Sapete quando una canzone vi ammazza, e non potete far altro che scriverci su una puttanata angsty -quando con l'agsty proprio non ci sapete fare, tra l'altro?
Ecco, a grandi linee, la genesi di "The werewolf song", ispirata all'omonima canzone di Cat Power. Ta-daaan, divertitevi (?!).
PS. Il Remus con cui avrete a che fare è un tantino OOC. O meglio, è un pò OCC la sua reazione a quel che gli succede. Giudicate voi.
Nella fic si trovano anche le tracce di un'altra canzone "Venus in furs", dei Velvet Underground. Chi conosce il testo del suddetto brano potrebbe farsi venire in testa strane idee (e chiedersi se per caso Eve sia impazzita tutta d'un tratto*_*'), ma in realtà non c'è alcun collegamento tra le umh... tematiche, nonostante "The werewolf song" sia una NC17^_^
Chu chu.
The werewolf song
Il giorno più brutto della sua vita. Lo ricorda come se fosse stato ieri, come se fosse ancora lì, in quel momento, dinanzi a lui. Il cadavere, ovviamente.
Il cadavere dalla pelle luminescente nella penombra, ed ogni dettaglio.
Il mazzo di chiavi argentee che fuoriusciva dalla tasca del paltò grigio gettato a terra, il laccio per capelli in raso. Le gocce di sangue, a formare un metaforico ponte tra il letto su cui era steso e una macchia vermiglio, che andava raggrumandosi piano.
E invece lui non è più lì, non è lì da anni, non c’è più stato.
Si chiede se qualcuno ha mai ricollegato la ragazza all’uomo entrato nel motel assieme a lei, su qualcuno si fosse mai chiesto chi era, quell'uomo.
Si chiede se qualcuno ha mai pensato che la ragazza potesse esser stata davvero uccisa da un mostro, come avevano scritto su alcune testate ben poco credibili, versioni Babbane del Cavillo. Si chiede tante cose, e conosce già altrettante risposte.
Nessuno avrebbe mai fatto congetture esatte, nessuno aveva mai fatto congetture, nessuno ricorda né ricordava né mai ricorderà quella ragazza.
Erano stati solo due fantasmi in una stanza, e che ne fosse uscito solo uno, era questione di ben poco conto. Una pagina di cronaca nera di un giorno qualsiasi, tra le tante pagine di cronaca nera di quel disgraziato anno bisestile, vissuto mentre la sua giovinezza andava deflagrando. Parevano passati secoli.
Nessuno ricordava, ricorda, né mai ricorderà Elizabeth.
Oh the werewolf, oh the werewolf
Comes a steppin’ along
He don’t even break the branches
Where he’s been gone
Quanti anni aveva? Da quanti militava nell’Ordine della Fenice?
Quanti anni mancavano al giorno in cui un pozionista di Dublino avvertisse Dumbledore d’aver trovato il modo di sfruttare le proprietà dell’argento, creando un infuso in grado di mettere un freno agli istinti dei mannari?
Lo rammenterebbe, se solo ci pensasse, ma non è fondamentale.
Camminava nelle vicinanze di pub babbano di periferia, un sordido, anonimo angolo di Londra nel quale era finito del tutto casualmente, dopo essersi allontanato dalla sede dell’Ordine.
Era primo pomeriggio, e, d’un tratto, il cielo, in un rapido addensarsi di cirri lattiginosi, coprendo la volta grigiastra, s’era fatto plumbeo, ed aveva preso a piovere.
Remus, in un primo momento, si era limitò a fermarsi, con le mani infreddolite affondate nelle tasche del cappotto, osservando le prime, pesanti gocce picchiettare sulla superficie mobile ed opaca del Tamigi.
Poi aveva scosso la testa debolmente, e s’era messo a cercare un riparo, trovandolo, dopo pochi minuti, nel pub di cui sopra.
Era un locale al limite della decorosità, come se ne trovano parecchi: uno di quei posti che in tanti frequentavano abitualmente, ma dove nessun avventore avrebbe saputo riconoscerne un altro, tutti troppo intenti nella distratta contemplazione del piccolo schermo televisivo -dal quale un qualche presentatore sorrideva alla sua ipotetica platea o un nugolo di giocatori, piccoli puntini in calzoncini e maglie colorate, rincorrevano il pallone su un prato smeraldino- del contenuto del loro bicchiere, o, più semplicemente, presi dai loro pensieri.
Ed anche Remus, la cui entrata era passata in sordina, pensava. Pensava a quel che era successo, quella stessa mattina.
"Com’è andata?" aveva chiesto a Sirius, l’ansia ad incrinargli la voce. Un’escoriazione rossastra deturpava lo zigomo sinistro dell’altro, che, quasi non l’avesse sentito, aveva chiuso la porta d’entrata dell’Ordine alle proprie spalle. Lasciò cadere a terra il pesante mantello nero, rivelando una scura macchia di sangue sulla casacca.
"Sei ferito?" gli chiese Kingsley, appoggiandogli una mano sulla spalla.
Remus notò subito che la giubba dell’amico non era strappata. In un primo momento si era sentito sollevato, poi si portò una mano alla fronte, voltandosi e chinando il capo, improvvisamente conscio di cosa lo stato di Sirius, il suo sguardo frustrato, e nondimeno, il suo silenzio, stessero a significare.
"Sei ferito, allora?" ripeté Kingsley.
"No" rispose Sirius, bruscamente "il sangue non è mio. E’… di un Mangiamorte e… di Fabian"
"E dove sono i Prewett?!" chiese, alzando la voce, un terzo membro dell’Ordine. Un piccolo capannello era andato radunandosi attorno al giovane mago, l’unico ad essere rientrato da quello che doveva essere il semplice, consueto giro di ricognizione notturno.
Erano usciti in tre, la sera prima: Sirius e i fratelli Prewett.
"Non… non ce l’hanno fatta. Verso le tre di notte ci hanno colti di sorpresa, e... dapprima siamo riusciti ad avere la meglio, ma poi ne sono arrivati altri, e... cazzo, qualcuno deve averli avvertiti!" il suo respiro si era fatto pesante.
Remus deglutì a vuoto "e i corpi...?" chiese, a mezza voce. Sirius sgranò gli occhi chiari.
"Ho girato tutta la zona dopo l'esplosione, c'era solo un sacco di sangue, un sacco di fottutissimo sangue, e di Fabian sono riuscito a trovare unicamente un..." si accasciò contro la porta, portandosi entrambe le mani al volto. Poi si lasciò scivolare sino a terra, appoggiando i gomiti sulle ginocchia piegate "c'era solo il suo braccio..."
Sulla stanza calò il silenzio. Dopo qualche secondo, Molly cominciò a piangere.
Remus alzò gli occhi dalla superficie del tavolo, che aveva preso a fissare dopo essersi seduto, senza vederla sul serio: una giovane cameriera lo aveva riportato alla realtà, chiedendogli cosa volesse bere.
"Una birra" rispose lui, laconico. La ragazza si voltò, segnando l'ordinazione su un taccuino mentre camminava lentamente verso il bancone, decorato dallo stendardo di una qualche squadra di calcio.
Così come poco prima aveva fatto col tavolo, il mago prese a fissare la superficie del bicchiere, per metà oscurata dall'ombra gettata da un attaccapanni, per metà illuminata dalla luce, calda e vagamente aranciata, della lampada.
Si udì un tuono. Il flebile rantolo che rimaneva di un boato, che, da qualche parte, aveva accompagnato la caduta del fulmine.
Era da tanto che non vedeva una tempesta, una di quelle che lo spaventavano quando era bambino.
D'altro canto, con metaforiche tempeste, aveva a che fare ogni santo giorno, da qualche anno a quella parte. Nonché ad ogni luna piena, da che avesse ricordo.
Tornò col pensiero a quella stessa mattina. I Prewett erano morti perché qualcuno aveva parlato, perché qualcuno aveva venduto ai Mangiamorte informazioni relative all'incantesimo che, altrimenti, avrebbe dovuto proteggere loro e Sirius.
I Prewett erano morti perché qualcuno aveva avuto paura, forse. Si diceva, d'altronde, che la guerra fosse agli sgoccioli.
Si diceva che né l'Ordine né i regolari Auror del Ministero avrebbero potuto far nulla contro Lord Voldemort, che fosse lui il capo effettivo del paese, che Crouch stesse facendo più danni che altro.
E quel che avviliva Remus, era il fatto che egli stesso fosse perfettamente consapevole della veridicità di tali illazioni.
Crouch era il pugno di ferro del Ministero. Crouch era il braccio armato della giustizia. Crouch, a ben vedere, era la mente idiota della lotta al regime di terrore di Lord Voldemort. I suoi processi sommari, le sue rappresaglie, i suoi arresti ingiustificati, molto probabilmente facevano sbellicare dalle risate i suoi avversari, oltre a ripercuotersi sui successi dell'Ordine, annichilendoli, facendo scendere il morale di coloro che combattevano, e della popolazione stessa.
Facendo ricadere, com'era prevedibile, la vendetta dei Mangiamorte su quelli che avrebbero potuto davvero crear loro dei problemi, sugli unici che riuscivano ad arginare l'ascesa al potere del loro signore. Ossia loro, i membri dell'Ordine. Lui stesso.
Ecco, a grandi linee, ciò a cui Remus pensava mentre lei stava per fare la propria repentina comparsa nella sua vita.
You can hear his long holler from away ’cross the moor
That’s the holler of a werewolf when he’s feelin’ poor
He goes out in the evenin’ when the bats ’re on the wing
An’ he’s killed some young maiden before the birds sing
Il mago mandò giù un sorso di birra (servita troppo fredda, per una giornata come quella), poi venne distratto dal rapido aprirsi e chiudersi della porta del locale. Non notò subito la nuova arrivata, non fu un'apparizione folgorante, quella della bionda che, ondeggiando sui suoi tacchi alti, andava a sedersi su uno degli sgabelli posti dinanzi al bancone.
Remus riprese a fissare la birra, come se nulla fosse. Avrebbe dovuto chiedere un tè caldo. Ne bevve un secondo sorso.
Poi alzò nuovamente il capo, ed il suo sguardo cadde proprio sulla ragazza. La pelliccia -indubbiamente finta, che in origine doveva essere stata bianca, ma che ora aveva assunto uno strano colorito beigiastro, nonché un'altrettanto strana consistenza lanuginosa- gocciolava leggermente dalle estremità, e le scopriva le ginocchia serrate, nude e pallide. Lei pareva stringersi quanto più poteva a quel dozzinale e vistoso soprabito, le braccia incrociate, il busto leggermente proteso in avanti. Le dita sottili non si sarebbero potute distinguere dalla pelliccia -non dalla distanza alla quale si trovava Remus, per lo meno-, tanto era chiara la sua pelle, non fosse stato per le tonde unghie laccate di rosso.
L'uomo seduto vicino alla ragazza borbottò qualcosa a proposito del risultato della partita che stavano trasmettendo in televisione, poi si voltò a guardare il profilo della nuova venuta, distrattamente, senza che questa desse l'impressione di essersene accorta. Senza che questa, molto probabilmente, se ne fosse accorta.
La fissava con una certa minacciosa ed insoddisfatta voglia: quelle pulsioni che da tutto son mosse fuorché dall'attrazione, che, il più delle volte, diventano delle mere valvole di sfogo. Desideri che annichiliscono ciò che vien anelato. Desideri distorti che tutte le persone arrivano a tastare, nei momenti più bassi della loro vita.
Lei, dal canto suo, contemplava la punta dei propri lucidi stivali neri, quasi a non voler considerare quanto aveva attorno.
Remus si ritrovò a pensare che non c'entrava nulla, effettivamente, con quanto aveva attorno, con quanto entrambi avevano attorno. Non c'entrava nulla con quel pub, nonostante fosse decisamente dimessa, alla stregua di tale ambiente.
Aveva, a ben vedere, l'aria di chi poco ha a che spartire con mondo intero. L'aria di quelle persone che passano la vita a fuggire, vagando alla ricerca di qualcosa di meglio, e che, necessariamente, nulla finiscono per trovare.
Anche Lavinia trasmetteva un sentore del genere. Forse per via del suo sguardo inquieto, costantemente proiettato verso il futuro, come se quel che stava vivendo non le bastasse, come se sperasse sempre in qualcosa di meglio. Come se si aspettasse qualcosa di meglio.
Oh, Lavinia. Si era dimenticato della sua esistenza, o, per meglio dire, non aveva minimamente pensato a lei, nelle ultime ore.
Forse avrebbe dovuto tornare all'Ordine. Forse avrebbe dovuto tranquillizzarla, dato che in quel momento era certamente impegnata a piagnucolare da qualche parte, o, peggio, a cercare di consolare Sirius, ottenendo con ogni probabilità l'effetto contrario.
Non che avesse una bassa opinione di lei: rimaneva pur sempre la sua compagna -per quale incomprensibile motivo fosse arrivata a diventarlo, Remus non avrebbe saputo dirlo. Ma Lavinia era una ragazzina, e come tale si comportava.
Nel frattempo, il tizio seduto al bancone e la bionda in pelliccia avevano preso a chiacchierare.
Remus non impiegò molto a notare la tozza mano di lui appoggiata sul ginocchio dell'altra: la sua pelle cinerea e vissuta spiccava in una strana maniera, sovrapposta a quella lattea della ragazza. Lei parve domandargli qualcosa, al che lui la fissò per qualche secondo, per poi sollevare le spalle e rispondere negativamente, a giudicare dal labiale. Fece per riprendere la conversazione.
Lei si scostò quel tozzo palmo di dosso, e, dopo essersi guardata brevemente intorno, prese il suo bicchiere e scese dallo sgabello.
"Puttana" disse l'uomo. La ragazza lo ignorò, e, a passo veloce, si diresse verso il tavolo di Remus.
Fu allora che entrò nella sua vita. E, malgrado la sua effettiva breve permanenza, non ne sarebbe più uscita.
"Posso sedermi?" chiese, mentre già stava scostando la sedia e prendendo posto.
Il giovane mago annuì, sollevando le sopracciglia.
"Perché quella faccia triste...?" incominciò lei. C'era un che di mellifluo nella sua vocetta chiara, non esageratamente acuta, ma marcatamente femminile e cristallina: pareva volesse smussare le parole, renderle più vellutate, più seducenti, modellandole con le sue labbra rosee.
"Nulla di particolare" aveva risposto lui. Nulla di particolare, è solo che sono in guerra, e sono un soldato, e stanotte due dei miei migliori amici sono scomparsi nel nulla, nel senso che di loro non è rimasto proprio nulla, se non una pioggia di sangue e budella. Oh, e un braccio.
Nulla di particolare, è solo che sono in guerra, e questa guerra noi la perderemo. E chissà che non ci andrete di mezzo voi babbani, allora, avrebbe voluto aggiungere.
Logicamente non lo fece, e prese a giocherellare distrattamente col bicchiere vuoto.
***
For the werewolf, for the werewolf
Have sympathy
’cause the werewolf he is someone
Just like you an’ me
Il suo nome era Elizabeth. Aveva aggiunto, presentandosi, anche un cognome pacchiano, allusivo, come il nome d'arte, palesemente fittizio, di una qualche attricetta.
"Elizabeth?" le aveva chiesto Remus "Come la regina?"
"Come la regina vergine, sì" rispose lei, ridendo sommessamente.
"E dimmi, Elizabeth, che ci fai al mio tavolo?"
"Hai un viso che... non so, mi sembravi tranquillo" disse lei, accendendosi una sigaretta "oh, senza tanti giri di parole. Il tizio al bancone" indicò dietro di sé, senza voltarsi, con un cenno della mano: le lucide unghie smaltate scintillarono, per un momento, alla luce della lampada "non ha un penny da cozzare contro un altro. E' un poveraccio, e mi stava mettendo le mani addosso. Capirai, non mi pareva il caso"
Remus sollevò le sopracciglia: aveva capito che quella che si trovava dinanzi, nonostante la giovane età, non doveva essere propriamente un'educanda, ma non immaginava che fosse una prostituta, né, tantomeno, che l'avrebbe ammesso con tanto candore.
"Ed io che c'entro, in tutto ciò?"
"Te l'ho detto" lasciò cadere la cenere accumulatasi sulla punta della sigaretta direttamente sul tavolo "mi sembri tranquillo. Non volevo mica passare dalla padella alla brace, eh. Devi scusarmi, ma se fossi rimasta sola quello avrebbe continuato a darmi fastidio, ci scommetterei quel poco che ho" concluse, alzando le spalle.
"Capisco" disse l'altro, laconico. Elizabeth sospirò.
"Beh, se vuoi me ne vado. Anzi, mi spiace solo di averti disturbato, e..." lui scosse la testa, interrompendola.
"Ma no, rimani, se ti fa piacere. Forse ho bisogno di compagnia, in fondo. Di non pensare, per un pò" aggiunse Remus, con un sorriso mite.
Non aveva la benché minima intenzione, in effetti, di fruire dei servizi offerti dalla ragazza, per così dire: non gli era mai successo, e, sopratutto, c'era Lavinia. Anche se gli sembrava di non toccare una donna da secoli, e, Lavinia, in questo senso, non gli era -e pareva non volergli essere- minimamente d'aiuto. In quanto alla giovane che in quel momento gli sedeva dinanzi, Remus voleva semplicemente approfittare delle sue chiacchiere, lasciarsi un pò sedurre da quella voce piacevole, cercare di astrarsi, per quel pomeriggio, dal peso che gravava sulle sue spalle, sulle spalle di quelli come lui, su quelle gracili dell'Inghilterra magica.
Fingere di essere un babbano, di ignorare la realtà dei fatti. Solo per un pò.
Elizabeth non era quella che si sarebbe potuta definire una bella ragazza. Aveva occhi grandi e scuri -un verde particolarmente cupo-, circondati da palpebre gonfie e vagamente lucide, sovrastate da sopracciglia corvine e sottili, lasciate scoperte dalla corta frangetta biondo platino. I capelli, palesemente tinti, erano raccolti in uno chignon disordinato, fermati da un nastro nero.
I suoi lineamenti erano sfuggenti, in special modo il mento e gli zigomi, che potevano dirsi affilati. Aveva, invece, una bella bocca, ed ogni volta che sorrideva -e lo faceva spesso- le si formavano due piccole fossette: a Remus quel sorriso sarebbe piaciuto molto, non fosse stato per i denti, leggermente ingialliti dal fumo.
"Allora c'è qualcosa che non va..." riprese lei, increspando le labbra.
"Sì... non giudicarmi scortese, ma non ho tanta voglia di parlarne, ora" rispose Remus, cercando di sviare. Elizabeth alzò un sopracciglio.
"Oh... io sono pratica, di voglie..." disse, disegnando con la punta dell'indice immaginari cerchi sulla superficie del tavolo.
L'altro si appoggiò allo schienale della sedia, incrociando le braccia al petto e ridendo sommessamente.
"C'è davvero qualcuno che trova queste battutine allusive divertenti...?"
La ragazza fece spallucce, con aria rassegnata.
"C'è, qualcuno c'è. Una si arrangia come può"
"Hai bisogno di soldi...?" chiese lui, sospirando. Non portava con sé denaro babbano, di solito: quel giorno, fortuitamente, l'aveva fatto.
"Disperatamente" rispose l'altra, mordendosi il labbro inferiore ed abbassando lo sguardo.
Remus estrasse il portafoglio da una tasca interna del cappotto, andando a controllarne il contenuto. Qualche falci, una manciata di zellini trenta sterline -molto probabilmente tutto il denaro babbano che possedeva-. Estrasse un pezzo da venti e lo passò alla ragazza, facendolo scorrere sopra la superficie del tavolo.
Elizabeth afferrò subito la banconota, piegandola in due ed infilandola nel bordo di uno degli stivali. Poi sorrise nuovamente, con aria complice.
"Dunque, conosco un alberghetto in fondo alla strada... i proprietari sono molto discreti, i prezzi assolutamente irrisori, e..."
"Ma no, lascia perdere..." disse Remus, scuotendo la testa. La ragazza fece spallucce.
"Va bene, se preferisci andare da qualche altra parte..."
"No, temo che tu non abbia capito" la interruppe lui "non voglio pagarti. Quei soldi... puoi tenerli"
"Niente da fare" disse lei, scuotendo energicamente il capo "non accetto la carità di nessuno, anche se ne avrei bisogno. Davvero, permettimi di..."
"Non sto facendo un'opera buona. Ho vent'anni, e il mio impiego è tutto fuorché redditizio" rispose Remus, glissando sul fatto che, Ordine della Fenice a parte, non aveva un vero impiego "... indi so perfettamente che significa non avere un soldo. Prendilo come un atto di solidarietà"
L'altra scosse la testa, porgendogli nuovamente la banconota.
"Non posso accettare"
"Per favore, accetta. Non mettermi in imbarazzo"
"Tu non mettere in imbarazzo me" sentenziò Elizabeth, alterata "io lavoro, non faccio il parassita..."
Remus si alzò in piedi, senza prendere la banconota.
"Devo andarmene, ora" disse, allacciandosi il cappotto. Elizabeth si alzò a sua volta, lasciando la banconota sul tavolo.
"Prendila" le disse Remus "non fare la stupida"
La ragazza sbuffò, per poi recuperare il denaro e seguirlo fuori dal locale, sotto la pioggia, che, nel frattempo, si era attenuata. Il cielo cominciava a rabbuiarsi.
"Non hai freddo?" Chiese Remus ad Elizabeth, che gli camminava accanto, saltando le pozzanghere come avrebbe fatto una bambina.
"Un pò, alle gambe e alle mani. Ma la pelliccia è sufficientemente calda" rispose lei, increspando le labbra in un rapido sorriso. La frangetta, bagnata dalla leggera pioggia, le si era appiccicata alla fronte.
"Dovresti coprirti di più, rischi di ammalarti, con questo tempo"
"Oh, non farmi prediche, sembri un vecchio. E chi la vuole, poi, una puttana vestita?" lo provocò con noncuranza, quasi non le importasse nulla della sua condizione "E poi io amo questa pelliccia, sul serio. E' una delle cose che ho sempre voluto"
Remus sorrise tra sé e sé. Quella ragazza gli trasmetteva, nonostante tutto, un certo infantile entusiasmo.
"C'era una canzone" proseguì lei "che mia madre adorava. Ero piccola, sarà stata più o meno la metà degli anni sessanta. Credo il sessantasei, per la precisione. Venus in furs" si mise a canticchiare un motivetto, senza parole.
"Già, la ricordo anche io" disse Remus, assentendo con un cenno del capo "ma ricordo meglio un libro, intitolato Venere in pelliccia. Di Sacher-Masoch, se non vado errando"
"Non leggo molto" rispose l'altra. Poi riprese a cantare, a mezza voce, stavolta, a quanto pareva, rammentandosi le parole "...shiny shiny, shiny boots of leather, whiplash girlchild, in the dark..." rise sommessamente, portandosi una mano davanti alle labbra "non mi ero mai soffermata sui contenuti"
"E dovresti leggere il libro..." aggiunse lui, alzando un sopracciglio, divertito, mentre l'altra continuava a cantare.
"Strike, dear mistress, and cure his heart
Downy sins of streetlight fancies..." abbassò gradualmente la voce, scandendo e distanziando sempre di più le parole. Poi si fermò.
Remus si arrestò a sua volta, muovendo poi un passo in direzione dell'altra.
"Dì un pò... quanti anni hai?" le chiese, mentre lei gli sfiorava il volto con una mano.
"Diciassette"
"Dovresti essere a scuola, in questo momento" disse il giovane mago, e pensò che se non fosse stata una babbana, in quel momento si sarebbe trovava in una qualche sala comune di Hogwarts. Il mondo non avrebbe potuto deturpare i suoi tratti. Forse sarebbe stata più bella. Forse sarebbe stata più felice. Più serena, certamente più serena.
Il quel momento, non avrebbe dovuto star lì a carezzare il viso di uno sconosciuto, cercando di guadagnarsi quelle fottute venti sterline.
"Non vado più a scuola da un pezzo. Non sono mai stata molto portata" detto ciò, gli prese il volto tra le mani, e si sollevò in punta di piedi.
Remus chiuse le palpebre e si lasciò baciare, senza muoversi, limitando ad accogliere le labbra e la lingua di Elizabeth, mentre la pioggia scivolava sui loro visi freddi. Lei lo prese per una mano: si era curata di fermarsi proprio davanti al motel di cui gli aveva parlato.
"Entra, dai" lo incitò, con un sorriso "si sta facendo buio".
Once I saw him in the moonlight when the bats were a flyin’
All alone I saw the werewolf and the werewolf was cryin’
***
"Severin, Severin, speak so slightly..." cantò Elizabeth, con le labbra a pochi centimetri da quelle di Remus.
Il letto su cui erano stesi, in quella piccola stanza semibuia, era piacevolmente morbido. Doveva mancare qualche molla, perché, in un paio di punti, Remus si sentiva quasi affondare.
La ragazza sollevò il busto, puntando le ginocchia divaricate sulla trapunta blu. Sfilò dalle rispettive asole, ad uno ad uno, i bottoni chiari che componevano l'allacciatura del suo corto ed aderente abito nero. Si alzò poi dal letto, andando a togliersi gli stivali: con una certa sensualità che Remus non mancò di notare, certamente figlia dell'esperienza. Il vestito aperto lasciava ben poco all'immaginazione, e la biancheria pervinca della ragazza spiccava contro la sua pelle nivea, tanto da lasciar trasparire, a tratti, accenni di venature azzurrine.
Elizabeth si slacciò i capelli, lasciandoli ricadere, leggermente umidi, sulle proprie spalle. Remus si girò su un fianco, puntellandosi sull'avambraccio, andando ad osservarla, mentre lei terminava di spogliarsi.
Tolse anche il vestito, facendone scorrere le maniche vie dalle braccia esili. Il suo corpo non era perfetto: fianchi, ventre e vita erano appesantiti, le cosce pingui, le ginocchia tornite. Andava assottigliandosi sulle estremità: avambracci, collo, polpacci, caviglie e polsi.
Questi, in particolare, erano tanto fini che pareva potessero spezzarsi con una stretta decisa.
Tuttavia, il candore di quel corpo, la morbidezza dei seni, la sinuosità dei movimenti, esercitavano un certo fascino su Remus, che, in quel momento come no mai, si sentiva attratto da quella giovane prostituta, paradossalmente triste ed ingenua.
C'era qualcosa di niveo ed innocente in lei, qualcosa di malinconico in fondo ai suoi frequenti, infantili sorrisi.
Quando, infine, anche le sue mutandine finirono sulla moquette, Elizabeth tornò nuovamente sul letto, sopra Remus, per la precisione, serrando le cosce attorno ai fianchi del mago, che si portò a sedere, andando a baciarla, circondandole la nuca con il palmo di una mano, mentre lei aveva preso a slacciargli la camicia.
Nel giro di poco, i vestiti di Remus raggiunsero quelli dell'altra sul pavimento, e già lui aveva sovrastato la ragazza, spingendo in lei, contro di lei, puntellandosi con un palmo contro la coperta, l'altra mano chiusa a pugno, ad afferrare saldamente la testata del letto.
I gemiti di Elizabeth, la morbidezza dell'interno delle sue cosce pingui e levigate, la vaga pressione delle sue unghie contro i propri fianchi e la schiena, erano sentori quasi ipnotici, per il mago. Non c'era più nulla, salvo quella fata di strada e le sue gambe spalancate.
E, diamine, ne aveva bisogno.
La pioggia batteva incessantemente sulla parte di vetro lasciata scoperta dai battenti semichiusi della finestra.
Remus si sentiva leggermente debole, mentre carezzava la fronte di Elizabeth, tiepida e vagamente umida di sudore. Erano stesi l'uno affianco all'altra: lui fissava il soffitto, lei un punto non ben definito oltre la finestra, con il capo appoggiato sul petto del mago.
Andò a sfiorare la sua pelle con la punta delle dita, poi con le labbra.
"Grazie" disse lui, con un filo di voce.
"Di cosa?"
"Di avermi convinto a rimanere con te" rispose, con un vago sorriso ad increspargli le labbra "mi serviva, questa... licenza"
"Sei in guerra?" chiese la ragazza, ridendo sommessamente.
"Neanche troppo metaforicamente" concluse lui, con un sospiro. Cominciava a sentirsi spossato, più che debole. E aveva un vago mal di testa.
"C'è qualcuno che ti aspetta...?" chiese Elizabeth.
"Ho una ragazza" disse l'altro, laconico "...Lavinia"
"Ed è con Lavinia, che sei in guerra?" Remus scosse la testa, in segno di diniego.
"No, tutto sommato Lavinia non c'entra"
"Tutto sommato...?"
"Sì, vedi... stiamo assieme da poco, e lei è molto giovane: ha appena un anno in più di te. Vuoi per l'età, vuoi per il fatto che non abbiamo ancora avuto il tempo materiale di... scontrarci, beh, lei non mi ha mai creato alcun problema.
Però, vedi... dà come l'idea di essersi accontentata, ma di non aver ancora perso le speranze..."
"Ossia?"
"Lavoriamo assieme, abbiamo avuto varie occasioni per avvicinarci: un giorno è capitato che ci baciassimo, così, forse per caso.
E da lì lei ha dato per scontato che fossi diventato il suo compagno. Ma credo le piaccia un mio amico, a ben vedere"
"Non sembri troppo turbato, almeno da come ne parli..."
"In effetti non lo sono. Lavinia è uno strano frangente della mia vita. Sta lì..." espirò, portandosi poi una mano alla fronte, chiudendo gli occhi "...ma non c'è un vero e proprio motivo"
"Sta lì e basta" disse Elizabeth, per poi alzarsi dal letto, andando a sedersi sopra una piccola poltroncina. Estrasse un rossetto da una piccola pochette rossa ricoperta di arabeschi neri, e cominciò a truccarsi, specchiandosi nella parte della finestra oscurata dal battente.
Remus, dal canto suo, rimase steso sul letto: pensava al perché l'avesse fatto, all'idea di metterne al corrente Lavinia, e troncare, così, quella strana, apatica ed inutile relazione. Lei avrebbe versato un paio di lacrime, forse l'avrebbe tacciato di squallore, e poi, a ben vedere, avrebbe ricominciato con la consueta routine di ogni giorno, salvo il fattore Remus e il claudicante affetto che nutriva nei suoi confronti. E non è che costituisse poi una gran differenza. Chissà, forse avrebbe cercato di avvicinarsi al suo amico.
Già, il suo amico. Se gli avesse raccontato tutto, Sirius si sarebbe fatto due risate. Alla faccia di Lavinia -che, nel suo adolescenziale candore, gli interessava ben poco-, alla faccia di Remus e dei suoi patemi.
Probabilmente gli avrebbe snocciolato una serie di digressioni sulle valvole di sfogo, sul fatto che persino Remus Lupin era un uomo e non uno stinco di santo e via discorrendo. Ma Sirius, al momento, non sembrava essere -legittimamente, d'altronde- avvezzo a sostenere alcuna conversazione, da quella mattina. Già, quella mattina, quella maledetta concatenazione di eventi che l'aveva portato lì dov'era in quel momento.
La pioggia andava, nel frattempo, diradandosi, in maniera indirettamente proporzionale al suo mal di testa.
Guardò il cielo fuori dalla finestra, oltre la testa bionda di Elizabeth: una notte senza stelle, coperta dalle nubi. La notte a seguire, la luna serebbe stata piena.
"Non ti ho ancora chiesto come ti chiami" disse Elizabeth, d'un tratto, richiudendo il cappuccio del rossetto ed aprendo il mascara, senza voltarsi.
"Remus. Mi chiamo Remus" rispose lui, massaggiandosi le tempie. Quel cerchio alla testa, la nausea che era sopraggiunta d'un tratto, avevano cominciato ad inquietarlo. Aveva smesso di piovere.
"Come il primo re di Roma..."
"Quello era Romolo, a dire il vero", disse il mago, sforzandosi di sorridere. Poi tossì. Si guardò il palmo, e, dopo aver stretto un paio di volte le palpebre, tanto gli occhi gli bruciavano, vide il sangue. E allora focalizzò la situazione.
"Senti..." riprese la ragazza "vorrei restituirti quelle venti sterline, se..."
Remus scese di scatto dal letto, dirigendosi, senza smettere di tossire, premendosi una mano sulla bocca, verso il piccolo bagno interno alla stanza: Elizabeth lo raggiunse immediatamente, trovandolo chino sul lavabo, stringendone quanto più poteva i bordi in ceramica bianca.
Era madido di sudore, ed il suo volto s'era fatto cinereo. Un sottile rivolo cremisi gli scivolava dalle labbra esangui.
"Che cos'hai?" gli chiese la ragazza, appoggiandogli una mano sulla spalla, che subito l'altro si scrollò via di dosso.
"Vattene" le disse, tra i rantoli violenti della tosse.
"Che cos'hai?!" ripeté Elizabeth, alzando la voce. Remus sembrò sul punto di dirle qualcosa, ma un violento giramento di capo lo costrinse a piegarsi su sé stesso: non prima, però, di aver spinto la ragazza fuori dal bagno ed aver chiuso la porta, nella speranza che l'altra se ne andasse, come le aveva detto di fare.
Invece Elizabeth, in piedi ed immobile dinanzi alla porta, rimase ad aspettarlo, finchè i rumori provenienti dal bagno non cessarono, e, sulla stanza, scese il silenzio. Espirò profondamente, poi chiamò il nome di Remus: dato che non ricevette risposta, aprì lentamente la porta.
Sgranò gli occhi, ma non fece in tempo neppure a gettare un grido. Le rimase sul volto quella medesima espressione di muto stupore.
Cryin’ nobody, nobody, nobody knows
How much I love the maiden as I tear off his cloths
Cryin’ nobody, nobody, knows of my pain
When I see it has risen that full moon again
***
Lavinia gli sorrise, mostrando i denti candidi. Erano seduti per terra, ospiti di una lunga strada deserta. Attorno a loro non c'erano case, né palazzi, né persone: solo un'immensa distesa d'erba umidiccia, divisa in due dalla serpentina in ghiaia grigia e sovrastata da un cielo altrettanto plumbeo. Remus ignorava dove si trovassero. Faceva freddo.
"Dove sei stato?" gli chiese la ragazza.
"Con una donna"
"Davvero?" continuò lei, senza smettere di sorridere.
"Sto scherzando, piccola" le rispose, accarezzandole i lunghi capelli lisci. Poi le prese il volto tra le mani e la baciò: Lavinia andò a guardare la strada con la coda dell'occhio. Si alzò in piedi, scostando il mago via da sé, mentre un ragazzo, che dimostrava poco più di vent'anni, passava dinanzi a loro.
"Ciao Sirius" disse la strega, entusiasta. L'altro non rispose, e continuò a camminare a testa bassa, fino a quando non fu scomparso all'orizzonte. Allora Lavinia tornò a sedersi accanto al compagno, tornò a baciarlo.
Remus avvertì un'improvvisa voglia di dilaniare invaderlo, agra e violenta e irrinunciabile (sinonimo!). E fu proprio quel che fece.
When I see that moon movin’ through the clouds in the sky
I get a crazy feelin’ an’ I wonder why
Si svegliò, ma non aprì subito gli occhi. Rimase con il viso rivolto e schiacciato contro il cuscino, mentre un odore strano e sgradevole svegliava i suoi sensi. Allora si costrinse a spalancare le palpebre, nonostante si sentisse ancora molto stanco: davanti a lui, a poca distanza dal suo viso, vi era una parete ricoperta di carta da parati giallina. Vi era una parete lì dove non avrebbe dovuto stare, fatta come non avrebbe dovuto essere: si voltò su se stesso, svogliatamente. Si rese conto di dove si trovasse, e di cosa fosse successo, ancora prima di vedere il corpo.
Si sedette di scatto sul bordo del letto, gli occhi sgranati sul cadavere di Elizabeth, sporco di sangue scuro e rappreso. Sul suo fianco sinistro orribilmente deturpato, sugli innumerevoli ematomi e graffi di cui erano disseminate le braccia bianche, sugli occhi spalancati.
Sulla profonda ferita alla giugulare che molto probabilmente l'aveva uccisa prima che il lupo mannaro potesse cominciare a sbranarla.
Remus si portò istintivamente una mano alla bocca sporca di sangue. Un violento attacco di nausea lo investì, e, mentre, chino sul bordo del letto, vomitava anche l'anima, pensò che avrebbe dovuto rimanere lì, lasciarsi catturare, e pagare, almeno in minima parte, l'orrendo debito che, nella sua stupidità, aveva contratto nei confronti di Elizabeth. Eppure -secondo conato-, come avrebbe potuto? Terzo conato.
Come avrebbe potuto spiegare ai poliziotti babbani che non era pazzo, che i morsi animali che avrebbero rinvenuto sul corpo di quella giovane prostituta erano suoi? E aveva paura -quarto conato-, aveva orribilmente paura.
Quinto conato. Poi si riprese, si passò il dorso della mano sulle labbra: evitò di guardare ancora il cadavere, e raggiunse il bagno, dove, per prima cosa, prese a sciacquarsi il viso, la bocca.
Non l'aveva uccisa lui, era stato il mostro. E Remus Lupin -nonostante il cognome, una coincidenza tragicamente ironica- e il mostro non erano la medesima entità. Non la stessa identica, medesima entità. Albeggiava.
Uscì dal bagno che sul suo corpo, provato dalla notte appena trascorsa, non era rimasta alcuna traccia di quanto il mostro aveva fatto, non una singola goccia di sangue.
Si vestì con calma, sempre cercando di non guardare Elizabeth.
Nessuno l'aveva visto entrare, il gestore stesso del motel, un ometto dagli occhi porcini e avidi, non aveva visto altro che un uomo di spalle, con addosso un soprabito grigio, la sera prima: se poi se n'era curato, impegnato com'era a contare gli spiccioli con cui la ragazza aveva pagato la camera. Nessuno sarebbe risalito a lui, che, tra l'altro, da anni frequentava solo di rado la Londra babbana.
Doveva solo trovare al forza di concedersi una seconda possibilità.
Non appena si fu allontanato dal motel, più o meno mentre si trovava all'altezza del locale dove aveva conosciuto Elizabeth, riprese a piovere: dapprima solo qualche sporadica goccia, poi, in capo a pochi minuti, parve di trovarsi sotto a un vero e proprio diluvio.
Remus si portò una mano agli occhi e pianse. Pianse, come non faceva da tempo: per Elizabeth, per quella fottuta, letale distrazione che l'aveva portato ad ucciderla. Elizabeth era morta perché lui aveva dimenticato che quel millenovecentottanta in cui si trovavano era un anno bisestile, e che la luna piena non sarebbe caduta il primo di Marzo, ma bensì la notte del ventinove Febbraio. Elizabeth era morta per un un'idiozia.
Per la sua idiozia. Per un idiota.
Si fermò, passandosi una mano tra i capelli intrisi dalla pioggia, il respiro mozzato da quella morsa dolorosa che gli stringeva il petto. Si disse che avrebbe dovuto tornare indietro.
E invece cominciò a correre.
Oh the werewolf, oh the werewolf
Comes travelin’ along
He don’t even break the branches
Where he’s been gone
***
Lavinia gli aveva urlato contro, quando era tornato all'Ordine, vomitandogli addosso, in un fiume di parole gridate, tutta l'ansia che le aveva impedito di dormire, quella notte, tramutatasi in rabbia non appena l'aveva visto. Non si parlarono per qualche giorno, durante il quale, effettivamente, Remus si curò bene di parlare con alcuno dei suoi compagni. Poi Sirius si riprese, e, con lui, il resto dell'Ordine della Fenice. Sotto lo sguardo benevolo di Silente, avevano ritrovato la voglia di combattere, anche, e sopratutto, per i fratelli Prewett.
E Lavinia bussò alla porta di Remus, un soleggiato pomeriggio d'inizio Marzo.
Parlarono di sciocchezze davanti ad una tazza di tè, lei lo rimproverò per averlo trovato così dimesso, in jeans, maglione, piedi nudi e barba incolta, anziché intento a prepararsi per tornare al quartier generale: nessuno dei due accennò al litigio o alla notte che il mago aveva passato chissà dove. D'un tratto si baciarono, si baciarono perché le loro labbra s'erano fatte troppo vicine per ignorarsi, così come era successo la prima volta.
Fecero l'amore. A Remus parve tutto stranamente sgranato ed irreale, come se le cose sfumassero davanti ai suoi occhi, e poi, casualmente, si trovasse a focalizzare l'attenzione sui più insignificanti dettagli, così come uno romanziere gli avrebbe rappresentati in un brano singolarmente descrittivo, perdendo di vista il sommario quadro generico della situazione e concentrandosi su apparenti banalità.
La zuccheriera, il piccolo bricco del latte in ceramica smaltata, un libro vecchio libro di Difesa che aveva consultato poco prima, lasciato aperto sul tavolo. L'ombra incerta che la stoffa sottile della tenda proiettava sul pavimento.
Lavinia si portò a sedere sul divano, coprendosi il seno alla meno peggio. Guardò l'altro con la coda dell'occhio: steso, aveva gli occhi chiusi e l'avambraccio poggiato alla fronte. La strega si asciugò una lacrima con la punta dell'indice, serrando le labbra carnose. Non avrebbe voluto gemere e piagnucolare tutto il tempo, come invece aveva fatto.
"Scusami" le disse Remus, portandosi a sedere lentamente "avrei dovuto immaginare che per te era la prima volta" sospirò, andando poi a carezzarle uno zigomo col dorso della mano "va tutto bene?"
L'altra sorrise a labbra tese, annuendo.
"Va tutto bene, sì" gli rispose, poi lo abbracciò, stringendosi al suo petto magro ed appoggiandovi il capo "ti voglio bene"
Remus si chinò a baciarle una gota, circondandole le spalle esili con un braccio. Va tutto bene, pensò.
Si sarebbero lasciati in capo a un paio di settimane, e Sirius si sarebbe trovato a dover rifiutare Lavinia poco dopo.
For the werewolf have pity, not fear, an’ not hate
’cause the werewolf might be someone that you’ve known of late
Lavinia ora è sposata, non è più carina ed ingenua. L'ultima volta che Remus l'aveva vista, cinque o sei mesi prima, era incinta e sembrava serena. Non che si possa far troppo affidamento su queste istantanee impressioni.
Anche Remus, un Remus adulto e sciupato, sembra sereno, ai più.
Invece, tra le tante cose a cui non ha mai smesso di pensare, c'è Elizabeth.
Elizabeth che nessuno ricorda, se non un paio di vecchi giornali babbani ingialliti, se non un verbale archiviato tra le migliaia di verbali di casi mai chiusi. Se non lui, ogni volta che gli tornano in mente, spontanee, le note della canzone di cui lei gli aveva parlato, ogni volta che si rammenta del momento più basso della sua vita.
Se solo chiude gli occhi, può vederla ancora seduta dinanzi a sé, in quel pub in cui non è più tornato, avvolta nella sua fittizia e dozzinale pelliccia chiara, intenta a sorridergli, con una sigaretta mezza consumata tra le dita dalle unghie laccate di rosso scarlatto.
E non ha paura del lupo mannaro, né tantomeno lo odia. C'è solo pietà, in lei.
Perché il lupo mannaro è solo qualcuno che hai conosciuto. Pochi attimi fa.
|