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Il Ristorante alla Fine del Mondo

January 17 2004 at 8:42 PM
  (Login --Eric--)

Su gentile invito di Jana mi accingo a postare da queste parti questa cazzatina. Giusto per mettere le mani avanti (e spiegare nel dettaglio un po' di cose) questa versione è ancora ampiamente da riscrivere: oltre ai due balordi congiuntivi che non ho mai cambiato (la pigrizia è una brutta bestia) delle parti sono a mio parere eccessivamente melense, sdolcinate, e soprattutto inefficaci, fuorvianti, ed assai diverse da come le avevo pensate. Magari quando sistemerò il tutto (anche se qui da un certo punto in poi si parla di riscrivere) vi farò leggere pure la stesura definitiva.
Buona lettura, spero vi piaccia, e se non vi piace... beh, prenderei come gentile cortesia vostra il mentirmi, grazie.

IL RISTORANTE ALLA FINE DEL MONDO

Guidavo da talmente tanto che non avevo più alcuna idea da quanto lo facessi. L'orologio della macchina, l'unico che avevo, si era bloccato. Mi sembrava di guidare in uno stato di vago ed inquieto dormiveglia. L'atmosfera era quasi irreale, con un'alba che pareva perdurare da ore, come se il sole non avesse avuto alcuna voglia di mettere il culo fuori dal letto, limitandosi a rischiarare parzialmente il cielo con fare svogliato. Inoltre non vedevo da parecchio alcuna indicazione, e la strada mi pareva sempre più uguale a se stessa, un susseguirsi monotono e grigio di asfalto, linee bianche e qualche albero qua e là. Mi ero perso.
Mi accesi una sigaretta per placare un po' il mio malumore. Il saporaccio del tabacco unito al fastidio che mi provocava il fumare di primo mattino (sempre che quello fosse il mattino) mi fece però solo incazzare di più. Dove diavolo ero finito? Accesi l'autoradio per sentire un po' di musica, ma dovevo essere probabilmente in un punto in cui non si captava alcun segnale, dato che non riuscivo a sintonizzarmi su nessuna stazione. Eccoci qui, mi dissi, ho guidato per talmente tante miglia che sono arrivato alla fine del mondo. Sbuffai un po' di fumo, e picchiettando sulla sigaretta feci cadere un po' di cenere dal finestrino. Avevo la sgradevole sensazione di avvicinarmi sempre più a un precipizio, e di continuare ad accelerare verso di esso con incoscienza, come fa spesso Willy il Coyote quando viene gabbato da quel figlio di puttana dello struzzo Roadrunner.
D'un tratto, girata una curva, vidi di fianco alla strada una tavola calda. Accostai: avevo bisogno di un caffé e sarei almeno riuscito a chiedere informazioni su dove fossi a qualcuno. Parcheggiai di fianco a una Chevrolet decappottabile d'annata, l'unica macchina al di fuori del locale. Spensi la sigaretta sul tacco della scarpa ed osservai la tavola calda. Era a due piani, aveva delle finestre molto ampie ogni tre metri, insomma era uno di quei comunissimi locali che si trovano ai margini delle statali e che servono i viaggiatori. Sembrava aver visto tempi migliori: necessitava di una mano di vernice, dato che in più parti il giallo con cui era colorato era scrostato, e il legno delle finestre era consumato e fatiscente. Alcuni bidoni lasciati tristemente fuori, e la pompa di benzina del parcheggio arrugginita e ormai chiaramente in disuso da anni, davano in fine quell'idea di incuria che spesso circonda posti come questo. Pensai che forse tutte le tavole calde ai limitare della strada come quello fossero in franchising, e che la necessità di riverniciare le mura, gli infissi da cambiare e tutto il resto che serviva a dar l'idea di non troppa cura, facessero parte delle caratteristiche che ogni locale della catena doveva avere. Un'unica cosa pareva distinguerlo dalle altre roadhouse che avevo visto: una nuovissima insegna luminosa, al neon, che lampeggiava all'ingresso. In grande, al centro, campeggiava la scritta ad intermittenza che diceva "Il Ristorante alla Fine del Mondo", mentre più sotto, a luci fisse, passava scorrendo la dicitura "qui da noi il caffé più buono, le uova più strapazzate, i sandwich più gustosi e tutto quanto per rinfrancare lo spirito del viaggiatore". Entrai.
All'interno era assai più grande di quanto sembrasse da fuori, ed anche più accogliente. Mentre infatti l'esterno era sporco e non curato, dentro si respirava un'aria allegra e familiare, con i pavimenti quasi lucidi e i tavoli che erano chiaramente puliti. Con mia sorpresa mi resi conto che il locale era quasi del tutto pieno. Come era possibile? Non vedevo da prima dell'alba alcuna macchina in un verso o nell'altro per strada, e nel parcheggio accanto alla mia c'era solo un'altra automobile. La clientela poi era quella che eufemisticamente si poteva definire peculiare. Appoggiato al muro stava un tipo calvo, alto, e con l'aria cadaverica. Era vestito da vampiro, e aveva le mani incrociate sul petto. Teneva gli occhi chiusi e quando gli passai accanto lì aprì di scatto. Sorpreso e spaventato saltai indietro, ma inciampai e finii contro un nero dai capelli rasta che si stava fumando quella che aveva tutta l'aria di essere una canna.
- Scusalo, ma Bela si diverte sempre a spaventare i nuovi arrivati - mi sorrise l'individuo, che notai essere un sosia perfetto di Bob Marley. Mi resi conto di stare guardandolo con gli occhi sbarrati, incapace di parlare. Mi sforzai di recuperare il controllo per scusarmi della mia maleducazione ma non feci tempo ad aprire bocca che sentii una mano battermi sulla spalla. Mi girai ed un tizio pesantemente truccato con una calzamaglia attillatissima mi fece l'occhiolino e poi iniziò a ballare di fronte a me, con grazia quasi innaturale, un pezzo di danza classica. Ora avevo la bocca aperta. Ma il ballerino non fece a tempo a finire il suo balletto che venne spintonato in un angolo da un nuovo personaggio, vestito con un frac nero e un cilindro in mano, da cui estrasse un coniglio bianco.
- Hey amico, non avresti una carota? - mi chiese il coniglio, grattandosi la testa. Dove diavolo ero finito? Mi guardai meglio in giro: pareva di essere a una convention di sosia di celebrità del passato. Una bionda identica a Marilyn Monroe chiaccherava amabilmente in un angolo con un redivivo James Dean e un cupo Humphrey Bogart, mentre al tavolo accanto un Mozart con tanto di parucca bianca e vestito da cerimonia scriveva su dei fogli usando un calamaio, con vicino una Maria Callas che guardava interessata ed ogni tanto, sbirciando il foglio batteva le mani deliziata. Ovunque mi girassi vedevo un nuovo gemello di qualche celeberrimo personaggio del passato. Urtai un sosia di Jimi Hendrix con una capigliatura afro a tre piani e da questa uscirono starnazzando due galline, Hendrix si incazzò e si mise ad inseguire le galline per il locale, mentre io caddi sul sedere. Sto diventando pazzo, pensai, era tutto troppo assurdo, e me ne rimasi lì per terra con un'espressione tra l'ebete e l'allucinato.
Me ne stetti lì sotto credo per un bel pezzo, ad osservare quella manica di squinternati, quando una cameriera, una rossa di mezza età pesantemente truccata, passando di lì mi vide e mi porse la mano per aiutarmi ad alzarmi.
- Su, su! In piedi giovanotto! Non è una gran pubblicità al locale se facciamo stare i clienti per terra. Venga si sieda al bancone e non badi troppo a questa gentaglia: sono dei pazzi. Si metta qui che ora le porto un caffé - mi disse aiutandomi a sedere a uno sgabello del bancone. Ero ancora troppo frastornato per riuscirci da solo. Probabilmente, pensai, ero finito al raduno di un gruppo di sosia fuori di testa che si ritrovano qui per far baldoria e far impazzire anche quelli come me.
- Vedo che lei è nuovo di qui - attaccò discorso un grassone accanto a me, con un tucano gommoso al posto dei capelli e delle basette curatissime, intabarrato in un impermeabile fumo di Londra - spero che non si sia fatto troppo impressionare dal resto della clientela: sa, qui sono tutti un po' toccati - mi sorrise. Feci di sì con la testa, abbastanza sollevato dal fatto che almeno costui pareva normale.
- Elvis vieni qui, tocca a te! - lo chiamarono da in fondo alla sala. Il grassone accennò un inchino per congedarsi, si tolse l'impermeabile e rivelò che sotto teneva un eccentrico vestito bianco con pailette, lustrini, e frange di pelle. Un'altro pazzo, pensai.
Finalmente tornò la cameriera, e mi porse una tazza di caffé. Sorrise masticando vistosamente un chewing gum. Afferrai il mio caffé a due mani, e iniziai a soffiarci dentro con forza, non per raffreddarlo ma per fare qualcosa che mi impedisse di pensare a dove ero finito. La cameriera sempre lavorando forte di mandibola mi sorrise nuovamente, compiaciuta come una mamma.
- Rimangono tutti sorpresi quelli che capitano come lei per sbaglio da queste parti - mi disse. La guardai con uno sguardo corrucciato. - Dove siamo? - le chiesi.
- Siamo al Ristorante alla Fine del Mondo, naturalmente - mi disse con un sorriso divertito. - Qui si trovano quelli che camminando e camminando, arrivano alla fine del mondo.
Un'altra pazza, pensai.
- Non mi guardi così, non sono pazza - mi disse come se avesse sentito quello che pensavo. - Capisco che per lei sia difficile crederlo, sarebbe un discorso lungo convincerla di questo, e io devo andare a preparare le colazioni. Le mando un'altra cameriera, magari lei la convincerà più facilmente - se ne andò dando un colpo di strofinaccio al bancone. - Le faccio portare anche due uova strapazzate. Sarà affamato, giovanotto.
Dovevo avere l'aria spaurita di un profugo.
Ma tutto il campionario di espressioni sorprese che avevo utilizzato fin'ora venne immediatamente spazzato via da quella che mi si dipinse sul volto in quel momento, quando vidi la nuova cameriera avvicinarmisi con in mano un piatto di uova. Era identica a una persona che conoscevo un tempo, la biondina dagli occhi puri, e cari, ed innocenti di cui mi ero innamorato al liceo, l'ultima ragazza a cui non avevo trovato il coraggio di dichiararmi. Per due anni avevo cercato di prenderla in disparte e parlarle, ma non ci ero mai riuscito. Solo dopo di lei avevo superato la timidezza, e avevo iniziato a trovare la forza d'animo per riuscire a dichiararmi a chi ero innamorato. Mi sorrise, in maniera quasi complice.
- Ciao, ti ho portato la colazione - mi disse porgendomi il piatto. La guardai meglio. Se non fosse stato per il fatto che ero a miglia da casa, e in quella situazione assurda, avrei giurato di stare parlando con il mio amore giovanile. Ma sapevo bene che non poteva essere lei.
- Grazie, ero affamato - risposi scioccamente. Presi delle fette di pane tostato dal vassoio di fronte a me, e imbarazzato mi chinai di fronte alle uova, cercando di ostentare concentrazione nel mangiare. La cameriera rise.
- Passano gli anni, ma rimani sempre lo stesso: non riesci ancora a parlarmi - Mi disse fissandomi divertita negli occhi. La guardai come se avessi visto un fantasma, e forse non ero tanto lontano dalla verità.
- Come hai detto? - chiesi strabuzzando gli occhi.
- Dai scemo! - mi rispose sempre ridendo - pensi che non l'avevo capito che ti piacevo, al primo anno di liceo?
Deglutii a fatica il pezzo di pane che avevo a malapena masticato, e terminai il vasto campionario di espressioni stupefatte che avevo collezionato quella mattina (mattina?) con uno sguardo da pesce lesso.
- Dove siamo? - domandai.
- Te l'ha detto prima Helen, questo è il Ristorante alla Fine del Mondo.
- Non intendevo questo, ho visto l'insegna di fuori. Ma qui è tutto così strano, e io mi sono perso, e tutte queste persone, e poi arrivi tu e io non ti vedevo da anni e mi parli come se non ci vedessimo da ieri, e io, insomma... sto sognando? Sono morto?
L'apparizione che avevo di fronte rise di nuovo, divertita. Mi sembrò di tornare indietro nel tempo e di innamorarmi di nuovo di quella risata cristallina.
- Non sei morto, tranquillizzati - mi rispose. - È tutto più semplice di quanto tu possa pensare. Il mondo non è infinito: se cammini a sufficienza, come ha fatto la clientela del locale, ci arrivi a dove termina. Oppure fai come hai fatto tu per giungerci: sbagli strada, ti perdi, e arrivi qui.
- Questo non spiega tutti questi sosia, e il fatto che abbia trovato te - obbiettai, confuso dalla bizzarra spiegazione.
- Ma questi non sono sosia! E poi non ci siamo più visti dalla fine del liceo, perché trovi strano che io faccia la cameriera? Io non ho continuato con l'università, ed è risaputo che il liceo a livello lavorativo non offre grandi possibilità. Quindi mi sono accontentata di lavorare qui: la paga è buona, la clientela è generosa con le mance e poi mi sono affezionata alla vecchia Helen. È una brava persona, sai? Ma dimmi piuttosto di te: non ci vediamo da secoli.
La guardai negli occhi, e mi venne un giramente di capo, come un senso di vertigine.
- Tiro avanti - sospirai - Non va esattamente come vorrei, ma tutto sommato non mi posso lamentare.
Mi parve una buona risposta. Lei mi sorrise, ma in qualche maniera si rabbuiò anche.
- Sai, è proprio strano che tu faccia questo tipo di discorsi, tu che al liceo dicevi tutte quelle cose bellissime, che scrivevi canzoni e racconti. Ricordo che dicevi che tu volevi tutto dalla vita, e mi colpiva questa frase. Sai che mi piacevano i tuoi pensieri all'epoca? Erano belli.
- Beh gli anni passano, e il tempo della poesia finisce.
- Sì, sono d'accordo. Però ancora un po' ci credo a tutte quelle cose che dicevi. Credo anzi che all'epoca avevo una cotta, per te.
- Non lo sapevo - risposi - non lo potevo sapere.
- Sciocco. Sarebbe bastato chiedermelo - mi sorrise di nuovo, e mi sentivo come se qualcosa di bello dentro di me si fosse acceso, ma al contempo non potessi afferrarlo.
- Li vedi quei due signori laggiù? - mi indico due tizi che parevano barboni intenti a bersi una birra ad un tavolo - me li hai fatti conoscere tu. Ricordi? Sono Jack Kerouac e Charles Bukowsky. Sono due piantagrane, si lamentano sempre, e quando gli porti da mangiare ti pizzicano sempre il sedere. Però avevi ragione: dicono delle grandi cose.
Mi sembrò di essere su di una giostra che girava a velocità folle, e per un attimo il locale attorno a me scomparve. Chiusi gli occhi, e quando li riaprii avevo ancora di fronte a me la mia vecchia fiamma. La guardai, e dal mio sguardo lesse tutte le domande che serbavo in cuore.
- Bevi il caffé e mangia le tue uova mentre io torno di là un attimo in cucina. - mi disse infilandosi nella porta dietro di lei.
Bevvi un sorso dalla tazza e mi guardai intorno. Era davvero la fine del mondo. Quello era il museo dei miei ricordi, delle mie aspirazioni giovanile, e il posto dove termine l'universo era il luogo appropriato dove dovevano stare. Mi accesi una sigaretta ed aspirai. Quando ho iniziato a mettere tutto questo in soffitta, ed ho mandato tutto da queste parti? Quando ho smesso di portarle con me? Non può che essere successo tutto mentre dormivo, o mentre ero altrove, perché non avrei mai potuto permetterlo altrimenti.
Guardando tutte quelle icone che chiaccherano allegramente tra di loro mi resi conto che mi stavo ingannando. Era stata una mia precisa scelta l'abbandonarle, ero stato io a mandarle qui. Non potevo incolpare nessun altro. E ricordai tutti quei dischi che non sentivo da tempo, quei film che non guardavo, e quei libri lasciati mesti in una libreria a prendere polvere.
Era giusto che anche io ora stessi in mezzo a tutta quella gente. Loro non avrebbero più danzato, cantato, recitato o scritto, come forse nemmeno più io avrei sognato. D'un tratto tutto ciò mi parve triste, e un pensiero più degli altri mi fece male. Alzai gli occhi e vidi che il mio amore giovanile era tornato. Questa volta non sorrideva, e mi guardava con aria mesta. Spensi la sigaretta nel posacenere, e cercai di accennare un sorriso, ma mi usci troppo simile ad una smorfia.
- Se anche tu sei qui, vuol dire che tra di noi non... non potrò chiamarti quando sarò a casa, non avrò una seconda chanche e non potrò chiederti di uscire come non ho fatto allora, vero?
Si mordeva il labbro, e mi sentii di colpo stanchissimo. Mi pentii immediatamente di aver fatto quella domanda.
- Non preoccuparti - rispose cercando di ostentare allegria - ormai è andata così, ma là fuori ci sono ancora un sacco di ragazze che devi chiamare per farti perdonare di non averlo fatto prima. Devi uscire da qui, e magari quando starai con loro pensa anche un po' a me - aveva gli occhi lucidi.
La porta del locale si aprì. Helen, la cameriera di prima uscì dalla cucina con un fischietto, ed iniziò a gesticolare.
- Gente, tutti fuori dal locale! Dovete tornare tutti alle vostre faccende! Jeff, se vedi Brian Jones digli che deve venire con te al corso di nuoto, e salutami tuo papà Tim quando lo senti! Kurt, tu, laggiù! Smettila di giochicchiare con quella pistola o ti farai male! Mama Cass, non mangiare così in fretta quel panino o soffocherai! - io e il mio amore di un tempo ci guardammo e scoppiammo entrambi a ridere nel vederla dirigere le operazioni come un vigile.
- Andiamo a vedere l'abisso, un miglio più avanti, dove finisce il mondo - propose Charlie Chaplin.
- Non guardate l'abisso, per timore che egli vi fissi a sua volta - rispose Nietszche.
- Piantala di farla più difficile di quello che è Friederich, semplicemente vi annoiereste voi e si annoierebbe lui - fece eco la vecchia Helen.
Scesi dallo sgabello dove ero seduto. Era ora di andare anche per me, ormai. Avevo capito molte cose.
- Quanto è? - chiesi alla cameriera rossa.
- Offre la casa - mi sorrise Helen. La ringraziai abbracciandola, e baciai sulla guancia il mio vecchio amore. Volevo fermarmi sulla porta, girarmi e salutarle con un "a presto", ma non mi sentivo in vena di bugie, e quindi non mi voltai. Uscii dal locale trattenendo a stento una lacrima, e nascondendola dietro un sorriso.
Era ancora l'alba, ma questa volta il sole iniziava ad intravedersi all'orizzonte. Avviai la macchina, sintonizzai l'autoradio su di una stazione che suonava pezzi country e rockabilly, e presi la statale nel senso inverso dal quale ero venuto. Trovai in fretta la strada di casa.
Ancora oggi mi capita di pensare alla strana avventura che m'è capitata. Penso con nostalgia al Ristorante alla Fine del Mondo, ma del resto è naturale, dato che là dentro c'è tutto ciò che più ricordo con affetto. Non l'ho più cercato, perché il mondo finisce assai lontano, e anche se so che un giorno ci tornerò, al momento ho ancora troppe cose da fare qui, e da portare a compimento, e quella strada è lunga. Ma in ogni caso, se una volta capitate per sbaglio da quelle parti, lì dove termina in qualche maniera l'universo, fermatevi per un po' alla tavola calda che c'è giusto un miglio prima. Vi assicuro che fanno un caffé buonissimo, delle ottime uova strapazzate, e la compagnia, ve lo dico io, è la fine del mondo.


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