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Reptilia -HP-

April 3 2005 at 3:12 PM
Eve  (Login Evuccia)

 
Reptilia



He seemed impressed by the way you came in
"Tell us a story, I know you're not boring"
I was afraid that you would not insist
"You sound so sleepy, just take this, now leave me"
I said: "Please don't slow me down if I'm going too fast"
You're in a strange part of our town
Yeah, the night's not over
You're not trying hard enough,
Our lives are changing lanes
You ran me off the road
The wait is over
Now I'm taking over
You're no longer laughing
I'm not drowning fast enough
Now everytime that I look at myself
"I thought I told you, this world is not for you"
The room is on fire as she's fixing her hair
"You sound so angry, just calm down you found me"
I said: "Please don't slow me down if I'm going too fast"
You're in a strange part of our town



Prologo

Tell us a story, I know you’re not boring




Non riusciva a capacitarsi come ancora, dopo anni, il Marchio potesse continuare a sorprenderlo, a spaventarlo.
Il dolore fisico era una costante: sentiva l’avambraccio intero in fiamme, e lì, dove la pelle era tatuata, il bruciore era quasi insostenibile.
Dovette mordersi l’esangue labbro inferiore, per impedirsi di urlare, ed un gemito lo tradì comunque, rompendo il silenzio assoluto che vigeva nel suo studio, nei sotterranei del castello di Hogwarts.
Lord Voldemort aveva deciso di chiamare a raccolta i suoi accoliti nel momento stesso in cui lui aveva intinto la penna nel calamaio colmo di inchiostro, per cominciare a correggere certi compiti, e il l’irrisorio disastro si era inevitabilmente compito.
Un piccolo lago di liquido nero, che sotto le luci delle fiaccole prendeva strani riflessi dorati, era andato spargendosi sulle due pergamene che costituivano il lavoro, degno di un Appena Sufficiente, di Brethford, Henry.
Aveva tentato di recuperare lo scritto, ma, alla fine, aveva lasciato perdere, tanto che, ora, goccioline buie d’inchiostro cadevano dal bordo della scrivania, andando a macchiare la sua veste da mago.
Voleva solo che quel dannato dolore terminasse.
Coprì il Marchio con le dita magre, anzi, le affondò letteralmente in esso, al punto di aggiungere sofferenza alla sofferenza: sotto la sua morsa, la pelle pulsava.

Quando tutto finì, dopo un crescendo conclusivo, che l’aveva portato nuovamente a gemere, Severus Snape si concesse di respirare nuovamente.
Un respiro veloce, affaticato, irregolare, così come il suo battito cardiaco, così come le immagini che andavano a colpire, in quel momento, le ormai decadenti rovine della sua memoria.
Quarant’anni al mondo.
Quarant’anni di sbagli.
Vedeva il volto di Potter, un Potter che somigliava sempre di più a suo padre, mentre affrontava il suo primo giorno del sesto anno ad Hogwarts, irrimediabilmente segnato dalla morte di Black, e, molto probabilmente, da un’estate passata a maledirsi, per quel che era successo.
Vedeva il volto di Black, l’anno prima, quel volto ancora bello deformato dalla rabbia, mentre lo accusava di essere il tirapiedi di Malfoy.
Vedeva il volto di Silente, mentre gli negava per l’ennesima volta la cattedra di Difesa Contro le Arti Oscure.
Vedeva il volto di Lucius, mentre gli chiedeva cos’era cambiato, in una notte di dieci anni prima.
Vedeva il volto di Bellatrix, mentre cercava le parole per confessargli i suoi sospetti, incapace, tuttavia, di accusarlo.
Vedeva il volto di Rodolphus, mentre, la sigaretta stretta tra le dita tremanti, i palmi al volto, si chiedeva come aveva potuto, come aveva nuovamente potuto.
Vedeva il volto di Narcissa sorridere verso il piccolo Draco, che null’altro era che un putto perfetto tra le braccia esili della madre.
Vedeva il volto, per la prima volta scoperto dinanzi ai suoi occhi, dell’Oscuro Signore, mentre chiedeva di giurargli fedeltà, mentre si accingeva a marchiarlo per la vita.
Vedeva il volto di Lily, mentre lo pregava di non farle del male.
E chiudeva gli occhi, e continuava a vedere. E più vedeva, più rimaneva cieco ed impotente dinanzi al quesito che da anni lo tormentava, gli impediva di sorridere.
Quand’era stato, che le cose avevano cominciato a precipitare?


***


Il primo contatto avvenne ad Hogwarts, in una fresca mattinata del Settembre 1973.
Lei gli sfiorato le mani: le aveva strette, gli aveva detto, l’aveva pregato, di non andar via.
Che non avrebbe voluto che lui perdonasse James, che James non capiva nulla, che era James quello sbagliato, e che lei non l’avrebbe voluto accanto per nulla al mondo.
Lui le aveva chiesto, sardonico, ma anche adirato, ma anche preoccupato, ma anche imbarazzato, che cosa mai gliene sarebbe potuto importare.
Lei gli aveva lasciato le mani, lentamente, poi era corsa via.
E lui si era sentito un perfetto idiota.
Un bugiardo.
Il secondo contatto avvenne ad Hogwarts, in una gelida serata del Dicembre 1973.
Lei l’aveva rincorso fino ai sotterranei Serpeverde, riuscendo a fermarlo appena prima che potesse accedere alla Sala Comune.
Lei gli aveva chiesto perché l’avesse fatto, con quella sua bella voce cristallina spezzata.
Lui le aveva letteralmente urlato in faccia che la colpa era sua.
Lei era scoppiata in lacrime, aveva provato a sfiorare il livido violaceo che gli correva su per lo zigomo.
Lui non l’aveva lasciata fare.
Le aveva bloccato i polsi, e poi, l’aveva baciata.
E lei si era lasciata baciare.
Il terzo contatto era avvenuto quella notte stessa.

Ma c’era una storia tra il primo contatto, conseguenza della pessima esperienza subita il giugno di quello stesso anno, dopo il suo esame per il G.U.F.O. in Difesa Contro le Arti Oscure, e il secondo.
C’era un storia che continuava anche dopo quella notte, c’era una storia che era terminata in tragedia.
C’era una storia che Severus Snape conosceva alla perfezione.
C’era una storia che valeva la pena di raccontare.
E non era solo una storia d’amore.

***

NDA Questo forum ha una profonda idiosincrasia nei miei confronti, è appurato.
Nonostante io abbia inserito i tag, continua a fare le bizze._.
PazienzaU_U Spero che la lettura di questo delirio travestito da fanfic, privata dei dovuti corsivi, non perda.

 
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(Login Evuccia)

Capitolo Primo

April 3 2005, 3:16 PM 

Capitolo Primo

I said: "Please don't slow me down if I'm going too fast"
You're in a strange part of our town.



“Ah, la neve!”
Bellatrix sembrava felice come una bambina, nel sapere che, fuori, i fiocchi candidi stavano imbiancando il castello, nel crepuscolo che andava a farsi sempre più scuro.
Tornò a sedersi, in maniera piuttosto scomposta, sul divanetto dinanzi al fuoco della Sala Comune, appoggiando la schiena al braccio di Rodolphus, stendendo le lunghe gambe oltre il morbido bracciolo: sembrava del tutto incurante del fatto che, la sua gonna, avesse deciso per volontà propria si sollevarsi più del dovuto, nel farlo.
Per un attimo, Severus aveva visto l’orlo delle calze autoreggenti nere, che a lei, alta com’era, arrivavano poco sopra metà della coscia.
Un paio di centimetri della sua pelle bianchissima avevano fatto capolino, subito coperti nuovamente dal tweed grigio e pesante della gonna a pieghe della divisa.
Lucius sedeva solo su una poltroncina, la più vicina al fuoco, dando la schiena ad esso.
Infine, Severus, si era accomodato direttamente sul pavimento, appoggiandosi ad un angolo del camino, con un ginocchio portato al petto.
Avvertiva il piacevole calore delle fiamme crepitanti, la loro luce dorata a riflettersi negli occhi degli altri ragazzi.
Rodolphus fece spallucce.
“Come se potessimo vederla, da qui, la neve.”
“Non fare il guastafeste.”
“La neve porterà solo un freddo cane a lezione di Cura delle Creature Magiche ed Astronomia, punto.
Come se quelle ore non fossero già abbastanza insopportabili.”
Lucius intervenne, alzando un sopracciglio.
“Tu trovi tutte le ore insopportabili, Rodolphus.”
L’altro rise sommessamente, sardonico.
“Che vuoi farci, sono scemo.”
Severus, dal canto suo, preferì non commentare: non che Rodolphus fosse veramente scemo, lungi da lui pensarlo, ma la sua insofferenza per tutto quanto riguardasse il dovere era più che rinomata.
Probabilmente sarebbe stato uno studente eccellente, se solo gli fosse stato permesso prendersi un paio di libertà. Come fumare in classe, scegliere date di compiti ed interrogazioni, annullare gli esercizi, rispondere a tono ai professori, ed una serie più o meno infinita di altre sciocchezze.
Andò a rivolgersi proprio a lui, con la sua voce cronicamente arrochita.
“A proposito, Severus… Narcissa mi ha detto che stamattina hai preso il tuo quarto Eccellente in Difesa… considerando che i compiti in classe sono stati altrettanti, direi che hai cominciato in pompa magna, mh?”
“Oh, non era davvero nulla di trascendentale.”
Bellatrix sbuffò.
“Tu scherzi, o fai il modesto. Quattro Eccellente in Difesa, io, li ho presi nel corso degli ultimi due anni. Credo, anzi, spero, almeno.”
Fece per ribattere, ma Lucius lo interruppe, sollevando l’angolo destro della bocca.
“Hai mai pensato ad una cattedra, per il futuro? Magari proprio in Difesa.”
“Ma dai!” Bellatrix sembrava scandalizzata “Gli insegnanti non prendono nulla, Severus può puntare più in alto, con le sue capacità.”
Il biondo alzò un sopracciglio, portandosi il dorso della mano sotto il mento affilato.
“E cosa c’è di più alto che plagiare giovani menti?”
“Se la metti così” Severus rideva sommessamente, con il capo leggermente chino “prometto che plagerò egregiamente la giovane mente di tuo figlio.”
Rodolphus sgranò gli occhi.
“Figlio? Lucius con un figlio? Che immagine raccapricciante: scommetto che lo educherebbe per metà da piccolo lord e per metà da tiranno. Magari per poi ritrovarsi con un figlio degenere, che sembra non avere la benché minima spina dorsale per dispetto.”
“Vogliamo parlare del tuo? Probabilmente al posto del latte e delle pappe gli rifileresti un pacchetto di sigarette.”
“Già” infierì Bellatrix, con un sorriso sarcastico “e poi dove la troviamo, una donna tanto coraggiosa da lasciarsi ingravidare?”
Il soggetto in causa alzò un sopracciglio. Tutto sommato, sembrava divertito.
“Di ragazze che si lascerebbero fare un mucchio di cose, da me, ce ne sono parecchie...”
“Ho detto ingravidare, infatti…”
Lucius fece spallucce.
“D’accordo, prendiamolo come dato di fatto: sarà meglio per entrambi non mettere al mondo eredi, e, se non altro, non farlo prima del… novantatrè.”
“Tempo vent’anni per maturare abbastanza?”
“Esatto, Rodolphus. Anche se saremo decrepiti, per l’epoca.”
“A neppure quarant’anni tu sarai decrepito?
Se non altro avremo una scusa per cercarci una sposina ventenne, non è bene che una donna avanti con gli anni metta al mondo un figlio, no?”
“Umh” Bellatrix sembrava sempre più divertita, da quell’ironico disquisire sul futuro “Allora, quale nata nel cinquantasei, posso ritenermi salva.”
Lucius assunse un’espressione mordacemente affranta.
“Bella, come sarebbe a dire? Non lo faresti, un figlio con me?”
La ragazza, di tutta risposta, scosse la testa, ridendo sommessamente: poi, dopo aver spostato il suo sguardo corvino sul fuoco, si fece più seria.
“A proposito di piani per il futuro...” andò a fissarsi distrattamente le unghie, perfettamente ovali “… vi ho già detto di quel tizio appena arrivato dall’estero, che pare abbia già trovato un certo riscontro in Francia? Lì sono cambiate parecchie cose, addirittura si vocifera che i Mezzosangue fatichino ad entrare a Beauxbatons... pensate, se anche da noi accadesse una cosa del genere sarebbe meraviglioso!”
Severus scosse la testa, sorridendo come rassegnato.
“Meraviglioso davvero, ma, con il nuovo preside, temo che questo illustre signore dovrà diventare come minimo Primo Ministro per mettere le mani su Hogwarts.
Con quell’idiota di Dippett le cose sarebbero state diverse.”
Rodolphus si portò una mano alla nuca, insinuando le proprie dita sottili tra i capelli corvini leggermente lunghi, che portava tirati indietro.
“Beh? Silente non è un idiota?”
“Proprio no, a mio avviso: certamente ha un suo modo di pensare, che... personalmente, mi da parecchio sui nervi, ma da qui a dargli dell’idiota..”
“Già...” Lucius annuì, per poi rivolgersi a Bellatrix, che aveva ricominciato a fissarsi le unghie. “Ma chi ci assicura che questo tizio sia interessato a scomodarsi per l’istruzione anche qui in Inghilterra?”
“Punta molto sui giovani… la sua politica è tutta centrata sulle nuove generazioni, sulla costruzione di un mondo migliore fatto apposta per favorire i giovani Purosangue che vogliono arrivare in alto, nella vita… senza essere ostruiti dai Mezzosangue, o dalla politica moderata di quelle mummie che sono al governo da prima della guerra…”
Le iridi nere di Severus sembrarono brillare, nel pallore del suo volto dai tratti decisi ed affilati, quasi tanto da sembrare sgraziati.
“Vuole rivoluzionare il sistema, allora…”
La ragazza pareva compiaciuta.
“Esattamente.”
“Senti, Bella…” Rodolphus aveva schiuso leggermente le labbra, perplesso “come fai a sapere tutte queste cose? Leggo giornalmente la Gazzetta, ma...”
“Oh, la Gazzetta non c’entra. Mi ha scritto Rabastan, sai, questa cosa che, in famiglia, siete mezzi Francesi, l’ha agevolato con l’incarico che ha ottenuto al Ministero, e gli è stato proprio affidato di supportare, qui in Inghilterra, il tizio che vi dicevo prima...”
L’altro alzò gli occhi al cielo, serrando le labbra carnose: era più che palese che non gradiva il fatto che l’amica ed il fratello corrispondessero, da che lui aveva lasciato Hogwarts, l’anno prima.
Palese per la stessa Bellatrix, che fece per intrecciare le sue dita con quelle del ragazzo, che, tuttavia, si alzò di scatto. Estrasse l’ormai vuoto pacchetto di sigarette dalla tasca posteriore dei pantaloni, andando ad accenderne con l’ausilio di una semplice magia.
“Bella…” Severus alzò lo sguardo sulla ragazza, di un anno più grande di lui, che aveva imbronciato leggermente le labbra, lo sguardo posato sulla schiena di Rodolphus “... come si chiama?”
L’altra chiuse per un secondo gli occhi, come concentrandosi, per poi riaprirli lentamente, le lunghe ciglia, che, all’unica luce del fuoco, creavano ombre sulle sue gote diafane.
“Lord Voldemort. Impressionante, vero?”

***

Bellatrix aveva ragione.
Il parco era del tutto coperto da una fitta coltre di neve immacolata, che non sembrava, tra l’altro, avvezza a smettere di cadere dal cielo cinereo.
Lenta. Lentissima: non più della soporifera cadenza del professor Ruf nello spiegare, ad ogni modo.
Oh, quell’uomo era un insulto alla sua volontà di prestare attenzione; più si sforzava di seguire e prendere appunti, più il docente gli sembrava fortemente intenzionato a farsi più flemmatico del sopportabile.
Abbandonò la penna sul banco, portandosi nervosamente il palmo della mano sinistra sotto la linea della mascella, puntando poi il gomito su tavolo, direttamente contro la pergamena.
La litania del professore continuava imperterrita, incurante del fatto che persino il suo alunno più diligente avesse categoricamente deciso di ignorare i suoi cavilli perlopiù inutili a proposito delle influenze che la Rivoluzione Francese babbana (con, a seguito, una piccola parentesi sul periodo del Terrore, che definire lunga sarebbe stato un eufemismo) aveva avuto sulla vita dei Maghi Inglesi (già, neppure su quelli Francesi...) dell’ultima decade del diciottesimo secolo.
Un incubo.
Severus, comunque, non era certo l’unico studente a non prestare attenzione, anzi, certamente era tra i più discreti: Potter e Lupin, per esempio, nella fila immediatamente accanto alla sua, parlottavano rumorosamente. Il ragazzo dai capelli castani sembrava accigliato.
“Sirius non si è presentato a lezione…”
“Ma beato lui!” sbottò Potter, a voce talmente alta che persino Ruf si curò di alzare un sopracciglio: abbassò notevolmente il tono, ma Severus poteva sentirlo comunque. “Avrà avuto da fare con una ragazza, magari.”
“Tanto per cambiare.”
“Invidia?”
Lupin rise sommessamente. Sembrava al di sopra delle parti, come al solito.
“Ma figurati.”
Al suono della campanella, il Serpeverde si portò in piedi quasi di scatto, e, dopo aver raccolto le sue cose, si affrettò all’uscita, inserendosi nella fila degli altri studenti, che sembravano propensi almeno quanto lui a scappare, più che uscire, da quell’aula.
Due o tre studentesse Grifondoro lo separavano da Potter, che, alle sue spalle, continuava ad inveire contro Ruf, il tempo, il Quidditch, Lupin stesso, e almeno un’altra quindicina di cose.
Aveva l’aria di chi è incazzato col mondo, quella mattina.

E poi, lei.
Potter la guardava, lei guardava Severus.
E Severus, fissava il pavimento: conosceva già, alla perfezione, l’espressione che, ci avrebbe scommesso tutto ciò che aveva, doveva essere dipinta, in quel momento, su quel bel viso.
Tuttavia, non poté impedirsi di alzare lo sguardo, andando ad incontrare quegli occhi grandi, dal taglio obliquo, di quel verde intenso che sembrava brillare di luce propria.
Seppure fossero naturalmente lisci, i capelli rossi di Lily Evans non erano mai del tutto in ordine.
Incorniciavano, accarezzandone i tratti, quel volto dalle fattezze da bambola: certe volte, Severus, guardando quelle labbra carnose imbronciarsi, quel piccolo mento tondeggiante, quel naso a scivolo punteggiato di efelidi, credeva di trovarsi davanti ad una vera e propria bambina, dall’espressione dolcemente malinconica, di chi sembra sentire la mancanza di qualcosa.
Era stata quasi sul punto si sorridere, ma, forse scoraggiata dall’aria impassibile di lui, aveva semplicemente abbassato lo sguardo, ed aveva proseguito, scomparendo tra la piccola folla di studenti in uscita dall’aula.
Vista la maniera in cui stava inveendo contro di lui, anche Potter doveva essersi accorto del fugace scambio di sguardi tra Lily e Severus: Lupin aveva preso ad intimargli di calmarsi, finendo persino a dirgli che non poteva certo decidere chi Evans dovesse guardare, visto che non era la sua ragazza, e neppure sembrava propensa a diventarlo.
“Magari questo no” Potter era furente: Severus immaginò che, se solo si fosse voltato, avrebbe visto le sue mani strette a pugno, le nocche sbiancate “ma posso sempre spaccare la faccia allo stronzo che si lascia guardare.”
Persino Lupin, di solito l’unico, assieme a Black, che riuscisse a far ragionare il sanguineo Grifondoro, si limitò a sospirare.
Severus non aveva paura. Considerava Potter come un fastidio, un insetto irritante, certe volte persino come una piaga. Ma mai, mai si era lasciato spaventare dalle sue continue minacce, dalla loro rivalità, dalla tensione che arrivava ai massimi picchi ogni qual volta i loro sguardi s’incrociavano.
Solo, avrebbe voluto che la cosa rimanesse tra loro due, che la loro non diventasse una tacita contesa per il possesso di Evans.
Un possesso che Severus non bramava. Non razionalmente.
Certe volte, desiderava quasi farle del male.

***

“E allora? Alla fine quel coglione ha fatto qualcosa?”
Severus scosse la testa, andando poi a stringersi il mantello nero sulle spalle.
La neve, grazie al cielo, aveva dato loro tregua almeno per gli allenamenti settimanali di Quidditch: un appuntamento costante sia per chi tra loro giocava, Lucius e Regulus, sia per chi faceva da spettatore, come, quel giorno, Bellatrix, Severus e Rodolphus.
Quest’ultimo, in quel preciso istante, stava incitando Regulus, con le guance del tutto congestionate dal freddo, dalle gradinate più alte. Teneva la consueta sigaretta tra le dita, che stava atteggiando come un megafono attorno alle labbra, urlando al ragazzino del quarto anno direttive ben poco utili su come acciuffare la Pluffa prima che finisse dentro uno degli anelli.
In verità, Regulus Black, al contrario del fratello maggiore, era dotato di un talento naturale per il Quidditch, tanto da aver ottenuto già dall’anno precedente il posto di portiere nella squadra Serpeverde.
“Comunque…” Severus si voltò di scatto, sorpreso, verso Bellatrix, che aveva ricominciato a parlare. La sua voce era piacevolmente flautata, pastosa, come se le parole le scivolassero fuori dalle labbra, languidamente “... secondo me Potter era su di giri perché Black è sparito senza dirgli nulla.
Lui e mio cugino sono praticamente in simbiosi, lo sai...”
L’altro alzò un sopracciglio.
“Come fai a sapere di Black?”
Bellatrix non rispose: tornò a fissare il campo da Quidditch, dove Lucius aveva preso a rincorrere il Boccino.
Le dita eleganti della ragazza, guantate di nero, erano appoggiate sul parapetto, decorato dalla bandiera verde e argento della loro Casa: una folata di vento gelido, improvvisa, fece sollevare la stoffa leggera, così come i capelli corvini di Bellatrix, scoprendo per un attimo il suo profilo bianco.
Aveva un naso a dir poco perfetto, delicato, sottile, leggermente all’insù: gli zigomi, alti e tondi, contribuivano a dare ulteriore grazia ad un volto, che già di per sé, era tanto bello da sembrare dipinto.
L’unico difetto che riusciva a trovarle era la linea della mascella un po’ troppo sfuggente, che le rendeva il volto magro, esageratamente esile.
Eppure, chiamarlo difetto, sarebbe stata un insulto ai difetti veri e propri.
No, semplicemente quell’imperfezione le dava un fascino particolare, un che di etereo alla sua altrimenti carnale bellezza.
La trovava meravigliosa, così come, dopotutto, la trovavano gli altri. Si trovò a chiedersi se lei lo sapeva.
Se sapeva che, se solo avesse voluto, avrebbe potuto avere qualsiasi uomo ai suoi piedi: eppure, l’aveva sempre pensato, ciò che lo rendeva ulteriormente affascinato da Bellatrix Black, era il fatto che lei, come una ninfa capricciosa, dava l’idea di essere del tutto incosciente del suo potere.
Tanto da usarlo, spesso, a sproposito.
Rodolphus scese in fretta le gradinate, rischiando un paio di volte di scivolare sulla neve che le copriva.
Arrivato illeso alla fine degli spalti, si appoggiò a sua volta al parapetto, tra Bellatrix e Severus.
Aveva le guance e le labbra arrossate, e sembrava più piccolo di quanto in realtà non fosse, in quel momento: un ragazzino che gioca con le sigarette del padre.
Si voltò verso la ragazza, sorridendole.
“Regulus è proprio bravo: ce l’ha nel sangue, questa roba.”
L’altra rise sommessamente, scuotendo leggermente la testa.
“Oh, è certamente portato, ma cosa potrai mai capirne, tu, di Quidditch, che come sport accendi sigarette e incanti per dispetto gli Elfi Domestici?”
“Ma come siamo impertinenti…”
Cercò di mantenere un’espressione seria, al limite dell’indignazione, ma poi scoppiò a ridere a sua volta, circondandole quasi istintivamente la vita con un braccio.
Lei sembrò non accorgersene.
Severus, dal canto suo, pensò che persino lui, si sarebbe lasciato prendere in giro da Bellatrix.

***

Le nove dovevano essere passate da un pezzo. Da un bel pezzo.
L’unico rumore che avvertiva era quello dell’acqua che scorreva, direttamente giù nello scarico.
Quel bastardo gli aveva lasciato un bel livido.

Lui e James Potter si erano incontrati nel corridoio del castello subito seguenti il salone d’entrata, mentre il Serpeverde era di ritorno dal campo di Quidditch, solo.
Aveva preferito lasciare a Rodolphus e Bellatrix, visto che non sembravano intenzionati a smettere di sfiorarsi accidentalmente.
Potter, invece, tutto aveva fatto fuorché sfiorarlo accidentalmente: poteva tranquillamente dire che l’avesse colpito volontariamente. Severus non si era neppure dato il tempo di sfiorarsi lo zigomo dolorante, e si era lanciato addosso all’altro, rispondendo al colpo in maniera talmente violenta che gli occhiali del Grifondoro erano volati sul pavimento.
Mentre quello erano chino a recuperarli, Severus aveva fatto per andarsene.
“Dove cazzo vai?!”
“Che cosa vuoi, adesso, Potter?”
“Sapere perché diavolo fissi sempre Evans, Mocciosus.”

Severus, dinanzi allo specchio, non riusciva a staccare gli occhi dal piccolo sbafo di sangue che gli macchiava l’angolo destro delle labbra.
Si portò una mano allo stomaco, direttamente sulla pelle, sotto la stoffa leggera della camicia, che in quel momento recava l’impronta confusa e scura della suola di Potter.
Lo stronzo gli aveva assestato un bel calcio.
”Non è roba per te!”
Severus non riuscì a riprende subito a parlare, il dolore, ancora troppo vicino, gli aveva mozzato il fiato.
“Non è roba per te!”
“Non m’importa nulla di Evans, Potter! Pensavo l’avessi capito lo scorso Giugno, quando le ho dato pubblicamente della Mezzosangue. Mi fa schifo.”
L’altro si era chinato su di lui, ancora a terra per il colpo subito.
“E allora che hai da guardarla?”
“La guardo perché lei guarda me. E perché so che la cosa fa dare di matto ai cretini senza cervello come te.
Non ti vorrebbe neppure se fossi l’ultimo uomo sulla terra.”

Ora che ci pensava, aveva provato una certa soddisfazione, nel rispondergli in quel modo: gli aveva sbattuto in faccia la verità.
Per Evans lui non contava nulla, indipendentemente da Severus.
E da quello che Lily stessa potesse provare.
Si slacciò il cravattino, che gli stava dando una strana sensazione di soffocamento, così come fece con i primi bottoni della camicia.
Quasi non si riconosceva. Senza il maglione grigio, così dimesso, con i capelli sul volto e un vistoso livido a segnargli uno zigomo. Forse non si rese neppure conto, del fatto che, improvvisamente, per il lasso di tempo di una frazione di secondo, si interrogò su cos’avrebbe detto Evans, vedendolo così.
Fece per mettere mano alla maniglia, ma qualcuno aprì la porta prima di lui, con veemenza, tanto da costringerlo a fare un passo indietro, per evitare di venir colpito.
E, neppure a dirlo, sull’uscio c’era lei, con i capelli rossi in disordine, le lentiggini a tempestarle il volto, le labbra schiuse, e gli occhi talmente vivi da fargli male.
Sembrava agitata.
“Lui... lui...” gesticolava vistosamente, in quel momento, nel parlare “... è entrato in Sala Comune, Potter, ovviamente, e mi ha detto qualcosa di strano su di te… aveva un livido quasi pari al tuo, e… beh, non c’è voluto molto a capire cosa fosse successo… io…” alzò gli occhi si scatto, deglutendo a vuoto “come stai?”
Severus alzò entrambe le sopracciglia.
“Bene.”
Lily incrociò la braccia al petto, abbassando lo sguardo su un punto a caso dello stipite della porta.
Era più che evidente: quella risposta l’aveva messa in condizione di non replicare. Non tanto perché non ci fosse nulla da dire, visto che il livido e l’aria provata confutavano innegabilmente il sentirsi bene di Severus, ma l’aria gelida del ragazzo non lasciava certo presupporre la sua volontà di proseguire la conversazione.
Eppure, quella conosciuta sensazione, l’aveva colto, arrivando violenta alla sua mente, nel momento stesso in cui aveva visto Lily: la medesima sensazione che aveva provato la mattina stessa alla fine dell’ora di Storia della Magia.
La pulsione a farle dal male. A farle del male nell’abbracciarla.
Mosse istintivamente un piccolo passo verso di lei, che alzò il volto di scatto, per poi passare oltre l’uscio del bagno, proseguendo per i corridoi, nella familiare strada che conduceva ai dormitori Serpeverde.
Lei non aveva certo desistito, anzi, il rumore dei suoi passi celeri aveva subito turbato il silenzio degli ampi corridoi di pietra.
E poi, dopo la serie di gradini, che la ragazza scese due a due, le pareti si fecero più scure, le fiaccole più rade, gli spazi più stretti. E i serpenti decoravano i muri.
Proprio davanti all’entrata, Severus si fermò di scatto, voltandosi verso Lily.
“Vuoi seguirmi fin dentro la Sala Comune o posso sperare che, se ti invito a tornare nel tuo buco Grifondoro, mi darai retta?”
Sapeva diventare padrone di un sarcasmo pungente, se voleva.
Lei portò le mani ai fianchi, protendendo leggermente il busto verso di lui. I capelli rossi le ondeggiarono leggeri attorno al viso, per un attimo.
“Proprio no.” Aveva serrato le labbra, e sembrava più decisa che mai “Abbiamo di che parlare, io e te!”
“Parlare? Evans, ma sei scema? Di cosa potremo mai parlare io e te, mh?
Delle nostre reciproche differenze? Del fatto che tu sei una rompiscatole Grifondoro Mezzosangue e del fatto che io sono un Serpeverde che proprio della tua pietà non sa cosa farsene?!”
L’altra si morse il labbro inferiore. Sembrava più colpita dal fatto che lui avesse parlato di pietà, che non dall’insulto appena ricevuto.
“Potremmo parlare di quello che è successo poco fa, magari!
Voglio sapere perché Potter continua a darti fastidio!”
“Curiosa?”
Lei sbatté un piede a terra, come una bambina.
“Stufa!”
“Stufa... “ Severus era sinceramente basito “…tu?!
Tu, che molto probabilmente hai una discreta parte di responsabilità nella faccenda?”
Si appoggiò, quasi lasciandosi cadere, contro la parete, incrociando le braccia al petto.
“Che cosa devo fare, Evans, per convincerti a rinunciare?” si morse il labbro inferiore “… per capire cosa vuoi?”
Ed eccole, le lacrime.
Lily doveva avere gli occhi lucidi da un pezzo, ma lui non ci aveva fatto caso. E adesso gli zigomi della ragazza erano umidi. E lei non faceva nulla per nasconderlo.
Protese una mano verso il suo volto: aveva le dita piccole, sottili, la pelle chiara e rosea.
I polsi gracili, attorno ai quali Severus serrò i palmi prima che potesse avvertire il tocco dei polpastrelli di Lily sul suo zigomo segnato.
Adesso era vicini. E lei aveva le labbra schiuse.
La ventina di centimetri che separavano le loro bocche gli sembrarono una distanza interminabile da percorrere, chinandosi su di lei.
Invece, in una effettiva frazione di secondo, aveva già stretto il labbro inferiore della ragazza, leggermente più prominente dell’altro, per poi lasciarlo andare, con una lentezza quasi esasperante, per tornare poi subito su quella bocca, avvertendone l’interno umido contro le sue labbra asciutte, i denti, la lingua. Stava baciando Lily Evans.
E gli piaceva.
Lei cercò di portargli le braccia attorno al collo, ma l’altro non sembrò disposto ad allentare la presa sui suoi polsi, non finchè non l’ebbe costretta al muro, dove lasciò che le sue mani, quelle sue dita lunghe e sottili, pallide, andassero a cingere i fianchi di Lily, la destra direttamente a contatto con la sua pelle morbida, il dorso solleticato dalla stoffa della camicia.
Si separò di poco dalle labbra della ragazza, avvertendola deglutire a vuoto.
Severus inarcò leggermente le sopracciglia.
“Facinorosi verae laudis gustatum non habent.”
Al suono delle parole d’ordine, la porta nascosta dei dormitori Serpeverde si spalancò, rivelando loro la Sala Comune, deserta, illuminata solo dalla flebile luce del fuoco ormai spento nel camino.

***

 
 
Eve
(Login Evuccia)

Capitolo Secondo

July 11 2005, 3:23 PM 

Scritto (praticamente un anno fa._.), corretto e postato. Have fun^_^

Capitolo Secondo
 
Yeah, the night's not over
You're not trying hard enough






Era una sensazione strana, quella che scaturiva dai ricordi.
Che gli faceva del male, cancellando il dolore per un attimo.
Si nutriva di parole che non sarebbero mai più state ripetute.
Di volti che non sarebbero mai più stati gli stessi.

Severus Snape fece scorrere le dita via dal suo avambraccio, lentamente, facendo esercitando una leggera pressione contro la stoffa nera della manica.
Aveva ripreso a respirare normalmente, man mano che il dolore andava scemando, tramutandosi in nulla più che un fastidioso formicolio che, dal Marchio, correva giù fino al palmo della mano, che l’uomo si era portato alla fronte.
Chiuse gli occhi, sforzandosi di concentrarsi sul presente.
Sarebbe stata questione di attimi, dopodiché, certamente, qualcuno l’avrebbe contattato, per metterlo al corrente di quanto aveva provocato la messa in opera dell’ingegnoso sistema di chiamata a raccolta dei DeathEaters.
Guardò istintivamente il camino.
Quante, quante volte aveva visto apparire il volto di Lucius, reso dorato dalla luce delle fiamme, a comunicargli che aveva già la maschera in mano, e che la loro presenza era richiesta al cospetto dell’Oscuro, o che, sempre più spesso, negli ultimi tempi, aveva una nuova da comunicargli?
Lucius, certamente, non sarebbe apparso.
Da qualche parte, ad Azkaban, anche il Marchio dell’amico doveva essersi appena quietato.
Fu la testa di Narcissa, invece, a rivelarsi.
“Severus...”
Aveva la voce provata, stremata, di chi ha appena passato un brutto momento, e sta riprendendo fiato, rassegnato, comunque, a soffrire di nuovo, a combattere di nuovo, nel giro di pochi angosciosi attimi.
Lui, in un certo senso, odiava quei momenti di stasi: avrebbe voluto continuare incessantemente a far fronte alle difficoltà, certe volte.
Senza mai prendere fiato, dimostrando di saper reggere il peso degli eventi, o crollando definitivamente nel tentativo di farlo, così da essere fuori dal gioco per sempre.
In pace, per sempre. Ma no, l’occhio del ciclone era ciò che temeva di più: significava dover arrancare per la salita, e poi precipitare di nuovo, dopo poco, trovandosi davanti al precipizio. Con la consapevolezza di non poter far altro che saltare.
Cadere.
Si avvicinò al camino, chinandosi dinanzi ad esso, piegandosi sulle ginocchia.
Le fiamme crepitavano più che mai, e Narcissa dovette alzare il tono della voce, per sovrastarne il rumore.
Già, Narcissa. Continuava, nonostante gli anni, e tutto quello che, durante i quali, era successo, ad essere la donna più bella che Severus avesse mai visto, così come, a suo tempo, era stata la ragazzina più bella che Severus avesse mai visto.
Narcissa faceva parte di una razza a se stante, si diceva, certe volte, soffermandosi a spiarla, mentre, per esempio, era intenta a portarsi i capelli biondi dietro le orecchie, un’abitudine che non aveva mai perso. Li aveva sempre acconciati così, i suoi capelli dorati e setosi, con una scriminatura centrale: non le mitigavano i tratti del volto, così come facevano quelli di sua sorella o come quelli di Lily, perennemente arruffati.
No, le contornavano letteralmente i tratti, alla stregua di una preziosa cornice per la più perfetta delle opere d’arte.
Due occhi grandi, turchesi, limpidi, dalle ciglia folte, lunghe, dolci, sovrastati dalle sopracciglia bionde, sollevate in quell’espressione sopra le righe, di chi è abituato a guardare la gente dall’alto. Naso, zigomi e mento, delicati e fini, sembravano scolpiti nella cera, da un artista alla ricerca della perfezione.
Un collo da cigno, elegante e fiero, e poi un corpo da ninfa, morbido e spigoloso al tempo stesso, li dov’era richiesto che così fosse.
Gli anni l’avevano resa certamente diversa, ma la sua bellezza e il suo carisma, erano rimasti immutati.
Aveva la straordinaria peculiarità di affascinare la gente in qualsiasi condizione si trovasse, senza necessitare di trucco, pettinature eleganti o abiti sontuosi.
Anzi, più il suo stile era discreto, più sembrava brillare di luce propria, senza elementi esterni a rubarle la scena.
Certe volte, Severus, da ragazzo, si era persino trovato a chiedersi quale uomo avrebbe potuto osservarla svestita, senza perdere definitivamente il senno.
Ed era così anche in quel momento: due pesanti occhiaie le cerchiavano gli occhi arrossati, gli occhi di chi aveva pianto ed era persino stanca, e la pelle levigata delle gote era come congestionata.
Ma rimaneva sempre, indiscutibilmente, bella.
“Che cos’è successo?” le chiese.
“Devi venire a Malfoy Manor, Severus.”
“Narcissa…”
“No, trova il modo” la donna chinò il volto, per poi portarsi i capelli dietro un orecchio, in quella mossa tipicamente sua “… c’è una cosa che devi assolutamente sapere, e non ho intenzione di comunicartela così. Non sarebbe sicuro.”
Severus sospirò, prima di annuire.
In verità sarebbe stato fin troppo semplice comunicare a Silente quanto era successo, uscire dal castello e materializzarsi direttamente al castello di proprietà di Lucius: lui era una spia, dopotutto, non doveva certo affaticarsi a chiedere il permesso, per fare il suo lavoro.
Semplicemente non gli andava di recitare la parte, non quella sera.
Invero, si trattava di una recita a metà: certo, quanto sarebbe uscito dalla bocca di Narcissa, Silente l’avrebbe saputo nel giro di poche ore, ma lui, al di la di tutto, rimaneva comunque amico della donna, di suo marito, di tutti gli altri.
Non avrebbe mai potuto smettere di esserlo, ed era questo, che lo uccideva.
I rimorsi non erano dovuti alla menzogna, quanto più alle vittime di essa.
“Sarò lì nel giro di un’ora”
Narcissa annuì.
Quelli erano i suoi compagni.
I compagni di una vita.

***

Rodolphus appoggiò le labbra sulla pelle chiarissima della ragazza, lì dove le sue clavicole sporgevano.
C’era un leggero sentore di dolce, su quella pelle. Forse il suo profumo.
Finì di slacciarle la camicetta, facendo uscire anche l’ultimo bottone, il più vicino al collo, dall’asola: lei, sotto, non portava nulla.
L’aveva capito, Rodolphus, dalla consistenza che aveva il suo petto nel toccarlo, ma la cosa lo fece comunque sorridere, gli ricordava una ragazzina.
Eppure, tutto si poteva dire, fuorché che quello fosse ancora un corpo da ragazzina. Anzi, i seni di lei, alla mercé dello sguardo del ragazzo, erano pieni, consistenti, morbidi al tatto e marmorei alla vista. Perfetti.
Rodolphus li sfiorò appena, con il tocco discreto dei polpastrelli delle dita, per poi scendere, languido, con le labbra, fino ad essi, e poi più giù, sul ventre piatto della strega. Che, sorprendendolo, gli prese il volto tra le mani: alzò gli occhi.
Nella penombra della camera, nascosti dalle tende verde cupo del letto a baldacchino, lei lo fissava imbronciata, con quel suo sguardo gelido.
Quasi provò vergogna, del suo, di sguardo: doveva apparirle sanguineo, pulsante, eccessivamente goloso. Come in effetti era.
Narcissa, tuttavia, gli sorrise, sorprendendolo, una seconda volta.
“Che vuoi fare?”
“Pensavo di chiederlo a te”
“Mi piace che sia tu, a decidere”
“Fermo restando...” Rodolphus insinuò la punta delle dita sotto il bordo della gonna della ragazza “... di mantenere intatta la tua virtù, immagino”
“Come al solito. Ma per il resto hai carta bianca” concluse lei, ridendo sommessamente.
Lui scosse la testa leggermente, portandosi poi in ginocchio, togliendosi a sua volta il golf grigio della divisa, con su ricamato, sul petto, il piccolo stemma Serpeverde.
“Sei davvero imparentata con quella specie di tiranno che è Bellatrix?”
Gli parve che Narcissa si rabbuiasse, e si rese subito conto di aver visto bene, quando, dopo aver incrociato le braccia al petto, alzò il mento in segno di sfida.
“Perché parli sempre di lei?”
Non era gelosa. La sua era una curiosità infastidita.
Per quel giorno, il loro incontro terminò lì: Narcissa tornò a lezione, inviperita e al tempo stesso divertita, Rodolphus tornò a lezione.
E Bellatrix era li: avrebbe voluto vedere il suo corpo, avrebbe voluto baciare le sue clavicole. Avrebbe voluto fare l’amore con lei.
Eppure continuavano a giocare, ad un gioco molto più leggero di quello che conduceva con la minore delle sorelle Black.
Giocare a sfiorarsi, a fare gli amici.

***
 
Severus aveva saputo solo tempo dopo, dai racconti di Lucius, a seguito delle confessioni del diretto interessato, delle implicazioni sentimentali, o per meglio dire, quasi sessuali, che c’erano state tra Narcissa, una quindicenne in vena di giocare, e Rodolphus Lestrange.
Ma anche se così non fosse stato, il dolore che, in quel momento, leggeva negli occhi della signora Malfoy, sarebbe stato più che giustificabile.
Così come lo era il suo, nell’apprendere che, oltre ogni sua più nera previsione, Rodolphus, in quel momento, doveva già essere stato trasportato ad Azkaban.
Lui e McNair erano stati vittima di un agguato degli Auror del Ministero della Magia Bulgaro, nei pressi della Sofia magica, dove si erano recati per contattare un paio di maghi di dubbia fama, per conto di Lord Voldemort, interessato a qualche notizia a proposito della Profezia, che i due sostenevano di conoscere, per vie traverse.
Ovviamente l’Oscuro doveva aver intuito qualcosa, vista l’inverosimiglianza della faccenda, e, più per punire tanta faccia tosta, che per la speranza di ricevere veramente le informazioni promesse, aveva spedito tanto a Nord due dei suoi DeathEaters, al fine di condurre al suo cospetto il fantomatico duo.
Severus era quanto mai stranito dal fatto che l’Ordine della Fenice non avesse nulla a che fare (e, diamine, chi meglio di lui poteva saperlo?) con la cattura di Rodolphus.
McNair, che era riuscito a smaterializzarsi in tempo per una celere fuga, e che in quel momento si trovava al cospetto di Lord Voldemort, si era preso la briga di raccontare lui stesso a Narcissa quanto accaduto, raccomandandole di informare Bellatrix e Severus il prima possibile.
Già: Bellatrix, Severus, Narcissa e Walden McNair, gli unici DeathEaters a piede libero rimasti.
O presunti tali.

Bellatrix Lestrange era arrivata a Malfoy Manor poco dopo Severus, distrutta.
Si era seduta sul divano color porpora, senza dire nulla, una sigaretta tra le mani pallide e tremanti, sottili, venose: l’aveva portata alle labbra, nell’aspirare aveva stretto le guance. Ed era stata un vero e proprio teschio, ricoperto di mera ed inutile pelle, pallida e sciupata, per una frazione di secondo.
“Gli avevo di non andare, di lasciar perdere. Che mi sarei offerta io, al suo posto.
Ma lui è testardo, lui... lui è anche pazzo, ormai...”
Aveva sorriso, nervosamente, con le gote bagnate dalle lacrime. Lacrime che erano scese per ore, lacrime che continuavano a scendere, lacrime che sarebbero scese per ore ancora: Bellatrix aveva sempre avuto uno strano modo di piangere, cosa che, tra l’altro, faceva ben di rado, e con un più che valido motivo a monte. Lei era silenziosa. Non singhiozzava, non gemeva, non le tremava la voce.
Perdeva solo lacrime.
“… perché è andato?”
Severus le si era avvicinato, appoggiandole delicatamente una mano sulla spalla spigolosa, che sfuggiva dallo scollo a barchetta dell’abito corto, nero, che portava.
Era un abito leggermente slabbrato, un tempo lucido, ormai di un tono tristemente spento: lo riconobbe senza alcuna fatica, come uno di quelli che lei portava da giovane, acquistati in qualche boutique alla moda, alla fine degli anni settanta.
Un bell’abito che era andato irrimediabilmente decadendo. Come la donna che lo portava.
Come ogni parte di lei, Bellatrix: i capelli, la pelle, il volto, la postura, il corpo, i gesti.
Tutto era scarno, tutto era nervoso, tutto era spento: Azkaban l’aveva trascinata in una notte senza fine. Una notte brava, di follie.
Ma senza felicità.

Narcissa si sedette accanto a Bellatrix, circondandole le spalle con un braccio.
La guardava con aria d’apprensivo rimprovero, come una madre guarda la figlia, che, disobbedendole, si è fatta del male.
Non approvava che lei si fosse precipitata lì, sarebbe stata certamente più al sicuro nel posto dove lei e Rodolphus avevano trovato rifugio, dopo la notte al Ministero: occupavano una casa che i Babbani credevano diroccata, in nella regione francese della Provenza, vicino alla Arles magica, il paese che aveva dato i natali a Lestrange Senior.
In verità, la magione, la tenuta di campagna della nobile famiglia di maghi, era sì decadente, ma non certo in rovina.
Visti i pochi contatti tra il Ministero Francese e quello Inglese, in rapporti non troppo buoni, visto il fatto che era proprio in Francia che Lord Voldemort, che aveva poi terrorizzato per anni l’Inghilterra magica, aveva visto l’inizio della propria ascesa, avevano fatto giustamente pensare, ai due fuggitivi, che sarebbe stato il posto più adatto dove nascondersi, in attesa di nuovi ordini.
Malfoy Manor, invece, vista l’assenza forzata di Lucius, era diventata il posto meno sicuro dove un DeathEater potesse rifugiarsi, eccezion fatta, forse, per l’ufficio di Silente. Narcissa avrebbe pagato oro affinché la sorella lasciasse quel castello, ma, d’altra parte, non poteva neanche permettere che rimanesse sola, in Francia, nelle sue condizioni.
Severus alzò un sopracciglio.
“Forse fareste meglio ad andarvene, entrambe. Rodolphus potrebbe condurre gli Auror a voi, anche non volendolo” disse, corrugando le sopracciglia scure.
Bellatrix si alzò in piedi di scatto.
“Rodolphus non parlerebbe, non parlerebbe neppure sotto tortura!”
“Ma contro il Veritaserum che potrebbe fare, sentiamo?”
“C’è già una spia, tra noi, per quanto ne so!” lo sguardo e la voce della donna erano rispettivamente accusatori e sfrenati, entrambi nervosi, certamente esasperati "lui non è come te…”
L’aveva detto a mezza voce, quasi ringhiando, ma Narcissa aveva intuito quel che bastava per scatenare la sua conseguente reazione: strattonò la sorella per il braccio destro, andando letteralmente ad urlarle contro. Entrambe erano sempre state piuttosto propense ad alzare la voce, sin dai tempi di Hogwarts, anche l’una contro l’altra, nonostante l’affetto che le legava.
Tese, immobili e nobili come corde di violino, vibravano al minimo tocco, in quelli che Severus aveva definito spesso, ridendo, i loro "magnifici picchi d’isteria".
“Non permetterti…” la bionda sembrava sinceramente scandalizzata “… di fare questo genere di insinuazioni! Come puoi anche solo pensare una cosa del genere di Severus?!”
Il soggetto in questione appoggiò una mano sulla spalla di Narcissa, scuotendo la testa.
“Non preoccuparti, davvero”
Bellatrix si lasciò cadere nuovamente sul divano, fissando i due, mordendosi il labbro inferiore: la ruga che le segnava l’angolo destro della bocca sembrò farsi più segnata.
“Scusami” sospirò. Non era la prima volta che azzardava questo genere di accuse nei suoi confronti.
Lui intuiva che il tarlo del sospetto la tormentasse da anni, forse da quando un gruppo di Auror aveva tentato inutilmente di fermare l’assassinio di Regulus, un’operazione di cui avrebbero potuto sapere solo grazie ad una soffiata dall’interno della cerchia dei DeathEaters.
Eppure, Bellatrix non ne era mai stata del tutto convinta, e Severus ricordava perfettamente in che condizioni era la volta che, a pochi mesi dalla disfatta, lei gli aveva parlato col cuore in mano, confessandogli quei pensieri, quei dubbi, che la stavano distruggendo, che la facevano sentire raccapricciante, un’ingrata indegna, alla luce di tutti i loro anni d’amicizia incondizionata.
Ed era proprio così che Severus, a ragione, si sentiva in momenti come quello: quando Bellatrix crollava dopo l’accusa, quando Bellatrix ritrattava, quando Bellatrix si scusava, diventando fragile come generalmente non la si vedeva.
Resa fragile dalla vergogna delle sue, giuste, ad onor del vero, deduzioni a proposito del DeathEater.
Narcissa andò ad inginocchiarsi ai piedi del divano, prendendo le mani della sorella tra le sue: quelle dita, pallide, sottili, nodose, ma che curava come quando aveva vent’anni, tremavano.
La sigaretta era caduta a terra. La sigaretta si era spenta.
“Bella… sei sconvolta… hai bisogno di riposo”
L’altra si liberò dalla sua presa, cercando a tastoni il pacchetto di sigarette sulla superficie liscia del divano; sembrava pazza.
“No, ho bisogno di fumare, maledizione...” quando trovò la confezione, accorgendosi che era vuota, continuò a rigirarsela nervosamente tra le dita “… e non fare quella cazzo di faccia di buona samaritana, non ti si addice. Non compatirmi, siamo nella stessa situazione.”
Narcissa scosse la testa, appoggiando la fronte al palmo della mano: sembrava letteralmente sfinita.
“Ed è per questo che dovremmo smettere di discutere, Bella…”
“Dammi una sigaretta”
“E dove la trovo, secondo te...?”
“Guarda in camera di Draco”
“Draco…” strascicava le parole lentamente, come dosando la poca forza che le rimaneva “… non fuma”
“Non che tu sappia!” Bellatrix scoppiò in una risatina nervosa, sarcastica “Ha sedici anni, ce l’ha, da qualche parte, una cazzo di sigaretta”
Ripeteva quella parola, sigaretta, pronunciandola celermente, divorandola. Non voleva, non poteva assaporarne il gusto, ma pareva volerne fruire il più possibile, ripetendola quasi in ogni frase di quel dialogo, che andava sfiorando il patetico.
Così come fumava: Rodolphus le aveva passato il vizio durante il loro ultimo anno ad Hogwarts, scatenando, com’era lecito, le ire degli insegnanti, dei capiscuola, dei prefetti, e di chiunque altro fosse almeno in parte ligio alle regole, ma erano due fumatori completamente diversi.
Lui pareva goderselo, il sapore del tabacco: finiva pacchetti su pacchetti, ma per lui, quello della sigaretta, era un momento sacrosanto, quasi un rito, da consumarsi con le dovute attenzioni.
Bellatrix, no. Lei non prendeva boccate veloci e profonde, sembrava nervosa, con il filtro quasi costantemente tra le labbra.


Narcissa tornò poco dopo, gettando un pacchetto in grembo alla sorella, sospirando.
“Le aveva” guardò Severus con la coda dell'occhio “dì qualcosa a mio figlio, per piacere”
Bellatrix alzò gli occhi al cielo.
“Lascialo fare, che te ne importa?”
L’altra fece per ribattere, ma, dopo aver scosso debolmente la testa, tornò a rivolgersi all’uomo: aveva le palpebre pesanti, lo sguardo stanco.
“E’ piuttosto tardi… forse faresti meglio a tornare ad Hogwarts, prima che Silente si insospettisca. Ti chiamerò, o comunque vedrò di mandarti un Gufo, nel caso avessi qualche novità…. volevo… volevo solo avvertirti, prima che lo venissi a sapere tramite la Gazzetta del Profeta”
“Hai fatto bene. Mi raccomando, prenditi cura di Bella”
Narcissa annuì, per poi guardare la sorella con la coda dell’occhio, che stava affaticandosi nell’accendere la sigaretta, operazione resa difficoltosa dal tremore delle sue dita, che non accennava a diminuire.
“Scusa…” aveva abbassato notevolmente il tono della voce, avvicinandosi all’orecchio dell’altro, in punta di piedi “...per il brutto spettacolo”
Severus si limitò a scuotere leggermente la testa, prima di smaterializzarsi: un tacito ”non importa”.
No, non importava davvero.
Non provava pena, nei confronti di quella Bellatrix distrutta dal dolore e da Azkaban, né tantomeno disgusto.
Provava, nei suoi confronti, così come nei confronti degli altri DeathEaters, solo un enorme senso di colpa: l’unico che lo disgustava era lui stesso.

Sentire nuovamente la terra sotto i piedi era sempre una sensazione decisamente piacevole.
Affondò le mani nelle tasche del lungo cappotto nero che indossava, dopo averne alzato il bavero, nascondendo parzialmente il volto. Era solo Settembre, ma l’aria della tarda serata era gelida come normalmente avrebbe dovuto essere a Novembre inoltrato.
Pagò senza dire nulla più dello stretto necessario, cioè la sua destinazione, un cocchiere che, dalla piazza di Hogsmeade, l’avrebbe condotto fino ad Hogwarts, dov’era impossibile materializzarsi.
Un percorso che conosceva a menadito.
Deglutì a vuoto, appoggiando la schiena contro il morbido sedile: vedere Bellatrix così l’aveva sconvolto, così come era stato per Narcissa.
Sapeva perfettamente che una sola cosa neppure Lord Voldemort avrebbe ottenuto dalle due sorelle: separarsi dai loro rispettivi mariti.
Dall’amore al quale erano rimaste fedeli, devote, nel corso degli anni, al di sopra di ogni cosa.
Un sostegno, un riferimento, qualcuno che camminasse loro accanto.
Finche morte non vi separi.
Morte, non Azkaban.

E, in questo senso, lui era stato un privilegiato: era stata la morte, a separarlo da Lily Evans. Non James Potter, non il figlio che lei portava in grembo già prima del matrimonio. No: la morte.
Di Lily, ora, non gli rimaneva davvero nulla, neppure la dolceamara certezza di saperla viva, da qualche parte, lontano da lui.
Nulla se non un ricordo. Un ricordo, che, in quel momento, tornò ad invadergli la mente, più vivido, violento, doloroso che mai.
Solo come il ricordo di qualcuno che si ha amato sa essere.

***

Si era lasciata togliere il golf grigio senza fare un piega, anzi, Severus aveva sentito nitidamente i palmi della mani di Lily adagiarsi sui dorsi delle sue, accompagnandole, mentre le sfilava l’indumento. Sempre senza fare una piega, sempre senza smettere di baciarlo, si era lasciata cadere assieme a lui sul divanetto vicino al camino, stesa, scomposta, sotto di lui, con la schiena contro il morbido bracciolo, una gamba premuta contro la coscia del ragazzo, l’altra a sfuggire dal sofà, la punta della scarpa a sfiorare il pavimento.
Gli piaceva quella sua posizione, aveva un che di lascivo.
La percepiva così, sotto le sue dita, nel contatto tra le loro pelli e le stoffe dei loro vestiti, che, diamine, non aveva mai considerato tanto inutili.
La vista, in quel momento, era confusa: dall’aprire e chiudersi degli occhi, nel bacio, dalla luce traballante, aranciata, che si faceva sempre più vacua.
Eppure, l’immagine di Lily era più viva che mai, in quel momento, in ogni suo dettaglio: una gota arrossata, le ciglia. Le lentiggini sulla punta del suo naso.
Le sue labbra umide e chiuse. I polpastrelli morbidi delle sue dita.
E l’attaccatura dei suoi capelli fulvi, le sue sopracciglia leggermente corrugate.
La palpebra che copriva e scopriva, in un battito di ciglia, le sue iridi color smeraldo, con la pupilla nera, che pareva perdersi, in quel mare di verde.
Lui pensava: no, in effetti non era proprio in grado di pensare, in quel momento.
Era più un’accozzaglia di concetti non troppo sensati che, spontaneamente, invadevano la sua mente da ogni parte.
Perché non l’aveva mai toccata prima di allora. Perché aveva aspettato così tanto.
La sua mano, che, Severus ne era certo, a quel punto agiva di volontà propria, incontrò la curva appena accennata del seno della ragazza: le dita strinsero leggermente, avvertendo lì dove cominciava il velo sottile del reggiseno.
E, tutto un tratto, lei non era più Lily Evans.
Non era nessuno, non aveva un nome.
Era solo il corpo, il volto, l’essenza della creatura meravigliosa che Severus aveva sotto di se.
E, per una frazione di secondo, neppure lui era più Severus Snape.
La gamba della ragazza, quella destra, quella che prima puntava a terra, andò a cercare di congiungersi all’altra, costringendo, a quel punto, i fianchi di lui in una quanto mai morbida presa.
La gonna frusciò leggermente, nello scivolarle verso la vita: lei pareva non essersene neppure accorta. Oh, non c’era nulla di più naturale, in quel momento.
Un gemito: gli bastò avvertire la sua voce cristallina per un attimo, e la creatura tornò ad essere Lily Evans: Severus fece scivolare l’avambraccio sotto la schiena di lei, che si inarcò spontaneamente. Portandosi più vicina a lui.
E lui si portò più vicino a lei: premette, letteralmente, tutto il suo corpo contro quello della ragazza.
Che si accorgesse pure, Lily Evans, di quello che provocava in lui.
Fu un attimo, e lei si sollevò di scatto, puntando i gomiti contro il bracciolo su cui prima era appoggiata.
D’un tratto, per Severus non c’erano più pensieri e immagini sconnessi e meravigliosi.
Non c’era più il marasma di sensazioni che ballavano nella luce di quel che restava delle fiamme: tutto era incredibilmente preciso, impersonale, nitido, chiaro. Ed anche un pò imbarazzante, a ben vedere. Lily lo fissava con la labbra schiuse, il respiro leggermente affaticato.
Sembrava scossa, pentita. Chinò leggermente il capo, per poi provare ad avvicinarsi a lei nuovamente, ma la ragazza si ritrasse, senza smettere di fissarlo con gli occhi sgranati e l’espressione incerta.
“Che c’è...?”
L’altra chinò il capo, ed una ciocca di capelli le scivolò sul volto, coprendolo parzialmente.
“Scusami. Non... non avrei dovuto…”
“…lasciare che ti baciassi?”
“Forse. E soprattutto non avrei dovuto venire qui”
Severus scosse impercettibilmente la testa, per poi andare ad appoggiarsi contro lo schienale del divanetto, portandosi un ginocchio al petto.
Il golf di Lily giaceva a pochi centimetri da lui: lo porse alla ragazza, che lo indossò senza dire nulla, ne curarsi di sistemare la camicia.
L’altra fece per alzarsi in piedi, ma lui le appoggiò una mano sulla coscia, bloccandola.
“Ho fatto qualcosa che non avrei dovuto?”
“No…” gli sembrò di vederla arrossire leggermente "credo di essermi semplicemente... svegliata”
Severus scoppiò a ridere, portandosi una mano alla fronte.
“Umh, sai che pessimo risveglio…”
“Senti, tu...” Lily cercava il suo sguardo “… vuoi far finta che non sia successo nulla, d’ora in poi?”
No.
O meglio, si.
Oppure.
“Forse”
“Io non ti piaccio, vero?”
Il ragazzo sospirò.
“Magari non mi piacessi, Evans”
“E allora cosa c’è? E’ per Potter... ti da fastidio quello che sono o cosa?”
“Non mi sono mai posto il problema, d’accordo? Per me era scontato che tra noi due non potesse esserci nulla, la faccenda non stava in piedi” sospirò “ma no, abbiamo voluto complicarci l’esistenza…”
Stavolta fu Lily, a ridere, portandosi la punta delle dita davanti alle labbra: Severus le carezzò uno zigomo, col dorso della mano.
“Sei bella, Evans”
“Lily”
Lily. La ragazza intrecciò le dita con quelle dell’altro, prima che queste potessero allontanarsi dal suo volto.
“Posso baciarti di nuovo...?”
Non ci fu bisogno di dire nulla, e in un attimo le loro bocche si erano già incontrate, in maniera molto diversa, rispetto a prima. Poi lei si alzò in piedi, sorridendo appena.
“Credo sia il caso che io vada, adesso”
“…vuoi che ti accompagni?”
Beh, quella sì che era stata una domanda cretina: più che probabile che un malintenzionato l’attaccasse a metà strada tra i dormitori Serpeverde e quelli Grifondoro, eh sì. Scosse leggermente la testa, sotto lo sguardo divertito della ragazza.
“Allora… buonanotte, Lily”
L’altra gli sorrise, prima di lasciarlo solo nella Sala Comune ormai buia.

***

La prima cosa che notò fu la sua figura sottile, di spalle, coperta da una mantellina blu oltremare.
I capelli biondi rilucevano alla luminescenza delle candele, accese anche a quell’ora del giorno, per via del tempo così pessimo da oscurare il cielo.
Fuori la bufera di neve impazzava, e lui era entrato in quel negozio di abiti, ad Hogsmeade, giusto per comprare una sciarpa, che aveva avuto la malaugurata idea di non portare con sé. Lei, invece, sembrava perfettamente a suo agio, calma, mentre il bordo della sua gonna al ginocchio gocciolava sul pavimento in legno.
Si era spostato, in modo da poterla osservare di profilo.
Se ne stava col naso all’insù, apparentemente concentrata sugli eleganti abiti in esposizione.
Lucius mosse qualche passo, senza fretta, verso la ragazzina.
“Che te ne fai ad Hogwarts, di un vestito come quelli?”
L’altra non si voltò neppure, nel rispondergli.
“Lo indosso…” si alzò in punta di piedi, cercando di raggiungere la gruccia che reggeva una veste azzurro chiaro, leggera “…al ballo, no?”
“Manca ancora un mese”
Quella azzardò un piccolo salto a piè pari, ma senza sortire alcun risultato. Andò a guardare il ragazzo con la coda dell’occhio, accennando un sorriso.
“Per piacere…” indicò il vestito con un cenno del capo “potresti prenderlo?”
“Certo”
Una volta che lo ebbe tra le mani, accostò l’abito al corpo: dopo un breve ed audace drappeggio sul seno, un mare di seta azzurra plissettata scendeva giù fino alle ginocchia: sembrava fatto apposta per lei, per i suoi colori.
“Non è un incanto?”
“Dovresti provarlo”
“Ma figuriamoci!”
La ragazzina si portò una mano al petto, tendendo l’altra verso l’interlocutore: le sue dita sottili erano guantate del medesimo blu della mantellina.
“E’ un piacere fare la tua conoscenza, Lucius Malfoy. Ovviamente la tua fama ti precede”
“Quale...” rise sommessamente, alzando gli occhi al cielo “...fama?”
L’altra fece spallucce.
“Sei un amico di mia sorella e Rodolphus, no?”
“Esattamente”
“Allora ne deduco che anche tu saprai chi sono”
“Narcissa, no?”
Quella annuì, tornando poi a concentrarsi sull’abito.
“E’ il terzo, che compro”
“E li indosserai tutti e tre, uno sopra l’altro, magari, al ballo?”
“No, due lì terrò nell’armadio, a testimonianza della labilità dei miei gusti.”
Lucius scosse la testa, per poi scoppiare a ridere. Rodolphus l’aveva definita piacevolmente fuori dal mondo, sopra le righe, una volta.
Lui, invece, in quel momento, si chiedeva se fosse spontanea: entrambi non avrebbero avuto bisogno di presentazioni, vivendo da anni all’interno della stessa scuola, nello stesso dormitorio, con più di un amico in comune. Eppure, in un certo senso, era stato impagabile, giocare con quell’approccio genuino, quasi frivolo.
Come notare una bella ragazza per strada, è chiedersi chi è, da dove viene, quanti anni ha.
Quanti uomini ha avuto, se vuole annoverarti tra questi.
Il piacere di scoprire le cose piano piano, senza che nessuno te le sbatta su un piatto d’argento.
Come, spesso e volentieri, accadeva ad Hogwarts.
“Sai, Rodolphus parla spesso di te...” le disse.
“In maniera entusiasta?”
“Esattamente”
Narcissa alzò un sopracciglio, sembrava sinceramente incuriosita.
”E… di quale parte del mio corpo?”
Tornò a rimirare l’abito, accarezzandone la pieghe sottili. Non sembrava turbata.
Forse non c’era nulla, che prendesse sul serio.
O forse era ancora abbastanza giovane per trovare la cosa divertente.
“Non sapevo ci fosse qualcosa tra voi”
Ovviamente anche la sua arrampicata sugli specchi non voleva lasciar trasparire nulla di diverso dalla propensione ad un’altra ipotetica e ben più realistica risposta, qualcosa tipo "il seno" o "le gambe". Ma non sarebbe stato in linea col gioco.
Narcissa si limitò a fare spallucce, per poi avviarsi verso la cassa, dove, Madame Joanne, scontò di propria iniziativa l’abito di tre galeoni, ma “solo perché si tratta della signorina Black”. Lucius chinò leggermente il volto da un lato.
“Posso regalartelo?”
La ragazzina sgranò gli occhi, abbozzando un mezzo sorriso.
“Perché...?”
“Non posso?”
Madame Joanna scoppiò a ridere, portandosi una mano dinanzi alle labbra sottili.
“Oh, signorina Black… non puoi proprio rifiutare”
“E allora...” la bionda alzò le spalle “…pagalo”

Una volta usciti dal negozio, si separarono: lui verso il pub, dove Rodolphus lo aspettava da almeno mezz’ora, lei verso nessuna particolare destinazione.
Voleva semplicemente camminare, ora che la tormenta pareva essersi placata, a passi leggeri sulla neve.
Camminare, e guardare la gente, ed assaporare quel poco di vita fuori da Hogwarts: croce e delizia. Casa e prigione.
Si voltò sorridendo, mentre Lucius la chiamava, attirando nuovamente la sua attenzione.
“Potremo andarci assieme, a quel ballo” disse il giovane mago, sorridendo.
“Dovremo, in effetti. Sarebbe divertente”
Lui alzò un sopracciglio, come a necessitare di maggiori spiegazioni: Narcissa occhieggiò verso una vetrina.
Non propriamente verso la vetrina, ma verso i loro riflessi.
“Facciamo una certa scena, assieme. Ci somigliamo, non trovi?”


 
 
Eve
(Login Evuccia)

Capitolo Terzo

July 20 2005, 2:55 PM 

Capitolo trash. E' un tantinello NC17, temo XD

Capitolo Terzo
Our lives are changing lanes
You ran me off the road


Narcissa sorrise, svelando due file di denti perfetti, in direzione di Lucius Malfoy, che, la schiena appoggiata al muro di pietra antistante la scalinata che dai sotterranei Serpeverde saliva fino al piano terra, stava a sua volta fissandola.
Aveva un’aria quietamente compiaciuta, quasi orgogliosa, che trapelava dal sorriso che aveva –quasi- dipinto sulle labbra chiare.
Sarebbe stato il tempo ad insegnare a Narcissa Black, che, ogni qual volta avrebbe visto quell’espressione sul volto dell’altro, sarebbe stata subito legittimata a sentirsi a sua volta soddisfatta.
Lucius Malfoy adorava le cose belle.
Non c’era, invero, altro modo per definire la giovane Serpeverde, in special modo quella sera: semplicemente e innegabilmente bella,come solo i Black, per loro peculiarità, sapevano essere. Sembrava quasi che la loro avvenenza corresse pari passo con la purezza del sangue.
Lucius Malfoy adorava le cose pure.
Lei aveva indossato lo stesso abito che il ragazzo si era offerto di regalarle ad Hogsmeade, quella seta che pareva essere stata creata apposta per riprendere il colore delle sue iridi, che pareva essere stata cucita apposta per accompagnare il suo corpo impeccabile: un semplice nastro, del medesimo colore dell’abito, acconciava i suoi lisci capelli chiari.
Narcissa si parò dinanzi al ragazzo, portando le braccia dietro la schiena e sporgendosi leggermente in avanti.
“Salve, signor Malfoy” fece lei, divertita.
Lucius trovava incredibile, piacevolmente incredibile, come potesse sembrare genuina ed altezzosa al tempo stesso, in quella sorta di leggera ma presuntuosa ironia.
Ecco, forse era proprio quella la parola giusta per definire Narcissa: presuntuosa.
Sapeva perfettamente cosa si pensava a scuola di lei: c’era, addirittura, chi insinuava che sembrasse avere costantemente qualcosa di sgradevole sotto il naso.
Inutile dire che, più qualcuno era soggetto alle critiche di gran parte della scuola, più Lucius Malfoy finiva, spesso e volentieri, per riconoscere nel soggetto in causa un individuo più che ammirevole: e il ragionamento di cui sopra era perfettamente applicabile al caso di Narcissa Black.
La trovava assolutamente inappuntabile, tanto più che gli ricordava se stesso.
Si poteva certo parlare di un mero moto di vanità, ma non aveva mai creduto, Lucius, a quel ridicolo pensiero comune secondo il quale gli opposti si sarebbero dovuti attrarre.
La ragazza che aveva di fronte poteva tranquillamente dirsi ben simile a lui, e Lucius, in maniera perfettamente consapevole, con tutto il benestare del suo senno, ne era fortemente attratto.
“Salve signorina Black. Allora, è ben disposta, stasera, nei confronti di cari amici, illustri conoscenti, coetanei di sorta e feccia filobabbana ai quali avremo modo di unirci tra poco?”
Le porse cortesemente il braccio, che la ragazza intrecciò col suo sorridendo divertita davanti a quella sorta di farsa che erano andati ad improvvisare.
“Più che ben disposta, se è lei ad accompagnarmi”
Lucius sorrise a sua volta, alzando impercettibilmente un sopracciglio: mentre percorrevano l’ampio corridoio che conduceva in Sala Grande, dove era stato, come ogni anno, allestito il tradizionale ballo natalizio, la colse, un paio di volte, nell’atto di fissarlo.
Non che la cosa sembrasse imbarazzarla.
“Come immaginavo…” esordì Lucius, guardando dinanzi a sé.
“Immaginavi?”
“Sei splendida, questa sera”
L’altra si limitò a sorridere.
Fecero il loro ingresso in Sala Grande, andando subito in direzione di un gruppo di Serpeverde del settimo anno: mentre attraversavano diagonalmente la stanza, Lucius si sentì, improvvisamente, soddisfatto. Non poteva chiedere, al momento, nulla di più degno di nota che camminare al fianco di Narcissa Black.

***

Mettere un piede davanti all’altro non gli era mai sembrato così difficile.
O meglio: erano state parecchie le volte nelle quali si era trovato in simili ostiche situazioni dovute all’uso o, in tutta onestà, all’abuso dell’alcool, ma mai come quella notte gli era parsa improbabile l’idea di riuscire a tornare illeso, o almeno in vita, nel proprio dormitorio.
L’ultimo ricordo nitido che riusciva a riportare alla mente era un preoccupato Nott che si informava sulle sue condizioni, per poi chiedergli se non fosse ancora decisamente presto per ridursi in quello stato. Aveva aggiunto qualcosa -così almeno Rodolphus credeva-, a proposito del fatto che, probabilmente, non esisteva un orario giusto per ridursi in quello stato.
Minuzie, inutili paturnie.
A Rodolphus le sbronze piacevano da morire, tanto che era disposto persino a pagare lo scotto dei malori del giorno seguente, per potersi permettere di alzare il gomito come soleva fare ad ogni festa che Santo Silente (quest’improbabile, ironica, ridicola espressione, per poco non gli costò una crisi di riso, nel corso della quale, con ogni probabilità, sarebbe rimasto soffocato) concedeva agli studenti di Hogwarts.
Un’evasione che amava consentirsi di tanto in tanto, un’evasione che sentiva essergli dovuta, dovuta. Aveva come l’impressione che il resto dell’umanità conducesse un’esistenza ben diversa dalla sua, un’esistenza più… sensata.
Il problema di Rodolphus era che, fondamentalmente, considerava inutile, inefficace, sterile ogni sua azione: continuava a trascinarsi per inerzia in quella che era la sua routine ad Hogwarts, la sua routine al castello dei Lestrange, la sua routine all’interno del mondo in genere.
Le sue giornate si susseguivano vuote, interminabili, ora dopo ora, riempite di nulla, tra l’accumularsi di mozziconi di sigaretta e pensieri rivolti a quello che la sua vita sarebbe potuta essere, se solo fosse stato in grado di apportare un paio di cambiamenti intenzionali a quel suo essere così maledettamente indolente e maldisposto nei confronti di tutto ciò che non fossero pure e poco impegnative inezie.
Giornate assolutamente insensate, all’apparenza assurdamente lente, salvo poi concludersi di colpo, e lasciargli, quale pensiero per le ore del sonno, la certezza che anche quelle ventiquattr’ore erano bellamente andate a puttane.
C’era stato un momento, forse durante il quinto, o il sesto anno, non lo ricordava con precisione, nel quale era quasi arrivato a pensare che forse sarebbe stato qualcun altro, a dare un senso alle sue giornate: c’era stato un momento in cui si era illuso che quella persona avrebbe potuto far Black di cognome.
Prima Bellatrix, per poi rendersi conto di quanto, fondamentalmente, giocare a fare l’amico fosse ben meno impegnativo che combattere contro i suoi personalissimi mulini a vento.
Poi Narcissa, per poi rendersi conto di quanto, fondamentalmente, fosse ben più semplice limitarsi a farle perdere un po’ di quel candore che per nulla le si addiceva, piuttosto che imbarcarsi, seriamente, in una relazione con una ragazzina, che, infondo, assieme a tutte le virtù, portava in sé anche le pecche dei suoi quindici anni.
E poi Bellatrix, e poi Narcissa, e poi… e poi si era perso.
Sorrise, sedendosi su una zolla spiacevolmente umida, ma se non altro non coperta dalla neve, guardandosi attorno.
Continuava a stringere, tra le dita lunghe e pallide, il collo della bottiglia scura di cognac. Vuota.
Molto probabilmente, se così non fosse stato, se quel cognac fosse rimasto all’interno del suo legittimo contenitore, Rodolphus si sarebbe accorto di trovarsi semplicemente all’interno del piccolo boschetto vicino alle rive del lago, che se si fosse spostato di appena cinque metri più a Nord-Ovest, Hogwarts sarebbe stata perfettamente visibile in tutto il suo imponente splendore.
Ma il cognac si trovava, in quel momento, completamente in corpo al ragazzo, così che questo, decise, una volta compiuto l’inumano sforzo di alzarsi, di fare una breve passeggiata in direzione Sud, dirigendosi così verso il piccolo molo che si affacciava sulle acque del lago, sovrastate dalla nebbia.
“Chi c’è?” chiese una voce femminile, perfettamente nota a Rodolphus.
Questi sorrise tra sé e sé, dopo aver realizzato che, seduta sulle scale in legno del pontile, il lungo abito da sera color ametista coperto da un paltò nero, probabilmente maschile, viste le inadatte dimensioni, vi era Bellatrix Black.
Lo fissava, perplessa, tenendo una sigaretta accesa, ormai consumata, tra le labbra.

***

Severus Snape sedeva, annoiato, su un divanetto in velluto blu oltremare, al capo opposto del quale, la sua dama, Thara Avery, una Serpeverde al quarto anno, (cugina di Avery, William), fissava con aria sognante un Corvonero belloccio dai lunghi capelli ramati, che, a quanto sembrava, ricambiava, timidamente e candidamente, le sue attenzioni.
Snape non poté reprimere uno sbadiglio.
Fosse stato per lui, avrebbe volentieri scelto di saltare a piè pari quel ridicolo, pomposo ballo: erano occasioni come quella, a suo avviso, a rendere la vita ad Hogwarts meno sopportabile di quanto sarebbe potuta essere.
Ma, visto che i suoi compagni di stanza (tra i quali il sopraccitato Avery William, lo stesso che lo aveva praticamente convinto a fare da cavaliere alla cuginetta filocorvonero) l’avevano messo al corrente della decisione di torturarlo nel caso anche quell’anno avesse disertato il ballo, si era lasciato convincere, e, ben curandosi di non dare una sistemata ai suoi capelli per l’occasione, come si era invece raccomandata Thara, si trovava ora in quella ridicola situazione.
Tanto più che lei era seduta poco distante da lui, e lo fissava tanto intensamente quando la piccola Avery fissava il Corvonero, perfettamente incurante del fatto che James Potter la stesse a sua volta guardando. Lei, Lily Evans.
A dire il vero, Snape, quella sera, non aveva la benché minima intenzione, nonostante i trascorsi della settimana prima, di stare con la Evans, quella sera: anzi, in gran parte, questo era dovuto proprio ai trascorsi della settimana prima.
Non che ciò che era successo tra loro l’avesse disgustato, non che la ragazza stessa, per quanto cercasse di negarlo a sé stesso, lo disgustasse: semplicemente, la cosa poteva, doveva, rimanere un episodio a se stante. Un ricordo, magari persino piacevole.

Preso com’era dalle sue digressioni mentali, ad ogni modo, non si era neppure accorto che la piccola Avery si era alzata, aveva cominciato a chiacchierare con l’avvenente Corvonero, e, prima di farlo, l’aveva salutato ed augurato una buona serata.
Non aveva neppure alzato un sopracciglio nella sua direzione: aveva continuato a pensare a Lily Evans, fissando, appunto, Lily Evans.
Ma neppure di questo doveva essersi reso conto, in quanto, quando la ragazza, fasciata nel suo abito di raso bianco, lo raggiunse, assunse un’espressione decisamente sorpresa.
Stavolta, si curò di sollevare un sopracciglio.
La Grifondoro era in piedi davanti a lui, le braccia incrociate al petto, sulla difensiva: si mordeva leggermente il labbro inferiore, sforzandosi , palesemente, di non distogliere il suo sguardo smeraldino da quello del ragazzo: solo quando lo fece, Severus si accorse della reazione che la ragazza aveva provocato in Potter: era paonazzo, e Pettingrew, dimostrando una acume che il Serpeverde non gli avrebbe attribuito, l’aveva afferrato per una manica della camicia, intento a cercare con lo sguardo qualcuno in grado di mettere un freno alla, per quel momento inespressa, rabbia dell’amico.
Severus sorrise, prima di alzarsi in piedi, e, senza dire una parola, afferrare Lily per il polso destro, e, senza troppi complimenti, guidarla fuori dalla Sala Grande, sotto lo sguardo attonito di metà di essa, Potter compreso: il fatto che, quella sera, la presenza della ragazza non rientrasse nei suoi piani, era diventato del tutto marginale, rispetto alla possibilità di far pagare a Potter lo scotto del livido, che, per giorni, aveva portato su una guancia.

Lily si liberò dalla presa dell’altro, con uno strattone improvviso, solo nel Salone d’Ingresso, immerso nella luce dorata delle fiaccole e nel silenzio più completo, eccezion fatta per il rumore sommesso della musica che veniva suonata in Sala Grande.
“Beh?”
“Beh cosa, Eva… Lily?” si corresse rapidamente Severus.
“Come mai siamo usciti?”
Severus sollevò un sopracciglio, guardandola dubbioso.
“Avresti preferito rimanere lì dentro, magari col rischio che a Potter venisse voglia di prendere a botte anche te? O a farci guardare da metà scuola mentre… bah, mentre facciamo quel che avevi intenzione di fare?”
“Avevo intenzione?”
“Sbaglio o sei stata tu” riprese l’altro “ad avvicinarti? L’avrai fatto con un motivo, no?”
Lily abbassò lo sguardo.
“Mi sarebbe bastato anche… starti semplicemente seduta affianco. Non volevo fare nulla di particolare, a dire il vero”
“Starmi seduta affianco?” Severus pareva irritato e divertito al tempo stesso “… al di là del fatto che questo ci sarebbe costato l’essere i protagonisti delle chiacchiere di Hogwarts per almeno un paio di anni, ma…” prese a ridere sommessamente, appoggiando la fronte contro il palmo della mano destra “…oltretutto, ti rendi conto di quanto quello che hai appena detto sia patetico, no?”
“Patetico?”
“Andiamo, Lily… starmi seduta affianco. Per la barba di Merlino, quanto sei dannatamente Grifondoro”
“E immagino che questo ti disturbi, mh?” la ragazza cominciava, a sua volta, a sembrare irritata.
“Senti, non ho la benché minima intenzione di cominciare a battibeccare con te su questioni del genere. Tanto più che comincio a sentire il principio di un’emicrania.”
Lily sgranò gli occhi per una frazione di secondo, prima di avvicinarsi a Severus.
“Vuoi che ti accompagni in infermeria?”
L’altro fece spallucce, lanciando un’occhiata alla porta alle loro spalle.
“No, piuttosto, credo che andrò a prendere aria per qualche minuto nel chiostro.
Rimani qui, con addosso quell’abito rischi di ammalarti.”
Chiuse la porta alle sue spalle, e subito la corrente gelida di quella notte gli sferzò il volto: sospirò, per poi appoggiarsi al muro di pietra, le mani nelle tasche anteriori dei pantaloni, fissando, senza davvero vederlo, un punto a caso della parete opposta, illuminata da una fila di torce.
Per quanto cercasse di impedirselo, aveva nuovamente finito per mettersi a pensare a Lily Evans.
Per mettersi a fissare Lily Evans.
Per toccare Lily Evans, condurla con se.
Forse avrebbe dovuto cercare di scappare, da quella ragazza: da quella Mezzosangue.
Forse avrebbe dovuto mettere le cose in chiaro, spiegarle che, per quanto lo riguardava, le sue intenzioni erano di archiviare quanto era successo, quella notte, nella Sala Comune Serpeverde.
Forse avrebbe dovuto mandarla al diavolo.
Certamente non avrebbe dovuto lasciarsi baciare, come invece fece, senza la benché minima riluttanza, quando la ragazza, nel girò di neppure un minuto, lo seguì nel chiostro, e, dopo averlo guardato per qualche secondo, si alzò sulle punte ed andò a schiudere le sue labbra su quelle di Severus.

***

Bellatrix sorrise, mordendosi appena il labbro superiore, nel vedere la sagoma di Rodolphus cominciare a distinguersi in mezzo alla nebbia.
“Ah, sei tu…”
Il ragazzo fece spallucce.
“Chi pensavi che fossi?”
L’altra scosse la testa, per poi sfiorare la superficie di legno del gradino sul quale era seduta con il palmo della mano.
“Vieni qui”
Rodolphus, incerto sulle proprie gambe, la raggiunse, per poi sedersi, mollemente, nel posto che la ragazza gli aveva indicato: quella scoppiò a ridere, portandogli una mano sulla spalla.
“Sei ubriaco fradicio”
“Certo” disse sorridendo Rodolphus, a sua volta.
“In effetti, conoscenti, mi sarei meravigliata del contrario”
“Allora” chiese l’altro alzando gli occhi al cielo “hai lasciato la festa?”
“Già. E tu…? Non potevi sopportare l’idea” chiese ridendo, canzonandolo scherzosamente “di vedere mia sorella e Lucius assieme?”
“Figuriamoci, sono una meraviglia”
Bellatrix lo guardò con la coda dell’occhio, increspando appena le labbra struccate, al contrario degli occhi, che erano pesantemente bistrati di nero, appena sbaffato.
“Rodolphus… tu e Narcissa… avete fatto l’amore?”
Il ragazzo arrossì leggermente, spiazzato da quella domanda, per poi riprendere la sua consueta espressione apparentemente smaliziata.
“Non preoccuparti… nonostante non possa certo dire di averla lasciata completamente pura per Lucius, l’onore di tua sorella non è stato intaccato, così come si addice ad una ragazzina della sua età” concluse, cimentandosi nella parodia di prosaiche espressioni d’altri tempi.
L’altra sorrise impercettibilmente, distogliendo lo sguardo da quello di Rodolphus, che riprese a parlare, perdendo però l’ironia assunta in precedenza.
Sembrava, piuttosto, sinceramente incuriosito.
Lo era sempre stato, a proposito di quell’interrogativo.
Lo era sempre stato, a proposito di Bellatrix.
“Avevi la sua età, quando hai fatto l’amore per la prima volta, non è vero?”
La ragazza annuì.
“Non mi hai mai detto” continuò Rodolphus “…chi fosse lui”
“Il proprietario di questo cappotto”
Bellatrix alzò appena il bavero scuro del soprabito, che, a ragione, l’altro aveva già pensato appartenere ad un uomo.
“…Bulstrode?” Chiese lui, alzando un sopracciglio, riferendosi al Serpeverde che aveva accompagnato Bellatrix al ballo. La ragazza scoppiò a ridere, scuotendo il capo: i suoi capelli corvini brillarono dei riflessi della luce lunare, nell’ondeggiare leggermente.
“Ma no, Rodolphus… sai benissimo che non sono interessata, siamo solo amici, mi ha fatto da cavaliere per gioco: tanto più che lui è preso, anche se non riesco a spiegarmi il perché, da una Tassorosso del sesto anno, una certa Henrietta qualcosa… una tizia decisamente insignificante, anzi, proprio bruttina…” aggiunse, in risposta allo sguardo interrogativo di Rodolphus, che sembrava ignorare l’esistenza di tale soggetto.
“… e a favore di chi, hai mollato Bulstrode alla festa?”
L’altra scosse la testa.
“Non voglio dirtelo”
“Perché?”
Bellatrix sorrise.
“So che ti arrabbieresti”
“… andiamo, perché dovrei?” chiese il ragazzo, ridendo sommessamente.
“Perché ti piaccio”
Rodolphus smise immediatamente di ridere. Eppure, Bellatrix sembrava serena.
Forse era più ubriaco di quanto non immaginasse.

***

Si avvolse nello scialle di candida lana, alzando lo sguardo verso il firmamento, che faceva da tetto alla torre di Astronomia: a passi veloci, si accostò al parapetto ornato da merli, affacciandosi ad esso. Lucius, le cinse i fianchi da dietro, poggiando poi il mento sopra la sua spalla.
“Pensi che, se cadessi da qui, basterebbe l’impatto con l’aria ad uccidermi, o morirei sfracellandomi al suolo?” chiese la ragazza.
“Stai ponderando il suicidio?”
“No, mi informo, in caso di fatale incidente” rise l’altra.
Lucius lasciò scivolare la propria mano sul ventre piatto di Narcissa, facendola sussultare leggermente per la sorpresa.
“Ti va di fare un gioco…?”
“Sarebbe?”
Non si limitò a sussultare, ma si lasciò proprio sfuggire un piccolo grido spaventato, quando, reggendola più che saldamente, il ragazzo la sollevò all’improvviso da terra, portandola a sedere sul parapetto, dando la schiena al vuoto.
“Lucius… mettimi giù. Subito”
L’altro corrugò leggermente le sopracciglia, sorridendo.
“Non ti fidi di me? Pensi che non ti terrò abbastanza stretta? Che rischierò di lasciarti cadere?”
Narcissa serrò le labbra rosee, volgendo altrove lo sguardo.
L’aria fredda le colpiva il volto: senza che neppure se ne accorgesse, il nastro le scivolo via dai capelli, prendendo a svolazzare, lento, verso il basso.
Riportò gli occhi sul volto di Lucius, che continuava a sorriderle. Aveva uno strano modo di farlo: si domandò se su quel volto fosse possibile veder dipinta un’espressione di genuina, limpida serenità, senza quei suoi tipici accenni al sarcasmo, alla malizia.
Quel suo dare l’idea di non essere completamente sincero.
Eppure Narcissa adorava quel suo sguardo color dei ghiacci, imperturbabile quanto, in un certo modo, intenso.
Forse Lucius Malfoy era il re delle maschere.
Lentamente, la ragazza tolse la mano destra dal bordo del merlo al quale era prima aggrappata, e, con altrettanta lentezza, la portò al viso dell’altro: aveva la pelle levigata, resa gelida dall’aria di quella nottata di dicembre. Lasciò scivolare le dita tra i capelli biondi del ragazzo, sentendoli leggeri sotto il suo tocco, come fossero fili di seta.
Strinse, con la mano rimasta libera, l’orlo della giaccia di Lucius, per poi avvicinarsi a lui.
Sentiva le sue mani ancora salde sulla propria schiena.
Non l’avrebbe lasciata cadere.
Odorava di buono, un’impercettibile nota di colonia.
“Temo che il tuo nastro sia scivolato via, Narcissa”
La ragazza non chiuse completamente gli occhi, quando l’altro la baciò.
Non voleva smettere di guardarlo.

***

Lily aveva sollevato di sua spontanea volontà il maglione dell’altro, prendendo a baciargli il torace magro e pallido. Severus socchiuse gli occhi: scorgeva, ora, indistinte, solo le luci delle fiaccole appese alla parete opposta del chiostro, identiche a quella che, in quel momento, ardeva a poco meno di mezzo metro dalla sua testa.
La bocca piacevolmente calda di Lily produceva decisamente uno strano effetto, mentre scivolava, languida, contro la pelle del suo petto, resa gelida dalla temperatura inclemente di quella notte: increspò impercettibilmente le labbra, nel chiedersi quanto ancora sarebbe sceso quel bacio.
Indiscutibilmente, non gli sarebbe dispiaciuto avere l’onore di guardare Lily Evans dall’alto: per quanto quella loro improbabile relazione stesse progredendo (o degenerando, a seconda dei punti di vista), e per quanto la suddetta relazione potesse coinvolgerlo più del dovuto, la ragazza rimaneva una Mezzosangue.
E, indubbiamente, la posizione nella quale Severus, al momento, agognava di vederla, era l’unica da potersi ritenere adatta a gente della sua risma.
Perciò, fu senza tanti scrupoli che il ragazzo appoggiò il palmo della mano sinistra sul capo dell’altra, esercitando su di esso una leggera pressione verso il basso, in un invito tacito, sebbene quanto mai esplicito.
Lily, prevedibilmente (il Serpeverde, in fondo, aveva già avuto modo di farsi un’idea, sul fatto di non aver a che fare con una ragazza propriamente navigata), sollevò lo sguardo di scatto, le sopracciglia corrugate, mordendosi leggermente il labbro inferiore. Non sembrava ben disposta quanto lui. Prevedibilmente, ribadì Severus a sé stesso, prevedibilmente.
Nessuna delle ragazze con le quali aveva avuto, in precedenza, esperienze simili, si era mostrata, in un primo momento, accondiscendente, ma, alla fine, tutte avevano ceduto.
Lily Evans non avrebbe fatto eccezione: la Mezzosangue faceva eccezione per una cospicua serie di motivi, che cominciavano con quello che era, passavano per James Potter e finivano con i colori della sua maledetta divisa, ma, tra questi, non rientrava l’essere esonerata dal praticare del sacrosanto sesso orale. Senza contare che cominciava a sentire davvero freddo.
Sorrise, celando malamente un’aria sardonica, in direzione dell’altra, per poi prenderle quel delizioso piccolo mento tra le dita, accarezzandole col polpastrello del pollice il labbro inferiore.
Lily Evans aveva delle labbra meravigliose, piene, del medesimo colore delle ciliegie.
E il toccarne l’interno leggermente umido non faceva che aumentare in maniera esponenziale il suo avere in mente un’unica cosa, in quel momento.
Appoggiò la mano destra contro il freddo muro di pietra dietro di sé, inarcando così impercettibilmente la schiena; poi, abbandonando le labbra di Lily, con un gesto rapido, slacciò con la sinistra il primo bottone dei proprio pantaloni.
Lanciò un’ultima occhiata all’espressione titubante dipinta sul volto della ragazza, prima di poggiare nuovamente il capo contro la parete, e chiudere, stavolta completamente, gli occhi.
Seguirono pochi secondi di silenzio, poi, con suo estremo compiacimento, capì che le dita incerte di Lily avevano fatto sì che anche il secondo bottone uscisse dalla rispettiva asola, così come il terzo: incredibile come, nel giro di pochi istanti, quei pantaloni fossero diventati decisamente di troppo.
Non poté trattenere un gemito soddisfatto, quando le labbra dell’altra, quelle deliziose labbra, si strinsero attorno a lui: né avvertì il medesimo calore suggeritogli dai loro baci, solo con un paio di sostanziali differenze per quanto concerneva i risultati.
Allo stesso modo, non poté trattenersi dello sporgere il ventre ancora più avanti rispetto a prima, in una sorta di leggera, involontaria, spinta; Lily sembrò, in quel momento, sul punto di ritrarsi, ma, evidentemente, la sua fermezza era più attendibile di quanto Severus non avrebbe pensato.
Poteva quasi ovviare al fatto che quello non fosse certo il pompino del secolo.
Il ragazzo invocò a mezza voce il nome dell’altra, proprio in sincronia con l’apice del suo appagamento, o per meglio dire, con l’appagamento degli sforzi della Mezzosangue.
Quella, dal canto suo, si allontanò di colpo, portandosi una mano alle labbra, gli occhi sgranati, volti al pavimento, in un’espressione a metà tra lo sgomento e il disgusto, che Severus, decisamente ancora troppo compiaciuto per preoccuparsi dell’altra, osservò con l’aria di chi dava l’idea di considerare la qual cosa decisamente inopportuna.
Si passò rapidamente una mano tra i capelli corvini ed untuosi, per poi sospirare, e, dopo aver velocemente riallacciato i propri pantaloni, piegarsi sulle ginocchia sino a raggiungere la ragazza, accorgendosi, con sua totale sorpresa, che aveva gli occhi lucidi.
“…Lily?”
L’altra non rispose: si limitò a contrarre leggermente le labbra in uno strano sorriso agrodolce, rossa in volto, prima di tendere cautamente una mano al maglione di Severus, quasi avesse paura di avvicinarsi a lui.
Eppure, dopo aver stretto, lentamente, le dita sottili attorno alla lana color fumo, gli si gettò letteralmente addosso, cingendogli il collo con il braccio libero, mentre, il capo contro il suo petto, aveva preso, palesemente, a piangere, seppur cercando di fare il meno rumore possibile.
Severus, lentamente, ricambiò l’abbraccio, iniziando ad accarezzarle le scapole, da sopra la stoffa del suo abito: strinse le labbra, chiedendosi, in tutta franchezza, una sola cosa.
Che cosa diavolo avesse da piagnucolare.
Ma il ragazzo era troppo intelligente per provare anche solo ad ignorare la risposta più sensata al sopraccitato interrogativo. Molto semplicemente, nonché molto probabilmente, Lily Evans aveva cominciato, o forse lo faceva già da parecchio tempo, a tenere seriamente a lui.
Per quanto un interesse simile da parte di una Mezzosangue potesse, anzi, dovesse, essere inopportuno, sconveniente, insopportabile, Severus non poté impedirsi di provare qualcosa, una sorta di morsa allo stomaco, che, spaventosamente, rispondeva fedelmente a quel retorico, astratto concetto che il Serpeverde aveva di “senso di colpa”.

 
 
Eve
(Login Evuccia)

Capitolo Quarto

July 26 2005, 12:38 AM 

Capitolo Quarto
The wait is over


Quelli dei due ragazzi erano sguardi praticamente identici.
Non tanto nel colore delle iridi egualmente cupe, quanto più nell’intensità, nella carica espressiva conferita ai loro occhi da quel medesimo modo di inarcare impercettibilmente le sopracciglia corvine, le indefinite ombre scure sotto la linea, vagamente tendente verso l’alto, della palpebra inferiore. Lo stesso piglio carismatico, altezzoso, indisponente. Quello degli occhi dei Black. E poco importava che gli uni fossero grigi e gli altri corvini.
La ragazza parve illuminarsi, increspando le labbra, mentre, con la punta del dito, andava a sfiorare la superficie dello specchio che l’altro aveva in mano, dinanzi ai loro volti adiacenti.
“Potremo essere tranquillamente presi per fratelli, sai?”
Ad avvalorare l’asserzione della giovane strega, oltre agli sguardi, v’era anche il resto dell’immagine riflessa, in effetti: la pelle chiara, i lineamenti decisi ma aggraziati, gli zigomi sfuggenti, i capelli lisci e corvini, il naso sottile, le labbra piene e ben delineate. Il ragazzo alzò un sopracciglio, poi, né celermente né con lentezza, si portò nuovamente in piedi, allontanandosi dal bordo della vasca da bagno sul quale si era precedentemente appoggiato.
L’altra imbronciò le labbra, sollevando uno schizzo d’acqua pregna di sapone in direzione del mago, senza però arrivare a colpirlo.
“E’ anche per questo che ti frequento, lo sai?” gli disse.
“Perché ti somiglio?”
“Esattamente, Sirius”
Il ragazzo sorrise, uscendo dal piccolo ma lussuoso bagno, per poi tornarvi, dopo pochi minuti, con addosso i propri pantaloni ed un pacchetto di sigarette in mano.
Si appoggiò alla superficie in marmo venato d’azzurro del lavabo, dando la schiena al grande specchio incorniciato in un sottile bordo d’argento finemente inciso. Si portò una sigaretta alle labbra, per poi accenderla, tornando ad osservare Bellatrix, che, dal canto suo, aveva diretto lo sguardo sul paesaggio oltre il vetro leggermente appannato della finestra prossima alla vasca: sul quartiere di Mayfair (laddove la residenza di città dei genitori della ragazza era situata, ovviamente nascosta, alla stregua di Grimmauld Place n°12, agli occhi dei Babbani), aveva preso a cadere, lenta, candida e rarefatta, la neve.
“Fai mai nulla che non sia in funzione di te stessa, Bella?” chiese, senza sforzarsi di nascondere un certo sarcasmo, il ragazzo.
“Chi” fece l’altra, chinando leggermente la testa da un lato, mentre una sottile ciocca di capelli bagnati le ricadeva sul volto eburneo, vagamente arrossato sulle gote a causa della temperatura elevata dell’acqua “ti ha detto di prendere le mie sigarette? I ragazzini non dovrebbero fumare”
Sirius, di tutta risposta, prese un’ulteriore boccata, lasciando poi che il fumo perlaceo fuoriuscisse, lentamente, dalle sue labbra appena dischiuse.
“Non vuoi rispondermi?”
Bellatrix rise sommessamente, mentre, appoggiando entrambi i palmi al bordo della vasca, si alzava in piedi, uscendo dall’acqua. Rimase ferma per qualche secondo, quasi volesse che il ragazzo la rimirasse, prima di afferrare un accappatoio niveo, andando poi a sottrarre la sigaretta dalle labbra dell’altro, appoggiandola, senza che questa si spegnesse, in un piccolo posacenere di cristallo che, evidentemente, proveniva dal salotto.
“Ho fatto l’amore con Rodolphus Lestrange, la sera del ballo… per esempio” disse, sorridendo mordace, Bellatrix.
“Con chi?” chiese Sirius “con quel tizio che si fa tua sorella?”
“Sei geloso?”
“Cosa te lo fa pensare?” fece l’altro, distogliendo lo sguardo.
La ragazza si morse appena il labbro inferiore, senza perdere la sua espressione sicura, vagamente divertita.
“Quella nota di disagio nella tua voce. Invidi Rodolphus?”
Sirius osservò per qualche istante l’altra, prima di acquisire, forse involontariamente, la stessa identica espressione della cugina. Derisoria, allusiva, superba. Il sorriso sprezzante dei Black.
“Ha avuto qualcosa in più di me, Bella? Non mi risulta affatto… e, anche se fosse…” ricalcò con l’indice il labbro superiore della ragazza, sollevandolo appena “… se davvero ci fosse qualcuno che io dovrei invidiare, quello non sarebbe di certo Lestrange…”
“E chi?”
“Tu, Bellatrix. Sono pienamente convinto che il tuo unico obbiettivo sia quello di compiacere la tua incommensurabile vanità.”
“Oh, io ti credo, Sirius, sono certa che lo pensi, proprio perché sei tu. Proprio in funzione del nostro rapporto. Questo non significa che tu non sia nel torto”
“Credo sia il caso che io vada, ora. Tra poco non saremo più soli”
“Domani i miei saranno tutto il giorno nella residenza di campagna”
“E allora? Perché non chiami Rodolphus Lestrange?”
“Perché è rimasto ad Hogwarts per le vacanze di Natale, no?”
Per un attimo, la ragazza pensò che il cugino l’avrebbe baciata, con quella prepotenza e quell’aggressività di cui lei stessa era stata la causa, che lei stessa gli aveva fatto accumulare in quegli ultimi due anni. In tal caso, seppur ben conscia del fatto che suo padre sarebbe tornato dal Ministero a momenti, l’avrebbe lasciato fare: gli avrebbe permesso nuovamente di trascinarla in quell’esperienza per lei così piacevole, che era fare l’amore con se stessi, ovviamente senza un briciolo di quello scomodo, retorico, fantomatico amore.
Bellatrix Black non amava i melodrammi: era perfettamente sicura che avrebbe sorriso, in futuro, ricordando quella loro incestuosa relazione, che non avrebbe mai rimpianto nulla, che non l’avrebbe mai ricordato con nostalgia. Che quel suo cuginetto Grifondoro, quell’individuo senza infamia né lode, avrebbe potuto scomparire senza preavviso dalla sua vita, e lei, dal canto suo, non se ne sarebbe neppure accorta.
Di questo, Bellatrix, era convinta, quel pomeriggio di Dicembre dei suoi diciassette anni, nel quale, infine, non solo Sirius non l’aveva più baciata, ma aveva persino finito per andarsene, lasciandola sola. La ragazza si portò alle labbra la sigaretta dell’altro, ancora accesa, mentre sentiva il portone chiudersi. Checché lei si stesse augurando in quel momento, l’avrebbe rivisto.
Si sarebbero vicendevolmente tormentati, in quella maniera agrodolce, finché, all’interno del gioco, non sarebbero entrati, per cause di forza maggiore, elementi sui quali non avrebbero potuto esercitare alcun controllo.

C’erano cose per cui valeva la pena di combattere.
Ma il loro legame non rientrava tra queste.

***

“Ho fatto l’amore con Bellatrix” disse, improvvisamente, Rodolphus.
“Anche tu?” Rispose Lucius, pigramente.
L’altro corrugò le sopracciglia, per poi distogliere nervosamente lo sguardo dal punto in cui, precedentemente, l’aveva posato: leggasi il retro della Gazzetta del Profeta, precisamente laddove, oltre quei sottili fogli di pergamena, avrebbe dovuto esserci il volto dell’amico.
Amico che, in quel momento, aveva ben altro per la testa, rispetto al letto di Bellatrix Black e a chi usava frequentarlo. Avrebbe potuto argomentare una catilinaria sul perché sarebbe stato preferibile che Rodolphus smettesse di pensare a quella, per quanto, ne era certo, piacevole esperienza, come il più sensazionale punto di svolta della sua intera vita; avrebbe potuto semplicemente sorridere e complimentarsi, ma, al momento, Lucius Malfoy stava leggendo.
Stava leggendo la Gazzetta del Profeta, tenendo però sottomano la lettera che Rabastan aveva spedito a Bellatrix stessa solo pochi giorni prima, che recava, oltre ai consueti nostalgici convenevoli rivolti alla vecchia amica, anche consistenti novità sull’uomo, che, in quel periodo, era sulla bocca di tutti coloro che adottavano, quale fonte d’informazione, qualcosa di più della Gazzetta del Profeta.
Eppure, anche su quel moderato, filogovernativo, grossolano quotidiano, un lettore arguto, nonché consapevole di quanto intendeva essere informato, trovava il modo di carpire, tra le righe, qualche interessante voce. Come il trend negativo dell’interesse nei confronti dei Babbani, anzi, una sorta di recente nuova diffusione di annosi preconcetti.
Come la graduale perdita di potere dei moderati, che, da anni, governavano, tramite Ministri-fantoccio da loro stessi scelti, l’Inghilterra Magica, e che, d’un tratto, non parevano più adatti per supportare il paese, andando verso la crisi economica che minacciava di farsi sempre più vicina.
Come la nascita, velata, nascosta, ma da tutti percepita, di una sorta di massoneria, che, dalle viscere della nazione, e, al tempo stesso, dai piani alti del Ministero, dai palazzi della Londra Magica bene, si stava muovendo. Lentamente, tenendo sotto controllo ogni possibile conseguenza troppo fragorosa, che sarebbe potuta costar loro caro.
Di loro non si avvertiva che una confusa traccia, alla luce del sole, nelle prime pagine dei giornali, ma, quella stessa confusa traccia, era sufficientemente satura, per Lucius Malfoy, di quello che lui avrebbe definito l’odore del potere. E proprio il potere era l’unica cosa in grado di farsi agognare dal ragazzo, che, per nascita, per diritto, possedeva già tutto.
Chiuse la Gazzetta del Profeta, facendone frusciare leggermente le pagine, andando a sorridere mordace in direzione di Rodolphus, che, dal canto suo, lo guardava incuriosito, non dimentico del suo precedente intento di parlare di Bellatrix, ma rassegnato al fatto che, al momento, l’altro sembrava avere ben diversi pensieri in testa.
“Hai intenzione di rendermi partecipe di ciò che tanto ti interessa, Lucius?” chiese, alzando un sopracciglio.
“Credo di aver trovato un modo di tenerci occupati per un bel pezzo. E di vivere come vincenti per il resto della nostra esistenza”
“Viviamo già come vincenti, non credi?”
“La perfezione ha l’incommensurabile pregio di non esistere, Rodolphus. Non c’è limite a quanto in alto possiamo arrivare”
In fin dei conti, l’ambizione, nella sua più smodata accezione, era ciò che caratterizzava, almeno in teoria, gli studenti Serpeverde: eppure, Rodolphus, al cospetto di quel bagliore negli occhi chiari di Lucius, non poteva evitare di sentirsi a disagio, come se quanto, ne era certo, stava per avvenire, per coinvolgerlo, non facesse parte del suo mondo.
Avrebbe preferito straniarsi dai giochi di potere: proprio perché tra questi era nato, era cresciuto, proprio perché sapeva cosa significava parteciparvi, e non era una strada per lui, così disinteressato, quasi apatico, nei confronti di tutto ciò che andava poco oltre la soglia del suo naso.
Proprio perché era un Purosangue, proprio perché non aveva mai sentito la necessità di farsi domande, proprio perché non sentiva minacciata la sua condizione, né aveva la consapevolezza di quanto ciò avrebbe potuto comportare.
Non riusciva a spiegarsi come Lucius potesse infuocarsi in quella maniera, ma tra i due, in effetti, esisteva una considerevole differenza, costituita, dall’eccesso nell’uno, quanto nella mancanza nell’altro, della lungimiranza.

***

Silente, fissava, con un’espressione indecifrabile, l’insegnante di pozioni seduto di fronte a lui, oltre la scrivania ingombra d’oggetti. Il racconto di Snape non l’aveva certo colto impreparato, aveva saputo prima di lui della cattura di Lestrange, ma aveva trovato particolarmente interessante la reazione di Bellatrix, colei che, ormai trent’anni prima, aveva conosciuto come la più grande delle sorelle Black, la prima a mettere piede ad Hogwarts, la prima a distinguersi per il suo inquieto quanto catalizzante carisma.
Ricordava ancora il cipiglio altero della ragazzina che il Cappello Parlante aveva assegnato senza remore a Serpeverde. Sapeva quanto lei avrebbe dato per la liberazione del marito, così come sapeva quanto avrebbe dato per la causa di Voldemort.
E sapeva, ed era questo che per l’anziano preside aveva valore, quanto Bellatrix sarebbe arrivata a mettere in gioco nel caso le due cose si fossero sovrapposte. Concentrò lo sguardo ceruleo sul volto, evintemene stanco, di Severus Snape, di quell’uomo che, ormai da anni, era uno dei suoi principali alleati nella lotta contro Voldemort.
Uno dei suoi principali sottoposti, all’interno della gerarchia dell’Ordine della Fenice: era entrato in quell’organizzazione affidandosi completamente a Silente stesso, mettendo la sua vita, la sua possibilità di redenzione, nelle sue mani, e, da allora, ben poco era cambiato.
Sapeva perfettamente che Snape era, per indole, portato al tradimento, ma non avrebbe potuto indicare un soggetto migliore in cui riporre la sua fiducia. Era schiacciato dai suoi vecchi peccati, da un senso di colpa che era ormai divenuto suo radicato compagno, dal peso della morte sulla coscienza.
“Dimmi, Severus…” cominciò Silente, appoggiando i gomiti, coperti dalle ampie maniche di velluto di una tunica color ametista, sulla scrivania, sporgendosi leggermente verso il suo interlocutore “a tuo avviso, qual è il DeathEater di cui Voldemort necessita maggiormente, eccezion fatta, anche se per cause ben diverse, per Pettingrew e Malfoy?”
“Bellatrix Lestrange” rispose l’altro, senza indugi.
“Vale quanto suo marito?”
“Considerando…” stavolta, il tono di Snape si era fatto più insicuro, dato che, certamente, l’uomo si era fatto conscio di quanto Silente stava per suggerirgli “che, beh… Rodolphus Lestrange non è, dopo Azkaban, propriamente nelle condizioni di servire infallibilmente il suo padrone, beh… si, Bellatrix vale ben più di lui”
L’altro rimase in silenzio per qualche secondo, per poi increspare impercettibilmente le labbra sottili, coperte dalla lunga barba.
“Saresti disposto ad andare in Bulgaria?”

Severus deglutì a vuoto involontariamente, quasi come se, nell’udire quella domanda, qualcosa, dentro di lui, all’altezza dello costato, avesse cominciato a bruciare. Corrugò le sopracciglia corvine, per poi annuire, e, senza proferire parola, abbassare lo sguardo: non poté fare a meno di chiedersi se Silente ricordasse quando, prima di quel giorno, gli aveva posto lo stesso identico quesito.
Vuoi andare in Bulgaria?
Ricordava le mura di Durmstrang, le sue torri massicce, scure, stagliarsi contro un cielo plumbeo, greve, mentre cominciava a cadere la pioggia, e la terra, sotto le suole, principiava a farsi fangosa.
Ricordava gli sguardi astiosi degli studenti, che lo fissavano indagatori mentre attraversava l’atrio, quasi avesse avuto scritto straniero in fronte: ricordava come avevano preso, già dal primo giorno di lezione, a confabulare alle sue spalle in quella lingua che capiva a stento. E, allo stesso modo, ricordava la voce argentea di una certa ragazza, che, in un inglese stentato, gli aveva rivolto la parola.
Si alzò, appoggiandosi ad uno dei braccioli, dalla seggiola in legno sul quale era seduto.
“Preferirei ritirarmi, ora…”
“Immagino tu abbia capito quanto intendevo dirti”
“Certo” rispose il mago, laconico.
“E allora, perché mai vuoi andartene? Ho solo un abbozzo d’idea, ma preferirei parlartene”
“Perché” riprese Severus, scuotendo leggermente il capo “con tutto il rispetto, preside, ora come ora non sono nelle condizioni di ascoltare le sue indicazioni su come tradire Bellatrix”
Silente gli riservò un’occhiata truce, di quelle che raramente potevano vedersi dipinte sul suo volto bonario.
“Catturare Bellatrix Lestrange” si corresse l’altro, rapidamente, per poi uscire dalla stanza, percorrendo a ritroso la stretta scala a chiocciola che l’aveva condotto in presidenza.
Bulgaria.
Osservava i corridoi deserti di Hogwarts, la loro pietra illuminata dalle fiamme dorate, così come aveva fatto decenni prima, ogni qual volta, durante la notte, non si trovava lì dove avrebbe dovuto essere, nel suo dormitorio. Non era la prima volta che aveva l’occasione di farlo con la consapevolezza di dover lasciare quel castello a lui, tutto sommato, caro, senza la certezza di potervi tornare a breve, senza la certezza di che cosa lo aspettava nei giorni a venire.
La pietra sarebbe rimasta immutata nei secoli, così come le fiamme. Sarebbero cambiati i volti di coloro che vi abitavano, però: il loro modo, spesso inconsapevole, di guardare quella che era la loro casa.
Si avvicinò ad una delle finestre, poggiando il palmo della mano destra contro il freddo vetro: s’affacciava sul cortile, sul sottile sentiero di ciottoli che portava sino al campo da Quidditch.
Schiuse leggermente le labbra: fu come se i suoi occhi non riconoscessero più il buio di quella notte autunnale, ma bensì, dinanzi a lui, si parasse un cielo ingombro di voluminose nuvole lattiginose, che coprivano uno scarlatto sole che andava calando, tingendo quel nascente crepuscolo di tinte calde, in una volta aspersa di cremisi, arancio e rosa.
Fu come se il sentiero non fosse più vuoto, ma, nelle immediate vicinanze di questo, sull’erba, si stagliasse la figura allampanata di un giovane dai capelli corvini, che, le braccia incrociate al petto, aveva lo sguardo volto in direzione di una coetanea, che, seduta sotto un albero, leggeva, apparentemente inconsapevole della presenza dell’altro.
L’anno era il 1974, e quello era un tramonto di maggio.
Lui era Severus, lei era Lily, avevano diciassette anni.

***

L’ipotesi che il cielo potesse crollare da un momento all’altro, non gli pareva poi così improbabile.
Quelle nuvole gli si figuravano come una coltre solida, che levitava, incerta, sopra la sua testa.
Incrociò le braccia al petto, chinando leggermente il capo da un lato: sotto quelle medesime nuvole, a pochi metri da lui, v’era niente meno che Lily Evans. Aveva raccolto i ciuffi di capelli rossi dietro la testa, e solo uno, sfuggito a quella semplice acconciatura, andava a ricaderle sugli occhi, posati, per quel che poteva vedere, su una qualche lettura.
Erano mesi, per quanto potesse sembrare improbabile persino a lui stesso, che lui e la ragazza non si rivolgevano la parola: erano tornati ai loro originari, taciti sguardi, certo, molto più espliciti di tanti discorsi, ma che non sarebbero riusciti a far progredire d’un passo la loro, se così poteva chiamarsi, relazione.
E non che a Severus dispiacesse, non costantemente, per lo meno: vi erano giorni, momenti, per meglio dire, in cui il ragazzo non si curava minimamente dello stato d’attesa in cui pareva trovarsi Lily; altri, invece, durante i quali non poteva far altro che chiedersi dove fosse rivolto, in quell’istante, lo sguardo smeraldino della strega, sperando, invero, di essere proprio lui l’oggetto di tali attenzioni. Erano soprattutto occasioni come quella, quando Lily pareva vivere incurante dell’esistenza di Severus, in cui provava l’impulso di avvicinarsi nuovamente, sorriderle, baciarla.
Come se nulla fosse successo, come se il tempo non fosse trascorso, come se fosse stata la prima volta.
Forse per il gusto stesso di rompere la quiete, di ridar vita a quella munifica tempesta.
Gli allenamenti di Lucius, che in quel momento si stava recando ad assistere, avrebbero potuto aspettare.
Si avvicinò all’altra, che alzò la testa di scatto: in un primo momento, parvero volersi studiare a vicenda, quasi ad ambire di cogliere una qualche differenza rispetto ai due ragazzi che avevano passato assieme la notte del ballo di Natale, il dicembre passato.
Fu Lily la prima a sorridere, scuotendo impercettibilmente il capo, come se volesse scacciare un pensiero. Fu lui, invece, il primo a parlare, con un espediente qualsiasi.
Accennò al giornale, che la ragazza non si era curata di chiudere, con un cenno distratto del capo.
“Leggi la Gazzetta del Profeta?”
“Tu no?”
“E’ filogovernativo” rispose Severus, stringendosi nelle spalle “mi disgusta. Non posso ritenere valido un servizio informativo che fa passare gli articoli dal Ministero, prima di mandarli in stampa”
“E cos’avrebbe che non va, questo governo? E’ dal 1952 che abbiamo Ministri moderati… un motivo ci sarà”
L’altro alzò un sopracciglio, evidentemente interdetto: quell’abbiamo, decisamente, non l’aveva gradito per nulla. Davvero Lily pensava di far parte per diritto della comunità magica?
Davvero non si rendeva conto di come quel sangue sporco che le scorreva nelle vene le rendesse impossibile il potersi anche solo accostare al concetto di comunità magica?
Il ragazzo non poteva certo negare che, sulla carta, così come, in fondo, nel concreto, l’altra fosse una strega a tutti gli effetti, ma non riusciva proprio ad accettare che i Mezzosangue come lei si sentissero legittimati a sentirsi parte di tale collettività.
Era stato fatto loro un dono, sicuro, ma come potessero non sentirsi estranei a quel mondo nel quale erano stati inseriti all’età di undici anni, beh, questo non riusciva a comprenderlo.
“Appunto. Sarebbe il momento giusto per una svolta: hanno perso tanto di quel tempo in piccolezze che hanno finito per trascurare i veri problemi dell’Inghilterra Magica.
La crisi economica, per esempio, di cui immagino tu non sappia nulla…”
“Piccolezze… tipo?” fece l’altra, vagamente irritata.
Severus strinse gli occhi corvini a due fessure, per poi sorridere impercettibilmente, e, dopo aver ponderato la replica più adatta, rispose.
“Lo statuto per i diritti dei non-Purosangue, per esempio. 1954”
La ragazza sgranò gli occhi, portandosi in piedi di scatto.
“E’ ingiusto, secondo te, tutelare le minoranze?!”
“Non ho parlato di ingiustizie, ho parlato di una perdita di tempo, che, tra l’altro, ha comportato ulteriori perdite di tempo, nella sua messa in pratica. Non fosse stato per quel pezzo di carta straccia –precisamente per l’articolo 5, comma 4: ogni individuo ha diritto ad un’istruzione completa-, gente come Lupin non avrebbe mai messo piede in questa scuola. Neanche Silente avrebbe mosso un dito”
Si morse istintivamente il labbro inferiore, nel rendersi conto di aver detto una parola di troppo: ricordava ancora vividamente la spiacevole esperienza al Platano Picchiatore di pochi mesi prima, così come ricordava la promessa che aveva, a suo malgrado fatto a Potter.
La ragazza non sembrò particolarmente turbata, ad ogni modo, segno che, evidentemente, non aveva capito a cosa stava riferendosi, e perché sarebbe stato così complesso ammettere uno come Lupin ad Hogwarts, e non certo per la sua parte di sangue Babbano.
“E allora, secondo te, neppure io dovrei studiare?”
Severus fece spallucce.
“Non ho detto” rispose, quasi scandendo le prime parole “che per me tu non dovresti studiare, e così quelli come te. Anzi, ad essere del tutto onesto, la cosa mi rimane del tutto indifferente.
Mi dà semplicemente sui nervi la perdita di tempo che comporta questa sorta di campagna a favore dei Mezzo… dei non Purosangue, quando potremo benissimo farne tutti a meno”

Per un istante, ebbe come l’impressione che Lily se ne sarebbe andata, che avrebbe definitivamente messo la parola fine a quell’inopportuna relazione, che il cielo sarebbe rimasto apaticamente fermo e stabile sopra di loro. Invece, il cielo decise di crollare.
La pioggia cominciò a picchiettare, dapprima rada, andando poi ad infittirsi: rivoli d’acqua sui capelli rossi della ragazza, sulla sua pelle costellata di efelidi, sulle sue labbra schiuse.
Severus le sfiorò una gota bagnata, lasciò che lei intrecciasse le proprie dita alle sue. Avvertiva le gocce d’acqua insinuarsi tra loro mani giunte.
All’improvviso, sentì di volerle bene. Sentì vivo il desiderio di averla per sé, di ascoltare quanto avrebbe avuto da dirgli, di rimanere a guardare il suo bel volto sotto la pioggia per il resto dei loro giorni.
E, per la prima volta da che la conosceva, provò la brama, nitida ed innegabile, di fare l’amore con lei. Assicurandole che non c’era bisogno di un motivo razionale per stare assieme. Convincendo un po’ anche se stesso.
“Rientriamo?”
Lily annuì, e, senza abbandonare la mano del ragazzo, si lasciò guidare lungo il sentiero che conduceva al castello. Il tramonto stava divenendo notte.
Stazionarono per qualche secondo nell’ingresso, osservando il disco solare scomparire definitivamente dietro le colline che circondavano il lago: forse non vedendolo concretamente, forse solo nella volontà di posare lo sguardo su un punto a caso dell’orizzonte, e concentrarsi, senza necessitare della vista reciproca, su quella stretta che non sembrava volersi sciogliere.
“Forse fai ancora in tempo a raggiungere gli altri in Sala Grande, dovrebbero aver appena cominciato a cenare…” fece Severus, fissando la ragazza con la coda dell’occhio.
“Non posso andarci così…” Lily s’interruppe di colpo, per poi deglutire a vuoto, senza ricambiare lo sguardo del ragazzo “…non voglio andarci”
L’altro si chinò lentamente su di lei, e, un vago sorriso dipinto sulle labbra, la baciò.

Lily non aveva riso, quella volta, quando il Serpeverde le aveva nuovamente proposto di accompagnarla al suo dormitorio. Severus era più che convinto che, anzi, lei stessa gli avrebbe proposto di rimanere, non fosse stato per un uscio trovato schiuso, a metà strada.
Si erano introdotti nell’aula di divinazione senza fare rumore, mentre nell’aria danzava ancora, nonostante la finestra fosse aperta, una nota d’odore dolciastro, traccia degli incensi che erano stati bruciati durante la giornata. Nel medesimo silenzio si erano stesi sopra i cuscini decorati d’arabeschi, avevano fissato reciprocamente i propri volti, tra il vago rossore dell’una e la consueta espressione intraducibile dell’altro.
Lei sembrava quasi rassicurata da quelle sopracciglia lievemente corrugate, dalle labbra serrate del ragazzo, così, come quelle fattezze le venivano in mente se pensava a Severus.
Si baciarono nuovamente, nell’impercettibile rumore delle loro labbra che si schiudevano e serravano le une sulle altre. E in quello del frusciare di stoffe l’una contro l’altra, del loro sommesso frusciare contro la pelle. Severus si fermò a fissare Lily, stesa sotto di lui, i capelli rossi sparsi a raggiera sulla seta scura che foderava uno dei cuscini.
Allora i sentimenti gli parvero d’un tratto tangibili, percepibili, come potevano esserlo la morbidezza delle gote della ragazza o la brezza che penetrava dall’uscio della finestra che non si erano curati di chiudere.
Poteva vederla, per esempio, quella gioia che aleggiava appena sopra il volto di lei, una nube frangibile, soffice, di uno strano colore melangiato. O la propria ansia, la propria impazienza, il loro odore acro e pungente. La musica suadente quanto cupa dell’idea stessa di peccare.
Entrare in lei, sentire quel corpo combattergli contro, e poi accoglierlo, non senza un incerto gemito di dolore, fu, per Severus, come dar libero sfogo ad ogni senso, e immergersi in ogni singola sensazione.
C’erano solo lui, Lily ed i loro respiri.
Quel suono di baci e stoffe e corpi.
Si sentì inaspettatamente vivo: spaventato e al tempo stesso felice. Come una pianta cresciuta al buio che, all’improvviso, vede la luce.

 
 
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