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Duna dei lupi

September 18 2006 at 7:29 PM
  (Login Promethea)

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PROLOGO



Roma


Via Nazionale, 5 luglio

La lancetta del grande orologio appeso al muro di fronte alla scrivania scivolò in giù di un altro segmento e Lance represse un sospiro. Ore tredici e quattordici minuti: la segretaria se n’era andata a pranzo un quarto d’ora prima e da allora lui era attaccato al telefono con quel piccolo stronzo di un burocrate aspettando che si decidesse a venire al dunque. Per carattere e per severa autodisciplina personale non era sua abitudine picchiettare nervosamente sulla scrivania con le dita o con una penna, e non poteva mettersi a sbuffare nella cornetta per non dare l’impressione di essere impaziente, quindi la pressione interna gli stava salendo a livelli pericolosamente vicini alla linea rossa, e non andava bene. Non doveva guastare i rapporti con il piccolo stronzo. A volte si era dimostrato utile, e in quella circostanza particolare poteva essere addirittura vitale.
Si appoggiò all’indietro sulla sedia e mise i piedi sul piano lucido della scrivania, gesto di inaudita maleducazione che non commetteva mai, ma sentiva il bisogno di rilassarsi, per amore o per forza. Scostò col tacco le buste che non voleva rischiare di sciupare e continuò ad ascoltare le chiacchiere inutili dall’altra parte della linea telefonica.
“Vede, signor Knight, la mia posizione è assai difficile – stava dicendo il piccolo stronzo in tono untuoso – capisco che i suoi clienti aspettino impazienti, ma anche lei deve capire che l’ingresso di armi potenzialmente pericolose come queste è una cosa che necessita di tempo, di accertamenti… si metta nei miei panni.”
Nei tuoi panni? Piccolotti e sgualciti? “Capisco benissimo, signor Pinzetti, e anzi la ringrazio per tutto il tempo che mi sta dedicando. Come avrà certamente letto sulla ricevuta, l’oggetto è classificato come pezzo da collezione, non come arma. In effetti, stento a immaginare un killer della mafia che si serve di un oggetto d’antiquariato per assassinare qualcuno…”
“Certo, certo, ma nulla toglie che un serio collezionista di armi antiche possa dare fuori di matto e infilzare la moglie con una spada d’epoca, non trova?”
“Dovrebbe essere matto sul serio, considerato il valore dell’oggetto in questione e considerato che certamente in casa ha dei coltelli da cucina per levare di mezzo la consorte, nel caso.” Osservò Lance, con un tono volutamente leggero, che non lasciasse minimamente intuire il fastidio che provava.
“Certo, certo, ma la mia posizione è molto difficile… lei capisce, non posso rischiare di perdere il posto, ho una famiglia da mantenere… un figlio all’università e una moglie che non penso di accoltellare, anche se a volte la tentazione…” Una risatina, come di cocci di vetro sulla lavagna. Lance chiuse gli occhi. Stava per arrivare la bordata, dopo tutti quegli inutili convenevoli, così rimise i piedi per terra e si appoggiò al piano della scrivania, preparandosi.
“Lei capisce, se io faccio passare quest’ arma… questo oggetto da collezione, se preferisce, devo essere sicuro di non rischiare il posto, o almeno di contare su qualcosa che mi permetta di tirare avanti… ho una famiglia…”
Lance riaprì gli occhi. D’improvviso ebbe il terrore che quel piccolo stronzo, quell’omuncolo viscido come un pesce appena pescato, potesse andare avanti così ancora per altri venti minuti, e sentì di non poterlo più sopportare. “Le bastano diecimila?” tagliò corto.
“Prego?”
“Dollari, non euro. Se mi porta la cassa stasera qui in ufficio posso arrivare a quindicimila, non un soldo di più. Prendere o lasciare.” Cercò di arginare il danno contando sul fatto che il piccolo burocrate non si sarebbe reso conto che, col cambio in dollari, avrebbe incassato di meno. Lance aveva notato da tempo che, per una certa categoria di italiani, un dollaro contava più di un euro, anche se quest’ultimo era maggiormente quotato in borsa, ed era pronto a scommettere di avere a che fare con un individuo di quel genere. Quando (e se) avesse deciso di fare i conti, si sarebbe accorto di averci rimesso, e per Lance era già una soddisfazione.
Non si sbagliava. L’omuncolo all’altro capo della cornetta dovette capire che era arrivato il momento di parlare chiaro. “Mi risulta che quest’arma… questo pezzo da collezione, diciamo… valga ben più di qualche migliaio di dollari…”
A quel punto Lance era talmente disgustato da tutta la faccenda che voleva solo concluderla il prima possibile. “Vale una cifra che lei non vedrebbe nemmeno lavorando dodici ore al giorno per tutta la vita, ma il punto non è questo. Il punto è che sono disposto a pagare per avere la mia merce, evitando tutti i fastidi doganali del caso, e la cifra cui sono disposto ad arrivare è di quindicimila dollari, in contanti. Soldi puliti e sull’unghia, li potrà versare tranquillamente sul suo conto senza il minimo problema. Se rifiuta, ci metterò più tempo ad avere la merce, ma ci riuscirò comunque, visto che commerciare in oggetti d’antiquariato non è ancora considerato illegale. La differenza è che lei non percepirà un soldo e che io e lei in futuro non faremo più affari: dovrò sempre andare per vie ufficiali, una cosa lenta per me e poco conveniente per lei. Capisce bene il concetto così come gliel’ho spiegato? Sa, anche se vivo in Italia da anni a volte ho difficoltà ad esprimermi, specialmente coi verbi: il congiuntivo è una perla che in Inghilterra non abbiamo.”
Silenzio. Lance aspettò. Si sentirono dei rumori, come se l’omuncolo si stesse passando la cornetta da una parte all’altra. Poi un frusciare di fogli. Infine l’omuncolo parlò di nuovo.
“Ho qui davanti le ricevute e il visto. Posso convalidare tutto e portarle la cassa insieme a una guardia giurata per legalizzare la cosa.”
“È fidata? La guardia, intendo.”
“Al cento per cento. Ma dovrà essere… gratificata, per quello che farà.”
Non molli nemmeno un centesimo dei tuoi quindicimila, eh, mostriciattolo? “Mille dollari basteranno.” Disse. Non era una domanda.
“Andranno benissimo. Le vanno bene le sei e mezza?”
“L’aspetto nel mio ufficio. L’indirizzo è sulle ricevute. Sia puntuale, la prego: potrei sempre cambiare idea, e decidere di aspettare settembre, quando tutti gli impiegati che dovranno convalidare l’ingresso della mia merce saranno tornati dalle ferie.”
“Sarò puntuale. Tenga pronti i soldi.”
Tenga pronti i soldi, Gesù. Sembra un gangster in un filmetto di quarta categoria. Probabilmente ha aspettato tutta la vita per dire una frase simile. “Allora l’aspetto.” Disse, e riagganciò senza salutare.
Il pomeriggio trascorse frenetico come al solito. Fortunatamente il mercato delle antichità, soprattutto ai livelli che trattava lui, non risentiva del periodo di stanchezza estiva, e questa era una delle due ragioni per cui Lance non andava in ferie da almeno sei anni, se si escludevano i giorni che prendeva talvolta per andare a trovare i genitori, nel Sussex. L’altra ragione era che nella sua vita non c’era nessuno per cui valesse la pena sospendere per due settimane un lavoro più che prestigioso e più che remunerativo, e non era il tipo che amava andare a cercare avventure in luoghi sconosciuti.
Fu un pomeriggio come tutti gli altri, e nelle brevi pause tra un affare e l’altro si ritrovò a pensare che il mondo era proprio strano, a non fermarsi per l’attesa trepidante di quel che doveva accadere. Il lavoro proseguiva. Lesse le perizie di un quadro e di due libri del Seicento, contattò i clienti e prese gli accordi necessari alla transazione; valutò se valeva la pena disturbarsi per una collezione di ceramiche che sospettava fabbricate a Taiwan non più tardi di due mesi prima e decise di no; scese nel magazzino tentando per l’ennesima volta di spiegare agli addetti che la parola ALTO significava che la corrispondente superficie andava tenuta verso l’alto; fu chiamato da un cliente giapponese che moriva dalla voglia di dilapidare una cifra favolosa per tre arazzi italiani del Quattrocento (i giapponesi erano tra i suoi migliori clienti: amavano l’arte italiana come gli europei non avevano e non avrebbero mai fatto, dando a Lance, oltre al guadagno, anche la soddisfazione di sapere che le opere vendute sarebbero state trattate come reliquie); esaminò le fotografie di alcune monete veneziane dell’epoca delle Repubbliche Marinare che gli parevano un buon investimento, e infine si affacciò alla porta per dire alla segretaria che poteva andarsene alle quattro anziché alle sei. Non per bontà d’animo, visto che l’indomani la segretaria partiva per le ferie: nel caso il piccolo stronzo arrivasse in anticipo.
La segretaria lo ringraziò profusamente e alle quattro precise Lance rimase da solo, situazione che gli apparve subito tutt’altro che positiva, perché da quel momento fino alle sei e mezza non fece altro che perdere tempo rimestando scartoffie, senza concludere niente, impaziente come un ragazzino. O almeno, immaginava che i ragazzini fossero impazienti: lui neppure da bambino si era mai comportato in quel modo, causando non poca perplessità in genitori e maestri, i quali non si spiegavano come mai quel bel bambino biondo fosse sempre così tranquillo e misurato, perfino la vigilia di Natale. “Non sei impaziente di vedere i regali?” gli aveva chiesto la madre una volta, e Lance l’aveva guardata, sinceramente perplesso. “Arriveranno quando dormo, perciò stare sveglio sarebbe inutile, no? Li vedrò domani.”
Crescendo, la sua attitudine alla tranquilla razionalità si era affinata grazie allo studio prima, e al lavoro poi, rendendolo sempre pacatamente padrone della situazione, perché laddove gli altri si sentivano sudare i palmi al pensiero di sostenere esami difficili o maneggiare oggetti fragilissimi del valore di molti zeri, Lance si limitava a fare quel che andava fatto, senza mai pensare al peggio. Era un modo di fare innato, una caratteristica che lo aveva avvantaggiato e reso vincente, ma che adesso era completamente sommersa da un mare di ansie irrazionali e stupide: e se il piccolo stronzo era in realtà una guardia di Finanza? E se l’avevano scoperto a cercare di far uscire in maniera irregolare un oggetto che doveva rimanere in giacienza almeno fino a settembre? Se la guardia giurata non era così fidata come aveva detto? Se fosse stato un falso?
Se lui, Lance Knight, per la prima volta nella sua carriera di antiquario e mercante d’arte, si fosse clamorosamente sbagliato?
No, non mi sono sbagliato, pensò mentre l’orologio muoveva le lancette, a un ritmo intollerabilmente lento, verso le sei e trenta. So di non essermi sbagliato, so che questa era la pista giusta e che ho trovato quel che cercavo, finalmente. Non sarei arrivato a corrompere un piccolo burocrate untuoso, se non avessi avuto l’assoluta certezza di averlo trovato. Il Decano ha avuto fiducia in me fin dall’inizio, e anch’io sono sempre stato il primo a credere di essere capace di portare a termine questo compito, perché farsi prendere dall’ansia proprio adesso? Per quei sedicimila dollari?
No, naturalmente. Lance non era il tipo d’uomo che amava buttare i soldi dalla finestra, cosa che sarebbe comunque avvenuta se fosse risultato che aveva commesso un errore, ma sedicimila dollari erano il suo guadagno di quella settimana, al netto delle tasse, e aveva amici che perdevano cifre tre volte superiori in una sola notte al casinò, senza sprecare niente più che qualche imprecazione. Il denaro non era un problema.
L’orologio che non si decideva a segnare le sei e trenta, quello era un problema.
Il Decano si era mostrato contento, ma comprensibilmente cauto quando Lance gli aveva comunicato che c’erano buone possibilità che riuscisse nell’impresa. “Sarebbe magnifico – erano state le sue testuali parole – ma non dovrai prendertela troppo se fallirai, Lance. Tanti hanno tentato prima di te, e il solo fatto che noi siamo ancora qui, che esistiamo tuttora, testimonia che non ci sono riusciti. Fa’ del tuo meglio, ma non rischiare inutilmente.”
Lance aveva fatto del suo meglio, come il Decano gli aveva raccomandato, ma aveva anche rischiato, sebbene non ritenesse di averlo fatto inutilmente. I rischi legali non lo preoccupavano, anche se un’eventuale incriminazione per contrabbando avrebbe dato parecchio da lavorare al suo avvocato. No, quello che il Decano gli aveva raccomandato (e che Lance, entro certi limiti, aveva cercato di osservare) era di non rischiare di essere scoperto dagli altri.
Perché in quel caso un grossa multa, un processo, o anche il carcere, gli sarebbero sembrati sgradevoli quanto una settimana bianca sulle Dolomiti.
Spinto dalla direzione presa dai suoi pensieri, Lance fece il giro della scrivania, si sedette e aprì l’ultimo cassetto, l’unico chiuso da una serratura, quello che conteneva documenti, denaro contante e altri effetti che non voleva rendere noti ai più. Frugò brevemente, quindi estrasse un raccoglitore ad anelli, non uno di quelli rigidi e formali che usava per le foto d’archivio e scartoffie varie (il mondo dell’antiquariato opponeva una fiera resistenza all’informatizzazione, cosa che Lance deprecava profondamente), ma un oggetto colorato, dai colori chiassosi, che aveva comprato in una cartoleria un giorno, seguendo un impulso del momento. All’interno non c’erano pagine a righe o a quadretti, ma ritagli di giornali intercalati da pagine fotocopiate di libri. Non molte. Non c’era un granchè, sull’argomento, almeno niente di serio. Stupidaggini se ne scrivevano tante, ma trovare una parola che corrispondesse in maniera accettabile alla realtà era difficile quanto rimettere assieme l’Uovo rotto.
Se le pagine dei libri erano poche, quelle di giornale erano un’enormità, tante che il raccoglitore quasi esplodeva, con tutto che aveva cominciato a tenere quella sorta di piccolo archivio da poco più di sei mesi. Dopo un po’ che si scorrevano quei ritagli, i grandi titoli maiuscoli cominciavano a suonare tutti sinistramente simili.
AGGRESSIONE SPIETATA DI PITBULL, GRAVISSIMO EXTRACOMUNITARIO CLANDESTINO. Morto il giorno dopo.
SCOMPARSA MENTRE RINCASAVA, GLI INQUIRENTI NON ESCLUDONO L’IPOTESI DEL MANIACO.
NEONATO TROVATO MORTO IN CULLA, ZONA LAURENTINO. TERZO IN UN MESE.
RITROVATA GRAZIELLA, LA RAGAZZA SCOMPARSA DUE GIORNI FA: E’ IN STATO CONFUSIONALE E PRESENTA ESCORIAZIONI CHE LASCIANO SUPPORE VIOLENZA SESSUALE. Morta senza tornare in sé.
AUTO FINISCE FUORI STRADA: CONDUCENTE TROVATO MASSACRATO DAI CANI RANDAGI POCHE DECINE DI METRI PIU’ IN LA’. Stando alle testimonianze, aveva preso con sé un autostoppista, del quale non si aveva più traccia.
MORTO IN METROPOLITANA, CAUSE IGNOTE.
MORTA IN SEGUITO AD AGGRESSIONE DI ANIMALE SCONOSCIUTO, NON SI ESCLUDE UN ESOTICO FUGGITO DALLA GABBIA DI QUALCHE PRIVATO.
UCCISO DA IGNOTI.
VIOLENTATA E DISSANGUATA.
SCOMPARSO MISTERIOSAMENTE.
UCCISO.
MORTO.
SBRANATO.
AGGREDITO DA IGNOTI.
Chiunque avesse trovato quell’album avrebbe pensato che Lance era affetto da un interesse ossessivo per la cronava nera, ma anche da un esame superficiale si poteva notare una precisa selezione nel materiale raccolto: niente rapine, niente furti finiti in tragedia, niente atti di vandalismo, nessuna morte per incidenti domestici o stradali. Soprattutto, nell’album di Lance non c’era un solo caso risolto. Nessuno di quegli assassini o aggressori era mai stato preso, nè sarebbe lo mai stato, di questo Lance era certissimo. Le pagine dei libri che era riuscito ad estrapolare, in mezzo al marasma di scempiaggini scritte sull’argomento, lasciavano pochi dubbi al riguardo, e forse era meglio così.
Dopotutto, un coniglio che si infila nella tana del lupo non ha molte possibilità di intimorire il predatore, solo perché ha scoperto dove vive.
Se solo smettessimo di essere conigli, pensò Lance continuando a sfogliare lentamente le pagine. Se riuscissimo a diventare forti quanto loro, potremmo entrare nella tana del lupo, e avere speranze di uscirne con indosso una bella pelliccia nuova. La metafora gli piacque, e la segnò su una delle pagine fotocopiate, tratta da Il ramo d’oro. Non parlava esplicitamente di prede e predatori, ma il mito del re del bosco, che restava tale finchè non giungeva un nuovo re a scalzarlo dal suo ruolo (e, vale la pena di aggiungere, dalla sua stessa pelle), si avvicinava moltissimo a quella che Lance riteneva essere una buona linea d’attacco.
Il re del bosco è al sicuro nella foresta sacra, perché finchè non esce da essa gode dell’impunità, quale che fosse il crimine commesso prima di entrarci… ma, per mantenere il predominio, deve uccidere tutti i concorrenti che lo vengono a sfidare. Se vogliamo rimanere al nostro posto nel bosco, dobbiamo uccidere il nemico, con qualunque arma possibile.
La differenza, riconobbe di malavoglia, era che loro non erano affatto al sicuro nel bosco sacro, e che il nemico non era particolarmente interessato a scalzare nessuno dal suo ruolo: si contentava di un tributo, tutto qua.
Dal loro punto di vista, era sicuramente una cosa ragionevole.
Solo che:
Nel 1999 due bambini erano spariti senza lasciare traccia durante una scampagnata, e mai più ritrovati, se non si vogliono tenere in considerazione alcuni trascurabili brandelli che resero necessaria la cremazione delle salme.
Nell’inverno dello stesso anno, fu arrestato un pregiudicato, con l’accusa di essere lui l’assassino dei barboni che imperversava tra Tuscolana e Laurentino, ma venne rilasciato pochi giorni dopo perché presentava degli alibi inattaccabili. I barboni continuarono ad essere uccisi, finchè le morti non cessarono d’improvviso.
Nel 2003 i rom presero d’assalto il commissariato, sostenendo che qualcuno si accaniva su di loro, e che non potevano più uscire a mendicare perché non era affatto certo che sarebbero tornati. Dopo qualche mese di scandali e arresti, le morti cessarono nuovamente, di colpo.
Nel 2005 cominciarono a sparire immigrati clandestini. Nessuno se ne accorgeva, finchè qualche cadavere non veniva ritrovato. Quelli dei clandestini era una riserva decisamente appetibile e relativamente sicura.
Era molto ragionevole, certo.
Lance trasalì allo squillo del citofono, e vide con stupore che erano le sei e venticinque. Come vola il tempo, sul viale delle rimembranze, pensò con amaro cinismo, e ripose l’album nel cassetto. Accese il video accanto alla porta e gli apparve, sgranato e lievemente tremolante (faceva aggiustare quel maledetto citofono in media ogni tre mesi, senza il minimo risultato), il faccione flaccido e familiare di Gabriele, il portiere dello stabile. “Un certo signor Pinzetti chiede di lei, signor Knight – gli comunicò – e ha portato una cassa. Cosa devo fare?”
“Fallo salire, ha un appuntamento. A proposito, Gabriele – aggiunse in fretta – se non segnerai questa visita sul registro degli ospiti te ne sarò molto grato. E’ un affare riservato.”
Quel genere di cortesie erano abbastanza comuni nei lussuosi complessi di uffici dove si svolgevano gli affari di Lance, e non venivano dimenticate, specialmente a Natale, così l’usciere mise via il registro.
Lance aspettò davanti all’ascensore, impaziente, ma dissimulò bene il suo stato d’animo davanti all’ometto e alla guardia giurata, la versione miniaturizzata e depilata di King Kong. Quest’ultimo spingeva un carrello che conteneva una cassa, non stretta, ma talmente lunga da apparirlo. Per poco Lance non si sfregò le mani, ma riuscì a conservare un’espressione di cordiale impenetrabilità mentre faceva salire il burocrate e la guardia nello spazioso ufficio all’ultimo piano, con la vetrata alle spalle della scrivania che dava sul traffico pittoresco di via Nazionale, molto ridotto a causa della pausa estiva, e rimpiazzato da frotte di turisti che sciamavano ovunque. Il burocrate socchiuse gli occhi ai raggi del sole e il suo accompagnatore osservò con apprezzamento la visuale che si poteva godere da lassù.
Apprezzano il sole, bene. Non che ritenesse quei due anche solo minimamente pericolosi, però non si poteva mai dire. Era contento che fosse giorno, che fosse estate e che la visita, insieme ai volti dei suoi ospiti, fosse rimasta impressa nella mente di Gabriele, per via di quella richiesta di segretezza. La cautela non era mai troppa.
“E’ puntuale, mi fa piacere. E’ tutto a posto?” chiese, e l’omuncolo tirò fuori una cartella, che gli porse, ma che ritirò quando Lance fece per prenderla.
“Mi mostri i soldi, prima.”
Gesù, ma crede veramente di essere in un film, questo qui? Aprì nuovamente l’ultimo cassetto della scrivania (la prima regola, quando si maneggiavano certe somme di denaro, era di non tirarle mai fuori dalla cassaforte davanti ad estranei) e prese una busta marrone, che sbattè in mano all’omuncolo. Aveva richiesto alla banca trentamila dollari in contanti già la settimana prima, prevedendo l’esborso. Se l’omuncolo avesse saputo quanto Lance sarebbe stato disposto a pagare, probabilmente gli sarebbe venuto un colpo. Aprì la busta e si fece scivolare sul palmo alcune banconote.
“Potete contarli, se volete.”
“No, no, ci mancherebbe. Abbiamo la massima fiducia in lei, vero Giuseppe?” La guardia annuì, senza staccare gli occhi dalla busta. Probabilmente immaginava già la faccia della moglie quando avrebbe tirato fuori i soldi dicendole che quell’anno le ferie le avrebbero passate in Riviera. L’omuncolo si fece avanti e prese la busta, decidendosi finalmente a mollare la cartella, che Lance si affrettò ad aprire e controllare, mentre i due compari si spartivano il denaro. Tutto era in regola, i timbri giusti, le firme giuste. Ogni cosa pareva essere filata liscia.
“Sta bene – Lance richiuse la cartella e fece un gesto verso la porta – credo che sappiate qual è l’uscita. Arrivederci, signori.”
“Spero che faremo altri affari, in futuro.” Commentò l’omuncolo mentre usciva. Lance lo avrebbe volentieri ucciso seduta stante. Invece gli spedì un sorriso indistinto che cancellò non appena fu fuori dalla sua vista.
Rimasto solo, si diede subito da fare col piede di porco, interrompendosi soltanto per ravviarsi i capelli che gli ricadevano continuamente in avanti. Erano di un biondo scuro, con ciocche quasi castane, in tutto e per tutto identici a quelli di sua madre; quando faceva caldo aveva l’abitudine di legarli in una coda dietro la nuca, ma lì dentro l’aria condizionata manteneva la temperatura a un piacevole frescolino, così Lance li aveva lasciati liberi di sfiorargli le spalle, perché aveva l’abitudine di passarci una mano in mezzo quando era pensieroso.
Ficcò il piede di porco nella fessura tra cassa e coperchio, accingendosi a dare un deciso colpo, quando ebbe l’impressione che l’aria attorno a lui tremasse, deformando lievemente le sue percezioni. Si fermò e rimase a osservare il fenomeno, finchè questo non si cristallizzò in un punto preciso davanti a lui, assumendo contorni ben definiti e amalgamando le tinte, come se le traesse dall’ambiente retrostante, che la progressiva materializzazione andava a coprire. In breve fu visibile la figura di un uomo anziano, con indosso una tunica bianca. Lance chinò la testa a mò di saluto.
“Decano – disse – non mi lasciate neppure il tempo di fare una telefonata per comunicarvi di persona la lieta novella…”
Ci sei dunque riuscito, Lance? In ciò che tanti, per secoli prima di te, avevano fallito, pagandone un prezzo di sangue?
Lance si sforzò di non assumere un’aria eccessivamente trionfante. “Così sembra, Decano. Posso procedere ed aprire?”
La figura, perfettamente visibile ma eterea e impalpabile come un miraggio, venne avanti e si chinò sulla cassa. Niente più di un vecchio, e neanche molto vecchio: l’età precisa del Decano non la conosceva nessuno, ma si collocava in qualche punto tra i cinquantacinque e i sessantacinque anni, con continue oscillazioni, perché il Decano era una di quelle persone che avevano un’età diversa a seconda dello stato d’animo del momento. Adesso sembra aver appena raggiunto i quaranta, pensò Lance, ficcando il piede di porco nella cassa e aprendola con un movimento deciso. Rimosse con attenzione il polistirolo, ruppe l’involucro di plastica rigida che proteggeva l’oggetto e finalmente la vide. Tacque, sopraffatto. Ce l’ho fatta, pensò. Finalmente l’ho trovata.
Ben fatto, figliolo, proprio ben fatto. Il gingillo di Dracula è finalmente nelle nostre mani.

Lance non udì neppure quella voce, un sussurro così lieve che era come un pensiero nel suo cervello, e con un certo sforzo sollevò l’arma, il cui scintillio rifletteva il sole abbacinante di luglio. La teneva per la parte centrale, perchè non esisteva un’elsa, un’estremità. A prima vista poteva sembrare una spada d’argento, ma solo se la si guardava per un unico lato. C’erano due lame, lunghe ciascuna quasi un metro, saldate tra loro per l’impugnatura, che diventava quindi il centro dell’arma. Le lame erano piuttosto sottili, almeno per la loro lunghezza, ma ciò nonostante l’arma pesava talmente che si stentava a tenerla, essendo interamente d’argento: una spada dalla doppia lama, inclassificabile dal punto di vista stilistico e storicamente inesistente in ogni civiltà di cui si avesse notizia. Le sole decorazioni che si potessero notare erano una sorta di scritta, in caratteri cuneiformi, che correva lungo le lame per tutta la loro lunghezza, e una gemma lattiginosa, grande come una palla da golf, rotonda, incastonata al centro dell’impugnatura. I riflessi erano madreperlacei, ma quando Lance la toccò si rese conto che non era madreperla: somigliava a cristallo, o a pietra dura, e quando voltò l’arma vide che le gemme erano due, simmetricamente disposte.
Gli Occhi vedranno la luce se si bagneranno nel sangue di Abele. Gli Occhi serviranno le tenebre se berranno il sangue di Caino. E’ questo il significato delle parole incise sulle due lame.
La figura del Decano alzò una mano quasi a sfiorare la doppia spada, ma le dita attraversarono il metallo come fosse fatto d’aria. Spero di poterla toccare davvero, quanto prima.
“Provvederò a portarvela il più presto possibile – sussurrò Lance, senza riuscire a distoglierne lo sguardo – del resto, io non possiedo una cassaforte personale tanto grande da contenerla, e non mi fido ad affidarla a nessuno che non sia della Congrega.”
Non è sorprendente, che un oggetto con tanta storia alle spalle sia così sconosciuto alle cronache?
Lance annuì. Sapeva cosa intendeva dire il Decano, perché erano anni che seguiva ogni possibile pista che lo conducesse a quell’arma: gli Occhi di Azmodar, come veniva definito in taluni documenti, o Occhi di Abele, come era chiamato in talaltri. E stranamente, nonostante sulla sua scrivania si trovasse un oggetto la cui notizia più antica era datata settemila anni addietro, Lance non aveva mai trovato alcunchè nelle documentazioni ufficiali di luoghi dove pure aveva avuto un ruolo di rilevanza, fosse soltanto per la sua stranezza. Era, di fatto, un’arma rituale, e per il suo uso peculiare aveva incontrato i favori di Vlad Tepes, meglio conosciuto come Dracula, principe di Valacchia, nota in epoca moderna come Romania. La sua lunghezza era tale da impalare senza difficoltà un uomo (la pena preferita da Vlad Dracula), ma non era stata costruita per questo: serviva per i sacrifici, in un’epoca molto più remota di quella dell’uomo che avrebbe dato vita all’opera di Bram Stoker sui vampiri. Richiedeva la morte di due uomini contemporaneamente, di cui uno era il sacerdote che officiava il rito: si piantava nello stomaco una delle due lame per poi trafiggere la vittima propriamente detta con l’altra lama. Era ammesso anche l’inverso, l’omicidio prima del suicidio, secondo Lance indubbiamente più pratico.
“Se sono riuscito è solo grazie al lavoro di coloro che mi hanno preceduto.” Disse sinceramente, perché non sarebbe mai arrivato a concludere nulla, dovendosi basare solo su fonti ufficiali. Sapeva però di essere stato anche molto abile. E fortunato. Per pura coincidenza era venuto a sapere di quel collezionista del Winsconsin, un arricchito che comprava oggetti d’antiquariato senza conoscerne minimamente il significato, e che aveva subodorato un ottimo affare quando dall’Italia Lance gli aveva offerto di acquistare quella strana cosa che teneva appesa sopra il camino. Come fosse riuscito a spuntare un prezzo ragionevole, Lance non sapeva ancora spiegarselo, visto che sarebbe stato disposto a ipotecare anche la casa, pur di averla, e gli pareva stranissimo che il suo antagonista nella trattativa non avesse captato un simile stato d’animo.
Sospettava però che non avrebbe ottenuto niente, se gli Occhi non avessero voluto che così fosse.
Adesso potrai dedicarti anche ad altro, all’infuori della missione che ti sei così duramente imposto. Sei ancora giovane, e hai ottenuto più di tanti in tutta la loro vita.
“Non è tempo di riposare, Decano – rispose Lance – il lavoro difficile arriva adesso. Dobbiamo preparare tutto senza che loro sappiano, e quando cominceremo ad agire sarà impossibile mantenere il segreto…”
Non preoccuparti di questo. Roma è una grande città, e il ricordo degli antichi rituali è ormai troppo affievolito perché persino i preti di Cristo se ne ricordino. Siamo rimasti solo noi, a tenerne viva la memoria. Loro non si accorgeranno di nulla, finchè non sarà troppo tardi.
Lance se lo augurava, ma sapeva che sarebbe stata dura, da lì in avanti, anche se non sarebbe passato molto tempo prima che tutto finisse… in un modo o nell’altro.
Ma a questo era meglio non pensare. Arrivati a quel punto, fermarsi a pensare equivaleva a desiderare di fuggire.
“Per Lughnasadh sarà tutto pronto. Il primo giorno di raccolto ci vedrà mietere un bel campo, Decano.” Lughnasadh cadeva tradizionalmente il primo di Agosto.
Abbiamo quasi un mese di tempo per prepararci. Cerca di non correre rischi inutili, figliolo.
“Non lo farò, ma dovremo trovare una…” prese a dire Lance, ma la figura del Decano iniziò a sbiadire, a disfarsi, e in breve fu di nuovo solo, nell’ufficio grande quanto una sala. Non era facile mantenere la concentrazione tanto a lungo, e il Decano era l’unico, tra le persone di sua conoscenza, che riuscisse a conversare in tutta tranquillità pur essendo presente solo sul piano spirituale. Chiaramente, aveva dovuto far ritorno nel proprio corpo: era meglio che gli telefonasse, per definire i dettagli in maniera convenzionale.
Abbassò gli occhi sulla doppia spada, in preda a sentimenti contrastanti, vedendosi riflesso in una delle lame: un giovane di poco più di trent’anni, con occhi grigi che, specialmente in giornate di sole come quella, viravano su un azzurro metallico, i lineamenti composti, regolari, la barba perfettamente rasata e un’espressione perennemente attenta a tutto ciò che lo circondava, un’espressione che dava sempre ai suoi interlocutori la sensazione che fosse interessato a loro come a nessun altro in precedenza. Il che, specialmente con le donne, rappresentava un bel vantaggio. Cosa aveva detto il Decano? Adesso potrai dedicarti anche ad altro, all’infuori della missione che ti sei così duramente imposto. Sei ancora giovane… Curioso, perché in quel momento si sentiva più vecchio della Pangea. Era una sensazione che provava spesso, e forse era quello il motivo per cui era riuscito ad affermarsi in un mondo, quello degli antiquari di lusso, nel quale solitamente i giovani non avevano accesso, come se un oggetto antico potesse essere valutato adeguatamente soltanto da un essere umano quasi altrettanto datato. O forse viaggiava troppo con la fantasia e poteva attribuire la sua rimarchevole autorità nel campo unicamente alla propria abilità, insieme al fatto di essere partito comunque avvantaggiato: le sue carte erano sempre state buone, dato che proveniva da una famiglia inglese di quelle più snob, antica, benestante e con innumerevoli contatti nelle gallerie d’arte di tutto il mondo. Era stato facile iniziare da lì e costruire. Dev’essere insito nella natura umana, pensò con amara ironia, quando una persona nasce privilegiata, senza un solo problema al mondo, deve andarli a cercare, crearseli, farli propri… e sperare di non venirne sopraffatto.
Si accorse che continuava a fissare la propria immagine riflessa, troncata all’altezza del collo dal filo della lama, e distolse in fretta lo sguardo. Adesso che c’era riuscito, che l’aveva fatto e che il momento di euforia era passato, si sentiva soverchiare al pensiero di quel che ancora l’aspettava.
La morte era soltanto una delle possibilità, e nemmeno la peggiore. Ma era più che sufficiente a spaventarlo.
Chissà perché, poi… non ho mai visto nessun film dove qualcuno, infilandosi di sua iniziativa in una situazione più che rischiosa, se la facesse sotto per tutto il tempo. I registi dovrebbero starci più attenti, rischiano di far venire un complesso d’inferiorità ai poveracci che devono rischiare la pelle, per non parlare di tutto il resto, pensò con più di una punta d’isterico umorismo.
Loro non sarebbero certo rimasti a guardare, qualunque rassicurazione in proposito potesse cercare di dargli il Decano. Si volse a guardare fuori dalla vetrata e si domandò che genere di vita potessero condurre, in quella stessa città, mescolati alle loro prede che li sfioravano, li toccavano, li vedevano, senza mai riconoscerli… finchè non era troppo tardi.


 
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1 - Duna

October 8 2006, 8:36 PM 

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DUNA



Zona Eur, 5 luglio

Il prato aveva un disperato bisogno dell’innaffiatoio, ma dalla settimana prima era in vigore il razionamento dell’acqua e Duna poteva soltanto osservare tristemente la superficie giallastra, agonizzante, che forse solo in autunno avrebbe dato qualche nuovo segno di vita. La cappa di umidità afosa che premeva da tutte le parti come un guanto di gomma rendeva l’aria rovente ancora più irrespirabile, senza peraltro dare il minimo sollievo all’erba del campo recintato: semmai, pareva soffocare i pochi ciuffi che si ostinavano a rimanere in vita, piccole chiazze di verde che andavano rapidamente estinguendosi.
“Credo sia meglio finire qui per oggi, non crede?” si decise a dire, e pronunciare quelle poche parole fu quasi più faticoso che muoversi. Quasi.
La donna accanto a lei si rigirò tra le mani il guinzaglio, dubbiosa. “Mah, sì… forse hai ragione… però l’ora non è ancora finita!”
Fu solo la ferrea regola secondo cui il cliente aveva sempre ragione che impedì a Duna di rispondere per le rime. “Mancano meno di quindici minuti, e se ben ricorda io le avevo sconsigliato di venire al campo a quest’ora… Magic non ce la fa più, se continuiamo rischia di buscarsi un’insolazione.” Forse per effetto della stanchezza, la voce le uscì adeguatamente pacata e la cliente non la prese come un tentativo di polemizzare.
“Potevo solo adesso – replicò comunque, per avere l’ultima parola – ma forse è meglio smettere qui, hai ragione… quanto ti devo?” aggiunse in tono quasi di sfida, mentre il golden retriever ai suoi piedi si accasciava sul prato bruciato, con la lingua srotolata fuori dalla bocca e i fianchi che si alzavano concitatamente cercando di disperdere un po’ di calore.
Per aver costretto questa povera creatura a venire qui a quest’ora, dovresti pagare almeno cento euro, pensò Duna irritata: ma non poteva ascrivere alcuna responsabilità alla donna davanti a lei. La colpa era sua, avrebbe dovuto rifiutare con più decisione, perché era lei l’esperta, lei sapeva esattamente quando le condizioni rendevano impossibile tenere una lezione, ma l’insistenza della cliente, unita al fatto che luglio era un mese tragicamente povero di lezioni, alla fine l’aveva fatta capitolare. Le bollette e l’affitto del terreno non si pagavano da soli, in qualche modo doveva pur tirare avanti fino a settembre, quando i clienti sarebbero tornati dalle ferie e avrebbero ricominciato ad affollarsi nel suo campo, religiosamente convinti che lei avesse un ‘tocco magico’ anche per i casi più disperati. Duna non aveva mai visto un cane che fosse un caso disperato. Ma, se guardava all’altro capo del guinzaglio, il discorso cambiava radicalmente.
La donna che le stava di fronte ne era un classico esempio. Sulla quarantina, divorziata senza figli, aveva comprato il golden sull’onda della moda del momento, pagandolo circa tre volte il suo reale valore di mercato, per ritrovarsi dopo circa un anno con un robusto retriever, esuberante, forte e con le idee molto chiare su come gestire la propria vita. Idee in netto contrasto con quelle della proprietaria. La sola cosa di cui Duna ringraziava il cielo era che la donna era sinceramente affezionata al cane, e nonostante la sua assoluta incapacità gestionale non aveva mai neppure considerato la possibilità di sbarazzarsi dell’animale, facilitando il compito di Duna non di poco, dal momento che era disposta a eseguire tutte le direttive necessarie. E, dopo appena tre lezioni, il cane rispondeva bene alla nuova impostazione dei rapporti, come Duna sapeva sarebbe avvenuto, perché era quello che avveniva sempre in quei casi: ma spesso si chiedeva come potessero, i proprietari di quel genere, a non rendersi conto che quel che lei faceva era in realtà di rieducare loro, i detentori del guinzaglio, giacchè le situazioni degeneravano sempre, inevitabilmente, a causa di stupidaggini commesse da chi si considerava più abile del suo cane. I cani in sé non avevano mai bisogno di altro che capire quel che si chiedeva loro, e avere la certezza che questo avrebbe portato stabilità nelle loro vite. Una volta definita la situazione in questi termini, si trattava solo di far esercitare il proprietario finchè i giusti atteggiamenti non fossero diventati automatici, col che il compito di Duna terminava e poteva restituire al cane un padrone perfettamente educato.
Con la donna in questione il lavoro era ancora lungo, però.
“Facciamo metà lezione, che tanto oggi non abbiamo combinato molto.” Disse per levarsela di torno, e la cliente sorrise trionfante mentre tirava fuori il portafogli. Duna riempì una ciotola d’acqua, sospinse il cane all’ombra e gliela mise davanti, sentendosi ancora più in colpa quando vide l’animale immergerci il muso fino agli occhi e cominciare a sorbirla così, senza neppure preoccuparsi di respirare. Prese i soldi che la donna le porgeva e parlò con voce decisa.
“Non ci saranno più lezioni pomeridiane fino a settembre, ne’ individuali ne’ collettive. I cani non imparerebbero niente comunque, perciò a meno che non possa venire la sera, è inutile che mi telefoni, d’accordo?”
“Va bene, tanto la settimana prossima parto per le ferie. A proposito, fai anche servizio di pensione? Non so a chi lasciare Magic…”
E ci pensi adesso? Duna scosse la testa e rispose diplomaticamente che non aveva le strutture e il tempo necessari a gestire una pensione per cani. E neppure i soldi, aggiunse mentalmente guardandosi dal dirlo. “Non ha parenti che glielo possano tenere?”
“Mah, sì… chiederò a mia sorella…” rispose la donna in tono vago mentre si allontanava. Aprì il cancello e Magic si lanciò fuori, strattonando il guinzaglio per arrivare alla macchina.
“Si ricordi che deve essere lei a uscire per prima, non il cane – disse Duna in tono rassegnato – perché gerarchicamente i superiori passano per primi.”
“Ah, sì… me n’ero dimenticata… bene, allora ciao, ti chiamo a settembre!” E si fece trascinare verso la macchina dal suo golden.
Un lavoro ancora lungo, già. Perché poi quella donna insisteva a darle del tu e a chiamarla per nome? Non che Duna non fosse abituata a venire trattata da ragazzina, perché era una ragazzina, almeno rispetto all’età media dei suoi clienti, ma tutti generalmente, quando si prendevano quella libertà, le dicevano esplicitamente di fare altrettanto. Probabilmente col tempo la cosa non le avrebbe più dato tanto fastidio, ma a ventidue anni era ancora abbastanza giovane da desiderare di essere considerata più vecchia, soprattutto visto che doveva gestire tutto da sola: farsi prendere sottogamba non era un buon modo per tirare avanti. Cancellò dalla faccia il sorriso professionale nel momento stesso in cui voltò le spalle alla BMW che si allontanava sollevando polvere.
“Stronza.” Disse, guardando quasi con astio le banconote che aveva in mano. Beh, se non altro non le aveva chiesto fattura, quindi non sarebbe stata una giornata in perdita secca. Per quel giorno non aveva altre lezioni, così, dopo un’ultima occhiata alla landa desolata che era il suo campo d’addestramento, si avviò verso la roulotte che fungeva da ufficio, accettazione, deposito cianfrusaglie e, occasionalmente, luogo di riposo nelle giornate particolarmente impegnative. L’interno non era più fresco dell’esterno, ma c’era un piccolo frigo dove teneva qualche lattina di tè freddo e delle bottiglie di acqua minerale. Nell’angolo più lontano era sistemato un cesto di plastica azzurra, grande come una ruota da camion, e Duna fece appena in tempo ad entrare che dovette ordinare: “Ferma, Tania!” prima che il grosso cane nero, dal pelo raso che luccicava sui muscoli saldi, saltasse su per esprimere la sua turbolenta gioia nel rivederla. Tania rimase a debita distanza, ubbidiente, ma la coda frustava i fianchi mentre l’animale saltellava sulle quattro zampe e Duna si decise ad aprire le braccia e assorbire meglio che poteva l’estatico assalto, ridendo per le leccate umide che il cane le lanciava ogni volta che riusciva ad avvicinarsi al suo volto.
“Basta, Tania. Adesso smettila, basta!” Il cane si ricompose e le si sedette accanto. Era un Dobermann enorme, anche se erano in pochi a riconoscerlo come tale, perché Duna si era rifiutata di farle amputare le orecchie per renderle dritte e appuntite, lasciandole quelli che chiamava affettuosamente ‘i padelloni’, pendenti ai lati della testa e perennemente in agitazione per via del carattere esuberante del cane. Oltre a questo, aveva preteso che l’allevatore non asportasse neppure la coda, una muscolosa corda che penzolava fino ai garretti, col risultato che Tania somigliava più a un grosso, atletico bracco, che a un esemplare convenzionalmente riconosciuto per la razza che rappresentava. Duna la preferiva di gran lunga così, sia perché il suo aspetto incuteva decisamente meno timori permettendole di portarla con sé ovunque volesse, sia perché la lunga coda equilibrava perfettamente i quaranta e passa chili dell’animale, fornendole un timone alquanto utile. Duna capiva benissimo quanto fosse importante la coda per un cane, e non avrebbe mai permesso che il suo ne fosse sprovvisto.
Lo capiva meglio di quanto chiunque avrebbe potuto credere.
Il registro era quanto di più semplice Duna fosse riuscita a inventarsi per tenere i conti: due colonne con le entrate e le uscite, terribilmente anoressica la prima, fin troppo nutrita la seconda, soprattutto in quel periodo. La cosa curiosa era che molti sembravano convinti che il suo lavoro, oltre che estremamente piacevole, fosse anche estremamente remunerativo: Duna non se ne spiegava la ragione, se non con la congettura che, forse, la cultura cinofila generale si era formata sui telefilm del Commissario Rex, e che l’associazione col mondo del cinema rendesse automaticamente ricco chiunque ne avesse a che fare anche alla lontana. In quattro anni che viveva a Roma, Duna non era mai neppure entrata a Cinecittà.
“Ce ne andiamo subito – disse rivolta al cane – solo il tempo di riprendermi da quella cretina… poveraccio, il suo Magic. Tu lo sai, quanto sei fortunata? Eh, lo sai?”
Tania agitò la coda e ansimò felice. Chiaramente lo sapeva.
Duna si sfilò rapidamente la maglietta con impresso sulla schiena il logo del campo (la zampa di un cane e quella di un uomo congiunte per i palmi) e si buttò sul divanetto così, godendosi l’aria sulla pelle nuda. Cercò a tentoni, sulla scrivania dietro di sé, un elastico per i capelli, ma trovò solo una molletta di quelle che tutte le donne portano, almeno nella privacy della propria casa, e che nessuna ammetterebbe mai di possedere. Contorcendosi per non doversi rialzare, riuscì in qualche modo a fissarla sulla sommità della testa, e rimase lì immobile, come una lucertola su un sasso, finchè l’imbottitura del divano non cominciò a farla sudare. Si risollevò brontolando: con quel caldo, ogni gesto era un inutile dispendio di energie, e desiderò potersi permettere un condizionatore, almeno a casa. Recuperò una canottiera di cotone da una sedia, tole le scarpe da ginnastica per sostituirle coi sandali e con questo considerò terminato il cambio di abbigliamento. Aprì il frigo a disposizione del campo e bevve direttamente dalla bottiglia l’acqua ghiacciata, abitudine che condannava strenuamente in tutti i suoi clienti, tanto che il cartello appiccicato con lo scotch sul muro lì accanto diceva di servirsi dei bicchieri di plastica, perchè ogni trasgressione sarebbe costata un euro al malfattore.
Ho davanti quasi due mesi di inattività pressochè totale, pensò rimettendo a posto la bottiglia, e neppure un centesimo per andare in ferie. Da qui a settembre sarà una tregenda, tra la noia e il dover tirare la cinghia. A parte il lavoro coi cani, considerava la sua vita piatta al limite dell’umana sopportazione, senza particolari hobby, senza relazioni sentimentali, senza amiche con cui uscire, ma da quando viveva a Roma non aveva fatto niente per renderla più variegata: arrivare a quel porto tranquillo le era costato parecchio, e vedeva con occhio itterico qualsiasi cosa potesse minacciare la sua noiosa, pacifica, sicura routine quotidiana. Ci voleva altro, che qualche serata chiusa in casa a guardare vecchi film, per farle cambiare idea.


La porta non era chiusa a chiave e si aprì con una docilità irritante. “Davide, ci sei?” chiamò Duna, entrando.
Silenzio.
Duna mise la testa in camera del cugino. Il letto era disfatto, con le coperte mezze per terra, il comodino straripante di riviste e un miscuglio indescrivibile di cd, fili elettrici, libri e confezioni vuote di snack sparpagliati sul pavimento. L’unico elemento pulito e ordinato era l’acquario vicino alla scrivania, e prima di richiudere la porta Duna si vide riflessa sul vetro. Era tutta scarmigliata e necessitava urgentemente di una doccia, così si avviò verso il bagno. La porta era stata dimenticata aperta, ma fortunatamente il deodorante che aveva comprato due giorni prima sembrava svolgere bene la sua funzione, e non c’erano odori sgradevoli.
“Quando torna mi sente – disse a Tania – cosa devo fare per fargli ricordare che la porta di casa si chiude? E che anche quella del bagno sarebbe carino almeno accostarla?”
Nel bagno raccolse i jeans e i calzini lasciati sulle piastrelle, pinzò per un angolino le mutande e ficcò tutto nella cesta del bucato. Ormai da tempo aveva rinunciato a spiegare a Davide che i vestiti non trasmigravano dal pavimento del bagno al cassetto della biancheria per un qualche arcano fenomeno mistico, e le costava meno fatica passare più tempo a rassettare che non discutere con un individuo per il quale l’ordine casalingo era un vezzo superfluo, in quanto le porte di casa le hanno inventate per non far vedere cosa c’è dietro, no?
Dopo la doccia si sentì meglio, rinfrescata e rilassata. Erano ancora circa le sei di pomeriggio e, mentre si strofinava i capelli con l’asciugamano, valutò di uscire nuovamente, magari per vedere se in libreria era finalmente arrivato il nuovo Linguaggio dei cani, edizione riveduta e corretta, aggiornata e splendidamente illustrata in modo che avrebbe potuto ricavarne delle stampe per mostrare ai clienti particolarmente ottusi cosa intendeva quando parlava di ‘ringhio minaccioso’ o altri concetti da analoga complessità. Diede un’occhiata circolare all’appartamento (ingresso, soggiorno con angolo cottura, due stanze e bagno con doccia, non vasca), meditando di riordinare un po’, ma alzò le spalle pensando che aveva due mesi per litigare col cugino a proposito della gestione domestica, così decise di cenare in anticipo e passare la serata a vagare senza meta per la città, assieme al suo cane. Annuendò tra sé di approvazione per quel programma andò al frigorifero, quasi aspettandosi di trovarlo desolato e vuoto, ma Davide, forse in uno slancio di buona volontà, aveva fatto la spesa, e Duna osservò con interesse i ripiani colmi prima di fare la sua scelta e richiudere lo sportello. Tania, che aveva provato a infilarci dentro il muso, uggiolò e le spedì un’occhiata di rimprovero. “Scordatelo – disse aspramente – sei troppo grassa, il veterinario mi ucciderà se non perdi qualche chilo. Va’ a mangiare la tua roba.” Le ordinò, con un gesto verso l’angolo di cucina dove, su un tappetino di plastica, c’era la ciotola d’acciaio del cane. Le crocchette nutrizionalmente equilibrate di Tania erano lì, intatte, e la cagna non le degnò di uno sguardo. Seguì Duna passo passo mentre questa preparava la cena, sperando che qualche briciola cadesse in terra sebbene sapesse perfettamente che non le sarebbe stato concesso di mangiarla comunque, e alla fine si accucciò con aria afflitta sotto il tavolo mentre la sua proprietaria si serviva.
La cena di Duna sarebbe andata bene per una famiglia di quattro persone. Ormai da tempo aveva rinunciato a servirsi dei piatti quando mangiava pastasciutta, e sul tavolo facevano bella mostra di sé un’insalatiera colma di fumante pasta al pesto, un cartone da un litro di latte, un piatto di uova strapazzate con zucchine e carote, una robusta pagnotta per togliere ogni traccia di sugo dalle stoviglie e, nella parte più fredda del frigo, l’attendeva la meringata che Davide non mancava mai di comprare, ingordo com’era di dolciumi. Mentre spazzava via ogni cosa meditò sulla possibilità di rinunciare almeno a quest’ultima, ma l’idea che finisse in bocca al cugino anziché a lei le riusciva insopportabile, senza contare che un dolce fresco era proprio quel che ci voleva, con quel caldo. “Che vuoi? Se volevi goderti la vita dovevi nascere col pollice opponibile. Pussa via.” Disse sadicamente a Tania che la guardava con enormi occhi supplichevoli. Il Dobermann emise una specie di sospiro, poi si volse e andò tristemente a piluccare le sue crocchette.
Alla fine respinse i piatti, guardò l’ora e sbuffò. Quasi le otto di sera e Davide non si vedeva da nessuna parte. “Ma dov’è andato quel cretino? Aveva detto che sarebbe tornato per cena… beh, peggio per lui.” Recuperò un foglietto e una penna e scarabocchiò qualche riga per avvertirlo che avrebbe fatto tardi, prima di andare in camera per cambiarsi.
Nessuno, vedendola, avrebbe detto che mangiava sempre come se ogni pasto per lei dovesse essere l’ultimo. Duna era una ragazza snella, non molto alta ma agile come un gatto (meglio, come un lupo, pensò spogliandosi) con gambe atletiche per via dell’intenso esercizio fisico che il suo lavoro comportava, braccia sottili fasciate da una bella muscolatura morbida, una pancia che non si gonfiava nemmeno dopo la più indecente delle scorpacciate, e capelli bruni, vaporosi quel tanto che bastava a non farglieli ricadere tristemente ai lati del viso come spaghetti. I capelli erano la parte di sé che le piaceva di più, ma forse dipendeva soltanto dal fatto che, quando si guardava allo specchio, non poteva fare a meno di esaminarsi anche il viso, e quello era la parte di sé che le piaceva di meno. Sapeva di essere carina, pur avendo mancato l’appuntamento con la vera bellezza, ma il problema non era quello: nei suoi lineamenti c’era qualcosa che trovava stucchevole, una sorta di somma delle parti il cui risultato contrastava nettamente con l’immagine che aveva di sé (che avrebbe voluto avere). La linea arrotondata del mento, quella delicata delle sopracciglia, il nasino all’insù che equilibrava le labbra forse un po’ troppo sottili, per tacere degli immensi occhi grigioverdi, con un sottofondo nocciola simile a un tappeto di foglie autunnali: tutto in quella faccia era zuccheroso come un romanzo sentimentale dell’Ottocento. Una volta Davide le aveva detto che, quando assumeva una certa espressione afflitta (in genere dopo aver sentito parlare del fenomeno dell’abbandono estivo in televisione), sembrava l’orfanella sfortunata che ha perso i genitori e la casa nello stesso incendio di due giorni prima. Duna l’aveva mandato al diavolo, ma sapeva che il cugino aveva ragione. Quel viso le dava un’aria fragile e vulnerabile, l’esatto opposto di ciò che avrebbe voluto trasmettere, e il fatto di non amare i cosmetici (con un lavoro come il suo sarebbe stato in buona parte uno spreco: un cane un po’ turbolento l’avrebbe ridotta a un clown in pochi minuti) contribuiva perversamente, anziché a farla apparire trasandata, a darle l’aspetto della ragazza della porta accanto, quella che al compleanno del fidanzato gli regala una sciarpa con ricamate sopra le sue iniziali. Niente da stupirsi che i clienti più prepotenti, al campo, cercassero di imporsi su di lei e si sentissero quasi offesi quando Duna non glielo permetteva e teneva risolutamente in mano le redini di ogni rapporto lavorativo. In effetti, sospettava che più d’uno avesse smesso di venire a lezione, dopo essere stato così colto in contropiede. Messo al proprio posto da quella bambina? Ma scherziamo?
Sbuffando, voltò le spalle allo specchio e prese a vestirsi, acutamente consapevole che lo stile grintoso e trasandato del suo look era una diretta conseguenza del desiderio di non apparire come Oliver Twist che chiede un’altra scodella di minestra. Sul lavoro aveva quasi sempre jeans e la maglietta con stampato il logo del suo campo cinofilo, ma fuori da esso era raro vederla senza scarponi, pantaloni informi e camicie scure. Da qualche parte nell’armadio c’erano un paio di gonne, tenute da parte nel caso dovesse partecipare a qualche occasione che richiedeva un abbigliamento più accurato, ma ormai non avrebbe neppure saputo rintracciarle, sotto le pile di jeans scoloriti e magliette stropicciate. Quando ebbe finito sbuffò di nuovo, perché ogni volta il risultato non le piaceva: anche se i pantaloni erano del tipo militare, di uno scoraggiante color verde scuro, e la canotta che indossava era nera, senza la minima concessione a una scollatura del tutto casta, non sembrava per niente una persona da rispettare: niente a che vedere con soldato Jane, o almeno con una giovane donna che vive da sola e si mantiene col proprio lavoro. Sembrava piuttosto una liceale che si prepara ad andare in palestra per fare un po’ di stretching. Forse dovrei optare per un cambiamento più radicale, girare con un collare a strozzo e forarmi labbra e sopracciglia per infilarci spille da balia o schegge d’osso di plastica. Oppure un bel tatuaggio, che so, Hannibal Lecter che pugnala una suora, roba così… Non si era mai neanche praticata i fori ai lobi delle orecchie.
“Dai, Tania, andiamo.” Disse, afferrando la borsa e uscendo, senza neppure salutare il portinaio, del quale si scorgeva solo la cima del lucido cranio pelato dietro la Gazzetta dello Sport.
D’estate Roma si svuotava dei suoi abitanti per diventare territorio di conquista dei turisti, con il risultato che era possibile prendere l’automobile per spostarsi anche in piena città, ragionevolmente sicuri di trovare parcheggio. Duna si godeva sempre quei momenti, perché con l’autunno il traffico sarebbe tornato ad essere un congestionato coro di clacson e frenate, alle quali non poteva in alcun modo sottrarsi: con un cane le era impossibile prendere qualunque mezzo pubblico, e in ogni caso non valeva la pena tentare la sorte con l’autobus, quando era possibile attribuire a se stessi la colpa dei ritardi.
Dopo aver lasciato correre Tania per una mezz’ora in un campo abbandonato, utilizzato dai proprietari di cani del circondario come palestra dei loro beniamini, Duna salì in macchina e partì alla volta della libreria: non quella vicino casa, ma un’altra molto più grande, che aveva l’indiscusso vantaggio di consentire l’accesso ai cani, e di cui era, per questo motivo, cliente affezionata.
Una vita tranquilla, pensò mentre guidava, così tranquilla da essere noiosa, e forse un giorno non ne potrò più e vorrò altro… ma non ancora. Non è ancora il momento di smettere di godere della pace, non sono passati neanche quattro anni, mi merito un po’ di tregua ancora per molto, molto tempo.
Il libro che cercava non era arrivato, ma visto che era stato solo un pretesto per uscire Duna non se la prese e rimase ad aggirarsi per gli scaffali pieni, pescando volumi senza un criterio particolare, sapendo che non avrebbe acquistato niente, almeno se voleva continuare a rimanere al di qua della soglia dell’indigenza. E’ indecente che i libri costino tanto, pensò indignata, rimettendone a posto uno che la tentava. Duna era brava nel suo lavoro, anzi molto brava, forse addirittura la migliore, ma si muoveva nell’ambiente da troppo poco tempo per avere ancora un nome e una reputazione stabili, oltre al fatto di essere sommersa dai debiti contratti per l’apertura del campo. Era però avviata bene, con una clientela soddisfatta, sempre più numerosa, e a neanche un anno dall’inizio della sua attività non poteva proprio chiedere di più. Se lo ripeteva spesso, come un mantra, soprattutto quando doveva comportarsi in maniera razionale ed evitare spese superflue, ad esempio rimettendo giù un interessante libro da venticinque euro perché c’erano troppe bollette da pagare. Si guardò attorno, con la mezza intenzione di uscire, vide l’angolo delle offerte speciali (‘tutto a un euro!!!!!’) e decise di perdere qualche altro minuto. Si infilò tra un giovanotto muscoloso e un omone con una gran barba nera, stando attenta a non ingarbugliare il guinzaglio di Tania, e si dispose a perdere un altro po’ di tempo in quell’ozio tranquillo che era quasi noia, con la mente già mezzo rivolta alle faccende domestiche che l’aspettavano a casa.
Si pentì quasi subito di aver procrastinato: il giovanotto accanto a lei girò la testa, la guardò distrattamente, poi tornò a guardarla con maggiore attenzione, che diventò quasi subito aperto interesse. Apparteneva alla categoria di maschi che Duna, con suo profondo rammarico, attirava come un vasetto di miele aperto attira le mosche: alto, muscoloso, canottiera da culturista, testa rapata e l’espressione stolida di chi ha dedicato troppo tempo al culto del corpo per occuparsi anche di quello della mente. Il fatto che Duna sembrasse un’ingenua frequentatrice di palestre la rendeva particolarmente vulnerabile a quel genere di attacchi. A volte pensava che avrebbe dovuto sentirsene lusingata, perché dopotutto a una ragazza fa sempre piacere sapere di essere considerata carina, ma attirare solo quel genere di uomini era un pochino scoraggiante. Anche Tania li detestava, perché di solito, per dimostrare il loro machismo, le calavano sulla testa mani grandi come vanghe, senza neppure lasciarsi annusare un poco, a titolo di presentazione. Se si fosse accorta giusto un attimo prima di quel ragazzo avrebbe girato sui tacchi e sarebbe uscita. Ma non andò così.
“E’ tuo quel cane?” le chiese il ragazzo. Duna annuì e si finse interessatissima a un libro di nomi per neonati. Sperava che questo scoraggiasse il tipo, ma evidentemente gli aveva attribuito un’eccessiva sofisticheria, supponendo che avrebbe guardato cosa sembrava accingersi ad acquistare.
“Che bello – fece una pausa, prima di dire quel che Duna sapeva avrebbe detto – è veramente grosso!”
“Le dimensioni contano…” disse Duna in tono assente, sfogliando una pagina del libro. L’altro non colse.
“Mi chiamo Fabio. E tu?”
Duna cominciava a sentirsi veramente a disagio, perchè da un lato non voleva essere disturbata, e dall’altro non aveva alcun appiglio per dirgli bruscamente che voleva essere lasciata in pace. Non ancora. “Mi chiamo Duna, ma vorrei che…”
“Duna? E cosa sei, una Fiat?” ridacchiò della sua battuta.
Denigrare come mi chiamo, che razza di tecnica di abbordaggio è? Pensò lei, ma rispose soltanto: “Chiedilo ai miei genitori. Adesso scusa, ma devo proprio andare…”
“Dal tuo ragazzo?”
“No…” rispose Duna prima di riflettere, e si morse la lingua. Ma non avrebbe mai imparato?
“No non vai dal tuo ragazzo o no non hai il ragazzo?” le chiese prontamente l’amico Fabio, concedendole una scappatoia.
“No non vado dal mio ragazzo adesso, e sì ho il ragazzo – disse Duna con sollievo – quindi se vuoi scusarmi…” Mise giù il libro e fece per andarsene, ma non aveva mosso un passo che sentì una presa sul braccio. Si voltò e Fabio le sorrise quasi con aria di scusa, ma la mano con cui la teneva non si allentò di un centimetro.
“Lasciami immediatamente.” Scandì, senza alzare la voce e cercando di non perdere la calma. Non voleva perdere la calma. Quando la perdeva, le conseguenze erano sempre imprevedibili. E la libreria era piena di gente.
“Dai, che c’è di male a fare due chiacchiere? Giusto per fare amicizia, che ti costa?”
Duna si liberò con uno strattone e vide l’espressione stupita dell’altro. Non si aspettava che la fragile ragazzina fosse così forte, non se lo aspettava mai nessuno, visto che lei non esibiva spalle muscolose o bicipiti da sollevamento pesi. I cani, invece, lo capivano invariabilmente. Del resto, la comunicazione era sempre stata più efficiente tra lei e i cani che non tra lei e gli uomini. “Non voglio fare amicizia e non voglio fare conversazione sul perché i miei genitori mi hanno dato il nome che ho. Ti entra in zucca?” Continuò a mantenere un tono moderato, perché Tania aveva rizzato le orecchie e guardava con un’intensità minacciosa il suo interlocutore. Ci mancava soltanto di farsi buttare fuori dalla libreria perché il suo cane aveva cercato di mangiarsi un pappagallo.
“Mamma mia che scorbutica che sei! Ti ha morsa una tarantola?” Chiese il pappagallo indignato, e Duna gli voltò le spalle senza rispondergli, con l’intenzione di levare l’incomodo. Perché sempre e solo i tipi così? Si chiese, con profonda stanchezza. Perché mai un tipo educato, che accetti con educazione il tuo educato due di picche?
Forse, riflettè, perché i tipi educati erano anche abbastanza ricettivi da capire al volo che tutto quel che Duna desiderava dalla vita era essere lasciata in pace. In pace, fu il pensiero che la trattenne dal sferrare un robusto manrovescio in faccia a Fabio quando questo la afferrò di nuovo per il braccio, stavolta in maniera niente affatto amichevole. Si ritrovò a fissare una faccia oltraggiata e ringhiante anche se, naturalmente, Fabio non sapeva neanche alla lontana come esibire la faccia ringhiante capace di spaventare Duna per davvero. Fece un impercettibile cenno per ordinare l’immobilità a Tania, giacchè un’azione così chiaramente aggressiva avrebbe fatto subito scattare l’istinto protettivo del Dobermann. Tania rimase ferma, ma talmente tesa che un niente sarebbe bastato a farla scattare come una molla.
Un paio di persone si erano voltate a guardarli, e se ne voltarono ancora di più quando Fabio, stavolta alzando la voce e sottolineando le sue parole con alcune tirate niente affatto gentili al braccio, le disse che poteva almeno salutare e non tirarsela tanto, chi si credeva di essere?
“Tania, seduta!” esclamò Duna, ma era troppo tardi, e se la ragazza non avesse avuto i riflessi di un lupo, l’istante dopo avrebbe visto Fabio cacciare versi come un vitello al chiardiluna, con quaranta chili di infuriati muscoli appesi al cavallo dei calzoni, perché il guinzaglio, seppure regolamentare, permetteva al cane di raggiungere tranquillamente il malcapitato. Tania non era addestrata ai convenzionali attacchi, quelli con manica imbottita che protegge il braccio, e di conseguenza tendeva ad appigliarsi a quel che le veniva più facile acchiappare. Non che Duna considerasse l’evirazione di quel balordo un gran danno per l’umanità, ma a livello burocratico sarebbe stata una gran seccatura per lei e per il suo cane, così afferrò al volo il collare di Tania, arrestandone l’assalto in modo così secco che le mascelle del cane si chiusero a mezz’aria con uno schiocco. Duna la sbattè a terra senza alcun riguardo, dando contemporaneamente uno strattone al guinzaglio, e Tania guaì mortificata.
A quel punto, non c’era cliente della libreria che non guardasse affascinato il dramma che si stava consumando.
“Tu… tu…” Fabio era sbiancato come un lenzuolo fresco di lavatrice, ma appena lo choc della sorpresa fu passato, le guance gli fiorirono di rosso e cominciò a urlare. “Quel cazzo di cane voleva aggredirmi! Tu sei pazza! Io ti denuncio, hai capito, brutta stronza?”
Un commesso arrivò in tutta fretta e Duna, già sapendo cosa sarebbe seguito, si tenne ben stretta Tania e lo prevenne dicendo che se ne sarebbe andata subito.
“Col cazzo! Io chiamo i carabinieri! Questa mi voleva ammazzare! Quel cazzo di cane deve portare la museruola, io lo faccio sopprimere!” starnazzò Fabio, e stava già tirando fuori il cellulare dalla tasca dei jeans, come un pistolero in uno scadente film western. Il commesso guardò Duna con l’aria di chi vorrebbe sparire seduta sottoterra. Duna lo capiva perfettamente. Anche se Tania non correva pericoli, dal momento che non c’era stato nessun morso effettivo, anche se la reazione era stata commisurata alla provocazione (Duna poteva dirsi tranquillamente aggredita, sebbene la cosa non le facesse ne’ caldo ne’ freddo), avrebbe avuto un sacco di guai, e guardando il suo cane, adesso accucciato a terra contro i suoi piedi, come per chiederle protezione contro l’uragano incombente, sentì che cominciava ad arrabbiarsi, tanto che gli occhi le pungevano per la voglia di piangere. Non le era mai successo niente di simile da quando era a Roma. Mai.
“Guardi che se chiama i carabinieri sarà lei a mettersi nei guai.”
Duna si voltò verso il proprietario di quella voce.
La prima cosa che le venne in mente fu che sembrava un orso, un orso che per qualche strana anomalia genetica avesse alcuni tratti in comune con le scimmie antropomorfe. Nemmeno molti, per la verità: doveva essere sulla cinquantina, ed era alto, con spalle larghe e braccia possenti, tanto imponente che era impossibile dire se fosse grasso o semplicemente enorme di suo. Aveva capelli neri, foltissimi, che gli coprivano la parte superiore della testa, e una barba nera altrettanto folta che gli copriva la parte inferiore del volto. Quello che rimaneva era nascosto da un paio di occhiali scuri. Quando alzò un braccio per ribadire il concetto appena espresso Duna vide il bastone bianco per gli ipovedenti e si chiese cosa ci facesse nella libreria, prima di notare, con una strana lucidità forse dovuta alla tensione del momento, che si trovava alla sezione degli audiolibri, lì accanto.
“Ho sentito tutta la scena – proseguì l’omone – la signorina era importunata da questo giovanotto, e quando ha cercato di andarsene, lui l’ha trattenuta a forza, l’ha letteralmente aggredita. E’ stato allora che il cane ha reagito, ma la signorina ha impedito che la situazione degenerasse. Sono pronto a testimoniarlo, se occorre.”
L’atmosfera cambiò in maniera talmente improvvisa che Duna dovette strizzare gli occhi un momento, per adeguarsi allo sbalzo. Fabio rimise via il cellulare, senza un’ombra della rabbia forsennata di poco prima. Sembrava imbarazzato. “Non… non è così – alzò il mento, in un tentativo di ristabilire la sua superiorità – e poi che cazzo ne sa un cieco di cos’è successo?”
“Io cieca non sono e lo so benissimo – ribattè Duna – vogliamo fare una denuncia incrociata? Tu per aggressione, io per molestie?”
Il commesso si torceva le mani. “Signori, per favore… non è successo niente, se vogliamo continuare possiamo andare in direzione…”
“Non ce n’è bisogno.” Disse tranquillamente l’omone. Mosse con perizia il bastone finchè non sfiorò le caviglie di Duna, e le si avvicinò senz’altro. “La signorina sarà tanto gentile da non costringermi a testimoniare, ed eviterà di sporgere denuncia, non è vero?”
Duna dovette mordersi l’interno della guancia per non ridere, nel vedere l’espressione disorientata di Fabio. Quand’era successo che i ruoli si erano invertiti così radicalmente? Doveva essere lui a minacciare lei, non il contrario!
“Ma certo – rispose con voce di miele – dopotutto non è successo niente. Possiamo lasciar stare i carabinieri.”
“Quel cane deve avere la museruola!” Esclamò ancora Fabrizio, con un ultimo sussulto di orgoglio, e fu con estremo piacere che Duna lo schiacciò rispondendogli: “I cani con un brevetto di Protezione Civile non sono tenuti, nemmeno in luoghi così affollati. Vuoi vedere il tesserino?” E, senza aspettare risposta, lo tirò fuori e lo esibì. Ne era molto fiera, del resto. Anche con la sua abilità, c’erano voluti due anni di esercitazioni assidue, ed era un’ottima pubblicità per il suo campo di addestramento.
Fabio mugugnò qualcosa di incomprensibile, come fosse restio a lasciarsi mettere sotto così, ma doveva aver finalmente recepito la situazione, perché lanciò un’ultima occhiata malevola a Tania e si avviò verso le porte di vetro della libreria. Duna sospirò di sollievo, ma durò poco perché di colpo si rese conto di trovarsi al centro di un cerchio di persone bisbiglianti, che si davano di gomito indicandola e commentando quanto era accaduto. Il commesso le chiese se voleva fare acquisti prima di andarsene, e dal suo tono Duna capì che la stava invitando a levarsi di torno. Disse che andava bene così e fece per avviarsi, ma venne fermata nuovamente dal commesso che le indicò il libro dei nomi. Non si era neanche accorta di averlo ancora in mano.
“Sì, scusi, ecco, lo prenda…” disse arrossendo, e si affrettò all’uscita, sperando vagamente che Fabio se ne fosse andato e non la stesse aspettando per continuare la sceneggiata. Per poco non sbattè contro le porte automatiche, perché non aveva quasi dato loro il tempo di aprirsi, e si avviò per strada in tutta fretta, decisa a tornarsene a casa per rimanere, finalmente, tranquilla come desiderava.
“Signorina, aspetti! Non corra così!”
Duna si fermò e vide l’ipovedente barbuto che muoveva il bastone per individuare asperità nel marciapiede, genericamente rivolto verso di lei, e ancora così vicino alle porte automatiche che queste continuavano ad aprirsi e chiudersi. La gente gli passava accanto, confondendolo ancora di più, e Duna provò brevemente la tentazione di voltargli le spalle e andarsene, lasciandosi così alle spalle lo sgradevole episodio in maniera definitiva. Ma dopotutto quell’uomo l’aveva difesa, e lasciarlo lì a voltare la testa in giro, chiamandola senza poterla individuare, le pareva un pessimo modo di ricambiare la gentilezza.
Tornò indietro e gli disse che dovevano spostarsi, che intralciava il passaggio. L’uomo le sfiorò i piedi col bastone, poi toccò Tania facendola fare un salto all’indietro. “Mi scusi –disse – sarebbe così gentile da accompagnarmi alla fermata dell’autobus?”
“Certamente.” Duna gli si accostò, incerta su come regolarsi, ma l’uomo chiaramente sapeva cosa fare e la prese con garbo per un gomito, in modo da farsi guidare tra la gente senza intralciarle il passo. Duna si avviò.
“Non l’ho neanche ringraziata per il suo aiuto – gli disse – non mi era mai successo niente di simile, prima, non so come avrei fatto senza il suo intervento.”
“Oh, sono certo che per lei non sia una novità doversi liberare da corteggiatori inopportuni, ma davvero, certe cose superano il limite. Di che razza è il suo cane?”
“Un Dobermann.”
“Ah, grazie. Vedevo solo che era grosso e nero.”
Duna sorrise, imbarazzata, senza sapere bene cosa rispondere.
“Siamo arrivati?” le chiese l’uomo, toccando col bastone un palo. Duna pensò a quanto dovesse essere difficile, muoversi in una città come Roma con un handicap come il suo. Non provò compassione, ma una sorta di cupa solidarietà. Il suo, di handicap, non era visibile, ma forse perfino più invalidante. Un cieco, almeno, poteva contare sulla solidarietà sociale.
“No, quello è il parchimetro. La fermata è più avanti.”
“Ci sta seguendo.”
Duna si fermò, così di botto da far quasi inciampare il suo accompagnatore. “Prego?”
“Quel giovinastro. E’ qui intorno.”
Duna osservò la gente attorno a loro. “Non c’è nessuno. Spero sia dall’altra parte della città, a quest’ora.” Il tono dell’uomo, così sicuro, senza la minima inflessione dubitativa o interrogativa, l’aveva turbata, e non si sentì rassicurata più di tanto nel non vedere il buon vecchio Fabio lì da presso. Una conferma negativa non è mai particolarmente tranquillizzante.
L’ipovedente sembrò scettico. “Mah, se lo dice lei… forse sono più scosso di quel che credevo.”
“Sì, credo anch’io. E’ stata una cosa molto antipatica.” Duna riprese a camminare, ma non potè evitare un’ultima occhiata inquieta alle sue spalle. Storie del genere se ne sentivano di continuo, e a lei non sarebbe proprio piaciuto trovarcisi in mezzo. Sono paranoica, si disse, devo calmarmi e non penserò più a rompipalle in canottiera da culturista che mi spiano dai tombini, o roba del genere.
Sbirciò nella grata di un canaletto di scolo lì vicino e non potè trattenersi dal ridere. “Se me lo ritrovo davanti un’altra volta, il cane lo sciolgo, e vediamo come se la sfanga! Non si preoccupi, mi dispiace se si è trovato in questa situazione.”
“Si figuri, l’ho fatto volentieri. Ma sarò felice di tornare a casa e chiudermi dentro a chiave. Davvero, non si può più stare sicuri se non tra le proprie mura, oggigiorno.”
“Nemmeno lì, ormai…” Mormorò Duna, fermandosi davanti alle strisce gialle sull’asfalto con la scritta BUS. “Siamo arrivati.”
“Oh, grazie.” L’uomo sollevò il polso e premette un pulsante sull’orologio, facendone scaturire una voce metallica che gli comunicò che erano le nove e quarantacinque. Cribbio, di già, di già. Come vola il tempo quando ci si diverte. Anche lei non vedeva l’ora di tornare a casa, nella sicurezza dei due portoni, più il custode che non avrebbe fatto entrare estranei di notte, mettersi sul divano e guardare un qualsiasi stupido programma estivo fino a che gli occhi non le si fossero chiusi a forza, o finchè Davide non si fosse rifatto vivo e avesse ascoltato la sua storia, aiutandola a stemperarne la sgradevolezza con i suoi soliti commenti leggeri: perché era ancora troppo tesa, e non potè impedirsi di lanciare un’altra occhiata alle spalle. Si sentiva osservata e non le piaceva, come non le piaceva dover prendere in considerazione la possibilità che la sua non fosse solo paranoia. Dopotutto, episodi del genere avvenivano ogni giorno. Farò un lungo giro per tornare a casa, decise.
“Allora la saluto…” cominciò a dire, ma quando alzò lo sguardo su quel volto barbuto le parole le morirono in gola e Duna dimenticò all’istante il timore che un giovinastro la stesse spiando e magari meditasse di fargliela pagare. Dimenticò tutto, dal guinzaglio che stringeva in mano alla folla che le passava accanto sgomitandola più o meno accidentalmente, perché il suo salvatore si era tolto gli occhiali neri, abbattendo la barriera che le aveva impedito di vederlo in faccia, fino a quel momento.
Abbattendo ogni barriera che le aveva impedito di vederlo.
L’uomo non era ipovedente. Tecnicamente avrebbe dovuto essere cieco, anche se poco prima le aveva detto di aver distinto la sagoma del suo cane, ma a Duna il termine pareva riduttivo, come le pareva riduttivo ogni termine atto a descrivere l’uomo, adesso che lo guardava veramente.
Gli occhi non erano chiusi, non erano spenti, non erano velati da cateratte ne’ glassati da quella specie di nebbia azzurra che nei film si usava sempre per indicare la cecità. Gli occhi non c’erano affatto. Laddove avrebbe dovuto vedere i bulbi oculari vi erano soltanto le orbite vuote, con le ciglia rivolte all’indentro verso la rossastra devastazione che affondava nella testa in due crateri profondi, raggrinziti e raccapriccianti, simili a un desolato paesaggio marziano. Era una vista orripilante, da incubo, ma non fu questo a sconvolgere Duna. In effetti, la ragazza vide l’orrore di quegli occhi scavati, mancanti, solo come la cornice di un fenomeno più vasto, più imponente, e a lei così familiare che per un istante fu sicura che l’uomo le avrebbe semplicemente detto: “Ti ricordi di me, adesso?”
Se non può vedermi, forse non capisce nemmeno quel che ho capito io… se non mi vede non sa quel che so io… se non mi vede…
“So cosa stai pensando – disse l’uomo a bassa voce – ma non si guarda solo con gli occhi. Io non faccio il salvatore di donzelle, anche se tu non hai certo bisogno di aiuto. Non capisco neanche perché eri tanto in difficoltà, a dire il vero.”
“Io… cosa avrei dovuto fare, scusa?”
L’altro sorrise, e sotto la barba baluginarono i denti, perfetti e bianchi, regolari come quelli di un coccodrillo. Naturalmente, pensò in uno stato quasi di stordimento. Anche lei aveva denti da pubblicità di dentrificio, non era mai dovuta andare dal dentista un solo giorno in vita sua. Che fortuna.
“Quale lupo si lascia molestare da una pecora?” rispose l’uomo, guardandola con quegli spaventosi non-occhi marziani.
“Rimettiti quegli occhiali del cazzo! Vuoi che qualcuno ti veda?” sbottò Duna, anche se quella visione spaventosa non la turbava particolarmente, quelli come lei non si scomponevano più di tanto per una ferita. Era l’altra cosa a sconvolgerla, non sapeva ancora bene come reagire e cercava di prendere tempo.
L’uomo inforcò nuovamente gli occhiali scuri. “Sono arrivato da poco a Roma, ma credevo di conoscere già tutti – disse in tono colloquiale – tu non vieni spesso al Quadrifoglio Nero, vero?”
“Quasi mai.” Borbottò Duna. Fino a quel momento non aveva fatto caso all’accento del suo interlocutore, che pur avendo una perfetta pronuncia non sembrava di madrelingua italiana, e tantomeno romano. Non badava mai molto alla parlata perché lei stessa e Davide provenivano dal Nord Italia, e ascoltava quindi ogni giorno accenti molto dissimili tra loro, che si amalgamavano confondendola e non facendole considerare quella caratteristica, nelle persone che incontrava.
“Perché? E’ un bel locale. Molto accogliente.”
“Cosa ti è successo agli occhi? Qualche preda che non era d’accordo sull’attribuzione dei ruoli?”
L’altro ebbe un gesto quasi di stizza. “Una preda non riuscirebbe mai a fare questo, non essere ridicola. No, è stato un… un incidente, diciamo, di molto tempo fa. Ma non me la cavo male.”
“Come fai a vederci, se non hai più gli occhi?” Non cercava nemmeno di infiorare quel dialogo con i fronzoli dell’educazione. Era troppo impegnata a calmarsi.
“Non si guarda solo con gli occhi – ripetè l’uomo – e non si aggredisce solo con gli artigli. Ti comporti come se avessi paura di me…”
Qualcosa si ruppe dentro Duna, un argine che quotidianamente rinforzava con un paziente lavorio di autocontrollo e decisione, impastando l’argilla della calma e schiaffandola al suo posto con gli strumenti della vita ordinaria, scevra di scosse, che conduceva risolutamente da quattro anni a quella parte. Non aveva scelta, perché l’acqua oltre quell’argine era putrida e densa, lasciava macchie indelebili e l’avrebbe annegata in un istante, se avesse trovato una falla in quell’argine. Avvertì chiaramente la crepa che si formava e che faceva sgorgare quel liquido nauseante, che le si ammassava nelle viscere, ribollendo come catrame. Simile a una canzone su una frequenza male selezionata, le parve di sentire una voce, una voce conosciuta che veniva da lontano, ma che si avvicinava a velocità spaventosa
(fai la brava bambina, su non farmi arrabbiare, non c’è niente di male, sei grande ormai)
come un’auto coi freni rotti.
In qualche modo gettò dell’altra argilla su quell’argine, tappando la crepa, ma non servì a niente, perché un’altra si stava formando poco più in là, e quella non poteva chiuderla facilmente, visto che si trovava davanti a lei, che la guardava e le sommuoveva qualcosa, nella parte più profonda del suo essere, la parte che molti studiosi avrebbero definito cervello rettile, che non poteva in alcun modo controllare. Poteva solo impedire che venisse stimolata, e lo faceva di continuo… quando non la coglievano di sorpresa…
“Pensa ai fatti tuoi – disse, lottando perché non le tremasse la voce – io faccio la mia vita e basta, grazie mille per l’aiuto ma le nostre strade si dividono qui. Stammi bene.”
“Io sarò al Quadrifoglio Nero domani sera, e per tutta la settimana – la informò il cieco, come se non l’avesse neppure sentita – mi farebbe piacere incontrarci. Se ti ho turbata, me ne dispiace.”
Più di ogni altra cosa Duna avrebbe voluto urlare di essere lasciata in pace e correre via a tutta velocità, ma il tono urbano, l’atteggiamento civile del suo interlocutore le impedivano di lasciarsi andare a scatti d’ira inconsulta. Per quanto si sentisse provocata, non lo era stata affatto, perciò in qualche modo ingoiò quell’acqua putrida che minacciava di traboccare e affettò una gelida cordialità.
“Di niente – disse, neutra – tu sei nuovo e non puoi sapere, ma io non frequento gli altri… non molto, almeno. Faccio la mia vita e basta, non credo ci rivedremo tanto presto.” Si volse senza aspettare una risposta e si allontanò quanto più in fretta potè, sgomitando e calpestando i passanti che la intralciavano. Fu solo quando ebbe girato l’angolo che si fermò e si appoggiò al muro, ansimando come dopo una lunga corsa. Tania la toccò con una zampa, uggiolando ansiosa, e Duna l’accarezzò per calmarla.
E per calmare me? Che cosa ci vuole per calmare me?
Il cielo di Roma era nero e fuligginoso, senza nemmeno una stella, ma la luna crescente, simile a una palla da rugby, era visibilissima, e per un momento le parve una specie di occhio semiaperto, che la scrutava come un ricercatore può scrutare nel microscopio un batterio della sua coltura.
“Andiamo a casa, Tania.” Disse bruscamente, e si immerse nella folla, sperando di smarrirvisi. Non ebbe successo. Anche assediata dalla gente, continuava a rimanere se stessa.


 
 

(Login Promethea)

2 - l'Orda

October 22 2006, 9:33 PM 

– 2 –

L’ORDA



Trastevere, 6 luglio

Hal scese lungo la scala antincendio, ignorando bellamente il cartello attaccato alla porta che proclamava, in un intimidatorio stampatello maiuscolo: USCITA DI EMERGENZA – DA USARE SOLO IN CASO DI NECESSITA’. Non lo faceva nessuno. Soprattutto nel caldo soffocante di mezza estate, era di gran lunga preferibile evitare le scale interne del condominio, che era vecchio, piuttosto fatiscente, ed edificato in un’epoca in cui i criteri di costruzione non comprendevano la ventilazione degli ambienti come fattore essenziale. Quella zona di Trastevere non sarebbe mai stata una meta turistica, ma aveva l’indubbio vantaggio di essere popolata da gente che badava ai fatti propri. In tanti anni che abitava lì, Hal aveva incontrato solo disinteresse per attività che non fossero lo spaccio, il furto o la prostituzione, e dal momento che nel suo locale le questioni trattate erano ben altre, Hal e la criminalità convivevano su piani diversi senza praticamente mai venire in contatto.
Spostò col piede un sacco dell’immondizia squarciato che qualcuno aveva gettato in strada ed entrò nel vicolo cieco che era la sede della sua attività. A parte un grosso, irsuto gatto randagio che lo guardò con disinteresse, era vuoto, anche se talvolta qualche tossico vi si nascondeva per darsi all’estasi artificiale. Il fatto era che nessuno avrebbe detto che quella specie di budello cieco, sommerso dalle immondizie, servisse ad altro che a gettarci la spazzatura, giacchè l’ingresso al locale si trovava in un seminterrato, in fondo a una scala di metallo arrugginito che cigolava pericolosamente ogni volta che qualcuno ci camminava sopra. Prima o poi si sarebbe dovuto decidere a sostituirla, ma era continuamente frenato dal timore che una coreografia nuova, pulita e lucida, attirasse troppo l’attenzione su un punto che non doveva attrarne neanche un po’.
Il portone di legno era massiccio, con la vernice che veniva via a scaglie ed inciso da centinaia di graffiti, per lo più rappresentanti rozze riproduzioni di falli maschili, in perfetta armonia con il disperato squallore dell’ambiente circostante. Quello, Hal intendeva conservarlo così com’era, e si limitava a oliare periodicamente la serratura. A differenza del ferro, il legno non si disfaceva facilmente, e quel portone dava l’idea di voler rimanere lì ancora a lungo. Conosceva a memoria tutte le scritte, i disegni, i buchi dei tarli, le squamature della tinta che non intendeva rinfrescare per lo stesso motivo per cui continuava a rimandare l’acquisto di una nuova scala.
Hal sentì il paletto, da dentro, scivolare sui cuscinetti a sfera e se ne compiacque come al solito, perché gli piacevano le cose ben fatte, e poche cose al mondo danno un’impressione di ben fatto come un meccanismo bello lubrificato. I cardini, a differenza del resto, erano nuovi (li aveva sostituiti appena sei mesi prima, quando un cliente gli aveva detto che si poteva capire quando qualcuno entrava nel locale dalla strada principale, solo per il rumore che faceva), e il portone ruotò docilmente aprendosi. Hal lo fissò alla parete con una catenella, per cambiare l’aria. In giro non c’era nessuno, e dal momento che il vicolo era stato ricavato dalla demolizione di un palazzo, ancora nel dopoguerra, le pareti degli edifici accanto erano senza finestre. Era, in verità, un luogo magnifico per essere lasciati in pace.
Accese la luce e prese a tirare giù le sedie dai tavoli, perché tra poco gli avventori avrebbero cominciato ad affluire. Non poteva dire che stava aprendo, perché il locale non aveva mai aperto, legalmente parlando, ma tutti i clienti affezionati conoscevano gli orari del proprietario e Hal non voleva che entrassero trovando tutto ancora all’aria.
L’interno contrastava con l’esterno in maniera quasi violenta. L’ambiente era ampio, accogliente, con rifiniture in legno e molte piante verdi, alte, folte e ben curate. Il soffitto era imbiancato e attraversato da travi, da cui pendevano dei lampadari multicolori appesi a fili sottilissimi, con la luce che si fermava discretamente prima dei faretti a muro posti lungo il bancone. Questo era in pietra, con alti sgabelli lungo tutta la sua lunghezza, e la stessa pietra era stata utilizzata per creare muretti divisori in tutto il locale: nei separè così ottenuti erano stati piazzati solidi tavoli in legno pesante e lunghe panche imbullonate al pavimento di mattonelle. L’insieme di luci soffuse, muri di pietra e arredamento di legno conferiva al locale un’aria raccolta e piacevolmente arcaica, che certamente ne avrebbe fatto un ritrovo alla moda per gente che voleva un po’ di tranquillità, se Hal avesse ritenuto di pubblicizzarlo. La sola idea lo faceva sorridere. Ma, anche così, il Quadrifoglio Nero poteva contare su una clientela affezionata e stabile, e dal momento che gli avventori fedeli erano i soli a conoscere l’esistenza del locale, non c’era rischio di vederlo chiudere per via di qualche cavillo burocratico (ad esempio, il fatto che mancasse completamente di ogni tipo di licenza necessaria a gestire un pub di quel genere). Che esponenti della media borghesia se ne andassero in giro per un quartiere malfamato non era cosa in grado di attirare l’attenzione, agli occhi degli abitanti del posto, e nemmeno che avessero un esclusivo club dove dedicarsi ai loro passatempi, lontano da ficcanaso e poliziotti. Circoli del genere se ne trovavano dappertutto… beh, non proprio come il Quadrifoglio Nero, forse. Ma, comunque fosse, nessuno se ne preoccupava più di tanto e andava bene così.
Stava finendo di innaffiare le piante, facendo attenzione a non far traboccare la terra sulle mattonelle, quando i clienti cominciarono ad arrivare: uno alla volta, mai in coppia e ancor meno in gruppo. Quando giungevano, data la natura del locale, non potevano semplicemente entrare, perché Hal aveva richiuso il portone appena finite le pulizie ed era necessario che qualcuno, dall’interno, aprisse dopo aver riconosciuto il visitatore, ma era una prassi accettata al punto che gli avventori, a turni di rotazione, si incaricavano di mettersi ai tavoli vicino all’ingresso per far entrare i compagni. Hal si spostò dietro al bancone e cominciò a lavorare, nel brusio crescente ma sempre controllato della gente che chiacchierava.
“Alzi il volume, per favore?” Uno dei clienti al banco accennò con la testa alla televisione appesa dietro il banco, nella quale uomo pelato a mezzobusto leggeva le notizie del giorno. Hal prese il telecomando e l’accontentò.
“…il ministro della Salute dichiara che a breve sarà varato un decreto contro il randagismo e i cani pericolosi, in modo da tutelare la salute degli italiani contro episodi tanto cruenti, e che verranno appaltati due nuovi canili in zona…”
Hal sbuffò e cambiò canale. Due ballerine vestite di lustrini e poco altro cominciarono a dimenare la mercanzia sul vecchio schermo un po’ tremolante, suscitando le proteste dei cinque o sei avventori che erano già lì a quell’ora.
“Tutte cazzate – si oppose con decisione – è da stamattina che non ascolto altro. Sembra che sia l’unica notizia di oggi, in tutta Roma.”
“Ma dai, pensa a quei poveracci…i cani, intendo. Li seccheranno dal primo all’ultimo, in quella zona!” Il cliente, Giacomo, rise da solo alla propria spiritosaggine, facendo traboccare un po’ di birra dal bicchiere.
Hal gli gettò uno straccio pulito perché asciugasse il banco. “Io penso a noi – ringhiò – non ci voleva proprio, a così pochi giorni dalla Caccia… quando quella mocciosa verrà le farò vedere i sorci verdi. Non è questo il modo di comportarsi!”
“Andremo a Cacciare fuori città.” Rispose Giacomo con noncuranza. Episodi come quello, capaci di inacidire lo stomaco di Hal per ore, venivano considerati con bonaria indulgenza al Quadrifoglio Nero, perché ognuno dei suoi avventori sapeva che avrebbe potuto trovarsi coinvolto in prima persona, un giorno o l’altro, in una situazione simile. “Poi la ragazzina è giovane, imparerà a controllarsi, o almeno a occultare i suoi macelli. Poi capirai, due barboni…”
Hal stava per dargli una rispostaccia quando la porta si aprì ed entrò quello nuovo, il cieco che, solo Dio sapeva come, riusciva a non attirare attenzioni indesiderate da parte degli abitanti del luogo, ogni volta che metteva piede nel quartiere. Un invalido era una preda facile, e per Hal rimaneva un mistero come fosse riuscito a evitare guai, fino a quel momento. Non il guaio di essere derubato o ammazzato, naturalmente. Un lupo cieco in mezzo alle pecore è sempre un lupo, ma spiegarlo alle pecore non è sempre facile. Hal era contento di avere una persona così, al Quadrifoglio Nero, e non lo tediava con domande pressanti, anche se ne avrebbe avuto il diritto, perché non voleva che diradasse le visite. Era sempre meglio, quando frequentavano regolarmente.
“Come va, Abel?” chiese Hal, mentre il cieco posava il bastone contro il banco e si sedeva, tastando lo sgabello per orientarsi. Si tolse gli occhiali scuri e li infilò in tasca, senza mostrare il minimo disagio per quegli spaventosi occhi che aveva. Hal non immaginava nemmeno cosa potesse essergli successo, né gli interessava particolarmente, ma non poteva fare a meno di chiedersi perché non mettesse almeno delle protesi. Lì al Quadrifoglio Nero nessuno si impressionava, ma fuori doveva sconvolgere parecchie persone.
“Benone, grazie Hal – rispose compitamente l’uomo, la barba tanto folta che parve non avesse neppure mosso le labbra per parlare – potrei avere una birra?”
Hal gliela posò davanti e stava per dedicarsi a fare altro, ma Abel parlò ancora. “Ieri ho incontrato una ragazza…”
“Buon per te – replicò Hal – se ha una sorella me la presenti?”
“Uomo nero no potere avere donne bianche, bwana!” scimmiottò Giacomo lì accanto, e scoppiò di nuovo a ridere. Giacomo era di quelli che si trovavano molto divertenti qualsiasi cosa dicessero: era sufficiente ignorarlo e si poteva stare comodamente in sua compagnia.
“Chi ti ha detto che era bianca?” domandò Abel, per stuzzicarlo. Giacomo fece un’altra risata.
“Anche se fosse, tu non potresti saperlo, no?”
“Basta così – Hal non era offeso perché sapeva che Giacono era incapace di distinguere l’umorismo dall’insulto, ma il nuovo avrebbe potuto decidere di rompergli il bastone in testa, e non avrebbe avuto torto – se vuoi sfottere, vai da un’altra parte.”
“E dai Hal, si scherzava…”
“Ho detto basta.” Hal non alzava mai la voce quando decretava la fine dei giochi, perché non ce n’era bisogno. Quando Hal diceva qualcosa, era quella. Con una filosofica alzata di spalle, Giacomo tornò al suo bicchiere.
“Ieri ho incontrato una ragazza – riprese Abel, come se non fosse mai stato interrotto – ed era dei nostri, ma qui non l’avevo mai incontrata… strano, no?”
“Me la descrivi? – chiese Hal, rendendosi conto un attimo troppo tardi di quel che aveva detto – cazzo, scusa…”
“Dalla voce era giovane, e aveva un cane.” Rispose Abel, in modo estremamente cortese. Ad Hal piaceva quel modo di fare, così diverso dalle spacconate di pessima categoria che abbondavano al Quadrifoglio Nero. Da quando era arrivato a Roma Abel aveva scalato rapidamente la sua classifica dei clienti preferiti, anche se Hal cercava di tenere a bada le simpatie, con i nuovi venuti. Non si poteva mai sapere come sarebbe finita.
“Beh, non so se ha un cane, ma Patrizia è giovane: hai sentito il telegiornale oggi? E’ stata lei con quei barboni, quando arriva mi sente.”
“Patrizia l’ho conosciuta qui, non era lei, era più grande. E poi a questa ragazza mancava soltanto l’aureola per essere un angioletto, ho perfino dovuto aiutarla perché un galletto la molestava…”
Hal capì all’istante a chi si riferiva. Di ‘angioletti’, al Quadrifoglio Nero, ce n’era soltanto uno. “Ah, parli di Duna. No, non viene molto qui, l’ultima volta sarà stato tre mesi fa. E’ un po’ asociale, ma è abbastanza a posto, non ha mai creato problemi.” Si accigliò mentre parlava: aveva detto il vero, Duna era tra tutti quella che in assoluto si comportava meglio, mai uno sgarro, mai un richiamo, mai un’amicizia pericolosa, eppure Hal la riteneva a rischio. Un giorno avrebbe dovuto farle un discorsetto, si disse, ma se lo diceva da sempre e da sempre lasciava perdere: era fin troppo facile dimenticarsi di Duna che arrivava sì e no ogni due mesi, sorseggiava una bibita analcolica e poi scompariva di nuovo nel flusso anonimo della vita diurna, quando si aveva a che fare con gente come Patrizia o come Giacomo, che ignoravano le regole, attaccavano briga e in generale si comportavano come volpi in un pollaio.
“Quindi è anche lei dell’orda del Quadrifoglio Nero.” La voce di Abel lo sottrasse alle sue divagazioni. Hal annuì, si ricordò che l’altro non poteva vederlo e rispose affermativamente.
“Per me quella non è nemmeno dei nostri.” La voce di Giacomo stavolta non vibrava dello scadente divertimento di quando pronunciava una facezia, ma era serissima, tanto che Abel si volse verso di lui. Un riflesso condizionato malgrado non potesse vedere l’interlocutore, pensò Hal.
“Certo che è dei nostri, me ne sono accorto subito, e anche lei. Non sembrava contenta, però: è stata bandita o roba del genere?”
“No – rispose Hal – è solo asociale, te l’ho detto. Sono in due, lei e il cugino, li si vede pochissimo, il cugino perché è sempre all’estero per i suoi affari, lei perché è fatta così. Niente di eccezionale.”
“Due cugini, eh? Una famiglia di Naturali, quindi. Ne ho conosciute diverse, però di solito succede tra fratelli. Questione di cromosomi, credo.”
“Sì, il loro caso è un po’ insolito. Anche qui nel Quadrifoglio Nero abbiamo dei fratelli, come i gemelli Ruggieri: li hai conosciuti ieri, giusto?”
“Quelli che gestiscono la palestra? Sì. Sono simpatici.” Abel bevve la sua birra e tacque, come se non gli interessasse continuare la conversazione. Evidentemente aveva solo voluto chiedere informazioni sull’incontro avuto con Duna e non gli importava del resto. Aveva raccontato ad Hal di provenire dalla Repubblica Ceca, ma su di sé non aveva aggiunto altro e Hal si era astenuto dal fargli domande. Era sempre un rischio. E comunque, Abel non era il tipo su cui si dovesse indagare: forse anche a causa della sua menomazione non dava alcun motivo di preoccupazione e se ne rimaneva tranquillo al banco, senza attaccare briga come talvolta facevano i nuovi. Ogni tanto Hal si chiedeva come potesse Cacciare, ed era curioso di vederlo all’opera, di lì a una decina di giorni.
“Una bottarella gliela darei a quella, però.” Giacomo, riconobbe Hal con rammarico, non rientrava nella ricercata categoria cui sembrava appartenere Abel, quella di chi stava zitto al momento opportuno. Un giorno si sarebbe attirato addosso i guai che andava ricercando da tanto tempo. “Begli occhioni e bel culetto…”
Ad Hal fu risparmiata la fatica di intimargli nuovamente di chiudere la bocca perché ‘begli occhioni e bel culetto’ stava entrando in quel preciso istante, con quella sua camminata leggera come se sfiorasse appena il pavimento, come se non volesse far sentire troppo di esserci. Vide Abel al banco e si diresse da quella parte senza esitazioni. Dietro di lei sgusciò il suo cane, che si distese accanto allo sgabello della sua padrona, dopo un’annusata d’ispezione alle gambe di Abel.
Come di consueto, Hal non accennò al fatto che erano passati mesi dalla sua ultima visita e non le chiese la ragione per cui si era finalmente degnata di farsi viva. Riteneva che la ragazza si dicesse ogni volta che era l’ultima, salvo poi dimenticarsi col tempo dei suoi propositi. Fa fatica ad accettarsi, per questo non riesce ad accettare noi…
“Ciao, Hal.” Gli disse, come se fosse stata lì solo il giorno prima, per poi volgersi subito verso quello nuovo. “Non mi ha seguita, alla fine. Era solo un balordo.” Gli disse. Hal non capì, ma Abel fece un cenno col capo, che probabilmente era accompagnato da un sorriso, sotto quel barbone nero.
“Meglio per lui, no?”
“Meglio per tutti.” Duna si volse di nuovo verso Hal e gli chiese un tè freddo, ma quasi prima che finisse di parlare la sua attenzione si spostò sul televisore. Le ballerine in lustrini erano scomparse e adesso una donna in tailleur parlava sullo sfondo del Tevere, grigio sporco contro un cielo estivo ed azzurro. “Il ritrovamento risale a stamattina, ma dallo stato dei cadaveri si ritiene che i due uomini siano morti da almeno tre giorni. La ASL ha diffuso un comunicato secondo il quale l’aggressione è avvenuta ad opera di almeno tre cani di grossa taglia, probabilmente incroci di pitbull…”
“E ti pareva se non erano pitbull.” Bofonchiò Duna bevendo metà del suo tè in un paio di sorsate. “Ogni volta che un cane morde è sempre un pitbull, anche se fosse un maremmano o un carlino…”
“Ti piacciono i cani?” chiese Abel. Domanda oziosa, visto l’animale che l’accompagnava dappertutto, e Duna alzò le spalle, senza curarsi che l’altro non potesse vederla.
“Ho un campo di addestramento.”
“E preferisci quindi che diano la colpa a uno dei nostri, piuttosto che a un paio di pitbull?” chiese ancora Abel.
Duna si irrigidì subito.
“E’ stato uno dell’orda…?” La sua espressione era di disgusto e Giacomo sbuffò. Hal si chiese chi dei due fosse peggio, se l’asociale o l’inopportuno.
“Ci sono altre possibilità, forse? – le rispose, perché anche Duna doveva essere informata: era suo diritto, in quanto appartenente all’orda, per quanto poco potesse piacerle l’idea – c’è una nuova che non ha ancora capito bene il concetto di discrezione, bisognerà ficcarglielo in testa… magari la conoscerai, stasera.”
“No, grazie.” Rispose la ragazza finendo il suo tè, e Hal ritenne preferibile cambiare argomento, prima che Giacomo avesse un’altra delle sue geniali uscite.
“Come sta Davide?”
“Non lo vedo da ieri, chissà dove s’è cacciato – Duna parve sollevata di poter parlare d’altro – sarà da qualche amica…”
“Eh, lui sì che si gode la vita – commentò Hal – Davide è il cugino di Duna.” Disse poi, a beneficio di Abel, anche se non desiderava coinvolgerlo troppo. Forse era una sua impressione, ma da quando Duna era entrata gli sembrava più teso, non in maniera ostile, piuttosto come se prestasse un’attenzione estrema… alla ragazza? Hal era sempre molto attento a tutto quel che riguardava l’orda. Forse sbagliava, forse Abel era semplicemente attratto da Duna, forse diffidava dopo aver sentito come ne avevano parlato… ma forse no. Era sempre meglio stare attenti. Almeno, lui doveva stare sempre attento. Era suo compito, dopotutto. Quello e tenere a posto le teste calde.
Oltre a combattere nelle ordalie, chiaramente, anche se erano passati anni dall’ultima volta che qualcuno era stato così stupido da sfidarlo.
“L’avevo intuito – Abel si tese leggermente verso la ragazza – mi dicevano che non vieni qui spesso. La tua presenza adesso è dovuta all’incontro di ieri?”
“Mi hai solo fatto venire in mente che mancavo da un po’.” Che avesse avuto anche lei l’impressione che Abel fosse troppo interessato, o soltanto che non volesse dare confidenza, Duna teneva le distanze. “Ma visto il casino che è successo – e accennò con la testa alla televisione – credo che me ne andrò presto.”
“Paura di incontrare una tanto forte?” Giacomo non deludeva mai, in tema di uscite infelici, e Hal fu intimamente grato che al bancone ci fossero i due individui più pacifici di tutta l’orda, o quelle sole parole sarebbero bastate a scatenare una rissa coi fiocchi. Aprì la bocca per dirgli di stare zitto, ma Duna lo precedette.
“Davvero una bella prova di forza, sbranare due barboni col fegato rovinato dall’antigelo, roba da medaglia d’oro, vero?”
Giacomo la fissò come si può guardare un topo con due teste. “Patrizia è una ragazzina e Hal non la fa ancora Cacciare, ma che pretendi? Per le prede decenti dovrà aspettare, ma è in gamba, se la caverà benissimo… e tu, ci verrai alla prossima Caccia?”
Gli occhi di Duna scintillarono in modo strano, allarmante, e prima di rendersene conto Hal si ritrovò ad intervenire.
“Giacomo, perché non te ne vai al tavolo coi tuoi compari? Visto che non stai consumando non serve che resti al bancone.”
“Io…”
“Forse non mi sono spiegato: sparisci.” Si erse in tutta la sua statura, sapendo di avere un aspetto impressionante, alto, massiccio, con la pelle nera come l’ebano sulla quale i denti bianchi spiccavano in maniera quasi innaturale. Giacomo si passò la lingua sulle labbra, lanciò un’ultima occhiata malevola a Duna e sgombrò il campo.
“Grazie.” Disse quest’ultima quando Giacomo si fu seduto dall’altra parte del locale, immergendosi all’istante in un dettagliato resoconto dell’accaduto. Sembrava non si fosse accorto della luce bruciante negli occhi della ragazza, ma era stato un attimo, meno di un battito di ciglia, un’espressione così fuggevole che Hal si chiese se non se l’era solo immaginata. Non andava bene che Duna guardasse così un compagno… Si accorse che anche Abel aveva seguito la scena con grande attenzione, ma non poteva aver visto proprio niente, e forse aveva solo avvertito una certa tensione nell’aria. Quella, non si poteva ignorare. Tra Duna e Giacomo non c’era mai stato un rapporto precisamente di affetto, sebbene non si fossero mai scontrati prima di quella sera: l’uno la considerava una sfigatella disadattata, l’altra lo riteneva un povero imbecille, Hal dava ragione ad entrambi. Ah, che meraviglia essere il capo. Tornò a spillare birre e distribuire tramezzini.
Mentre era impegnato a gestire la situazione al banco i clienti avevano continuato ad arrivare, e adesso riempivano il locale per oltre la metà, riunendosi in gruppi di amici. Alla fine rimasero isolati soltanto Abel e Duna, l’uno perché ancora non inserito, l’altra per scelta personale. Fu per questo motivo che, quando infine Patrizia fece il suo ingresso, Duna non la riconobbe e non se ne andò come si era proposta di fare: non la conosceva, e Abel non aveva ragione di informarla (anche se parecchio tempo dopo Hal sospettò che non avesse voluto informarla). La ragazza si accorse di lei soltanto quando se la ritrovò accanto a chiedere una coca e le dedicò niente più di una rapida occhiata prima di tornare al suo tè. Hal, dal canto suo, squadrò la nuova venuta da capo a piedi, prendendo nota degli striminziti short e della maglietta cortissima che lasciava scoperto l’ombelico, secondo i dettami della moda. Sembrava proprio che Patrizia non si rendesse ben conto di che quartiere era quello, era solo questione di tempo prima che avesse problemi con la gente del posto. Ed era giovane, troppo giovane per sapersi controllare abbastanza da portare le prede lontano da lì. Ecco un’altra ottima ragione per darle la lezione di cui aveva tanto bisogno: ci mancava solo di attirare l’attenzione mediatica sulla zona del Quadrifoglio Nero.
“Ciao.” Disse Patrizia all’indirizzo di Duna, la quale, non avendo ragione di ignorarla, rispose con un cenno del capo. “Sei nuova?”
Il sorriso di Duna diventò un po’ ironico. “Non proprio, ma mi faccio vedere poco. Credo sia tu quella nuova, tra noi.”
“Ah…” Patrizia sembrò spaesata: nella sua limitata esperienza di vita post Mutamento non aveva mai immaginato che qualcuno potesse andare al Quadrifoglio Nero men che ogni sera. “Beh, allora piacere, io mi chiamo…”
“Vuoi qualcosa da mangiare?” La interruppe Hal, colto da un impulso che non avrebbe saputo spiegarsi: desiderava mantenere un clima disteso adesso che Giacomo si era tolto dai piedi, e Duna non vi avrebbe contribuito, sapendo di avere davanti la responsabile di un atto che le aveva provocato tanto disgusto. Solo molto tempo dopo ammise (ma esclusivamente con se stesso) che, sul fondo delle sue acutissime percezioni, aveva avuto paura.
Era stato quello sguardo. Cupo. Feroce.
Non me lo sono immaginato.
“Ho già mangiato a casa.” Disse la ragazzina, scrutando Duna con grandi occhi curiosi. Quest’ultima le era più vicina per età di qualunque altro avventore presente in quel momento, e probabilmente doveva sembrarglielo ancora più di quanto fosse in realtà, visto che Duna mostrava meno dei suoi anni. Appena dodicenne, Patrizia era ancora abbastanza giovane da considerare l’età un fattore importante, se si voleva conoscere qualcuno.
“Quelli come noi non rifiutano mai un pasto – le disse Hal porgendole un paio di panini e un altro bicchiere di Coca Cola – non preoccuparti, non ingrasserai. Guarda Duna com’è in forma, e mangia più di un maiale da prosciutto!”
“Grazie, molto gentile.” Disse Duna in un tono volutamente gelido che fece ridacchiare Patrizia. Aspetta che siamo da soli e te la faccio passare io la voglia di ridere, pensò Hal.
“Quanti anni hai?” domandò ancora Patrizia, che sembrava aver deciso di fare amicizia con Duna. Quest’ultima sembrò rendersi conto che la ragazzina non si limitava ai convenevoli, ma voleva instaurare un rapporto più personale, e fu come se nella sua espressione si chiudesse una porta, con un tonfo che le trasparì chiaramente dalla voce, quando rispose: “Ventidue.”
“Cavoli, pensavo di meno! Io ne ho tredici… quasi tredici, vengo qui da due mesi, mi piace un sacco, com’è che tu non ti fai mai vedere? Voglio dire, qui si sta bene, in pace, no?”
Duna non rispose. Il galateo, nel Quadrifoglio Nero ancora più che nel mondo esterno, imponeva di smettere immediatamente di fare domande personali al minimo segno di reticenza da parte dell’interlocutore, perchè tutti i clienti del locale avevano luoghi oscuri, angoli personali che non intendevano condividere con nessuno, ma Patrizia non sembrava aver ancora captato la ferrea regola. Ripetè le domanda una seconda volta, ignorando la mano di Duna contratta sul bicchiere, lo sguardo che sfuggiva quello dell’interlocutrice, le braccia appoggiate di sghembo in modo da porre più distanza possibile tra loro. Sarebbe evidente anche per una preda, pensò Hal con un sospiro interiore, ma Patrizia ha il cervello annebbiato dalla sua nuova condizione. La sta praticamente implorando di mandarla a quel paese.
“Io sto in pace anche a casa mia.” Il tono di Duna era così scoraggiante che chiunque avrebbe desistito, tranne una ragazzina alle soglie dell’adolescenza avida di informazioni su quel mondo appena scoperto, avvincente come un bel film, adatto a lei come un vestito fatto su misura.
“Ah, davvero? Io a casa mia non resisto più di dieci minuti, appena mia madre esce infilo la porta anch’io, tanto basta che torni prima di lei… almeno fino a mezzanotte sono tranquilla. E tu, quando devi tornare…?”
Finalmente Duna si volse a guardare la sua interlocutrice, con quegli occhi grigioverdi che tanto piacevano a Giacomo, con un fondo più scuro, come la terra che si intravvede dietro le foglie di una pianta molto rigogliosa, e di nuovo Hal intervenne senza pensarci.
“Hai visto il telegiornale di oggi, Patrizia?” Di nuovo quel luccichio, quello sguardo di predatore furioso. Hal non si era mai accorto prima che Duna lanciasse segnali così eloquenti, così pericolosi. Sta arrivando al punto di rottura, pensò.
Abel grattò le orecchie di Tania e bevve un sorso di birra, ascoltando con attenzione.
“No, perché?” Patrizia era beatamente ignara della tensione che si andava accumulando. Ragazzini, pensò Hal. Se solo il Mutamento avvenisse qualche anno dopo, passata la pubertà, quanti guai ci risparmieremmo.
“Abbiamo sentito il telegiornale, prima che tu arrivassi. Cosa hai combinato?”
Patrizia arrossì leggermente, ma rispose in tono di sfida. “Niente di male: me l’hai detto tu che non c’è niente di male in…”
“Ti ho detto che non c’è niente di male quando succede. Non ricordo di averti detto che dovevi andartele a cercare, mi sembra.”
“Oh, ma che c’entra… tanto erano solo barboni…”
Duna fissò la ragazzina, perché aveva finalmente capito con chi aveva a che fare. Tirò fuori il portafogli e sbattè una banconota sul bancone. “Posso pagare, Hal? Vorrei andarmene.”
Fu completamente ignorata. Hal non aveva tempo per occuparsi anche di lei, ora che aveva innescato il processo. “Lo sai cosa rischi con queste bravate, eh? Lo sai che a Roma c’è il Vaticano? Quanto credi ci metteranno a capire che non sono stati dei cani randagi?”
Patrizia sembrò spaventata, ma si riprese subito. Hal non se ne stupì: a quell’età, appena imparato quel che si poteva fare, quel che si poteva diventare, ci si sentiva forti, invincibili. Riportare i novellini alla realtà era un compito monotono, difficile e sgradevole. Lo odiava. Lo faeva sentire una baby sitter, non un capo.
“Anche se lo capiscono, dov’è il problema? Non arriveranno mai a me…”
“Piccola stupida – le diede sulla voce Hal, che cominciava ad arrabbiarsi – tu non hai idea di dove sono capaci di arrivare, quelli! Senza contare che rischi di metterci in pericolo tutti! Almeno questo riesci a capirlo?”
L’espressione di Patrizia era chiusa e ostinata. Hal pensò che no, non riusciva a capirlo.
“Se ti prendono – le illustrò a denti stretti – ti faranno parlare. Se ti faranno parlare, parlerai di noi. E dimmi, allora cosa ci succederà, eh?”
Patrizia arrossì violentemente. Per un momento Hal si illuse che la ragione fosse che aveva capito il pasticcio combinato, ma quando parlò di nuovo, fu chiaro che era semplicemente infuriata. “Ah, ecco… non te ne frega niente di me, ti preoccupi soltanto che non crei problemi a voialtri. Mi pareva strano… mica t’importa sapere perché l’ho fatto!”
Cominciava ad alzare la voce e la gente nel locale iniziava a guardarli. Sapevano tutti cosa stava succedendo, sapevano perché succedeva e sapevano come sarebbe finita, e le conversazioni sparse si placarono man mano che i partecipanti spostavano l’attenzione sulla scena che stava avvenendo al banco. Duna dovette decidere che aveva visto abbastanza, perché lasciò lì la banconota e fece per andarsene, seguita dal suo cane.
Fu allora che Patrizia commise l’errore fatale. Si volse di scatto verso Duna, riversandole addosso la sua rabbia. L’unica attenuante che Hal potè in seguito concederle fu che nemmeno lui aveva immaginato come si sarebbero svolti i fatti, di lì a poco.
“Neanche a te ne frega un cazzo, vero? Te ne scappi perché hai paura di far brutta figura col capo, vero?” La voce di Patrizia era stridula, più una goffa richiesta di aiuto e man forte che un’accusa, ma Duna non aveva mai dato aiuto e man forte a nessuno, in quel locale, di certo non per ragioni come quelle che avevano ficcato Patrizia in un simile situazione, e non avrebbe cominciato adesso. Hal lo sapeva come sapeva di essere stato adottato quando era ancora in fasce, nel Malawi, e di farsi chiamare con quel diminutivo americanizzato perché detestava il suo vero nome, Alassanne.
“Che non me ne frega un cazzo è vero – rispose Duna lentamente, come parlando a una ritardata – e per far brutta figura col capo bisogna comportarsi come te, non come me. Hai fatto una stronzata, prendine atto e la prossima volta impara a controllarti. Fine.”
Dovevo essere io a dirlo, pensò Hal, ma si astenne dall’intervenire perché si rese conto che Duna era arrabbiata, si controllava a stento. Parte sicuramente derivava dal fatto che la ragazza mal sopportava azioni come quelle di Patrizia, ma Hal era sicuro che dipendesse soprattutto dal fatto che non tollerava un simile atteggiamento da parte di quella ragazzina insolente, tanto più giovane di lei, un cucciolo che ringhiava ai membri più anziani per tentare la scalata gerarchica e riuscire a imporsi su qualcuno. Patrizia era l’ultimo membro del branco, mentre la posizione di Duna non era mai stata chiara, e sembrava proprio fosse arrivato il momento del confronto. Era una di quelle situazioni che non andavano interrotte.
Hal notò che Abel aveva infilato le dita sotto il collare di Tania e la teneva saldamente, anche se il cane non dava segno di volersi avventare, non era mai irrequieto, lì nel Quadrifoglio Nero: si limitava a guardare la sua padrona, con le orecchie ritte e l’espressione attenta. Un’attenzione che si rifletteva sul volto di Abel, tanto che né la menomazione né la barba potevano più nasconderla, ormai.
Il contrasto tra la voce di Duna, secca e controllata, e quella di Patrizia, alta e furiosa, fu evidente non appena questa riprese a parlare. Ormai tutti nel locale li stavano osservando.
“Ma chi ti credi di essere! Tu non sei nemmeno il capo, e mi fai la predica così! Oppure te la fai con lui?” Additò Hal, il quale, dopo un attimo di sbalordimento, colse gli sguardi divertiti degli astanti e dovette a sua volta trattenere una risata: il dramma che diventava farsa, la ragazzina che parlava senza neanche sapere cosa diceva. Duna non fu pronta come lui e ridacchiò, anche se in maniera molto sommessa, cosa di cui la vanità di Hal le fu profondamente grata. Probabilmente fu questo a far infuriare ancora di più Patrizia, che scoprì i denti come un cane che ringhia e quasi gridò: “Fai la predica come se fossi il capo ma al primo guaio te ne scappi, eh? Non hai nemmeno l’accento romano! Da dove vieni?”
“Dal nord – rispose Duna – il resto non ti riguarda.”
“Cos’è, ti hanno cacciata via da là perché hai fatto qualche cavolata, del tipo che mandavi a monte le Cacce perché te la facevi sotto, o…”
Uno sgabello finì urtato e cadde a terra mentre Duna scattava verso la ragazzina, a una velocità tale che Hal quasi non la vide: si accorse solo che sollevò Patrizia di peso come un cucciolo disobbediente e la sbattè sul ripiano di pietra del piano bar, con un tonfo sordo che le fece uscire il fiato in un singulto. Patrizia si ribellò scalciando e cercando di graffiarla, ma Duna le premette l’avambraccio sulla gola, e la ragazzina dovette sospendere l’offensiva in cambio di una lotta per respirare.
Gli astanti osservavano la scena, fermi e quasi solenni.
“Due soli consigli, mocciosa rompipalle – disse Duna, con una voce così serena che non sembrava stesse trattenendo a forza qualcuno – primo, ascolta quello che ti dice Hal come fosse Vangelo se vuoi campare, e secondo, non fare mai domande o insinuazioni a chi può farti volare la testa dal collo. Hai capito?”
Patrizia aveva assunto un’intensa tonalità color prugna, al cui confronto i rossori di poco prima sembravano macchie stinte, ma riuscì ancora a farsi uscire di bocca qualcosa che somigliava a uno “…stronza…” soffocato dai colpi di tosse. Duna premette un po’ di più l’avambraccio.
“Hai capito?”
Patrizia le graffiò una mano, profondamente, facendone spillare il sangue. Una goccia scivolò lentamente lungo il dorso e Hal vide Duna seguirne il tragitto, affascinata. Gli parve quasi di leggerle nel pensiero: tanto rotonda, scura, perfetta…
“Basta così, Duna.” Hal ebbe l’impressione che la sua voce dovesse attraversare una grande distanza, tanto sconfinata da perdersi prima di arrivare alla ragazza, e lei non l’ascoltò nemmeno. La vide spostare lo sguardo dalla goccia di sangue alla gola della ragazzina, che pulsava all’impazzata cercando di pompare ossigeno al cervello, liscia e tenera, pulita e invitante…
“Duna, lasciala andare.” Hal non alzò la voce, non lo faceva praticamente mai, ma il tono era adesso inequivocabilmente minaccioso e parve finalmente raggiungere la ragazza, che trasalì bruscamente. Alzò la testa come se si svegliasse da un sogno, incontrando lo sguardo di Hal, l’ordine espresso che gli scintillava negli occhi, un ordine a cui non si poteva opporre. Indietreggiò lasciando libera Patrizia, che cominciò a tossire furiosamente tenendosi il collo, ancora paonazza in faccia. Ebbe un paio di conati, ma miracolosamente riuscì a non vomitare e restò lì a gemere per il male.
Duna si lasciò cadere su una sedia, l’aria talmente scossa da far pensare ad Hal che era il momento di farle quel discorsetto a lungo rimandato. Anche se aveva risolto la situazione in maniera più che egregia, tanto che erano in parecchi a lanciarle sguardi di ammirata approvazione, il modo in cui aveva guardato Patrizia mentre la tratteneva a forza, come se fosse in Caccia, era innammissibile nel Quadrifoglio Nero. No, di più, è innaturale… sta forzando la sua natura oltre ogni limite, così non può andare avanti. Sono stato anche troppo comprensivo con lei, è ora di mettere un punto, prima che succeda qualcosa di veramente serio. Devo pensare all’orda.
Aiutò Patrizia a tirarsi su, le diede un bicchiere d’acqua e le disse di tornare a sedersi, buona e tranquilla, prima che succedesse di peggio. Gli spettatori si rilassarono e tornarono alle loro occupazioni, bere e discutere, e nessuno si curò più di quel che succedeva al banco. Le gerarchie erano stato chiarite, lo screzio si era concluso e nessuno aveva niente da dire al riguardo. Per il momento, pensò Hal guardando Duna, ma adesso sanno che sa essere forte, se vuole, e alla prima parola sbagliata dovrà di nuovo farsi valere. La domanda è: sa quando deve fermarsi, se c’è da reagire?
Hal aveva una gran paura che la risposta fosse no.
Dopotutto, se era piena di rabbia verso la sua natura doveva esserlo anche verso quella dei propri simili.
Lasciato libero da Abel, il cane andò da Duna e le posò la testa sulle ginocchia, scuotendola dal suo torpore e facendola alzare. Si avviò verso l’uscita, senza salutare nessuno, e Hal decise di muoversi. “Tu, un’altra stronzata come quella coi barboni e ti spezzo in due, capito? E non rompere più le palle a nessuno, qui dentro.” disse duramente a Patrizia, la quale annuì quasi con umiltà continuando a massaggiarsi il collo, sul quale l’indomani avrebbe avuto un bel souvenir, viola contornato di giallo. E le era andata già bene così, considerò Hal uscendo dal locale nel vicolo sudicio, chiudendosi la porta alle spalle. Sentendo i passi sulla scala di ferro che saliva a livello della strada, Duna si volse.
“Avanti, torna dentro – la invitò, sapendo benissimo che lei non l’avrebbe mai fatto – non è successo niente.”
“Ho aggredito una ragazzina di dodici anni e dici che non è niente?”
“Patrizia aveva bisogno di una lezione – rispose Hal con indifferenza – ed è meglio che sia stata tu, piuttosto che uno degli altri.”
“Ah, grazie di avermi usata per dare una lezione alla novellina. Potevi farlo tu, sei pur sempre il capo, no? A me interessa solo stare tranquilla.” Disse lei, in tono bellicoso. Hal lo ignorò.
“Sì, tu cerchi sempre di stare tranquilla… ma stasera non è andata così, eh?” La guardò con occhi penetranti, quasi cercasse di vedere i suoi pensieri, anziché la sua figura. Duna spostò il peso da un piede all’altro. Sembrava a disagio. “Sei molto forte, sai, non lo credevo: non si direbbe, a guardarti.”
“Sarebbe un complimento?”
“Sicuro. Non dico a qualcuno che è forte così alla leggera.”
Duna non lo ringraziò. “Se non c’è altro, me ne stavo andando…”
“Per la verità ci sarebbe qualcos’altro.” Le si avvicinò azzerando la distanza tra loro e Duna si innervos