La mano di Egisto accarezzò la coscia nuda di Clitemnestra e la donna emise un basso gemito, simile ad un grugnito, di apprezzamento. Adorava quei momenti meravigliosi che seguivano il sesso vero e proprio.
L’ affascinante donna bruna, che poteva avere trenta, trentacinque anni al massimo, si rizzò per un momento, uscendo dal tiepido ed accogliente rifugio delle pesanti coperte, mentre rabbrividiva per il freddo pungente di quella gelida mattina di febbraio che entrava dalla finestra spalancata.
Ad Egisto piaceva fuggire ogni tanto dalla tranquilla routine della loro casa lussuosa, per rifugiarsi in alberghetti e motel da poco, proprio come facevano prima della morte di lui. Nascondersi come due adulteri dava sempre la scossa al loro rapporto burrascoso e passionale e, anche se erano virtualmente coniugi da più di cinque anni, rievocavano così i tempi del Prima.
Agamennone era stato un uomo astuto ed energico, passionale ma distaccato, egoista e crudele. L’ aveva sposata perché era bella, e, beh, anche per qualcos’ altro.
Non voleva scandali, in realtà, ed a quel punto la scelta era stata chiara.
Lei era in cinta e, in quel momento, non aveva avuto altra scelta che sposarla. C’ era quel contratto da stipulare con quel “fottuto bigotto”, come lo chiamava lui.
Era un contratto importante, che gli aveva garantito una fortuna, ma lui non era forse già ricco e potente?
E poi c’ era sempre un nuovo, importante, vitale contratto da stipulare, così come l’ importanza dei vecchi contratti e dei vecchi clienti scemava sempre più velocemente.
Agamennone viveva solo per la sfida, la conquista, la sottomissione.
Lei lo aveva sposato, felice. Non aveva sempre desiderato sposare un uomo ricco?
Ed Agamennone era anche famoso, bello e colto. Affascinante.
Così aveva afferrato al volo l’ occasione del matrimonio, anche se era così giovane. E non aveva capito, ingenua com’ era, forse perfino innamorata, che le pillole che il medico le prescriveva in continuazione servivano a provocarle un aborto spontaneo.
Lo stronzo non aveva bisogno di figli. Non ancora almeno.
Voleva divertirsi con lei ancora per un po’, per poi scaricarla nel cesso, senza alcuna complicazione.
I contratti prematrimoniali servivano a questo no?
Poi però anche il brillante piano di Agamennone aveva trovato qualche intoppo.
Era scoppiata la guerra di Troia.
Elena, “quella puttanella snob”, era scappata lasciando il suo socio, Menelao, che non era stato così accorto da pararsi il culo per un divorzio, e se ne era andata con metà dei brevetti, lasciando dietro di sé solo le ingiunzioni dei suoi intraprendenti avvocati.
Era passata al nemico, e aveva chiesto nientemeno che un terzo della compagnia.
Così, tutto d’ un tratto, lei era divenuta una pedina importante, preziosa. Doveva mantenere i contatti, mandare avanti gli affari mentre lui era impegnato a conquistare il campo, lontano, imponendo la sua politica economica su regioni sempre più vaste, fino al completo collasso dell’ impero nemico.
Ma nel frattempo lei, in uno dei pochi incontri, quando lui l’ aveva raggiunta, spesso per meno di ventiquattr’ ore, era rimasta di nuovo in cinta.
Era ancora una femmina ma lei lo aveva tenuto nascosto, affidandosi alle cure di medici scelti da lei, ora che il lungo guinzaglio del marito era allentato e che perfino Agamennone, provato da quella lunga e sfibrante battaglia, aveva iniziato ad accarezzare l’ idea di una discendenza.
Era nata Elettra, adorata dalla madre e naturalmente ignorata dal marito.
Ma il desiderio di un figlio, un erede che portasse avanti gli affari di famiglia era ormai radicato nel conquistatore.
E così era nato anche Oreste.
Sorprendentemente, ma forse non così tanto considerando le sue ossessioni, Oreste era diventato il centro della vita di Agamennone, quantomeno del poco tempo che il re dedicava alla famiglia, essendo inaspettatamente presente e premuroso, e per un poco era quasi riuscito a farsi amare anche dalla moglie, ma solo finché non si era resa conto di essere solo un utile accessorio.
Elettra, dal canto suo, era indissolubilmente legata al fratello, ed aveva finito per condividerne l’ affetto da parte del padre.
Così, mentre lei conquistava lentamente considerazione e stima da parte dei dignitari di Micene, mentre controllava il regno del marito insieme al suo sostituto Egisto, covava anche un’ odio profondo per li marito, cullando il lutto per la figlia mai nata, a cui, segretamente, aveva dato un nome.
Ifigenia.
La “guerra” era durata dieci anni, fin quando le terribili forze economiche messe in piedi da Agamennone, dal suo socio Menelao e dai molti altri che prontamente avevano risposto a quella generale chiamata alle armi, non avevano sparso il sale sulle ceneri di quell’ immenso complesso economico-industriale che era stata Troia, decretando la sua completa dissoluzione, ormai controllata e assoggettata economicamente all’ impero Acheo.
Nel frattempo era stata una brava moglie, ignorando i continui e sfacciati tradimenti, le offese, l’ indifferenza, cercando di coltivare una sua vita.
Era così si era avvicinata ad Egisto.
Affascinante, intelligente e raffinato era tutto ciò che sarebbe potuto essere Agamennone per lei se solo l’ avesse amata. All’ inizio era stato l’ erede designato a presiedere al consiglio di amministrazione, a guidare la compagnia, ma poi l’ astuzia (o forse la competenza?) di Agamennone avevano avuto ragione della sua resistenza e lui si era dovuto accontentare di un ruolo di secondo piano, presidente di una delle piccole aziende cuscinetto.
E, naturalmente, di lei.
Lentamente durante l’ assenza del legittimo re, gli si era sostituito in tutto, dal talamo nuziale al controllo della compagnia. Mentre il re conquistava nuovi spazi, nuovi mercati, tutto intento ad acquisire il controllo delle altrui compagnie perdeva quello della sua.
Poi, al suo ritorno, cosa era accaduto al vittorioso re di Micene ed Argo?
Un terribile incidente non lo aveva forse strappato dall’ affetto dell’ amorevole moglie, dei due figli, e di tutti i commossi parenti ed amici.
Ma al funerale non c’ erano state lacrime sincere.
Tutti erano stati molto pronti a rendere l’ estremo saluto al condottiero caduto tragicamente, ma a quanti dispiaceva veramente?
Non certo alla moglie, che pure si era profusa in lacrime pubblicitarie e doverose manifestazioni di cordoglio.
Né ad Egisto, mai formalmente sposato ma che si era rapidamente avvicinato alla famiglia dello scomparso quanto alla sua compagnia, e che ora sedeva sul trono lasciato vacante.
Allora a chi dispiaceva realmente?
Solo ai due figli, consumati dal dolore ma soprattutto dal sospetto, atroce ma tragicamente plausibile, sull’ accaduto.
L’ odio crebbe, divorante, alimentato dal dubbio peggiore della certezza, insinuandosi in ogni loro pensiero, fino a renderli, di fatto, folli.
Divorati dall’ odio si erano fatti una promessa, e, mentre l’ una rimaneva nella casa del tradimento sorridendo benevola agli assassini del padre, mentre avrebbe soltanto voluto straziare le loro carni con le unghie e strappare loro il cuore per divorarlo, l’altro fuggiva lontano, per crescere e farsi uomo, divenire potente e reclamare le sue aule ed i suoi possedimenti.
Tra le squallide mura della stanza di motel, squallide almeno se paragonate alla tradizionale opulenza delle loro case, risuonarono ancora i gemiti del sesso, mentre entrambi si davano vicendevolmente piacere, inquadrati, a loro insaputa, dalle lenti di un semplice binocolo.
L’ uomo dall’ altra parte di quelle lenti sorrise, malevolo, più per il disgusto che per l’ eccitazione vouyeristica che gli era del resto del tutto estranea.
Estrasse dal pesante giaccone sportivo (un più elegante cappotto sarebbe stato fuori luogo, motivo per il quale rintracciare seguire i due amanti era stato così semplice, con i loro abiti eleganti e le macchine costose e potenti) un piccolo oggetto di plastica nera.
Rimosse una protezione in plastica ed estrasse una piccola antenna, poi abbassò il piccolo interruttore.
Il piccolo bungalow esplose.
Oreste, erede di Argo, sorrise.
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