Un'altra storia breve, dove il protagonista è un Lupin fresco fresco di studi.
Dovrebbe essere buffa.
Spero che vi diverta.
Meglio il suo amico, il mezzo cane.
Di sicuro.
Più vivace, decisamente molto più uomo.
Più esperto e, paradossalmente, più animale di lui.
Non che il ragazzo fosse da buttar via, ma insomma, da un licantropo si aspettava parecchio di più.
Tuttavia decise, magnanima, di fare il suo dovere fino in fondo.
Ma chissà cosa ci vedeva Voldemort in questo qui.
Si girò,con gli occhi chiusi, per andare a toccare con studiata casualità l’altra parte del letto con il braccio.
Per la serie ‘voglio toccarti-accarezzarti-sentirti vicino’.
La sponda era vuota.
Aprì gli occhi, come per sincerarsi che fosse effettivamente sparito.
Questa non se l’aspettava.
Si mise una corta sottana da notte di seta e si avventurò per la casa a cercare il licantropo.
Non che ci fosse molto da esplorare, dato che quel povero infelice viveva in un buco di uno squallore inenarrabile.
Con il cane non le era andata bene, e Voldemort se lo aspettava.
Era lui che non capiva.
Non vedeva che il mondo in cui viveva era falso, e costrittivo.
Non era pronto a recepire il messaggio dell’Oscuro Signore.
In effetti non aveva molto da guadagnarci.
Perché il cane ragionava così.
Allora l’aveva mandata dal lupo.
I grandi movimenti babbani funzionavano più o meno in quella maniera, le aveva spiegato Voldemort.
Ed era il caso di imparare dal nemico, una volta ogni tanto, conoscere le sue armi, aveva aggiunto.
Si trattava di reclutare individui eccezionalmente capaci e soli.
Soli proprio perché eccezionali.
Intelligenti, al di fuori della norma.
Come lei.
Come Malfoy, Narcissa, Piton, che si erano addirittura avvicinati da soli.
Persone più pronte di altri a recepire la novità di Voldemort, ad ascoltare le sue risposte.
Che non cercavano quella sorta di normalità mediocre e soddisfatta, inseguita dai Silente.
Loro erano gente che veramente voleva cambiare le cose.
E tra breve ci sarebbero riusciti.
Mancava solo qualche nuovo adepto.
Come il licantropo.
Ovviamente lui non sapeva che lei sapeva fin dall’inizio.
Voldemort le aveva detto di avvicinarlo dopo le notti di luna piena, perché era in quel momento che era più vulnera…bisognoso del loro appoggio e della loro amicizia, si era corretto, ma tanto lei non aveva neanche notato l’errore.
Le aveva detto di stargli vicino, fargli sentire tutto il suo calore e la sua comprensione.
L’Oscuro Signore aveva fatto in modo che il cane si dimenticasse di lei, per evitare che questo in qualche modo la screditasse agli occhi del lupo.
Poi le disse di osservarlo, prima di avvicinarglisi.
Per capire se era pronto o meno.
L’appostamento durò circa un mesetto.
Voldemort lo aveva giudicato adatto.
Lei si chiedeva in che modo Voldemort potesse trovare quel triste studentello interessante.
Invecchiato prima del tempo, dentro e fuori, svagato, strano, in qualche modo.
Sfasato.
Lo trovò in bagno, nudo, ad asciugarsi i capelli, tagliati corti, guardandosi distrattamente allo specchio.
La vide.
Lei si appoggiò allo stipite della porta, e sorrise.
Il lupo ricambiò.
“Mi sono fatto una doccia”
“Potevi svegliarmi. Potevamo farla insieme”
Imbarazzato, il licantropo scosse le spalle, continuando ad asciugarsi i capelli.
“Vado a fare un caffè”
“Grazie”
Attaccare bottone con lui non fu difficile.
Aveva finito da poco gli studi, ed ancora cercava la sua direzione.
Bazzicava dalle parti della biblioteca e faceva lavoretti saltuari.
Campava alla buona, molto alla buona, era evidente.
A malapena riusciva a tenersi quello schifo di fogna dove viveva.
Dava ripetizioni a studenti, correggeva i loro compiti, ascoltava mentre ripetevano la loro lezione.
Non aveva un cazzo di niente.
Lei gli disse che stava facendo una tesi,e gli chiese di aiutarla con la bibliografia, dietro compenso, naturalmente.
“Il Sam Spade delle bibliografie” ironizzò lui.
“Qual è l’argomento?”
“La licantropia”
Per essere solo, era solo.
Lei pensò che Voldemort si fosse interessato a lui per pura compassione.
Un po’ come per Piton.
Perché lei non ci vedeva nulla di eccezionale, nel lupo, come non vedeva niente nella serpe.
Perché la sua prima impressione fu confermata.
Aveva davanti una persona scialba, triste, gentile e simpatica perché non poteva essere altro.
Una creatura patetica.
Per carità, se lei avesse davvero dovuto fare quella tesi sulla licantropia, beh, sicuramente sarebbe venuto fuori un lavoro lodevole.
Perché il lupo era puntiglioso, preciso ed attento.
Ma niente più.
“Manca di impeto” aveva detto a Voldemort nei suoi sogni.
“Non mi sembra pronto al cambiamento”
“Insisti” le aveva risposto lui.
La cucina era vecchia ma pulita.
Fece un caffè, e si sedette a prenderlo, appoggiando i gomiti sul tavolo.
Lui la raggiunse, indossando un paio di pantaloni sdruciti.
Si versò il caffè.
In silenzio.
Non parlava mai di niente.
Doveva essere sempre lei ad attaccare discorso.
“E’ stato bello questa notte”
“Non è vero”
Non era stato come con il cane.
Il lupo era parecchio più chiuso e difficile.
Come se temesse in qualche modo l’intimità.
A causa della licantropia, forse.
Era facile andarci d’accordo ma non lo era diventare suoi amici.
Con lui ci mise più impegno che con gli altri, perché non aveva molto tempo.
Voleva portarlo dall’Oscuro Signore prima della prossima luna piena.
Dovette lavorarci parecchio, perché era riservato ed umbratile.
Però era affabile, ed una volta lei riuscì anche ad ubriacarlo.
Non reggeva molto bene l’alcool.
Fu in quell’occasione che le disse di essere un licantropo.
Fu in quell’occasione che lui le raccontò dello scherzo che i suoi amici fecero a Piton.
Il cane, per la precisione. Era stata sua l’idea.
Le disse che non si era mai sentito così solo come in quel momento, quando aveva saputo tutto.
Le disse che avrebbe voluto appendere Black al platano picchiatore, per averlo fatto sentire così.
E quando lei gli disse, con una certa ovvietà, che era meglio essere soli che male accompagnati, lui rispose che non era vero.
E rideva, mentre lo diceva.
E lei gli toccò la mano.
E gli disse un sacco di cose gentili e banali.
E se lo portò a letto.
E rieccoci in cucina.
Lei seduta, il lupo in piedi.
“Non ti è piaciuto”
Lei non negò.
Neanche tentò di rincuorarlo in qualche modo, perché lui sembrava non averne bisogno.
Il lupo appoggiò la tazza sul tavolo e si stiracchiò.
“Ho un gran mal di testa”
“Probabilmente ha influito” buttò lì lei, in tono casuale.
“Può darsi. Non sono abituato a bere”
“Lo vedo”
Poco più tardi lei stava uscendo da quella casa cancellando dalla sua mente un numero di telefono che non avrebbe mai più digitato, e con la certezza che neanche il lupo avrebbe mai fatto il suo.
Era stanca, ed il dialogo post coito di quella mattina era stato penoso ed imbarazzante a voler essere generosi.
Voldemort ne era rimasto perplesso, come lei.
Poteva sentirlo.
Era sconcertato.
Bah. Capita a tutti di sbagliare
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