni si era vetrificata per il calore, inglobando scorie che una volta raffreddate avevano formato volute e disegni bizzarri…
… coperti da schizzi di impalpabile cenere grigia… che era stata sangue…
Occorreva tempo, prima che accadesse. Ore, o giorni… a secondo delle condizioni. Il corpo si inceneriva istantaneamente nel momento della morte, calcinandosi del tutto, ma il sangue o una qualsiasi parte di tessuto separato da esso si polverizzava solo con la degradazione cellulare… e con una variabilità che dipendeva da troppi fattori, per poter essere sempre valutata.
Ma non erano stati vampiri, né uno dei naufraghi degli altri mondi approdati qui, e nemmeno la cacciatrice.
Una più comune forma di vita era arrivata prima.
Quando giravano in branco, gli umani potevano essere pericolosi anche per qualcuno in piena forma, figuriamoci per chi era nelle condizioni di Spike.
Erano davvero tanti, e dovevano essere stati sovraeccitati.
Il loro odore era contaminato da quello dell’alcol e da una sostanza chimica che mimava e alterava gli effetti dei neurotrasmettitori del sistema nervoso centrale.
Un miscuglio che Angel aveva percepito spesso, soprattutto fra gli individui appartenenti a gruppi che frequentavano abitualmente le discoteche, e che li rendeva aggressivi e violenti, oltre che inarrestabilmente vocalizzanti.
Niente sangue umano. Da nessuna parte.
Will non si era difeso.
Erano passati giorni da quando lo aveva allontanato da casa, e visto le condizioni in cui era quando si erano scontrati, in breve non doveva essere più stato in grado neanche di alzarsi in piedi.
L’effetto di quell’unione spaventosa… lo aveva sperimentato anche lui di persona… e il risultato del volerle resistere.
Era stato prosciugato di ogni forza. Per giorni interi non era quasi riuscito a muoversi, con un'apatia che aveva continuato ad accrescersi, invece di diminuire.
Ma lui aveva avuto Juliana, ad aiutarlo.
Dipendere da lei era stato imbarazzante, ma fondamentale. Gli aveva dato un margine di tempo per riprendersi, e un luogo sicuro.
Spike era solo, letteralmente abbandonato in terra incognita... e non poteva permettersi di stare male, nemmeno per brevissimo tempo.
Voleva dire non essere in grado di allontanarsi e raggiungere un territorio più tranquillo, né potersi difendere. Voleva dire non poter cacciare, e indebolirsi ulteriormente, fino ad entrare in un circolo vizioso da cui uscire da soli era difficilissimo.
La prima volta Spike si era ripreso in fretta. Molto più in fretta e molto meglio di lui. Ma stavolta il contraccolpo aveva investito William in pieno, mentre Angel era riuscito a schermarsi.
C’era anche un aggravante, per Spike. Qualunque fossero stati i motivi su cui si era fondato il legame che lo avevano unito a Drusilla, il legame esisteva, e non si poteva prescindere da esso, con tutto il suo carico di ricordi.
Quelli erano controllati, ma occorreva ‘volere’ controllarli, ‘volere’ riporli. Oppure rievocarli. Sempre, il ruolo principale lo giocava la volontà, e il fondamento del carattere di Spike era l’ostinazione, e l’ossessione. Oltre al masochismo.
(Che succede, quando la cosa che ti può distruggere coincide con la ragione del tuo essere?)
Poteva tornare e ritornare continuamente a quei momenti, a quegli eventi, a qualcosa che grazie alla memoria perfetta non sarebbe mai sbiadito, non si sarebbe mai attenuato.
Qualcosa che sarebbe sempre stato come vivere nel momento stesso in cui lo si ricordava, per tutte le volte che lo si ricordava, con la stessa intensità con cui era stato vissuto nella realtà.
Era pericoloso, perdersi nei ricordi.
Annegavano il presente.
Avvelenavano la mente, e l’effetto di un male della mente si rifletteva nel corpo con devastante rapidità.
Era la loro principale debolezza.
Non il Sole, che non era altro se non un limite fisico (nello stesso modo in cui un uomo non respira sott’acqua, ma non per questo gli uomini fuggono terrorizzati di fronte all’acqua, né sono ossessionati da questa incapacità), ma una profonda, invincibile fragilità, che li rendeva così vulnerabili alle loro paure, fino a fare si che le paure assumessero esistenza concreta.
Non avevano una grande capacità di astrazione, però la conseguenza era che se le fantasie erano sempre collegate alla realtà, valeva anche il contrario. Nessuna distinzione fra immaginazione e reale, e i riflussi dell’inconscio prendevano vita.
Erano così labili, i confini fra mente e corpo. Senza controllo si assottigliavano fino a sparire, ed il controllo… per Spike era sempre stato un problema.
Forse gli umani sarebbero tornati qui…
La loro presenza risaliva solo al giorno prima… poteva aspettarli. E se anche non fossero tornati, poteva trovarli…
… e, secondo quello che era considerato il comportamento corretto e conveniente, far scontare il delitto di avere osato toccare il suo sangue, la sua famiglia…
(Quello che ha fatto Darla per me...)
… aspettarli, o cercarli…
… e forse doverli rendere coscienti… snebbiare le loro menti da ogni possibile effetto da stupefacente… fare in modo che non lo confondessero con le allucinazioni in cui galleggiavano…
(Voglio farlo?)
La vendetta non aveva niente a che fare con chi era morto, né su chi era eseguita.
La vendetta era solo a beneficio di chi l’applicava…
Darla doveva avere sofferto la sua perdita, o non avrebbe cercato sollievo nella vendetta…
(Non è come quando è morta Juliana…)
Quella volta l’aveva cercata, la vendetta.
(E non ho mai trovato chi l’ha uccisa… Non ho mai saputo neanche dove è morta…)
Adesso aveva ‘chi’, ma mancava il motivo.
(Non serve a niente…)
… non c’era niente da dovere essere lenito con la morte di qualche animale che forse non si sarebbe neanche accorto di essere braccato e fatto a pezzi…
Non sarebbe cambiato il fatto che aveva saputo cosa sarebbe successo, lasciando qualcuno solo in simili condizioni, in un simile luogo…
Che la scelta data a Spike non era fra la resa e la rovina, ma fra due diverse forme di distruzione.
In fondo, questo era solo parte di un’azione iniziata anni prima, quando aveva diretto la cacciatrice sul sentiero della sua famiglia…
Allora lo aveva fatto solo perché aveva creduto che quell’ingombrante presenza poteva essere una concreta minaccia alla sua vita.
E lo era, infatti…
Una minaccia con molti aspetti diversi, anche se poi, alla fine, sempre la stessa.
(Conoscere qualcuno è dargli potere su di te…)
Era libero, ora. Da quelle oppressive esistenza che, volente o meno, influenzavano e limitavano la sua.
Inutile restare qui.
A casa qualcuno aspettava di risvegliarsi.
Non sarebbe rimasto solo a lungo.
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