… seguo l’odiato
sentiero di monotone pareti
che è il mio destino. Dritte gallerie
che si curvano in circoli segreti,
passati che siano gli anni. Parapetti
in cui l’uso dei giorni ha aperto crepe.
Nella pallida polvere decifro
orme temute…
… Nell’ombra un Altro so, la cui sorte
è stancare le lunghe solitudini
che intessono e disfano quest’Ade
e bramare il mio sangue, la mia morte.
Ciascuno cerca l’altro. Fosse almeno
questo l’ultimo giorno dell’attesa.
Il Labirinto (Elogio dell’Ombra), Jorge Luis Borges
Mancavano ancora molte settimane a Natale, ma la città era già addobbata a festa.
Le vetrine dei negozi esponevano Babbi Natale e renne sorridenti, e ghirlande di luci delineavano gli alberi e i perimetri degli edifici.
Il cammino dei due giovani stava per convergere.
L’uomo fu il primo a vederla. La sua maggiore capacità visiva gli permise di notarla quando lei non era altro che un puntino sparso in mezzo agli altri punti della folla.
La cacciatrice era su di giri.
Poteva vederlo fin da quella distanza. Non aveva ancora colpito, quella notte, ed era nervosa, e pericolosa. (E allora perché avvicinarla proprio adesso?)
Perché non aspettare un altro momento, più tardi, dopo che avrebbe versato sangue, quando tensione e rabbia si sarebbero dissolte in appagamento e calma e forse… (Solo forse)
… avrebbe accettato la sua presenza, come aveva sempre fatto finora?
Non lo aveva ancora visto. Non l’avrebbe visto per qualche altro secondo.
Un tempo lungo, per lui.
Tempo sufficiente a cambiare direzione, ad andarsene. A celarsi fra la folla.
Tempo sufficiente a rimandare l’incontro perché, se non si incontravano, lei poteva far finta che lui non esistesse.
Continuò per la sua strada.
“Ciao, Buffy.”
La ragazza estrasse un paletto da una manica con un movimento che appariva più naturale del respiro e che, pure, mancava di vera decisione.
“Che vuoi fare?” le disse “Una chiassata in mezzo alla strada, con tutta questa brava gente che ci guarda? Gli rovineresti lo shopping.”
Buffy si fermò subito.
Era stata solo una reazione automatica, la sua. Se fosse stata davvero intenzionata a combattere, l’avrebbe fatto anche in mezzo a uno stadio affollato.
Aveva solo bisogno di una scusa per non attaccare.
Si guardavano, senza muoversi, ignorati dalla folla intorno.
“Facciamo una passeggiata?” chiese Angel, alla fine.
Buffy non avrebbe potuto guardarlo con aria più stupita.
Lui le sorrise.
“Questo è uno stallo. Possiamo stare a guardarci negli occhi fino a quando uno dei due non decide di muovere e l’altro gli salta addosso, o smontare la scacchiera e rinviare la partita.”
“Se è l’unico modo per allontanarti da qui.”
Angel si era già incamminato e lei gli si affiancò. Non abbassò la guardia, mentre lui sembrava fin troppo tranquillo, così vicino a una mortale nemica.
Non sapeva che era armato. Una comune, funzionale rivoltella. Non lo metteva al sicuro, ma gli avrebbe dato una possibilità in più se Buffy si fosse decisa a fare sul serio.
Lei era forte, molto più forte di lui e quasi altrettanto feroce. Angel sapeva di non avere speranza di affrontarla fisicamente e uscirne vivo.
Non provava nessun risentimento per questo. Si accontentava di prendere provvedimenti.
Mentalmente, però, il più forte era lui. In confronto, Buffy appariva quasi senza volontà, una cosa che si lasciava trascinare dagli eventi.
Che, a volte, sembrava felice di lasciarsi andare.
Avevano lasciato il centro ed erano arrivati in uno dei parchi cittadini. Non c’era nessun altro e cominciava anche a cadere una leggera pioggia.
Buffy non aveva ancora detto una parola.
Ultimamente parlava poco. Eppure, quando Angel l’aveva conosciuta, non si poteva farla tacere. Era un flusso di parole, di risate, di lacrime… Ma con il tempo si era zittita.
Sembrava che avesse dimenticato come fare e che, in cambio, avesse imparato lui, che invece era sempre stato tanto silenzioso.
“Avanti. Di qualcosa o comincerò a pensare che la mia compagnia non ti piace. Almeno chiedimi come sto.”
“Angel, ma che intenzioni hai?” sbottò lei.
“Fare due chiacchiere. Tu, invece? Stai bene? Ti vedo un po’ assente. Non va. Non nel tuo lavoro. Può diventare pericoloso.”
Buffy sorrise con amarezza.
“Non dirmi che ti preoccupi di questo.”
“Certo che mi preoccupo. Perché non dovrei?”
(… mi sta prendendo in giro? Non sarebbe una novità. E non sarebbe il solo…)
“Dannazione, Angel, tu sei uno dei mostri che…”
Angel si fermò.
“Questa storia comincia a stancarmi. Io non sono un mostro. I mostri sono quelli che vivono contro la loro natura. Non è davvero il mio caso. Non si diventa mostri solo perché si è una minaccia per la sicurezza dei tuoi amichetti umani.”
La pioggia stava aumentando d’intensità. Angel si spostò sotto un albero per ripararsi. La ragazza, invece, rimase immobile sotto l’acqua.
“Forse tu sei una candidata migliore a quel ruolo.” disse lui.
Buffy distolse lo sguardo.
“E’ questo che non va? Cominci a pensare di essere un mostro? O qualcuno dei tuoi amici ti chiama così?”
Ma come aveva fatto a capire tutto con due parole? E come faceva lei a essere qui?
Però sembrava tanto facile parlargli.
“Nessuno. Non a parole. Ma poi, quando mi allontano…” (… quando mi allontano, posso sentirli bisbigliare alle mie spalle…) “Forse sto davvero diventando un mostro.”
“E’ possibile.” convenne lui “Ma, se il problema è questo, esiste il rimedio. Segui la tua natura. Fino in fondo.”
“Allora dovrei ucciderti.”
“Fallo! O almeno tenta, perché sta sicura che mi difenderei. Ma sei certa che sia questa la tua natura e non solo un compito che ti è stato assegnato?”
Per un attimo ci pensò davvero.
Ucciderlo e farla finita una volta per tutte. Una storia che stava andando avanti da troppi anni, sfibrando lei, i suoi amici…
Poteva farcela.
Aveva sconfitto individui ben più forti di lui. Angel era un combattente micidiale se messo alle strette, ma non particolarmente forte. Veloce, più che altro, e disposto a usare qualsiasi trucco… (… perché non dovrebbe? La posta in palio è la sua vita…)
… però era sicura di vincerlo, alla fine.
Ma la sua mano non si alzava.
Una volta era stata pronta, una volta sola.
Era quasi fatta, ma si era trovata a scegliere. Una vita per una vita. Prendere la vita di Angel, perdere quella di Giles.
Aveva scelto. Aveva rimpianto quella scelta ogni giorno, ogni giorno aveva ringraziato d’averla fatta.
L’unica volta che si era sentita pronta a ucciderlo, l’ultima volta che aveva deciso di sua volontà.
“Non voglio farlo.” mormorò la ragazza, apparentemente a sé stessa.
“Non lo vuoi fare… Rassicurante, dal mio punto di vista. E ‘cosa’ vuoi fare?”
Gli occhi di lei sembravano quelli di un animale che sta per essere travolto da un’automobile.
Una domanda tanto semplice, la domanda che prima e comunque tutti dovrebbero farsi.
Valeva la pena capire il perché di tanta paura.
“Che cosa vuoi, Buffy?”
“Che cosa voglio?”
Angel appoggiò il volto all’albero, sentendone la vitalità latente sotto la corteccia.
Decisamente un punto debole, forse ‘il’ punto debole, come il punto di rottura di un cristallo, quello dove si scaricavano tutte le tensioni di struttura, quello che bastava colpire leggermente per mandare ogni cosa in frantumi.
“E’ una domanda semplice. Cosa… vuoi… tu. Non sai rispondere?”
“Voglio… Non so.”
“Cosa non sai? Tutti vogliono qualcosa, a meno di non essere morti. Essere belli, essere ricchi, essere sani… Forse non ci hai mai pensato. No! Non dirmi che nessuno te lo ha mai chiesto?!”
No, in realtà. Nessuno si era mai preoccupato di chiederle cosa voleva. Più che altro si erano sempre limitati a dirle cosa doveva. Adesso, non sapeva che rispondere.
(… ho pensato, a cosa volevo. Tante volte. Ma è passato tanto tempo e ora non ricordo più…)
Non ricordava e non voleva ricordare. (… un tempo avevo una volontà…)
“Ora devo andare. Non posso più restare qui.”
Aveva un’aria tanto miserabile, con i capelli ormai fradici che le s’incollavano al viso e una confusione quasi palpabile negli occhi.
“Allora vai, se devi. Ma non mi hai ancora risposto. Incontriamoci ancora. Non dobbiamo per forza aspettare che capiti per caso e questo è un bel posto. Nessuno che disturba, nessuno che costringe a riassumere i ruoli tradizionali.”
La ragazza scosse la testa e fece per andarsene, ma si voltò dopo pochi passi.
“Tu non hai proprio paura di me, vero, Angel?”
“Sì che ho paura.”
“E allora perché… Io non ti capisco.”
Angel si avvicinò, poi fece una cosa inaspettata. Le prese un braccio. Non stringeva e non le faceva male, ma la reazione fu immediata. Sollevò il paletto in un gesto d’attacco e subito si fermò.
Lui non la lasciò andare, anche se, in realtà, la teneva in modo da toccarla a malapena.
Fece scorrere la mano lungo il braccio di Buffy, tracciando disegni sulla sua pelle, seguendo con le dita l’intrico azzurro delle vene. Lei restò a fissarlo per qualche istante, frastornata.
Quando si rese conto di quello che stava facendo, scostò il braccio e, questa volta, prima di andarsene, non chiese niente.
* * * * * * *
Angel aspettò fino a quando la ragazza non si fu allontanata, poi si diresse nella direzione opposta.
Quell’incontro era stato un imprevisto, e Buffy aveva fretta di lasciarselo alle spalle, pensando che, una volta finito, tutto sarebbe stato superato, tutto sarebbe tornato alla normalità.
Come se un avvenimento casuale fosse conclusivo in sé stesso. Qualcosa di isolato, privo di contesto, privo di conseguenze e correlazioni con tutti gli altri fatti, un elemento estraneo nel fluire, altrimenti omogeneo, degli eventi.
Ma gli eventi erano solo un susseguirsi di episodi casuali. Formati, non disturbati, da essi.
Ci sarebbe stato un caso che avrebbe dato inizio a tutto.
Prima o poi. In qualche momento. Adesso.
Buffy era cambiata.
Era iniziato lentamente, anni prima. Un’alterazione dell’agire, uno slittamento del pensiero… Poi i cambiamenti si erano susseguiti a ritmo sempre più rapido.
Lo sapeva, lo sapeva bene, perché non aveva mai smesso di ‘sentire’ lei, mai.
Vedere con i suoi occhi, udire con le sue orecchie…
Erano cambiati entrambi.
Ma ci sarebbe stato tempo per far fruttare le conseguenze di quell’incontro. Per ora aveva altro da fare.
Era giunto nei pressi di uno dei pochi locali della città.
Intorno a lui le persone continuavano con le loro compere, le loro risate, le loro vite brevissime, indifferenti.
Appena entrato, assunse automaticamente un comportamento conforme a quello degli avventori del locale.
Giles si era chiesto spesso come facesse un essere di un quarto di millennio a uniformarsi e conversare allo stesso livello di ragazzi sedicenni. Non aveva mai saputo che era solo un meccanismo mimetico, una pellicola superficiale che rifletteva coloro che lo circondavano, rimandando la loro immagine, e che la sua vera natura non la mostrava mai, se non alla fine. Cambiava personalità esteriore come un camaleonte cambiava colore, assumendo l’atteggiamento che ci si aspettava da lui, come aveva fatto con Giles stesso.
Non era telepatico, nel senso che non leggeva i pensieri, ma poteva percepire molto chiaramente i mutamenti di umore e le emozioni negli altri e si adeguava, accomodando impercettibilmente il suo comportamento fino a che non sentiva di metterli a loro agio.
Non funzionava con tutti, naturalmente. C’era sempre chi aveva un’immunità naturale.
Xander non aveva mai potuto soffrirlo, ma aveva frainteso i motivi di tanto astio, credendolo gelosia mentre, in realtà, aveva solo avvertito lo sbaglio al di là dell’immagine familiare.
Prese da bere e si sedette.
Questa notte, qui, non avrebbe trovato Buffy. Avevano preso direzioni diverse in una specie di consapevole accordo, per non incontrarsi sui territori di caccia.
Osservava i presenti.
Li ascoltava.
Come si muovevano. Come erano. Come si disponevano.
La rete di legami che intessevano l’uno con l’altro.
I timbri delle loro voci. Le voci dei loro cuori
Era al centro di una sfera di suoni e immagini.
Vorticavano e danzavano, un brusio appena oltre il confine dell’interesse.
Alcuni erano troppo lontani.
O troppo diversi.
O avevano troppa forza, troppa attenzione.
O parlavano con molte voci che formavano un’Unità.
O erano quasi… e forse, se non ci fosse stato altro…
Fino a che…
La sfera si rovesciò su sé stessa, trasformandosi in un cono sempre più acuto che aveva come vertice lui e, come fuoco...
Una donna.
Stava ballando con un ragazzo, ma non c’era intimità nei loro gesti. Conoscenti casuali.
Mentre danzava, l’attenzione della donna era sulla folla, non sul suo compagno.
Era la sola che considerava, ora. Tutti gli altri si ritirarono in uno sfondo senza spessore e senza luce.
Lasciava il suo accompagnatore, tornava a sedersi…
Era con altre due, ma loro erano solo parte del contesto, solo immagini e voci nella nebbia. Non lo interessavano.
… si guardava intorno con una sicurezza che era solo apparenza.
Anche lei cercava.
Ecco.
Si era accorta della sua presenza, lo fissava e non cercava più.
Le sorrise, ma non si mosse per raggiungerla.
Questa sera il gioco andava così, domani avrebbe potuto essere diverso. Questa sera era una questione di vita, non di sopravvivenza. Doveva appagare un bisogno diverso dalla fame.
Per quello, sarebbe bastato molto meno.
La donna lo osservava da diversi minuti. Indirettamente, parlando con le sue compagne, guardando altrove… Ma la sua attenzione tornava sempre a lui, per periodi sempre più lunghi.
Uno sconosciuto, per lei. Uno sconosciuto che voleva avvicinare.
Da tempo, Angel aveva smesso di meravigliarsi per il comportamento tanto insolito della gente di questa città.
Non era più stupido che stare a portata di una cacciatrice, in fondo.
Aveva smesso di stupirsi, ma non di chiedersi.
Effetti della Bocca dell’Inferno.
Ma non esisteva nessun inferno. Solo un, come dire, assottigliamento, uno stiramento nel tessuto elastico della realtà. Un punto dove era più facile passare da un mondo all’altro.
In qualche modo, la cosa influiva sui pensieri. Forse stirava un po’ anche l’istinto di autoconservazione. L’ambiente condizionava i comportamenti, a volte al punto di sconfinare nell’autolesionismo.
Non sarebbe stato il primo caso.
I cetacei seguivano i campi geomagnetici come autostrade per orientarsi. Un bel sistema, sicuro in alto mare. Purtroppo, a volte, fluttuazioni locali portavano i campi magnetici a intersecare perpendicolarmente le coste. Gli animali imboccavano queste strade sbagliate e finivano per spiaggiarsi e, anche se li si trascinava al largo, continuavano ostinatamente a gettarsi sulla riva.
E perché no?
Loro stavano solo seguendo i loro sensi, una cosa che doveva sembrare tanto sicura e collaudata… prima di ritrovarsi a morire su una spiaggia.
Se fosse stato così anche per gli uomini? Non vedere un pericolo tanto evidente?
Sunnydale stessa non era nella nostra realtà. Non esattamente.
Era un po’ slittata rispetto al mondo. Non di qua e neanche completamente di là e, dall’esterno, non era vista del tutto. Né ci si accorgeva di quello che accadeva al suo interno.
Una zona di confine, dove non valevano interamente le leggi del nostro universo. O dell’altro.
La donna si era alzata e si dirigeva verso di lui.
* * * * * * *
Buffy cadde in ginocchio accanto al corpo inverosimile della sua ultima vittima, asciugandosi il volto sudato.
Non funzionava. Non funzionava quasi più.
Il sereno appagamento stava già passando. Il periodo di refrattarietà che seguiva una caccia riuscita diventava sempre più breve.
Avrebbe dovuto continuare per protrarlo, ma c’erano limiti temporali a ostacolarla.
Guardò con rancore l’est che le avrebbe presto sottratto la salvezza, rigettandola nel vortice confuso di pensieri che si risvegliavano implacabili quando era inattiva.
che cosa vuoi?
Ci mancava solo quella domanda. Non sarebbe riuscita a liberarsene, lo sapeva.
Già cominciava a corroderla, esigendo una risposta che lei temeva, e la risposta c’era, sepolta sotto la superficie della coscienza. Una risposta che, da tempo, bussava insistente, chiedendo di venire alla luce. Qualcosa che aveva tenuto sotto controllo solo perché nessuno le aveva ancora offerto l’occasione giusta per scoprirla.
Ma ora…
Si alzò a fatica.
C’era ancora tempo. La venuta dell’alba era lontana.
Strinse le labbra e cominciò a cercare la prossima preda.
* * * * * * *
Diane si fermò e si voltò verso il suo accompagnatore.
In qualche modo, il giovane si era fermato e lei se ne era accorta con alcuni istanti di ritardo, quando già si era allontanata da lui.
E, in qualche modo, erano finiti in una strada dove non c’era nessuno.
L’uomo era immobile, al centro del marciapiede.
Non sorrideva, non parlava, non aveva espressione che lei potesse interpretare.
La fissava e non sembrava neppure sbattere le palpebre.
La… studiava.
“Che hai?” mormorò Diane.
“Io niente. E’ tardi.”
Gli si avvicinò di qualche passo, guardandolo bene.
“Cosa?”
“Tra poco è l’alba.”
Aveva una voce strana. Strano il tono e strane le parole, dette solo per convenienza. Intese per lei, non rivolte a lei.
La donna era confusa.
“E allora? Che succede, se è tardi? Devi tornare a casa o papà ti toglie la carta di credito?”
Le fu davanti in un istante. Diane si spaventò di quel movimento così rapido, così come si era spaventata prima, quando si era resa conto che aveva smesso di camminare al suo fianco senza che lei se ne accorgesse.
Era come se non fosse in grado di percepire del tutto le azioni del giovane. O come se per lui gravità e tempo fossero concetti trascurabili.
La donna ridacchiò e gli passò una mano fra i capelli. Era nervosa e voleva superare il nervosismo con quel gesto di cui non si sentiva per niente sicura.
Anche i suoi occhi erano strani.
Sembrava che ci fosse del metallo cangiante sotto lo strato scuro delle iridi e le pupille riflettevano la luce.
Il gioco di ombre dovute all’illuminazione insufficiente della strada gli mascherava il viso, riplasmando i lineamenti, conferendogli un aspetto quasi grottesco.
In quel momento, lei ebbe davvero paura.
Il volto sotto le sue dita stava cambiando.
La fronte si abbassava sotto una pesante e corrugata cresta ossea, le iridi enormi tenevano ora quasi tutta la superficie degli occhi e, anche nella semioscurità, brillavano di un oro incandescente.
Diane allontanò di colpo la mano da lui, dalla cosa impossibile che stava capitando.
Le sembrò di essere scissa in due.
Una ‘sé stessa’ registrava la scena con gelida impersonalità. Era come assistere all’effetto speciale di un film.
E c’era l’altra, quella che viveva di persona, che voleva urlare.
La voce non usciva.
Voleva fuggire.
La stretta di lui la immobilizzava.
Voleva impazzire, perdere la ragione ed essere inconsapevole di quello che stava accadendo.
Sentì ogni cosa, anche il suono del suo collo che si spezzava.
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… una pianura desolata i cui limiti si perdono alla vista. Terra come ruggine e ocra bruciata. La luce rossastra del crepuscolo oscura l’aria rarefatta. Nuvole basse, pesanti, con luminosi orli sanguigni. Non ci sono alberi o erba o altro. Solo una montagna, una guglia altissima e ripida, interrompe l’uniformità della pianura. Una presenza si muove oltre l’orizzonte, in cammino verso di lei. Il vento comincia a soffiare, sibila contro la montagna…
Buffy aprì gli occhi, ritrovandosi a fissare il soffitto di casa sua.
Era la prima volta che sognava, dopo tanti anni. Uno di quei sogni speciali che avevano più concretezza della realtà.
Sospirò stancamente e si girò nel letto.
Era presto.
La luce entrava dalle fessure fra le tende e accendeva le particelle di polvere che galleggiavano nell’aria.
Un rumore sordo. Un ticchettio scandito e monotono da metronomo.
La sveglia sul comodino.
Era una di quelle vecchie, con le lancette.
La lancetta dei secondi si spostava a scatti e ogni scatto era un battito, ogni battito più intenso del precedente.
Prese la sveglia e restò a guardarla con il braccio semisollevato.
Vedeva i suoni.
Bolle concentriche che nascevano dalla sveglia a ogni ticchettio e si allargavano riempiendo la stanza, diventando sempre più trasparenti e inconsistenti man mano che si gonfiavano, finché non scomparivano.
Una dentro l’altra.
Anche se chiudeva gli occhi, continuava a vederle. In negativo, impresse sulle retine.
Forse avrebbe dovuto essere spaventata.
Non esistevano. Il loro passaggio non turbava il fluttuare della polvere.
Forse questo era il motivo migliore per essere spaventata.
Rimise la sveglia sul tavolo dopo aver tolto la pila.
Almeno fosse riuscita a definire quello che provava.
Un’insofferenza continua
Il cuore che cominciava a picchiare a ritmo tachicardico
I muscoli tesi
E quello che vedeva, quello che sentiva, inevitabilmente, irrimediabilmente… sbagliato.
Si rigirò ancora e chiuse gli occhi, cercando di riprendere sonno e annullare il tempo che la separava dalla sera.
* * * * * * *
Era arrivata al parco e si era nascosta il più lontano possibile da dove si erano fermati a parlare.
Angel era lì, accanto allo stesso albero.
Sembrava immerso nei suoi pensieri, ma girò subito la testa nella direzione di lei, allarmato.
(… bene. E’ un piacere sapere che in questi anni non gli ho dato il modo di abbassare la guardia…)
Almeno aveva la soddisfazione di sapere che erano in due a non avere dormito sonni tranquilli.
Uscì dal suo rifugio e si diresse verso di lui che, appena la vide, riprese la consueta espressione tra il divertito e l’indifferente, come se il mondo intero esistesse solo a suo uso.
“Ancora qui?” gli chiese.
“Ancora. Ti aspettavo. Tu, invece? Passi per caso?”
Buffy era a disagio.
Era felice di essere qui, con lui, e la consapevolezza di questa felicità la disturbava. Soprattutto, la disturbava il non poter far nulla per impedirsi di essere felice.
“Tutto questo non ha senso.” brontolò la ragazza.
“Cosa intendi?”
“Vengo qui, parlo con te… E poi? Ci salutiamo e ognuno per la sua strada, a… a fare quello che facciamo sempre?”
“A uccidere. Non avere paura delle parole, se non hai paura dei fatti.”
“Non ha alcun senso…” ripeté Buffy.
“Chi lo dice? E’ scritto nel tuo libretto di istruzioni?”
“Cominci a perdere la memoria? Noi dovremmo combatterci. Non incontrarci, non chiacchierare.”
Per un attimo, era sembrata la Buffy di una volta. La Buffy adolescente, ironica e sicura, cancellata dal peso degli anni.
“Perché no, se è quello che vuoi?” chiese Angel.
“E’ tutto quello che conta per te, vero?”
Ma era una domanda senza senso e, di conseguenza, non c’era senso nel darle una risposta.
Lei cominciò a camminare avanti e indietro.
Il prato invernale era più fitto e lussureggiante di quanto non fosse nell’aridità estiva.
Una specie di mare verde.
C’erano onde, come nel mare, e c’erano isole, ciuffi di erba più alta e fitta che emergevano con vitale esuberanza dal terreno.
Buffy si fermò davanti a un ciuffetto particolarmente rigoglioso.
Con la punta di un piede, schiacciò il piccolo groviglio vegetale, insistendo fino a ridurlo a una poltiglia informe di linfa e fibre disfatte.
“Non abbiamo finito il discorso, l’altra notte.” disse Angel, non appena lei ebbe portato a termine la sua opera distruttiva “Io so cosa voglio. Tu, invece? Te l’ho già detto una volta. Non lo sai.”
“Ero una bambina. Ora sono cresciuta.”
“Sì, certo. Almeno adesso sai quello che non vuoi. Mi sembri più confusa ora di quando avevi sedici anni.”
“Perché?”
“Non dovremmo incontrarci, non dovremmo parlare… Però il fatto è che sei qui, con me, a parlare.”
Buffy gli si riavvicinò.
“E cosa dovrei fare, secondo te?”
“Dipende da quello che vuoi.”
“Al momento, credo che tutto mi sia indifferente.”
“Allora è indifferente fare una cosa piuttosto che un’altra.”
Lei si mise a ridere.
“Stai giocando a fare il gatto del Cheshire con me?”
Angel la guardò in modo strano, con la testa un po’ inclinata e un’espressione freddamente inquisitiva, come se si trovasse davanti a una cosa bizzarra, ma non del tutto degna del suo pieno interesse, poi afferrò il ramo sopra di lui e si issò sull’albero.
La ragazza seguì tutta quella strana manovra senza fiatare.
“Ma si può sapere che stai facendo?” chiese alla fine.
“Mi immedesimo nella parte.”
Buffy cercò disperatamente di non ridere di nuovo. Perché la situazione era ridicola e, al tempo stesso, non c’era proprio niente di divertente.
“Ti prego, scendi. Mi fai venire il torcicollo.”
“C’è un magnifico panorama da qui, e, a quanto ne so, tu non puoi avere il torcicollo. Allora, continuiamo. Perché non mi rispondi? Cosa vuoi?”
Lei smise subito di sorridere. (… ricominci?…)
D’altra parte, era impossibile che lui dimenticasse e inconcepibile che lasciasse perdere.
“Io… Vorrei essere lasciata in pace.”
“Se dici ‘vorrei’, implichi che siano gli altri a doverti concedere qualcosa. Le cose devi volerle da sola. Prenderle, se occorre. Non chiedere.”
Il disagio di Buffy era diventato vero e proprio panico.
“E poi il tuo desiderio…” continuò Angel “Pace. Un po’ generico. Che intendi? Vuoi startene a casa a guardare la TV?”
“No… Voglio stare io in pace… Smettila di farmi domande.”
“Smettila di darmi risposte, allora. Io non posso costringerti a restare, se non vuoi. Voltati e vattene. Oppure salta su e fammi tacere. O sta li a guardarmi. O mettiti a cantare. Visto quante cose puoi fare? La scelta è tua. Io continuerò con le domande. Eravamo arrivati alla pace. Non ti stai spiegando, Buffy. Mi sembra di capire che vuoi la pace interiore. Se la cerchi significa che per ora ti manca. Perché?”
“Ti stai divertendo? Oppure sei solo stupido? Non riesci a capirlo da solo?”
“No, non capisco. Spiegami tu. Cosa, non funziona? Il fatto che ti ritrovi a dormire di giorno? E’ uccidere? Ti sconvolge uccidere?”
La ragazza lo guardò con odio. Angel la ignorò.
“E’ questo? Se potessi, faresti altro? Pensaci bene. Non te ne andresti più in giro di notte a cercare qualcuno da uccidere?”
Buffy sentiva la nausea alla sola idea di rispondergli, ma mentirgli era completamente inutile. Se ne sarebbe accorto subito. Non avrebbe neppure fatto caso alle parole, se fossero state in contrasto con quello che sentiva. Per lui le parole erano solo un corollario, neanche tanto importante, di un insieme di fattori che costituivano una vera comunicazione. Quindi, inutile mentire.
“No, io… io credo che lo farei lo stesso.”
“Lo credo anch’io. Dunque, al momento fai esattamente quello che vuoi fare, però ti manca la pace. In cosa dovrebbe essere diversa la tua vita, per avere la pace?”
“Se potessi! Hai detto bene. Ecco in cosa sarebbe diversa. Io ‘potrei’, ma ‘potrei’ anche non farlo.”
“Invece non puoi, perché c’è qualcosa o qualcuno che ti costringe. Ti obbliga. Scusa, ma che qualcuno possa obbligarti a fare quello che non vuoi è difficile da credere.”
“E che dovrei fare? Ci sono tutti gli altri. La mia famiglia, il mio Osservatore…”
“Il tuo Osservatore? Sbagli. Sei tu la sua cacciatrice. Da premiare o punire se si comporta male. Spiega, Buffy, perché io continuo a non capire. Perché credi che la tua volontà venga sempre al secondo posto? Perché credi di essere qualcosa di meno importante di un essere umano? Perché se tu dovessi morire sarebbe accettabile, nell’ordine naturale delle cose? E accettabile per chi? Per loro? Per loro sì, certo, ma per te? E’ questo che vuoi? Essere una merce di scambio?”
Era sceso dall’albero, quasi scivolando davanti a lei.
“Li ringrazi? Ringrazi Giles per quello che ti permette? Ti senti una privilegiata per la libertà che ti lasciano? Nel momento in cui qualcuno può concederti, permetterti, darti libertà… allora è tuo padrone e tu nient’altro che una schiava. Non esiste un buon padrone, Buffy. Chi ti possiede è tuo nemico, comunque si comporti con te. Spiega, perché proprio non capisco come puoi lasciarti rubare la completezza della vita e considerarti fortunata per quei pochi frammenti che ti restituiscono.”
Buffy si posò le mani sugli occhi.
Angel era riuscito a condurla su una strada che aveva sempre evitato di percorrere, tenendola per mano come una bambina, passo a passo… però la strada non l’aveva costruita lui. L’aveva solo resa accessibile, impossibile da ignorare, ma la strada esisteva già. Era vecchia di anni, a essere onesti.
Non avrebbe avuto paura, altrimenti.
“Non lo so.”
“Forse è un’altra cosa. A certa gente piace fare prendere le decisioni agli altri. E’ facile, nessuna responsabilità. I deboli, ad esempio, o gli incapaci. O i bambini, che devono rimettersi alle decisioni dei genitori. Nel loro caso però è una fase naturale. Una volta cresciuti passa. Ma non tutti crescono, vero? Alcuni preferiscono la confortevole culla. Tu cosa vuoi?”
Buffy esitava.
Lui doveva solo farla respirare, darle tempo.
Si sedette per terra, aspettando con pazienza.
“Anch’io sono stato un prescelto, lo sai?”
La ragazza lo guardò perplessa. Si avvicinò e gli si sedette di fronte.
Angel sospirò.
“Ero stato scelto dal Maestro per essere…” si interruppe, cercando un termine giusto. Qualcosa che per lei avesse un significato.
“Il suo successore?” disse Buffy.
Almeno, se lo avesse assecondato, avrebbe smesso di tormentarla. E, suo malgrado, la cosa la interessava.
Non sapeva nulla del suo passato.
Era irlandese, era il compagno di Darla, aveva ucciso un sacco di gente ed era stato maledetto.
Tutto qui, in quattro parole.
Ma non poteva essere ridotto a così poco.
Poteva anche pretendere che Angel avesse cominciato a esistere solo nel momento in cui l’aveva incontrata, però c’era una vita, prima di quel momento.
Lui scosse la testa.
“Più che altro una specie di suo rappresentante. La sua longa manus. La sua faccia rivolta all’esterno. Il suo killer di fiducia…”
“Ma…?”
“Ma… nessuno aveva chiesto la mia opinione.”
Ora non la guardava più. I suoi occhi erano fuori fuoco, a osservare qualcosa di distante.
Sembrava rabbrividire un po’.
“Hai visto dove, e come, viveva il Maestro? Rinchiudermi in una specie di corte medioevale, in mezzo a libri ammuffiti e ridicole profezie, con gente che ti dice quello che puoi o non puoi fare, vincolato da regole senza senso, e alzare gli occhi e vedere il soffitto di una fogna, invece di questo.” Con un cenno del capo indicò la volta stellata “E fuori un mondo intero, mai uguale a sé stesso… Perché avrei dovuto accettare una cosa che non avevo deciso io?”
“Cosa hai fatto?”
“Ho preso Darla e me ne sono andato, lasciando il mio venerabile nonno nel suo antro.”
“Come l’ha presa?”
“Non molto bene. Ma avrebbe dovuto uccidermi per fermarmi e cosa avrebbe ottenuto? Naturalmente poteva farlo, ma, in ogni caso, la scelta di essere libero è sempre stata solo mia.”
Buffy teneva gli occhi fissi sulle mani, sul paletto che rigirava fra le dita.
Un racconto talmente familiare…
Sentì la mano di Angel sollevarle il mento, le sue dita passarle sulle labbra, la sua voce…
“Il destino ha su di te il potere che tu gli concedi, finché tu glielo concedi e, allora, ti chiedo ancora… cosa vuoi?”
Stavolta lei cedette.
“Voglio che la smettano.” mormorò “Voglio che smettano di dirmi cosa fare. Voglio cominciare a vivere per me, non per loro. Voglio andarmene da qui. Voglio essere libera…”
“E cosa te lo impedisce?”
“Cosa? Il mio…” (… il mio?…)
“Ti prego, non essere banale.”
“Se non è il dovere, allora…”
“Allora cosa? Forza Alice, scegli. Il biscotto o la bottiglietta. Cresci! Oppure diventa piccola piccola e nasconditi.”
La ragazza non riusciva a guardarlo. (… perché devi sempre essere così complicato? Perché non dici mai chiaramente quello che pensi, ma ci giri intorno, ci giochi? Cosa vuoi, da me?…)
“Io non lo so!” (… sì che lo so. L’abitudine, è solo l’abitudine. Sono io, solo io, che mi sono legata e ho gettato via la chiave delle catene. La colpa è mia e ora non so che fare. Ho paura. Ho paura di non essere più in grado di liberarmi. Ho paura di non sapere combattere me stessa…)
“Tu non vuoi essere libera.”
“Non posso…”
“Non vuoi!” ripeté lui con durezza “Se si può fare una cosa e non la si fa, è perché non si vuole.”
Due Buffy si combattevano, da molto tempo, e il loro conflitto stava per arrivare a una conclusione. Non sarebbe mai tornata quella di prima, ma cosa sarebbe diventata non era ancora deciso. Ondeggiava al limite di due possibilità. La nuova Buffy che voleva a tutti i costi vivere, contrastata da quella che si adagiava nei sicuri binari della consuetudine. Era forte, questa Buffy, gli anni la facevano forte, ma l’altra era diventata sempre più presente e sfacciata di giorno in giorno, e ora il loro potere si equivaleva e sarebbe bastata una piccola spinta per dare la vittoria all’una o all’altra.
“Io ho un mio posto al mondo!” gridò lei, alzandosi e allontanandosi di qualche passo.
“Oh, Buff. Al mondo non importa niente di noi. Se morissimo in questo istante, il mondo andrebbe avanti, come ieri, come sempre. Se ci uccidessimo a vicenda, avrebbe importanza solo per noi. E’ un gioco, tesoro mio, con il più imparziale degli arbitri e nessuna regola. Chi perde finisce nel secchio dell’immondizia della vita. Uno dei tanti scarti. Non importa. Il mondo non fa favoritismi e, di solito, va come vuole, non come si vorrebbe.”
Buffy chiuse gli occhi per un attimo. Quando li riaprì, Angel era in piedi accanto a lei.
“Allora non contiamo proprio niente per nessuno?” gli chiese.
“Contiamo per noi stessi. Per chi ci sceglie liberamente di amare.”
“Il tuo è un mondo spaventoso, senza speranza…”
“Senza sbarre.”
“Senza felicità…”
“Sbagli. Con tutta la felicità che ti permetti di provare.”
Allungò la mano verso il suo volto, ma, prima di toccarla, la lasciò ricadere.
E lei stava correndo via.
“Bentornata dal Paese delle Meraviglie, Alice.”
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Guardava sé stessa, riflessa nello specchio.
Carina. Le avevano sempre detto tutti che era carina.
Non una grande bellezza. La grande bellezza era stata Cordelia.
Eppure era lei ad attirare gli sguardi ammirati e le attenzioni di uomini e donne.
Lei.
Solo carina, con un aspetto rassicurante, indifeso. Fino a quando non guardava con un certo particolare sguardo. Allora, tutti si affrettavano ad allontanarsi.
Non sapeva cosa vedevano nei suoi occhi. Non sapeva com’era quello sguardo. Vedeva solo la paura di chi le era vicino.
Ma, fino a quel momento, nessuno si sarebbe sognato di temerla.
Una ragazza così piccola, inerme.
Così attraente.
Come Angel. Anche lui apparentemente inoffensivo.
(… perché quest’aspetto? Perché essere nascosti in un involucro tanto ingannevole?…)
Poteva capire Angel. Aveva bisogno di irretire e, al tempo stesso, passare inosservato.
Ma lei? A chi doveva passare inosservata? Chi doveva ingannare?
Non vampiri e altri demoni. Loro non si lasciavano fuorviare dall’aspetto. Erano altre, le cose che guardavano.
(… da chi ti nascondi? Chi devi raggirare? Chi sei?…)
“COSA SEI?!” urlò, artigliando lo specchio con una furia che andava crescendo, come se cercasse di distruggere quell’immagine distorta di sé stessa.
Le dita piegate ad artiglio scivolavano sulla superficie liscia e adamantina, fino a quando una fitta lacerante la sferzò, partendo da una mano e risalendo lungo i nervi sino alla spalla, e sul vetro rimase uno schizzo rosso.
Una delle unghie si era strappata quasi del tutto, restando attaccata solo a una piccola porzione del letto ungueale.
La sofferenza improvvisa cancellò tutta la rabbia, lasciandola solo confusa e sfinita. Si lasciò cadere sul pavimento e cominciò a piangere.
Faceva fatica a respirare. Il muco le intasava il naso e le colava il volto, mescolandosi alle lacrime.
Poco per volta, il dolore acuto si trasformava in una serie di impulsi sempre più sordi che le intorpidivano il braccio.
Senza smettere di singhiozzare, si strinse la mano insanguinata e si strappò del tutto l’unghia.
* * * * * * *
Giles stava riordinando la biblioteca.
Era un lavoro rilassante, che aveva sempre amato. Se fosse dipeso da lui, sarebbe stato solo un semplice bibliotecario.
Almeno così gli piaceva credere, qualche volta. Perché poi si svegliava dai suoi sogni a occhi aperti e ammetteva con sé stesso che non sarebbe mai riuscito a adattarsi alla vita tanto tranquilla della sua ‘identità Clark Kent’.
Aveva preso alcuni libri e stava per salire le scale, quando si accorse che Angel era seduto sulla balaustra dell’ammezzato, intento a fissarlo.
(… Oddio, ci siamo…) pensò l’Osservatore.
“Ciao, Rupert. Quanto tempo che non ci si vede.”
(… scappascappavattene… la porta è aperta… puoi farcela…)
Giles trasse un profondo respiro e si costrinse a restare fermo.
Non poteva farcela. Poteva sperarlo, ma non crederci realisticamente.
“Stai tranquillo. Non sono venuto per quello che pensi.” disse il vampiro.
“Questo me lo hai già detto una volta.” replicò Giles, cercando di calmarsi “Da quel momento, tutto è andato a rotoli.”
Angel si guardò le mani.
“Voglio solo parlare.”
“Di cosa?”
“Buffy.”
Certo, Buffy…
E di che altro, se no?
Istintivamente, Giles salì il primo scalino.
Angel si raccolse un po’ su sé stesso e strinse gli occhi.
Azione sconsiderata.
L’Osservatore tornò indietro, appoggiò i libri in terra senza perdere di vista il soppalco e si rialzò, studiando affascinato Angel.
Era trasformato parzialmente, con aspetto umano e occhi da vampiro. Non lo aveva mai visto così e gli sembrava anche più spaventoso del solito. Almeno nella sua vera forma era facile considerarlo per quello che era. In questo modo, invece, appariva solo come un’inquietante contraffazione.
Se significava qualcosa, Giles proprio non lo sapeva.
Angel si mise a raspare la balaustra con gli artigli di una mano. Andò avanti così per diversi minuti, sistematicamente.
Il suono scandito ed esasperante del legno che si scheggiava, per qualche motivo, intrappolò l’attenzione di Giles.
Riusciva a prestare attenzione solo a quel rumore.
Avrebbe finito per scavare dei solchi, e allora l’economato scolastico… Cosa gli avrebbero detto?
Che pensiero stupido e inappropriato. Giustificarsi con la scuola.
Un buon pensiero. Bello.
Presupponeva l’esistenza di un giorno futuro, per lui.
“Cosa vuoi, da Buffy?” domandò alla fine.
“Stavo per farti la stessa domanda. Cosa vuoi tu, da lei?”
Giles non disse niente.
Non sapeva come avrebbe interpretato una sua qualsiasi risposta. Una sola parola o un gesto sbagliati e quella specie di tregua sarebbe finita all’istante.
Angel interruppe il suo vandalico grattare.
“Tu l’ami?” chiese.
Giles restò allibito.
(… che razza di domanda…)
Stava per urlarglielo, ma era meglio assecondarlo se voleva uscirne vivo.
E non alzare la voce.
Doveva tenerlo bene in mente, questo.
“Sì.” rispose.
“Sì, certo. E’ la tua bambina, no? La tua bella bambina, tanto forte e coraggiosa… I bambini crescono, lei sta crescendo. E cambia. Te ne sarai accorto.”
“Gli… gli esseri umani cambiano. Lo fanno tutti.” mormorò gentilmente l’Osservatore.
Angel non gli staccava gli occhi di dosso.
Giles non si sforzava di capirlo. Diceva solo quello che credeva lui volesse sentire, nel modo che riteneva fosse più sicuro.
L’umano era convinto di avere un controllo su di lui, di poter determinare il suo comportamento con il proprio. Era convinto che, se fosse rimasto calmo, se avesse parlato in modo pacato e suadente, ponderando le parole, gli avrebbe impedito di attaccare. O che, viceversa, lo avrebbe provocato solo con il tono di voce.
E tutto questo a prescindere dalla sua volontà.
Ma, probabilmente, Giles era anche convinto che lui non avesse una vera volontà.
“Non essere accondiscendente, Rupert. Lei cambia. Sta diventando qualcosa che non hai mai visto prima.”
Giles era confuso.
Non lo sapeva. In tutti quegli anni, era stato accanto a alla ragazza, l’aveva vista evolversi, eppure non aveva mai concepito una simile possibilità.
Non era Buffy quella che amava, ma l’idea che aveva di lei. Nella mente aveva sempre un’immagine canonizzata che gli impediva di percepire la realtà.
Neanche la vedeva, Buffy.
Angel si sentì sommergere da un rabbioso disprezzo.
Come poteva dire di amare, se poi non sentiva niente? Chiuso nel guscio del suo io, isolato, non permetteva a nessuno di raggiungerlo.
Un povero mutilato, cieco e sordo. Solo.
In quel momento, la vicinanza dell’uomo gli era insopportabile. Avrebbe realmente trovato sollievo nel farlo a pezzi e far sì che smettesse di offenderlo con la sua insensibilità e le sue menzogne. Con la sua solo presenza.
Ma non valeva la pena sprecare rabbia per una cosa tanto miserabile.
Che Giles fosse capace o meno di amare non aveva nessuna importanza.
Importava solo che lui fosse convinto di poterlo fare. Che agisse come se lo facesse davvero.
“Non puoi impedire quello che sta succedendo.” continuò Angel “Neanche lei può farlo. Ma potrebbe tentare e questo le farebbe male. Non sai quanto. La gabbia dove l’hai tenuta chiusa finora è troppo piccola. Si romperà le ali cercando di volare fuori. Oppure proverà a restare la stessa e il suo spirito si spegnerà.”
“Se non posso impedirlo, perché sei qui a parlarne con me?”
“Perché tu sei importante per lei. Hai determinato la sua vita più di chiunque. Anche adesso che è tanto cambiata… se cercherà di opporsi alla sua natura sarà per te, se si farà del male sarà per te.”
“E cosa dovrei fare?”
“Niente. Lasciala andare.”
“Così potrai averla tu? Devi pensare che io sia davvero molto stupido.”
“Se vuoi la verità, io cerco proprio di non pensare a te.”
Era già fin troppo penoso dover essere qui e parlargli, in un modo che potesse capire.
Penoso e necessario.
La cosa più spaventosa che avesse mai fatto era stato uccidere Darla. Era stata molto più di una madre, o un’amante, o una maestra. Aveva condizionato il suo essere, aveva posto l’imprinting su di lui. Quello che aveva provato nei suoi confronti era stato qualcosa di indefinibile. L’inconscio e onnipresente timore di essere giudicato da lei, il desiderio quasi ossessivo di compiacerla.
L’aveva uccisa e aveva dovuto farlo alle spalle, perché se l’avesse guardato…
E l’aveva fatto solo perché in quel momento c’erano di mezzo cose troppo importanti.
Ora Buffy si trovava quasi nella stessa situazione e Buffy era fragile. Non aveva mai detto di no e avrebbe potuto voler esaudire le aspettative di Giles senza neanche sapere bene perché.
“Hai davvero un gran coraggio a chiedermi una cosa simile.”
La voce di Giles si era alzata, nonostante tutto l’impegno che ci metteva per tenerla sotto controllo.
Non molto. Non gridava, ancora. Ma i suoni oscillavano, fastidiosamente stridenti, sul punto di rottura.
Si stava infuriando e faceva sempre più fatica a ricordarsi che voleva restare calmo.
Angel si strinse nelle spalle.
“Tu mi odi. Mi odi al punto di fare del male a lei per colpirmi? Lasciala andare e forse sceglierà me, oppure trattienila e, alla fine, non avrà più nessuna scelta.”
Una nuova paura, da parte dell’Osservatore, diversa da quella causata dalla sua presenza.
Paura di non essersi mai accorto di quello che accadeva sotto i suoi occhi. E rimorso. Ogni volta che nominava Buffy, una torbida sensazione di colpa affiorava nell’uomo.
Questo andava bene.
Se solo si fosse sentito abbastanza in colpa…
“Abbiamo bisogno di lei…” mormorò Giles, più che altro a sé stesso “Dobbiamo difenderci.”
“Da noi?! Rupert, quanti siete? Cinque miliardi? Sei? Quanti siamo noi? Non lo so, ma mi meraviglierei se arrivassimo a cinque milioni. Fate sapere della nostra esistenza e quanto dureremmo? Chi avrebbe bisogno di essere difeso?”
Giles doveva veramente aver esaurito ogni possibile argomento per perdere così il controllo della situazione.
Lui non aveva avuto bisogno di mentire, lo sapevano entrambi.
Erano pochi i posti al mondo dove i vampiri potevano permettersi tanta libertà d’azione. Altrove dovevano stare attenti, muoversi con cautela, coprire le loro tracce.
Quanti indizi sarebbero serviti a far sorgere una domanda di troppo? Li proteggeva la leggenda e l’abitudine a considerare certe creature solo come protagonisti delle fiabe. I grifoni e i draghi marini e i vampiri.
Però i draghi marini esistevano davvero. Angel ricordava con stupore il primo che aveva visto, il lunghissimo corpo argenteo, la cresta rossa, la testa d’incubo.
Erano pesci, naturalmente, ma anche draghi, e se esistevano loro…
Il passo era breve, troppo breve.
Tutti loro vivevano sulla lama di un rasoio.
Erano pochi, dovevano restare pochi, ma gli uomini erano tanti e non dividevano mai il mondo.
Sarebbe bastato un niente a farli scoprire, a far superare la linea fra ciò che c’era stato e ciò che non c’era più.
Giles lo sapeva bene. (… perché non parliamo?…)
Se avessero parlato… (… ha ragione lui. Tempo pochi anni e di loro non rimarrebbe traccia. Gli esseri umani sono veri professionisti, quando si tratta di estinguere. E nessun rimpianto, questa volta…)
“Avete davvero bisogno di lei? Di un’unica ragazzina che vi protegga? E poi, con tutta la sua buona volontà, che può fare? E’ molto abile, qui. Ma quelli che vivono dall’altra parte del mondo? O dall’altra parte del paese? Persino l’altra parte del quartiere può essere troppo lontana. La sua efficienza è limitata dagli spostamenti, mio caro. E’ un’autentica goccia nel mare, se mi perdoni il paragone scontato. Ma non è questo il motivo. Almeno non è il tuo. Tu non la vuoi perdere. Vuoi che resti insieme a te.”
“Tu sei pazzo!” esclamò Giles “Devi essere impazzito in qualche momento… Perché diavolo sei ossessionato da lei? Perché non volete accettare quello che siete?”
Il vampiro sembrava stanco.
“Rupert, noi non siamo i simboli di un qualche mitologico conflitto fra luce e tenebre. Non… non rappresentiamo niente. Siamo solo due esseri viventi, e vorremmo continuare a vivere.”
“Tu non sei vivo.” disse Giles in una puerile puntualizzazione.
“Come preferisci credere. Tanto non cambia nulla. Buffy è perduta per te, è perduta per voi tutti. Vuoi che si perda anche per sé stessa?”
* * * * * * *
Lei aspettava, accovacciata davanti a una tomba.
Capitava sempre più di rado che riuscisse a catturare un vampiro. Ormai, la maggior parte delle sue prede era costituita dalle strane creature che infestavano la città.
La popolazione di vampiri era stabile e forte, più forte di lei. Non le permetteva di attentare impunemente alla vita dei suoi membri.
Quelli che uccideva erano, di solito, solo quei nuovi arrivati che non erano prima eliminati dai padroni di casa o accettati fra essi.
Capitava anche più raramente che trovasse qualcuno qui.
Quando Angel aveva preso il potere aveva fatto piazza pulita anche di questa usanza e, ora, quasi tutti i vampiri portavano via quelli che trasformavano, per farli risvegliare nella sicurezza dei loro rifugi.
Lui aveva radicalmente cambiato le abitudini della sua gente.
No. Forse no. Forse aveva solo restituito loro la normalità.
Doveva essere così che si comportavano nel mondo di fuori, dove non potevano certo lasciare trovare individui apparentemente e inspiegabilmente morti nelle mani degli investigatori umani.
Questo doveva avere un sire tradizionalista. O, forse, solo noncurante.
Non era nemmeno presente.
Vide la terra sussultare.
Dimenticò subito ogni oziosa considerazione con cui la sua mente aveva divagato e, mordendosi le labbra, cominciò a scavare freneticamente.
Una mano apparve fra schegge di legno e frammenti acuminati di metallo.
Lei aiutò ad allargare il varco, senza curarsi dei tagli che si procurava e del dolore all’unghia strappata solo poche ore prima, aprendo la strada alla figura che a fatica cercava di riemergere.
Finalmente il vampiro fu libero. Un ragazzo di circa sedici anni che si guardava intorno, confuso e sfinito, inginocchiato carponi sul bordo della fossa.
Buffy lo rovesciò sulla schiena e lo trafisse con uno dei frammenti della bara.
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… ora la pianura è quasi buia. Può vedere bene solo la montagna, attaccata dai venti urlanti che ignorano lei, ignorano ogni altra cosa. Le nubi si rompono e inizia a nevicare. Nella luce del tramonto i fiocchi sembrano gocce di sangue. Cadono sulla sua pelle, ognuno ferisce come un ago di ghiaccio. La presenza oltre l’orizzonte avanza con le ombre. La sua venuta è prossima…
* * * * * * *
Non era mai venuta fin qui.
(… mai?…)
Sì, una volta, una volta sola. Non proprio qui, ma vicino. I moli, comunque.
Ma, dopo di allora, non era più venuta.
Faceva male, all’inizio, ricordare la sera in cui aveva (avevano) camminato sui moli e credeva (credevano) di stare insieme per l’ultima volta.
Avevano avuto ragione, e avevano avuto torto, anche.
Una volta era stato il dolore a tenerla lontana. Ma il dolore era passato con il passare degli anni e, da tempo, ricordare non faceva più male.
Ora poi non aveva proprio più bisogno di ricordare. Lui c’era sempre, vivo. Poteva vederlo, poteva toccarlo, durante quelli che stavano diventando appuntamenti quotidiani, ed era questo che importava, non il passato.
Era sempre più difficile credere che un tempo era stato diverso. Per lui, per lei.
Era difficile e, sempre più spesso, non si soffermava più sui ricordi.
Un sogno. Tutto il suo passato era un sogno che andava offuscandosi.
Aveva fatto male. Per questo non veniva.
Adesso, che non c’era più dolore, era l’abitudine. Non veniva per abitudine. Per tanti anni aveva evitato i moli e, per abitudine, continuava a evitarli.
Tanto, a nessuno importava di quello che succedeva qui.
Alcune prostitute le lanciarono occhiate distratte, mentre volgeva le spalle ai moli e si dirigeva nelle vie strette del quartiere portuale.
C’era gente, per le strade.
(… troppa gente…)
I più la guardavano incuriositi.
Una ragazza sola, in un luogo dove le ragazze sole avevano in genere un protettore che le sorvegliava, vestita come per una scampagnata, con qualcosa di innegabilmente diverso, innegabilmente sbagliato rispetto a loro, rispetto a quel posto.
Ma smettevano subito di guardarla. Non erano affari loro.
Ora non aveva più bisogno di evitare questo luogo.
che cosa vuoi, Buffy?
La sola domanda che avesse mai voluto sentirsi fare, e a fargliela era stato proprio lui.
Le sarebbe piaciuto credere che l’avesse fatto per lei, ma Angel stesso si sarebbe messo a ridere a una simile idea.
Non le aveva più rivolto quella domanda, dopo le prime volte. Non ne aveva più bisogno, perché lei non poteva più dimenticarsene.
Però non aveva ancora risposto.
che cosa vuoi?
Ancora più addentro i vicoli, fra rigagnoli di liquami non identificabili, in strade man mano più vuote… almeno in apparenza, perché nascosti fra cassonetti e scantinati erano tanti a gestire i loro affari. Dietro le porte sentiva gli spacciatori trattare il prezzo delle dosi, negli androni i drogati si iniettavano il loro inferno personale nelle vene.
(… perché scegliere un modo tanto lungo per suicidarsi? Ci sono mezzi più rapidi, più efficienti…)
Questo era il territorio di un male diverso, meno antico, meno innocente. Interesse, non bisogno.
Una voce raspante dietro di lei.
“Ciao, bella.”
Un uomo.
Solo. Debole.
Non un pericolo, non un bersaglio.
“Chi stai cercando?”
Continuò a camminare, senza guardarlo.
L’uomo le si avvicinò, le prese un braccio.
“Dico a te, troia. Mi ascolti? Perché non mi ascolti?”
Sentì il tanfo pungente del suo corpo non lavato, di qualcosa che aveva bevuto.
Lo scostò con una spinta e si allontanò.
Lui brontolò ancora, con il suo tono gorgogliante da ubriaco.
“Non sono nessuno, per te? Non sono nessuno…”
La sua voce la seguiva ancora, facendosi sempre più lontana.
Ora aveva cominciato ad attendere il momento in cui l’avrebbe visto con la stessa agitata impazienza con cui lo aveva aspettato da ragazzina, durante il tempo dei sogni.
Fu presa quasi di sorpresa.
L’uomo la spinse contro un muro. Aveva un coltello in mano e doveva credersi invincibile. Non ebbe neanche il tempo di puntarglielo contro.
Buffy lo colpì al torace, scagliandolo al suolo.
Aveva agito senza pensare, automaticamente. Una semplice azione-reazione. Riacquistò la ragione appena il nemico cadde a terra e smise di essere una minaccia.
Funzionava sempre così. Un meccanismo di autodifesa ben collaudato. Fino a quando era in pericolo, il suo corpo agiva in modo autonomo, indipendente dalla volontà. Poi riprendeva il controllo delle azioni, e poteva decidere che farne dell’avversario.
Si era sempre fermata quando si trattava di esseri umani, zittendo la voce che la incitava a colpire fino a sentire la vita del nemico spegnersi sotto le sue mani. Ma non aveva mai smesso di sussurrare, quella voce, e lei aveva solo potuto turarsi le orecchie, fingendo di non sentirla, fingendo di non sapere che cacciare non era un dovere, ma una necessità. Vergognandosi ogni volta che il pensiero sfuggiva al suo controllo, disgustata dall’appagamento che sempre seguiva una caccia riuscita…
che cosa vuoi?
… tremando nel sapere che ogni anno che passava l’appagamento diventava sempre più grande, e più breve, e bastava sempre meno, e il controllo sempre più debole, cercando in qualche modo di aggrapparsi al pensiero che era solo il suo dovere, cercando di restare… Cosa?
Le ore del giorno erano sempre più lunghe, nell’attesa della notte, e la voce non sussurrava più. Urlava.
Questa volta non volle zittirla.
Torse il braccio del suo assalitore che si era rialzato boccheggiando, e sentì lo schiocco dell’omero dislocato. Gli strappò il coltello dalla mano e lo lasciò cadere a terra.
Era tanto diverso dai suoi soliti avversari. Al primo colpo aveva sentito le costole fratturarsi sotto il suo pugno, poi un braccio, e quasi non se ne era accorta.
Così fragile e inconsistente. Come un fantasma.
I vampiri invece poteva colpirli e colpirli e sembravano assorbire la sua forza.
Erano concreti. Si muovevano alla sua stessa velocità, sul suo stesso piano.
Questo restava quasi immobile. Non reagiva.
Continuò a colpirlo, senza fretta, senza rabbia, con distaccata concentrazione.
This message has been edited by solichan on Sep 20, 2006 6:57 PM
Come sempre, la stava aspettando.
Chissà se era qui ad aspettarla anche le sere in cui non si era fatta vedere oppure se sapeva esattamente quando arrivare.
In qualche modo, Buffy era convinta che fosse quest’ultima l’ipotesi giusta.
Lei stringeva in pugno il solito paletto, ma Angel cominciava a considerarla un’abitudine più che una vera minaccia. Un po’ come mettersi l’orologio al mattino. Ma non lo perdeva mai di vista.
La cautela. Anche quella era un’abitudine. Un’ottima abitudine.
Era quasi sicuro che non gli avrebbe fatto del male, ma era sul quel ‘quasi’ che non voleva giocarsi la vita.
Camminava su una linea sottile. Ogni volta che la incontrava avrebbe potuto dire la cosa sbagliata, fare la cosa sbagliata.
Essere lei, nella giornata sbagliata.
Meglio esserne sempre consapevole.
Questa volta nessun convenevole. Buffy aveva qualcosa da dirgli, qualcosa che non poteva aspettare. L’urgenza non lasciava posto ai saluti.
“Ieri sera ho ucciso un uomo.” disse la ragazza.
Isolata dal ‘contesto Buffy’, la frase non aveva rilevanza, se non come un dato di fatto. Ma lei era qui a parlarne e questo era molto rilevante.
“Hai cancellato le tue tracce?”
“Sì.”
“Ora ti senti male?”
“Non sento niente.”
“Ti senti male per questo?”
“Non sento niente, ti ho detto. Quell’uomo mi ha attaccata, io mi sono difesa. Avrei potuto fermarmi in qualunque momento, non era più un pericolo per me. Non l’ho fatto. Tutto qui.”
“No, non è tutto qui, o adesso non cercheresti di spiegarti.”
Buffy si tirò indietro i capelli in un inutile gesto di confusione.
“Sai qual è la differenza fra uccidere un uomo e uccidere un vampiro o una di quelle cose che girano qui intorno? Io. Sono io la differenza. I miei occhi fanno la differenza. Un vampiro morto è solo cenere. Non resta nulla da guardare. Un demone… qualche volta resta, ma spesso non riesco neppure a capire cosa sto guardando. Quello che non vedi, o vedi e non capisci… è come se non ci fosse. Perché è questa, la differenza. La paura di vedere e riconoscere qualcosa. Ma questa volta ho voluto guardare e non ho visto nulla che potesse farmi paura. Se fossi stata cieca o avessi sempre chiuso gli occhi… non ci sarebbe mai stata differenza.”
Doveva dirgli anche il resto e questo era difficile.
“Sono stata io a cercarlo. E’ stato lui ad attaccarmi, ma io lo volevo. Sono andata in un posto dove era quasi inevitabile che succedesse una cosa simile. Ho fatto apposta.”
“Vuoi che ti faccia le mie congratulazioni per esserci riuscita così bene al primo tentativo?”
Il tono della voce di Angel la scosse.
Che si aspettava? Che la giudicasse? Non avrebbe trovato nulla da giudicare in quello che aveva fatto.
Che le offrisse una spalla su cui sfogarsi?
“Oh, Buff. Piangi su un uomo che hai ucciso, ma per chi piangi realmente? Per lui o perché hai scoperto di poter fare quello che credevi inconcepibile? E di farlo con tanta facilità?”
Lo guardava a occhi spalancati, Buffy. Sembrava sul punto di rispondere, poi di cambiare idea, e poi decidersi, finalmente.
“Non mi importa. Non riesce a importarmi. Lo so che dovrei stare male, o provare colpa, o… qualcosa del genere… ma non ci riesco. Sapere quello che dovrei provare, non me lo fa provare. Non posso farci niente. Devo persino sforzarmi per continuare a pensare a quell’uomo perché, se non mi concentro, mi viene in mente solo che è notte e che finalmente sono fuori di casa e sto per andare a caccia. Facile… è la parola giusta. E’ anche fin troppo facile conviverci.”
Forse lei sarebbe uscita indenne da quest’esperienza. Angel ne era quasi sicuro.
Si credeva tanto di avere dei limiti, ci si poneva dei limiti, per poi trovarsi a superarli così semplicemente. Niente rulli di tamburi o tuoni e fulmini o effetti speciali a segnare il momento. Un attimo prima non avevi ancora fatto una cosa, l’attimo dopo sì.
Facile. Avrebbe potuto dirglielo anni prima, lui.
Era un esperto in limiti superati. In limiti ignorati.
“Quindi, alla fine, è davvero questa mia natura. La sola cosa per cui esisto, il solo modo in cui mi esprimo.”
Curiosa, la voce di Buffy. Non c’era rassegnazione o amarezza o, anche, compiacimento. C’era, invece, quasi sollievo.
“Nessuno nasce per uccidere, Buffy. Si nasce solo per vivere.”
“Allora perché mi sento così… bene?”
“Perché siamo liberi.”
“Non capisco…”
“E’ un compenso. Un incentivo a vivere quello che siamo. Un mezzo per assicurare la nostra esistenza nel modo migliore, nel più collaudato. Se non avessimo scelta, il compenso non servirebbe. Se fossimo solo macchine, non ci sarebbe bisogno di nessun incentivo. Però non siamo macchine e possiamo sempre scegliere. Anche di essere infelici. Anche di farci del male. Non è per questo che vorresti sentirti dire che esiste una specie di… programmazione a cui non è possibile sottrarsi? Se sei in grado di fare qualcosa che credi impossibile, significa che non lo è, quindi non ha senso preoccuparsi della presunta impossibilità. Quanto a ciò che è realmente impossibile, è la sua stessa natura che ti impedisce di violarlo, quindi anche di questo è inutile preoccuparsi. Ma non usare la scusa di non essere stata fermata. Non usare la scusa dell’inevitabilità. La causa sei tu. Se non lo avessi fatto, la causa saresti stata tu. Lo hai fatto perché lo hai voluto e non c’è nulla se non il nostro volere. Non troverai altro a fermarti.”
Buffy sembrò perdere un respiro.
“Io non sono come te!”
“No. Certo che no. Non sei come me. Ma è sempre da me che vieni, come ieri, e l’altro ieri. Notte dopo notte, fino a quando possiamo tornare indietro? Ne hai forse parlato ai tuoi amici?”
Lei lo guardava con un’espressione strana. Non paura, o fastidio, o disprezzo. Ma c’era un po’ di tutto questo.
Buffy fece una smorfia che forse, nelle sue intenzioni, doveva essere un sorriso.
“Ieri sera… il desiderio di colpire era superiore a quella di fermarmi. Non c’era neanche, quello di fermarmi. E’ così, sempre. Per questo lo faccio, per questo vado a caccia. Perché… non ho nessuna ragione per non farlo.”
“Sarebbe meglio averlo ucciso perché Giles ti aveva assicurato di aver trovato il suo nome in cima all’elenco della prossima apocalisse? Sarebbe meglio averlo ucciso seguendo la tua fede, piuttosto che la tua volontà?”
Buffy sospirò. No, forse no. Ma le sarebbe sembrato più… naturale.
“Sei come Giles. Come il Maestro.” sibilò Angel “Credi che esistano modi giusti o sbagliati per fare le cose, piuttosto che modi più o meno funzionali.”
La ragazza chinò la testa.
Forse non si rendeva nemmeno conto che, in certi momenti, smetteva di sorvegliare Angel.
“Quando tutti continuano a dirti che sei una certa cosa, alla fine ci credi anche tu, anche se senti che non è vero, che la realtà è diversa… Finisci con il pensare che gli altri hanno ragione e sei tu quello in errore. Ti chiedi allora dove sei sbagliato e cosa puoi fare per rimediare… Ma se avessero ragione? Sono davvero sbagliata, rispetto a tutto. Non sono come te, non sono come loro, non sono come nessuno. Una singolarità. Un mostro. Qualcosa che non ha una sua esatta connotazione.”
“Sarai sempre sbagliata, finché ti chiedi se sei giusta rispetto a quello che sono gli altri. Finché non ti chiedi cosa è giusto per quello che sei tu.”
“Io non lo so più, cosa sono.”
“Non lo hai mai saputo.”
“Credevo.”
“Questo non rendeva quello che credevi più vero.”
“Lo rendeva più facile.”
“Lo rendeva soltanto falso. Buffy, tu eri solo un’affermazione a cui tentavi di adeguarti.”
La ragazza non aveva intenzione di cedere.
“Almeno era un’idea a cui potevo aggrapparmi. Sarà stata falsa, ma era un punto fermo. Ora non ho niente. Forse sto anche sparendo. Se non c’è nessuno come me, se nessuno può riconoscermi, come faccio a dire di esserci? Sai, ogni tanto non mi sento presente. A te è mai capitato? Ti è mai sembrato di non esistere?”
“Sì. Per parecchio tempo.”
“Già… Ti sentivi così solo che, appena ritrovata la tua famiglia, l’hai sterminata. E quelli che non hai ucciso con le tue mani, hai fatto sì che fossero uccisi da altri.”
Questa volta, Angel non replicò.
“Non hai mai mancato di fare notare quanto soffrissi, ma non capisco perché. Per cosa, avresti dovuto soffrire? Per il rimorso? Un secolo di rimorsi?! Non farmi ridere! ‘Non sai che vuol dire fare quello che ho fatto ed esserne consapevoli’… E’ quello che mi hai detto. Che significa? Che tu, ora, non sei consapevole? Angel, io guardo nei tuoi occhi e non vedo inconsapevolezza. Vedo qualcuno che sa perfettamente quello che fa. Cosa che non fai che confermare con ogni tua parola.”
“Fa piacere vedere che non perdi le vecchie abitudini di decidere sulla vita altrui.”
“Così non rispondi, angelo mio. Mi dici solo quello che so già. Allora, per cosa soffrivi? Ma soffrivi, poi, o volevi soltanto macerarti nell’autocommiserazione? Oppure volevi schivare la freccia? Avevo una balestra in mano e il dichiarato intento di ucciderti. Mi avresti detto qualsiasi cosa.”
Angel le sorrise.
“Qualunque cosa facessi, qualunque cosa pensassi, mi riportava a ricordi di qualcosa che avevo fatto nel passato, uno dopo l’altro, una serie infinita, fino a quando non potevo neanche più sapere cosa stavo facendo o pensando. Esistevo solo per contare gli istanti, nel sollievo per ogni istante già passato, nel terrore di sapere che non sarebbe mai passato, che sarebbe rimasto per sempre impresso in me e in qualsiasi momento lo avrei potuto rivivere. Non vivevo, annegavo nel ricordo di quello che avevo vissuto.”
“E allora, se era insopportabile come pretendi, perché sei ancora al mondo? Perché non ti sei ucciso, invece di strisciare nelle fogne a covare il tuo dolore? Soprattutto, invece di venire qua a rovinare la mia esistenza?”
Lui la guardò come se avesse detto qualcosa di inconcepibile. Inconcepibile anche solo da pensare. E disgustoso, come se, in qualche modo, ci avesse invece pensato.
“Non potevo fare altro.”
“Ah, no! Lo hai detto tu. Ci sono sempre scelte. Potevi restartene con Darla. Almeno non saresti stato… solo.”
Una reazione, in lui. Un’incresparsi nella sua serena calma. Qualcosa che, per Buffy, equivaleva a una dichiarazione. Nemmeno a lei le parole erano necessarie.
“Oppure no? Sai, ho sempre avuto la stupida idea che fossi stato tu ad abbandonarla. Non ricordo esattamente se mi avevi detto una cosa simile o se l’avevo immaginata da sola. Però è quello che ho sempre creduto. Ma, ora che ci penso, non è ragionevole. Non potevi cacciare, non potevi difenderti degli umani, non potevi provvedere a te stesso. Avevi bisogno di lei, non l’avresti mai lasciata. Era lei che non aveva bisogno di te! Così, quando si è accorta che il suo giocattolo era rotto lo ha buttato via.”
Questa sera, per la prima volta, Buffy era riuscita a zittirlo.
Non sapeva perché, ma funzionava. Ed era facile…
“Tu avevi già fatto la tua scelta, Angel. Non è stato un caso. Sei venuto qui sapendo proprio quello che volevi fare. Me lo avevi anche detto, una delle prime cose che mi hai detto. Uccidere loro, ucciderli tutti. Mai una volta che ti fossi disturbato ad aiutarmi, se non quando c’erano di mezzo i tuoi simili a cui fare la pelle. Ti interessavano solo loro. Potevo trovarmi contro le cose più assurde e pericolose e tu non alzavi un dito. E io non avevo capito… Avete ragione. Noi siamo davvero stupidi e lenti come ci considerate. Ci ho messo anni ad accorgermi di quello che mi avevi messo davanti agli occhi fin da subito.”
… come una strada in discesa.
Buffy si accorse che Angel stava piangendo.
Forse lo faceva da un po’. Non era facile accorgersi di quando un vampiro piangeva, se non lo si guardava bene e, per quanto possibile, lei non lo aveva guardato in faccia.
Niente occhi gonfi o arrossati, niente singhiozzi o gemiti. Solo lacrime.
Non la stupiva vederlo piangere. Angel non aveva le inibizioni di un maschio umano. Per lui piangere non era un segno di debolezza o qualcosa da nascondere.
La stupiva però il motivo.
Avrebbe dovuto lasciarsi scivolare tutto sopra e invece…
Certe volte le cose erano davvero sorprendenti.
Gli diede un’ultima occhiata e gli girò le spalle, allontanandosi.
“Buffy!”
Lei si voltò e lo vide a pochi passi di distanza.
“Non sono venuto per Darla, non sono venuto per te. Io avevo una vita e quella vita mi era preclusa. La rivolevo.”
Le parole di Angel fecero fatica ad assumere un significato. Per un po’ restarono solo suoni senza senso, ma poi…
“Che… vuoi dire?”
“Dovevo trovare una soluzione. Non potevo più vivere in quel modo. Mi trascinavo, giorno per giorno… e i giorni sono tanti nell’attesa dell’eternità. Avevo tentato ogni cosa, anche Darla aveva tentato, ma era stato tutto inutile. Io ero inutile, lei non poteva tenermi. Mi sono avvicinato a voi sperando che, accanto a un Osservatore, avrei trovato qualcosa in grado di aiutarmi. In un certo senso avevo ragione, solo… non come credevo.”
Il cuore di Buffy era ghiaccio, solo un altro piccolo colpo e sarebbe andato in frantumi.
(… non pensarci. Ascolta, ma non pensare a cosa significano le sue parole…)
Strano, riusciva a ragionare lucidamente. C’erano domande da fare…
(… questo è importante…)
… perché, nel momento in cui non ci sarebbero più state domande, il significato di quello che Angel le stava dicendo avrebbe sciolto il blocco vetrificato del suo cuore e cosa sarebbe successo allora… non lo sapeva.
“Non hai pensato che avrei potuto ucciderti subito?” mormorò.
“Allora non hai capito. Io stavo già morendo. Qualche volta… mi ero ritrovato a pensare che quello che ricordavo del mio passato non fosse davvero mio, che passato e presente fossero testimonianze di due vite diverse… A pensare a me come a… un altro… all’Altro. Mi svegliavo e quello che chiedevo era… ‘Chi sono’. A un certo punto, non sapevo più rispondermi. Avevo cominciato a credere davvero che esistesse l’Altro. Che quella che credevo essere stata la mia vita fosse appartenuta a Lui, che l’aveva vissuta e che per qualche orribile scherzo mi aveva lasciato i suoi ricordi, mi aveva lasciato credere che fossi io… Ma io ero davvero quello che fingevo di essere e avrei dovuto rassegnarmi a vivere in quel modo, perché tanto non ero mai stato diverso, mai stato libero. Qualche volta, mi ero ritrovato a credere che poteva anche piacermi il modo in cui vivevo. In quei momenti, anch’io ho voluto morire.”
La ragazza lo fissava come se lo vedesse per la prima volta.
“Per questo sono qui.” continuò lui “Era stato un essere umano a farmi quello, forse un essere umano aveva il rimedio… Ma ero pazzo, e malato. Ora mi sembra solo un’idiozia. Speravo di trovare una soluzione preconfezionata in qualche vecchio libro.”
“Non in un libro…”
“No. In me. Ho sempre avuto la soluzione perché non ce n’era una. I miei pensieri erano indirizzati lungo sentieri che riportavano continuamente allo stesso punto. Cercavo di non fare nulla, perché il nulla è pur sempre preferibile a quello che avrebbe potuto essere e così non facevo altro che rafforzare la trappola in cui mi trovavo. Essa mi rendeva sempre più debole e la debolezza le dava realtà ed ero io stesso il motivo per cui non riuscivo a uscirne.”
Buffy si accovacciò sui talloni, il volto fisso a terra, a tracciare con il paletto ghirigori immaginari sull’erba.
“E l’anima?”
“E’ un nome per una mancanza. Un rimorso è un ricordo fuori dal tuo controllo e l’anima è l’incapacità di averne il controllo. Ed è paura. Temi la morte? Allora credi in qualcosa di te che sopravvivrà comunque. Tanto chi potrà confermare? Questa è l’anima, Buff. Paura del buio! Forse… noi non ci siamo mai spiegati bene cosa intendevamo. Forse due cose troppo diverse per capirci. Era un termine rassicurante, ammettilo. Ho l’anima, povero me!… e tutti si sentivano al sicuro. Si sentivano addirittura dispiaciuti per la mia infelice condizione. Perché no? E’ solo una parola e, a me, non importa proprio. E’ stato un… errore di traduzione.”
“Quindi, il famoso attimo di felicità…”
“Credo che sarebbe successo in ogni caso. In un momento o nell’altro, ma sarebbe successo.”
Era sollievo, quello che sentiva in lei? Sembrava uno scroscio di acqua fresca in una giornata rovente. Pura beatitudine. Perché, se sarebbe successo ugualmente, allora lei non ne aveva avuto responsabilità.
Angel si lasciò sommergere dal riflesso di quella gioia, la assimilò e consumò. La sentì spazzare via gli ultimi residui di dolore.
(Ora vediamo cosa succede a dirle il resto)
“Siamo noi a costruire le nostre angosce e le nostre ossessioni, ma io, poco per volta, avevo smesso di alimentarle. Proprio il contrario. Avevo di nuovo qualcosa a sostenere la mia volontà, diventavo forte e, di conseguenza, i lacci che incatenavano la mia mente si indebolivano. Li allentavo un po’ ogni giorno, ogni volta che smentivo la loro esistenza, solo… avendo ricominciato a vivere. Finché non sono riuscito a disfarli. Era come una febbre. Consumava la malattia che mi stava uccidendo. Conosci Eliot? Noi viviamo, respiriamo, solo se bruciamo e bruciamo…”
“Io.”
“Sempre tu.”
Le sorrise. Non il suo solito sorriso sinistro e arrogante. Un sorriso aperto, pieno di gratitudine.
“Non è stato voluto, Buffy. Non all’inizio. Tu eri solo la porta spalancata su Giles. Il caso. O la fortuna, se ci credi.”
Ecco. Il conforto provato da Buffy era rapidamente sostituito dalla familiare sensazione di amarezza. Anche più pesante ora, dopo quell’istante di libertà.
“Perché me lo hai detto?”
“Credevo fosse la serata delle confessioni.” sibilò lui con cattiveria.
“In ogni caso la colpa è mia, vero? E’ questo che stai cercando di dirmi?” gemette la ragazza.
“Ti dico solo come sono andate le cose. Tu parli così spesso di colpa… Non capisco se cerchi il perdono o la conferma delle tue colpe.”
Buffy lo colpì con tutta la sua forza al volto, facendolo cadere.
Angel rotolò a terra e si raccolse su sé stesso, soffocando un ruggito rabbioso e l’impulso di aggredirla. Si sentì fluttuare sull’orlo dell’irrazionalità, con i pensieri che si spegnevano, travolti da un unico istinto. Attaccare.
Era rimasto scioccato dalla violenza e immediatezza dell’assalto. Non lo aveva previsto.
Inghiottì a fatica la rabbia e si rialzò lentamente, asciugando con una mano il sangue che gli colava dalla bocca e dal naso e costringendosi a sorriderle.
“Sai qual è la nostra sola colpa? Sopravvivere meglio di chiunque altro, malgrado tutto, malgrado noi stessi, solo per merito nostro.”
Buffy chiuse gli occhi.
Per un attimo aveva pensato che giocassero allo stesso livello, ma, ancora una volta, lui era riuscito a volgere il discorso a suo vantaggio.
E ora? Non doveva piangere, non sarebbe servito.
Niente sarebbe servito, adesso o più tardi. Pianti, urla, rabbia… non potevano cambiare quello che era successo.
Ma non riusciva a impedire alle lacrime di scendere.
Angel le si avvicinò, le prese il volto fra le mani.
Buffy pensò che volesse baciarla, invece leccò con la punta della lingua le sue lacrime.
“Che cosa vuoi da me?” gli chiese.
“Distruggerti.”
Lei retrocedette, continuando a guardarlo.
* * * * * * *
(Distruggerti… e ricostruirti in altra forma)
Questo, però, non ha potuto dirglielo.
Sbucciare, strato dopo strato, la sua personalità. Trovare la solitudine che era cardine di tutta la sua vita. Ripulirla da affetti e rancori, detriti accumulati in tutti quegli anni. Poi, su quel nucleo terso e incontaminato, edificare intorno una struttura nuova.
… è stanco, questa sera. Non ha voglia di indulgere nella caccia. Vuole andare a casa al più presto e dormire…
Buffy cambiava e cercava di combattere i cambiamenti.
Era già cambiata e voleva ignorare i cambiamenti.
Ferma con i pensieri e i sogni a un tempo che non aveva più realtà.
… i suoi sensi scandagliano l’ambiente con una banda ad ampio spettro, ricevendo segnali da ogni direzione, anche se a scarsa risoluzione…
Sperava e per anni aveva sperato che, prima o poi, tutto sarebbe tornato come era stato, mentre i cambiamenti si accumulavano e quella che era, per lei, la normalità, diventava solo una frazione sempre meno consistente della sua esistenza, un istante nella somma degli anni.
Eppure, lei si aggrappava solo a quella frazione, come se tutto il resto della sua vita fosse, in qualche modo, errato, una condizione anomala e transitoria. Qualcosa che sarebbe passato per riportarla a quel tempo giusto, a quello stato giusto.
… un suono di passi. Un possibile bersaglio. Automaticamente, restringe il campo di percezione, tralasciando i dati periferici e aumentando la risoluzione del suo obiettivo principale…
La capiva, lui.
Una volta aveva avuto l’abitudine di ignorare molte cose. Trascurarle. Semplicemente passare oltre, lasciare che si accomodassero con il tempo.
Il tempo rimediava.
… passi che si avvicinano.
Più che un possibile bersaglio. Una probabile preda.
Ora tutti i suoi sensi si sono focalizzati in una sonda sottilissima e selettiva, che raccoglie ed elabora i segnali fino a disegnare un dettagliato simulacro mentale dell’obiettivo…
Gli ci era voluto un po’ prima di capire che, a volte, si poteva non sopravvivere il tempo necessario a rimediare.
Che non serviva piangere e disperarsi e nascondersi e volere.
Che non bastava chiedere scusa per quello chi era fatto, o per quello che non si era fatto.
… due battiti cardiaci. Due sistemi vitali distinti. L’uno compiuto e definito, l’altro incompleto e abbozzato. Passi brevi e rapidi e altri più leggeri e goffi.
Una donna e un bambino.
Camminano sulla stessa via, provenienti dalla direzione opposta alla sua. Le loro strade si incroceranno…
Gli ci era voluto un po’ per capire una cosa semplice.
Il tempo non rimediava.
… ora sono entrati anche nel suo campo visivo. Lei tiene il figlio con una mano e alcuni sacchetti con l’altra. Il piccolo deve avere circa cinque anni e si affretta per tenere il passo della madre.
Sono quasi alla sua portata…
Solo, cambiavano le condizioni e non sempre cambiavano in peggio. Era questo il solo rimedio ed era inutile aspettare che tutto tornasse a uno stato precedente perché gli eventi non si ripetevano mai e non tornavano indietro.
Il tempo non era simmetrico e scorreva in una sola direzione.
…la donna gli passa accanto. La ghermisce e le spezza il collo.
La madre non è ancora caduta a terra che lui ha preso il bambino per la testa, squassandolo violentemente. Il colpo uccide il piccolo prima che possa gridare, attirando qualche curioso inopportuno e improbabile.
Ma non c’è nessuno intorno. Angel si inginocchia e stringe a sé il corpo della donna.
This message has been edited by solichan on Sep 20, 2006 6:59 PM
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