La lancetta del grande orologio appeso al muro di fronte alla scrivania scivolò in giù di un altro segmento e Lance represse un sospiro. Ore tredici e quattordici minuti: la segretaria se n’era andata a pranzo un quarto d’ora prima e da allora lui era attaccato al telefono con quel piccolo stronzo di un burocrate aspettando che si decidesse a venire al dunque. Per carattere e per severa autodisciplina personale non era sua abitudine picchiettare nervosamente sulla scrivania con le dita o con una penna, e non poteva mettersi a sbuffare nella cornetta per non dare l’impressione di essere impaziente, quindi la pressione interna gli stava salendo a livelli pericolosamente vicini alla linea rossa, e non andava bene. Non doveva guastare i rapporti con il piccolo stronzo. A volte si era dimostrato utile, e in quella circostanza particolare poteva essere addirittura vitale.
Si appoggiò all’indietro sulla sedia e mise i piedi sul piano lucido della scrivania, gesto di inaudita maleducazione che non commetteva mai, ma sentiva il bisogno di rilassarsi, per amore o per forza. Scostò col tacco le buste che non voleva rischiare di sciupare e continuò ad ascoltare le chiacchiere inutili dall’altra parte della linea telefonica.
“Vede, signor Knight, la mia posizione è assai difficile – stava dicendo il piccolo stronzo in tono untuoso – capisco che i suoi clienti aspettino impazienti, ma anche lei deve capire che l’ingresso di armi potenzialmente pericolose come queste è una cosa che necessita di tempo, di accertamenti… si metta nei miei panni.” Nei tuoi panni? Piccolotti e sgualciti? “Capisco benissimo, signor Pinzetti, e anzi la ringrazio per tutto il tempo che mi sta dedicando. Come avrà certamente letto sulla ricevuta, l’oggetto è classificato come pezzo da collezione, non come arma. In effetti, stento a immaginare un killer della mafia che si serve di un oggetto d’antiquariato per assassinare qualcuno…”
“Certo, certo, ma nulla toglie che un serio collezionista di armi antiche possa dare fuori di matto e infilzare la moglie con una spada d’epoca, non trova?”
“Dovrebbe essere matto sul serio, considerato il valore dell’oggetto in questione e considerato che certamente in casa ha dei coltelli da cucina per levare di mezzo la consorte, nel caso.” Osservò Lance, con un tono volutamente leggero, che non lasciasse minimamente intuire il fastidio che provava.
“Certo, certo, ma la mia posizione è molto difficile… lei capisce, non posso rischiare di perdere il posto, ho una famiglia da mantenere… un figlio all’università e una moglie che non penso di accoltellare, anche se a volte la tentazione…” Una risatina, come di cocci di vetro sulla lavagna. Lance chiuse gli occhi. Stava per arrivare la bordata, dopo tutti quegli inutili convenevoli, così rimise i piedi per terra e si appoggiò al piano della scrivania, preparandosi.
“Lei capisce, se io faccio passare quest’ arma… questo oggetto da collezione, se preferisce, devo essere sicuro di non rischiare il posto, o almeno di contare su qualcosa che mi permetta di tirare avanti… ho una famiglia…”
Lance riaprì gli occhi. D’improvviso ebbe il terrore che quel piccolo stronzo, quell’omuncolo viscido come un pesce appena pescato, potesse andare avanti così ancora per altri venti minuti, e sentì di non poterlo più sopportare. “Le bastano diecimila?” tagliò corto.
“Prego?”
“Dollari, non euro. Se mi porta la cassa stasera qui in ufficio posso arrivare a quindicimila, non un soldo di più. Prendere o lasciare.” Cercò di arginare il danno contando sul fatto che il piccolo burocrate non si sarebbe reso conto che, col cambio in dollari, avrebbe incassato di meno. Lance aveva notato da tempo che, per una certa categoria di italiani, un dollaro contava più di un euro, anche se quest’ultimo era maggiormente quotato in borsa, ed era pronto a scommettere di avere a che fare con un individuo di quel genere. Quando (e se) avesse deciso di fare i conti, si sarebbe accorto di averci rimesso, e per Lance era già una soddisfazione.
Non si sbagliava. L’omuncolo all’altro capo della cornetta dovette capire che era arrivato il momento di parlare chiaro. “Mi risulta che quest’arma… questo pezzo da collezione, diciamo… valga ben più di qualche migliaio di dollari…”
A quel punto Lance era talmente disgustato da tutta la faccenda che voleva solo concluderla il prima possibile. “Vale una cifra che lei non vedrebbe nemmeno lavorando dodici ore al giorno per tutta la vita, ma il punto non è questo. Il punto è che sono disposto a pagare per avere la mia merce, evitando tutti i fastidi doganali del caso, e la cifra cui sono disposto ad arrivare è di quindicimila dollari, in contanti. Soldi puliti e sull’unghia, li potrà versare tranquillamente sul suo conto senza il minimo problema. Se rifiuta, ci metterò più tempo ad avere la merce, ma ci riuscirò comunque, visto che commerciare in oggetti d’antiquariato non è ancora considerato illegale. La differenza è che lei non percepirà un soldo e che io e lei in futuro non faremo più affari: dovrò sempre andare per vie ufficiali, una cosa lenta per me e poco conveniente per lei. Capisce bene il concetto così come gliel’ho spiegato? Sa, anche se vivo in Italia da anni a volte ho difficoltà ad esprimermi, specialmente coi verbi: il congiuntivo è una perla che in Inghilterra non abbiamo.”
Silenzio. Lance aspettò. Si sentirono dei rumori, come se l’omuncolo si stesse passando la cornetta da una parte all’altra. Poi un frusciare di fogli. Infine l’omuncolo parlò di nuovo.
“Ho qui davanti le ricevute e il visto. Posso convalidare tutto e portarle la cassa insieme a una guardia giurata per legalizzare la cosa.”
“È fidata? La guardia, intendo.”
“Al cento per cento. Ma dovrà essere… gratificata, per quello che farà.” Non molli nemmeno un centesimo dei tuoi quindicimila, eh, mostriciattolo? “Mille dollari basteranno.” Disse. Non era una domanda.
“Andranno benissimo. Le vanno bene le sei e mezza?”
“L’aspetto nel mio ufficio. L’indirizzo è sulle ricevute. Sia puntuale, la prego: potrei sempre cambiare idea, e decidere di aspettare settembre, quando tutti gli impiegati che dovranno convalidare l’ingresso della mia merce saranno tornati dalle ferie.”
“Sarò puntuale. Tenga pronti i soldi.” Tenga pronti i soldi, Gesù. Sembra un gangster in un filmetto di quarta categoria. Probabilmente ha aspettato tutta la vita per dire una frase simile. “Allora l’aspetto.” Disse, e riagganciò senza salutare.
Il pomeriggio trascorse frenetico come al solito. Fortunatamente il mercato delle antichità, soprattutto ai livelli che trattava lui, non risentiva del periodo di stanchezza estiva, e questa era una delle due ragioni per cui Lance non andava in ferie da almeno sei anni, se si escludevano i giorni che prendeva talvolta per andare a trovare i genitori, nel Sussex. L’altra ragione era che nella sua vita non c’era nessuno per cui valesse la pena sospendere per due settimane un lavoro più che prestigioso e più che remunerativo, e non era il tipo che amava andare a cercare avventure in luoghi sconosciuti.
Fu un pomeriggio come tutti gli altri, e nelle brevi pause tra un affare e l’altro si ritrovò a pensare che il mondo era proprio strano, a non fermarsi per l’attesa trepidante di quel che doveva accadere. Il lavoro proseguiva. Lesse le perizie di un quadro e di due libri del Seicento, contattò i clienti e prese gli accordi necessari alla transazione; valutò se valeva la pena disturbarsi per una collezione di ceramiche che sospettava fabbricate a Taiwan non più tardi di due mesi prima e decise di no; scese nel magazzino tentando per l’ennesima volta di spiegare agli addetti che la parola ALTO significava che la corrispondente superficie andava tenuta verso l’alto; fu chiamato da un cliente giapponese che moriva dalla voglia di dilapidare una cifra favolosa per tre arazzi italiani del Quattrocento (i giapponesi erano tra i suoi migliori clienti: amavano l’arte italiana come gli europei non avevano e non avrebbero mai fatto, dando a Lance, oltre al guadagno, anche la soddisfazione di sapere che le opere vendute sarebbero state trattate come reliquie); esaminò le fotografie di alcune monete veneziane dell’epoca delle Repubbliche Marinare che gli parevano un buon investimento, e infine si affacciò alla porta per dire alla segretaria che poteva andarsene alle quattro anziché alle sei. Non per bontà d’animo, visto che l’indomani la segretaria partiva per le ferie: nel caso il piccolo stronzo arrivasse in anticipo.
La segretaria lo ringraziò profusamente e alle quattro precise Lance rimase da solo, situazione che gli apparve subito tutt’altro che positiva, perché da quel momento fino alle sei e mezza non fece altro che perdere tempo rimestando scartoffie, senza concludere niente, impaziente come un ragazzino. O almeno, immaginava che i ragazzini fossero impazienti: lui neppure da bambino si era mai comportato in quel modo, causando non poca perplessità in genitori e maestri, i quali non si spiegavano come mai quel bel bambino biondo fosse sempre così tranquillo e misurato, perfino la vigilia di Natale. “Non sei impaziente di vedere i regali?” gli aveva chiesto la madre una volta, e Lance l’aveva guardata, sinceramente perplesso. “Arriveranno quando dormo, perciò stare sveglio sarebbe inutile, no? Li vedrò domani.”
Crescendo, la sua attitudine alla tranquilla razionalità si era affinata grazie allo studio prima, e al lavoro poi, rendendolo sempre pacatamente padrone della situazione, perché laddove gli altri si sentivano sudare i palmi al pensiero di sostenere esami difficili o maneggiare oggetti fragilissimi del valore di molti zeri, Lance si limitava a fare quel che andava fatto, senza mai pensare al peggio. Era un modo di fare innato, una caratteristica che lo aveva avvantaggiato e reso vincente, ma che adesso era completamente sommersa da un mare di ansie irrazionali e stupide: e se il piccolo stronzo era in realtà una guardia di Finanza? E se l’avevano scoperto a cercare di far uscire in maniera irregolare un oggetto che doveva rimanere in giacienza almeno fino a settembre? Se la guardia giurata non era così fidata come aveva detto? Se fosse stato un falso?
Se lui, Lance Knight, per la prima volta nella sua carriera di antiquario e mercante d’arte, si fosse clamorosamente sbagliato? No, non mi sono sbagliato, pensò mentre l’orologio muoveva le lancette, a un ritmo intollerabilmente lento, verso le sei e trenta. So di non essermi sbagliato, so che questa era la pista giusta e che ho trovato quel che cercavo, finalmente. Non sarei arrivato a corrompere un piccolo burocrate untuoso, se non avessi avuto l’assoluta certezza di averlo trovato. Il Decano ha avuto fiducia in me fin dall’inizio, e anch’io sono sempre stato il primo a credere di essere capace di portare a termine questo compito, perché farsi prendere dall’ansia proprio adesso? Per quei sedicimila dollari?
No, naturalmente. Lance non era il tipo d’uomo che amava buttare i soldi dalla finestra, cosa che sarebbe comunque avvenuta se fosse risultato che aveva commesso un errore, ma sedicimila dollari erano il suo guadagno di quella settimana, al netto delle tasse, e aveva amici che perdevano cifre tre volte superiori in una sola notte al casinò, senza sprecare niente più che qualche imprecazione. Il denaro non era un problema.
L’orologio che non si decideva a segnare le sei e trenta, quello era un problema.
Il Decano si era mostrato contento, ma comprensibilmente cauto quando Lance gli aveva comunicato che c’erano buone possibilità che riuscisse nell’impresa. “Sarebbe magnifico – erano state le sue testuali parole – ma non dovrai prendertela troppo se fallirai, Lance. Tanti hanno tentato prima di te, e il solo fatto che noi siamo ancora qui, che esistiamo tuttora, testimonia che non ci sono riusciti. Fa’ del tuo meglio, ma non rischiare inutilmente.”
Lance aveva fatto del suo meglio, come il Decano gli aveva raccomandato, ma aveva anche rischiato, sebbene non ritenesse di averlo fatto inutilmente. I rischi legali non lo preoccupavano, anche se un’eventuale incriminazione per contrabbando avrebbe dato parecchio da lavorare al suo avvocato. No, quello che il Decano gli aveva raccomandato (e che Lance, entro certi limiti, aveva cercato di osservare) era di non rischiare di essere scoperto dagli altri.
Perché in quel caso un grossa multa, un processo, o anche il carcere, gli sarebbero sembrati sgradevoli quanto una settimana bianca sulle Dolomiti.
Spinto dalla direzione presa dai suoi pensieri, Lance fece il giro della scrivania, si sedette e aprì l’ultimo cassetto, l’unico chiuso da una serratura, quello che conteneva documenti, denaro contante e altri effetti che non voleva rendere noti ai più. Frugò brevemente, quindi estrasse un raccoglitore ad anelli, non uno di quelli rigidi e formali che usava per le foto d’archivio e scartoffie varie (il mondo dell’antiquariato opponeva una fiera resistenza all’informatizzazione, cosa che Lance deprecava profondamente), ma un oggetto colorato, dai colori chiassosi, che aveva comprato in una cartoleria un giorno, seguendo un impulso del momento. All’interno non c’erano pagine a righe o a quadretti, ma ritagli di giornali intercalati da pagine fotocopiate di libri. Non molte. Non c’era un granchè, sull’argomento, almeno niente di serio. Stupidaggini se ne scrivevano tante, ma trovare una parola che corrispondesse in maniera accettabile alla realtà era difficile quanto rimettere assieme l’Uovo rotto.
Se le pagine dei libri erano poche, quelle di giornale erano un’enormità, tante che il raccoglitore quasi esplodeva, con tutto che aveva cominciato a tenere quella sorta di piccolo archivio da poco più di sei mesi. Dopo un po’ che si scorrevano quei ritagli, i grandi titoli maiuscoli cominciavano a suonare tutti sinistramente simili.
AGGRESSIONE SPIETATA DI PITBULL, GRAVISSIMO EXTRACOMUNITARIO CLANDESTINO. Morto il giorno dopo.
SCOMPARSA MENTRE RINCASAVA, GLI INQUIRENTI NON ESCLUDONO L’IPOTESI DEL MANIACO.
NEONATO TROVATO MORTO IN CULLA, ZONA LAURENTINO. TERZO IN UN MESE.
RITROVATA GRAZIELLA, LA RAGAZZA SCOMPARSA DUE GIORNI FA: E’ IN STATO CONFUSIONALE E PRESENTA ESCORIAZIONI CHE LASCIANO SUPPORE VIOLENZA SESSUALE. Morta senza tornare in sé.
AUTO FINISCE FUORI STRADA: CONDUCENTE TROVATO MASSACRATO DAI CANI RANDAGI POCHE DECINE DI METRI PIU’ IN LA’. Stando alle testimonianze, aveva preso con sé un autostoppista, del quale non si aveva più traccia.
MORTO IN METROPOLITANA, CAUSE IGNOTE.
MORTA IN SEGUITO AD AGGRESSIONE DI ANIMALE SCONOSCIUTO, NON SI ESCLUDE UN ESOTICO FUGGITO DALLA GABBIA DI QUALCHE PRIVATO.
UCCISO DA IGNOTI.
VIOLENTATA E DISSANGUATA.
SCOMPARSO MISTERIOSAMENTE.
UCCISO.
MORTO.
SBRANATO.
AGGREDITO DA IGNOTI.
Chiunque avesse trovato quell’album avrebbe pensato che Lance era affetto da un interesse ossessivo per la cronava nera, ma anche da un esame superficiale si poteva notare una precisa selezione nel materiale raccolto: niente rapine, niente furti finiti in tragedia, niente atti di vandalismo, nessuna morte per incidenti domestici o stradali. Soprattutto, nell’album di Lance non c’era un solo caso risolto. Nessuno di quegli assassini o aggressori era mai stato preso, nè sarebbe lo mai stato, di questo Lance era certissimo. Le pagine dei libri che era riuscito ad estrapolare, in mezzo al marasma di scempiaggini scritte sull’argomento, lasciavano pochi dubbi al riguardo, e forse era meglio così.
Dopotutto, un coniglio che si infila nella tana del lupo non ha molte possibilità di intimorire il predatore, solo perché ha scoperto dove vive. Se solo smettessimo di essere conigli, pensò Lance continuando a sfogliare lentamente le pagine. Se riuscissimo a diventare forti quanto loro, potremmo entrare nella tana del lupo, e avere speranze di uscirne con indosso una bella pelliccia nuova. La metafora gli piacque, e la segnò su una delle pagine fotocopiate, tratta da Il ramo d’oro. Non parlava esplicitamente di prede e predatori, ma il mito del re del bosco, che restava tale finchè non giungeva un nuovo re a scalzarlo dal suo ruolo (e, vale la pena di aggiungere, dalla sua stessa pelle), si avvicinava moltissimo a quella che Lance riteneva essere una buona linea d’attacco. Il re del bosco è al sicuro nella foresta sacra, perché finchè non esce da essa gode dell’impunità, quale che fosse il crimine commesso prima di entrarci… ma, per mantenere il predominio, deve uccidere tutti i concorrenti che lo vengono a sfidare. Se vogliamo rimanere al nostro posto nel bosco, dobbiamo uccidere il nemico, con qualunque arma possibile.
La differenza, riconobbe di malavoglia, era che loro non erano affatto al sicuro nel bosco sacro, e che il nemico non era particolarmente interessato a scalzare nessuno dal suo ruolo: si contentava di un tributo, tutto qua.
Dal loro punto di vista, era sicuramente una cosa ragionevole.
Solo che:
Nel 1999 due bambini erano spariti senza lasciare traccia durante una scampagnata, e mai più ritrovati, se non si vogliono tenere in considerazione alcuni trascurabili brandelli che resero necessaria la cremazione delle salme.
Nell’inverno dello stesso anno, fu arrestato un pregiudicato, con l’accusa di essere lui l’assassino dei barboni che imperversava tra Tuscolana e Laurentino, ma venne rilasciato pochi giorni dopo perché presentava degli alibi inattaccabili. I barboni continuarono ad essere uccisi, finchè le morti non cessarono d’improvviso.
Nel 2003 i rom presero d’assalto il commissariato, sostenendo che qualcuno si accaniva su di loro, e che non potevano più uscire a mendicare perché non era affatto certo che sarebbero tornati. Dopo qualche mese di scandali e arresti, le morti cessarono nuovamente, di colpo.
Nel 2005 cominciarono a sparire immigrati clandestini. Nessuno se ne accorgeva, finchè qualche cadavere non veniva ritrovato. Quelli dei clandestini era una riserva decisamente appetibile e relativamente sicura.
Era molto ragionevole, certo.
Lance trasalì allo squillo del citofono, e vide con stupore che erano le sei e venticinque. Come vola il tempo, sul viale delle rimembranze, pensò con amaro cinismo, e ripose l’album nel cassetto. Accese il video accanto alla porta e gli apparve, sgranato e lievemente tremolante (faceva aggiustare quel maledetto citofono in media ogni tre mesi, senza il minimo risultato), il faccione flaccido e familiare di Gabriele, il portiere dello stabile. “Un certo signor Pinzetti chiede di lei, signor Knight – gli comunicò – e ha portato una cassa. Cosa devo fare?”
“Fallo salire, ha un appuntamento. A proposito, Gabriele – aggiunse in fretta – se non segnerai questa visita sul registro degli ospiti te ne sarò molto grato. E’ un affare riservato.”
Quel genere di cortesie erano abbastanza comuni nei lussuosi complessi di uffici dove si svolgevano gli affari di Lance, e non venivano dimenticate, specialmente a Natale, così l’usciere mise via il registro.
Lance aspettò davanti all’ascensore, impaziente, ma dissimulò bene il suo stato d’animo davanti all’ometto e alla guardia giurata, la versione miniaturizzata e depilata di King Kong. Quest’ultimo spingeva un carrello che conteneva una cassa, non stretta, ma talmente lunga da apparirlo. Per poco Lance non si sfregò le mani, ma riuscì a conservare un’espressione di cordiale impenetrabilità mentre faceva salire il burocrate e la guardia nello spazioso ufficio all’ultimo piano, con la vetrata alle spalle della scrivania che dava sul traffico pittoresco di via Nazionale, molto ridotto a causa della pausa estiva, e rimpiazzato da frotte di turisti che sciamavano ovunque. Il burocrate socchiuse gli occhi ai raggi del sole e il suo accompagnatore osservò con apprezzamento la visuale che si poteva godere da lassù. Apprezzano il sole, bene. Non che ritenesse quei due anche solo minimamente pericolosi, però non si poteva mai dire. Era contento che fosse giorno, che fosse estate e che la visita, insieme ai volti dei suoi ospiti, fosse rimasta impressa nella mente di Gabriele, per via di quella richiesta di segretezza. La cautela non era mai troppa.
“E’ puntuale, mi fa piacere. E’ tutto a posto?” chiese, e l’omuncolo tirò fuori una cartella, che gli porse, ma che ritirò quando Lance fece per prenderla.
“Mi mostri i soldi, prima.” Gesù, ma crede veramente di essere in un film, questo qui? Aprì nuovamente l’ultimo cassetto della scrivania (la prima regola, quando si maneggiavano certe somme di denaro, era di non tirarle mai fuori dalla cassaforte davanti ad estranei) e prese una busta marrone, che sbattè in mano all’omuncolo. Aveva richiesto alla banca trentamila dollari in contanti già la settimana prima, prevedendo l’esborso. Se l’omuncolo avesse saputo quanto Lance sarebbe stato disposto a pagare, probabilmente gli sarebbe venuto un colpo. Aprì la busta e si fece scivolare sul palmo alcune banconote.
“Potete contarli, se volete.”
“No, no, ci mancherebbe. Abbiamo la massima fiducia in lei, vero Giuseppe?” La guardia annuì, senza staccare gli occhi dalla busta. Probabilmente immaginava già la faccia della moglie quando avrebbe tirato fuori i soldi dicendole che quell’anno le ferie le avrebbero passate in Riviera. L’omuncolo si fece avanti e prese la busta, decidendosi finalmente a mollare la cartella, che Lance si affrettò ad aprire e controllare, mentre i due compari si spartivano il denaro. Tutto era in regola, i timbri giusti, le firme giuste. Ogni cosa pareva essere filata liscia.
“Sta bene – Lance richiuse la cartella e fece un gesto verso la porta – credo che sappiate qual è l’uscita. Arrivederci, signori.”
“Spero che faremo altri affari, in futuro.” Commentò l’omuncolo mentre usciva. Lance lo avrebbe volentieri ucciso seduta stante. Invece gli spedì un sorriso indistinto che cancellò non appena fu fuori dalla sua vista.
Rimasto solo, si diede subito da fare col piede di porco, interrompendosi soltanto per ravviarsi i capelli che gli ricadevano continuamente in avanti. Erano di un biondo scuro, con ciocche quasi castane, in tutto e per tutto identici a quelli di sua madre; quando faceva caldo aveva l’abitudine di legarli in una coda dietro la nuca, ma lì dentro l’aria condizionata manteneva la temperatura a un piacevole frescolino, così Lance li aveva lasciati liberi di sfiorargli le spalle, perché aveva l’abitudine di passarci una mano in mezzo quando era pensieroso.
Ficcò il piede di porco nella fessura tra cassa e coperchio, accingendosi a dare un deciso colpo, quando ebbe l’impressione che l’aria attorno a lui tremasse, deformando lievemente le sue percezioni. Si fermò e rimase a osservare il fenomeno, finchè questo non si cristallizzò in un punto preciso davanti a lui, assumendo contorni ben definiti e amalgamando le tinte, come se le traesse dall’ambiente retrostante, che la progressiva materializzazione andava a coprire. In breve fu visibile la figura di un uomo anziano, con indosso una tunica bianca. Lance chinò la testa a mò di saluto.
“Decano – disse – non mi lasciate neppure il tempo di fare una telefonata per comunicarvi di persona la lieta novella…” Ci sei dunque riuscito, Lance? In ciò che tanti, per secoli prima di te, avevano fallito, pagandone un prezzo di sangue?
Lance si sforzò di non assumere un’aria eccessivamente trionfante. “Così sembra, Decano. Posso procedere ed aprire?”
La figura, perfettamente visibile ma eterea e impalpabile come un miraggio, venne avanti e si chinò sulla cassa. Niente più di un vecchio, e neanche molto vecchio: l’età precisa del Decano non la conosceva nessuno, ma si collocava in qualche punto tra i cinquantacinque e i sessantacinque anni, con continue oscillazioni, perché il Decano era una di quelle persone che avevano un’età diversa a seconda dello stato d’animo del momento. Adesso sembra aver appena raggiunto i quaranta, pensò Lance, ficcando il piede di porco nella cassa e aprendola con un movimento deciso. Rimosse con attenzione il polistirolo, ruppe l’involucro di plastica rigida che proteggeva l’oggetto e finalmente la vide. Tacque, sopraffatto. Ce l’ho fatta, pensò. Finalmente l’ho trovata.
Ben fatto, figliolo, proprio ben fatto. Il gingillo di Dracula è finalmente nelle nostre mani.
Lance non udì neppure quella voce, un sussurro così lieve che era come un pensiero nel suo cervello, e con un certo sforzo sollevò l’arma, il cui scintillio rifletteva il sole abbacinante di luglio. La teneva per la parte centrale, perchè non esisteva un’elsa, un’estremità. A prima vista poteva sembrare una spada d’argento, ma solo se la si guardava per un unico lato. C’erano due lame, lunghe ciascuna quasi un metro, saldate tra loro per l’impugnatura, che diventava quindi il centro dell’arma. Le lame erano piuttosto sottili, almeno per la loro lunghezza, ma ciò nonostante l’arma pesava talmente che si stentava a tenerla, essendo interamente d’argento: una spada dalla doppia lama, inclassificabile dal punto di vista stilistico e storicamente inesistente in ogni civiltà di cui si avesse notizia. Le sole decorazioni che si potessero notare erano una sorta di scritta, in caratteri cuneiformi, che correva lungo le lame per tutta la loro lunghezza, e una gemma lattiginosa, grande come una palla da golf, rotonda, incastonata al centro dell’impugnatura. I riflessi erano madreperlacei, ma quando Lance la toccò si rese conto che non era madreperla: somigliava a cristallo, o a pietra dura, e quando voltò l’arma vide che le gemme erano due, simmetricamente disposte. Gli Occhi vedranno la luce se si bagneranno nel sangue di Abele. Gli Occhi serviranno le tenebre se berranno il sangue di Caino. E’ questo il significato delle parole incise sulle due lame.
La figura del Decano alzò una mano quasi a sfiorare la doppia spada, ma le dita attraversarono il metallo come fosse fatto d’aria. Spero di poterla toccare davvero, quanto prima.
“Provvederò a portarvela il più presto possibile – sussurrò Lance, senza riuscire a distoglierne lo sguardo – del resto, io non possiedo una cassaforte personale tanto grande da contenerla, e non mi fido ad affidarla a nessuno che non sia della Congrega.” Non è sorprendente, che un oggetto con tanta storia alle spalle sia così sconosciuto alle cronache?
Lance annuì. Sapeva cosa intendeva dire il Decano, perché erano anni che seguiva ogni possibile pista che lo conducesse a quell’arma: gli Occhi di Azmodar, come veniva definito in taluni documenti, o Occhi di Abele, come era chiamato in talaltri. E stranamente, nonostante sulla sua scrivania si trovasse un oggetto la cui notizia più antica era datata settemila anni addietro, Lance non aveva mai trovato alcunchè nelle documentazioni ufficiali di luoghi dove pure aveva avuto un ruolo di rilevanza, fosse soltanto per la sua stranezza. Era, di fatto, un’arma rituale, e per il suo uso peculiare aveva incontrato i favori di Vlad Tepes, meglio conosciuto come Dracula, principe di Valacchia, nota in epoca moderna come Romania. La sua lunghezza era tale da impalare senza difficoltà un uomo (la pena preferita da Vlad Dracula), ma non era stata costruita per questo: serviva per i sacrifici, in un’epoca molto più remota di quella dell’uomo che avrebbe dato vita all’opera di Bram Stoker sui vampiri. Richiedeva la morte di due uomini contemporaneamente, di cui uno era il sacerdote che officiava il rito: si piantava nello stomaco una delle due lame per poi trafiggere la vittima propriamente detta con l’altra lama. Era ammesso anche l’inverso, l’omicidio prima del suicidio, secondo Lance indubbiamente più pratico.
“Se sono riuscito è solo grazie al lavoro di coloro che mi hanno preceduto.” Disse sinceramente, perché non sarebbe mai arrivato a concludere nulla, dovendosi basare solo su fonti ufficiali. Sapeva però di essere stato anche molto abile. E fortunato. Per pura coincidenza era venuto a sapere di quel collezionista del Winsconsin, un arricchito che comprava oggetti d’antiquariato senza conoscerne minimamente il significato, e che aveva subodorato un ottimo affare quando dall’Italia Lance gli aveva offerto di acquistare quella strana cosa che teneva appesa sopra il camino. Come fosse riuscito a spuntare un prezzo ragionevole, Lance non sapeva ancora spiegarselo, visto che sarebbe stato disposto a ipotecare anche la casa, pur di averla, e gli pareva stranissimo che il suo antagonista nella trattativa non avesse captato un simile stato d’animo.
Sospettava però che non avrebbe ottenuto niente, se gli Occhi non avessero voluto che così fosse. Adesso potrai dedicarti anche ad altro, all’infuori della missione che ti sei così duramente imposto. Sei ancora giovane, e hai ottenuto più di tanti in tutta la loro vita.
“Non è tempo di riposare, Decano – rispose Lance – il lavoro difficile arriva adesso. Dobbiamo preparare tutto senza che loro sappiano, e quando cominceremo ad agire sarà impossibile mantenere il segreto…” Non preoccuparti di questo. Roma è una grande città, e il ricordo degli antichi rituali è ormai troppo affievolito perché persino i preti di Cristo se ne ricordino. Siamo rimasti solo noi, a tenerne viva la memoria. Loro non si accorgeranno di nulla, finchè non sarà troppo tardi.
Lance se lo augurava, ma sapeva che sarebbe stata dura, da lì in avanti, anche se non sarebbe passato molto tempo prima che tutto finisse… in un modo o nell’altro.
Ma a questo era meglio non pensare. Arrivati a quel punto, fermarsi a pensare equivaleva a desiderare di fuggire.
“Per Lughnasadh sarà tutto pronto. Il primo giorno di raccolto ci vedrà mietere un bel campo, Decano.” Lughnasadh cadeva tradizionalmente il primo di Agosto. Abbiamo quasi un mese di tempo per prepararci. Cerca di non correre rischi inutili, figliolo.
“Non lo farò, ma dovremo trovare una…” prese a dire Lance, ma la figura del Decano iniziò a sbiadire, a disfarsi, e in breve fu di nuovo solo, nell’ufficio grande quanto una sala. Non era facile mantenere la concentrazione tanto a lungo, e il Decano era l’unico, tra le persone di sua conoscenza, che riuscisse a conversare in tutta tranquillità pur essendo presente solo sul piano spirituale. Chiaramente, aveva dovuto far ritorno nel proprio corpo: era meglio che gli telefonasse, per definire i dettagli in maniera convenzionale.
Abbassò gli occhi sulla doppia spada, in preda a sentimenti contrastanti, vedendosi riflesso in una delle lame: un giovane di poco più di trent’anni, con occhi grigi che, specialmente in giornate di sole come quella, viravano su un azzurro metallico, i lineamenti composti, regolari, la barba perfettamente rasata e un’espressione perennemente attenta a tutto ciò che lo circondava, un’espressione che dava sempre ai suoi interlocutori la sensazione che fosse interessato a loro come a nessun altro in precedenza. Il che, specialmente con le donne, rappresentava un bel vantaggio. Cosa aveva detto il Decano? Adesso potrai dedicarti anche ad altro, all’infuori della missione che ti sei così duramente imposto. Sei ancora giovane… Curioso, perché in quel momento si sentiva più vecchio della Pangea. Era una sensazione che provava spesso, e forse era quello il motivo per cui era riuscito ad affermarsi in un mondo, quello degli antiquari di lusso, nel quale solitamente i giovani non avevano accesso, come se un oggetto antico potesse essere valutato adeguatamente soltanto da un essere umano quasi altrettanto datato. O forse viaggiava troppo con la fantasia e poteva attribuire la sua rimarchevole autorità nel campo unicamente alla propria abilità, insieme al fatto di essere partito comunque avvantaggiato: le sue carte erano sempre state buone, dato che proveniva da una famiglia inglese di quelle più snob, antica, benestante e con innumerevoli contatti nelle gallerie d’arte di tutto il mondo. Era stato facile iniziare da lì e costruire. Dev’essere insito nella natura umana, pensò con amara ironia, quando una persona nasce privilegiata, senza un solo problema al mondo, deve andarli a cercare, crearseli, farli propri… e sperare di non venirne sopraffatto.
Si accorse che continuava a fissare la propria immagine riflessa, troncata all’altezza del collo dal filo della lama, e distolse in fretta lo sguardo. Adesso che c’era riuscito, che l’aveva fatto e che il momento di euforia era passato, si sentiva soverchiare al pensiero di quel che ancora l’aspettava.
La morte era soltanto una delle possibilità, e nemmeno la peggiore. Ma era più che sufficiente a spaventarlo. Chissà perché, poi… non ho mai visto nessun film dove qualcuno, infilandosi di sua iniziativa in una situazione più che rischiosa, se la facesse sotto per tutto il tempo. I registi dovrebbero starci più attenti, rischiano di far venire un complesso d’inferiorità ai poveracci che devono rischiare la pelle, per non parlare di tutto il resto, pensò con più di una punta d’isterico umorismo. Loro non sarebbero certo rimasti a guardare, qualunque rassicurazione in proposito potesse cercare di dargli il Decano. Si volse a guardare fuori dalla vetrata e si domandò che genere di vita potessero condurre, in quella stessa città, mescolati alle loro prede che li sfioravano, li toccavano, li vedevano, senza mai riconoscerli… finchè non era troppo tardi.
Il prato aveva un disperato bisogno dell’innaffiatoio, ma dalla settimana prima era in vigore il razionamento dell’acqua e Duna poteva soltanto osservare tristemente la superficie giallastra, agonizzante, che forse solo in autunno avrebbe dato qualche nuovo segno di vita. La cappa di umidità afosa che premeva da tutte le parti come un guanto di gomma rendeva l’aria rovente ancora più irrespirabile, senza peraltro dare il minimo sollievo all’erba del campo recintato: semmai, pareva soffocare i pochi ciuffi che si ostinavano a rimanere in vita, piccole chiazze di verde che andavano rapidamente estinguendosi.
“Credo sia meglio finire qui per oggi, non crede?” si decise a dire, e pronunciare quelle poche parole fu quasi più faticoso che muoversi. Quasi.
La donna accanto a lei si rigirò tra le mani il guinzaglio, dubbiosa. “Mah, sì… forse hai ragione… però l’ora non è ancora finita!”
Fu solo la ferrea regola secondo cui il cliente aveva sempre ragione che impedì a Duna di rispondere per le rime. “Mancano meno di quindici minuti, e se ben ricorda io le avevo sconsigliato di venire al campo a quest’ora… Magic non ce la fa più, se continuiamo rischia di buscarsi un’insolazione.” Forse per effetto della stanchezza, la voce le uscì adeguatamente pacata e la cliente non la prese come un tentativo di polemizzare.
“Potevo solo adesso – replicò comunque, per avere l’ultima parola – ma forse è meglio smettere qui, hai ragione… quanto ti devo?” aggiunse in tono quasi di sfida, mentre il golden retriever ai suoi piedi si accasciava sul prato bruciato, con la lingua srotolata fuori dalla bocca e i fianchi che si alzavano concitatamente cercando di disperdere un po’ di calore. Per aver costretto questa povera creatura a venire qui a quest’ora, dovresti pagare almeno cento euro, pensò Duna irritata: ma non poteva ascrivere alcuna responsabilità alla donna davanti a lei. La colpa era sua, avrebbe dovuto rifiutare con più decisione, perché era lei l’esperta, lei sapeva esattamente quando le condizioni rendevano impossibile tenere una lezione, ma l’insistenza della cliente, unita al fatto che luglio era un mese tragicamente povero di lezioni, alla fine l’aveva fatta capitolare. Le bollette e l’affitto del terreno non si pagavano da soli, in qualche modo doveva pur tirare avanti fino a settembre, quando i clienti sarebbero tornati dalle ferie e avrebbero ricominciato ad affollarsi nel suo campo, religiosamente convinti che lei avesse un ‘tocco magico’ anche per i casi più disperati. Duna non aveva mai visto un cane che fosse un caso disperato. Ma, se guardava all’altro capo del guinzaglio, il discorso cambiava radicalmente.
La donna che le stava di fronte ne era un classico esempio. Sulla quarantina, divorziata senza figli, aveva comprato il golden sull’onda della moda del momento, pagandolo circa tre volte il suo reale valore di mercato, per ritrovarsi dopo circa un anno con un robusto retriever, esuberante, forte e con le idee molto chiare su come gestire la propria vita. Idee in netto contrasto con quelle della proprietaria. La sola cosa di cui Duna ringraziava il cielo era che la donna era sinceramente affezionata al cane, e nonostante la sua assoluta incapacità gestionale non aveva mai neppure considerato la possibilità di sbarazzarsi dell’animale, facilitando il compito di Duna non di poco, dal momento che era disposta a eseguire tutte le direttive necessarie. E, dopo appena tre lezioni, il cane rispondeva bene alla nuova impostazione dei rapporti, come Duna sapeva sarebbe avvenuto, perché era quello che avveniva sempre in quei casi: ma spesso si chiedeva come potessero, i proprietari di quel genere, a non rendersi conto che quel che lei faceva era in realtà di rieducare loro, i detentori del guinzaglio, giacchè le situazioni degeneravano sempre, inevitabilmente, a causa di stupidaggini commesse da chi si considerava più abile del suo cane. I cani in sé non avevano mai bisogno di altro che capire quel che si chiedeva loro, e avere la certezza che questo avrebbe portato stabilità nelle loro vite. Una volta definita la situazione in questi termini, si trattava solo di far esercitare il proprietario finchè i giusti atteggiamenti non fossero diventati automatici, col che il compito di Duna terminava e poteva restituire al cane un padrone perfettamente educato.
Con la donna in questione il lavoro era ancora lungo, però.
“Facciamo metà lezione, che tanto oggi non abbiamo combinato molto.” Disse per levarsela di torno, e la cliente sorrise trionfante mentre tirava fuori il portafogli. Duna riempì una ciotola d’acqua, sospinse il cane all’ombra e gliela mise davanti, sentendosi ancora più in colpa quando vide l’animale immergerci il muso fino agli occhi e cominciare a sorbirla così, senza neppure preoccuparsi di respirare. Prese i soldi che la donna le porgeva e parlò con voce decisa.
“Non ci saranno più lezioni pomeridiane fino a settembre, ne’ individuali ne’ collettive. I cani non imparerebbero niente comunque, perciò a meno che non possa venire la sera, è inutile che mi telefoni, d’accordo?”
“Va bene, tanto la settimana prossima parto per le ferie. A proposito, fai anche servizio di pensione? Non so a chi lasciare Magic…” E ci pensi adesso? Duna scosse la testa e rispose diplomaticamente che non aveva le strutture e il tempo necessari a gestire una pensione per cani. E neppure i soldi, aggiunse mentalmente guardandosi dal dirlo. “Non ha parenti che glielo possano tenere?”
“Mah, sì… chiederò a mia sorella…” rispose la donna in tono vago mentre si allontanava. Aprì il cancello e Magic si lanciò fuori, strattonando il guinzaglio per arrivare alla macchina.
“Si ricordi che deve essere lei a uscire per prima, non il cane – disse Duna in tono rassegnato – perché gerarchicamente i superiori passano per primi.”
“Ah, sì… me n’ero dimenticata… bene, allora ciao, ti chiamo a settembre!” E si fece trascinare verso la macchina dal suo golden. Un lavoro ancora lungo, già. Perché poi quella donna insisteva a darle del tu e a chiamarla per nome? Non che Duna non fosse abituata a venire trattata da ragazzina, perché era una ragazzina, almeno rispetto all’età media dei suoi clienti, ma tutti generalmente, quando si prendevano quella libertà, le dicevano esplicitamente di fare altrettanto. Probabilmente col tempo la cosa non le avrebbe più dato tanto fastidio, ma a ventidue anni era ancora abbastanza giovane da desiderare di essere considerata più vecchia, soprattutto visto che doveva gestire tutto da sola: farsi prendere sottogamba non era un buon modo per tirare avanti. Cancellò dalla faccia il sorriso professionale nel momento stesso in cui voltò le spalle alla BMW che si allontanava sollevando polvere.
“Stronza.” Disse, guardando quasi con astio le banconote che aveva in mano. Beh, se non altro non le aveva chiesto fattura, quindi non sarebbe stata una giornata in perdita secca. Per quel giorno non aveva altre lezioni, così, dopo un’ultima occhiata alla landa desolata che era il suo campo d’addestramento, si avviò verso la roulotte che fungeva da ufficio, accettazione, deposito cianfrusaglie e, occasionalmente, luogo di riposo nelle giornate particolarmente impegnative. L’interno non era più fresco dell’esterno, ma c’era un piccolo frigo dove teneva qualche lattina di tè freddo e delle bottiglie di acqua minerale. Nell’angolo più lontano era sistemato un cesto di plastica azzurra, grande come una ruota da camion, e Duna fece appena in tempo ad entrare che dovette ordinare: “Ferma, Tania!” prima che il grosso cane nero, dal pelo raso che luccicava sui muscoli saldi, saltasse su per esprimere la sua turbolenta gioia nel rivederla. Tania rimase a debita distanza, ubbidiente, ma la coda frustava i fianchi mentre l’animale saltellava sulle quattro zampe e Duna si decise ad aprire le braccia e assorbire meglio che poteva l’estatico assalto, ridendo per le leccate umide che il cane le lanciava ogni volta che riusciva ad avvicinarsi al suo volto.
“Basta, Tania. Adesso smettila, basta!” Il cane si ricompose e le si sedette accanto. Era un Dobermann enorme, anche se erano in pochi a riconoscerlo come tale, perché Duna si era rifiutata di farle amputare le orecchie per renderle dritte e appuntite, lasciandole quelli che chiamava affettuosamente ‘i padelloni’, pendenti ai lati della testa e perennemente in agitazione per via del carattere esuberante del cane. Oltre a questo, aveva preteso che l’allevatore non asportasse neppure la coda, una muscolosa corda che penzolava fino ai garretti, col risultato che Tania somigliava più a un grosso, atletico bracco, che a un esemplare convenzionalmente riconosciuto per la razza che rappresentava. Duna la preferiva di gran lunga così, sia perché il suo aspetto incuteva decisamente meno timori permettendole di portarla con sé ovunque volesse, sia perché la lunga coda equilibrava perfettamente i quaranta e passa chili dell’animale, fornendole un timone alquanto utile. Duna capiva benissimo quanto fosse importante la coda per un cane, e non avrebbe mai permesso che il suo ne fosse sprovvisto.
Lo capiva meglio di quanto chiunque avrebbe potuto credere.
Il registro era quanto di più semplice Duna fosse riuscita a inventarsi per tenere i conti: due colonne con le entrate e le uscite, terribilmente anoressica la prima, fin troppo nutrita la seconda, soprattutto in quel periodo. La cosa curiosa era che molti sembravano convinti che il suo lavoro, oltre che estremamente piacevole, fosse anche estremamente remunerativo: Duna non se ne spiegava la ragione, se non con la congettura che, forse, la cultura cinofila generale si era formata sui telefilm del Commissario Rex, e che l’associazione col mondo del cinema rendesse automaticamente ricco chiunque ne avesse a che fare anche alla lontana. In quattro anni che viveva a Roma, Duna non era mai neppure entrata a Cinecittà.
“Ce ne andiamo subito – disse rivolta al cane – solo il tempo di riprendermi da quella cretina… poveraccio, il suo Magic. Tu lo sai, quanto sei fortunata? Eh, lo sai?”
Tania agitò la coda e ansimò felice. Chiaramente lo sapeva.
Duna si sfilò rapidamente la maglietta con impresso sulla schiena il logo del campo (la zampa di un cane e quella di un uomo congiunte per i palmi) e si buttò sul divanetto così, godendosi l’aria sulla pelle nuda. Cercò a tentoni, sulla scrivania dietro di sé, un elastico per i capelli, ma trovò solo una molletta di quelle che tutte le donne portano, almeno nella privacy della propria casa, e che nessuna ammetterebbe mai di possedere. Contorcendosi per non doversi rialzare, riuscì in qualche modo a fissarla sulla sommità della testa, e rimase lì immobile, come una lucertola su un sasso, finchè l’imbottitura del divano non cominciò a farla sudare. Si risollevò brontolando: con quel caldo, ogni gesto era un inutile dispendio di energie, e desiderò potersi permettere un condizionatore, almeno a casa. Recuperò una canottiera di cotone da una sedia, tole le scarpe da ginnastica per sostituirle coi sandali e con questo considerò terminato il cambio di abbigliamento. Aprì il frigo a disposizione del campo e bevve direttamente dalla bottiglia l’acqua ghiacciata, abitudine che condannava strenuamente in tutti i suoi clienti, tanto che il cartello appiccicato con lo scotch sul muro lì accanto diceva di servirsi dei bicchieri di plastica, perchè ogni trasgressione sarebbe costata un euro al malfattore. Ho davanti quasi due mesi di inattività pressochè totale, pensò rimettendo a posto la bottiglia, e neppure un centesimo per andare in ferie. Da qui a settembre sarà una tregenda, tra la noia e il dover tirare la cinghia. A parte il lavoro coi cani, considerava la sua vita piatta al limite dell’umana sopportazione, senza particolari hobby, senza relazioni sentimentali, senza amiche con cui uscire, ma da quando viveva a Roma non aveva fatto niente per renderla più variegata: arrivare a quel porto tranquillo le era costato parecchio, e vedeva con occhio itterico qualsiasi cosa potesse minacciare la sua noiosa, pacifica, sicura routine quotidiana. Ci voleva altro, che qualche serata chiusa in casa a guardare vecchi film, per farle cambiare idea.
La porta non era chiusa a chiave e si aprì con una docilità irritante. “Davide, ci sei?” chiamò Duna, entrando.
Silenzio.
Duna mise la testa in camera del cugino. Il letto era disfatto, con le coperte mezze per terra, il comodino straripante di riviste e un miscuglio indescrivibile di cd, fili elettrici, libri e confezioni vuote di snack sparpagliati sul pavimento. L’unico elemento pulito e ordinato era l’acquario vicino alla scrivania, e prima di richiudere la porta Duna si vide riflessa sul vetro. Era tutta scarmigliata e necessitava urgentemente di una doccia, così si avviò verso il bagno. La porta era stata dimenticata aperta, ma fortunatamente il deodorante che aveva comprato due giorni prima sembrava svolgere bene la sua funzione, e non c’erano odori sgradevoli.
“Quando torna mi sente – disse a Tania – cosa devo fare per fargli ricordare che la porta di casa si chiude? E che anche quella del bagno sarebbe carino almeno accostarla?”
Nel bagno raccolse i jeans e i calzini lasciati sulle piastrelle, pinzò per un angolino le mutande e ficcò tutto nella cesta del bucato. Ormai da tempo aveva rinunciato a spiegare a Davide che i vestiti non trasmigravano dal pavimento del bagno al cassetto della biancheria per un qualche arcano fenomeno mistico, e le costava meno fatica passare più tempo a rassettare che non discutere con un individuo per il quale l’ordine casalingo era un vezzo superfluo, in quanto le porte di casa le hanno inventate per non far vedere cosa c’è dietro, no?
Dopo la doccia si sentì meglio, rinfrescata e rilassata. Erano ancora circa le sei di pomeriggio e, mentre si strofinava i capelli con l’asciugamano, valutò di uscire nuovamente, magari per vedere se in libreria era finalmente arrivato il nuovo Linguaggio dei cani, edizione riveduta e corretta, aggiornata e splendidamente illustrata in modo che avrebbe potuto ricavarne delle stampe per mostrare ai clienti particolarmente ottusi cosa intendeva quando parlava di ‘ringhio minaccioso’ o altri concetti da analoga complessità. Diede un’occhiata circolare all’appartamento (ingresso, soggiorno con angolo cottura, due stanze e bagno con doccia, non vasca), meditando di riordinare un po’, ma alzò le spalle pensando che aveva due mesi per litigare col cugino a proposito della gestione domestica, così decise di cenare in anticipo e passare la serata a vagare senza meta per la città, assieme al suo cane. Annuendò tra sé di approvazione per quel programma andò al frigorifero, quasi aspettandosi di trovarlo desolato e vuoto, ma Davide, forse in uno slancio di buona volontà, aveva fatto la spesa, e Duna osservò con interesse i ripiani colmi prima di fare la sua scelta e richiudere lo sportello. Tania, che aveva provato a infilarci dentro il muso, uggiolò e le spedì un’occhiata di rimprovero. “Scordatelo – disse aspramente – sei troppo grassa, il veterinario mi ucciderà se non perdi qualche chilo. Va’ a mangiare la tua roba.” Le ordinò, con un gesto verso l’angolo di cucina dove, su un tappetino di plastica, c’era la ciotola d’acciaio del cane. Le crocchette nutrizionalmente equilibrate di Tania erano lì, intatte, e la cagna non le degnò di uno sguardo. Seguì Duna passo passo mentre questa preparava la cena, sperando che qualche briciola cadesse in terra sebbene sapesse perfettamente che non le sarebbe stato concesso di mangiarla comunque, e alla fine si accucciò con aria afflitta sotto il tavolo mentre la sua proprietaria si serviva.
La cena di Duna sarebbe andata bene per una famiglia di quattro persone. Ormai da tempo aveva rinunciato a servirsi dei piatti quando mangiava pastasciutta, e sul tavolo facevano bella mostra di sé un’insalatiera colma di fumante pasta al pesto, un cartone da un litro di latte, un piatto di uova strapazzate con zucchine e carote, una robusta pagnotta per togliere ogni traccia di sugo dalle stoviglie e, nella parte più fredda del frigo, l’attendeva la meringata che Davide non mancava mai di comprare, ingordo com’era di dolciumi. Mentre spazzava via ogni cosa meditò sulla possibilità di rinunciare almeno a quest’ultima, ma l’idea che finisse in bocca al cugino anziché a lei le riusciva insopportabile, senza contare che un dolce fresco era proprio quel che ci voleva, con quel caldo. “Che vuoi? Se volevi goderti la vita dovevi nascere col pollice opponibile. Pussa via.” Disse sadicamente a Tania che la guardava con enormi occhi supplichevoli. Il Dobermann emise una specie di sospiro, poi si volse e andò tristemente a piluccare le sue crocchette.
Alla fine respinse i piatti, guardò l’ora e sbuffò. Quasi le otto di sera e Davide non si vedeva da nessuna parte. “Ma dov’è andato quel cretino? Aveva detto che sarebbe tornato per cena… beh, peggio per lui.” Recuperò un foglietto e una penna e scarabocchiò qualche riga per avvertirlo che avrebbe fatto tardi, prima di andare in camera per cambiarsi.
Nessuno, vedendola, avrebbe detto che mangiava sempre come se ogni pasto per lei dovesse essere l’ultimo. Duna era una ragazza snella, non molto alta ma agile come un gatto (meglio, come un lupo, pensò spogliandosi) con gambe atletiche per via dell’intenso esercizio fisico che il suo lavoro comportava, braccia sottili fasciate da una bella muscolatura morbida, una pancia che non si gonfiava nemmeno dopo la più indecente delle scorpacciate, e capelli bruni, vaporosi quel tanto che bastava a non farglieli ricadere tristemente ai lati del viso come spaghetti. I capelli erano la parte di sé che le piaceva di più, ma forse dipendeva soltanto dal fatto che, quando si guardava allo specchio, non poteva fare a meno di esaminarsi anche il viso, e quello era la parte di sé che le piaceva di meno. Sapeva di essere carina, pur avendo mancato l’appuntamento con la vera bellezza, ma il problema non era quello: nei suoi lineamenti c’era qualcosa che trovava stucchevole, una sorta di somma delle parti il cui risultato contrastava nettamente con l’immagine che aveva di sé (che avrebbe voluto avere). La linea arrotondata del mento, quella delicata delle sopracciglia, il nasino all’insù che equilibrava le labbra forse un po’ troppo sottili, per tacere degli immensi occhi grigioverdi, con un sottofondo nocciola simile a un tappeto di foglie autunnali: tutto in quella faccia era zuccheroso come un romanzo sentimentale dell’Ottocento. Una volta Davide le aveva detto che, quando assumeva una certa espressione afflitta (in genere dopo aver sentito parlare del fenomeno dell’abbandono estivo in televisione), sembrava l’orfanella sfortunata che ha perso i genitori e la casa nello stesso incendio di due giorni prima. Duna l’aveva mandato al diavolo, ma sapeva che il cugino aveva ragione. Quel viso le dava un’aria fragile e vulnerabile, l’esatto opposto di ciò che avrebbe voluto trasmettere, e il fatto di non amare i cosmetici (con un lavoro come il suo sarebbe stato in buona parte uno spreco: un cane un po’ turbolento l’avrebbe ridotta a un clown in pochi minuti) contribuiva perversamente, anziché a farla apparire trasandata, a darle l’aspetto della ragazza della porta accanto, quella che al compleanno del fidanzato gli regala una sciarpa con ricamate sopra le sue iniziali. Niente da stupirsi che i clienti più prepotenti, al campo, cercassero di imporsi su di lei e si sentissero quasi offesi quando Duna non glielo permetteva e teneva risolutamente in mano le redini di ogni rapporto lavorativo. In effetti, sospettava che più d’uno avesse smesso di venire a lezione, dopo essere stato così colto in contropiede. Messo al proprio posto da quella bambina? Ma scherziamo?
Sbuffando, voltò le spalle allo specchio e prese a vestirsi, acutamente consapevole che lo stile grintoso e trasandato del suo look era una diretta conseguenza del desiderio di non apparire come Oliver Twist che chiede un’altra scodella di minestra. Sul lavoro aveva quasi sempre jeans e la maglietta con stampato il logo del suo campo cinofilo, ma fuori da esso era raro vederla senza scarponi, pantaloni informi e camicie scure. Da qualche parte nell’armadio c’erano un paio di gonne, tenute da parte nel caso dovesse partecipare a qualche occasione che richiedeva un abbigliamento più accurato, ma ormai non avrebbe neppure saputo rintracciarle, sotto le pile di jeans scoloriti e magliette stropicciate. Quando ebbe finito sbuffò di nuovo, perché ogni volta il risultato non le piaceva: anche se i pantaloni erano del tipo militare, di uno scoraggiante color verde scuro, e la canotta che indossava era nera, senza la minima concessione a una scollatura del tutto casta, non sembrava per niente una persona da rispettare: niente a che vedere con soldato Jane, o almeno con una giovane donna che vive da sola e si mantiene col proprio lavoro. Sembrava piuttosto una liceale che si prepara ad andare in palestra per fare un po’ di stretching. Forse dovrei optare per un cambiamento più radicale, girare con un collare a strozzo e forarmi labbra e sopracciglia per infilarci spille da balia o schegge d’osso di plastica. Oppure un bel tatuaggio, che so, Hannibal Lecter che pugnala una suora, roba così… Non si era mai neanche praticata i fori ai lobi delle orecchie.
“Dai, Tania, andiamo.” Disse, afferrando la borsa e uscendo, senza neppure salutare il portinaio, del quale si scorgeva solo la cima del lucido cranio pelato dietro la Gazzetta dello Sport.
D’estate Roma si svuotava dei suoi abitanti per diventare territorio di conquista dei turisti, con il risultato che era possibile prendere l’automobile per spostarsi anche in piena città, ragionevolmente sicuri di trovare parcheggio. Duna si godeva sempre quei momenti, perché con l’autunno il traffico sarebbe tornato ad essere un congestionato coro di clacson e frenate, alle quali non poteva in alcun modo sottrarsi: con un cane le era impossibile prendere qualunque mezzo pubblico, e in ogni caso non valeva la pena tentare la sorte con l’autobus, quando era possibile attribuire a se stessi la colpa dei ritardi.
Dopo aver lasciato correre Tania per una mezz’ora in un campo abbandonato, utilizzato dai proprietari di cani del circondario come palestra dei loro beniamini, Duna salì in macchina e partì alla volta della libreria: non quella vicino casa, ma un’altra molto più grande, che aveva l’indiscusso vantaggio di consentire l’accesso ai cani, e di cui era, per questo motivo, cliente affezionata. Una vita tranquilla, pensò mentre guidava, così tranquilla da essere noiosa, e forse un giorno non ne potrò più e vorrò altro… ma non ancora. Non è ancora il momento di smettere di godere della pace, non sono passati neanche quattro anni, mi merito un po’ di tregua ancora per molto, molto tempo.
Il libro che cercava non era arrivato, ma visto che era stato solo un pretesto per uscire Duna non se la prese e rimase ad aggirarsi per gli scaffali pieni, pescando volumi senza un criterio particolare, sapendo che non avrebbe acquistato niente, almeno se voleva continuare a rimanere al di qua della soglia dell’indigenza. E’ indecente che i libri costino tanto, pensò indignata, rimettendone a posto uno che la tentava. Duna era brava nel suo lavoro, anzi molto brava, forse addirittura la migliore, ma si muoveva nell’ambiente da troppo poco tempo per avere ancora un nome e una reputazione stabili, oltre al fatto di essere sommersa dai debiti contratti per l’apertura del campo. Era però avviata bene, con una clientela soddisfatta, sempre più numerosa, e a neanche un anno dall’inizio della sua attività non poteva proprio chiedere di più. Se lo ripeteva spesso, come un mantra, soprattutto quando doveva comportarsi in maniera razionale ed evitare spese superflue, ad esempio rimettendo giù un interessante libro da venticinque euro perché c’erano troppe bollette da pagare. Si guardò attorno, con la mezza intenzione di uscire, vide l’angolo delle offerte speciali (‘tutto a un euro!!!!!’) e decise di perdere qualche altro minuto. Si infilò tra un giovanotto muscoloso e un omone con una gran barba nera, stando attenta a non ingarbugliare il guinzaglio di Tania, e si dispose a perdere un altro po’ di tempo in quell’ozio tranquillo che era quasi noia, con la mente già mezzo rivolta alle faccende domestiche che l’aspettavano a casa.
Si pentì quasi subito di aver procrastinato: il giovanotto accanto a lei girò la testa, la guardò distrattamente, poi tornò a guardarla con maggiore attenzione, che diventò quasi subito aperto interesse. Apparteneva alla categoria di maschi che Duna, con suo profondo rammarico, attirava come un vasetto di miele aperto attira le mosche: alto, muscoloso, canottiera da culturista, testa rapata e l’espressione stolida di chi ha dedicato troppo tempo al culto del corpo per occuparsi anche di quello della mente. Il fatto che Duna sembrasse un’ingenua frequentatrice di palestre la rendeva particolarmente vulnerabile a quel genere di attacchi. A volte pensava che avrebbe dovuto sentirsene lusingata, perché dopotutto a una ragazza fa sempre piacere sapere di essere considerata carina, ma attirare solo quel genere di uomini era un pochino scoraggiante. Anche Tania li detestava, perché di solito, per dimostrare il loro machismo, le calavano sulla testa mani grandi come vanghe, senza neppure lasciarsi annusare un poco, a titolo di presentazione. Se si fosse accorta giusto un attimo prima di quel ragazzo avrebbe girato sui tacchi e sarebbe uscita. Ma non andò così.
“E’ tuo quel cane?” le chiese il ragazzo. Duna annuì e si finse interessatissima a un libro di nomi per neonati. Sperava che questo scoraggiasse il tipo, ma evidentemente gli aveva attribuito un’eccessiva sofisticheria, supponendo che avrebbe guardato cosa sembrava accingersi ad acquistare.
“Che bello – fece una pausa, prima di dire quel che Duna sapeva avrebbe detto – è veramente grosso!”
“Le dimensioni contano…” disse Duna in tono assente, sfogliando una pagina del libro. L’altro non colse.
“Mi chiamo Fabio. E tu?”
Duna cominciava a sentirsi veramente a disagio, perchè da un lato non voleva essere disturbata, e dall’altro non aveva alcun appiglio per dirgli bruscamente che voleva essere lasciata in pace. Non ancora. “Mi chiamo Duna, ma vorrei che…”
“Duna? E cosa sei, una Fiat?” ridacchiò della sua battuta. Denigrare come mi chiamo, che razza di tecnica di abbordaggio è? Pensò lei, ma rispose soltanto: “Chiedilo ai miei genitori. Adesso scusa, ma devo proprio andare…”
“Dal tuo ragazzo?”
“No…” rispose Duna prima di riflettere, e si morse la lingua. Ma non avrebbe mai imparato?
“No non vai dal tuo ragazzo o no non hai il ragazzo?” le chiese prontamente l’amico Fabio, concedendole una scappatoia.
“No non vado dal mio ragazzo adesso, e sì ho il ragazzo – disse Duna con sollievo – quindi se vuoi scusarmi…” Mise giù il libro e fece per andarsene, ma non aveva mosso un passo che sentì una presa sul braccio. Si voltò e Fabio le sorrise quasi con aria di scusa, ma la mano con cui la teneva non si allentò di un centimetro.
“Lasciami immediatamente.” Scandì, senza alzare la voce e cercando di non perdere la calma. Non voleva perdere la calma. Quando la perdeva, le conseguenze erano sempre imprevedibili. E la libreria era piena di gente.
“Dai, che c’è di male a fare due chiacchiere? Giusto per fare amicizia, che ti costa?”
Duna si liberò con uno strattone e vide l’espressione stupita dell’altro. Non si aspettava che la fragile ragazzina fosse così forte, non se lo aspettava mai nessuno, visto che lei non esibiva spalle muscolose o bicipiti da sollevamento pesi. I cani, invece, lo capivano invariabilmente. Del resto, la comunicazione era sempre stata più efficiente tra lei e i cani che non tra lei e gli uomini. “Non voglio fare amicizia e non voglio fare conversazione sul perché i miei genitori mi hanno dato il nome che ho. Ti entra in zucca?” Continuò a mantenere un tono moderato, perché Tania aveva rizzato le orecchie e guardava con un’intensità minacciosa il suo interlocutore. Ci mancava soltanto di farsi buttare fuori dalla libreria perché il suo cane aveva cercato di mangiarsi un pappagallo.
“Mamma mia che scorbutica che sei! Ti ha morsa una tarantola?” Chiese il pappagallo indignato, e Duna gli voltò le spalle senza rispondergli, con l’intenzione di levare l’incomodo. Perché sempre e solo i tipi così? Si chiese, con profonda stanchezza. Perché mai un tipo educato, che accetti con educazione il tuo educato due di picche?
Forse, riflettè, perché i tipi educati erano anche abbastanza ricettivi da capire al volo che tutto quel che Duna desiderava dalla vita era essere lasciata in pace. In pace, fu il pensiero che la trattenne dal sferrare un robusto manrovescio in faccia a Fabio quando questo la afferrò di nuovo per il braccio, stavolta in maniera niente affatto amichevole. Si ritrovò a fissare una faccia oltraggiata e ringhiante anche se, naturalmente, Fabio non sapeva neanche alla lontana come esibire la faccia ringhiante capace di spaventare Duna per davvero. Fece un impercettibile cenno per ordinare l’immobilità a Tania, giacchè un’azione così chiaramente aggressiva avrebbe fatto subito scattare l’istinto protettivo del Dobermann. Tania rimase ferma, ma talmente tesa che un niente sarebbe bastato a farla scattare come una molla.
Un paio di persone si erano voltate a guardarli, e se ne voltarono ancora di più quando Fabio, stavolta alzando la voce e sottolineando le sue parole con alcune tirate niente affatto gentili al braccio, le disse che poteva almeno salutare e non tirarsela tanto, chi si credeva di essere?
“Tania, seduta!” esclamò Duna, ma era troppo tardi, e se la ragazza non avesse avuto i riflessi di un lupo, l’istante dopo avrebbe visto Fabio cacciare versi come un vitello al chiardiluna, con quaranta chili di infuriati muscoli appesi al cavallo dei calzoni, perché il guinzaglio, seppure regolamentare, permetteva al cane di raggiungere tranquillamente il malcapitato. Tania non era addestrata ai convenzionali attacchi, quelli con manica imbottita che protegge il braccio, e di conseguenza tendeva ad appigliarsi a quel che le veniva più facile acchiappare. Non che Duna considerasse l’evirazione di quel balordo un gran danno per l’umanità, ma a livello burocratico sarebbe stata una gran seccatura per lei e per il suo cane, così afferrò al volo il collare di Tania, arrestandone l’assalto in modo così secco che le mascelle del cane si chiusero a mezz’aria con uno schiocco. Duna la sbattè a terra senza alcun riguardo, dando contemporaneamente uno strattone al guinzaglio, e Tania guaì mortificata.
A quel punto, non c’era cliente della libreria che non guardasse affascinato il dramma che si stava consumando.
“Tu… tu…” Fabio era sbiancato come un lenzuolo fresco di lavatrice, ma appena lo choc della sorpresa fu passato, le guance gli fiorirono di rosso e cominciò a urlare. “Quel cazzo di cane voleva aggredirmi! Tu sei pazza! Io ti denuncio, hai capito, brutta stronza?”
Un commesso arrivò in tutta fretta e Duna, già sapendo cosa sarebbe seguito, si tenne ben stretta Tania e lo prevenne dicendo che se ne sarebbe andata subito. “Col cazzo! Io chiamo i carabinieri! Questa mi voleva ammazzare! Quel cazzo di cane deve portare la museruola, io lo faccio sopprimere!” starnazzò Fabio, e stava già tirando fuori il cellulare dalla tasca dei jeans, come un pistolero in uno scadente film western. Il commesso guardò Duna con l’aria di chi vorrebbe sparire seduta sottoterra. Duna lo capiva perfettamente. Anche se Tania non correva pericoli, dal momento che non c’era stato nessun morso effettivo, anche se la reazione era stata commisurata alla provocazione (Duna poteva dirsi tranquillamente aggredita, sebbene la cosa non le facesse ne’ caldo ne’ freddo), avrebbe avuto un sacco di guai, e guardando il suo cane, adesso accucciato a terra contro i suoi piedi, come per chiederle protezione contro l’uragano incombente, sentì che cominciava ad arrabbiarsi, tanto che gli occhi le pungevano per la voglia di piangere. Non le era mai successo niente di simile da quando era a Roma. Mai.
“Guardi che se chiama i carabinieri sarà lei a mettersi nei guai.”
Duna si voltò verso il proprietario di quella voce.
La prima cosa che le venne in mente fu che sembrava un orso, un orso che per qualche strana anomalia genetica avesse alcuni tratti in comune con le scimmie antropomorfe. Nemmeno molti, per la verità: doveva essere sulla cinquantina, ed era alto, con spalle larghe e braccia possenti, tanto imponente che era impossibile dire se fosse grasso o semplicemente enorme di suo. Aveva capelli neri, foltissimi, che gli coprivano la parte superiore della testa, e una barba nera altrettanto folta che gli copriva la parte inferiore del volto. Quello che rimaneva era nascosto da un paio di occhiali scuri. Quando alzò un braccio per ribadire il concetto appena espresso Duna vide il bastone bianco per gli ipovedenti e si chiese cosa ci facesse nella libreria, prima di notare, con una strana lucidità forse dovuta alla tensione del momento, che si trovava alla sezione degli audiolibri, lì accanto.
“Ho sentito tutta la scena – proseguì l’omone – la signorina era importunata da questo giovanotto, e quando ha cercato di andarsene, lui l’ha trattenuta a forza, l’ha letteralmente aggredita. E’ stato allora che il cane ha reagito, ma la signorina ha impedito che la situazione degenerasse. Sono pronto a testimoniarlo, se occorre.”
L’atmosfera cambiò in maniera talmente improvvisa che Duna dovette strizzare gli occhi un momento, per adeguarsi allo sbalzo. Fabio rimise via il cellulare, senza un’ombra della rabbia forsennata di poco prima. Sembrava imbarazzato. “Non… non è così – alzò il mento, in un tentativo di ristabilire la sua superiorità – e poi che cazzo ne sa un cieco di cos’è successo?”
“Io cieca non sono e lo so benissimo – ribattè Duna – vogliamo fare una denuncia incrociata? Tu per aggressione, io per molestie?”
Il commesso si torceva le mani. “Signori, per favore… non è successo niente, se vogliamo continuare possiamo andare in direzione…”
“Non ce n’è bisogno.” Disse tranquillamente l’omone. Mosse con perizia il bastone finchè non sfiorò le caviglie di Duna, e le si avvicinò senz’altro. “La signorina sarà tanto gentile da non costringermi a testimoniare, ed eviterà di sporgere denuncia, non è vero?”
Duna dovette mordersi l’interno della guancia per non ridere, nel vedere l’espressione disorientata di Fabio. Quand’era successo che i ruoli si erano invertiti così radicalmente? Doveva essere lui a minacciare lei, non il contrario!
“Ma certo – rispose con voce di miele – dopotutto non è successo niente. Possiamo lasciar stare i carabinieri.”
“Quel cane deve avere la museruola!” Esclamò ancora Fabrizio, con un ultimo sussulto di orgoglio, e fu con estremo piacere che Duna lo schiacciò rispondendogli: “I cani con un brevetto di Protezione Civile non sono tenuti, nemmeno in luoghi così affollati. Vuoi vedere il tesserino?” E, senza aspettare risposta, lo tirò fuori e lo esibì. Ne era molto fiera, del resto. Anche con la sua abilità, c’erano voluti due anni di esercitazioni assidue, ed era un’ottima pubblicità per il suo campo di addestramento.
Fabio mugugnò qualcosa di incomprensibile, come fosse restio a lasciarsi mettere sotto così, ma doveva aver finalmente recepito la situazione, perché lanciò un’ultima occhiata malevola a Tania e si avviò verso le porte di vetro della libreria. Duna sospirò di sollievo, ma durò poco perché di colpo si rese conto di trovarsi al centro di un cerchio di persone bisbiglianti, che si davano di gomito indicandola e commentando quanto era accaduto. Il commesso le chiese se voleva fare acquisti prima di andarsene, e dal suo tono Duna capì che la stava invitando a levarsi di torno. Disse che andava bene così e fece per avviarsi, ma venne fermata nuovamente dal commesso che le indicò il libro dei nomi. Non si era neanche accorta di averlo ancora in mano.
“Sì, scusi, ecco, lo prenda…” disse arrossendo, e si affrettò all’uscita, sperando vagamente che Fabio se ne fosse andato e non la stesse aspettando per continuare la sceneggiata. Per poco non sbattè contro le porte automatiche, perché non aveva quasi dato loro il tempo di aprirsi, e si avviò per strada in tutta fretta, decisa a tornarsene a casa per rimanere, finalmente, tranquilla come desiderava.
“Signorina, aspetti! Non corra così!”
Duna si fermò e vide l’ipovedente barbuto che muoveva il bastone per individuare asperità nel marciapiede, genericamente rivolto verso di lei, e ancora così vicino alle porte automatiche che queste continuavano ad aprirsi e chiudersi. La gente gli passava accanto, confondendolo ancora di più, e Duna provò brevemente la tentazione di voltargli le spalle e andarsene, lasciandosi così alle spalle lo sgradevole episodio in maniera definitiva. Ma dopotutto quell’uomo l’aveva difesa, e lasciarlo lì a voltare la testa in giro, chiamandola senza poterla individuare, le pareva un pessimo modo di ricambiare la gentilezza.
Tornò indietro e gli disse che dovevano spostarsi, che intralciava il passaggio. L’uomo le sfiorò i piedi col bastone, poi toccò Tania facendola fare un salto all’indietro. “Mi scusi –disse – sarebbe così gentile da accompagnarmi alla fermata dell’autobus?”
“Certamente.” Duna gli si accostò, incerta su come regolarsi, ma l’uomo chiaramente sapeva cosa fare e la prese con garbo per un gomito, in modo da farsi guidare tra la gente senza intralciarle il passo. Duna si avviò.
“Non l’ho neanche ringraziata per il suo aiuto – gli disse – non mi era mai successo niente di simile, prima, non so come avrei fatto senza il suo intervento.”
“Oh, sono certo che per lei non sia una novità doversi liberare da corteggiatori inopportuni, ma davvero, certe cose superano il limite. Di che razza è il suo cane?”
“Un Dobermann.”
“Ah, grazie. Vedevo solo che era grosso e nero.”
Duna sorrise, imbarazzata, senza sapere bene cosa rispondere.
“Siamo arrivati?” le chiese l’uomo, toccando col bastone un palo. Duna pensò a quanto dovesse essere difficile, muoversi in una città come Roma con un handicap come il suo. Non provò compassione, ma una sorta di cupa solidarietà. Il suo, di handicap, non era visibile, ma forse perfino più invalidante. Un cieco, almeno, poteva contare sulla solidarietà sociale.
“No, quello è il parchimetro. La fermata è più avanti.”
“Ci sta seguendo.”
Duna si fermò, così di botto da far quasi inciampare il suo accompagnatore. “Prego?”
“Quel giovinastro. E’ qui intorno.”
Duna osservò la gente attorno a loro. “Non c’è nessuno. Spero sia dall’altra parte della città, a quest’ora.” Il tono dell’uomo, così sicuro, senza la minima inflessione dubitativa o interrogativa, l’aveva turbata, e non si sentì rassicurata più di tanto nel non vedere il buon vecchio Fabio lì da presso. Una conferma negativa non è mai particolarmente tranquillizzante.
L’ipovedente sembrò scettico. “Mah, se lo dice lei… forse sono più scosso di quel che credevo.”
“Sì, credo anch’io. E’ stata una cosa molto antipatica.” Duna riprese a camminare, ma non potè evitare un’ultima occhiata inquieta alle sue spalle. Storie del genere se ne sentivano di continuo, e a lei non sarebbe proprio piaciuto trovarcisi in mezzo. Sono paranoica, si disse, devo calmarmi e non penserò più a rompipalle in canottiera da culturista che mi spiano dai tombini, o roba del genere.
Sbirciò nella grata di un canaletto di scolo lì vicino e non potè trattenersi dal ridere. “Se me lo ritrovo davanti un’altra volta, il cane lo sciolgo, e vediamo come se la sfanga! Non si preoccupi, mi dispiace se si è trovato in questa situazione.”
“Si figuri, l’ho fatto volentieri. Ma sarò felice di tornare a casa e chiudermi dentro a chiave. Davvero, non si può più stare sicuri se non tra le proprie mura, oggigiorno.”
“Nemmeno lì, ormai…” Mormorò Duna, fermandosi davanti alle strisce gialle sull’asfalto con la scritta BUS. “Siamo arrivati.”
“Oh, grazie.” L’uomo sollevò il polso e premette un pulsante sull’orologio, facendone scaturire una voce metallica che gli comunicò che erano le nove e quarantacinque. Cribbio, di già, di già. Come vola il tempo quando ci si diverte. Anche lei non vedeva l’ora di tornare a casa, nella sicurezza dei due portoni, più il custode che non avrebbe fatto entrare estranei di notte, mettersi sul divano e guardare un qualsiasi stupido programma estivo fino a che gli occhi non le si fossero chiusi a forza, o finchè Davide non si fosse rifatto vivo e avesse ascoltato la sua storia, aiutandola a stemperarne la sgradevolezza con i suoi soliti commenti leggeri: perché era ancora troppo tesa, e non potè impedirsi di lanciare un’altra occhiata alle spalle. Si sentiva osservata e non le piaceva, come non le piaceva dover prendere in considerazione la possibilità che la sua non fosse solo paranoia. Dopotutto, episodi del genere avvenivano ogni giorno. Farò un lungo giro per tornare a casa, decise.
“Allora la saluto…” cominciò a dire, ma quando alzò lo sguardo su quel volto barbuto le parole le morirono in gola e Duna dimenticò all’istante il timore che un giovinastro la stesse spiando e magari meditasse di fargliela pagare. Dimenticò tutto, dal guinzaglio che stringeva in mano alla folla che le passava accanto sgomitandola più o meno accidentalmente, perché il suo salvatore si era tolto gli occhiali neri, abbattendo la barriera che le aveva impedito di vederlo in faccia, fino a quel momento.
Abbattendo ogni barriera che le aveva impedito di vederlo.
L’uomo non era ipovedente. Tecnicamente avrebbe dovuto essere cieco, anche se poco prima le aveva detto di aver distinto la sagoma del suo cane, ma a Duna il termine pareva riduttivo, come le pareva riduttivo ogni termine atto a descrivere l’uomo, adesso che lo guardava veramente.
Gli occhi non erano chiusi, non erano spenti, non erano velati da cateratte ne’ glassati da quella specie di nebbia azzurra che nei film si usava sempre per indicare la cecità. Gli occhi non c’erano affatto. Laddove avrebbe dovuto vedere i bulbi oculari vi erano soltanto le orbite vuote, con le ciglia rivolte all’indentro verso la rossastra devastazione che affondava nella testa in due crateri profondi, raggrinziti e raccapriccianti, simili a un desolato paesaggio marziano. Era una vista orripilante, da incubo, ma non fu questo a sconvolgere Duna. In effetti, la ragazza vide l’orrore di quegli occhi scavati, mancanti, solo come la cornice di un fenomeno più vasto, più imponente, e a lei così familiare che per un istante fu sicura che l’uomo le avrebbe semplicemente detto: “Ti ricordi di me, adesso?” Se non può vedermi, forse non capisce nemmeno quel che ho capito io… se non mi vede non sa quel che so io… se non mi vede…
“So cosa stai pensando – disse l’uomo a bassa voce – ma non si guarda solo con gli occhi. Io non faccio il salvatore di donzelle, anche se tu non hai certo bisogno di aiuto. Non capisco neanche perché eri tanto in difficoltà, a dire il vero.”
“Io… cosa avrei dovuto fare, scusa?”
L’altro sorrise, e sotto la barba baluginarono i denti, perfetti e bianchi, regolari come quelli di un coccodrillo. Naturalmente, pensò in uno stato quasi di stordimento. Anche lei aveva denti da pubblicità di dentrificio, non era mai dovuta andare dal dentista un solo giorno in vita sua. Che fortuna.
“Quale lupo si lascia molestare da una pecora?” rispose l’uomo, guardandola con quegli spaventosi non-occhi marziani.
“Rimettiti quegli occhiali del cazzo! Vuoi che qualcuno ti veda?” sbottò Duna, anche se quella visione spaventosa non la turbava particolarmente, quelli come lei non si scomponevano più di tanto per una ferita. Era l’altra cosa a sconvolgerla, non sapeva ancora bene come reagire e cercava di prendere tempo.
L’uomo inforcò nuovamente gli occhiali scuri. “Sono arrivato da poco a Roma, ma credevo di conoscere già tutti – disse in tono colloquiale – tu non vieni spesso al Quadrifoglio Nero, vero?”
“Quasi mai.” Borbottò Duna. Fino a quel momento non aveva fatto caso all’accento del suo interlocutore, che pur avendo una perfetta pronuncia non sembrava di madrelingua italiana, e tantomeno romano. Non badava mai molto alla parlata perché lei stessa e Davide provenivano dal Nord Italia, e ascoltava quindi ogni giorno accenti molto dissimili tra loro, che si amalgamavano confondendola e non facendole considerare quella caratteristica, nelle persone che incontrava.
“Perché? E’ un bel locale. Molto accogliente.”
“Cosa ti è successo agli occhi? Qualche preda che non era d’accordo sull’attribuzione dei ruoli?”
L’altro ebbe un gesto quasi di stizza. “Una preda non riuscirebbe mai a fare questo, non essere ridicola. No, è stato un… un incidente, diciamo, di molto tempo fa. Ma non me la cavo male.”
“Come fai a vederci, se non hai più gli occhi?” Non cercava nemmeno di infiorare quel dialogo con i fronzoli dell’educazione. Era troppo impegnata a calmarsi.
“Non si guarda solo con gli occhi – ripetè l’uomo – e non si aggredisce solo con gli artigli. Ti comporti come se avessi paura di me…”
Qualcosa si ruppe dentro Duna, un argine che quotidianamente rinforzava con un paziente lavorio di autocontrollo e decisione, impastando l’argilla della calma e schiaffandola al suo posto con gli strumenti della vita ordinaria, scevra di scosse, che conduceva risolutamente da quattro anni a quella parte. Non aveva scelta, perché l’acqua oltre quell’argine era putrida e densa, lasciava macchie indelebili e l’avrebbe annegata in un istante, se avesse trovato una falla in quell’argine. Avvertì chiaramente la crepa che si formava e che faceva sgorgare quel liquido nauseante, che le si ammassava nelle viscere, ribollendo come catrame. Simile a una canzone su una frequenza male selezionata, le parve di sentire una voce, una voce conosciuta che veniva da lontano, ma che si avvicinava a velocità spaventosa
(fai la brava bambina, su non farmi arrabbiare, non c’è niente di male, sei grande ormai)
come un’auto coi freni rotti.
In qualche modo gettò dell’altra argilla su quell’argine, tappando la crepa, ma non servì a niente, perché un’altra si stava formando poco più in là, e quella non poteva chiuderla facilmente, visto che si trovava davanti a lei, che la guardava e le sommuoveva qualcosa, nella parte più profonda del suo essere, la parte che molti studiosi avrebbero definito cervello rettile, che non poteva in alcun modo controllare. Poteva solo impedire che venisse stimolata, e lo faceva di continuo… quando non la coglievano di sorpresa…
“Pensa ai fatti tuoi – disse, lottando perché non le tremasse la voce – io faccio la mia vita e basta, grazie mille per l’aiuto ma le nostre strade si dividono qui. Stammi bene.”
“Io sarò al Quadrifoglio Nero domani sera, e per tutta la settimana – la informò il cieco, come se non l’avesse neppure sentita – mi farebbe piacere incontrarci. Se ti ho turbata, me ne dispiace.”
Più di ogni altra cosa Duna avrebbe voluto urlare di essere lasciata in pace e correre via a tutta velocità, ma il tono urbano, l’atteggiamento civile del suo interlocutore le impedivano di lasciarsi andare a scatti d’ira inconsulta. Per quanto si sentisse provocata, non lo era stata affatto, perciò in qualche modo ingoiò quell’acqua putrida che minacciava di traboccare e affettò una gelida cordialità.
“Di niente – disse, neutra – tu sei nuovo e non puoi sapere, ma io non frequento gli altri… non molto, almeno. Faccio la mia vita e basta, non credo ci rivedremo tanto presto.” Si volse senza aspettare una risposta e si allontanò quanto più in fretta potè, sgomitando e calpestando i passanti che la intralciavano. Fu solo quando ebbe girato l’angolo che si fermò e si appoggiò al muro, ansimando come dopo una lunga corsa. Tania la toccò con una zampa, uggiolando ansiosa, e Duna l’accarezzò per calmarla. E per calmare me? Che cosa ci vuole per calmare me?
Il cielo di Roma era nero e fuligginoso, senza nemmeno una stella, ma la luna crescente, simile a una palla da rugby, era visibilissima, e per un momento le parve una specie di occhio semiaperto, che la scrutava come un ricercatore può scrutare nel microscopio un batterio della sua coltura.
“Andiamo a casa, Tania.” Disse bruscamente, e si immerse nella folla, sperando di smarrirvisi. Non ebbe successo. Anche assediata dalla gente, continuava a rimanere se stessa.
Hal scese lungo la scala antincendio, ignorando bellamente il cartello attaccato alla porta che proclamava, in un intimidatorio stampatello maiuscolo: USCITA DI EMERGENZA – DA USARE SOLO IN CASO DI NECESSITA’. Non lo faceva nessuno. Soprattutto nel caldo soffocante di mezza estate, era di gran lunga preferibile evitare le scale interne del condominio, che era vecchio, piuttosto fatiscente, ed edificato in un’epoca in cui i criteri di costruzione non comprendevano la ventilazione degli ambienti come fattore essenziale. Quella zona di Trastevere non sarebbe mai stata una meta turistica, ma aveva l’indubbio vantaggio di essere popolata da gente che badava ai fatti propri. In tanti anni che abitava lì, Hal aveva incontrato solo disinteresse per attività che non fossero lo spaccio, il furto o la prostituzione, e dal momento che nel suo locale le questioni trattate erano ben altre, Hal e la criminalità convivevano su piani diversi senza praticamente mai venire in contatto.
Spostò col piede un sacco dell’immondizia squarciato che qualcuno aveva gettato in strada ed entrò nel vicolo cieco che era la sede della sua attività. A parte un grosso, irsuto gatto randagio che lo guardò con disinteresse, era vuoto, anche se talvolta qualche tossico vi si nascondeva per darsi all’estasi artificiale. Il fatto era che nessuno avrebbe detto che quella specie di budello cieco, sommerso dalle immondizie, servisse ad altro che a gettarci la spazzatura, giacchè l’ingresso al locale si trovava in un seminterrato, in fondo a una scala di metallo arrugginito che cigolava pericolosamente ogni volta che qualcuno ci camminava sopra. Prima o poi si sarebbe dovuto decidere a sostituirla, ma era continuamente frenato dal timore che una coreografia nuova, pulita e lucida, attirasse troppo l’attenzione su un punto che non doveva attrarne neanche un po’.
Il portone di legno era massiccio, con la vernice che veniva via a scaglie ed inciso da centinaia di graffiti, per lo più rappresentanti rozze riproduzioni di falli maschili, in perfetta armonia con il disperato squallore dell’ambiente circostante. Quello, Hal intendeva conservarlo così com’era, e si limitava a oliare periodicamente la serratura. A differenza del ferro, il legno non si disfaceva facilmente, e quel portone dava l’idea di voler rimanere lì ancora a lungo. Conosceva a memoria tutte le scritte, i disegni, i buchi dei tarli, le squamature della tinta che non intendeva rinfrescare per lo stesso motivo per cui continuava a rimandare l’acquisto di una nuova scala.
Hal sentì il paletto, da dentro, scivolare sui cuscinetti a sfera e se ne compiacque come al solito, perché gli piacevano le cose ben fatte, e poche cose al mondo danno un’impressione di ben fatto come un meccanismo bello lubrificato. I cardini, a differenza del resto, erano nuovi (li aveva sostituiti appena sei mesi prima, quando un cliente gli aveva detto che si poteva capire quando qualcuno entrava nel locale dalla strada principale, solo per il rumore che faceva), e il portone ruotò docilmente aprendosi. Hal lo fissò alla parete con una catenella, per cambiare l’aria. In giro non c’era nessuno, e dal momento che il vicolo era stato ricavato dalla demolizione di un palazzo, ancora nel dopoguerra, le pareti degli edifici accanto erano senza finestre. Era, in verità, un luogo magnifico per essere lasciati in pace.
Accese la luce e prese a tirare giù le sedie dai tavoli, perché tra poco gli avventori avrebbero cominciato ad affluire. Non poteva dire che stava aprendo, perché il locale non aveva mai aperto, legalmente parlando, ma tutti i clienti affezionati conoscevano gli orari del proprietario e Hal non voleva che entrassero trovando tutto ancora all’aria.
L’interno contrastava con l’esterno in maniera quasi violenta. L’ambiente era ampio, accogliente, con rifiniture in legno e molte piante verdi, alte, folte e ben curate. Il soffitto era imbiancato e attraversato da travi, da cui pendevano dei lampadari multicolori appesi a fili sottilissimi, con la luce che si fermava discretamente prima dei faretti a muro posti lungo il bancone. Questo era in pietra, con alti sgabelli lungo tutta la sua lunghezza, e la stessa pietra era stata utilizzata per creare muretti divisori in tutto il locale: nei separè così ottenuti erano stati piazzati solidi tavoli in legno pesante e lunghe panche imbullonate al pavimento di mattonelle. L’insieme di luci soffuse, muri di pietra e arredamento di legno conferiva al locale un’aria raccolta e piacevolmente arcaica, che certamente ne avrebbe fatto un ritrovo alla moda per gente che voleva un po’ di tranquillità, se Hal avesse ritenuto di pubblicizzarlo. La sola idea lo faceva sorridere. Ma, anche così, il Quadrifoglio Nero poteva contare su una clientela affezionata e stabile, e dal momento che gli avventori fedeli erano i soli a conoscere l’esistenza del locale, non c’era rischio di vederlo chiudere per via di qualche cavillo burocratico (ad esempio, il fatto che mancasse completamente di ogni tipo di licenza necessaria a gestire un pub di quel genere). Che esponenti della media borghesia se ne andassero in giro per un quartiere malfamato non era cosa in grado di attirare l’attenzione, agli occhi degli abitanti del posto, e nemmeno che avessero un esclusivo club dove dedicarsi ai loro passatempi, lontano da ficcanaso e poliziotti. Circoli del genere se ne trovavano dappertutto… beh, non proprio come il Quadrifoglio Nero, forse. Ma, comunque fosse, nessuno se ne preoccupava più di tanto e andava bene così.
Stava finendo di innaffiare le piante, facendo attenzione a non far traboccare la terra sulle mattonelle, quando i clienti cominciarono ad arrivare: uno alla volta, mai in coppia e ancor meno in gruppo. Quando giungevano, data la natura del locale, non potevano semplicemente entrare, perché Hal aveva richiuso il portone appena finite le pulizie ed era necessario che qualcuno, dall’interno, aprisse dopo aver riconosciuto il visitatore, ma era una prassi accettata al punto che gli avventori, a turni di rotazione, si incaricavano di mettersi ai tavoli vicino all’ingresso per far entrare i compagni. Hal si spostò dietro al bancone e cominciò a lavorare, nel brusio crescente ma sempre controllato della gente che chiacchierava.
“Alzi il volume, per favore?” Uno dei clienti al banco accennò con la testa alla televisione appesa dietro il banco, nella quale uomo pelato a mezzobusto leggeva le notizie del giorno. Hal prese il telecomando e l’accontentò.
“…il ministro della Salute dichiara che a breve sarà varato un decreto contro il randagismo e i cani pericolosi, in modo da tutelare la salute degli italiani contro episodi tanto cruenti, e che verranno appaltati due nuovi canili in zona…”
Hal sbuffò e cambiò canale. Due ballerine vestite di lustrini e poco altro cominciarono a dimenare la mercanzia sul vecchio schermo un po’ tremolante, suscitando le proteste dei cinque o sei avventori che erano già lì a quell’ora.
“Tutte cazzate – si oppose con decisione – è da stamattina che non ascolto altro. Sembra che sia l’unica notizia di oggi, in tutta Roma.”
“Ma dai, pensa a quei poveracci…i cani, intendo. Li seccheranno dal primo all’ultimo, in quella zona!” Il cliente, Giacomo, rise da solo alla propria spiritosaggine, facendo traboccare un po’ di birra dal bicchiere.
Hal gli gettò uno straccio pulito perché asciugasse il banco. “Io penso a noi – ringhiò – non ci voleva proprio, a così pochi giorni dalla Caccia… quando quella mocciosa verrà le farò vedere i sorci verdi. Non è questo il modo di comportarsi!”
“Andremo a Cacciare fuori città.” Rispose Giacomo con noncuranza. Episodi come quello, capaci di inacidire lo stomaco di Hal per ore, venivano considerati con bonaria indulgenza al Quadrifoglio Nero, perché ognuno dei suoi avventori sapeva che avrebbe potuto trovarsi coinvolto in prima persona, un giorno o l’altro, in una situazione simile. “Poi la ragazzina è giovane, imparerà a controllarsi, o almeno a occultare i suoi macelli. Poi capirai, due barboni…”
Hal stava per dargli una rispostaccia quando la porta si aprì ed entrò quello nuovo, il cieco che, solo Dio sapeva come, riusciva a non attirare attenzioni indesiderate da parte degli abitanti del luogo, ogni volta che metteva piede nel quartiere. Un invalido era una preda facile, e per Hal rimaneva un mistero come fosse riuscito a evitare guai, fino a quel momento. Non il guaio di essere derubato o ammazzato, naturalmente. Un lupo cieco in mezzo alle pecore è sempre un lupo, ma spiegarlo alle pecore non è sempre facile. Hal era contento di avere una persona così, al Quadrifoglio Nero, e non lo tediava con domande pressanti, anche se ne avrebbe avuto il diritto, perché non voleva che diradasse le visite. Era sempre meglio, quando frequentavano regolarmente.
“Come va, Abel?” chiese Hal, mentre il cieco posava il bastone contro il banco e si sedeva, tastando lo sgabello per orientarsi. Si tolse gli occhiali scuri e li infilò in tasca, senza mostrare il minimo disagio per quegli spaventosi occhi che aveva. Hal non immaginava nemmeno cosa potesse essergli successo, né gli interessava particolarmente, ma non poteva fare a meno di chiedersi perché non mettesse almeno delle protesi. Lì al Quadrifoglio Nero nessuno si impressionava, ma fuori doveva sconvolgere parecchie persone.
“Benone, grazie Hal – rispose compitamente l’uomo, la barba tanto folta che parve non avesse neppure mosso le labbra per parlare – potrei avere una birra?”
Hal gliela posò davanti e stava per dedicarsi a fare altro, ma Abel parlò ancora. “Ieri ho incontrato una ragazza…”
“Buon per te – replicò Hal – se ha una sorella me la presenti?”
“Uomo nero no potere avere donne bianche, bwana!” scimmiottò Giacomo lì accanto, e scoppiò di nuovo a ridere. Giacomo era di quelli che si trovavano molto divertenti qualsiasi cosa dicessero: era sufficiente ignorarlo e si poteva stare comodamente in sua compagnia.
“Chi ti ha detto che era bianca?” domandò Abel, per stuzzicarlo. Giacomo fece un’altra risata.
“Anche se fosse, tu non potresti saperlo, no?”
“Basta così – Hal non era offeso perché sapeva che Giacono era incapace di distinguere l’umorismo dall’insulto, ma il nuovo avrebbe potuto decidere di rompergli il bastone in testa, e non avrebbe avuto torto – se vuoi sfottere, vai da un’altra parte.”
“E dai Hal, si scherzava…”
“Ho detto basta.” Hal non alzava mai la voce quando decretava la fine dei giochi, perché non ce n’era bisogno. Quando Hal diceva qualcosa, era quella. Con una filosofica alzata di spalle, Giacomo tornò al suo bicchiere.
“Ieri ho incontrato una ragazza – riprese Abel, come se non fosse mai stato interrotto – ed era dei nostri, ma qui non l’avevo mai incontrata… strano, no?”
“Me la descrivi? – chiese Hal, rendendosi conto un attimo troppo tardi di quel che aveva detto – cazzo, scusa…”
“Dalla voce era giovane, e aveva un cane.” Rispose Abel, in modo estremamente cortese. Ad Hal piaceva quel modo di fare, così diverso dalle spacconate di pessima categoria che abbondavano al Quadrifoglio Nero. Da quando era arrivato a Roma Abel aveva scalato rapidamente la sua classifica dei clienti preferiti, anche se Hal cercava di tenere a bada le simpatie, con i nuovi venuti. Non si poteva mai sapere come sarebbe finita.
“Beh, non so se ha un cane, ma Patrizia è giovane: hai sentito il telegiornale oggi? E’ stata lei con quei barboni, quando arriva mi sente.”
“Patrizia l’ho conosciuta qui, non era lei, era più grande. E poi a questa ragazza mancava soltanto l’aureola per essere un angioletto, ho perfino dovuto aiutarla perché un galletto la molestava…”
Hal capì all’istante a chi si riferiva. Di ‘angioletti’, al Quadrifoglio Nero, ce n’era soltanto uno. “Ah, parli di Duna. No, non viene molto qui, l’ultima volta sarà stato tre mesi fa. E’ un po’ asociale, ma è abbastanza a posto, non ha mai creato problemi.” Si accigliò mentre parlava: aveva detto il vero, Duna era tra tutti quella che in assoluto si comportava meglio, mai uno sgarro, mai un richiamo, mai un’amicizia pericolosa, eppure Hal la riteneva a rischio. Un giorno avrebbe dovuto farle un discorsetto, si disse, ma se lo diceva da sempre e da sempre lasciava perdere: era fin troppo facile dimenticarsi di Duna che arrivava sì e no ogni due mesi, sorseggiava una bibita analcolica e poi scompariva di nuovo nel flusso anonimo della vita diurna, quando si aveva a che fare con gente come Patrizia o come Giacomo, che ignoravano le regole, attaccavano briga e in generale si comportavano come volpi in un pollaio.
“Quindi è anche lei dell’orda del Quadrifoglio Nero.” La voce di Abel lo sottrasse alle sue divagazioni. Hal annuì, si ricordò che l’altro non poteva vederlo e rispose affermativamente.
“Per me quella non è nemmeno dei nostri.” La voce di Giacomo stavolta non vibrava dello scadente divertimento di quando pronunciava una facezia, ma era serissima, tanto che Abel si volse verso di lui. Un riflesso condizionato malgrado non potesse vedere l’interlocutore, pensò Hal.
“Certo che è dei nostri, me ne sono accorto subito, e anche lei. Non sembrava contenta, però: è stata bandita o roba del genere?”
“No – rispose Hal – è solo asociale, te l’ho detto. Sono in due, lei e il cugino, li si vede pochissimo, il cugino perché è sempre all’estero per i suoi affari, lei perché è fatta così. Niente di eccezionale.”
“Due cugini, eh? Una famiglia di Naturali, quindi. Ne ho conosciute diverse, però di solito succede tra fratelli. Questione di cromosomi, credo.”
“Sì, il loro caso è un po’ insolito. Anche qui nel Quadrifoglio Nero abbiamo dei fratelli, come i gemelli Ruggieri: li hai conosciuti ieri, giusto?”
“Quelli che gestiscono la palestra? Sì. Sono simpatici.” Abel bevve la sua birra e tacque, come se non gli interessasse continuare la conversazione. Evidentemente aveva solo voluto chiedere informazioni sull’incontro avuto con Duna e non gli importava del resto. Aveva raccontato ad Hal di provenire dalla Repubblica Ceca, ma su di sé non aveva aggiunto altro e Hal si era astenuto dal fargli domande. Era sempre un rischio. E comunque, Abel non era il tipo su cui si dovesse indagare: forse anche a causa della sua menomazione non dava alcun motivo di preoccupazione e se ne rimaneva tranquillo al banco, senza attaccare briga come talvolta facevano i nuovi. Ogni tanto Hal si chiedeva come potesse Cacciare, ed era curioso di vederlo all’opera, di lì a una decina di giorni.
“Una bottarella gliela darei a quella, però.” Giacomo, riconobbe Hal con rammarico, non rientrava nella ricercata categoria cui sembrava appartenere Abel, quella di chi stava zitto al momento opportuno. Un giorno si sarebbe attirato addosso i guai che andava ricercando da tanto tempo. “Begli occhioni e bel culetto…”
Ad Hal fu risparmiata la fatica di intimargli nuovamente di chiudere la bocca perché ‘begli occhioni e bel culetto’ stava entrando in quel preciso istante, con quella sua camminata leggera come se sfiorasse appena il pavimento, come se non volesse far sentire troppo di esserci. Vide Abel al banco e si diresse da quella parte senza esitazioni. Dietro di lei sgusciò il suo cane, che si distese accanto allo sgabello della sua padrona, dopo un’annusata d’ispezione alle gambe di Abel.
Come di consueto, Hal non accennò al fatto che erano passati mesi dalla sua ultima visita e non le chiese la ragione per cui si era finalmente degnata di farsi viva. Riteneva che la ragazza si dicesse ogni volta che era l’ultima, salvo poi dimenticarsi col tempo dei suoi propositi. Fa fatica ad accettarsi, per questo non riesce ad accettare noi…
“Ciao, Hal.” Gli disse, come se fosse stata lì solo il giorno prima, per poi volgersi subito verso quello nuovo. “Non mi ha seguita, alla fine. Era solo un balordo.” Gli disse. Hal non capì, ma Abel fece un cenno col capo, che probabilmente era accompagnato da un sorriso, sotto quel barbone nero.
“Meglio per lui, no?”
“Meglio per tutti.” Duna si volse di nuovo verso Hal e gli chiese un tè freddo, ma quasi prima che finisse di parlare la sua attenzione si spostò sul televisore. Le ballerine in lustrini erano scomparse e adesso una donna in tailleur parlava sullo sfondo del Tevere, grigio sporco contro un cielo estivo ed azzurro. “Il ritrovamento risale a stamattina, ma dallo stato dei cadaveri si ritiene che i due uomini siano morti da almeno tre giorni. La ASL ha diffuso un comunicato secondo il quale l’aggressione è avvenuta ad opera di almeno tre cani di grossa taglia, probabilmente incroci di pitbull…”
“E ti pareva se non erano pitbull.” Bofonchiò Duna bevendo metà del suo tè in un paio di sorsate. “Ogni volta che un cane morde è sempre un pitbull, anche se fosse un maremmano o un carlino…”
“Ti piacciono i cani?” chiese Abel. Domanda oziosa, visto l’animale che l’accompagnava dappertutto, e Duna alzò le spalle, senza curarsi che l’altro non potesse vederla.
“Ho un campo di addestramento.”
“E preferisci quindi che diano la colpa a uno dei nostri, piuttosto che a un paio di pitbull?” chiese ancora Abel.
Duna si irrigidì subito.
“E’ stato uno dell’orda…?” La sua espressione era di disgusto e Giacomo sbuffò. Hal si chiese chi dei due fosse peggio, se l’asociale o l’inopportuno.
“Ci sono altre possibilità, forse? – le rispose, perché anche Duna doveva essere informata: era suo diritto, in quanto appartenente all’orda, per quanto poco potesse piacerle l’idea – c’è una nuova che non ha ancora capito bene il concetto di discrezione, bisognerà ficcarglielo in testa… magari la conoscerai, stasera.”
“No, grazie.” Rispose la ragazza finendo il suo tè, e Hal ritenne preferibile cambiare argomento, prima che Giacomo avesse un’altra delle sue geniali uscite.
“Come sta Davide?”
“Non lo vedo da ieri, chissà dove s’è cacciato – Duna parve sollevata di poter parlare d’altro – sarà da qualche amica…”
“Eh, lui sì che si gode la vita – commentò Hal – Davide è il cugino di Duna.” Disse poi, a beneficio di Abel, anche se non desiderava coinvolgerlo troppo. Forse era una sua impressione, ma da quando Duna era entrata gli sembrava più teso, non in maniera ostile, piuttosto come se prestasse un’attenzione estrema… alla ragazza? Hal era sempre molto attento a tutto quel che riguardava l’orda. Forse sbagliava, forse Abel era semplicemente attratto da Duna, forse diffidava dopo aver sentito come ne avevano parlato… ma forse no. Era sempre meglio stare attenti. Almeno, lui doveva stare sempre attento. Era suo compito, dopotutto. Quello e tenere a posto le teste calde.
Oltre a combattere nelle ordalie, chiaramente, anche se erano passati anni dall’ultima volta che qualcuno era stato così stupido da sfidarlo.
“L’avevo intuito – Abel si tese leggermente verso la ragazza – mi dicevano che non vieni qui spesso. La tua presenza adesso è dovuta all’incontro di ieri?”
“Mi hai solo fatto venire in mente che mancavo da un po’.” Che avesse avuto anche lei l’impressione che Abel fosse troppo interessato, o soltanto che non volesse dare confidenza, Duna teneva le distanze. “Ma visto il casino che è successo – e accennò con la testa alla televisione – credo che me ne andrò presto.”
“Paura di incontrare una tanto forte?” Giacomo non deludeva mai, in tema di uscite infelici, e Hal fu intimamente grato che al bancone ci fossero i due individui più pacifici di tutta l’orda, o quelle sole parole sarebbero bastate a scatenare una rissa coi fiocchi. Aprì la bocca per dirgli di stare zitto, ma Duna lo precedette.
“Davvero una bella prova di forza, sbranare due barboni col fegato rovinato dall’antigelo, roba da medaglia d’oro, vero?”
Giacomo la fissò come si può guardare un topo con due teste. “Patrizia è una ragazzina e Hal non la fa ancora Cacciare, ma che pretendi? Per le prede decenti dovrà aspettare, ma è in gamba, se la caverà benissimo… e tu, ci verrai alla prossima Caccia?”
Gli occhi di Duna scintillarono in modo strano, allarmante, e prima di rendersene conto Hal si ritrovò ad intervenire.
“Giacomo, perché non te ne vai al tavolo coi tuoi compari? Visto che non stai consumando non serve che resti al bancone.”
“Io…”
“Forse non mi sono spiegato: sparisci.” Si erse in tutta la sua statura, sapendo di avere un aspetto impressionante, alto, massiccio, con la pelle nera come l’ebano sulla quale i denti bianchi spiccavano in maniera quasi innaturale. Giacomo si passò la lingua sulle labbra, lanciò un’ultima occhiata malevola a Duna e sgombrò il campo.
“Grazie.” Disse quest’ultima quando Giacomo si fu seduto dall’altra parte del locale, immergendosi all’istante in un dettagliato resoconto dell’accaduto. Sembrava non si fosse accorto della luce bruciante negli occhi della ragazza, ma era stato un attimo, meno di un battito di ciglia, un’espressione così fuggevole che Hal si chiese se non se l’era solo immaginata. Non andava bene che Duna guardasse così un compagno… Si accorse che anche Abel aveva seguito la scena con grande attenzione, ma non poteva aver visto proprio niente, e forse aveva solo avvertito una certa tensione nell’aria. Quella, non si poteva ignorare. Tra Duna e Giacomo non c’era mai stato un rapporto precisamente di affetto, sebbene non si fossero mai scontrati prima di quella sera: l’uno la considerava una sfigatella disadattata, l’altra lo riteneva un povero imbecille, Hal dava ragione ad entrambi. Ah, che meraviglia essere il capo. Tornò a spillare birre e distribuire tramezzini.
Mentre era impegnato a gestire la situazione al banco i clienti avevano continuato ad arrivare, e adesso riempivano il locale per oltre la metà, riunendosi in gruppi di amici. Alla fine rimasero isolati soltanto Abel e Duna, l’uno perché ancora non inserito, l’altra per scelta personale. Fu per questo motivo che, quando infine Patrizia fece il suo ingresso, Duna non la riconobbe e non se ne andò come si era proposta di fare: non la conosceva, e Abel non aveva ragione di informarla (anche se parecchio tempo dopo Hal sospettò che non avesse voluto informarla). La ragazza si accorse di lei soltanto quando se la ritrovò accanto a chiedere una coca e le dedicò niente più di una rapida occhiata prima di tornare al suo tè. Hal, dal canto suo, squadrò la nuova venuta da capo a piedi, prendendo nota degli striminziti short e della maglietta cortissima che lasciava scoperto l’ombelico, secondo i dettami della moda. Sembrava proprio che Patrizia non si rendesse ben conto di che quartiere era quello, era solo questione di tempo prima che avesse problemi con la gente del posto. Ed era giovane, troppo giovane per sapersi controllare abbastanza da portare le prede lontano da lì. Ecco un’altra ottima ragione per darle la lezione di cui aveva tanto bisogno: ci mancava solo di attirare l’attenzione mediatica sulla zona del Quadrifoglio Nero.
“Ciao.” Disse Patrizia all’indirizzo di Duna, la quale, non avendo ragione di ignorarla, rispose con un cenno del capo. “Sei nuova?”
Il sorriso di Duna diventò un po’ ironico. “Non proprio, ma mi faccio vedere poco. Credo sia tu quella nuova, tra noi.”
“Ah…” Patrizia sembrò spaesata: nella sua limitata esperienza di vita post Mutamento non aveva mai immaginato che qualcuno potesse andare al Quadrifoglio Nero men che ogni sera. “Beh, allora piacere, io mi chiamo…”
“Vuoi qualcosa da mangiare?” La interruppe Hal, colto da un impulso che non avrebbe saputo spiegarsi: desiderava mantenere un clima disteso adesso che Giacomo si era tolto dai piedi, e Duna non vi avrebbe contribuito, sapendo di avere davanti la responsabile di un atto che le aveva provocato tanto disgusto. Solo molto tempo dopo ammise (ma esclusivamente con se stesso) che, sul fondo delle sue acutissime percezioni, aveva avuto paura.
Era stato quello sguardo. Cupo. Feroce. Non me lo sono immaginato.
“Ho già mangiato a casa.” Disse la ragazzina, scrutando Duna con grandi occhi curiosi. Quest’ultima le era più vicina per età di qualunque altro avventore presente in quel momento, e probabilmente doveva sembrarglielo ancora più di quanto fosse in realtà, visto che Duna mostrava meno dei suoi anni. Appena dodicenne, Patrizia era ancora abbastanza giovane da considerare l’età un fattore importante, se si voleva conoscere qualcuno.
“Quelli come noi non rifiutano mai un pasto – le disse Hal porgendole un paio di panini e un altro bicchiere di Coca Cola – non preoccuparti, non ingrasserai. Guarda Duna com’è in forma, e mangia più di un maiale da prosciutto!”
“Grazie, molto gentile.” Disse Duna in un tono volutamente gelido che fece ridacchiare Patrizia. Aspetta che siamo da soli e te la faccio passare io la voglia di ridere, pensò Hal.
“Quanti anni hai?” domandò ancora Patrizia, che sembrava aver deciso di fare amicizia con Duna. Quest’ultima sembrò rendersi conto che la ragazzina non si limitava ai convenevoli, ma voleva instaurare un rapporto più personale, e fu come se nella sua espressione si chiudesse una porta, con un tonfo che le trasparì chiaramente dalla voce, quando rispose: “Ventidue.”
“Cavoli, pensavo di meno! Io ne ho tredici… quasi tredici, vengo qui da due mesi, mi piace un sacco, com’è che tu non ti fai mai vedere? Voglio dire, qui si sta bene, in pace, no?”
Duna non rispose. Il galateo, nel Quadrifoglio Nero ancora più che nel mondo esterno, imponeva di smettere immediatamente di fare domande personali al minimo segno di reticenza da parte dell’interlocutore, perchè tutti i clienti del locale avevano luoghi oscuri, angoli personali che non intendevano condividere con nessuno, ma Patrizia non sembrava aver ancora captato la ferrea regola. Ripetè le domanda una seconda volta, ignorando la mano di Duna contratta sul bicchiere, lo sguardo che sfuggiva quello dell’interlocutrice, le braccia appoggiate di sghembo in modo da porre più distanza possibile tra loro. Sarebbe evidente anche per una preda, pensò Hal con un sospiro interiore, ma Patrizia ha il cervello annebbiato dalla sua nuova condizione. La sta praticamente implorando di mandarla a quel paese.
“Io sto in pace anche a casa mia.” Il tono di Duna era così scoraggiante che chiunque avrebbe desistito, tranne una ragazzina alle soglie dell’adolescenza avida di informazioni su quel mondo appena scoperto, avvincente come un bel film, adatto a lei come un vestito fatto su misura.
“Ah, davvero? Io a casa mia non resisto più di dieci minuti, appena mia madre esce infilo la porta anch’io, tanto basta che torni prima di lei… almeno fino a mezzanotte sono tranquilla. E tu, quando devi tornare…?”
Finalmente Duna si volse a guardare la sua interlocutrice, con quegli occhi grigioverdi che tanto piacevano a Giacomo, con un fondo più scuro, come la terra che si intravvede dietro le foglie di una pianta molto rigogliosa, e di nuovo Hal intervenne senza pensarci.
“Hai visto il telegiornale di oggi, Patrizia?” Di nuovo quel luccichio, quello sguardo di predatore furioso. Hal non si era mai accorto prima che Duna lanciasse segnali così eloquenti, così pericolosi. Sta arrivando al punto di rottura, pensò.
Abel grattò le orecchie di Tania e bevve un sorso di birra, ascoltando con attenzione.
“No, perché?” Patrizia era beatamente ignara della tensione che si andava accumulando. Ragazzini, pensò Hal. Se solo il Mutamento avvenisse qualche anno dopo, passata la pubertà, quanti guai ci risparmieremmo.
“Abbiamo sentito il telegiornale, prima che tu arrivassi. Cosa hai combinato?”
Patrizia arrossì leggermente, ma rispose in tono di sfida. “Niente di male: me l’hai detto tu che non c’è niente di male in…”
“Ti ho detto che non c’è niente di male quando succede. Non ricordo di averti detto che dovevi andartele a cercare, mi sembra.”
“Oh, ma che c’entra… tanto erano solo barboni…”
Duna fissò la ragazzina, perché aveva finalmente capito con chi aveva a che fare. Tirò fuori il portafogli e sbattè una banconota sul bancone. “Posso pagare, Hal? Vorrei andarmene.”
Fu completamente ignorata. Hal non aveva tempo per occuparsi anche di lei, ora che aveva innescato il processo. “Lo sai cosa rischi con queste bravate, eh? Lo sai che a Roma c’è il Vaticano? Quanto credi ci metteranno a capire che non sono stati dei cani randagi?”
Patrizia sembrò spaventata, ma si riprese subito. Hal non se ne stupì: a quell’età, appena imparato quel che si poteva fare, quel che si poteva diventare, ci si sentiva forti, invincibili. Riportare i novellini alla realtà era un compito monotono, difficile e sgradevole. Lo odiava. Lo faeva sentire una baby sitter, non un capo.
“Anche se lo capiscono, dov’è il problema? Non arriveranno mai a me…”
“Piccola stupida – le diede sulla voce Hal, che cominciava ad arrabbiarsi – tu non hai idea di dove sono capaci di arrivare, quelli! Senza contare che rischi di metterci in pericolo tutti! Almeno questo riesci a capirlo?”
L’espressione di Patrizia era chiusa e ostinata. Hal pensò che no, non riusciva a capirlo.
“Se ti prendono – le illustrò a denti stretti – ti faranno parlare. Se ti faranno parlare, parlerai di noi. E dimmi, allora cosa ci succederà, eh?”
Patrizia arrossì violentemente. Per un momento Hal si illuse che la ragione fosse che aveva capito il pasticcio combinato, ma quando parlò di nuovo, fu chiaro che era semplicemente infuriata. “Ah, ecco… non te ne frega niente di me, ti preoccupi soltanto che non crei problemi a voialtri. Mi pareva strano… mica t’importa sapere perché l’ho fatto!”
Cominciava ad alzare la voce e la gente nel locale iniziava a guardarli. Sapevano tutti cosa stava succedendo, sapevano perché succedeva e sapevano come sarebbe finita, e le conversazioni sparse si placarono man mano che i partecipanti spostavano l’attenzione sulla scena che stava avvenendo al banco. Duna dovette decidere che aveva visto abbastanza, perché lasciò lì la banconota e fece per andarsene, seguita dal suo cane.
Fu allora che Patrizia commise l’errore fatale. Si volse di scatto verso Duna, riversandole addosso la sua rabbia. L’unica attenuante che Hal potè in seguito concederle fu che nemmeno lui aveva immaginato come si sarebbero svolti i fatti, di lì a poco.
“Neanche a te ne frega un cazzo, vero? Te ne scappi perché hai paura di far brutta figura col capo, vero?” La voce di Patrizia era stridula, più una goffa richiesta di aiuto e man forte che un’accusa, ma Duna non aveva mai dato aiuto e man forte a nessuno, in quel locale, di certo non per ragioni come quelle che avevano ficcato Patrizia in un simile situazione, e non avrebbe cominciato adesso. Hal lo sapeva come sapeva di essere stato adottato quando era ancora in fasce, nel Malawi, e di farsi chiamare con quel diminutivo americanizzato perché detestava il suo vero nome, Alassanne.
“Che non me ne frega un cazzo è vero – rispose Duna lentamente, come parlando a una ritardata – e per far brutta figura col capo bisogna comportarsi come te, non come me. Hai fatto una stronzata, prendine atto e la prossima volta impara a controllarti. Fine.” Dovevo essere io a dirlo, pensò Hal, ma si astenne dall’intervenire perché si rese conto che Duna era arrabbiata, si controllava a stento. Parte sicuramente derivava dal fatto che la ragazza mal sopportava azioni come quelle di Patrizia, ma Hal era sicuro che dipendesse soprattutto dal fatto che non tollerava un simile atteggiamento da parte di quella ragazzina insolente, tanto più giovane di lei, un cucciolo che ringhiava ai membri più anziani per tentare la scalata gerarchica e riuscire a imporsi su qualcuno. Patrizia era l’ultimo membro del branco, mentre la posizione di Duna non era mai stata chiara, e sembrava proprio fosse arrivato il momento del confronto. Era una di quelle situazioni che non andavano interrotte.
Hal notò che Abel aveva infilato le dita sotto il collare di Tania e la teneva saldamente, anche se il cane non dava segno di volersi avventare, non era mai irrequieto, lì nel Quadrifoglio Nero: si limitava a guardare la sua padrona, con le orecchie ritte e l’espressione attenta. Un’attenzione che si rifletteva sul volto di Abel, tanto che né la menomazione né la barba potevano più nasconderla, ormai.
Il contrasto tra la voce di Duna, secca e controllata, e quella di Patrizia, alta e furiosa, fu evidente non appena questa riprese a parlare. Ormai tutti nel locale li stavano osservando.
“Ma chi ti credi di essere! Tu non sei nemmeno il capo, e mi fai la predica così! Oppure te la fai con lui?” Additò Hal, il quale, dopo un attimo di sbalordimento, colse gli sguardi divertiti degli astanti e dovette a sua volta trattenere una risata: il dramma che diventava farsa, la ragazzina che parlava senza neanche sapere cosa diceva. Duna non fu pronta come lui e ridacchiò, anche se in maniera molto sommessa, cosa di cui la vanità di Hal le fu profondamente grata. Probabilmente fu questo a far infuriare ancora di più Patrizia, che scoprì i denti come un cane che ringhia e quasi gridò: “Fai la predica come se fossi il capo ma al primo guaio te ne scappi, eh? Non hai nemmeno l’accento romano! Da dove vieni?”
“Dal nord – rispose Duna – il resto non ti riguarda.”
“Cos’è, ti hanno cacciata via da là perché hai fatto qualche cavolata, del tipo che mandavi a monte le Cacce perché te la facevi sotto, o…”
Uno sgabello finì urtato e cadde a terra mentre Duna scattava verso la ragazzina, a una velocità tale che Hal quasi non la vide: si accorse solo che sollevò Patrizia di peso come un cucciolo disobbediente e la sbattè sul ripiano di pietra del piano bar, con un tonfo sordo che le fece uscire il fiato in un singulto. Patrizia si ribellò scalciando e cercando di graffiarla, ma Duna le premette l’avambraccio sulla gola, e la ragazzina dovette sospendere l’offensiva in cambio di una lotta per respirare.
Gli astanti osservavano la scena, fermi e quasi solenni.
“Due soli consigli, mocciosa rompipalle – disse Duna, con una voce così serena che non sembrava stesse trattenendo a forza qualcuno – primo, ascolta quello che ti dice Hal come fosse Vangelo se vuoi campare, e secondo, non fare mai domande o insinuazioni a chi può farti volare la testa dal collo. Hai capito?”
Patrizia aveva assunto un’intensa tonalità color prugna, al cui confronto i rossori di poco prima sembravano macchie stinte, ma riuscì ancora a farsi uscire di bocca qualcosa che somigliava a uno “…stronza…” soffocato dai colpi di tosse. Duna premette un po’ di più l’avambraccio.
“Hai capito?”
Patrizia le graffiò una mano, profondamente, facendone spillare il sangue. Una goccia scivolò lentamente lungo il dorso e Hal vide Duna seguirne il tragitto, affascinata. Gli parve quasi di leggerle nel pensiero: tanto rotonda, scura, perfetta…
“Basta così, Duna.” Hal ebbe l’impressione che la sua voce dovesse attraversare una grande distanza, tanto sconfinata da perdersi prima di arrivare alla ragazza, e lei non l’ascoltò nemmeno. La vide spostare lo sguardo dalla goccia di sangue alla gola della ragazzina, che pulsava all’impazzata cercando di pompare ossigeno al cervello, liscia e tenera, pulita e invitante…
“Duna, lasciala andare.” Hal non alzò la voce, non lo faceva praticamente mai, ma il tono era adesso inequivocabilmente minaccioso e parve finalmente raggiungere la ragazza, che trasalì bruscamente. Alzò la testa come se si svegliasse da un sogno, incontrando lo sguardo di Hal, l’ordine espresso che gli scintillava negli occhi, un ordine a cui non si poteva opporre. Indietreggiò lasciando libera Patrizia, che cominciò a tossire furiosamente tenendosi il collo, ancora paonazza in faccia. Ebbe un paio di conati, ma miracolosamente riuscì a non vomitare e restò lì a gemere per il male.
Duna si lasciò cadere su una sedia, l’aria talmente scossa da far pensare ad Hal che era il momento di farle quel discorsetto a lungo rimandato. Anche se aveva risolto la situazione in maniera più che egregia, tanto che erano in parecchi a lanciarle sguardi di ammirata approvazione, il modo in cui aveva guardato Patrizia mentre la tratteneva a forza, come se fosse in Caccia, era innammissibile nel Quadrifoglio Nero. No, di più, è innaturale… sta forzando la sua natura oltre ogni limite, così non può andare avanti. Sono stato anche troppo comprensivo con lei, è ora di mettere un punto, prima che succeda qualcosa di veramente serio. Devo pensare all’orda.
Aiutò Patrizia a tirarsi su, le diede un bicchiere d’acqua e le disse di tornare a sedersi, buona e tranquilla, prima che succedesse di peggio. Gli spettatori si rilassarono e tornarono alle loro occupazioni, bere e discutere, e nessuno si curò più di quel che succedeva al banco. Le gerarchie erano stato chiarite, lo screzio si era concluso e nessuno aveva niente da dire al riguardo. Per il momento, pensò Hal guardando Duna, ma adesso sanno che sa essere forte, se vuole, e alla prima parola sbagliata dovrà di nuovo farsi valere. La domanda è: sa quando deve fermarsi, se c’è da reagire?
Hal aveva una gran paura che la risposta fosse no.
Dopotutto, se era piena di rabbia verso la sua natura doveva esserlo anche verso quella dei propri simili.
Lasciato libero da Abel, il cane andò da Duna e le posò la testa sulle ginocchia, scuotendola dal suo torpore e facendola alzare. Si avviò verso l’uscita, senza salutare nessuno, e Hal decise di muoversi. “Tu, un’altra stronzata come quella coi barboni e ti spezzo in due, capito? E non rompere più le palle a nessuno, qui dentro.” disse duramente a Patrizia, la quale annuì quasi con umiltà continuando a massaggiarsi il collo, sul quale l’indomani avrebbe avuto un bel souvenir, viola contornato di giallo. E le era andata già bene così, considerò Hal uscendo dal locale nel vicolo sudicio, chiudendosi la porta alle spalle. Sentendo i passi sulla scala di ferro che saliva a livello della strada, Duna si volse.
“Avanti, torna dentro – la invitò, sapendo benissimo che lei non l’avrebbe mai fatto – non è successo niente.”
“Ho aggredito una ragazzina di dodici anni e dici che non è niente?”
“Patrizia aveva bisogno di una lezione – rispose Hal con indifferenza – ed è meglio che sia stata tu, piuttosto che uno degli altri.”
“Ah, grazie di avermi usata per dare una lezione alla novellina. Potevi farlo tu, sei pur sempre il capo, no? A me interessa solo stare tranquilla.” Disse lei, in tono bellicoso. Hal lo ignorò.
“Sì, tu cerchi sempre di stare tranquilla… ma stasera non è andata così, eh?” La guardò con occhi penetranti, quasi cercasse di vedere i suoi pensieri, anziché la sua figura. Duna spostò il peso da un piede all’altro. Sembrava a disagio. “Sei molto forte, sai, non lo credevo: non si direbbe, a guardarti.”
“Sarebbe un complimento?”
“Sicuro. Non dico a qualcuno che è forte così alla leggera.”
Duna non lo ringraziò. “Se non c’è altro, me ne stavo andando…”
“Per la verità ci sarebbe qualcos’altro.” Le si avvicinò azzerando la distanza tra loro e Duna si innervosì immediatamente. Probabilmente aveva una mezza idea di quel che lui voleva dirle, ma dubitava che ciò avrebbe facilitato il suo compito, visto il rigetto totale che la fanciulla aveva verso simili argomenti. Perché tutti cercano di diventare capobranco, quando ci sono solo ed esclusivamente rogne? Lui aveva assunto quel ruolo quasi dieci anni prima, un tempo lunghissimo, e gli riusciva difficile ricordare una sola ragione valida per cui aveva deciso di sfidare il capo di allora. Tutto quel che gli veniva in mente era soltanto che aveva combattuto perché riteneva di poter vincere, ma più che una ragione questa avrebbe dovuto essere una considerazione, visto che la posta in gioco era la vita. Ne avevo davvero fatta una ragione? Mamma mia, com’ero giovane.
Avrebbe volentieri ceduto la carica, se questo non avesse significato perdere anche la vita sotto gli artigli del suo avversario. Era in trappola. Per un momento capì perfettamente quel che provava Duna, prigioniera di una condizione che non sopportava, ma bandì risolutamente ogni simpatia e si decise a dire, con una voce dura che nulla aveva a che fare con le parole amichevoli di poco prima: “Tu non stavi dando una lezione alla novellina, Duna. Tu volevi farle del male. Eri fuori di te. L’hai trattata come una preda.”
Duna tacque. Quindi se n’era resa conto anche lei.
“Da quanto tempo non vai a Caccia, Duna?”
“Sai benissimo che non ho mai Cacciato da quando vivo qui a Roma, Hal.” Rispose Duna, tesa. A nessuno tranne che ad Hal avrebbe mai permesso di parlarle delle Cacce.
“So che non ami Cacciare con l’orda, ma se hai avuto qualche iniziativa personale è il momento di dirmelo.” Disse Hal. Duna lo fissò quasi scandalizzata, come faceva sempre quando si parlava di simili argomenti. Ne odiava anche la menzione, ma ormai lui non poteva più abbuonarle nulla.
“Niente Cacce. Solo Mutamenti alla luna piena, e me ne sto alla larga dalla gente.” Rispose lei, come Hal si era aspettato. Trattenne un sospiro (sarebbe stato segno di debolezza) e le chiese, in tono inquisitorio: “Come assecondi la tua natura, allora? Cosa fai quando sei Mutata?”
Duna spostò il peso del corpo da un piede all’altro, lanciando un’occhiata alla strada antistante, ma ebbe il buonsenso di rimanere dov’era. Se solo avesse provato a svicolare, Hal l’avrebbe presa per la collottola come un cagnolino che ha fatto pipì sul tappeto e le avrebbe dato la lezione più dura della sua vita.
“Senti, se io odio scenate come quella di stasera è proprio perché voglio evitare situazioni a rischio…”
Ad Hal non sfuggì che aveva evitato di rispondere alla sua domanda. “Non ha senso. Ti stai reprimendo, accumuli tensione, rabbia: prima o poi esploderai, e sarà un macello. Stasera c’è mancato poco, lo sai anche tu. Sei una bomba innescata, Duna. Dovrai essere presente alla prossima Caccia, e stavolta non è un invito, è un ordine.”
Duna rabbrividì in maniera incontrollabile, e lo guardò con occhi talmente disperati che Hal ne ebbe pena. Non riuscì a impedirselo. Qualsiasi fosse la ragione che l’aveva ridotta a quella condizione patetica, era chiaro che non voleva assolutamente Cacciare, che desiderava solo dimenticare le notti in cui la sua natura la obbligava a ricordare chi era, che intendeva essere… com’era quella parola ridicola, quel concetto vuoto che tanto piaceva alla folla di prede, là fuori? Normale.
Serrò i denti obbligandosi a ricordare che la ragazza era un problema per l’orda, un disonore per la loro schiatta, se davvero la pensava così, e che non esistevano giustificazioni per un comportamento tanto irresponsabile, che avrebbe potuto mettere in pericolo tutti. “Sarà tra dieci giorni – le comunicò nel tono impersonale di una segreteria telefonica – se non te lo ricordi, guarda il calendario, ne avrai pur uno con le fasi lunari. Qui, al Quadrifoglio Nero, al tramonto. Se non ci sarai, non tornare mai più.”
In tanti anni era forse la terza volta che Hal minacciava in quel modo un membro del branco, perché tutti, per quanto fossero intemperanti e spesso avventati, imprudenti o anche sadicamente sanguinari, desideravano anzitutto non essere estromessi, non rimanere da soli, e il solo pensiero che l’estrema conseguenza delle loro azioni potesse portare a tanto bastava a sottometterli seduta stante alle direttive del capo, qualunque cosa pensassero. L’ironia di parlare in quel modo alla persona forse più pacifica, nell’orda del Quadrifoglio Nero, non gli sfuggì. Ma sapeva di non poter agire diversamente.
Duna trasalì a quelle parole e lo fissò incredula. Hal pensò che sarebbe scoppiata a piangere, non tanto per la sua minaccia quanto per puro sfogo nervoso, ma quando parlò di nuovo fu chiaro che la ragazza era anni luce lontana dal cedere, di fronte a lui. Per un momento gli sembrò di aver sentito male, perché lei disse: “E se rifiuto?”
Hal cercò di mantenere un’espressione sfingea, ma temeva fortemente di aver spalancato gli occhi per lo choc. Lo stava sfidando. Lo sfidava. Forse no, forse sta solo cercando una scappatoia…
“Se rifiuti, e ti fai di nuovo vedere, sarai tu la prossima preda di Caccia. Credi che ne valga la pena, Duna?”
Lei continuava a guardarlo, con quei grandi occhi grigioverdi, il colore di una foresta immersa nella luce della luna, un luogo atavico e selvaggio, incontaminato e potente, con un scintillio sul fondo, gli occhi gialli di un lupo che spiano la preda dal folto, il candore lucente delle zanne, i muscoli pronti a scattare… Hal ebbe paura, la stessa paura provata nel locale, ma solo per un istante, perché adesso erano soli, uno di fronte all’altro, lui non doveva preoccuparsi di proteggere i membri più deboli e la ragazza se l’era cercata, oh se se l’era cercata…
Il rumore della porta che si apriva e di qualcuno che saliva le scale ruppe la bolla di stasi nella quale si trovavano: Hal girò gli occhi verso il seminterrato e Duna sussultò violentemente, come se si fosse resa conto solo in quel momento di ciò che per poco non aveva provocato. Stava sfidando il capo. La vide sbiancare e barcollare, come se le sue gambe avessero perso ogni forza.
Patrizia fece capolino dalla scala. Sembrava imbarazzata. “Scusate – disse timidamente – non volevo creare tutto questo casino, stasera, me ne vado io… mi dispiace di averti fatta arrabbiare.” Terminò rivolta a Duna, guardandola con qualcosa di molto simile al rispetto. Ad Hal parve quasi di sentire il rumore del botto, quando Duna esplose. “Vaffanculo!” esclamò, e girò sui tacchi allontanandosi tanto in fretta che quasi correva, col cane che la seguiva da presso.
Hal guardò Patrizia. Non sapeva se ringraziarla o prenderla a scrolloni per averlo interrotto, così optò per ignorarla e rientrò nel locale senza badare alla sua espressione mortificata.
Abel era ancora al bancone, a giocherellare con gli occhiali scuri, e fu l’unico a prestargli attenzione quando riprese il suo posto: non era insolito che il capo volesse prendere da parte un membro del branco, e ancora meno che lo facesse dopo quel che era avvenuto poco prima, perciò nessuno aveva fatto granchè caso all’uscita di Hal e ancora meno al suo ritorno. La cosa per un momento lo spaesò, perché gli parve impossibile che tutti fossero lì tranquilli quando nel vicolo per poco non si era consumata una vera e propria ordalia, la prima dopo anni. Ma ciò che lo sorprese di più fu di sentirsi quasi irritato, mentre lasciava vagare lo sguardo sul suo branco: nessuno tra loro aveva dubbi, preoccupazioni, pensieri, semplicemente perché era lui a farsi carico di tutto, e per proteggere quelli aveva dovuto cacciare via l’unica che aveva sentito davvero vicina, sia pure per un momento. Duna era una sciocca, ma Hal non poteva fare a meno di apprezzare il suo coraggio, anche se la furia che reprimeva era capace di spaventare anche lui.
“Allora, tornerà?” La voce di Abel sembrava un’estensione dei suoi pensieri. Hal lo guardò. “Immagino tu le abbia dato un ultimatum.” Aggiunse il cieco, interpretando correttamente il silenzio stupito del capobranco.
“Non sono cose che ti riguardano.” Rispose Hal, prendendo lo straccio per asciugare i bicchieri e cominciando a strofinarne uno già perfettamente pulito. Non capiva come Abel potesse avere arguito tanto bene quel che era accaduto nel vicolo. Aveva chiuso il portone proprio per evitare presenze indiscrete.
“Non si vede solo con gli occhi.” Abel sembrava leggergli nel pensiero. Hal gettò lo straccio nel lavello: per quella sera ne aveva abbastanza, di membri del branco che non stavano al loro posto. Aprì la bocca per intimargli il silenzio, ma Abel lo precedette: “E’ in gamba, quella ragazza. Ha le idee parecchio confuse, ma è in gamba. Sarebbe un peccato per l’orda, se non tornasse.”
“Sarebbe ancora più un peccato se combinasse un disastro e ci facesse andare di mezzo tutti – replicò seccamente Hal – se non ti sta bene come gestisco il mio branco, va’ da un’altra parte.”
“Oh, non volevo contestare il tuo comando – rispose Abel, per niente turbato dall’irritazione del capo – stavo solo facendo delle considerazioni. Se non si fa ammazzare nell’immediato futuro, penso proprio che tornerà.”
“Tu dici?”
“Dico – Abel inforcò gli occhiali neri, coprendo l’orrenda visione delle orbite vuote – ma non tornerà per Cacciare, temo.”
“Allora le conviene non tornare proprio.” Disse Hal a muso duro. Non avrebbe cambiato idea su quello, di certo non perché glielo chiedeva un forestiero menomato, se era lì che intendeva andare a parare.
“Tornerà – ripetè Abel – oppure morirà. Dipende solo da come emergerà la Bestia quando alla fine dovrà lasciarla libera.”
“In tutti e due i casi, il problema è suo. Non te ne incaricare.”
Abel cercò a tentoni il suo bastone, lo trovò e si alzò in piedi. “Il problema potrebbe diventare di tutti, è questo che sto cercando di dirti. Ci sono cose dalle quali nemmeno tu puoi proteggere l’orda.”
“Ma di che cazzo parli?” sbottò Hal. Ci mancava solo il vecchiardo che parlava per enigmi e che pretendeva di saperne più del capo. Fortuna che era davvero troppo malconcio per sfidarlo, altrimenti Hal sospettava che avrebbe dovuto stare attento. All’inizio della serata credevo di avere individuato i due membri più tranquilli dell’orda, e adesso mi ritrovo a dovermi guardare da entrambi…
“Niente, niente – rispose Abel mentre si avviava, muovendo il bastone davanti a sé per evitare gli ostacoli – sono solo un vecchio apprensivo, alla fine dei conti. Non fare caso a tutto quel che dico. Spero soltanto che la ragazza ritrovi il buon senso, tutto qui.”
“Lo spero anch’io.” Rispose Hal, cercando di ignorare l’inquietudine che voleva affiorare, come un cadavere rimasto troppo a lungo sott’acqua, spinto su dalle parole sibilline del forestiero. Ci sono cose dalle quali nemmeno tu puoi proteggere l’orda…
“Ehi c’è qualcosa sulla strada, frena! Frena!”
Strappato tanto brutalmente dai suoi pensieri, Lance tolse il piede dall’acceleratore e lo schiacciò sul pedale del freno, serrando i denti. La macchina strisciò sull’asfalto per almeno trenta metri, gettandolo in avanti e stampandogli dolorosamente la cintura di sicurezza contro il petto, ma riuscì a fermarsi, ad appena un paio di passi dall’oggetto fermo in mezzo alla corsia.
“Ooooh, merda, che male! Mi sono rotto la testa!” Si lamentò l’amico, massaggiandosi la nuca. Lance si sganciò la cintura, scosse la testa per schiarirsi le idee e si tolse dalla strada, accostando coi lampeggianti accesi. Meno male che non dietro di noi non c’era nessuno, pensò. Vantaggi della campagna.
“Che diavolo era?” chiese quando la sua amata Jaguar grigio metallizzato, con finiture in noce e sedili di pelle, per la quale aveva richiesto una tale quantità di optional da rendere necessaria un’attesa di quasi sette mesi, fu infine al sicuro. Gettò un’occhiata indietro, vide alla luce dei fari posteriori le tracce di gomma sulla strada e fece una smorfia. La Jaguar era una delle poche ostentazioni che si era concesso, ma dal momento che nutriva per essa un affetto simile a quello di un’anziana zitella per il proprio gatto, era forse più opportuno parlare di tesoro personale che non di status symbol. Aver lasciato metà delle ruote sull’asfalto lo faceva soffrire come se fosse stata la sua mano, a subire quel tremendo attrito.
“Che diavolo è, semmai – fece l’amico sporgendo la testa fuori dal finestrino – è ancora lì. O è un animale o qualcuno molto peloso.”
“Morto?”
“No, mi sembra si muova. Sarà ferito. E’ anche bello grosso, ostruisce la corsia.”
“Allora scendiamo a levarlo di mezzo. Nel bagagliaio ho una coperta, magari può servirci. E prendi anche il cric, non si sa mai.”
L’animale alzò la testa quando li vide arrivare, la luce dei fari che si rifletteva rossa sugli occhi della bestia. Lance si accostò con diffidenza, la coperta stesa davanti a sè per gettargliela sopra e tagliare la corda se si fosse mostrato aggressivo, ma si trattava solo di un cane, un grosso animale simile a un pastore tedesco, dal pelo lungo e sporco che cadeva a ciuffi. Il cane agitò la coda ma non diede segno di volersi muovere. Non c’era sangue attorno e Lance ne fu sollevato, anche se sapeva benissimo di non averlo urtato, poco prima.
“Che diavolo ha? Perchè rimane lì, a rischio di farsi mettere sotto?” Chiese, perplesso.
“Credo abbia qualcosa alle zampe.” Osservò l’amico, e Lance notò l’angolazione innaturale delle zampe anteriori, che anche alla luce precaria dei fari della macchina risultava chiarissima.
“L’avranno investito. Leviamolo dalla strada.”
Il cane non diede segno di voler mordere, al contrario, la coda di mosse più in fretta quando i due uomini, con ogni cautela, lo sollevarono portandolo al margine erboso, vicino alla macchina. Mentre lo lasciava, una lingua rosea apparve per un momento e gli lambì la mano. La sensazione di umido non era piacevole, soprattutto perché non sapeva se la bestia poteva trasmettergli qualche malattia, ma era sicuramente meglio che ritrovarsi piantati nel polso quei denti scintillanti tra le labbra dischiuse. Lance sorrise.
“Che simpatico – commentò l’amico – si lascia fare tutto.”
“Non sembra un bastardo.” Aggiunse Lance, scrutandolo. Sotto la sporcizia, il cane aveva una bella testa nobile e un torace largo. Inoltre, con un bagno e una buona spazzolata, sicuramente quel pelo incrostato sarebbe diventato di un bel fulvo dorato marezzato di nero, lungo e folto. Le orecchie erano abbassate in segno di amicizia e pace. “Allora Stefano, cosa facciamo? Lo lasciamo qui? Lo portiamo al canile?”
“A quest’ora di notte? Chiamiamo il 113. Se ne occuperanno loro.”
Lance non rispose subito. Passò la mano su quella testa intrisa di polvere, sollevandone uno sbuffo. Il cane lo guardava con grandi occhi nocciola, e all’altra estremità la coda spazzava l’asfalto della strada.
“Al canile lo curerebbero?”
“Penso di sì, è il loro mestiere. Lance, non è per farti fretta, ma sono quasi le tre e non è che mi piaccia molto girare per la campagna di notte, di questi tempi… mi capisci?”
Lance alzò la testa e fu come se si rendesse conto per la prima volta di dove si trovava: una strada solitaria, con le striscie bianche della carreggiata scolorite, l’erba che rompeva piano piano l’asfalto ai bordi, e oltre l’isola di luce dell’auto, ombre ingobbite e deformi di alberi, cespugli, cumuli di pietre. Nessun segno di presenza umana. Da quando erano partiti avevano incrociato forse cinque o sei auto, e da quando erano scesi per via del cane non ne era passata nessuna. Per proprio conto, la sua mente si figurò il luogo il mattino dopo, le portiere della macchina spalancate, il cane ancora raggomitolato per terra, e nessuna traccia di loro due. Smettila, si disse, smettila subito, loro non sanno niente, e non se la prendono mai con gente la cui scomparsa susciterebbe scompiglio, perciò smettila subito!
Aprì la bocca senza neanche sapere cosa avrebbe detto. “Carichiamolo in macchina.”
Stefano battè le palpebre. “Cosa? Te lo vuoi portare via?”
“Solo per stanotte. Domani me ne sbarazzerò, sicuramente i proprietari lo staranno cercando.” Il pelo sul collo era rovinato come se fosse stato schiacciato da un collare fino a poco tempo prima, e Lance non voleva lasciarlo lì. Non dopo aver formulato i pensieri evocati da Stefano. Era ridicolo ovviamente, loro non erano interessati ai cani, ma l’idea di andarsene, risalire in macchina lasciando quell’animale sul bordo della strada, ferito, nel buio che era il loro elemento… qualcosa gli si ribellava dentro.
Stefano alzò le spalle. “Come ti pare, sei tu che ti accolli la seccatura, basta che ci muoviamo. Portiamolo nella coperta, gli farà meno male.”
Il cane si sottomise a tutti i maneggiamenti dei due uomini senza una protesta e senza un guaito, con la coda che fendeva l’aria fuori dalla barella improvvisata. Non degnò di uno sguardo Stefano, che pure lo teneva dalla parte della testa, e continuò a tenere i grandi occhi carichi di sentimento piantati su Lance, che fissava il vuoto, a disagio. La serata, cominciata nel momento in cui era uscito dal lavoro portando con sé la lunga e ingombrante cassa destinata al Decano, era stata estremamente stancante, oltre che carica di foschi presagi, di messaggi di sventura, e non dava nessun segno di voler finalmente avere una conclusione. Quasi rimpianse di aver fatto in tempo a frenare. Investire un cane in una strada di campagna di notte non era certo simpatico, ma le seccature che derivavano dall’averlo invece risparmiato parevano ben maggiori.
Misero il cane sul sedile posteriore, sopra la coperta. Nell’abitacolo chiuso, la puzza di animale era soverchiante, un misto di feci, pelo sporco, lettiere stantie e solo Dio sapeva cos’altro. Lance fece una smorfia pensando a come si sarebbe ridotta la Jaguar, ma il cane uggiolò brevemente, piano, solo una volta, e Lance sbattè la portiera con decisione, per poi rimettersi alla guida. Se avessi pensato prima alla macchina… Un pretesto gli sarebbe proprio stato utile, per non farsi vincere dall’impulso del momento, ma ormai era troppo tardi. Anche a scaricare di nuovo il cane, la macchina avrebbe continuato a puzzare.
Stefano si lasciò cadere accanto a lui con aria di sollievo, guardando fuori dal finestrino mentre si allontanavano dall’isolamento della stradina. “Credo che avrò paura del buio per tutto il resto della mia vita, sai?”
“Stiamo lavorando proprio per fare in modo che non sia più necessario avere paura del buio, no?”
“Cosa vuoi dire?”
Lance guardò il cane nello specchietto retrovisore e lo vide disteso sul fianco, con le fauci aperte e la lingua penzoloni, ad ascoltare le loro parole come se fino a quel momento non avesse desiderato altro che sentire una voce umana. Quelle zampe devono fargli un male d’inferno, ma è così felice di stare con qualcuno che non gli interessa, pensò. Fu contento di averlo portato via. Di non averlo lasciato nella tenebra.
“Ti sei mai chiesto perché gli uomini hanno paura del buio? Nessuno escluso: da bambini ci passiamo tutti, e anche da adulti non ci piace un granchè. Basta un rumore e ci preoccupiamo subito: se prima si fosse sentito un gufo, saremmo schizzati via tutti e due come lepri, poco ma sicuro.”
Stefano alzò le spalle. “Al buio non si vede niente e non si sa cosa ci può essere…” si interruppe e rabbrividì. “Non farmi dire certe cose, non stanotte, per favore.”
“Ma è questo che sto cercando di dirti! Quella del buio è una paura atavica, perché non sappiamo cosa ci può riservare. Anche se siamo sicuri, anche se ormai non siamo più dei primitivi che devono stare attenti alle tigri, abbiamo paura. Chiunque sarebbe stato inquieto, lì a bordo strada, anche non sapendo quello che sappiamo noi.” Per quanto pochi lo ammetterebbero, pensò Lance. La paura del buio era una cosa da bambini, appunto.
“Beh, grazie tante… un rapinatore…”
“Se fosse saltato fuori un rapinatore, cosa avresti fatto?”
“Gli avrei dato il portafogli, ovvio, la mia pelle vale più di duecento euro.” Stefano lo guardò come se non fosse sicuro della risposta. Chiaramente non capiva dove l’amico volesse andare a parare.
“Anch’io, ma non avrebbe fatto nessuna differenza se anche fosse stato giorno, a quel punto. Un tossico che ti punta contro un coltello ti fa esattamente la stessa paura, notte o giorno che sia. Il punto è che di notte tu non sai chi ti sta arrivando addosso. Potrebbe essere chiunque.”
Fece una pausa.
“Qualsiasi cosa.”
Silenzio.
“Mi stai dicendo che l’uomo ha paura del buio perché sotto sotto conserva il ricordo di un nemico più forte? – Stefano strinse le labbra e si obbligò a dire la parola proibita – di un predatore?”
Lance teneva gli occhi fissi sulla strada e non rispose. Non era necessario.
“Cazzo – Stefano si lasciò cadere sul sedile – non mi piace fare questi discorsi. Da piccolo avevo il terrore del babau sotto il letto.”
“I bambini la sanno lunga, su queste cose.” Mormorò Lance, e diede un’altra occhiata al cane. Il cane era una creatura del giorno, l’amico dell’uomo, il compagno fedele. Averlo lì con loro era piacevole, confortante, anche se puzzava all’inverosimile e faceva cadere ettolitri di bava sul pregiato sedile posteriore. Teneva la notte un po’ più lontana. Chissà se gli uomini delle caverne pensavano qualcosa del genere, quando hanno cominciato ad addomesticarli, riflettè.
Stefano colse il suo sguardo e ne approfittò per cambiare discorso. “Puzza peggio del cesso di una discoteca alle sei del mattino.” Espresse con efficacia, perché anche coi finestrini aperti l’aria era pressochè irrespirabile. “E sarà anche pieno di pulci.”
“Se ti disgusta tanto, puoi sempre scendere e fare l’autostop.” Replicò Lance, a muso più duro di quel che avrebbe voluto. Il cane rimaneva buono buono al suo posto, e non era certo colpa sua se era conciato così. Chissà da quanto si trovava sulla strada in cerca dei suoi padroni, che l’avevano custodito con tanta incuria da perderlo… purchè non l’abbiano abbandonato, si disse. Cosa ne faranno al canile, in quel caso?
Preoccuparsi della sorte del cane era decisamente più gradevole che non ripensare alla serata appena trascorsa, o meglio, alle conseguenze di quella serata, così Lance cominciò a chiedersi quali fossero i regolamenti dei canili, in Italia. Prevedevano la soppressione, se l’animale non fosse stato reclamato?
“Non serve prenderla così – che avesse capito quel che pensava Lance o che non volesse litigare, la voce di Stefano era pacata – lo so che ci tieni, alla macchina.”
“Passerò il week end a pulire gli interni.” Riconobbe Lance in tono conciliante, per farsi perdonare lo scatto. “Comunque non potevamo lasciarlo lì.”
“Se lo dici tu…”
“Da solo? Al buio?”
Stefano si volse a guardarlo. “Ah, capisco.”
Rimaserò in silenzio per un po’, mentre la notte sfrecciava loro accanto e le luci della città cominciavano a ricacciare indietro la tenebra della campagna.
“Non li immaginavo così.” Disse Stefano pensieroso, il volto illuminato a intermittenza dai lampioni stradali. “Gli Occhi, intendo. Pensavo fossero più…” fece una serie di gesti arzigogolanti con le mani.
“Non è un’arma decorativa, deve essere funzionale. Già è pesante così, gli orpelli la renderebbero inutilizzabile.” Pur sforzandosi, Lance non riuscì ad evitare il tono professionale che adottava sul lavoro. Gli succedeva sempre, se doveva parlare delle caratteristiche di qualche oggetto d’antiquariato, e preferiva pensare agli Occhi in tali termini, piuttosto che… che all’altra cosa, insomma.
“Ho letto che diventa leggerissima, al momento di usarla.” Disse ancora Stefano, e Lance annuì. Lo sapeva, naturalmente, visto che aveva passato anni a raccogliere informazioni su quell’oggetto, ma molti membri del cerchio l’avevano visto per la prima volta quella notte, e tutto era una novità. Lance ricordava ancora le espressioni quando aveva aperto la cassa e sollevato, con discreto sforzo, gli Occhi sul tavolo. C’era stato un lungo, lungo momento di silenzio assoluto, poi tutti avevano cominciato a parlare contemporaneamente.
“Mamma mia, ma è enorme…”
“Dove la nasconderemo fino a Lughnasadh?”
“Non toccarla! Non sai cosa può succedere!”
“Quelle gemme fanno impressione, sembrano veramente dei bulbi oculari messi lì…”
“Lance, sei stato grande!”
“Cosa significano quelle scritte?”
Il Decano aveva aspettato che gli astanti si placassero un po’, prima di prendere la parola. Quando l’aveva fatto, la voce gli tremava e Lance aveva notato un luccichio, nei suoi occhi. “Così, ci sei riuscito, ragazzo. Sei riuscito in ciò in cui io ho fallito, e come me tutti i miei predecessori. Sono sicuro che non mi hai minimamente ascoltato quando ti ho detto di non correre rischi inutili, altrimenti non avremmo gli Occhi qui, stasera.”
Lance aveva sorriso, senza sapere bene come sentirsi. “Non sono stati inutili, Decano. La nostra congrega è nata per questo scopo, è per questo che è esistita finora. Tutti noi, se non fossimo stati disposti a tutto per portare avanti l’opera, non saremmo nemmeno qui.”
Dal resto del gruppo si era levato un coro mormorante di assenso. Tutti loro avrebbero fatto quel che aveva fatto lui, se avessero avuto i suoi stessi mezzi.
“Ehi, dovevi svoltare di là, rintronato!” La voce di Stefano lo ripiombò nel presente e Lance imprecò, frenando bruscamente per la seconda volta quella notte, e compiendo un’azzardata manovra di svolta che gli sarebbe costata parecchi punti in meno sulla patente, se fossero stati presenti dei poliziotti.
“Stasera hai proprio deciso di fare un incidente, vero?” brontolò Stefano ricomponendosi quando furono di nuovo sulla strada giusta. “Smettila di macerarti, tanto gli Occhi adesso sono al sicuro e tu non devi più pensarci. L’ha detto anche il Decano.”
“Il Decano avrà bisogno dell’aiuto di tutti, e i druidi principali siamo tu, Marisa ed io.” Replicò Lance. Sul sedile posteriore, il cane aveva guaito quando i movimenti della Jaguar si erano fatti bruschi, e adesso lo stava osservando ansiosamente. Lance tese indietro una mano, si sentì sfiorare dal naso gelido, poi dalla lingua calda, e quando guardò di nuovo nello specchietto il cane si era rimesso buono.
“Marisa vale per due.” Osservò Stefano.
“Ah, sì, sicuramente – riconobbe Lance sorridendo suo malgrado – ma anche così siamo sempre troppo pochi, e ormai che siamo a questo punto, voglio arrivare fino in fondo.”
“Potremmo iniziare qualcun altro dei cerchi esterni…”
“Chi, per esempio?”
Stefano sbuffò. La congrega era organizzata in un sistema di cerchi concentrici, ognuno che fungeva da filtro per quello successivo, in un crescendo di difficoltà ad accedervi e di facilità nel venirvi estromessi, data la delicatezza dello scopo ultimo del cerchio più interno. C’erano persone ferme al primo cerchio da anni, e che per quanto riguardava Lance vi sarebbero rimaste per sempre, altre, come Marisa o come lui, che avevano bruciato tutte le tappe e in meno di un anno erano state iniziate al segreto principale della congrega. Nessuno, prima di venire ammesso a uno dei cerchi più interni, ne sospettava l’esistenza, anche se naturalmente dopo un paio di passaggi gli interessati intuivano il meccanismo. Ma, arrivati a quel punto, non aveva più importanza il passare o meno al cerchio successivo. Tutto stava a quale era il Cammino cui ciascuno era destinato. Lance aveva grande stima per diversi appartenenti ai cerchi più esterni, i quali non avevano però alcun bisogno di passaggi ulteriori, e non sarebbero mai diventati adepti del cerchio ultimo, quello degli Occhi. Spesso pensava che queste persone fossero amate dagli dei, molto più di quanto non lo fosse lui o uno degli altri iniziati. L’unico privilegio concesso a quelli del cerchio più interno consisteva nel non doversi occupare di scremare i nuovi arrivati: separare minorenni, newager e fighetti che seguivano la moda della stregoneria da coloro che avevano davvero un Cammino da compiere era in assoluto il compito più tedioso e antipatico della congrega, nonostante la sua estrema importanza. Bisognava essere quanto mai rigorosi, non solo perché il segreto andava protetto, ma anche perché i gruppi pagani si trovavano sempre su una lama di rasoio, accostati al satanismo, a gruppi di sostegno per depressi cronici, a club di scambisti, a film per teenager: quanto di più lontano esistesse da ciò che davvero la congrega era e da ciò che si proponeva di fare, si giungesse o meno all’ultimo cerchio. Lance era estremamente felice che fossero altri a dover spiegare a sedicenni in crisi che nella congreva venivano accettate solo persone adulte e nel pieno possesso delle loro facoltà mentali. Era molto difficile far capire a taluni individui che la cosa importante non era celebrare strani riti con addosso tuniche celtiche, ma intraprendere un preciso Cammino che non dipendeva in alcun modo dalla congrega. Il che ci riporta dritti al problema iniziale, vero? Al momento non esistono altri membri della congrega che possano entrare nell’ultimo cerchio, e non possiamo aspettare che quelli più promettenti ci arrivino. Non ce la faranno in meno di un mese, poco ma sicuro.
“Non c’è nessuno tranne noi – disse Lance in tono amaro – e non possiamo certo mandare allo sbaraglio dei novellini idealisti, visto che siamo… dovremmo essere i buoni, in tutto questo. Facciamo quel che facciamo proprio per evitare che la gente continui a finire al macello, no?”
“Sì, sì – il tono di Stefano era insofferente – pensavo solo che magari ce n’è qualcuno che può essere iniziato e io non me n’ero accorto, tutto qui.”
“Se non te ne sei accorto vuol dire che non c’è, visto che sei sempre il primo a capire queste cose.”
“Speravo di essermi rimbambito, va bene?”
“Se vuoi sentirti dare del rimbambito devi solo chiedere.” Gli venne incontro Lance con un sorriso splendido, quello che adoperava quando voleva far colpo su una ragazza.
“Vaffanculo.” Sospirò Stefano accasciandosi sul sedile. Ormai erano di nuovo in città e le luci illuminavano la strada come se fosse giorno, illusione accentuata dalla confusione del traffico che, anche di notte, a Roma non conosceva un attimo di sosta. Lance non avrebbe mai creduto di poter apprezzare quel fracasso, ma qualunque cosa era meglio della tenebra, almeno quella notte.
Stefano aggiunse: “Comunque sia, per un po’ possiamo dormire sonni tranquilli: finchè è Marisa a tenere gli Occhi…”
“…nemmeno un drago a nove teste riuscirebbe a metterci le mani sopra – concordò Lance – e dobbiamo organizzarci perfettamente, per mettere le mani sulla nostra vittima sacrificale.” Non riuscì a impedirse di sogghignare, un’espressione che stava al sorriso di poco prima le fauci di un coccodrillo stavano allo sguardo mite del cane dietro di loro. Circondati dalla vita di Roma si poteva parlare anche di quello, adesso. “Non mi dispiace, che per una volta sarà uno di loro a fare la fine dell’agnello pasquale, sai?”
Stefano si fece molto serio. “Non la prenderei tanto alla leggera: parliamo di sequestro e omicidio, dobbiamo stare ben attenti a non sbagliarci: prendercela con un poveraccio che non c’entra niente è il mio terrore più grande…”
“Ovviamente dovremo assicurarci di non sbagliare, al di là di ogni possibile equivoco – precisò Lance, che aveva le stesse paure dell’amico – e sarà meglio prenderne uno che non abbia una vita legale… niente documenti, niente amici che possano cercarlo. Qualcuno che non esista.”
“Ma ce ne sono?”
“Certo che sì, i vam…”
Stefano si sovrappose alla sua voce con impazienza. “Intendevo che abbiano degli amici. Ma ti sembra possibile?”
Lance si strinse nelle spalle e cominciò a rallentare, perché era arrivato alla strada dove viveva Stefano. “Dei conoscenti, se preferisci. Non vivono in un vuoto neanche loro, dopotutto.”
“Sì, hai ragione…” Stefano guardò pensieroso fuori dal finestrino mentre Lance accostava l’auto. Prima di scendere si volse per dirgli: “Non ti senti un tantino sopraffatto? Quello che stiamo per fare è… immenso…”
“Non pensarci. Se ti fermi a pensare sarai sopraffatto per davvero.” Gli consigliò Lance. Aveva esattamente la stessa sensazione dell’amico, come se camminasse sul fondo di una diga e sentisse, dall’altra parte, il rombo minaccioso dell’acqua, in cerca di una crepa anche minuscola, per rompere gli argini che l’imprigionavano e travolgere tutto. Bisognava tapparsi le orecchie, o si avrebbe finito per rannicchiarsi tremando, in attesa che accadesse il peggio.
Stefano annuì, e per un momento parve sul punto di aggiungere qualcosa, ma cambiò idea e scese, avviandosi con passo deciso verso l’ingresso illuminato. Dopotutto, dobbiamo prenderne soltanto uno, è per questo che ci servivano gli Occhi, tentò di tranquillizzarsi Lance guardando l’amico che entrava, finalmente al sicuro tra proprie mura, solo uno. E finirà tutto. Finirà tutto col sacrificio… il doppio sacrificio…
Ma questo era qualcosa che non era pronto ad accettare. Non ancora.
Come se avesse avvertito la sua inquietudine, sul sedile posteriore il cane uggiolò piano, riportando la mente di Lance a problemi più pratici. Non che fosse un grosso sforzo, visto che desiderava soltanto smettere di pensare a quel che l’aspettava. Una volta aveva trovato in Rete un sito che, tramite la data di nascita, stabiliva quella di morte, con tanto di orologio che contava alla rovescia i secondi che mancavano al giorno ferale. Se pensava alla Lughnasadh che avrebbero dovuto allestire quell’anno, il primo agosto, Lance aveva letteralmente la sensazione dei secondi della sua vita che scivolavano via, uno dopo l’altro. Qualsiasi cosa lo distraesse era la benvenuta.
Guardò nello specchietto il suo puzzolente passeggero e gli dedicò la sua completa attenzione. Doveva lasciare il cane davanti al canile di Porta Portese, l’unico che conoscesse? Sì, dall’altra parte della città: tra andata e ritorno farò l’alba, come minimo. Sono stanco di guidare.
Rimise in moto continuando a riflettere sul come liberarsi dell’ingombro che si portava dietro da quasi un’ora e prese automaticamente la strada di casa, nel quartiere Parioli. Fu solo quando si trovò al cancello del complesso residenziale nel quale viveva, mentre aspettava che si aprisse, che iniziò a chiedersi come avrebbe potuto ospitare un simile bestione nel suo appartamento da scapolo. Non aveva la minima dimestichezza coi cani, non ne aveva mai avuti perché sua sorella era allergica (ecco un’altra ottima ragione per liberarsene quanto prima: se Lucy fosse venuta a trovarlo, come faceva una o due volte l’anno, le sarebbe stato impossibile anche solo entrare in casa): Lance riusciva giusto a pensare che l’animale avrebbe gradito dell’acqua, ma neppure sapeva se era indicato che bevesse, nelle sue condizioni. Una cosa per volta, pensò fermandosi accanto al portiere in divisa, davanti all’ingresso.
“Mi serve aiuto, Giovanni.” disse mentre scendeva e apriva lo sportello posteriore, per permettergli di vedere il cane disteso. “L’ho trovato in mezzo alla strada, non si può muovere. Mi aiuti a portarlo fino al mio appartamento?”
“Come no, capo – ribattè il portiere levandosi la giacca, che era tenuto a indossare anche d’estate – non morde mica, vero?”
“Macchè, è una pasta di cane. Me la metti tu la macchina in garage, dopo?” Gli lanciò le chiavi. Il portiere si accostò, ma arricciò subito il naso.
“Puzza come un gabinetto intasato.”
Il cane si guardò attorno con interesse mentre salivano le scale, ampie e ben illuminate (non ha importanza che siano illuminate, fregatene, smettila di guardare queste cose) ed entravano nell’ascensore. L’appartamento di Lance si trovava nell’attico, con una splendida vista sul parco del complesso, e pensò di mettere il cane sulla terrazza intanto che decideva il da farsi, ma Giovanni osservò che la bestia aveva bisogno di un veterinario.
“Mi sembra messo male, capo – commentò mentre le porte dell’ascensore si aprivano all’ultimo piano – è magro come un chiodo e trascurato di brutto. E poi le zampe devono fargli un male del diavolo.”
Lance non si era accorto che il cane fosse anche denutrito, per via del pelo folto e arruffato, ma a guardarlo meglio si accorse che era proprio così. Si irritò come se ne fosse lui il responsabile. “E cosa vuoi che ci faccia io? Non sono un veterinario. Domani lo porto al canile.”
Giovanni non parve cogliere l’allusione al canile, o se la colse non ci fece caso. Faceva il portiere in quel complesso da parecchio tempo e conosceva bene i suoi polli. “Potrebbe chiamarne uno, capo. Dovrei avere in agenda il numero di quello di mia nipote, per quando mi lascia il gatto a Natale e a Ferragosto. Risponde alle emergenze notturne, mi pare.”
“Ah sì? Beh, chiamamelo allora. Vediamo di sistemare questa seccatura alla svelta.” Disse Lance acido. Cercava di mostrarsi cinico, ma l’allusione di Giovani su quanto dovesse star male il cane con fratture a tutte e due le zampe davanti l’aveva disturbato parecchio. E ancora di più lo disturbava l’atteggiamento stoico della bestia, che restava fermo, si lasciava maneggiare, e continuava a scodinzolare e a leccargli le mani appena le aveva a tiro. Cominciava ad essere veramente infastidito da quello sfoggio di buon carattere: gli sembrava una precisa richiesta, una muta implorazione che lui non poteva né voleva soddisfare. Ma scherziamo? Non pensarci nemmeno, toglitelo dalla testa, pensò evitando lo sguardo nocciola del cane. Se rimani qui, per adesso, è solo perché a stare da solo rimuginerei su cose che rischiano di portarmi al manicomio. Domani te ne vai al canile. Depositato davanti alla porta, nell’elegante arredamento dell’ultimo piano (due soli appartamenti, l’altro di proprietà di un rinomato chirurgo estetico), il cane sembrava un cumulo di spazzatura in disfacimento. Lance aprì la porta e accennò a Giovani di trascinare la coperta con l’animale in ingresso. “Le chiamo subito il veterinario, capo. Ha bisogno di altro?”
“No, sei stato molto gentile, Giovanni. Pensa solo alla mia macchina, ti prego.” E richiuse la porta sul sorrisetto saputo del portiere.
Rimasto solo si aspettava di venire di nuovo assalito dai suoi pensieri, come animaletti affamati e maligni che stavano lì, ai margini della sua razionalità, in attesa del momento propizio per afferrarsi e non mollare più, ma la presenza del cane lo tenne occupato. Non gli andava che rimanesse nell’ingresso, su un tappeto persiano da quindicimila euro, così prese la coperta e trascinò la bestia in cucina, lasciando lungo il tragitto una scia di ciuffi e sporcizia indefinibile. Ti servirebbe proprio un bagno, maledizione, pensò depositandolo con attenzione sul pavimento piastrellato. Era incredibile come il cane gli permettesse di strapazzarlo così, con quelle zampe tanto malridotte: per quanta attenzione potesse adoperare secondo Lance era inevitabile fargli male, ma il cane continuava a guardarlo fiducioso e a scodinzolare. Cominciava a diventare davvero imbarazzante. Gli mise accanto un tupperware con dell’acqua e il cane ci tuffò dentro il muso, schizzando dappertutto e bevendo con grandi schiocchi di assoluta maleducazione e totale beatitudine. “Fai veramente schifo.” Commentò Lance, e il cane alzò la testa, scodinzolando più forte e colando acqua e bava dappertutto. Come immaginavo, è troppo ingombrante per me. Se fosse stato un po’ più piccolo, un po’ meno zotico… io faccio l’antiquario, non posso tenere un simile bisonte qui dentro, pensò assennatamente guardandosi attorno. L’appartamento di Lance era la tipica abitazione di un giovane di successo, ampio, spazioso, arredato da un noto architetto secondo uno stile minimalista che faceva da cornice agli innumerevoli oggetti d’arte che Lance vi teneva: alcuni di sua proprietà, altri perché gli piacevano e prima di venderli voleva goderseli un po’, altri ancora perché troppo preziosi perché si fidasse a lasciarli nel magazzino in attesa che il cliente venisse a ritirarli. Le pareti erano nude, bianche, e i dipinti che talvolta gli capitavano per le mani erano appoggiati in terra in attesa di trovare un acquirente. I soli elementi di arredo dei muri erano le nicchie illuminate da faretti, nelle quali si trovavano i suoi pezzi migliori, e un grande arazzo in camera da letto, una riproduzione della Cattura dell’unicorno, risalente ai primi del Novecento. Quando si era trasferito lì aveva fatto abbattere quasi tutte le pareti divisorie, permettendo alla luce che entrava dalle porte a vetri di riflettersi sui muri superstiti rendendo l’ambiente ancora più vasto, quasi un museo. A Lance piaceva così. I pochi elementi personali che si ravvisavano qua e là, come il soggiorno con divano e televisore o la cucina a vista, tutta luccicante di cristalli e bottiglie pregiate, quasi lo infastidivano, come un male necessario. Lo studio, con scrivania e libreria, si trovava in una delle stanze, il guardaroba in un’altra, e la sua camera era sempre ben chiusa, per quanto anch’essa contenesse soltanto il letto, inutilmente matrimoniale, un comodino e un televisore con schermo ultrapiatto, appeso alla parete.
Per farla breve, il cane era assolutamente fuori posto in casa sua.
“Sto bene da solo, chiaro?” gli disse, ottenendo soltanto di fargli agitare il treno posteriore con tanta forza che le zampe anteriori si mossero e l’animale guaì. Gli prestava tanta attenzione che Lance, per liberarsi di quello sguardo mite ed implorante, decise di pulire dove aveva sporcato, visto che l’indomani era domenica e la domestica sarebbe tornata solo il lunedì. Lasciò il cane nella cucina quasi con sollievo.
Un che di nero gli saltò all’occhio mentre si guardava intorno, e tirò sul dal divano un reggiseno di pizzo, rimasto sotto i cuscini dalla sera precedente. La turista siciliana, già. Lo gettò via storcendo il naso per il profumo dolciastro che emanava. Ma che bisogno avevano di spruzzarsi tanto, certe donne? Avrebbe potuto telefonarle per informarla del ritrovamento, se solo non avesse gettato via il foglietto con il numero praticamente nell’istante in cui la fanciulla era uscita da casa sua. E poi lei avrebbe potuto pensare a un pretesto per rivedersi, cosa che Lance voleva decisamente evitare. Già lo aveva irritato non poco chiedendogli con insistenza di andare in camera, in camera sua, e lui non l’aveva mandata al diavolo per un soffio… stava bene da solo, e basta.
“Tu sei fortunato, lo sai? – disse al cane tornando in cucina per prendere uno strofinaccio – nessuna cagna verrà mai a chiederti la storia seria. Non che io sia allergico alle storie serie, capiamoci.” Il modo che aveva il cane di guardarlo, pendendo letteralmente dalle sue labbra, annullava il senso del ridicolo che Lance poteva provare nel fare confidenze a un randagio puzzolente. Tanto, non c’era nessuno a sentirlo. “Ne ho avute un paio, e ti giuro che non sono finite per colpa mia… beh, non solo per colpa mia. Ma adesso lavoro troppo, e da quando sono entrato nella congrega devo stare attento a chi faccio entrare nella mia vita. Non è mica facile fidarsi oggigiorno, sai?” Il cane ansimava in segno di approvazione. “Ma sì che lo sai, guarda come sei ridotto perché ti sei fidato delle persone sbagliate… beh, io non intendo fare lo stesso sbaglio, neanche un po’.”
Il cane si agitava così tanto che Lance si domandò come faceva a non ululare per il dolore, e preferì ripiegare per evitare di farlo scalmanare ancora di più. Lo sentì guaire quando lo perse di vista e si sentì vagamente in colpa, mentre cominciava a pulire. Hanno poteri magici, i cani? Si domandò oziosamente mentre passava la scopa elettrica sul tappeto dell’ingresso. A lui non risultava, ma forse il Decano avrebbe saputo dirgli qualcosa… Lui ricordava solo gli occhi d’angelo, un rituale popolare per scacciare i vampiri: dipingere falsi occhi bianchi sopra gli occhi veri di un cane nero. Una stupidaggine, sicuramente, e poi il bestione di là non era neppure nero, ma era simpatico. E gli impediva di pensare a cose troppo cupe, anche se fare le pulizie nel cuore della notte non era proprio quel che avrebbe scelto lui, dovendo tenersi impegnato. Leggere un buon libro, magari, comodamente a letto con un bicchiere d’acqua accanto… il cane a dormire sul tappeto…
“Oh my god, quante cazzate!” esclamò esasperato. Si trovava alla vigilia dell’evento più importante di tutti i tempi e se ne stava lì a prendere in considerazione l’idea di tenersi un bisonte! Giusto, pensa ad altro… agli Occhi, per esempio, oppure al fatto che loro sono tutti là fuori, perché è notte e devono nutrirsi, pensa a questo, a questo e al conto alla rovescia della tua vita, sono le cose che devi pensare, che non puoi esimerti dal pensare…
Il citofono lo fece trasalire, e il cane abbaiò in risposta, con un vocione profondo e insopportabilmente potente, che faceva tremare i cristalli e martellare i timpani. Assorto com’era, per poco non gli venne un infarto. “Sta’ zitto!” gridò prima di riuscire a controllarsi: il rumore cessò all’istante come per incanto. Si affacciò alla cucina e il cane era lì, appiattito a terra, le orecchie abbassate e le labbra arricciate sui denti in una sorta di sorriso che voleva accattivarsi la sua benevolenza. “Gesù, non ho mai visto un tonto più tonto di te.” Esclamò Lance, e andò a rispondere. Era arrivato il veterinario.
Non credeva che si sarebbe potuto sentire così sollevato nell’apprendere che le zampe erano solo slogate, invece che rotte. Mentre guardava il medico che tastava il corpo del cane con prudente perizia considerò che aveva ricavato più sensazioni positive da quel bastardo rognoso che non dai suoi simili, almeno nella nottata che volgeva al termine. Non vedeva l’ora di andare a letto, ma prima voleva sentirsi dire che il cane si sarebbe rimesso presto. Almeno una bella notizia, cazzo.
“Non ha niente di grave, insomma.” Più che una constatazione, la sua era una richiesta di conferma. “Io non l’ho investito, era già sulla strada. L’avranno preso di striscio.”
Il veterinario alzò la testa. Stava auscultando il petto del cane, tenendogli una mano sulla testa per evitare inopportune leccate. “Investito? Certo che no! Se l’avessero investito avrebbe abrasioni su tutto il corpo e fratture multiple. Se devo azzardare cos’è successo, direi che qualcuno gli ha fatto un bel servizietto.”
“L’hanno picchiato?”
“Probabile – il veterinario ripose lo stetoscopio – è tutto indolenzito, ma sono cose da poco. Solo queste zampe hanno bisogno di un po’ d’attenzione.” Ne prese una, con molta dolcezza, e il cane uggiolò, ma non si mosse e lo lasciò fare. “Poveraccio, scommetto che non si è neanche difeso. Si lascerebbe scuoiare senza dire bah, veramente un bravo animale. Ha fatto bene a prenderlo su.”
Lance si sentì stupidamente lusingato.
“Ora penso a quelle zampe e in un paio di settimane dovrebbe essere a posto, non è niente di serio, ma chiaramente dovrà muoversi il meno possibile. Dovrà portarlo fuori di peso per farlo sporcare.”
“Ehi, questo cane io lo porterò in…”
“Bellissimo animale, tra l’altro – proseguì il veterinario – non mi stupirei se avesse un pedigree, da qualche parte. E, a proposito…” Tirò fuori uno strano aggeggio che sembrava un lettore per codici a barre, di quelli in uso nei supermercati, e lo passò più volte sul collo peloso, poi scosse la testa. “Niente microchip, niente tatuaggio. Legalmente è randagio, e io al suo posto non cercherei con troppo zelo i padroni. Non credo che a loro interessi molto della sua sorte. Può perfino darsi che siano stati loro a ridurlo così.”
Lance non aveva pensato a questa possibilità. Respinse risolutamente l’ondata di compassione che sentiva salirgli da dentro e si limitò a dire al veterinario di sistemargli le zampe, lo pagò e lo accompagnò alla porta.
Tornò in cucina. Il sole sorgeva, quella notte finalmente era finita, loro si ritiravano uno ad uno, come insetti velenosi sotto un legno marcito, e il mondo tornava ad essere dominio della gente. Lance rimase a guardare il lento salire del sole finchè la luce non diventò troppo accecante e dovette distogliere lo sguardo. La notte è loro, ma il giorno è nostro. Se andrà male, morirò e non cambierà niente, pensò con una serenità che lo sorprese. Ma se andrà bene, anche la notte apparterrà a noi. Come uomo d’affari, non posso non considerarla un’offerta allettante.
Pensò a Marisa, che viveva da sola, in campagna, che non si lasciava spaventare e che si era offerta di custodire gli Occhi fino alla Lughnasadh. Se anche aveva paura, certo non l’avrebbe mai lasciato intendere, e lui non poteva essere da meno.
Non sarebbe stato da meno.
Guardò il cane nella luce crescente del sole. Diamine, se era grosso. Grosso, ingombrante, peloso e maledettamente sporco. C’era già un anello di sudiciume tutt’intorno alla coperta, che si allargava ancora di più a ogni movimento dell’animale, espandendosi malignamente sulle piastrelle immacolate della cucina. Era rivoltante.
“Cosa diavolo devo farne di te adesso, io?”
Il cane scodinzolò.
This message has been edited by Promethea on Mar 1, 2007 8:49 PM
L’alba. A volte la sognava ancora: non il lento, livido schiarimento nella confusione crescente dei pendolari che intasavano le strade, ma il glorioso levarsi del sole sulle colline, che le tingeva per qualche minuto al giorno di una luce rosea, iridescente, lentamente declinante verso l’oro, per poi svanire del tutto man mano che la grande palla di fuoco prendeva il suo posto, lassù in mezzo al cielo. Erano bei sogni, pieni di girasoli, margherite, campi odorosi di erba medica e galli sugli steccati. Sogni bucolici, immagini che sarebbero state stucchevoli su un quadro e che erano stucchevoli viste in televisione, ma pervase sempre di una nostalgia dolceamara, a suo modo confortevole, come una vecchia poltrona su cui non ci si siede da tanto. In ogni caso svaniva subito: apriva gli occhi, scostava il lenzuolo, cercava a tentoni l’interruttore, si levava a sedere e andava alla finestra. Arrivati a quel punto, il sogno si era già disfatto come una ragnatela quando c’è troppo vento, e Ambra poteva stiracchiarsi mentre apriva l’unica finestra, per far entrare un po’ di frescura.
D’estate capitava abbastanza spesso che il risveglio la cogliesse mentre fuori c’era ancora un po’ di sole, perché le giornate duravano troppo, veramente troppo per i suoi gusti, così guardava le ultime strisce vermiglie, ormai inoffensive, che svanivano piano piano mentre le luci della città si accendevano una ad una. Si muoveva solo quando l’oscurità diventava totale.
“Salve, Roma.” Disse guardando la strada sotto di lei, piena di gente anche se l’ora dei pendolari era passata da un pezzo. Indugiò ancora un momento, come un’aquila che scruta il territorio dal suo nido, ma si riscosse quasi subito: non poteva perdere tempo così, le notti estive erano troppo brevi e potevano volerci ore per avere ragione dei mezzi pubblici, quindi doveva utilizzare ogni minuto del tempo a sua disposizione. Voltò le spalle alla finestra e andò in bagno per prepararsi.
Dovette fare solo pochi passi per raggiungerlo: la casa di Ambra era un minuscolo monolocale ricavato dalla soffitta di un vecchio palazzo, uno di quelli pieni di stucchi, fronzoli e statue restaurate ogni anno. La finestra stessa era, di fatto, un rosone ornamentale, coi vetri colorati e smerigliati, che non lasciavano filtrare i raggi del sole. Era stato soprattutto per questo che aveva scelto quel luogo come dimora. Quanto alle persone che l’abitavano, Ambra aveva preso già da tempo i dovuti provvedimenti, e non se ne dava pensiero. Ieri sono andata a Roma est, oggi è meglio spostarmi in zona Eur, pensò mentre si pettinava. Conosceva a memoria gli orari degli autobus (nonché i ritardi di ogni linea) e calcolava di avere tutto il tempo per prepararsi. Provò ad acconciarsi con una treccia, ma il risultato non la soddisfece, e alla fine annodò i capelli sulla nuca, lasciandone sfuggire alcune ciocche per valorizzarne il colore: un biondo dorato e splendente, che dapprima attirava lo sguardo, poi lo costringeva a fissarsi sul di lei viso, in cerca del seppur minimo difetto. Non ne aveva alcuno. In quel volto a forma di cuore i lineamenti erano un’armonia di delicatezza e sensualità, gli zigomi alti, le labbra turgide, la pelle liscia, senza la minima imperfezione o lentiggine, gli occhi scuri orlati da lunghe ciglia chiare. Quando guardava qualcuno Ambra sapeva di essere molto attraente, perché i capelli biondi con gli occhi castani le davano un’aria esotica, e lei sapeva come esaltare la propria bellezza in modo da essere addirittura splendida. Impiegava sempre molto tempo a prepararsi prima di uscire, perché si applicava all’abbigliamento e al trucco con la serietà con cui avrebbe potuto applicarsi a un lavoro importante. Del resto, era indiscutibile che un aspetto impeccabile aiutava parecchio, nel suo lavoro. L’idea di stare uscendo a lavorare la fece sorridere mentre pensava a come impostare la nottata. Il segreto stava tutto nel decidere in anticipo per chi doveva prepararsi: la cosa più facile sarebbe stata indossare minuscoli capi che lasciavano scoperto tutto quel che si poteva legalmente scoprire, chiaro, ma farlo troppo spesso era poco prudente, perché era opportuno variare il target, almeno un po’. Ho già adoperato il look della signorina disponibile ieri sera, pensò assennatamente, oggi è meglio otare per altro. Non sopporterei un’altra notte come la scorsa. Prese i cosmetici dal loro ripiano e si limitò ad accentuare un po’ gli zigomi, delineare meglio le labbra e valorizzare il colore degli occhi con un filo di ombretto. Basta. Uscì dal bagno in cerca di una camicetta, scartò una gonna davvero troppo castigata e infine si guardò soddisfatta nello specchio: mostrava il giusto, abbastanza perché si capisse che teneva al proprio aspetto, ma non tanto da indispettire le altre donne con un’avvenenza ostentata. Si sarebbe infilata in un localino tranquillo, di quelli che offrivano musica dal vivo, possibilmente classica, e avrebbe individuato una donna sola che voleva fare amicizia, o anche altro. Dopo il rave della serata precedente, terminato nel vicolo con quel manzo tutto muscoli, aveva proprio bisogno di una cosa tranquilla, luci soffuse, musica bassa, una conversazione interessante.
Prese la borsa e uscì. Lungo le scale incontrò qualcuno, avvocati che rientravano dopo la giornata di lavoro, domestiche che se ne andavano per lo stesso motivo, l’ennesimo fidanzato della figlia del notaio che la guardò con aria di apprezzamento mentre Ambra gli passava accanto. Lei non se ne curò, e appena l’ebbe superato gli occhi del ragazzo si fecero vitrei, inespressivi, mentre lui si fermava con un piede sullo scalino. Un momento dopo scosse la testa, confuso, e riprese a salire, come se non fosse successo niente.
La fermata dell’autobus era a poche decine di metri dal portone, e Ambra vide con un sussulto che era già arrivato. Non si può più contare neanche sui ritardi, pensò affrettandosi e piombando sulle porte a vetri nel preciso istante in cui si chiudevano. L’autista si volse appena. “Tutto bene?”
“Sì, sì – rispose Ambra un po’ ansimante, soffiandosi via una ciocca dal viso – grazie per aver tenuto aperto.”
“Per una bella signorina questo e altro.” Rispose galantemente l’autista, e mise in moto. Ambra cercò con gli occhi un posto a sedere, non lo trovò e si appoggiò alle sbarre di sicurezza, evitando gli occhi di un individuo sulla trentina che sembrava spasmodicamente interessato al colore delle sue mutandine. Dopo un po’, visto che non mollava, Ambra girò la testa verso di lui e lo fissò negli occhi, senza sorridere, il volto perfettamente immobile: alla fine l’altro rimase con lo sguardo fisso, fermo con una mano stretta alla maniglia e l’altra sulla ventiquattrore.
“Voltati e guarda fuori.” Disse Ambra sottovoce. L’uomo trasalì come per una puntura, girò sui tacchi e puntò il naso sulla strada che scorreva accanto al bus.
Ambra sospirò. Quella era sempre la parte più noiosa di ogni notte: troppo lontana da casa per poter ignorare un certo tipo di attenzioni lasciando che fosse l’influenza della sua dimora a distoglierle, ma troppo vicina per fermarle su di sé e poterne approfittare. Era come dover ricordare continuamente di sbattere le palpebre. Senza contare che stanotte non voglio farmi mettere le mani addosso, pensò, voglio qualcosa di tranquillo. Come si chiamava quel locale per donne sole? Il Triskel?
Si mise anche lei a guardare fuori. A volte portava con sé un libro o il walkman, ma la testa le faceva ancora male dopo i turbolenti trascorsi della nottata precedente e non sarebbe riuscita a concentrarsi granchè su nulla. Quel ragazzone che l’aveva rimorchiata, quando il disk jokey aveva cominciato a cospargere le ragazze di panna, sulle prime le era parso un buon elemento, ma era subito stato chiaro che era strafatto di qualcosa, qualcosa che rendeva molto cattivi. Nel vicolo le era saltato addosso bloccandola contro il muro, con una forza sorprendente, ma dopo, quando i ruoli si erano invertiti e definitivamente chiariti, per poco non le era scappato, carico di adrenalina e di LSD com’era.
Ambra sospirò. Non aveva avuto intenzione di ucciderlo.
I giornali avevano solo parlato di un tossico morto in un vicolo a seguito di una caduta che gli aveva spezzato il collo e provocato una poderosa emorragia. Ma Ambra sapeva che dalle parti del Vaticano prestavano sempre attenzione a quegli ‘incidenti’ e che quella notte avrebbe dovuto essere molto più cauta.
Alla fermata seguente si liberò un posto e Ambra si mosse per impossessarsene, ma fu sgomitata da una cinquantenne dall’aria arcigna che le passò davanti: quando questa si volse a guardarla con aria di sfida Ambra fu tentata di influenzarla per farsi cedere il posto, ma era abbastanza anziana e abbastanza saggia da evitare di sfruttare la sua natura per cose così futili, e la donna si sedette con un soffice tonfo dell’imponente fondoschiena. Ambra tornò a guardare fuori, lasciando che la mente divagasse, per distrarsi dall’emicrania. Poteva andare a trovare Walter, più tardi. Nel suo monolocale non poteva tenere un granchè (non c’era neppure una presa per il televisore, che del resto le sarebbe servito a ben poco, visto che la casa per lei era solo il luogo dove rifugiarsi a dormire), ma l’amico disponeva di tutto lo spazio che voleva e possedeva una vasta biblioteca, da cui Ambra era stata più volte invitata ad attingere liberamente. Le era capitato spesso di addormentarsi a giorno fatto, ancora vestita sul letto, col libro abbandonato accanto a lei, perché ormai aveva raggiunto un’età in cui poche cose riuscivano davvero ad appassionarla: tutto diveniva monotono, ripetitivo, e anche se il progresso tecnologico le offriva talvolta qualche attimo di divertimento, alla lunga diventava chiaro che solo il sapere, la conoscenza, la fantasia umana erano in grado di offrire nuovi stimoli e motivi di interesse. La vita in sé le pareva un’incombenza piuttosto noiosa. Sapeva esattamente cosa avrebbe fatto quella sera, come si sarebbero svolti gli avvenimenti e quando sarebbe tornata a casa a dormire, in attesa che il sole calasse di nuovo e lei uscisse ancora, per salire su un altro autobus affollato e farsi portare in un altro punto di Roma, per ripetere los tesso copione, con poche varianti già collaudate.
Si raddrizzò quando l’autobus iniziò a rallentare e scese d’impulso, senza neppure controllare la fermata: sapeva per esperienza che quando quei pensieri arrivavano, di solito decidevano di fermarsi, e bisognava fare qualcosa di concreto per estrometterli dalla mente. La noia era una vera e propria malattia, dal decorso lento e inesorabile, ma finchè le fosse stato possibile l’avrebbe tenuta a debita distanza. Non era ancora così vecchia, e del resto Walter non era molto più anziano di lei? Era solo un po’ scombussolata dal mal di testa, ecco tutto.
Si guardò intorno per orientarsi, ma senza successo. Gli alti palazzi ingrigiti dai gas di scarico, i pochi alberi stenti che spuntavano dalle aiuole, le auto ammucchiate sui marciapiedi e le insegne luminose del Blockbuster erano identici a quelli di ogni altro quartiere di Roma. Non importa, si disse, sono abbastanza lontana da casa e non ci vorrà molto a trovare un pub aperto.
Qualcosa le urtò la caviglia e Ambra si volse. Vicino a lei c’era un uomo gigantesco, una specie di orso con una gran barba nera e occhiali scuri malgrado fosse notte, ma dato il bastone bianco che aveva, e col quale l’aveva toccata, era naturale che li avesse. “Mi scusi.” Le disse, con un vocione che proveniva da qualche parte, in fondo a quel gran cespuglio che aveva in faccia.
“Niente.” Rispose Ambra, e lo superò. Qualcosa però colpì le sue acutissime percezioni, spingendola a voltarsi per guardare il cieco con più attenzione. Le pareva… ma no, però sembrava proprio… se solo non avesse avuto la faccia completamente nascosta, tra barba e occhiali…
“Che bizzarra coincidenza.” Disse quietamente l’omone, togliendosi gli occhiali. Ambra ne fu scossa: si era aspettata palpebre chiuse, pupille vitree o velate, non i due crateri devastati, raggrinziti, che sembravano gli orli frastagliati di un abisso per l’inferno. Tirò un lungo respiro per riprendersi dallo choc e si ritrovò a dire, senza pensare: “Mai pensato di mettere delle protesi?”
“Questo mi restituirebbe i miei occhi?”
“No, ma ti renderebbe più piacevole da vedere.”
“Questo è competenza di quelli come te. Io devo inseguire, non attrarre.” Inseguire senza vederci? Pensò Ambra, ma non lo disse. Come vivesse quell’individuo sconcertante non era affar suo, e distolse lo sguardo per non dover più vedere quel volto disastrato. Non provava compassione o imbarazzo, era semplicemente disgustata.
“Non si guarda solo con gli occhi.” Fu come se l’uomo avesse ascoltato i suoi pensieri e avesse risposto all’interrogativo inespresso. Ambra provò un breve palpito di interesse, ma poiché doveva impiegare altrimenti la serata evitò di chiedergli spiegazioni. I ciechi affinano gli altri sensi, e poi non occorre una grande abilità per mettere le mani su uno di questi, pensò scrutando con freddo disinteresse la gente che passava loro accanto. Quell’occhiata le fece tornare in mente che non sapeva dove si trovava.
“Che posto è questo? Sono scesa alla fermata sbagliata.”
“O a quella giusta, chissà…” disse l’omone in tono misterioso. Ambra sospettò che volesse approfittare di quell’incontro casuale per trarne qualche vantaggio e si indispettì.
“Se non sai dove siamo non importa. Io ho da fare, non posso fermarmi…”
“Via Cappuccini, 127.” Disse l’uomo, indicando col bastone un numero civico. Come fa ad essere sicuro che è lì, se non ci vede? Si chiese Ambra. Se lui non le avesse mostrato la sua menomazione tanto apertamente, avrebbe pensato che la stava prendendo in giro.
“Grazie.” Rispose, senza lasciar trasparire la sua perplessità. Era più incuriosita di quanto le piacesse ammettere, ma doveva spicciarsi a trovare qualcuno, quella notte, senza contare che quelli come lei non si mescolavano con quelli come lui. Gazze e corvi non sono la stessa specie, e stanno ognuna per conto proprio. “Adesso devo veramente andare… ho da fare.”
“Sì, immagino.” Nella voce dell’altro palpitava il divertimento. “Hai talmente tanto da fare che non sai neppure dove ti trovi… quando si dice una fame nera, vero?”
“Arrivederci.” Tagliò corto Ambra, avviandosi. Lo spirito da quattro soldi di quelli come lui, figurarsi. Fame… che concetto rozzo. Era come dire scopare invece che far l’amore, l’atto poteva essere lo stesso, ma la parola cambiava tutto. Immagino che a quelli come lui brontoli la pancia in questi casi, pensò mentre si allontanava, e fu sorpresa di provare una vaga invidia. Quelli come lui, almeno, hanno qualcosa di quel che avevo anch’io, tanto tempo fa…
Si sentì prendere per un braccio e tirare indietro, con la stessa facilità che lei avrebbe avuto nel tirare su una Barbie. Fu una sensazione tutt’altro che piacevole e la mise immediatamente in allarme. Di regola non si sarebbe sentita minacciata da qualcuno come quel cieco, ma di regola il cieco non avrebbe dovuto neppure aver voglia di fermarsi a intavolare conversazione, non con lei, almeno.
“Se non mi lasci all’istante io ti…”
“Guarda là.” L’uomo indicò col bastone dall’altra parte della strada, e forse per il suo tono imperativo, forse perché l’aveva subito lasciata andare, Ambra ubbidì. Vide una ragazza che camminava per strada e, svariate decine di metri più indietro, quattro o cinque giovinastri che la seguivano facendo uno slalom tra la gente per non perderla di vista. La ragazza non sembrava essersi accorta di loro e si stava dirigendo tranquillamente verso un agglomerato di palazzi poco illuminato, con una traversa laterale nella quale non arrivava la luce dei lampioni. Ad Ambra bastò un’occhiata per calcolare che i pedinatori stavano riducendo progressivamente la distanza, allo scopo di raggiungere la ragazza proprio mentre questa passava in quel punto. Era un copione che aveva già visto molte volte, tanto per cambiare, ma poteva tornare utile…
“Sembra perfetto per te, non credi?” La voce dell’omone sembrava, un’altra volta, un’estensione dei suoi pensieri. “E’ già da un po’ che quelli la seguono, volevo andare ad avvertirla, ma visto che ci siamo… si sta infilando dritta in trappola, temo.”
“Uhm, sì…” riconobbe Ambra in tono meditabondo. La ragazza indossava scarpe da ginnastica, jeans tagliati a metà coscia, una canottiera estiva e sembrava una tipa qualsiasi, mentre i suoi pedinatori erano tutti del genere con cui Ambra aveva avuto a che fare la notte prima: grandi, grossi, muscolosi e con la faccia cattiva. Proprio una brutta serata per te, pensò spostando di nuovo lo sguardo sulla ragazza che si allontanava, violentata e salassata… mah, dopo non ricorderai niente, quindi in fondo ti faccio un favore. “Devo aspettare che quei tipi si siano tolti di torno, però.”
“Oh Grande Madre! – lui parve scandalizzato – mi riferivo alla banda, non a lei! Un po’ di umanità, su!”
“Umanità, eh? – Ambra rise – no grazie, stasera voglio qualcosa di facile. La ragazza andrà benissimo.” Grande Madre? Che strano modo di esprimersi. Il pensiero le passò per la mente e svanì. Si mosse per attraversare la strada, quasi aspettandosi di venire di nuovo trattenuta, e ben decisa a reagire con forza, se fosse successo, ma il cieco non fece nulla e Ambra passò dall’altra parte, seguendo i giovinastri che a loro volta seguivano la ragazza. Non c’era niente di certo: forse l’avrebbero solo molestata un po’, o avrebbero perso il coraggio all’ultimo minuto, ma se le cose fossero andate come Ambra sperava, sarebbe riuscita ad ottenere quel che le serviva con facilità e senza praticamente correre rischi. Valeva la pena tenere d’occhio la situazione.
Quando la ragazza arrivò a una decina di metri dalla zona pericolosa, i suoi pedinatori aumentarono bruscamente il passo, nell’indifferenza dei passanti, e Ambra provò l’impulso di imitarli, ma si trattenne: era perfettamente inutile dare così nell’occhio, visto che non doveva arrivare sulla vittima prima di loro, ma dopo, e se le cose fossero andate come dovevano avrebbe avuto tutto il tempo di prendersi la sua parte. Poveraccia, pensò guardando la ragazza che continuava a camminare, ignara, mi dispiace per lei, forse dovrei lasciarla stare, perché possa ricordare e denunciarli, dopo… Non poteva fare a meno di provare una certa simpatia con la vittima. A volte le capitava.
Forse la ragazza sentì qualcosa, quando ormai i giovinastri erano a pochi passi da lei, forse era solo l’inquietudine di dover passare vicino a una zona buia (hanno tutti paura di passare vicino alle zone buie, e hanno ragione, il pericolo viene dal buio, ma non stavolta), fatto sta che si voltò per guardarsi le spalle, ma era già troppo tardi, e si ritrovò accerchiata. Ambra si fermò e si mise dietro il muro di un portone. Sentì delle voci, la ragazza non sembrava un granchè spaventata, doveva conoscere quei tipi, ma le sue parole vennero soverchiate da quelle più alte e violente dei suoi molestatori: ci furono dei rumori soffocati di colluttazione, poi più niente. Ambra si sporse a guardare. Ragazza e assalitori erano spariti nella strada laterale: nessuno se n’era accorto, o aveva voluto accorgersene, come succedeva sempre. Ottimo, e si incamminò a sua volta da quella parte.
Sentì subito che la ragazza parlava ancora, forse nella speranza di uscire incolume da quella situazione. Ambra riteneva che sarebbe stata fortunata ad uscirne viva, e l’idea di stare aspettando per niente, di ritrovarsi alla fine con un inutile cadavere per le mani, la infastidì talmente che decise, in tal caso, di servirsi dei suoi aggressori. Tutti quanti. Al diavolo la linea, avrebbe detto lo zoticone che l’aveva indirizzata a quel punto. A proposito, dov’è…? Si voltò a guardare, ma non lo vide da nessuna parte. Doveva aver avuto il buon senso di non immischiarsi in quella storia, una volta appurato che Ambra avrebbe fatto a modo suo.
“Cosa credi di fare? – sentì la voce della ragazza, sorprendentemente ferma viste le circostanze – ti conosco, e ho un testimone che può identificarti, se serve. Levati di torno, Fabio. Questa storia sta diventando ridicola, e stai inguaiando anche i tuoi amici.”
“Lo so io che cosa vogliono le puttane come te, che fanno tanto le difficili…” La risposta fu esattamente quella che Ambra si aspettava, e anche il rumore schioccante che seguì, il rumore di un robusto ceffone, era un classico del momento. Ci furono risate, tonfi soffocati come se la ragazza si stesse dibattendo, altre risate, commenti volgari.
“Lasciatemi, imbecilli! Lasciatemi subito, cazzo!” La voce della ragazza non era neanche un po’ spaventata. Furiosa, semmai. Stava preparandosi a gridare, ma non di paura, solo per attirare l’attenzione. Però, ne ha di coraggio questa tipetta, riconobbe Ambra. Che sia una specie di scherzo di gruppo? O non si rende conto della situazione?
Ci furono altri rumori di colluttazione e la voce della ragazza fu fermata come se qualcuno le avesse infilato uno straccio in bocca. Quando Ambra sentì i versi soffocati di quest’ultima ne fu certa, e si guardò ancora intorno per assicurarsi che nessuno avesse visto o sentito alcunchè. Una volta aveva letto che in Italia si consumavano in media due stupri al giorno, quello sarebbe stato solo uno dei tanti. No, non lo sarà, perché lei dimenticherà tutto.
“Adesso devi stare ferma e zitta, puttana…”
Rumore di una lampo che veniva abbassata. Silenzio. Rumore di tessuto che veniva strappato. La ragazza emise degli altri suoni gutturali e si dibattè, ma altra reazione si arrestò di botto, come se le avessero puntato un coltello alla gola. E probabilmente era proprio così.
“Scommetto che dopo dirai grazie, puttana…”
Ambra quasi sbadigliò. Fino a quel punto era successo tutto quel che doveva succedere, non c’era ragione di credere che le cose potessero cambiare, che sarebbero mai cambiate. Ecco di nuovo la noia che arriva, pensò mentre dal vicolo arrivavano altri fruscii e rumori strappanti, come se gli stupratori volessero agire con tutto comodo sulla loro vittima. Si chiese quanto ci avrebbero messo, in cinque, a farla finita e a lasciarle campo libero.
Per qualche momento dal vicolo giunse solo un silenzio assoluto.
E da quel momento niente fu più come doveva essere. Né mai più lo sarebbe stato.
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La sola cosa di cui Duna era grata era di aver lasciato Tania a casa, visto che nel market con orario notturno dove era diretta i cani non potevano entrare. Forse si sarebbe risparmiata quell’aggressione, ma forse no, e non voleva che il suo cane corresse dei pericoli. Cinque uomini erano davvero troppi, anche per un Dobermann.
Riconoscere Fabio in mezzo a quei buzzurri palestrati era stato quasi comico. Quindi aveva ragione il cieco, mi ha veramente seguita. Certo che devo avere gli occhi foderati di prosciutto, per non essermene accorta.
Di più: per averla intercettata così, nell’unica zona non illuminata del quartiere, l’aveva sicuramente pedinata per giorni e giorni, imparando le sue abitudini, i suoi orari… e non è neanche il mio ragazzo, pensò con una certa ironia, anche se il momento era tutt’altro che ironico. “Fatemi passare, non fate i cretini.” Disse, senza la minima speranza che le avrebbero dato retta. Sentiva la loro decisione come le vibrazioni su un cavo dell’alta tensione.
“Adesso te lo insegno io cosa succede a chi mi fa arrabbiare, puttana.” Rispose infatti Fabio, spalleggiato dai suoi amici. Duna fece per scattare tra due di loro, ma venne afferrata e trascinata nel vicolo. Riuscì ad afferrare un polso e torcerlo verso il basso, ma rimediò soltanto un pugno al ventre che le tolse il fiato. Devo restare calma… l’unico modo per uscirne bene è mantenere la calma…
“Cosa credi di fare?” Chiese, guardando Fabio dritto negli occhi. Conosceva perfettamente il comportamento di una preda, e non intendeva mettersi a farfugliare, supplicare, roteare gli occhi senza vedere veramente nessuno, permettendo così ai suoi aggressori di smettere di considerarla una persona. Finchè li guardava negli occhi, non sarebbe stata loro preda.
Si augurava.
“Ti conosco, e ho un testimone che può identificarti, se serve. Levati di torno, Fabio. Questa storia sta diventando ridicola, e stai inguaiando anche i tuoi amici.”
“Lo so io che cosa vogliono le puttane come te, che fanno tanto le difficili…” Sembrava che Fabio non avesse neppure sentito, o forse aveva sentito fin troppo bene, perché la colpì col dorso della mano, facendole sbocciare centinaia di fiorellini rossi davanti agli occhi e gettandola nelle braccia dei suoi amici, che l’afferrarono alitandole addosso il loro respiro pesante. Si dibattè, lottando per mantenere ancora la lucidità, mentre attorno a lei tutti ridevano e commentavano quello che stavano per farle.
“Lasciatemi, imbecilli! Lasciatemi subito, cazzo!” Gridò furiosa, perché non voleva che la situazione degenerasse, perché sapeva molto bene cosa stava per succedere, ne aveva avuto un sentore al Quadrifoglio Nero, quella famosa sera che per poco non si era fatta ammazzare da Hal, sfidare il capo, come era potuto succedere, ma l’aveva fatto, e quei balordi non erano il capo, non erano come lei, quei balordi erano soltanto…
Qualcuno le ficcò un fazzoletto in bocca, smorzando le sue grida. La rovesciarono sul cemento lurido della strada e le furono subito addosso, bloccandole gambe e braccia. Fabio le si mise cavalcioni. Duna scalciò, sperando contro ogni speranza di cavarsela ancora in maniera umana, ma abbandonò ogni tentativo in quel senso quando le misero davanti al naso la lama luccicante di un coltello a serramanico. Si morse le labbra e rimase immobile, mentre Fabio le sollevava la canottiera tanto violentemente da strapparla e le apriva la lampo dei calzoncini.
“Brava, puttana, così… magari ti piacerà anche…” Voi siete solo carne, urlò quel qualcosa dentro di lei che lottava per uscire, carne per la Bestia, siete solo sangue e viscere e ossa, prede per l’Orda… Stava caricando gli argini, li aggrediva con la furia di un maremoto, tanto violento che Duna si chiese se non valesse la pena sopportare, in cambio della pace, sopportare per mezz’ora o un’ora, lasciar correre, vivere tranquilla a ogni costo, anche se il prezzo poteva essere alto…
“Adesso devi stare ferma e zitta, puttana…”
Sotto la canottiera portava un reggiseno sportivo, senza ferretti, e quando sentì una mano enorme e calda e nauseante sollevarglielo per cominciare a tastarla tra le risate generali, la sua mente, per conto proprio, visualizzò una scena da incubo: una ragazzina rannicchiata sul divano, carponi, con una grande mano da adulto che le premeva addosso, mentre l’altra le sollevava la sottana e vi si insinuava sotto. Una voce che le raccomandava di stare ferma e zitta, di fare la brava perchè altrimenti si sarebbe arrabbiato, si sarebbe arrabbiato molto… Io non sono una bambina spaventata, pensò incongruamente, senza neppure sapere quale parte di lei avesse formulato quel pensiero, consapevole solo di quelle forze che emergevano inesorabili tra i flutti bui del subconscio dove le teneva prigioniere. Salivano e ringhiavano e sbavavano la loro ira, cercando un bersaglio su cui sfogarla. Cercando la carne per la Bestia. Tu sei una bomba innescata, Duna…
Smise di pensare. Scattò. Liberò le braccia con uno strattone non dissimile da quello con cui giorni addietro si era liberata dalla presa di Hal, strappando un’esclamazione di sorpresa al giovane che gliele aveva afferrate, e prese la mano di Fabio, ancora sul suo seno. La spinse verso l’alto e torse con violenza all’altezza del gomito. Sentì distintamente il rumore sommesso dei tendini che si torcevano, che si strappavano, delle vene che si aprivano riversando nella carne il loro liquido scuro, succulento, salato. Fabio cadde all’indietro tenendosi il braccio, urlando di dolore, ma Duna l’aveva già cancellato dalla sua mente, da quel vorticare di istinti primordiali e di brame da predatore che era diventata la sua mente. Si sollevò a sedere, guardando gli altri, impietriti dalla brusca svolta presa dalla situazione.
“Puttana…” disse uno, in tono stupefatto. Duna lo afferrò alla gola, con la rapidità di un serpente, e strinse, strinse, affondò le unghie e le dita e le falangi fino alle nocche, bagnandosi di liquido caldo, fiutando l’odore metallico del sangue in un’estasi che era quasi sessuale, godendo delle convulsioni della sua vittima, e spinse via il corpo già inerte, che andò a cadere contro il muro. Quanto sangue, quanto cibo, pensò, e fu un pensiero privo di parole, più una sensazione che altro, mentre si alzava lentamente per fronteggiare i tre rimasti. Quello col serramanico spostò lentamente lo sguardo da lei all’uomo a terra, con la gola così squarciata che era quasi decapitato, poi tornò a fissarla con un’espressione così inebetita che Duna dubitò si fosse reso conto di quel che stava succedendo. Meglio per me e peggio per voi, l’ignoranza della preda è la forza del cacciatore, pensò venendo avanti. L’uomo col serramanico non si mosse nemmeno: era troppo sbigottito, così che fu facile per Duna afferrargli la testa e girarla con un colpo secco, facendolo stramazzare. Uno dei due rimasti emise un gemito sfiatato e cercò di indietreggiare, perché finalmente l’aveva vista bene, aveva visto quello che era emerso dal buio primordiale, dalla tenebra oltre le capacità di controllo di Duna. Quello che loro avevano fatto emergere e che non si poteva più fermare.
“Cosa sei? Che cosa cazzo sei tu?” Strillò, appiattendosi contro il muro, con le gambe che tremavano convulsamente, come se l’ordine dato ad esse dal cervello, quello di fuggire, si fosse confuso per strada e fosse arrivato a destinazione incompleto. Sembrava un coniglio davanti ai fari dell’auto che lo stava per investire.
Duna si avvicinò. Aveva le mani appiccicose di sangue, e senza pensarci le sollevò per leccarsi le dita. Il sapore non era come quello della carne, soda e soddisfacente, ma la eccitava, facendogliene desiderare ancora. Facendogliene desiderare ancora molto.
“I suoi occhi – bisbigliò l’altro – guarda i suoi occhi… Oh, Cristo…”
Nel vicolo si diffuse un puzzo acre, penetrante, e il cavallo dei calzoni dei due uomini si scurì, quasi simultaneamente, come per un accordo prestabilito. Perchè capirono, con l’istinto delle prede, finalmente riuscirono a rendersi conto di cosa avevano davanti. C’erano cose peggiori degli occhi.
C’erano i denti.
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Ambra abbassò gli occhi sul marciapiede schizzato di sangue, nauseata da quello che vedeva. Che spreco, pensò vagando con lo sguardo dall’una all’altra delle vittime che per un breve periodo avevano pensato di essere i cacciatori. Che bestialità inutile, non ho mai visto un simile disastro ad opera di un solo…
Vide un movimento, nell’angolo più buio del vicolo, e andò avanti, superando senza guardarla la ragazza inebetita, le cui mani grondavano sangue.
Il tizio col braccio maciullato era ancora vivo. Stava cercando di nascondersi. Bene, potrò trarre qualche vantaggio da questa situazione, allora, pensò abbassandosi e spostandogli la testa, per esporre il liscio pulsare della gola. Fabio (le pareva di ricordare che si chiamava così) gemette quando i denti gli penetrarono nella carne, ma era talmente traumatizzato e inerme che Ambra ritenne inutile perdere tempo prezioso per ammaliarlo, così si nutrì senz’altra precauzione che trattenerlo in modo che non allontanasse la gola da lei. Sentì il liquido scuro, greve e prezioso che le si diffondeva nel corpo dandole il benessere, facendo aumentare i battiti del suo cuore, inebriandole la mente e rendendola sempre più avida, spingendola ad affondare sempre di più nella carne mentre la sua vittima soffriva e perdeva rapidamente le forze… le tempie cominciarono a pulsarle, una vampata di rossore le colorì le guance, la tentazione di continuare fino alla fine, fino al brivido estremo, al piacere assoluto, diventò fortissima, quasi insopprimibile. Ambra si fermò un istante, perché era pericoloso, davvero troppo pericoloso, soprattutto dopo la notte precedente, non poteva permettersi un altro cadavere, ma quando alzò gli occhi e vide il sangue dappertutto, i corpi straziati dalla Bestia, si disse che la situazione presentava una forte possibilità di impunità, che un morto in più o in meno non cambiava le cose, e abbassò nuovamente la testa, aderse le labbra alla pelle martoriata come un neonato al seno della madre e bevve, prese tutto ciò che quella vita in via di spegnimento poteva darle, in attesa del Momento, della frustata di energia pura che era come un trasferimento, l’estasi di assaporare l’ultimo sorso, il più dolce, quello che sgorgava direttamente dal cuore, dall’ultimo battito…
Si rialzò, tremando per il piacere. Lasciò cadere il corpo della vittima, ormai ridotto a un inutile sacco di viscere privo di qualunque attrattiva, e si passò la lingua sulle labbra, per non perdere neppure una goccia del prezioso liquido. Sono stata imprudente, dopo ieri sera. Non avrei dovuto: anche se non verrò scoperta, questi piaceri danno dipendenza, bisogna stare attenti a non esagerare, o rischio di…
Si sentì toccare sulla spalla e si volse. La ragazza la guardava, sconvolta. Sembrava incapace anche di parlare, e seppe solo balbettare: “Tu… sei un… una…”
Ambra si chiese perché fosse ancora così fuori di sé, adesso che la Bestia era di nuovo dormiente, placata e appagata. “Ho solo approfittato del tuo banchetto. Non mi pare tu abbia più appetito, o sbaglio?”
L’altra rabbrividì. “Io… io non…” Impallidì all’improvviso, in maniera allarmante, e prima che Ambra potesse dire alcunchè la ragazza fece l’ultima cosa al mondo che si sarebbe aspettata facesse: scivolò lentamente a terra, gli occhi rovesciati all’indietro a mostrare il bianco della cornea, inerte sull’asfalto lordo di sangue e immondizia.
“Ehi, ehi!” Colta di sorpresa, Ambra non riuscì ad afferrarla in tempo e potè solo inginocchiarlesi accanto per tenerle su la testa. La colpì al viso un paio di volte, non troppo forte, e gli occhi della ragazza tornarono più o meno a fuoco. “Ma che fai, sei impazzita? Devi andartene subito da qui, alzati!” Era sbalordita.
“Cosa… cosa è successo?” La voce della ragazza era un soffio quasi inudibile, l’espressione confusa. Ambra non riusciva a capire. Sapeva che talvolta, quando la Bestia emergeva al di fuori delle giuste fasi lunari, poteva scombussolare un po’ il diretto interessato, ma quella ragazza non si comportava come se fosse stata colta di sorpresa dallo scatenarsi della sua natura. Sembrava piuttosto una persona che ha ricevuto un colpo tremendo e non ha ancora assorbito la botta.
“E’ successo che hai dato una nuova definizione alle parole legittima difesa, ecco cos’è successo – rispose Ambra, sempre più perplessa – adesso devi scappare, più in fretta che puoi. Su, alzati.”
L’aiutò a rimettersi in piedi. Per la verità era opportuno che anche lei togliesse il disturbo, quanto prima poteva, ma c’era ancora un po’ di tempo prima che qualcuno imboccasse quella stradina e scoprisse il banchetto che vi si era consumato: per questo indugiava. Per questo e perché la sua curiosità era stata stimolata. Non molto, ma era passato talmente tanto tempo da quando aveva provato reale interesse per qualcosa, che le sarebbe spiaciuto andarsene lasciandosi dietro un interrogativo irrisolto, per quanto puerile.
“Sono… sono morti?” La ragazza fece un cenno col capo in direzione delle sue vittime, ma evitò di guardarle. Una goccia di sangue le scivolò lungo il viso, come una lacrima, e cadde a terra.
“Morti e defunti. Niente testimoni.” Rispose Ambra, che non vedeva altro motivo per cui porsi un interrogativo del genere. Pensava che l’altra ne sarebbe stata sollevata, viceversa la vide deglutire a vuoto e barcollare.
“Non azzardarti a svenire di nuovo, hai capito? Altrimenti ti lascio qui e me ne vado.” Le disse in tono duro, e forse servì a qualcosa, perché la ragazza fece un profondo respiro e parve calmarsi.
“Non volevo fare… quello che ho fatto.” Disse.
“Chissà cosa succede quando invece vuoi farlo, allora – ribattè Ambra – comunque sia, non possiamo restare qui. Prendi, pulisciti un po’ il sangue, e andiamocene subito.” Tirò fuori dalla borsa un pacchetto di Kleenex e glielo porse. Perché ho parlato al plurale? Si chiese mentre la ragazza si strofinava le mani, il volto accartocciato in una smorfia indefinibile, tra il disgusto e la riprovazione. Non ho niente a che vedere con questa qui. I suoi guai non mi riguardano.
Poi la ragazza disse qualcosa che la lasciò completamente senza parole. Appallottolò i fazzoletti di carta, fece per gettarli a terra, ci ripensò e se li ficcò in tasca. Molto saggio, non si lasciano mai prove materiali: sta recuperando lucidità, notò Ambra con sollievo. Impiegò molto tempo a far sparire i fazzoletti, come se volesse prendere ancora tempo, poi alzò la testa, la guardò bene in faccia, e disse: “Non credevo che esistessero… quelli come te.”
Ambra la fissò. Da dove diavolo veniva quella suonata? “Potrei dirti la stessa cosa.” Fu tutto quel che seppe rispondere, dopo un bel pezzo. La ragazza alzò le spalle, lo sguardo fisso nel vuoto.
“Mi rendo conto che non sono nella posizione di fare la scettica… il fatto è che non mi piace pensare neppure che esistono quelli come me.”
Ambra non sapeva assolutamente cosa dire, ma non ci fu bisogno che replicasse, perché si udì un rumore di passi ed entrambe si voltarono verso la strada principale, illuminata e piena di vita. Qui stava per consumarsi uno stupro, si è consumato un banchetto, e nessuno se n’è accorto. Hanno paura di vivere isolati, senza la vicinanza dei loro simili, e non si rendono conto che ammassandosi diventano una specie di buffet dal quale attingere, pensò a sproposito Ambra mentre indietreggiava. D’impulso afferrò per un braccio l’assurdo personaggio che l’aveva messa in quell’assurda situazione e indicò la strada che si perdeva nel buio, più avanti. “Sai dove porta?”
“Io… abito qui vicino. C’è una rete per di là, ma non è un problema, se ci sbrighiamo.”
Con una scioltezza che smentiva la paralisi di pochi istanti prima, la ragazza si mosse, precedendola nella tenebra, mentre i passi si avvicinavano. Fortunatamente, la strada svoltava ad angolo retto poche decine di metri più avanti, e la rete menzionata, tesa tra due case, era arrugginita, piena di buchi, facilissima da superare. La ragazza ne sollevò una parte, invitandola a passare sotto, e la seguì rapidamente. Ambra si accorse che adesso erano in mezzo all’erba, e dall’odore dedusse che si trovavano sulla riva di un canale di scolo. Si tenne ben contro la parete mentre seguiva la ragazza nell’oscurità pressochè totale, allontanandosi dalle voci che arrivavano concitate dal vicolo. Qualcuno avrà incubi per un mese, pensò cinicamente mentre la sua accompagnatrice saltava oltre un muretto e tornava sulla strada.
“Adesso cosa facciamo?” La ragazza sembrava incerta, e visto che si trattava di tornare nella luce e nel traffico, Ambra non se ne stupì. Posso andarmene adesso, pensò, e dimenticare tutta questa storia. Rimarrò con qualche curiosità inappagata, ma pazienza.
“Hai detto che abiti qui vicino? – le chiese, e l’altra annuì – allora dammi la mano. Non ci vedrà nessuno.”
“Vuoi passare per la strada principale? Sei matta?”
Ambra rimase senza parole, per la seconda volta. Veramente non sapeva? “Ti dico che non ci vedrà nessuno! A meno che io non voglia, e sta’ sicura che non voglio.” Le afferrò la mano e cominciò a camminare senz’altro. Era stanca di stranezze, per quella sera. “Dove abiti? Da quella parte?”
“Di… di là. Ma c’è il portiere…”
“Al diavolo il portiere.” Ambra si fermò al semaforo, continuando a tenere ben stretta la mano di quella stupida sprovveduta, con le labbra serrate per la concentrazione che le costava non farsi notare, tutta scarmigliata e insieme a una svanita imbrattata di sangue, mentre alla loro destra, a una certa distanza, cominciava a raccogliersi un capannello di gente. “Cosa è successo? Un incidente?” sentì chiedere dietro di sé, ma in quel momento il semaforo diventò verde e si affrettò ad attraversare.
“Passano tutti oltre…” sussurrò la ragazza affascinata, vedendo la gente attorno a loro bloccarsi, fissarle spalancando gli occhi, e poi sbattere le palpebre, riscuotersi e proseguire il cammino, come se incontrare gente sporca di sangue a poche decine di metri dal luogo di un delitto fosse una cosa talmente naturale che non valeva la pena trattenerla tra i ricordi. “E’ come se fossimo invisibili…”
“Sì, sì – disse Ambra con impazienza – qual è il palazzo?”
Passarono accanto al portiere, che girò la testa a guardarle, sussultò inorridito e tornò a fisse lo schermo della televisione, gli occhi vitrei. La ragazza allungò la mano verso il tasto di chiamata dell’ascensore, esitò e le disse di farlo lei, visto che i Kleenex avevano potuto pulire solo sommariamente quel che aveva sulle mani.
Sull’ascensore non parlarono. Quando questo si fermò a un piano intermedio e un ragazzo sulla ventina fece per entrare, Ambra gli sbarrò la strada e gli disse di usare le scale, era più salutare e più sportivo. Il ragazzo fece dietro front e scese a piedi.
“Come ci riesci?” chiese la ragazza.
“Fa parte della mia natura, ammaliare le vittime.” Rispose Ambra, sempre più perplessa. Come poteva non sapere niente? Non aveva una sua orda, quella ragazza?
“Comodo.” Commentò lei, e sospirò. “Fabio… quello a cui ho rotto il braccio… l’hai ucciso, vero?”
“Era poco opportuno lasciare testimoni.” Rispose Ambra. “Senza contare che ho potuto nutrirmi. Ti devo un favore.” E te lo sto restituendo, quindi siamo pari. Messa così, la questione tornava su binari razionalmente accettabili e l’umore di Ambra migliorò. Dopotutto, la ragazza le aveva davvero reso un servigio, permettendole non solo di prendere ciò che le serviva, ma offrendole l’occasione di avere il brivido estremo, l’ultimo sorso dell’ultimo palpito, che di solito era costretta a negarsi per non suscitare sospetto e allarme tra le vittime. In quel macello non credo proprio che qualcuno baderà a un piccolo morso sul collo, e se anche lo trovassero sarebbe solo uno delle centinaia.
La ragazza non rispose. Fece per appoggiarsi alla parete, ma ci ripensò e spostò il peso da un piede all’altro, mentre tirava fuori le chiavi di casa. Uscì dall’ascensore quasi prima che fosse aperto del tutto e andò alla porta, ma era così nervosa che mancò la serratura più volte, prima di tenersi il polso con l’altra mano. Sembrava assolutamente sconvolta, e Ambra non ne capiva la ragione.
Dall’interno arrivarono una serie di guaiti, e come la ragazza aprì un enorme cane nero si precipitò fuori festante, ma rimase fermo, col pelo ritto e le orecchie tese, ad annusare i vestiti della sua proprietaria. “Dentro, Tania.” Disse la ragazza, e il cane ripiegò, guardando Ambra con diffidenza.
Entrò anche lei. Non sarebbe stato male sistemarsi un po’ prima di tornare a casa, si disse, e mise risolutamente a tacere la vocina che le diceva, come una vicina pettegola, che la sua era curiosità, nient’altro che curiosità e riluttanza a tornare alla solita routine, adesso che aveva la possibilità di spezzarla.
La ragazza non fece caso al suo ingresso non invitato. “Immagino che tu sia così tranquilla perché sapresti come reagire alla Bestia, giusto?”
Ambra si irrigidì. “Mi stai minacciando?”
“Non so più cosa faccio. Prima non volevo che emergesse, ma è successo… chi mi dice che non succederà ancora?”
Il tono della ragazza era talmente disperato che Ambra credette di capire il motivo per cui la ragazza sembrava così distrutta. “Prima eri minacciata, hai solo perso il controllo. Capita.” Specie a quelli come te, pensò senza dirlo.
“Non dovevo… non volevo…” Si passò una mano sulla fronte e la guardò. “Ho bisogno di una doccia, scusami. Tu fa’ come se fossi a casa tua, ok?”
“Mi darò una rinfrescata al lavandino della cucina. Poi è opportuno che vada.”
“Come ti chiami?” Le chiese improvvisamente la ragazza. Buffo, pensò Ambra, che proprio una come lei si fosse ricordata del galateo, e in un momento simile. Non dovrei darle segnali di amicizia. E’ pericoloso, e se non è la prima volta che fa simili disastri, questa ragazza ha i giorni contati. Oggi l’ha passata liscia grazie a me, ma se ha già dei precedenti i preti la troveranno, è questione di giorni… forse di ore. Tenere le distanze è la cosa più saggia da fare.
“Mi chiamano Ambra – rispose – e tu?”
“Duna. Non dirmi che è un nome assurdo, lo so. Anche se non è la cosa più assurda della mia vita, se capisci cosa intendo.”
“Credo di avere chiaro il concetto di base, sì.”
“Sei sicura che nessuno ci abbia viste?”
“Per averci viste ci hanno viste – disse Ambra – ma non penseranno a noi, nemmeno quando leggeranno la notizia sui giornali.” Si sentiva come una maestra elementare che deve insegnare a leggere a un quarantenne.
Duna tacque un istante, poi proruppe: “E non puoi farlo anche con me? Non farmi più pensare a quello che è successo…”
“Che?”
“Farmi dimenticare, o non pensare, o quel cavolo che fai con la gente! Puoi farlo? Lo faresti?” La guardò, quasi implorante. Ambra era sempre più confusa.
“No che non posso… tu non sei una vittima, non… non sei suggestionabile, ecco. E comunque non capisco perché me lo chiedi… per quelli come te è la norma, non c’è niente di…” “Vaffanculo la norma e vaffanculo quelli come me!” gridò improvvisamente Duna, così forte che il suo cane saltò su ringhiando, il pelo della schiena ritto e gli occhi iniettati di sangue. Ambra lo tenne d’occhio, nel caso desse segno di volerla aggredire, ma l’animale sembrò percepire che la minaccia non arrivava dall’ospite e non la guardò neppure. Duna abbassò una mano in una carezza e poco a poco il cane si placò.
“Mi vuoi spiegare qual è il problema?” Cominciava a pensare che la sua ospite fosse affetta da seri problemi mentali, perché il gusto del sangue ce l’aveva, eccome se ce l’aveva, aveva visto benissimo con quanta soddisfazione avesse banchettato, non c’era il minimo dubbio al riguardo, ma quella reazione isterica, quel rigetto totale, le pareva altrettanto genuino. Si domandò brevemente se fosse effettivamente al sicuro, lì da sola con lei, e lanciò un’occhiata alla porta. La Bestia si era già saziata, ma quel genere di creature erano molto imprevedibili, a volte. “Hai paura della lavata di testa che ti farà il tuo capobranco?”
“Me l’ha già fatta giorni fa. Ha detto che sono una bomba innescata, e aveva ragione.” Disse Duna con voce spenta, in violento contrasto con gli urli di poco prima. Continuava ad accarezzare la testa del cane, il quale a sua volta annusava il sangue che le era schizzato sulle gambe, con tesa concentrazione. Per dirlo perfino il suo capo, questa qui deve essere veramente una forza della natura, pensò Ambra. Se qualche prete è sulle sue tracce, che Dio lo aiuti. Che Dio l’aiuti davvero.
“Ti conviene farti quella doccia – le consigliò, per cambiare discorso – ti schiarirai le idee. Io devo proprio andare, adesso.”
“Certo.” Si mosse verso il bagno, ma arrivata a metà strada si volse e la guardò dritta negli occhi. Aveva un volto curiosamente infantile, su un corpo modellato dall’attività fisica, ma lo sguardo che lanciò ad Ambra era senza età, come proveniente da un passato talmente lontano da essere stato, di fatto, completamente cancellato fino a quel momento. Occhi atavici, pensò Ambra, e non riuscì mai più a dimenticarseli.
“Adesso che ho Cacciato, anche se in maniera quasi accidentale, non posso più dire di non esserlo, giusto?”
Ambra non capiva. “Come?”
“Un licantropo. Ormai sono un licantropo a tutti gli effetti.” Sparì nel bagno, lasciando Ambra nel soggiorno deserto. Vide sul ripiano del telefono una pila di biglietti da visita e ne prese meccanicamente uno. Fa l’istruttrice cinofila, molto appropriato.
Lì accanto c’era una foto che la ritraeva insieme a un giovane coi capelli neri e ricci, lui che le faceva le corna durante lo scatto, e a guardare meglio si accorse che quella casa portava anche l’impronta di qualcun altro, che Duna non viveva lì da sola: i vestiti da uomo buttati sulla sedia in ingresso, il calendario di donnine accanto al frigo, due telefoni cellulari sul piano della cucina, a ricaricare le batterie. E’ il suo ragazzo o solo un coinquilino? Sarà uno come lei?
Erano passati anni dall’ultima volta che Ambra aveva condiviso l’esistenza con qualcuno. Troppi problemi. Una vittima avrebbe potuto tradirla, volontariamente o meno, e un suo simile avrebbe soltanto raddoppiato i rischi, per entrambi. Ma forse lei non ci bada. Sarà anche mezza matta, ma sa benissimo quanto è forte. Un prete che si metta a darle la caccia potrebbe essere sfortunato… e trovarla sul serio.
Andò al lavello per rinfrescarsi, prima di andarsene, col cane che la guardava attentamente, mettendola a disagio. Se solo se lo fosse portato dietro, tutto quel disastro non sarebbe successo, con ogni probabilità. I cani da guardia erano ancora un ottimo deterrente, una delle poche cose che attraversavano gli anni e i secoli senza risentire dell’età.
Dal bagno non arrivava nessun rumore, come se Duna fosse ferma a guardarsi allo specchio. Poco dopo l’acqua cominciò a scorrere, ed era talmente calda che il vapore prese a filtrare da sotto la porta.
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Padre Angelo aspettò pazientemente che i giornalisti si decidessero ad andarsene e che il primario potesse dedicargli un po’ di attenzione. Naturalmente, era vietato entrare in terapia intensiva salvo che per i medici, ma non gli fu difficile persuaderlo a collaborare, un po’ pregandolo un po’ ricordandogli delle donazioni ecclesiastiche versate ogni Natale. Alla fine il primario sbuffò e gli disse di chiedere il permesso dei parenti, poi girò sui tacchi e seguì i giornalisti, probabilmente per continuare la conferenza stampa in un luogo dove le telecamere lo illuminassero sotto il suo profilo migliore.
Padre Angelo rimase dov’era, irritato per l’ultima imposizione del medico, che poteva costituire un problema. “Sono venuto a portare i conforti religiosi…” esordì esitante davanti alla donna disfatta seduta davanti alla porta a vetri smerigliati che chiudeva il reparto di terapia intensiva. Con i tempi che correvano, non era più tanto scontato che chi si aveva di fronte fosse un bravo cristiano, per non parlare di un bravo cattolico, e se la donna l’avesse respinto non avrebbe proprio saputo che pesci prendere. Lo stomaco cercava ancora di salirgli in gola, dopo la visita all’obitorio, e una discussione su Dio che non esisteva o che era un sadico per permettere simili atrocità era l’ultima cosa di cui aveva bisogno. La mente continuava a tornargli a una gola che non esisteva più, una testa attaccata al corpo solo da pochi miseri filamenti di carne e una colonna vertebrale che scintillava in maniera sconvolgente alla luce mattutina. Non era riuscito a guardare gli altri corpi ed era stato costretto a uscire e ficcare il naso il un vasetto di Vicks Vaporub, per liberarsi dall’odore nauseante della morte. Ormai dovrei esserci abituato, ma forse nessuno può abituarsi del tutto a cose del genere… e forse è un bene. Significa che sono ancora un servo di Dio, se inorridisco a certi spettacoli. Era venuto un inserviente a chiedergli se gli serviva aiuto, gli aveva detto che il bagno era in fondo al corridoio e infine gli aveva consigliato di uscire, perché sembrava proprio sul punto di svenire. E padre Angelo in effetti lo era stato, anche se non proprio per le ragioni che l’inserviente doveva ritenere. Non era ciò che aveva visto, ma ciò che sapeva a farlo sentire sull’orlo del baratro. Perché tutto questo? Chi è arrivato a Roma, capace di tanto, in nome di Dio?
Si costrinse a concentrarsi sulla persona davanti a lui. La donna lo guardava con occhi rossi e gonfi, come se non avesse capito completamente quel che gli aveva detto. “Sono il prete dell’ospedale.” Aggiunse allora, e gli parve di vedere un barlume di comprensione.
“Ah, sì… grazie…”
“Mi permette di entrare per parlare con suo marito?”
“Sì… sì… vada…” Non sembrava che la donna gli prestasse granchè attenzione. Avrebbe avuto bisogno anche lei di un po’ di conforto, ma le priorità di padre Angelo in quel momento erano altre. Si raddrizzò, suonò il campanello e disse all’infermiera che era autorizzato dal primario a fare visita al paziene 214. L’infermiera lo guardò, dubbiosa. “E’ sicuro? Non è messo molto bene, adesso… forse domani…”
“La parola di Dio non può aspettare, Luisa.” Mormorò padre Angelo. L’infermiera si strinse nelle spalle. Era una ragazza devota, veniva spesso alla cappella dell’ospedale, e non trovò nulla da obiettare. “Se però non le rivolgerà la parola o vorrà che esca, la prego di non insistere – gli disse, più che altro per dovere professionale – quei cani randagi l’hanno ridotto davvero male, capisce.” Cani randagi, certo, pensò padre Angelo con un smorfia, ma non disse niente: indossò camice e mascherina e si lasciò guidare lungo il corridoio, nel rumore dei macchinari che tenevano in vita i pazienti più gravi, fino alla porta dell’ultimo ricoverato.
“Cinque minuti, non di più. E’ reduce da un intervento di più di sei ore ed è sotto sedativi. Se non le parla, venga via subito, ha capito?” Gli disse l’infermiera, decisa. Padre Angelo annuì. Quello era il suo lavoro, lì comandava lei, come lui comandava nella cappella. Le chiese maggiori ragguagli sull’intervento. Tutto collima, pensava, non ho quasi più dubbi… mi manca solo di ascoltare la viva voce della vittima. Del superstite, anzi.
L’infermiera parlò: a sua detta, il primario aveva dichiarato quell’intervento un capolavoro di microchirurgia, necessario per rimettere insieme i legamenti strappati e per rimuovere le schegge d’osso che si erano conficcate nei muscoli. Era, aveva affermato, come se i cani gli avessero preso le membra, serrandole tra i denti per poi spezzarle con una violenza e una rapidità tali da far saltare tutto, dentro, come quando si torce più volte un ramo verde e poi lo si strappa via. Sulla carne c’erano squarci profondi, slabbrati, che avevano richiesto quasi cinquecento punti, tra interni ed esterni, per restituire una parvenza di umanità a quel povero corpo martoriato. Il referto parlava di zampate, non solo di morsi. L’infermiera gli disse che probabilmente i cani non erano meno di una decina, per aver ridotto così ben cinque persone. Ma il sguardo era perplesso, mentre parlava, e padre Angelo capiva il perchè. Un cane poteva mordere, poteva scorticarti con le unghie, poteva magari ridurti in fin di vita, se supportato da un branco di suoi simili… ma mai, in nessun caso, un cane poteva torcere il braccio a un uomo fino a scardinarlo dalla spalla, legamenti, ossa, vene e muscoli insieme. Era quanto accaduto ad almeno una delle vittime, quella morta per lo choc e l’emorragia, e il medico legale gli aveva detto che sembrava proprio come se l’avessero disossato. Come un pollo arrosto, aveva precisato, paragone che padre Angelo trovava raccapricciante e, allo stesso tempo e in buona misura per gli stessi motivi, assolutamente calzante.
“Probabilmente non vorrà parlarle – lo avvertì ancora l’infermiera – a parte tutto, è sofferente anche per l’antirabbica. Mi raccomando, non lo faccia agitare. Non mi metta nei guai.”
Padre Angelo sorrise e la rassicurò, sentendosi un vecchio zio che saluta la nipote obesa dicendole che la trova in splendida forma. Antirabbica, ridicolo. Lui aveva bisogno di ulteriori elementi per capire in che modo aiutare l’uomo sofferente, in quella stanza, ma ne sapeva già abbastanza per essere certo di non aver bisogno di qualcosa che andava iniettato, somministrato o compresso in pillole. Quello che serviva era decisamente più profondo, più solenne, più… più sacro, ecco. Nulla come la parola di Dio può risolvere questi problemi, si disse. Risolve anche gli altri, naturalmente, ma in questi casi Nostro Signore da’ il meglio di sé.
Non che sperasse proprio di dover agire come riteneva avrebbe dovuto agire. Era ormai più vicino ai sessanta che ai cinquanta, negli ultimi dieci si era dedicato unicamente alla cappella dell’ospedale e stava benone così, ma c’erano doveri a cui nessun servo di Dio poteva sottrarsi. Non dopo aver preso i voti, perlomeno. Colse un breve riflesso di sé nello schermo del monitor che mostrava l’elettroencefalogramma e quasi sospirò: un uomo alto, allampanato, senza neppure un’ombra della bellezza standardizzata per cui i giovani sudavano ore e ore in palestra. Il suo volto esprimeva soltanto la quieta austerità che aveva abbracciato per fede tanti, tanti anni prima, con un gran naso che gli dava un’aria grave, più che grottesca, e un neo sulla tempia che nascondeva coi capelli, prima che questi si ritirassero troppo per permettergli di continuare senza apparire ridicolo. Signore, sia fatta la Tua volontà, ma se per pura ipotesi la mia potesse interessarTi, gradirei molto non dover affrontare quel che temo dovrò affrontare. Non alla mia età, se non altro. Me la sono cavata bene da giovane, ma ormai di che utilità potrei esserTi? Vogliamo fare questo compromesso? SaresTi così buono col Tuo umile servo, Signore dei Cieli?
L’intermiera cominciava a dare segni di impazienza e padre Angelo capì che non poteva più procrastinare. Entrò e si fermò accanto al letto. “Signor Gheno?” chiamò sottovoce. Il giovanotto disteso sul letto, trafitto da flebo e tubicini vari, attaccato a monitor di ogni genere, girò la testa a guardarlo. Gli occhi erano annebbiati dalle medicine e la pelle tesa per la sofferenza, lucida sulla fronte per il sudore, ma sembrava sveglio e vigile. Un po’ di fortuna, almeno questo.
“Chi… è lei?”
Padre Angelo si toccò il collare bianco, che portava anche in piena estate. “Sono venuto a offrire la mia umile assistenza, se può esserle di conforto.”
“Dov’è mia moglie?”
“E’ fuori dal reparto. Ha bisogno di un po’ di tempo per riprendersi dallo choc. Vuole che gliela chiami?”
Intontito dai farmaci, l’infermo impiegò un po’ di tempo per elaborare il concetto. Padre Angelo aspettò.
“Sono stanco… voglio dormire.” E chiuse gli occhi. L’infermiera gli toccò leggermente la spalla, per fargli capire che era ora di andarsene, ma il prete non se ne diede per inteso e prese una sedia, accostandola al letto.
“Non credo che…” prese a dire l’infermiera, ma padre Angelo la interruppe.
“La prego, mi lasci solo cinque minuti con lui, vuole? Solo cinque minuti. Se non vuole parlare, non lo disturberò più.”
“Padre, davvero, sarebbe meglio…”
“Il segreto confessionale non si può violare, Luisa. Lo sa perfettamente anche lei.”
L’infermiera sospirò. “Cinque minuti, d’accordo?”
“Lei è un angelo. Prometto di non crearle problemi.”
“La prego.” Disse Luisa. Esitò ancora un momento, poi si volse e uscì, chiudendosi la porta alle spalle. Dopotutto, il prete aveva l’autorizzazione del primario e il consenso della moglie, la responsabilità che le toccava era quindi molto limitata. Padre Angelo la invidiò: la sua, di responsabilità, da quel preciso momento in avanti sarebbe stata praticamente senza confini.
“Non vuole parlare di quel che è successo?” domandò dolcemente all’uomo pallidissimo sul letto. Non ebbe alcuna risposta e dovette ripetere varie volte prima che l’infermo riaprisse gli occhi per guardarlo.
“La prego… voglio dormire…”
Padre Angelo lo ignorò. “Si rende conto che è vivo per miracolo?”
“Ho fatto finta di essere morto… non mi hanno badato…”
“Chi non le ha badato?” Che cosa non le ha badato? Padre Angelo si umettò le labbra e si sporse in avanti, in attesa.
L’intontimento farmacologico aveva abbassato le difese dell’uomo, e forse fu per questo che, dopo un altro lungo silenzio interrotto solo dai bip-bip dei monitor, padre Angelo ascoltò le parole che avrebbe voluto disperatamente non udire: “Quelle due puttane…” Due. Chiaro, uno solo non avrebbe potuto fare tanto. Il prete sentì qualcosa di molto gelido e molto duro attraversargli la spina dorsale. Si impose di rimanere impassibile.
“Due donne?”
“Due mostri…” Improvvisamente l’uomo parve rendersi conto di quel che stava dicendo, perché si fece ancora più pallido, salvo nei punti dov’era stato ricucito, che erano lividi e viola, e l’attaccatura dei capelli diventò una specie di linea diritta: di là il nero, di qua il bianco più cadaverico che il sacerdote avesse mai visto. Le pupille erano dilatate dalle medicine, ma parvero farsi ancora più grandi e l’uomo parve recuperare abbastanza lucidità per dire: “Due cani… due femmine… ecco cos’erano… due…”
“Due mostri – lo interruppe padre Angelo – partiamo da qui, vuoi? So che non stai mentendo e che non sei impazzito.” Congiunse le mani davanti a sé, assumendo un’aria paterna e comprensiva. Doveva indurlo a credergli, doveva conquistare la fiducia dell’uomo che giaceva in quel letto, trafitto da tubi e sonde, collegato a monitor che ne controllavano respirazione, battito, attività cerebrale, perché era disperatamente importante conoscere la verità prima che la razionalità arrivasse a distorcerla, a fargli pensare di aver avuto un abbaglio, delle allucinazioni, e che si convincesse di essere stato davvero aggredito da dei cani randagi, che avevano ammazzato i suoi compagni e ridotto lui a una specie di pupazzo di stracci. Succedeva spesso. Si preferiva credere a un attimo di delirio allucinatorio dovuto al trauma, si arrivavano a pagare dei professionisti perché ti spiegassero che il tuo subconscio aveva attinto dall’immaginario collettivo per evocare figure orrorifiche che rimuovessero ciò che era accaduto realmente. Rimuovere era una parola che padre Angelo sentiva sempre, in quei casi. Andava benissimo, una barriera mentale tra sé e il Male non poteva certo nuocere, ma bisognava raggiungere la verità dei fatti prima che essa fosse eretta.
Era lì per quello.
“Quante persone c’erano con te?” gli chiese, per verificare quanto esattamente fosse in sè. L’altro si accigliò, pensando. Chiaramente non riusciva a seguire il senso completo del discorso e si appigliava alle singole domande, frugando nell’intelletto esausto e anestetizzato senza porsi troppi interrogativi. Bene. Molto bene.
“Quattro… Fabio, Giovanni, Gianfr…franco e… e…” La voce si spense, ma non aveva importanza, era abbastanza sveglio da potergli dare le informazioni desiderate.
“Sono tutti morti.” Disse. Il suo scopo era di scuoterlo, e raggiunse in pieno l’obiettivo, perché gli occhi di Gheno si spalancarono, mostrando le cornee venate di capillari tutt’intorno alle iridi dilatate dai sedativi.
“Lei scherza!”
Padre Angelo non disse niente.
“No… non ci credo…”
“Ci creda. Lei è stato veramente fortunato, signor Gheno. Il Signore la guardava da lassù e l’ha voluta salvare.”
“Non credo a Dio. Non se lascia che succedano queste cose.”
“Perché non me ne parla, di queste cose? Cominci dall’inizio.”
Gheno parve afflosciarsi sui cuscini. “Mi prenderebbe per matto.”
“Si stupirebbe, se sapesse quanto la considero sano di mente, invece. Mi dice che sono state due donne anziché un branco di cani, e io le credo.”
“Non ho detto…”
“Se mi dirà che non sono due donne umane, crederò anche a questo.”
“Non…” l’uomo si agitò sul letto, e fece una smorfia perché la sedazione dei farmaci non eliminava completamente il dolore. Il tubicino della flebo oscillò pigramente. “Che cosa intende dire?”
“Quel che ho detto. Non ho ragione di dubitare di lei, e se credo a quel che mi ha detto, devo anche credere che stanotte sia avvenuto un abominio agli occhi del Signore. Non vorrebbe parlarmene?” Fece una pausa, per enfatizzare al massimo quel che doveva ancora dire. “E’ la sua sola occasione per dire la verità ed essere creduto, sa. Nessun altro le presterebbe fede. Se vuole liberarsi del ricordo che la tortura, la sua occasione è questa.”
“E lei… lei crederebbe a qualsiasi cosa io dica?”
“Io credo a quel che vedo. E a quel che insegna Nostro Signore. Guardandola, credo anche che le due cose coincidano, stanotte.” Si fece il segno della croce.
L’altro pareva ancora diffidente, ma non era in grado di discutere più di tanto, mentre sicuramente desiderava scaricare quell’orrore, per poter cominciare il prima possibile a credere di aver avuto un’allucinazione. “Quindi se le dico che sono state due donne, mi crede??”
“Non due donne – rispose padre Angelo – due mostri.”
Seguì un lungo silenzio che il prete non interruppe. Poteva leggere sul volto dell’uomo disteso nel letto d’ospedale come su un libro aperto. Il conflitto, la battaglia interiore tra la paura e il desiderio, il bisogno di parlare, di sfogarsi… e magari di trovare vendetta. Quando veniva riaccesa una speranza, si voleva sempre ottenere vendetta. Era un sentimento molto poco cristiano, certo, ma padre Angelo riteneva che il fine giustificasse anche il mezzo indubbiamente meschino di suscitare simili sentimenti tra le pecorelle del Signore. In fondo per assolvere un uomo dal peccato dell’ira bastavano un pentimento e una confessione.
Per salvarlo da Coloro che vivevano nella notte gli sforzi erano molto più rilevanti. Più rischiosi, anche.
Il signor Gheno parve prendere una decisione. Alzò la testa e lo fissò negli occhi. Padre Angelo vide le occhiaie e le sclerotiche arrossate e iniettate di sangue, dietro la forzata tranquillità indotta dai sedativi. Quell’uomo avrebbe dormito molto male, nei giorni a venire. Si sarebbe svegliato nel buio della notte con delle zanne gocciolanti davanti agli occhi, un respiro caldo sul viso e un grido di terrore nella gola. Per sempre, forse.
“Mi dica, padre… lei crede che… insomma, sa cosa dicono di quegli… quegli esseri…” Ammutolì, troppo esausto e troppo incredulo per continuare.
“Dicono molte cose – lo aiutò padre Angelo – non tutte rispondenti a verità. Cosa la preoccupa?”
“Dicono che… se ti mordono… diventi uno di loro…” la voce gli tremò, si spezzò e si spense.
Padre Angelo rispose con decisione. “Non c’è niente di vero in quelle storie. E’ soltanto una trovata fantasiosa, di qualche sceneggiatore di film dell’orrore, ma non ha alcun riscontro nella realtà. Lei si è salvato, non le succederà niente. Guarirà e basta.”
“Ne è sicuro?” Gheno sembrava incredulo, non riusciva a fidarsi. La forza della televisione non poteva essere scalzata da poche parole.
“Ne sono sicuro. Adesso deve solo pensare a rimettersi… e naturalmente a non parlare con nessun altro di tutto questo. Io le credo, ma perfino sua moglie la prenderebbe per pazzo, capisce.”
Gheno annuì lentamente. Girò adagio la testa, forse per guardarsi il corpo martoriato, ma fece una smorfia e lasciò perdere. Bloccato su quel letto, poteva soltanto suggere dell’acqua con la cannuccia, dal bicchiere sul suo comodino. Padre Angelo lo prese e fece per porgerglielo, ma l’uomo riprese a parlare, ignorandolo.
. “Era una sola, all’inizio. Ci è saltata addosso come… come…”
“Come un lupo?” gli suggerì il frate, e Gheno annuì.
“Aveva gli occhi… indemoniati… e le mani…” Con grande sforzo ne sollevò una e rattrappì le dita ad artiglio, con una smorfia. “Ma la cosa peggiore era la faccia… cambiava… la bocca… i denti…” si interruppe e distolse lo sguardo. “L’altra è arrivata dopo… ha preso Fabio… lui era cosciente… sono sicuro che lo era…”
Calò ancora il silenzio, e padre Angelo non lo interruppe per un pezzo, mentre raccoglieva le idee. Erano due, ma solo una ha attaccato… perché? Di solito agiscono in gruppo. Forse l’altra era indebolita, in qualche modo, e la sua amica le ha spianato la strada? Gli pareva l’unica soluzione plausibile, ma una spiegazione confezionata al momento difficilmente era la migliore. L’importante adesso era raccogliere quante più informazioni possibili. Per le deduzioni, le indagini e le conclusioni c’era tempo in un secondo momento. Quanto mostruosamente forte deve essere stata, per averne uccisi cinque tanto in fretta, e con tanta crudeltà? Signore, cosa hai lasciato scatenarsi nella Tua città? Perché una simile prova, al Tuo servo più umile?
“Non vorresti confessarti, figliolo?” chiese alla fine. Se voleva andare avanti con quell’interrogatorio, non poteva esimersi dall’impartire i sacramenti. C’erano delle regole che non potevano essere infrante. Non in simili circostanze.
L’uomo si morsicò l’interno delle guance. Era chiaramente esausto, ma altrettanto chiaramente non voleva rinunciare a quella possibilità di parlare. Con la sua famiglia, con i medici, con gli amici, coi giornalisti che sarebbero venuti a parlargli, con quelli dell’assicurazione e con chiunque altro avrebbe dovuto mentire, attenersi alla storia dei randagi impazziti, stringersi nelle spalle quando gli avessero fatto notare la stranezza di quell’attacco e rispondere che non sapeva altro.
Quella era la sua unica occasione di parlare ed essere creduto. Avrebbe potuto riversare sul prete tutto il suo orrore, liberarsene, dimenticarsene. Padre Angelo era tranquillo, sapeva che avrebbe ceduto.
Non si sbagliava. “Io… promette che non lo dirà a nessuno?”
“Il segreto confessionale è sacro per un ministro di Dio, figliolo. Vuoi la remissione dei tuoi peccati?”
“Io… sì. Se non ne parla con nessuno, sì.”
Padre Angelo si alzò per chiudere a chiave la porta.
Dagli archivi risultò ben poco. Gheno aveva affermato che la ragazza che aveva attaccato per prima non aveva alcuna inflessione romana. Del nord, era tutto quel che aveva potuto dirgli. Sull’altra ragazza non aveva tratto alcun costrutto utile: Gheno era svenuto quando l’aveva vista afferrare il suo amico e affondargli i denti nella gola. Turiste? Era una possibilità. Si è trasferita a Roma da troppo poco tempo per aver perso l’accento, aggiunse mentalmente mentre scorreva l’elenco. L’avvento dei computer aveva semplificato enormemente il tedioso compito di consultare schede su schede, storie su storie, indizi su indizi, e a padre Angelo bastò inserire un paio di parametri nel motore di ricerca per restringere il campo a una quindicina di nomi scarsi. Prodigi di Internet, pensò guardando la foto di una giovane donna dai capelli rossi, sulla quale era impressa di traverso la parola EPURATA. Un paio di password per proteggere le aree riservate, dei bravi programmatori che prevenissero intrusioni indesiderate, ed ecco che padre Angelo non era più costretto a farsi venire l’artrite sfogliando decine e decine di anonime cartelle, dopo aver aspettato ore che dal Concilio arrivasse l’autorizzazione ad accedere a materiale custodito gelosamente nelle biblioteche vaticane. Aveva dovuto imparare a usare quell’aggeggio infernale che sempre, sul più bello, dichiarava un errore irreversibile del sistema e smetteva di funzionare, ma la perfezione non era di questo mondo. Schiacciò un pulsante e la rossa scomparve dal monitor, sostituita da una biondina con l’aria svampita. Questa non era stata ‘epurata’, ma una rapida scorsa al documento gli chiarì che non era una di quelle che stava cercando. Non era neanche certo che fosse una di loro, ed era soltanto per questo motivo che si trovava ancora in circolazione. Nell’archivio venivano inseriti i sospetti, e lì rimanevano finchè non veniva chiarito al di là di ogni dubbio la loro natura… in un modo o nell’altro.
Facce lentigginose, facce tonde, capelli bruni e capelli chiari, visi graziosi e lineamenti insignificanti, l’unica cose che avevano in comune era una certa prestanza fisica dovuta all’intensa attività cui si sottoponevano tutte, indistintamente. Alla fine rimasero tre volti. Tre nomi.
Tre storie.
Una di esse risiedeva a Torino, e padre Angelo si annotò di fare un controllo per verificare se avesse fatto un viaggio a Roma, in quel periodo. Le altre due vivevano nella città, si erano trasferite da qualche anno, ma erano entrambe incerte. Una sembrava fosse stata inserita solo in quanto ‘socialmente pericolosa’, e probabilmente nemmeno il ministro di Dio che l’aveva schedata credeva davvero che appartenesse al popolo della notte: non bastava essere una sospettata di omicidio per divenire un mostro, sebbene questo fosse oggetto di dibattito filosofico. Ma era sempre opportuno eccedere in rigore, piuttosto che il contrario.
L’altra, nonostante i punti interrogativi che costellavano la sua scheda, gli sembrava decisamente più probabile, pur rimanendo molto incerta. Dall’episodio che aveva provocato il suo inserimento nell’archivio erano passati oltre dieci anni, e se c’era una cosa che padre Angelo aveva imparato, quando si trattava di creature come quelle, era che nessuno rimaneva nell’archivio per così tanto tempo, senza che fosse o epurata o tolta dall’elenco dei sospetti. Quella probabilmente era ancora lì soltanto perché l’evento era troppo insolito per poterla scagionare senza evidenti prove contrarie, ma quello stacco di dieci anni era davvero troppo ampio perché potesse semplicemente denunciarla in Vaticano, senza compiere prima ulteriori indagini. Accusare un innocente di essere un emissario di Satana era un atto da inquisizione medievale, non da persone civili, e padre Angelo intendeva procedere con cautela.
Non trovò alcuna traccia dell’altra ragazza, la bionda entrata in scena dopo il massacro, ma non se ne ebbe a male: quella era solo la prima fase della caccia, un preliminare, quasi una formalità burocratica, e comunque, se una delle tre sospettate era quella che cercava, si sarebbe fatto dire come rintracciare la sua complice. Si sarebbe fatto dire molte cose, prima di epurarla.
Stampò le tre schede e le spillò accuratamente, per studiarle e poter svolgere ulteriori indagini su ognuna. Veronica Di Palma, ventotto anni, Torino. Trovata in stato confusionale a un rave party accanto al corpo straziato del suo fidanzato, sette mesi prima. La perizia aveva escluso che potesse fisicamente aver aggredito il compagno, anche sotto l’effetto di stupefacenti (dall’esame delle urine non era comunque risultato niente di più compromettente di un paio di birre).
Lucia de Sanctis, trent’anni, Venezia. Scoperta in possesso di modeste quantità di stupefacenti e sospettata di complicità nel sequestro e nell’uccisione di un anziano (e ricchissimo) parente, rinvenuto in un fosso parzialmente divorato dai topi e dai cani randagi. Assolta da tutte le accuse senza aver fatto neppure un giorno di carcere, non si era mai chiarito come fosse possibile che un corpo rimasto solo due giorni all’aperto potesse essere ridotto in quel modo. Di tutte e tre, a padre Angelo sembrava la meno probabile, sebbene si fosse trasferita a Roma da circa due anni e lavorasse precariamente, non disdegnando occasionali furtarelli qua e là. Era finita due volte davanti al giudice per taccheggio e una per atti vandalici.
Duna Granieri, ventidue anni, Padova. Unica testimone dell’aggressione ai danni dello zio ad opera di una muta di animali non meglio precisati, probabilmente cani randagi, sebbene non si escludesse l’ipotesi di qualche esotico sfuggito a un privato con la mania degli animali pericolosi. Lo zio si era salvato, ma da allora era confinato su una sedia a rotelle e del tutto impossibilitato ad avere una vita normale o a lavorare in qualunque modo. La ragazza si era traferita a Roma da quattro anni e sembrava aver sempre condotto una vita tranquilla, senz’altri indizi che quell’unico episodio, verificatosi quando aveva intorno ai dodici anni d’età. A quell’età la Bestia si sveglia per la prima volta. Questo coincide. Ma perché in seguito c’è stato un periodo di calma tanto lungo? Il rapporto del parroco locale annotava soltanto che, qualche mese dopo l’aggressione dello zio, il padre della ragazza si era suicidato per una grave forma depressiva, le cui cause sembravano piuttosto oscure. Non deve aver vissuto un’adolescenza molto spensierata, si sarà traferita per questo, considerò padre Angelo guardando la fotografia (una di quelle che si usano per il rinnovo dei documenti, scattata alla macchinetta automatica in qualche stazione): una giovane donna dal viso ancora infantile, senza traccia di cosmetici e coi capelli legati in una semplice coda di cavallo, che guardava l’obiettivo con l’espressione tipica di chi sa di essere fotografato, cercando di sembrare disinvolta e riuscendo soltanto a stiracchiare le labbra mostrando i denti. Denti bianchi, perfetti, regolari.
Guardò il suo attuale domicilio ed ebbe un sussulto. Viveva a poche centinaia di metri dal luogo dello scempio consumatosi quella notte. Presa, pensò. Certo, andava fatta qualche ulteriore verifica, abitare nel luogo dove si era consumata quella carneficina non era di per sé una prova di colpevolezza, ma…
Il telefono accanto al computer cominciò a squillare. Padre Angelo allungò meccanicamente il braccio e si accostò la cornetta all’orecchio, senza staccare gli occhi da quella fotografia, quegli occhi grigioverdi che davano al volto del mostro un’aria di innocenza tale da renderlo fasullo, come la copertina di uno stucchevole romanzo sentimentale. Le falsità del Maligno, pensò ascoltando distrattamente la voce all’altro capo del filo. Poi la voce disse qualcosa che catturò la sua attenzione. “Morto?” Chiese, sconvolto. “Embolia? Ma come… mi avevano detto…” Ammutolì e ascoltò. “Certo, capisco… sì, sarei tornato domani, grazie per avermi informato, Luisa… no, non è niente. Che Dio l’accolga, pover’uomo. Ha fatto giusto in tempo a chiedere la remissione, almeno questo.”
Riappese e rimase a fissare quella faccia sullo schermo, muto e livido. Non si sarebbe mai aspettato una rappresaglia tanto immediata, non da quel genere di creature, perlomeno. Ecco perché c’è uno scarto di dieci anni, pensò, è semplicemente astuta, non si è mai scoperta… ma stavolta non sfuggirai alla spada di Dio, stanne certa.
“Mostro.” Sibilò, e istintivamente arricciò le labbra, mostrando i denti al predatore dalla faccia di bambina che lo guardava fisso, dall’altra parte del vetro dello schermo.
Seduto al bar del pianterreno, Walter attese con pazienza che i giornalisti se ne fossero andati, prima di lasciare lì il caffè ormai freddo e il cornetto, che non aveva neanche toccato. Si spazzolò i pantaloni, li scrollò restituendo al taglio l’affilata verticalità di una lama di coltello e si avviò verso l’ascensore, con tutta calma. Le donne che incrociava lungo la strada si fermavano un attimo a guardarlo, come ipnotizzate. Poi, immancabilmente, sorridevano. Walter le ignorava completamente, assorto com’era nei suoi pensieri e intento a prendersela con se stesso per aver accettato di occuparsi di quella seccatura. Erano le tre passate, e anche se gli rimaneva un’ora abbondante prima di doversi ritirare al sicuro in casa sua, d’estate l’alba era sempre troppo precoce perché lui avesse voglia di trovarsi così lontano dalla propria dimora, a un’ora tanto tarda. Avrei dovuto rifiutare, pensò mentre aspettava che l’ascensore arrivasse, non so ancora come Ambra sia riuscita a convincermi.
Beh, non che l’avesse convinto, ammise con se stesso. Quel che aveva fatto era stato un banale appellarsi alla cortesia, chiedendogli garbatamente di concludere lo sgradevole episodio che l’aveva coinvolta, la notte precedente. “Ci andrei io, ma sai anche tu che non è prudente immischiarmi ancora di più. Per favore, Walter, non c’è nessun altro in cui riponga fiducia come in te.”
Questo, Walter poteva capirlo. Seppur ancora relativamente giovane, Ambra era piena di giudizio, e sapeva bene che per togliere le castagne dal fuoco era meglio rivolgersi ai più anziani. Prendendoli per il verso giusto, si poteva perfino indurli a darti una mano, a volte.
Come adesso.
“Ti sei data il nome sbagliato, Ambra cara – mormorò, appoggiato al muro – sei una perla, non un pezzo di resina fossile. Una vera perla se si tratta di ammaliare.”
Sorrise lievemente, sapendo che quelle parole erano pressochè scandalose e che avrebbe suscitato smorfie di orrore nei suoi simili, se le avesse ripetute ad alta voce. I compagni erano intoccabili, avvicinarsi a uno di essi con un certo tipo di intenzioni non sarebbe stato meno deprecabile che avvicinare la propria sorella, anche se in verità la comunità vampirica, negli ultimi tempi, aveva un po’ allentato le redini per quanto riguardava quel particolare tabù. L’avvento di metodi contraccettivi pressochè infallibili rendeva inutile stare lontani da coloro per cui si provava attrazione, e specialmente i più giovani trovavano quel divieto una sciocchezza, un anacronismo. Walter poteva comprenderli, ma un simile atteggiamento era pericoloso: da un lato rischiava di assottigliare le fila dei vampiri, se questi si fossero mescolati unicamente tra loro ignorando le vittime se non per pasteggiare, dall’altro rischiava di generare mostri. Lui, dal canto suo, ricordava fin troppo bene cos’era successo, l’ultima volta che l’unione di due vampiri aveva dato il suo frutto… no, era meglio attenersi alle vecchie regole: vivere tra le vittime, mescolarsi tra loro, nutrirsene… amarle.
Scosse la testa per allontanare quei pensieri e concentrarsi su quel che il presente gli richiedeva.
Sapeva che non si sarebbe mosso così celermente, se a rivolgergli quella richiesta fosse stato uno altro dei più giovani, ma Ambra era speciale. Era in gamba, molto in gamba, e Walter non dubitava che avesse davanti a sé moltissimi lustri di proficua attività, cosa che gli riusciva oltremodo gradita, perché immaginare di poter percorrere un po’ di strada con qualcuno che non sarebbe morto nel giro di pochi insulsi decenni era confortante. Poteva benissimo essere amicizia, la sua.
Sì, poteva benissimo essere. Salvo che sapeva che non era.
Cercare di rimediare al disastro combinato da quella selvaggia prima che la stupidità di un licantropo coinvolgesse la loro comunità, quello era il motivo. Aveva biasimato Ambra per non essersi allontanata appena resasi conto di quel che sarebbe accaduto, ma in cuor suo sapeva benissimo che al suo posto avrebbe fatto lo stesso. Le occasioni di riuscire a pasteggiare senza praticamente correre rischi diventavano sempre più rare, di questi tempi. La tecnologia, la burocrazia, la coscienza sociale… tutte invenzioni che le vittime tiravano fuori una dopo l’altra, come conigli dal cilindro di un prestigiatore, al solo scopo di proteggersi dai loro predatori. Potevano anche credere che le cose stessero diversamente, ma Walter viveva davvero da troppo tempo per lasciarsi ingannare. Dietro ogni conquista, ogni scoperta, ogni mutamento, si annidava, come un tarlo in un mobile pregiato, la strisciante paura di chi è vittima ed è destinata a rimanerlo. Possono costruirsi recinti sempre più efficienti, sono e saranno sempre il bestiame a cui attingiamo per le nostre necessità, pensò Walter uscendo al piano dove c’era il reparto di terapia intensiva. Stanno creandosi dei recinti sempre più solidi, questo sì…
Si fermò di botto appena vide il prete. Era fermo davanti a una donna seduta in sala d’attesa, proprio all’entrata del reparto, e Walter fece appena in tempo a ritirarsi oltre l’angolo, augurandosi che non l’avesse visto. Non lo riteneva, e non pensava neppure che potessero sorgere dei problemi, ma già trovarsi lì era per lui motivo d’irritazione: aggiungere un incontro con un esponente della categoria più odiosa cui riuscisse a pensare era davvero troppo. Una volta il suo mentore gli aveva detto di trovare l’iconografia cristiana quanto mai azzeccata, perché il gregge di pecore protetto dal pastore e insidiato dai lupi era precisamente la situazione in cui si trovavano tutti, pur senza solitamente rendersene conto. Io sono il lupo, pensò ora Walter disponendosi ad aspettare che il prete si togliesse di mezzo, ma lui è il pastore. Potrei ucciderlo come fanno i lupi, ma anche lui potrebbe uccidere me… l’unica cosa che non cambierà mai è che il gregge è cibo.
Non pensava che i pastori si sarebbero mossi tanto in fretta. Provò disappunto, ma quanto ebbe riflettuto un po’ capì che Ambra e la comunità non correvano particolari rischi: se così fosse stato avrebbe dovuto ingaggiare battaglia col prete appena questi fosse uscito dal reparto, cosa che non intendeva assolutamente fare in assenza di motivi più che validi, e salvare la pelle a una licantropa isterica non rientrava tra questi. Se anche menzionasse Ambra, il prete penserà che sono stati due mannari. Le nostre stirpi non si mescolano mai, quindi non gli verrà in mente di appurare la natura di ciascuna delle due ragazze coinvolte. Meglio lasciare le cose come stanno, col prete.
Niente pastore. Era la vittima, quella che voleva.
Rimase in attesa, aspettando che il prete finisse di fare quel che doveva, finchè un’infermiera non girò l’angolo e non lo vide. Gli sorrise automaticamente, e stavolta Walter non l’ignorò: la riconobbe, aveva appena fatto entrare il nemico nel reparto. Bene. Molto bene.
“Posso conoscere il nome della visione che ho davanti?” Le chiese tenendo gli occhi fissi nei suoi, stabilendo un saldo contatto cui la ragazza non si sarebbe potuta sottrarre neppure volendo. Ma non che lo volesse, oh no. Nessuna vittima lo voleva mai. Finivano tutte per offrirgli spontaneamente quello che lui aveva bisogno di prendersi, liberandolo dal fastidio di dover usare la forza come talvolta erano costretti a fare i novellini. Lui non era un novellino da tanto, tanto tempo, ormai. Ed era sempre meglio quando le vittime erano consenzienti, diventava più facile occultare tutto, dopo.
“Luisa… tu chi sei?” Gli domandò in tono svagato, come se galleggiasse su una nuvola. Walter le sorrise e le fece cenno di avvicinarsi, per saggiare fino a che punto era stata ammaliata.
Lei gli andò accanto, il seno quasi gli sfiorava un braccio. Ottimo.
“Non hai bisogno di sapere come mi chiamo – le disse – sono io ad aver bisogno di qualcosa, da te.” In altre circostanze sarebbe rimasto forse un po’ a conversare, perché l’infermiera ricordasse qualcosa dopo, ma non voleva rischiare di farsi sorprendere dall’alba lontano da casa sua, così accelerò i tempi. Continuò a fissare negli occhi Luisa, rafforzando il contatto, la risposta di un corpo a un altro, l’istinto imprigionato nelle sbarre della civiltà e del pensiero cosciente… non gli fu difficile, sapeva bene come fare. Le toccò una mano e la sentì rabbrividire, vide che si inumidiva le labbra e le schiudeva, pronta a dargli quel che lui voleva, desiderosa di offrirglielo. I suoi occhi ormai non vedevano più nulla, perché erano perduti in ciò che lui aveva da mostrarle. In ciò che le avrebbe mostrato di lì a poco, comunque.
“Cosa ci fa qui quel prete?”
“E’ andato a raccogliere una confessione… da quello che è stato aggredito dai cani, stasera…” la voce di Luisa era assente, una semplice reazione delle corde vocali allo stimolo delle domande di Walter. Questi si accigliò.
“Siamo fuori dall’orario di visita. Perché è qui?”
“Non so… il primario gli ha detto che poteva…”
Walter si attorse attorno alle dita ciocche dei capelli di lei, mentre rifletteva. Naturale che il prete avesse insistito per entrare, le circostanze dell’aggressione erano troppo insolite per non destare l’interesse della Chiesa, ma Luisa aveva menzionato solo i cani. Questo lo incoraggiò un pochino.
“Il ferito ha detto qualcosa? Ha parlato lui di cani?”
“Non… non so… perché?”
“Le domande le faccio io – disse Walter in tono brusco – tu devi soltanto darmi quello che mi serve, hai capito?”
Gli occhi vuoti della ragazza si riempirono di lacrime a quel rimprovero aspro. “Io… scusami, non volevo…”
“Va bene – la consolò Walter, addolcito – l’importante è che tu mi faccia entrare nel reparto, quando il prete se ne sarà andato. Rimarrà un segreto tra noi due, d’accordo?”
La ragazza fece cenno di sì con la testa, e Walter le scostò i capelli dal collo, esponendo la pelle liscia della gola. Davvero una ragazza graziosa, sensibile, docile. Non era da escludersi che le facesse di nuovo visita, una volta o l’altra. Stanotte ho già pasteggiato… sarebbe un peccato sprecare questo dono della fortuna… ma prima il dovere.
“Dimmi il nome di quel prete e, se lo sai, anche dove vive. Poi potremo pensare soltanto a noi due, e ne varrà la pena, stanne certa.” Promise iniziando a sbottonarle il camice.
Luisa era una bella ragazza. Non fu sgradevole assaporarla, anche se dovette tapparle la bocca con una mano perché i suoi gemiti non attirassero l’attenzione di qualcuno, e si costrinse a fermarsi ben prima del culmine, perché non poteva lasciarla esanime sul pavimento piastrellato del bagno, a rischio di scatenare un allarme. Lambì con la punta della lingua le ultime gocce di sangue che le aveva stillato dal seno prima di sciogliersi dall’abbraccio che era la sua trappola, e tolse gentilmente le mani che Luisa gli aveva intrecciato dietro la nuca. “Adesso fammi entrarenel reparto, poi torna al tuo lavoro come se non fosse successo niente – le ordinò – ti resteranno solo ricordi piacevoli… perché è stato piacevole, vero? Per me lo è stato molto.”
“Oh, sì… ti rivedrò?” Luisa stentava a reggersi in piedi e Walter dovette sostenerla finchè non fu tornata in sé a sufficienza.
“Tutto può essere – le concesse – dimmi, dove posso procurarmi una siringa?”
Luisa si mise una mano in tasca e ne tirò fuori una da venticinque cc, nuova, asettica e sigillata nella sua busta. “Questa va bene?”
“Più che bene – disse Walter prendendola – sei veramente un tesoro, mia cara. Mi hai risparmiato un mucchio di seccature inutili. Andiamo, adesso, e per favore tieniti alla larga dai preti, almeno per un po’. Vuoi?”
Luisa annuì e gli prese una mano, guidandolo nel reparto. Quando furono davanti alla porta della sua vittima, Walter la congedò dicendole di riprendere il cammino da dove si era interrotto quando l’aveva incontrato, sapendo che Luisa in seguito avrebbe pensato soltanto di aver fantasticato un po’ mentre camminava. I segni sul seno le sarebbero scomparsi in poche ore, e comunque non erano tanto gravi da allarmare nessuno, neppure un’infermiera professionista. Si era concesso giusto un piacevole interludio, niente di più. Aspettò che i passi della ragazza si fossero spenti, quindi aprì la porta ed entrò. La vittima giaceva nel letto, il volto giallastro per la sofferenza, le pupille annebbiate dai farmaci, il corpo mummificato nelle bende e nei tubicini di flebo e monitor. Lo guardò interrogativo, senza capire chi fosse.
Walter gli si accostò e strappò l’involucro dalla siringa, con fare professionale. “E’ l’ora della tua medicina.” Gli disse. La vittima annuì stolidamente, troppo stordito per badare al fatto che l’uomo non aveva il camice, e non si ribellò quando Walter tolse le coperte e scostò i bendaggi elastici per denudargli il petto. “Solo un attimo, non sentirai niente. Garantito.”
Piantò la siringa con sicurezza, perché sapeva molto bene dove mirare per raggiungere il cuore al primo colpo, evitando le ossa dello sterno e l’intralcio del polmone, quindi premette lo stantuffo fino in fondo, con forza e senza esitazioni. L’uomo strabuzzò gli occhi, ebbe una convulsione e morì senza tante storie. Immediatamente i monitor cominciarono a suonare, un beep-beep-beep forte, insistente, fastidioso. Restava poco tempo.
Walter ritirò la siringa, pulendo la goccia di sangue che uscì dal foro dell’ago. Prima che qualcuno capisse cos’era successo, l’aria pompata dentro quel cuore se ne sarebbe andata, e nessuno, a meno di effettuare un’autopsia nel giro di pochissime ore, avrebbe mai pensato a un omicidio. Un affare semplice, pulito, quasi indolore. Fece per gettare la siringa nel secchio lì vicino, ci ripensò e la ripose in tasca, per sbarazzarsene in un secondo momento, ben lontano dall’ospedale. Uscì dalla stanza mentre le infermiere accorrevano, passandogli accanto senza vederlo, vedendolo senza ricordarlo, e facevano irruzione attorno al capezzale della vittima. Troppo tardi, signore mie, pensò Walter, e tornò all’ascensore sorridendo. Quando aveva visto il prete aveva pensato a chissà quali difficoltà, e invece era filato tutto liscio, ricavandone addirittura un momento di svago con quell’infermiera… molto carina, davvero. Tra un anno o due, quando avesse avuto la certezza matematica che quella storia era stata dimenticata del tutto, sarebbe tornato a farle visita.
Prese l’ascensore e scese con calma al pianterreno, uscì dall’ospedale fischiettando e fu solo quando si trovò in strada, nella confusione e nell’anonimato della notte di Roma, che accese il cellulare.
Non perse tempo in convenevoli. Non era una telefonata di cortesia. “Ambra? Ho sistemato tutto. Devo però informarti che la vittima aveva già parlato con un prete, quindi regolati di conseguenza. Sì, certo che mi sono fatto dire il suo nome e l’indirizzo. Prendi nota.” Le comunicò quel che Luisa gli aveva rivelato, sillabando le parole per darle il tempo di scrivere. “Puoi dirlo alla tua nuova amica col gusto dei banchetti, visto che è lei ad essere nei pasticci.”
Rimase ad ascoltare la replica e ridacchiò. Un paio di ragazze si voltarono a guardarlo, e ridacchiarono nervosamente a loro volta, ma Walter era più che sazio e le ignorò. “Lo so, ma visto che ti sentivi in debito per quel pasto gratis – dall’altra parte del telefono fiorirono le proteste – va bene, fai come credi, ti ho informata unicamente per correttezza. No, non m’interessa. Andiamo, se è riuscita a sventrare cinque uomini adulti…” Si interruppe e assunse un’aria esasperata. Perché si era andato ad invischiare in quella conversazione, invece di limitarsi ad informare l’amica che era andato tutto bene? “E va bene, quattro uomini adulti, quest’ultimo è messo abbastanza bene, se non consideriamo il fatto che è morto. Sì, d’accordo, non ne parlerò con nessuno. Questa storia ha già suscitato abbastanza scalpore. Di nulla, di nulla. Buon riposo anche a te.”
Mentre parlava, aveva continuato a camminare verso la stazione della metropolitana, fermandosi all’inizio della scalinata per non perdere il segnale, e quando chiuse la comunicazione scese nel sotterraneo illuminato dalla luce malata dei neon, popolato prevalentemente da tossicomani, perlopiù appartenenti a due categorie: quelli troppo fatti per poter rapinare i passanti e quelli che dovevano rapinare i passanti per potersi fare. Walter non si diede pensiero ne’ degli uni ne’ degli altri. Salì sulla metro insieme ad altri insonnoliti lavoratori che smontavano dal turno di notte e si accomodò sul sedile coperto di graffiti, con uno sbuffo di soddisfazione per il servizio ben fatto. Lesse una filastrocca oscena incisa sul portacenere incrostato di vecchie cicche e si appoggiò allo schienale, chiudendo gli occhi.
“Stupidi licantropi. Non fanno altro che creare problemi. Qualcuno dovrebbe raddrizzarli come si deve, una buona volta… mettere il guinzaglio e addomesticarli, per così dire.” Commentò tra sè, lasciandosi cullare dal dolce dondolio della metropolitana che solcava la notte sotterranea di Roma.
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