Primo tentativo di una storia non Buffyana e con ambientazione palesemente fantastica-magica.
Tutta colpa dello stupido test sulle Mary Sue di qualche tempo fa e di Silea. Soprattutto, è colpa di Silea. Prendetevela con lei.
Non ho la più pallida idea se qualcuno qui sa cos’è Kingdom Hearts. In realtà non lo so nemmeno io. E' un videogioco a cui non ho mai giocato e non ho intenzione di giocare. Quello che ne so è perché ho letto notizie tutte in inglese, quindi non so niente di come è stato tradotto in Italia. Il che vuol dire che nelle traduzioni dei nomi e dei termini ho inventato di sana pianta.
Se lo conoscete, capirete la storia. Se no e vi interessa, fate come me e cercate un po’ in giro. E’ troppo lunga e complicata per spiegare.
Tanto per far ridere qualcuno, sappiate che fra i protagonisti del gioco ci sono i personaggi di Walt Disney. Paperino, Topolino, Pippo, la Sirenetta…
Exuviae
Le cose delle quali l'una può essere sostituita dall'altra mantenendone intatta la verità, sono le stesse.
Principio di identità degli indiscernibili, Gottfried Wilhelm Leibniz
* * * * * * * * * * *
io?
Sogna i Mondi.
Mondi di notte perenne e mondi sempre in bilico sull’istante del tramonto.
Sogna città.
Strane città immerse nel buio e il ronzio di luci al neon che lampeggiano parole aliene nella pioggia.
Sogna mari neri e oleosi e lune a forma di cuore.
Sogna tempeste elettriche e fiori e fuoco e ombre.
io
Sogna persone. Soprattutto, sogna persone.
Sogna i colori che portano nei loro occhi e quando si sveglia, quando cammina per le strade della città e lavora e parla con amici e conoscenti, quando vive la vita sonnacchiosa dell’isola, continua a cercare quei colori e non li ritrova mai e la sua esistenza è diventata monocromatica.
io sono
I
“Chi sono, io?”
La voce è una lama di rasoio coperta di seta.
E’ stata la prima cosa di cui l’uomo ha avuto consapevolezza appena ripresi i sensi, a parte il dolore.
La prima cosa che invece ha visto è stato il keyblade conficcato nella sabbia.
C’è sangue sull’arma. Schizzi di sangue ovunque, soprattutto sulla lama laterale. Sangue e grumi di materia scura, troppo densa per essere sangue.
“Chi sono?”
Per l’uomo ferito, respirare è diventato un impegno consapevole. Il suo corpo vorrebbe ingozzarsi di aria, ma non può. Se lascia che il respiro segua il suo corso automatico, è come se qualcosa gli stesse frugando nel torace con un attizzatoio arroventato. Così, deve coscientemente controllare il ritmo respiratorio e regolare l’afflusso d’aria nei polmoni.
E’ atroce, ma l’alternativa è una sofferenza anche più atroce.
“Chi sono?”
Inspira, espira.
Non troppo veloce, non troppo lento.
Non troppo avido, non troppo limitato.
Un’azione volontaria, anche se non tanto da poterla interrompere.
“Dimmi chi sono.”
Colui che lo ha colpito è ancora lì, inginocchiato sulla spiaggia, a un paio di metri da lui. Tiene una mano in grembo e l’altra appoggiata all’arma piantata a terra.
Lo osserva. E ripete sempre la stessa domanda.
“Chi sono, io?”
All’inizio, quella voce è stata solo un suono che ha interrotto il silenzio e il rumore delle onde e il bizzarro gorgoglio che l’uomo sente nel suo torace.
Però il suono ha acquisito un frammento di significato a ogni volta che si è ripetuto, fino a quando non si è composto in una domanda.
“Chi sono?”
Espira. Inspira.
“Chi sono?”
“Sora.” risponde, alla fine.
“Come mi chiamo?”
“Sora.”
Inspira. Espira.
“Il mio nome.”
“Sora.”
“Dillo.”
Stavolta, l’uomo si rifiuta di rispondere.
E’ stanco e parlare è uno sforzo immane e c’è altro che ha attirato la sua attenzione.
“Chi sono?”
Il keyblade. Uno dei grumi di materia nerastra di cui è imbrattato sta scivolando lungo una delle punte della lama laterale. Si lascia dietro una traccia sanguinosa sul metallo chiaro. Si lascia dietro anche qualche minuscolo frammento di sé stesso.
Ricorda lo strisciare di una lumaca con la sua scia di bava.
Espira. Inspira.
“Chi sono?”
“Sora.”
Ecco. Adesso il grumo ha raggiunto l’estremità inferiore della lama.
Si ferma.
Tremola un poco e si gonfia. Continua ad avere quell’aspetto di mollusco grasso e strisciante. Un mollusco che esita prima del salto.
Quando diventa troppo pesante perché l’adesività riesca a contrastare la gravità, il grumo cade e va ad aggiungersi a quelli che l’hanno preceduto.
Tutta la sabbia sotto il keyblade è impregnata di chiazze di un limo nerastro simile a bitume.
Sta guardando qualcosa che fino a pochi minuti prima era dentro al suo torace diventare parte della spiaggia.
Inspira…
“Chi sono, io?”
Espira…
“Roxas…”
“Ciao, Riku.”
* * * * * * *
Sora lo ha chiamato al mattino presto, dicendogli di correre da lui. La voce monotona e priva di inflessione e talmente poco da Sora da spaventare Riku.
La porta d’ingresso della casa dell’amico è aperta. Come in tutte le case dell’isola, se non del pianeta.
Tutte, tranne in quella di Riku. Lui non ci riesce proprio.
Vero che in questa particolare casa vivono due portatori di keyblade. Più che dei padroni, ci si dovrebbe preoccupare della salute di chiunque cerchi di introdursi senza invito.
Anche l’interno buio non è sorprendente. Su quell’isola tropicale, in piena estate, la luce è talmente intensa da fare male. Ma se il resto dell’abitazione è solo scura, la camera da letto è talmente buia che persino lui, la cui visione notturna può fare invidia a un felino, non è in grado di vedere altro che sagome indistinte. Sora e Kairi devono avere sigillato la stanza contro ogni possibile fonte di luce.
Dovrebbe attingere a quell’altro modo di vedere. Quello che non dipende dagli occhi corporei.
Suo malgrado, Riku si ritrova a sospirare di sollievo.
C’è una parte di lui (No. Una parte dentro di lui) che anela sempre all’oscurità, persino a un’oscurità inerte e puramente fisica come quella.
La temperature è piacevolmente fresca, quasi fredda a paragone del caldo torrido esterno, e si sente il lieve ronzio del climatizzatore.
C’è odore di sesso, pungente e pesante.
La cosa dentro di lui comincia a cantare lietamente, beandosi del buio che permea l’ambiente, e inizia a risvegliare i sensi necessari a navigare nelle tenebre, assopiti dalla luce.
Un altro odore.
Uno sottilmente, fastidiosamente familiare.
Uno di cui non vuole scoprire l’origine.
I profili e le forme cominciano a definirsi.
Stizzosamente, Riku spalanca tende e imposte e lascia riversare la luce del sole nella stanza. La cosa dentro di lui ruggisce furibonda e si ritira ringhiando e brontolando e borbottando.
Riku la ricaccia nel profondo della sua psiche.
(Fottiti, Xehanort. E sta’ zitto)
E’ stato un po’ insano da parte sua avere dato un nome all’Oscurità che controlla (Che vuole controllarmi!), dopo che Xehanort, lo Xehanort individuo, è svanito. Ma se le dà un nome, se continua a credere che, in qualche modo, un frammento del mostro è sopravvissuto, può quasi convincersi che quello che prova, quello che gli fa bramare certe cose, quel secondo modo di pensare e agire che talvolta salta fuori, parallelo al suo normale modo di pensare e agire, non è un aspetto della sua personalità che viene nascosta e frustrata giorno dopo giorno, non è lui, ma il risultato una volontà estranea.
E poi trova ironico pensare al travolgente, astuto e sarcastico demone come a qualcosa di talmente debole da essere dominato e ridotto al silenzio con tanta facilità.
La luce lo acceca molto più di quanto non ha fatto il buio. Riku deve aspettare diversi minuti prima che la vista gli si accomodi e riesca a distinguere qualcosa.
La scena che si presenta ai suoi occhi, i suoi occhi umani, i soli con cui vuole vedere, è scioccante.
Kairi è immobile nel letto, sdraiata su un fianco, un braccio sotto il cuscino e l’altro piegato davanti a lei.
Morta.
La pelle è grigiastra e le labbra secche, ma nessuna espressione di sofferenza o paura o sorpresa.
E’ solo morta.
Sora è seduto su quello stesso letto, al lato opposto del cadavere della moglie
Testa bassa, gomiti appoggiati alle ginocchia, volto fra le mani.
Che strano effetto è quello della luce sui capelli di Sora. Anni di sole e salsedine hanno dilavato lo scialbo castano del giovane in biondo, ma Riku non si è mai reso conto che è un colore così acceso, così puro. Così metallico.
Gli si inginocchia di fronte, gli prende le mani e gliele scosta dal volto. Vuole guardarlo bene, in faccia, negli occhi.
“Cosa è successo?” chiede.
(Kairi è morta, idiota. Ecco cosa è successo. Mortamortamortamortamortamortamort…)
Ha una gran voglia di urlare, ma qualcuno deve pur mantenere la calma.
(Guarda che qui sono tutti calmissimi. I viventi, perlomeno)
Sora non piange. Non ha neppure una vera espressione.
Se ne sta solo fermo.
“Non lo so. Mi sono svegliato e lei no.”
(No. Tutti sotto shock, non calmi. E’ diverso)
Riku sospira e inizia a compilare un elenco mentale di quello che deve fare.
Chiamare la polizia, chiamare i medici, chiamare i genitori di Kairi, quelli di Sora…
Sono davvero tante, le cose da fare.
* * * * * * *
Il ragazzo è assiderato e fradicio per il viaggio fatto attraverso la strada dell’ombra, priva di calore, e poi il mondo nero, battuto dalla pioggia. E’ immobile sul divano dove è stato deposto, nudo sotto la coperta in cui qualcuno si è preso il disturbo di avvolgerlo.
Dodici figure scure lo circondano come una spettrale veglia funebre. Uguali in quei paludamenti neri e lunghi che nascondono tutto.
Ma si abbassano i cappucci e sotto quegli abiti lugubri e identici ci sono volti e occhi e capelli che sono le tavolozze cromatiche di una mezza dozzina di mondi diversi.
Un bambino?!
Muto?
Afasico?
Sordo?
Cieco?
Demente?
Inutile!
Sono cauti nell’avvicinarlo.
Non sanno quali siano i suoi poteri e hanno avuto esperienze sufficientemente dolorose e sconvolgenti da avere imparato la prudenza.
Il comportamento dei nuovi arrivati è del tutto imprevedibile.
Possono essere razionali e lucidi, oppure rivoltarsi come tigri furibonde, masse di zanne, artigli sguainati e muscoli guizzanti, o cercare di scappare, o giacere paralizzati mentre l’organismo cerca di assestarsi nella nuova condizione, o raggomitolarsi in un angolo a tremare e urlare o, peggio di tutto, provocare perturbazioni caotiche negli elementi che dominano.
E’ difficile pensare a qualcosa di peggio di quello che è riuscito a fare un terrorizzato e inconsapevole manipolatore del tempo, ma un evento è impossibile fino a quando non capita. Anche se nessuno prima d’ora è mai stato così completamente passivo, al punto di non essersi mosso né avere avuta la minima reazione da quando è stato trovato, nessuno sa come sia e di cosa sia capace un nuovo Nobody fino a quando non lo mostra con le sue azioni.
L’esteriore fragilità fisica non è un argomento sufficiente a ritenerlo innocuo.
Un uomo con occhi di giada e nebbia è il primo a tentare la fortuna.
Soffia impercettibilmente sul volto del ragazzo e sulla pelle si forma la brina. Lui rabbrividisce e starnutisce debolmente.
“Perlomeno, possiede un certo grado di sensibilità tattile.”
Un altro uomo, il volto sfregiato e privo di un occhio, tocca con un dito il viso del ragazzino.
“E’ molto giovane. Non abbiamo mai trovato nessuno così giovane. Forse questa è la causa del suo stato.”
“Fino a quando non completo l’analisi dello spostamento dello spettro energetico e gli esami genetici non posso dire a quale mondo e specie appartenga, quindi qualsiasi illazione in merito alla sua età non ha senso. Per quel che ne sappiamo, potrebbe anche essere adulto o appartenere a una specie neotenica.”
“Ma la maggior parte delle razze umanoidi cresce allo stesso ritmo e presenta le stesse caratteristiche infantili. Se davvero è un bambino, che razza di bambino è così forte da sopravvivere alla perdita del cuore e farlo senza degenerare?”
“Ha mantenuto forma umana, però non è detto che sia riuscito a mantenere integro anche il complesso mentale.”
Prima che l’altro uomo possa replicare, il ragazzino balza in piedi. Intorno alle sue mani, spire e volute di luce liquida si condensano e in un attimo lui stringe due complesse e bizzarre armi. Sembrano ibridi fra spade, asce e chiavi, con una lama principale filigranata e scolpita ed estroflessioni laterali puntute e multiple.
Nera l’una, bianca l’altra, ma comprendono anche i colori delle aurore boreali.
Sono ipnotiche per i presenti.
Emettono un canto pieno di malignità, una vibrazione che entra in risonanza con la loro frequenza vitale, che cerca di spezzarli come il suono può spezzare il cristallo.
Minacciano, rendono consapevoli della loro esistenza. Avvertono che sono lì per loro, fatte per quelli come loro, fatte per disfare il groviglio di volontà indomabile che li tiene in vita. Che sono più forti di loro.
I dodici esseri sono inorriditi.
Quelle cose possono squarciare le loro carni come le carni di qualsiasi creatura materiale e sono mortali per loro come per qualsiasi essere completo.
Forse anche di più.
Il ragazzo falcia un doppio colpo verso quelli che gli stanno più vicini, e nessuno di loro è sufficientemente lontano o veloce per salvarsi.
Una scarica elettrica lo colpisce prima che possa completare l’arco dei fendenti.
La donna si è mossa nell’attimo stesso in cui si è mosso il ragazzino, ma poiché i suoi riflessi sono molto più rapidi e la sua accelerazione di gran lunga superiore, ha terminato l’azione prima di lui, tirandosi indietro e scagliandoli addosso il fulmine.
Il ragazzo barcolla e viene investito dal fronte d’onda del potere rilasciato dal solo altro abbastanza veloce da reagire al suo assalto, a una frazione di secondo dietro la donna.
Il mondo del ragazzo si disfa.
Onde di sinestesi vanno a cortocircuitare i suoi sensi. Le percezioni si rimescolano l’una con l’altra. Odori e suoni prendono il posto delle figure e le figure dipingono i rumori.
La realtà si liquefa, cerca di ritrovare una forma coerente, fallisce e ricomincia a cercare, assumendo forme nuove e distorte, diverse da quelle a cui è destinata. Alcune immagini si moltiplicano, altre si contraggono e spariscono. Tutto quello che deve essere si scompone e ricompone alterato di tutte le caratteristiche proprie.
Il ragazzo lascia cadere le armi e si copre occhi e orecchie, nel tentativo di ripararsi dalle onde frangenti di quella realtà fluida. Ma quel potere colpisce direttamente i centri cerebrali di elaborazione sensoriale senza passare attraverso le terminazioni nervose e non c’è modo di isolarsi. Si raggomitola a terra e si stringe in sé stesso, mentre la sua ombra gli si arrampica addosso e cerca di divorarlo.
Finalmente la sua mente cede e lui resta immobile e in silenzio, così come è stato in silenzio fin dall’inizio.
Il responsabile di tutto non ha battuto ciglio durante il suo attacco mentale. Se ne è rimasto in disparte, un po’ lontano dagli altri, circondato da ombre che nessun corpo solido proietta, con i capelli grigioazzurri che gli pendono sul volto e quasi lo nascondono.
Adesso si dirige verso il ragazzo caduto, gli si inginocchia accanto e si toglie i guanti, scoprendo mani bianche come porcellana, e senza gentilezza né particolare rudezza prende il ragazzo fra le braccia. Gli passa una mano sulla pelle, fra i capelli, lo tocca, lo fiuta, lo lecca.
Non esita neanche un istante prima di fare lo stesso con le due strane spade.
Vuole raccogliere il maggior numero di dati e vuole farlo il più rapidamente possibile, perché quelle cose possono svanire in ogni istante, come fanno sempre le loro armi, e già cominciano a brillare e diventare inconsistenti.
Rilevate dei suoi sensi acutissimi, un flusso di informazioni gli si riversa nella mente, viene processato, elaborato e archiviato in attesa di un uso futuro.
Forma, dimensioni, massa, odore, temperatura, sapore…
Ogni dato serve. Ogni dato è importante quanto gli altri.
Il suo potere gli permette di tessere illusioni che agiscono su ogni senso. Illusioni di quello che riesce a immaginare e di quello che conosce. Una volta o l’altra potrebbe dover replicare il ragazzo o le sue armi e più informazioni è in grado di raccogliere, più l’illusione sarà realistica.
Potenzialmente, se conoscesse tutti i dati di quello che simula, l’illusione sarebbe realtà. Purtroppo, finora l’indeterminazione è stata un ostacolo insormontabile, ma questo non gli impedisce di tentare di raggiungere quel risultato.
Le armi svaniscono, ma lui continua la sua opera sul ragazzo e intanto, mentre questo è incosciente e le sue difese abbassate, ne invade la mente inerme e la esplora.
Alla fine, l’uomo dai capelli grigioazzurri è soddisfatto. Abbandona a terra il ragazzo e si rialza.
“Non ha premeditato l’attacco.” dice, mentre si reinfila i guanti.
“Niente?” chiede l’uomo con gli occhi verdi, lo stesso che per primo ha toccato il ragazzino.
“No. Non fino al momento in cui ha attaccato. Non ho potuto prevedere la sua reazione perché non c’è stata anticipazione nell’azione. Neppure un’anticipazione inconscia. Apparentemente, sembra addirittura che non ci sia stata elaborazione encefalica. E’ stato molto più simile a un arco riflesso che a un comportamento complesso. Comunque, non è cieco, né sordo, né catatonico. E’ amnesiaco.”
This message has been edited by solichan on Apr 27, 2007 11:20 PM This message has been edited by solichan on Mar 29, 2007 11:38 PM
Non lo troveranno. Non in tempi brevi, almeno.
Questa è la sua spiaggia, il suo approdo privato. L’ha comprata per tenerci le imbarcazioni e perché sia un rifugio, non per intrattenere ospiti. Non invita mai nessuno e nessuno osa avvicinarlo tranne Sora e Kairi e anche loro di rado. Non ha mai capito se per fastidio o per rispettare il suo desiderio di solitudine.
Nessuno, quindi, sorprenderà Roxas nella sua opera omicida.
O, almeno, Riku spera che a nessuno venga in mente di venire qui proprio oggi.
Ancora adesso ha incubi su quello che può fare un singolo Nobody superiore d’alto rango alle sue vittime.
Forse Roxas non è mai stato molto creativo nell’uso dei suoi poteri, non come alcuni fra i suoi simili, ma potrebbe estinguere l’intera popolazione dell’isola senza neppure cominciare ad avere il fiato corto.
Riku non prova grande trasporto per i suoi conterranei, ma non ha nessuna voglia di vederli preda del mostro. Anche se la cosa, ormai, non lo riguarda. Roxas farà degli abitanti dell’isola, e poi dell’arcipelago, e poi del mondo, quello che vorrà.
Riku non ha più potere né voce in capitolo.
Si sente…
Frizzare
Svaporare
Disperdere
Svanire
Morire
Tentacoli, volute e spire di Oscurità si intrecciano a formare polmoni e un sistema respiratorio fittizio per sostituire quello sfondato.
Con maggior sforzo, si plasmano in neuroni, si diramano in assoni e dendriti, allacciano e riconnettono sinapsi virtuali.
Fili di Oscurità si tendono e si aggrappano alle estremità dei nervi tranciati e li riuniscono con un ponte neurale.
Suo malgrado, Riku urla quando fitte di dolore che provengono da quelle parti del suo corpo che dovrebbero (che bella parola, dovrebbero) essere isolate riescono a superare l’abisso del suo sistema nervoso reciso e a raggiungere la coscienza.
Ma il tentativo dell’Oscurità di ricostruirgli un corpo efficiente è fallito in partenza.
Quegli organi sostitutivi nascono già avvelenati del keyblade e si sarebbero corrosi in breve tempo senza risanarlo.
Roxas ha un’espressione di blanda curiosità. Sa benissimo cosa sta accadendo.
I Nobody sono creature dal Crepuscolo. Non appartengono né all’Oscurità né alla Luce, sono rifiutati dall’una e dall’altra, ma possiedono potere su entrambe. Roxas può vedere il processo chiaramente come vede la sabbia, il mare e le palme. Meglio, probabilmente.
Riku lo ha riconosciuto l’istante stesso in cui lo ha visto.
Anche se lo ha chiamato e ha continuato a chiamarlo Sora, sperando che questo bastasse a negare la sua esistenza.
Anche se si sono incontrati oltre dodici anni prima e allora Roxas era solo un ragazzino.
Anche se non ha più pensato a lui.
A parte l’insignificante particolare del suo assassinio (vuole credere che Sora non avrebbe mai fatto una cosa simile, nonostante un suggerimento ricevuto tempo prima che non è mai stato davvero dimenticato), ci sono differenze evidenti fra i due.
In realtà non si somigliano molto, anche se i loro volti sono l’uno la copia dell’altro ed è difficile dire dove differiscono, eccetto quel particolare così evidente dei capelli color oro vecchio di Roxas. I singoli lineamenti sono pressoché uguali. Nell’insieme, il risultato è del tutto diverso.
Il viso sarebbe quello di Sora se solo Sora fosse ridisegnato da un artista neoclassico. C’è qualcosa di troppo perfetto e senza tempo nell’aspetto di Roxas, quella perfezione così tipica dei Nobody, non importa quale età mostrano o quante cicatrici portano sul corpo. Roxas sta a Sora come Xemnas stava a Xehanort.
Gli occhi, più di tutto, sono diversi.
Occhi troppo brillanti, troppo fissi, senza esitazione, senza fremiti.
Occhi del colore dell’oceano illuminato dal sole.
Però è cambiato dal Roxas che conosceva. I Nobody non invecchiano, ma questo Nobody ha trascorso dodici anni come parte di un essere completo e adesso di fronte a Riku non c’è un ragazzino, ma un uomo adulto.
Dubita molto che la cosa lo abbia reso più trattabile.
E’ stato cauto e prudente, Roxas. Di una cautela inutile, perché nello stesso momento in cui sono stati Roxas contro Riku, Riku è stato spacciato ed è abbastanza onesto con sé stesso da ammetterlo.
Non esiste potere che gli avrebbe permesso di sconfiggere Roxas, a meno che non avesse voluto farsi possedere ancora da Xehanort. E quello lo avrebbe escluso anche se il vecchio demone non fosse mortosvanitosvaporato o qualsiasi altra cosa facciano i demoni una volta fatti fuori. Quando non decidono di fare una visita inaspettata a un vecchio amico, naturalmente.
A meno che non avesse voluto usare ancora il potere dell’Oscurità. E questo lo avrebbe invece più che considerato. Peccato solo che non usa quel potere da oltre dieci anni e manipolare le Forze è sì una faccenda di essere, ma è anche una scienza applicata e un esercizio. Dopo un decennio di inattività, gli sono rimaste quelle doti inestricabilmente connesse al suo organismo, come vedere al buio, ma se si fosse messo una benda per camminare con l’Oscurità avrebbe finito solo per inciampare nei suoi piedi e correre sulle pareti verticali di un grattacielo è qualcosa assolutamente da escludere.
Combattere contro un guerriero Nobody (contro Roxas, nientedimeno) rientra nei reami dell’impossibile.
Non può ragionevolmente pretendere che sarebbe riuscito a ritrovare l’antica abilità in quella frazione di frazione di frazione di secondo passata tra l’essersi accorto di una presenza alle sue spalle e il momento in cui il keyblade lo ha praticamente tagliato in due.
A ogni modo, Roxas non si è annunciato. Si è materializzato e lo ha colpito alla schiena.
La lama laterale del keyblade si è incassata profondamente nella sua spina dorsale, separando vertebre e fibre nervose. Mentre cadeva, un secondo colpo lo ha preso al petto e ha mandato in briciole il torace.
Fine della storia.
(Sora. Maledetto te e le tue paure… Maledetto me per averti ascoltato…)
Forse non è giusto e i rimpianti sono inutili, ma al momento non si sente molto giusto e i rimpianti sono la sola cosa che gli restano, a parte osservare l’essere che lo ha assassinato e tremare all’idea che sia di nuovo sguinzagliato per i Mondi.
Per adesso, il mostro ha la placida serenità di un arcangelo di pietra. Non ha pronunciato parola da quando Riku si è rassegnato a riconoscerlo. Appare trasognato, quasi.
“Non mi uccidi?”
“Ti ho ucciso.” mormora Roxas in tono lievemente sorpreso, come offeso all’idea che Riku possa anche solo sospettare che proprio lui, il perfetto Nobody, non porti a termine una missione omicida una volta deciso di intraprenderla.
(Non vantarti troppo, ragazzo d’oro. Già una volta non sei stato abbastanza pronto a eliminarmi)
Già, ma quella volta, tanto per cominciare, Roxas non aveva intenzione di ucciderlo. Era stato attaccato e aveva solo cercato di difendersi.
Adesso, invece, è stato lui a cominciare la caccia, quindi la finirà. Quelli della sua stirpe portano sempre a termine quel che decidono di fare, qualunque cosa sia, e non li si può convincere, pregare, impietosire, suggestionare, sottomettere. Per fermarli, bisogna ucciderli.
E’ stata la prima lezione che gli ha impartito DiZ, quella.
I Nobody sono incarnazioni della volontà ed è solo la volontà che li tiene in essere.
Però Roxas ha ragione e lui non si sente in grado di contestarne l’affermazione, neppure per illudersi.
Ha visto e causato troppi morti per non sapere che niente lo salverà.
Se fosse umano, il primo fendente lo avrebbe tranciato in due e il secondo sarebbe stato solo una ridondanza inutile, ma Riku non è umano da un pezzo. Non del tutto, perlomeno.
Proprio l’Oscurità, che gli dona una forza sorprendente, fornisce ai keyblade il terreno per agire con la loro magia oltre che con le lame fisiche. Al tempo stesso, la sua fondamentale umanità rallenta ma non interrompe l’azione delle armi.
Che fortuna.
Certo, Roxas potrebbe decidere di dargli il colpo di grazia e mettere fine alla sua agonia fin troppo consapevole, ma non è detto che una cosa simile funzionerebbe.
Se anche se lo facesse a pezzi e dividesse il suo corpo in frammenti, forse l’Oscurità manterrebbe viva la sua coscienza fino a quando non avrebbe più potuto contrastare l’effetto del keyblade.
Immagina che è questo il motivo per cui il giovane è qui a fargli la guardia. Assicurarsi che muoia, anche se il processo dovesse metterci ore.
Oppure non ha altro da fare.
Cerca di non pensare alla faccenda dell’essere fatto a pezzi. Roxas potrebbe leggergli nella mente e considerarlo un suggerimento.
“Sei già morto, Riku. Il tuo corpo deve solo rendersene conto.” esita un attimo, prima di continuare “Stai tranquillo. Per te non durerà sei giorni.”
Solo Riku ormai è in grado di afferrare la malignità e l’amarezza di quella frase.
E’ la cosa più simile a un’emozione esplicita ottenuta finora dal Nobody. E’ una affermazione di odio puro. Una dichiarazione di guerra.
Spera solo che non sia una sentenza di morte per i Mondi.
Per creature che si suppone essere prive di emozioni, i Nobody sono passionali in modo inquietante. Perseguono i loro scopi con mezzi esclusivamente razionali e cerebrali, ma lo scopo può essere benissimo di origine emotiva. Anzi, si può dire che agiscano solo per soddisfare necessità di tipo emotivo. Ragione, intelletto e concentrazione assoluta applicati al solo fine di esaudire passioni egocentriche.
Riku li ha visti distruggere universi per nostalgia. Cosa potrebbero fare per rabbia, è qualcosa che non vuole neppure considerare.
* * * * * * *
Il funerale è finito e se ne sono andati tutti, eccetto lui e Sora
Kairi è stata sepolta su una collina affacciata sull’oceano, un luogo dove soffia sempre il vento.
Un bel posto. Per quello che adesso può servire o importare a Kairi.
Ma è il modo di fare dell’isola, questo. A vivere in un luogo simile, gli abitanti hanno sviluppato la passione per il panorama. Tutto deve essere perfetto, scenografico, spettacolare. Tutto deve essere fissato nell’inquadrature giusta. Tutto deve essere ricondotto alla giusta estetica.
E’ il modo di fare di tutto questo mondo.
Un mondo troppo stretto.
Il pianeta è quasi completamente ricoperto dagli oceani. La terraferma è rappresentata solo da arcipelaghi di piccole isole, tutte confinate nella fascia temperata e tropicale. Molte delle isole non sono che scogli disabitati. C’è una sola cultura ed è anche troppo.
La razza umana non è neppure autoctona del pianeta. Gli abitanti possono dire o pensare quello che vogliono. Non c’è spazio né condizioni sufficienti perché si siano evoluti esseri come gli umani, né ci sono mai stati neppure in altre epoche.
L’umanità è arrivata da qualche mondo o qualche dimensione diversi. Forse come naufraghi o fuggiaschi, come la stessa Kairi. O come turisti, magari. Quella dei turisti sembra a Riku l’ipotesi più probabile. Un gruppo di facoltosi e ben equipaggiati turisti spaziali. Questo può spiegare l’alto livello tecnologico della loro civiltà, la mancanza di progresso che sembra caratterizzarli da che la loro storia ha memoria e li ha congelati in un’eterna scampagnata, la sonnacchiosa soddisfazione che permea i suoi conterranei e l’indulgere pigro e superficiale all’aspetto scenografico della vita, quella cosa a cui nessuno dà vera importanza, ma a cui nessuno vuole rinunciare.
Devono avere cercato attentamente per trovare un posto adatto all’ultimo riposo della principessa venuta dal cielo, l’eroina delle guerre dei keyblade. E chissà come ne romanzeranno la storia quando la racconteranno.
Tra una o due generazioni, della vita di Kairi, quella vera, non resterà traccia.
Probabilmente seppelliranno qui anche loro due, lui e Sora. Sora nel punto più assolato e illuminato e lui in quello più scuro e all’ombra, nell’appropriata rappresentazione simbolica delle loro esistenze.
Quando arriverà il loro momento.
Il più tardi possibile, grazie.
O forse lo faranno solo con Sora. Deve ammettere che lui, come Eroe, è un po’ improbabile. E’ un po’ improbabile per qualsiasi definizione, a meno che non ci si voglia riferire a lui come al semi-Heartless addomesticato di Sora.
Per quanto ne sa, una volta morto potrebbe benissimo svaporarsi in nebbia nera.
Riku comincia a sentirsi morboso. Anche più del solito.
Il cuore di Kairi ha ceduto, è quello che hanno diagnosticato medici e taumaturghi.
Il suo fisico è stato troppo provato negli anni in cui lei ha combattuto nelle guerre, hanno detto.
Ne ha passate troppo. La perdita del Cuore, la ricombinazione con Naminé, l’uso del keyblade, che si nutre della vita del portatore, i residui energetici accumulati con i viaggi tra i Mondi.
E’ l’altra faccia della medaglia, quella. Il corpo umano non è fatto per incanalare quelle Forze senza danno, a meno di non essere un individuo particolare, come lui o Sora. Lasciare scorrere in sé simili energie non è diverso che lavorare con elementi radioattivi o tossici.
Kairi aveva un cuore possente, più di quello di chiunque, ma nel fisico non è mai stata molto forte.
Sora è in piedi di fronte alla neo tomba, perfetta icona del vedovo in lutto. Non c'è traccia di sudore sull'abito nero.
Riku ha voglia di togliersi la giacca e infilarsi in un paio di calzoni corti o in un costume da bagno. Il caldo è tale da fondere le pietre, oggi. Nemmeno il vento lo rende tollerabile. Sente quasi la pelle friggere.
Si sfrega lievemente le tempie. Gli fanno male. Colpa degli occhiali da sole. Dove le stanghette si appoggiano alle orecchie, partono fitte di dolore che poco per volte si sono diffuse all’intera testa.
Li toglie un attimo e, con una bestemmia sottovoce, li rimette subito, mezzo accecato dalla luce.
Se mai avesse bisogno di un’ulteriore riprova al fatto che la sua razza non è originaria di questo mondo, gli basterebbe guardarsi allo specchio. E’ del tutto privo di difese biologiche contro le condizioni ambientali del pianeta e, pur con la variabilità individuale, gli altri abitanti dell’isola non sono diversi da lui. Occhi chiari, pelle priva di pigmentazione, scarsa capacità di termoregolazione alle alte temperature. La loro intera specie non è adatta a un mondo inondato di radiazione solare, luce e caldo.
I suoi pensieri se ne stanno andando per i fatti loro. Non starebbe dissertando con sé stesso sull’evoluzione umana, altrimenti.
E’ che non sa cosa dire o cosa fare. La morte di Kairi è qualcosa che si è trovato spesso a considerare probabile. In certe occasioni anche molto probabile. Proprio come la morte di Sora e la sua stessa morte, ma, di sicuro, non ha mai pensato a lei stroncata dalle coronarie a ventotto anni. Non dopo essere sopravvissuta alle guerre e a Saix.
Magari è quello che vuole pensare per non ricordare che è stato lui a darle il keyblade.
“Se hai bisogno di qualcosa…” comincia Riku, giusto per rompere il silenzio.
“No. Va tutto bene.” ribatte seccamente Sora.
Riku non insiste.
Si avvicina di qualche passo alla parete della collina che scende a picco verso un mare blu scuro con chiazze bianche di schiuma.
Conosce la spiaggia che sovrasta.
E’ proprio lì che, anni prima, lui, Kairi e Sora si recavano spesso quando il sole non era ancora spuntato, rubavano il motoscafo a qualcuno dei residenti (e questa era sempre un’idea di Riku) e lo portavano fuori dalla baia, in mare aperto, per spingerlo alla massima velocità e gridare pazzamente e gareggiare con i pesci volanti che fuoriuscivano dall’acqua come stormi di uccelli iridescenti, alterando la superficie specchiante del mare all’alba.
E poi si immergevano in apnea, facendo a chi riusciva a restare più sotto e andare più in profondità. Ed era sempre Kairi quella che vinceva ed emergeva stringendo una conchiglia piatta delle sabbie per provare che era arrivata fino al fondo, e li sfidava a batterla, se ci riuscivano, e si reimmergeva subito, come fosse un delfino, uno di quei delfini maculati che ogni tanto si avvicinano alla riva.
Erano lui e Kairi che guidavano. Erano lui e Kairi i primi a lanciarsi nelle nuove imprese, i primi a tentare. E Sora dietro a loro. C’era sempre qualcosa a frenarlo, qualcosa che non gli permetteva di trasformare quello che avrebbe potuto fare, in quello che voleva fare.
Eppure, Sora è il ragazzo che si è lanciato fra i Mondi armato di speranza, sacro fuoco di giustizia e una chiave gigante. Non era il coraggio che gli mancava, quando erano bambini. Era la motivazione.
Ma c’erano loro due, per quello.
La loro infanzia è stata bella. Ne ha buoni ricordi. Adesso riesce a considerare buone anche le liti.
Ma qualcosa è andato male, a un certo punto. Qualcosa si è rotto e, anche dopo averlo aggiustato, le linee di frattura sono sempre state lì, pronte a spezzarsi di nuovo alla minima tensione.
Il suo legame con l’Oscurità. Quella cosa che Sora è sempre stato incapace di dimenticare e perdonare, non importa quanto si sia sforzato.
Man mano che ha imparato cos’è l’Oscurità, Riku ha cominciato anche a capire che in essa non c’è nulla di male e nulla di bene, se non che è una delle forze costituenti l’universo senza la quale niente potrebbe esistere, almeno non nella forma attuale, quindi si può definire una cosa buona, ma questo è il solo significato morale che le si può attribuire. A essa e a tutte le altre Forze.
Lui è solo nato capace di manipolarla e questo non lo rende necessariamente un mostro, non se decide di non esserlo.
Se invece che in un’isola persa nel nulla fosse nato in un mondo come Radiant Garden, avrebbe potuto studiare e diventare un grande mago o un grande accademico. Sarebbe stato aiutato e seguito. Gli avrebbero insegnato come usare le sue capacità.
O sarebbe stato annegato alla nascita. I manipolatori di Oscurità si portano addosso le stimmate del male su molti mondi.
Tutto questo Sora non è mai riuscito a capirlo. E’ sempre stato sicuro che l’Oscurità sia qualcosa di intrinsecamente malvagio e, alla fine, anche Riku si è convinto delle sue ragioni. Così, ha deciso di negare la propria natura e ha passato l’ultimo decennio cercando di liberarsi per quanto possibile dell’Oscurità e di qualsiasi cosa lo leghi a essa.
O forse non ne è mai stato davvero convinto e lo ha fatto per quieto vivere.
Vuole solo pensare di non averlo fatto per una specie di assurdo e autolesionistico sistema per fare ammenda dei suoi peccati.
Ma l’Oscurità fa parte di lui e non può strapparsela di dosso ed è solo riuscito a non essere più capace di usare proficuamente i suoi doni.
Come un uomo nato con le capacità di un atleta che smette di fare esercizio, i suoi muscoli si sono atrofizzati.
La cosa ironica è che Sora non lo ha mai accusato per quello che ha fatto come seguace della Strega o per avere aperto la porta delle tenebre sull’isola. Non gli ha mai fatto pesare le vite perse a causa delle sue azioni. Ma non accetta il suo legame con l’Oscurità. Non accetta che Riku cerchi di considerarla parte normale della sua vita. Fino a che la combatte, va bene, anche se poi finisce per cedere, ma non deve fare compromessi. Non deve vedere in essa nulla di meno che negativo.
Ma non può incolpare solo Sora per quello che è capitato. Lui ha fatto la sua parte. Fosse solo che è stata una sua decisione quella di accettare una tale restrizione.
Adesso si ritrova qui e non riesce neppure a dire qualcosa al suo migliore amico riguardo alla morte della moglie, che è stata, incidentalmente, la sua seconda migliore amica, ex amante, ex alleata nelle guerre, ex avversaria, ex un sacco di cose.
Irrispettoso o no, Riku deve togliersi la giacca e slacciare i primi bottoni della camicia a collo alto, o corre il rischio di sciogliersi.
Sotto di lui, le onde appaiono immobili, come se l’oceano fosse pietrificato. Solo quando fissa lo sguardo su una delle creste di schiuma e la osserva a lungo senza distogliere l’attenzione, riesce a cogliere il suo lento avanzare.
Non si è mai accorto che l’altezza crei simili strane distorsioni sensoriali. E’ un po’ come se, da un punto di osservazione tanto lontano, lui non faccia parte della stessa sequenza temporale del mare.
Qualche volta, sogna che le navi atterrino di nuovo.
Qualche volta, sogna altri esseri, forme che suscitano risa o disgusto, ma sempre, sempre meraviglia.
Non vuole credere di sognare che si frantumino ancora i muri fra i Mondi.
Non lo fai?!
Di certo, ogni tanto sogna di poter riaprire i corridoi delle ombre.
Facile, no?
Tocca una superficie. Si può fare anche nell’aria o in un liquido, ma a contatto con un solido è più semplice. Un solido a reticolo cristallino è il meglio di tutto.
Ora devi risolvere una certa equazione a molte incognite (e devi farlo a mente), fino a che non c’è uguaglianza fra la materia sotto le dita e il pensiero. Adesso che sono in fase, puoi vedere la disposizione atomica.
Centra e zooma l’immagine.
Gli atomi sono formati da elementi costitutivi, che sono a loro volta formati da altri elementi costitutivi. Se riesci ad aumentare l’ingrandimento a sufficienza ti accorgi che, alla fine, tutto si riconduce a filamenti di cinque elementi fondamentali (e i loro contrari). E’ un po’ come guardare un giornale. Se ti avvicini abbastanza, ti accorgi che quelle che a distanza sembrano immagini e scritte sono in realtà una miriade di minuscoli puntini di pochi colori base.
Bene, a questo punto cerca di guardare fra i puntini. Bisogna focalizzare bene la vista, per questo, ma si può fare e quando ci riesci… sorpresa! Tra un puntino e l’altro ecco apparire la matrice grigio-nera. Il luogo che sta dietro agli universi. Il teatro che contiene il palcoscenico dove c’è la rappresentazione.
Se sei così in gamba da essere arrivato sin qui, allora lo sei per intrufolare una sottile sonda di pensiero fra i puntini e toccare la matrice, e usare questo filo di pensiero come leva per allargare il passaggio (e niente paura se compaiono spirali, fumo e volute nere. Sono tutte lagne che fa l’universo), per attraversarlo e ritrovarsi al di là. Dietro al palcoscenico.
I Nobody, con il loro straniante senso dell’umorismo e la mania per i nomi altisonanti e vagamente poetici, lo chiamano, o meglio, lo chiamavano, Il Mondo in Mezzo e Altrove. Un po’ eccessivo, sicuro, visto che non è un mondo, non sta in mezzo a niente e altrove a nulla, semmai il contrario, e questo lo hanno scoperto proprio i Nobody. Ma, in fin dei conti, i Nobody sono stati i primi esseri senzienti a conoscerlo, a studiarlo così approfonditamente e adoperarlo così estensivamente. Era un po’ in loro diritto dargli nome. Anche un nome tanto ridicolo e fuorviante.
Adesso che sei di là viene la cosa difficile. Davvero difficile. No, non sopravvivere. Strano a dirsi, ma ci si sopravvive benissimo, freddo permettendo. Il difficile è arrivare da qualche parte.
Non ci sono veri sistemi di riferimento. Hai un punto di partenza, si presume che tu ne abbia uno di arrivo. Devi tracciare una rotta che unisca i due punti, e devi farlo senza compasso, senza astrolabio, senza sestante, senza GPS, senza nessun sistema di navigazione tranne il tuo cervello, e senza nessun modo di rappresentarla in concreto. Devi disegnare la mappa giusta, devi riuscire a immaginarla nei minimi dettagli, fino a quando non la vedi come se fosse solida e presente, ed è qui il problema, perché nessuno ha abbastanza concentrazione da fare una cosa simile. Proprio nessuno. Infatti i Nobody potevano perché la loro capacità di concentrazione era pressoché infinita. Perché ci riuscivano gli Heartless, che, salvo un’eccezione o forse due avevano le capacità intellettive di una larva di zanzara, solo i cieli lo sanno.
Quando hai la rotta, devi calcolare il vettore e seguirlo. Senza mai distrarti, neppure una frazione di istante, o ti perderai nelle nebbie.
Se ci riesci, allora vuol dire che puoi camminare lungo i sentieri dell’ombra e navigare fra i Mondi senza bisogno delle navi. Come i Nobody. Come gli Heartless.
Tutto qui.
Facile.
Peccato che gli esseri umani e in generale tutti gli esseri completi non possono farlo.
Peccato che tu, Riku, sei stato capace di farlo.
Il che lascia sgradevoli quesiti sull’umanità. Nello specifico, sulla tua umanità.
Ma era esaltante poterlo fare.
Oh, quanto esaltante.
Essere liberi.
Ma i Mondi sono di nuovo sigillati e i viaggi finiti. Sei qui, Riku. Qui resterai. Qui morirai. Esiliato dietro la porta chiusa.
I viaggi sono finiti.
La libertà è costata il caos.
Valeva la pena?
Il caos per la libertà.
“C’è odore di tempesta.” mormora Sora “Non uscire in mare, oggi.”
Riku cerca di liberarsi dall’ottundente presenza della Luce che satura tutto il loro mondo. E’ un po’ come cercare di vedere attraverso una garza fitta. Persino Sora tiene una mano a schermargli occhi.
Non c’è traccia di nubi, ma Sora ha ragione. Il vento è quello che porta cattivo tempo.
I Mondi per la libertà.
Valeva la pena?
Riku si avvicina ancor più al limite dello strapiombo, fino a essere direttamente affacciato sul vuoto. Qualche ciottolo scivola sotto le suole e cade oltre il ciglio.
Senza troppa convinzione, ma anche senza fare resistenza, si fruga nella mente e cerca di ritrovarne la chiarezza.
Così, giusto per vedere se ci riesce ancora.
La chiarezza che ordina il pensiero.
Il pensiero che risolve la formula.
La formula che apre la porta.
La porta che permette la fuga.
Dall’isola. Dalla gabbia.
“Riku…”
C’è un lieve tono di avvertimento nella voce di Sora e Riku si allontana dal precipizio. Però il monito non si riferisce a quello. E’ stato più come un tirare di redini. Leggero, impietoso e inflessibile.
Gli occhi di Sora sono del colore del mare in inverno. Più grigio che blu.
Da sotto la superficie che è l’Uomo, affiora il Custode del keyblade.
Riku rabbrividisce nel caldo e nella luce.
Migliaia, milioni di vite per la libertà.
Valeva la pena?
“Non ho sentito i bollettini nautici, ma credo ci vorrà almeno ancora un altro giorno.” risponde Riku, con lo stesso tono neutro dell’altro.
Sora gli ha voltato le spalle. Adesso lo ignora completamente.
E’ diventato un po’ strano dopo i loro viaggi e/o conseguente salvataggio dei mondi conosciuti e svariate dimensioni del tutto ignote. Ogni tanto, fissa le cose come se non fosse troppo sicuro della loro vera natura. Ogni tanto, scoppia a ridere quando non c’è proprio nessuna ragione per farlo, oppure resta imbambolato e impassibile in mezzo all’allegria generale.
E, ogni tanto, osserva le persone come se studiasse il punto migliore dove colpire.
Riku ha la sensazione che a Sora manchi un nemico da distruggere.
Insomma, Sora è bravo, buono e bello, ma non è mai stato precisamente l’Eroe Riluttante. Non è come se non ci provasse gusto a squartare Heartless e Nobody, soprattutto quelli sospettosamente simili a gente.
Ma chi fra loro non è diventato un po’ strano?
E’ sicuro che qualche volta anche lui si è messo a urlare ‘Oscurità’ come il fantasma demente di Xehanort.
Valeva la pena?
“Sora, mi chiami. Per qualsiasi cosa, tu mi chiami.”
Sora ha già cominciato a scendere il sentiero che porta giù dalla collina e non gli risponde.
Vale la pena?
Xehanort ridacchia e fa un commento non proprio educato all’indirizzo della sua onestà intellettuale.
* * * * * * *
E’ il capodanno del pianeta capitale di quel sistema solare e il mondo è in festa.
Le strade della città sono piene di musica e di gente con maschere nere e dorate e lunghi nastri di seta ai polsi e intorno alla fronte.
I palazzi filigranati sono decorati di veli e ghirlande di fiori e fragili navi con polene di vetro soffiato e quarzo solcano i canali dove sono stati riversati quantità di organismi bioluminescenti che accendono le acque di flussi variopinti.
Lui è bellissimo e lei lo nota subito con quei suoi strani abiti. Cammina per le strade apparentemente senza meta, coperto di pelle nera dalla testa ai piedi invece che delle vesti sciolte e variopinte portati quasi da tutti.
Forse un marinaio sbarcato da poco, che non ha avuto modo di trovare un costume adatto.
Oppure un alieno. Uno di quelli che talvolta lasciano le sedi diplomatiche e le visite ufficiali per avventurarsi nelle vie della città e osservare stupefatti il loro mondo. Uno di quelli che provengono dagli altri piani della realtà e che non sempre hanno aspetto umano.
Se è davvero alieno, questo è umano abbastanza.
I suoi occhi sono azzurri e verdi e grigi e così trasparenti che sembra ci si possa immergere e scendere di strato in strato e non raggiungere mai il fondo. Hanno il colore dei laghi sotto il sole dell’estate e dei torrenti dopo il disgelo e, se si guarda bene, ci sono bagliori argentati e dorati, proprio come il riverbero della luna e del sole sull’acqua.
Le vengono in mente tutte quelle stupide metafore dozzinali e non capisce da dove saltino fuori, e se ne vergogna, perché è una ragazza moderna e le ragazze moderne non pensano e non dicono, soprattutto non dicono, simili imbarazzanti sciocchezze. Così, gli dice solo che è bellissimo, anche se dentro di sé continua a pensare a torrenti e a laghi.
Lui ride e le mormora all’orecchio.
La sua voce ha il suono delle onde e delle gocce di rugiada che cadono dalle foglie.
Camminano su strade lastricate dove ogni piastrella porta impresso un diverso simbolo araldico, lungo le rive di pietra scolpita dei canali. Le tiene la mano con dita guantate e le trattiene lo sguardo con il sorriso.
Adesso sono qui, sotto un pergolato di cristallo, le colonne ricoperte da rampicanti dalle foglie rosse e lui la sta baciando.
La sua bocca ha il sapore dell’acqua ghiacciata.
E poi cominciano a ballare, al ritmo della musica che riempie le strade.
Lei è ubriaca.
Ubriaca di vino e suono quel tanto che basta a cancellare anche la fragile diffidenza della sua gente. Abbastanza da seguire e baciare e ballare con un uomo senza nome.
Ma il giovane è troppo veloce e c’è forza nel suo abbraccio. Quel genere di forza opposta che si subisce quando si nuota in una leggera corrente contraria. Quella forza che non si avverte sino a quando non si cerca di fermarsi, e allora ci si rende conto che la corrente non lascia andare, che contrastarla è molto più difficile del previsto.
Un velo di sudore copre uniformemente la pelle della ragazza.
“Basta…” esclama ridacchiando.
Lui non si ferma. Anzi, aumenta la velocità e il ritmo. La donna incespica, cerca di svincolarsi e non riesce.
Una fitta di dolore, contemporanea e in tutto il corpo. Come se ogni singola cellula fosse stata punta da un ago elettrico.
Lei sbarra gli occhi ed emette un grido di sorpresa.
In un istante, il sudore diventa copioso al punto da inzupparle gli abiti.
Non sono soli. Due figure si sono materializzate in cima a due delle colonne.
La ragazza incespica, spaventata dalla loro presenza inaspettata.
Spaventata dalla loro comparsa, perché fino a qualche secondo prima non c’erano e non è possibile che si siano arrampicati fin lì senza che lei se ne sia accorta. Anzi, non è proprio possibile che si siano arrampicati e se ne stiano lì. La cima di quelle colonne rastremate ha un diametro troppo piccolo perché due persone ci si stia sopra così tranquillamente.
Spaventata che siano qui, con gli stessi strani abiti neri del suo accompagnatore.
Riesce a guardarli bene per un attimo e si accorge che sono antitetici nel loro aspetto.
Uno è un ragazzino biondo, rigidamente eretto in piedi, con le mani dietro la schiena. L’altro un uomo massiccio, acquattato sulla colonna come il doccione di una cattedrale. Ha qualcosa di belluino nella posa e nell’aspetto, ma gli occhi viola brillano di una lucida intelligenza esclusivamente razionale.
Il giovane ride mentre stringe la ragazza per le mani e la fa girare intorno a sé. Il sudore comincia a gocciolare a terra.
La fitta di dolore si ripete e questa volta non si interrompe.
Ci sono anche altre presenze insieme a loro, ombre pallide e oscillanti dalle proporzioni grottesche. Sono comparse un po’ dovunque nello spazio sotto il pergolato e fra le colonne e continuano a comparire.
Ad un tratto è ferma e libera. Le è permesso cadere a terra. Le è permesso tremare e piangere.
Però le lacrime sul suo volto si stanno prosciugando. Si prosciugano le lacrime non ancora versate.
Sono mostri, quegli esseri. Cose orribili, bianche come larve o fiori cresciuti al buio.
E ondeggiano.
Avrebbero quasi forma umana, se gli umani fossero deformati da un incubo.
Ondeggiano.
Arti gracili e disossati e punte uncinate al posto delle mani.
Ondeggiano.
Teste enormi occupate solo da bocche smisurate.
Ondeggiano, ondeggiano, ondeggiano.
Un moto perpetuo e nauseante.
Cerca di urlare, ma dalla gole le esce solo un gemito prolungato.
Il dolore è una pulsazione lenta e continua e in crescendo, ogni picco più alto del precedente.
Ogni ombra di ebbrezza è stata spazzata via. Non è mai stata così lucida e non ne capisce la ragione. Il dolore dovrebbe stordirla, dovrebbe gettarla in un panico demente, non acuire i suoi pensieri.
Le sue mani sono viscide. Le guarda e si accorge che sono fradice. Le sfrega sui vestiti per asciugarle, ma sono di nuovo subito bagnate.
Il bambino la osserva con occhi che sembrano pezzi di vetro blu, troppo grandi per il suo volto.
Non c’è crudeltà sul quel volto, non c’è divertimento, né interesse, né compassione. Se non fosse per i suoi pochi, apatici movimenti, se non fosse per i suoi colori così vivi e luminosi, sembrerebbe una statua di cera. O un cadavere.
Rivoli d’acqua escono dalla bocca e dal naso e dai pori della ragazza, la pelle ribolle. E’ scossa da un tremito convulso e picchia la nuca contro terra. Il suono lamentoso che emette si scioglie in un gorgogliare luttuoso.
Lei si sta dividendo in due.
Sta per nascere un suo doppleganger. Riesce quasi a vederlo. E’ una seconda immagine gelatinosa e fluida che si sovrappone al corpo di carne e diventa più definita di secondo in secondo. Un doppione fatto di acqua che smania di svincolarsi dalle catene della solidità.
Tira, strattona, lacera, strappa.
Non ha mai provato tanto male. E’ sicura che ogni cellula del suo corpo si stia gonfiando sino al punto di rottura.
Il dolore è qualcosa che aiuta il clone a liberarsi, che lo spinge fuori, che lo concretizza, che lo rende più forte di lei e lo aiuta a venire al mondo.
Quando sente che il suo essere è proprio sul punto di scindersi, il mostruoso travaglio si blocca.
Il dolore è congelato nel momento del suo massimo picco. I fluidi del suo corpo vibrano in uno stato di indeterminatezza. La mente si sta per liquefare.
L’uomo sulla colonna si sporge verso di lei. E’ incredibile come riesca a non cadere a terra da una posizione così squilibrata e precaria.
I suoi strani e lunghi capelli neri sono agitati dal vento. Solo che non c’è vento, neppure un alito.
Adesso lei sa che sono davvero alieni e che non fanno parte di una delegazione diplomatica.
Da qualche anno, arrivano voci e racconti da altre dimensioni. Voci di mostri neri e bianchi. Voci di mondi morti e dissolti.
Quando le voci sono diventate più consistenti, il governo ha deciso di costituire una forze di difesa.
Ma è un mondo di pace, questo, un mondo dove la violenza è sconosciuta. Non è un popolo di combattenti e le voci provenienti dalle altre dimensioni non bastano a cambiare una realtà radicata da generazioni.
E qui ci sono mostri bianchi e mostri neri.
Il ragazzino biondo ha il suo sguardo inumano fisso su un punto dello spazio.
All’improvviso, alza una mano in un gesto imperioso. Subito, lui e l’uomo con gli occhi viola svaniscono in una nebbia nera e tentacolare. Gli esseri bianchi li imitano e spariscono uno dopo l’altro.
Lei è di nuovo sola con il giovane che l’ha attirata in questa trappola.
Ha sempre creduto che, in qualche modo, i mostri rivelino la loro natura nell’aspetto. Non che siano necessariamente orribili o repellenti, ma che abbiano comunque qualcosa che li tradisca. Uno sguardo freddo, sinistro. Un sorriso ambiguo. Un’impressione di minaccia. Qualcosa del genere, almeno.
Qualcosa che può anche essere affascinante, ma in modo distorto.
Non è affatto vero. Certi mostri sono invitanti come la superficie di un mare sereno.
Il giovane libera la donna da quella situazione di stasi in cui è bloccata e tutta l’acqua fuoriesce di scatto dal suo corpo, separata dalle altre componenti.
Gli occhi si prosciugano. I bulbi oculari implodono in polvere, la pelle si asciuga e si crepa, le labbra si ritirano e i denti cadono dalle gengive disseccate. Il sangue si polverizza, si spaccano le membrane cellulari.
La ragazza si scioglie in qualche decina di litri d’acqua.
Lo spazio si rompe. Dalle brecce, sciami di creature nere si rovesciano come sangue da una ferita.
L’agonia di un unico essere è stato il loro faro guida per questo mondo.
Mentre si allontana dai pochi chili di materia disidratata rimasti a terra, l’assassino canta con la voce della pioggia. Sul lastricato scolpito della piazza, una pozza liquida danza in una parodia di vita, prima di scivolare e defluire nei canali.
Poco per volta, la musica in città è sostituita da urla.
This message has been edited by solichan on Apr 27, 2007 11:22 PM
Ascolta il rumore.
Il crepitare degli incendi.
Il fragore di passi in corsa.
La cacofonia di metallo su metallo, metallo su pietra, metallo su carne.
Sopra a tutto, le urla, che annegano ogni altro suono.
Ascolta le urla.
Non è niente più di un’operazione di routine, tanto semplice che insieme a Roxas c’è solo un altro neofita, uno dei più giovani e meno bellicosi. Non sa combattere, ma sa pensare e, in caso di necessità, potrebbe elaborare piani e strategie in un istante, anche se nessuno si aspetta problemi. E’ un mondo a limitato sviluppo tecnologico e metapsichico, questo. Non possiedono armi in grado di costituire un pericolo.
La razza dominante è rappresentata solo dal ceppo umano più comune fra i Mondi, ma le condizioni ambientali l’hanno frammentata. Deserti, alte montagne, scarse vie di comunicazione come mari e fiumi agibili dividono le popolazioni. In altri tempi le condizioni sono state diverse e hanno permesso la dispersione della specie che si è poi trovata in ambienti dissimili, molto competitivi e isolati l’uno dall’altro. L’isolamento riproduttivo, la deriva genetica e la selezione hanno fatto evolvere un gran numero di sottospecie omogenee. E’ possibile che in questa variabilità siano comparsi caratteri di un certo interesse o di una qualche utilità.
Non ci sono altre specie senzienti.
Anche le culture sono microcosmi senza scambi l’uno con l’altra e non hanno ancora raggiunto un grado di tecnologia che permetta loro di superare con efficacia gli ostacoli naturali. Solo sulle coste dei mari tropicali qualche città stato ha cominciato ad ampliare i propri confini.
Le risorse geologiche utili sono presenti, ma scarse.
Nell’insieme, è un mondo moderatamente interessante. Sono molti i mondi simili a questo, negli universi.
Fondamentalmente, è solo un serbatoio di Cuori.
Per giorni e giorni i due Nobody hanno controllato l’estrazione delle poche risorse metallurgiche ed elementari e hanno catturato esemplari per gli scienziati. Una volta finita quella fase, hanno dato via all’invasione e hanno fatto cadere un’area dopo l’altra.
La città che è il loro attuale obiettivo è arroccata come il nido di un’aquila sugli altopiani di montagne altissime, ma la posizione strategica e le mura di basalto che nella storia l’hanno protetta dagli assalti dei vicini non sono servite contro un nemico che ignora lo spazio.
Alcune case sono state incendiate nella confusione e fiocchi di cenere svolazzano nell’aria secca e rarefatta. Una conseguenza inevitabile al fatto che gran parte degli edifici è costruito in legno.
Gli abitanti hanno tutti occhi e capelli di un verde scuro e pelli color mattone, adattate a proteggerli dei violenti raggi solari dell’alta montagna.
In mezzo a loro, l’aspetto di Roxas e del suo compagno afferma ‘Alieni’ ad alta voce. E chissà quale sarebbe stata la reazione di quella gente non abituata alla moltitudine di colori e forme degli abitanti dei Mondi.
Ma i due non si sono mostrati apertamente e ora non ha più importanza.
I nativi fuggono dagli Heartless sciamanti e la loro sola occupazione al momento è urlare, piangere o morire.
Qualche individuo è riuscito a superare il trauma di vedere dei mostri apparire dal nulla e tenta di reagire, ma, anche se le armi ordinarie possono uccidere gli Heartless, ce ne sono troppi perché le difese abbiano una qualche efficacia.
Le creature nere braccano e si avventano in branco sulle prede, strappano loro quel viluppo di energia che è il Cuore e lo trasformano in un nuovo Heartless, incrementando il numero degli attaccanti.
Quelli che cercano di fuggire dalla città trovano le strade chiuse dai Nobody.
Roxas imbranca i fuggiaschi e li respinge fra le fauci degli Heartless. Il ragazzo non si è ancora preso il disturbo di evocare i keyblade, ma il controllo che esercita sulle sue truppe personali, formate da una variante particolarmente letale di Nobody di basso rango, è straordinario, soprattutto considerato che lui stesso talvolta non sembra molto più complesso di uno di loro.
Ma anche coloro che riescono a superare la loro sorveglianza, trovano le via di fuga sbarrate.
Luxord ha piazzato una rete di trappole temporali intorno alla città.
Trappole dove, a distanza di pochi atomi l’una dall’altra, ci sono sacche puntiformi di tempo che avanza a velocità difformi. Coloro che ne sono catturati, si trovano a essere contemporaneamente in zone dove il tempo scorre a velocità diversa nello stesso corpo, con conseguenze sconvolgenti sull’intero organismo.
Oltre questa prima falange ne ha piazzata un’altra, una circonferenza battuta da onde temporali che si sollevano e frangono a ritmi alterni. Chi ne entra si ritrova sballottato al ritmo di un sistema di moviola impazzito, che rallenta e accelera senza tregua né ordine né costanza.
Nessuno è in grado di sfuggire alle maglie di quella rete.
Anche se gli abitanti di questo mondo la chiamano città, in effetti, è solo un villaggio che conta poche migliaia di individui. Ci vuole poco perché sia pieno solo creature nere.
Roxas materializza i keyblade e si avventa sulle strade per farne strage.
Più lento e misurato, Luxord lo segue. Ora a lui resta ben poco altro da fare, se non abbattere qualche casuale Heartless che gli si avvicina troppo e ammirare le evoluzioni di Roxas.
Ogni apatia è svanita nel ragazzo. E’ uno sfolgorio oro e nero, troppo rapido per essere visto con chiarezza, la cui velocità e agilità possono quasi confrontarsi a quelle di Larxene.
Finora non ha manifestato un’interconnessione con il suo elemento stretta quanto quella dei suoi compagni, quella che rende così rischioso avvicinarsi ad alcuni di loro. In compenso, il legame che ha con le sue armi è la più intima che Luxord ha mai visto. Non le usa. Ne fa parte.
Guardare Roxas combattere è come guardare un delfino nel mare.
E’ uno stato di grazia, il suo.
Qualcosa di freddo e lieve si posa sul volto di Luxord. Adesso fiocchi di neve si mescolano a quelli di cenere. In pochi secondi, una fitta nevicata cade sul campo di battaglia.
Un brivido percorre il Nobody. Il soffio di un freddo diverso da quello causato dalla neve.
Uno spasmo fa vibrare la membrana elastica dello spaziotempo.
Un’ombra attraversa il cielo e, quando passa, la luce è cambiata. Scolorita.
In quel momento, le navi vedetta in orbita lo chiamano e gli trasmettono l’analisi spettrale della corona solare, dandogli solo una conferma di quello che ha subito saputo.
Gli Heartless hanno raggiunto il sole anche prima di raggiungere il Cuore del Mondo.
In quei giorni, ovviamente, non hanno potuto abbatterli tutti. Qualcuno sfugge sempre. Quelli sopravvissuti hanno raggiunto altri esseri viventi e si sono moltiplicato con la velocità di un’infezione. In un mondo come questo il loro tasso riproduttivo è esponenziale.
Le variazione nello spettro della corona solare è il primo indizio che gli Heartless hanno cominciato ad attaccare la stella e, se la stella collassa, le sue contrazioni bloccheranno anche i sentieri delle ombre per tutto lo spazio e il tempo influenzato dai suoi campi d’esistenza. Questo vuol dire che, se non se ne vanno al più presto, saranno obbligati a lasciare il pianeta a bordo di una delle navi piene di Nobody inferiori.
In quel momento si accorge che Roxas non sta più combattendo.
Se ne resta imbambolato con il volto alzato al cielo, ammiccando appena quando i fiocchi di neve gli cadono negli occhi spalancati. I keyblade sono abbandonati lungo i fianchi.
“Roxas.” esclama Luxord.
Il ragazzo lascia andare i keyblade, che si dissolvono anche prima di toccare terra, e tende le mani con le palme aperte verso l’alto. Qualche fiocco cade sui guanti neri.
Roxas li osserva, poi si lecca una mano per assaporare la neve.
“Roxas, muoviti.”
Neppure si gira.
La cosa stupisce Luxord, e non sono molte le cose in grado di stupirlo. A quanto ne sa, Roxas non ha mai disobbedito a un ordine. La prima volta poteva non averlo sentito, ma adesso è certo di essere stato volutamente ignorato.
Luxord si dirige verso da lui e lo guarda in faccia.
Di solito il ragazzino non ha espressione. Il suo linguaggio corporale è pressoché inesistente, la sua mimica facciale nulla, se non per quelle espressioni che sembrano legate al puro istinto.
Ma adesso ricambia lo sguardo dell’altro uomo con attenzione e sul suo volto c’è l’ombra inconfondibile della curiosità.
“Che cos’è?” chiede imperiosamente.
Non è una richiesta educata. E’ un ordine che esige una risposta.
“E’ neve. Non possiamo metterci a giocare. Dobbiamo andare.”
Già, però Roxas non gioca mai.
Luxord apre un portale che avrebbe permesso il ritorno nella loro dimensione e prende Roxas per un braccio. Lui fa resistenza e si libera di scatto.
La cosa comincia a essere preoccupante.
Luxord è quasi tentato di trascinarlo a forza a casa, ma contrariare il ragazzino non è proprio il comportamento più prudente da tenere se si ha cara la salute.
“Sono arrivati al sole. Il sistema collasserà con noi dentro. Hai capito? Adesso andiamo.”
Questa volta, Roxas lo segue senza altre obiezioni. Però, mentre attraversano il portale, continua a guardarsi alle spalle.
Si rimaterializzano nella distesa desolata al di fuori della città.
Nel mondo buio piove una pioggia glaciale e scrosciante, come fa per gran parte del tempo in quel mondo.
E’ un peccato che quando si proviene da altri piani di realtà non sia prudente materializzarsi direttamente all’interno del castello, ma lo scarto d’errore cresce con il modulo del vettore di traslazione e, una volta qui, ben pochi hanno la forza e la voglia di aprire un’altra volta un portale solo per evitare di bagnarsi.
Luxord si è subito tirato su il cappuccio, ma Roxas non fa neppure il gesto di ripararsi dalla pioggia e in breve è fradicio. Quando l’altro uomo si incammina verso casa, lo segue docilmente.
Con i capelli chiari incollati alla testa e gli enormi occhi azzurri spalancati in una stolida passività, sembra una bambola animata da un burattinaio disinteressato.
Mentre attraversano le vie della città, le ombre si sollevano dai loro piani bidimensionali e li spiano con occhi gialli da pesce. Nessuna di esse prova ad attaccarli.
Non appena sono finalmente all’interno e all’asciutto, Luxord si accovaccia davanti al ragazzino.
Vuole capire quello a cui ha assistito.
Roxas se ne sta lì, in tutto il suo inutile splendore dorato, in tutta la sua giovinezza inutile, lo sguardo a terra. Quando il giocatore gli solleva il mento e lo obbliga a fissarlo, lo fa senza ribellarsi.
E’ tornato di nuovo nel suo abisso.
E’ questo è il suo comportamento normale, non quello mostrato sul mondo appena lasciato.
Roxas ascolta, osserva, obbedisce a qualsiasi cosa gli è chiesta, è diventato autonomo per qualsiasi operazione bellica, ma escluso questo, non prova mai apparentemente curiosità né interesse per nulla. E’ come un automa. Una macchina di guerra.
Eppure, per la prima volta, ha avuto una reazione spontanea diversa dall’ammazzare qualsiasi cosa si muova davanti ai suoi occhi o starsene fermo. Per la prima volta qualcosa ha suscitato curiosità, in lui.
E’ stato sorprendente come se uno degli Heartless si fosse messo a declamare una poesia, quindi adesso Luxord vuole capire.
Non ha mai davvero fatto caso a Roxas. All’inizio l’idea di un Nobody che controlla due keyblade è stata sensazionale, ma, a parte questo, il ragazzo ha ben poco di interessante. Ha conosciuto sassi con maggiore personalità. In mezzo al temperamento degli altri dodici è pressoché invisibile e la curiosità dovuta alla novità si è presto spenta.
Ma adesso Luxord guarda Roxas, non l’alimentatore di due armi micidiali e quello che vede è sorprendente.
E’ stato davanti ai suoi occhi tutte queste settimane e non se ne è mai accorto.
Luxord è abbastanza intelligente da comprendere l’importanza di quello a cui ha assistito. E’ anche abbastanza intelligente da sapere che non tutti i loro superiori ne saranno compiaciuti. Alcuni sì, ne è certo, ma è disposto a scommettere che Xemnas non ne sarà troppo felice.
Xemnas è preoccupato, questo lo capisce bene. Costruire un mondo non è certo opera da nulla e ci sono già abbastanza problemi. Abbastanza ribelli.
Non è un caso che i Nobody nascano solo dagli spiriti più forti. Ma gli spiriti più forti sono anche quelli meno disposti a tollerare ordini e volontà superiori alla propria e così Xemnas si ritrova con un gruppo di individualisti insofferenti, tenuti insieme dalla necessità.
Roxas è prezioso e così com’è non dà problemi. Se fosse diverso, potrebbe essere addirittura il peggiore di tutti.
Luxord non si è mai dato al passatempo così in voga fra i membri più giovani dell’Organizzazione, quella di sottovalutare e disprezzare i sei originali. Che lo facciano sul serio, per invidia, per quella sensazione tanto umana di voler denigrare i propri superiori, per passare il tempo, poco importa. Lui non lo fa e non l’ha mai fatto.
I primi sei possono essere molte cose, ma soprattutto sono individui che sono stati capaci di superare, da soli, una condizione sconvolgente e sconosciuta. Si sono trovati in un altro mondo senza sapere cosa era successo loro e qualunque essere completo sembrava spinto a distruggerli per istinto. Eppure sono sopravvissuti otto anni. Hanno fatto sopravvivere tutti loro molto più a lungo di quanto non avrebbero fatto con le loro sole forze.
Ed è una coincidenza ben strana quella per cui, dopo di loro, solo un pugno di persone su svariati miliardi di esseri distrutti dagli Heartless ha originato un Alto Nobody, mentre i primi hanno tutti mantenuto forma e raziocinio.
Luxord li rispetta e li teme, ma di sicuro non li sottovaluta. Eppure è certo che anche loro stiano commettendo un errore. Lo stesso dei loro seguaci. Disprezzano l’altra parte. I sei sono gelosi del loro territorio. Condividono un vincolo che nessuno di loro può anche solo sperare di capire e per la loro gente i vincoli sono difficili. Difficili da formare e mantenere.
Non avendo emozioni, ma solo i ricordi delle emozioni, hanno mantenuto un certo legame l’un con l’altro, ma non sono riusciti ad allargarlo a quelli venuti dopo. Così hanno creato una divisione. Una crepa dentro cui si insinua la leva della distruzione.
Se qualcuno gli chiedesse un parere, Luxord direbbe che non arriveranno a niente e non hanno mai avuto nessuna possibilità. Ma nessuno gli chiede nulla. Il suo rango non gli consente di farsi ascoltare e non è neppure come Marluxia, che anche se tanto giovane è capace di farsi sentire da tutti (anche se Luxord gli consiglierebbe di essere un po’ più prudente. Ma neppure Marluxia lo ascolta e non ha senso della misura).
Lui passa e vuole passare inosservato. E’ stato dotato di un potere devastante, immane sino al ridicolo. Una cosa così spropositata da essere virtualmente inutile, perché, se volesse usarla ad alti livelli, la sola cosa che otterrebbe sarebbe annichilire la realtà. Non un mondo, o due, o innumerevoli mondi. Proprio l’intera realtà e questo non è disposto a farlo, nemmeno per salvare sé stesso. Tanto, a quel punto, anche lui sarebbe fra i perdenti e voler portare all’inferno con sé più nemici possibili è un concetto demenziale, se non porta nessun beneficio tangibile.
Così, usa poco il suo potere e per fare ben poche cose. Questo non gli porta certo il rispetto e la considerazione altrui, ma non gli importa. Meglio il quasi ostracismo alle conseguenze di quello che potrebbe capitare a pasticciare con il tempo. E’ la sola cosa su cui non è disposto scommettere.
E’ convinto che Xemnas si sia prefissato un obiettivo troppo grandioso per essere attuabile. Bisogna sempre mirare a qualcosa di fattibile e questo non lo è.
Se lo scopo di Xemnas è dichiarato, più incomprensibili sono le sue motivazioni.
Forse vuole davvero aiutare la sua gente. O si crede un dio. O usa loro e le loro capacità per un fine tutto suo.
Oppure è impazzito e illuso. Un altro pazzo da aggiungere al gruppo.
Tutte le ipotesi sono plausibili. L’ultima, gli sembra leggermente più plausibile delle altre.
Non è che gli interessi davvero. Potrebbe essere interessato alle motivazioni altrui solo se intendesse usarle per uno scopo pratico, ma non è questo il caso. Comunque, le cose finiranno sempre nello stesso modo.
E’ un maledetto fatalista, se ne rende conto e non gli importa nemmeno di questo.
Il problema è il perché lui gli dia retta. Ma la risposta è semplice. I popoli dei Mondi hanno un modo semplice e diretto per avere a che fare con i Nobody. I Cuori hanno imposto il loro dominio in modo ferreo. In tutti i Mondi dove sono riconosciuti, i Nobody sono sterminati a vista. Non solo i membri dell’Organizzazione, cosa che riesce a comprendere, ma qualsiasi Nobody, bellicoso o pacifico che sia. A chiunque non è un Cuore non è concesso il diritto di esistere e Luxord vuole esistere. Per quanto poco propenso alla violenza, non è disposto a farsi schiacciare e non gli frega proprio niente della convinzione degli abitanti dei Mondi. Se per salvarsi ha dovuto trasformarsi in un devastatore, che sia.
Non durerà ancora a lungo, ma da solo sarebbe già morto, così è meglio essere qui.
Anche se non ha mai creduto di riavere il Cuore, il suo premio è ogni ora di vita in più che riesce a strappare al nulla.
Ma qualunque sia la ragione, qualunque siano le motivazioni, qualunque siano gli scopi, le cose sono alla fine.
Sono avviati a velocità incrementante verso un collo di bottiglia probabilistico. Al di là di quel certo punto, le possibilità della loro sopravvivenza in massa sono così esigue da non essere verosimili.
Non può salvare l’Organizzazione. Lo farebbe, se potesse. Non è pazzo, non odia nessuno dei suoi compagni e se deve mettere sul piatto della bilancia la sopravvivenza dei suoi simili o quella degli altri esseri, non ci pensa un istante. Solo, non può.
Ha cercato ogni possibile deviazione dalla strada che hanno imboccato, ma non ce ne sono più.
Sono su un’imbarcazione che si avvicina alle cascate, ma ormai sono presi dalla corrente e non possono evitarle. Gli resta solo prepararsi al salto per fare in modo di sopravvivere. Perlomeno, di far sopravvivere qualcuno di loro. Qualcuno che non sarà lui.
C’è una linea molto chiara nel suo futuro. E’ buio oltre quella linea. E’ lì che finisce il suo tempo. E’ lì che lui finisce.
Ha combinato e ricombinato mentalmente ogni possibile mossa. Lo ha fatto per anni, prima di rassegnarsi al fatto che non ci sono vie d’uscita. Seguendo determinate strade finirà prima, seguendone altre arriverà sino a quel punto, ma non oltre, mai oltre. Ha sempre pensato che non gli importa nulla di cosa viene dopo, ma ora si accorge che forse può piantare un seme oltre la barriera del suo futuro.
Segue la scia delle possibili rotte di Roxas nel mare del tempo. Sono tutte rotte per la tempesta.
Molte di esse, la maggior parte in realtà, si perdono fra i flutti. Eppure ce ne sono altre che attraversano l’uragano e portano poi di nuovo nella bonaccia.
Con una probabilità sufficiente.
Luxord sospira. Tocca a lui scegliere.
Potrebbe semplicemente infischiarsene e continuare la sua esistenza fino all’inevitabile conclusione. Però si rende conto di non volere e la volontà è la motivazione cardine di tutti loro. Anche la sua apparente inattività è frutto di un ben preciso e calcolato atto volitivo.
Non prova lealtà per quelli come lui, ma se per lui non fa differenza e può scegliere, preferisce pensare che qualcuno e qualcosa della sua gente supererà la catastrofe.
Così prende il ragazzo per mano e, anche prima di andare a fare il suo rapporto, si dirige verso un’ala del palazzo che di solito si guarda bene dal frequentare.
Non utilizza i meccanismi dimensionali artificiali disseminati un po’ dovunque e gli ci vogliono parecchi minuti di cammino per raggiungere la zona dove vive e di solito lavora Zexion, ma, una volta arrivati, bastano pochi passi prima che un’onda di gelo stremante passi sulla sua mente.
Le ombre cominciano a muoversi e si muovono in modo leggermente non concorde a ciò che le proietta. Poi lo circondano e offuscano la luce.
Qualcosa si è messo in agguato fra i picchi dei suoi pensieri.
E’ come avere una belva invisibile che gira intorno a lui, scrutando ogni suo movimento, in attesa di un passo falso. Qualcosa che si sa esserci, ma non si può vedere né sentire.
Solo che questa belva fa in modo di far sapere che è qui.
E’ un gioco pericoloso, quello di Luxord. Manipolare il manipolatore.
Sa che se solo lascerà fluire un pensiero sbagliato, un’intenzione sbagliata, Zexion lo attaccherà con una violenza e una crudeltà tutta sua che nessun altro è in grado di eguagliare.
Non si può scherzare con leggerezza con quest’uomo. Odia essere disturbato. Odia essere destato dai suoi sogni a occhi aperti e uno Zexion irritato è capace di essere molto convincente e molto fantasioso sul modo con cui comunicare la sua irritazione. Non gli farebbe davvero del male, naturalmente. Alla fine, ne uscirebbe illeso. Il problema è arrivare a quel momento.
Potrebbe fargli passare le prossime ore facendogli provare la sensazione di essere scuoiato vivo e strappato di tutti i muscoli, strato per strato, o qualcosa di altrettanto esaltante.
Potrebbe farlo anche solo perché ha osato avvicinarlo senza essere stato convocato.
Il problema di Zexion è che ha bisogno di avere un ampio spazio personale. Con i suoi sensi acutissimi e le capacità telepatiche, la presenza altrui può rappresentare una vera sofferenza fisica. L’improvvisa e inaspettata apparizione di un altro individuo nella fascia più ristretta del suo campo percettivo può essere come una frustata data con un pezzo di filo spinato.
Ma fra esseri per cui non esistono barriere e porte chiuse e che non provano emozioni come imbarazzo o fastidio, il concetto di riservatezza è presto dimenticato e alcuni dei membri del loro gruppo sembrano farsi un punto d’onore nel non rispettare neppure i più elementari principi di discrezione.
Questo lo rende difensivo all’inverosimile. E’ un meccanismo di autodifesa, ma poiché lo scienziato dà sempre la risposta più efficace al problema posto, sfocia spesso in uno di aggressione preventiva.
Per questo Luxord non ha preso scorciatoie dimensionali. Quando si tratta di Zexion, evitare di teletrasportarsi è un modo saggio per presentarsi. Se lo si avvicina camminando gli si dà l’opportunità di percepire in anticipo chi arriva e non infastidirlo prendendolo di sorpresa.
La belva sta pizzicando i suoi centri neurali, evocando lo spettro di un terrore nauseante.
Non è proprio un attacco, ma neanche precisamente un caldo benvenuto.
Quella presenza gelida e stremante, le ombre… tutto serve a creare quell’aura di paura che altro non è se non un’altra arma nell’arsenale dell’illusionista.
Almeno non ha preso di mira il ragazzino e Roxas appare tranquillo come sempre.
Buona cosa. Luxord avrebbe potuto trovarsi fra le mani un custode di keyblade in preda al panico o intenzionato ad aggredirlo.
No. Quello di Zexion non è un attacco. E’ solo un avvertimento.
Luxord non si allontana.
Le ombre defluiscono in un angolo e si coagulano nella figura di un uomo. Probabilmente è stato davanti a lui dal momento in cui Luxord ha messo piede nell’ala del palazzo, ma anche l’invisibilità è un’illusione.
Con alcuni degli anziani Luxord userebbe la massima deferenza per farsi ascoltare, ma con Zexion non funziona. Non gli importa nulla delle smancerie formali. C’è un solo modo realmente significativo per mostrargli quanto sia importante. Un cosa terribilmente sgradevole.
L’arma estrema del manipolatore. Quella da usare in caso ultimo. La verità.
Abbassa completamente le barriere mentali e dà il consenziente invito al telepate di violarlo.
Spera che la belva sia solo curiosa e non affamata.
* * * * * * *
Va bene.
Adesso ragioniamo.
Perché Roxas è qui. Come Roxas è qui, soprattutto.
Roxas è svanito da dodici anni. Molto più che morto.
Cancellato, annullato, obliterato. ‘Revocato dall’esistenza’ è forse la definizione più corretta.
Riunito alla forma da cui ha avuto origine, la sua individualità si è dispersa in quella di Sora come un bicchiere d’acqua rovesciato in mare.
Allora com’è che improvvisamente è tornato dal nulla, vivo, vegeto e di pessimo umore?
Improvvisamente?
E’ stato davvero improvvisamente?
Sora. Sora potrebbe fermare Roxas.
Questo conduce a una domanda. Dove è finito Sora?
Perché le possibilità sono svariate e qualcuna persino rassicurante.
Può essere un Heartless ed essere in giro a sbranare ignari passanti. Può aver mantenuto la sua personalità come ha già fatto in passato ed essere qui da qualche parte. Può non essere da nessuna parte, così come Roxas non è stato da nessuna parte fino a poco tempo prima. Le loro personalità possono essersi semplicemente invertite senza frammentazione fisica.
“Dov’è Sora?”
Ancora una volta, la sua voce sembra riportare Roxas a forza sulla terra da qualche luogo lontanissimo in cui il giovane sembra del tutto felice di stare.
“Roxas, dimmi dov’è Sora.”
“Non esiste Sora. Sora è morto.”
“Morto?”
Roxas lo osserva con l’espressione speculativa di un predatore annoiato.
“Mi sono strappato il Cuore e l’ho distrutto.”
“Non puoi…”
“Lo avevo già fatto quando ero solo Sora.”
Sì, lo ha già fatto. E’ possibile che lo abbia rifatto.
E’ possibile anche che stia mentendo.
Forse ha mentito.
Possibile?
Possibile, certo. Improbabile, però.
“Come hai fatto?”
“Ho consumato Sora dall’interno. Me lo sono mangiato, se preferisci. Io sono ego e id. Sora era soltanto quello che avanzava e me lo sono mangiato.”
Possibile?
Possibile.
In fin dei conti, tecnicamente, il corpo è sempre stato quello di Roxas. Il Sora che se ne è andato a spasso dopo aver recuperato la propria mente razionale dopo il breve periodo passato come Heartless era solo un simulacro forgiato con l’Oscurità. Il suo corpo originario lo ha riavuto quando si è riunito a Roxas.
Almeno crede. Non è che abbia mai capito davvero la meccanica per cui da un essere completo si originano un Heartless e un Nobody.
Non sa cosa avviene in concreto durante la scissione e neppure durante la ricombinazione. Non ha assistito con i suoi occhi all’atto finale di quella di Sora. Ha visto Roxas introdotto nella sala che conteneva il corpo dormiente di Sora e da quella sala ne ha poi visto uscire soltanto quest’ultimo.
Non sa cosa è successo. Se si sono visti luci ed effetti speciali. Se i due corpi si sono uniti in coniugazione. Se ci sono state ancora urla, ribellioni e furia, o solo il quieto e silenzioso svanire di quello che, fino a un istante prima, è stata una creatura viva e pensante.
Sa solo che ha preferito non ripensare più a tutta quella nauseante e grottesca faccenda.
Però, se l’involucro fisico è quello del Nobody, è possibile che l’individualità Roxas abbia con esso una relazione ben più stretta di quanto non ne abbia Sora, e che quindi Sora sia stato rigettato come un parassita o un elemento estraneo.
Possibile?
Possibile sì.
Roxas deve avere percepito i suoi pensieri o ha capito quello a cui sta pensando e, con un gesto svogliato delle dita, gli getta addosso un po’ di sabbia.
“Non perdere tempo a diventare accademico, Riku. Non è una scienza esatta, questa.”
Riku non replica, ma pensa che, in fondo, non ha molto altro da fare, a parte aspettare.
E’ strano trovarsi a speculare mentre sta morendo. Presume che dovrebbe disperarsi, essere spaventato, ma non è che la paura abbia mai fatto davvero parte della sua vita. Neanche altre forti emozioni, a dire il vero, se si escludono rabbia, impazienza e irrequietezza. Sono le sole cose che sia mai riuscito davvero a provare.
E rimuginare. Quello gli è sempre venuto bene.
Tutto il resto lo ha sempre più o meno recitato a beneficio dell’una o dell’altra persona con cui si è trovato ad avere a che fare.
Più o meno come un Nobody.
Tra l’altro, al momento si sente splendidamente consapevole.
Perché no? Se si assopisce morirà, quindi l’Oscurità lo tiene il più sveglio possibile.
“Quando è successo?”
Roxas sembra quasi insofferente nel rispondergli. Resta da capire perché, in ogni caso, risponde. Potrebbe semplicemente ignorarlo.
Potrebbe semplicemente andarsene.
“Non ha importanza. E’ successo.”
Sbaglia. Ha importanza. Un’importanza enorme. Perché Kairi è morta solo una settimana prima.
“Quando?”
“E’ successo quando ho cominciato ad avere i miei ricordi e non più solo quelli di Sora.”
“Quando?”
“Vuoi sapere in quale giorno? Non lo so. Qual è il tuo primo ricordo? Quando sei stato cosciente di essere un individuo? Ora ho tutti i ricordi accumulato da Sora e faccio fatica a distinguerli dai miei, quindi non so dirti quando ho ricominciato a essere me e non Sora. Forse vuoi sapere se una settimana fa ero io o era Sora?”
Stavolta, Riku percepisce una certa malignità in Roxas e non ha idea di come lo possa sapere, visto che il giovane non ha cambiato espressione né tono.
E’ strano. Non ricorda Roxas come una creatura particolarmente maligna.
Implacabile e spietato. Quello sì.
Il nemico più pericoloso che ha mai affrontato. Quasi certo.
Demone dell’ego, risultato incarnato della frantumazione di una psiche, sterminatore di masse, distruttore di mondi, portatore di caos, bambino sperduto. Tutti termini più che adeguati a descriverlo e nemmeno lontanamente sufficiente a comprenderlo.
Probabilmente anche un po’ pazzo (Un po’ tanto pazzo), ma non maligno.
Però, alla fin fine, non è che lui lo ha mai conosciuto realmente ed è un Roxas con una storia in più, questo.
Non cancellato. Non annullato. Non obliterato.
Sedato, imprigionato, accecato.
Perso.
Ma, come frammenti di mercurio, le molecole dell’entità Roxas si sono riunite l’una all’altra nel mare che è la personalità di Sora, fino a quando il mostro è stato di nuovo completo e ha divorato la sua prigione.
Adesso sa perché Kairi è morta.
“Dodici anni… perché ci sono voluti dodici anni?”
“Se fossero stati dieci, o venti, ti saresti fatto la stessa domanda. Un tempo doveva pur essere.”
Gli occhi di Roxas hanno il colore del mare profondo. Quello che annega.
* * * * * * *
Zexion è rimasto stupito nel percepire la presenza di Luxord qui, quasi nei suoi alloggi. Di tutti i neofiti è il più discreto e riservato e, di sicuro, il meno problematico, oltre a essere uno dei membri mentalmente più stabili dell’Organizzazione stessa. Non rifiuta nessun ordine, ma non si fa mai avanti per nessun motivo, evita con meticolosa attenzione di attirare l’attenzione dei suoi superiori e gioca la parte del vigliacco e dell’incapace che probabilmente è la più contraddittoria con quello che è.
Così, è una sorpresa sentirlo arrivare con Roxas a rimorchio.
I due erano impegnati in missione. Lo sa bene, perché è stato lui a inviarceli. Sa anche che sono appena tornati, ma non c’è ragione ordinaria perché si presentino a lui.
La pianificazione e la strategia delle campagne belliche fanno parte dei suoi compiti e ci si attiene doverosamente, ma nient'altro. Non vuole essere immischiato in tutto quello che riguarda la parte gestionale. E’ ad altri che si risponde e si riferisce dell’esito della guerra.
Quindi, se non è una ragione ordinaria a spingere qui i due, si tratta di una ragione fuori della norma.
Interrompe il lavoro e li osserva per un po’, pizzicando le sensazioni di Luxord, ma l’uomo non si lascia intimidire.
Evidentemente, considera quello che ha da dire tanto importante da sfidare la collera del suo superiore.
Deve ammettere che nutre una certa considerazione per Luxord, per la sua intelligenza e sensibilità. Persino per la scelta di non usare il suo potere, che non è un capriccio, ma una scelta ponderata e consapevole.
Probabile che valga la pena ascoltarlo.
Ne è valsa la pena. Quello che gli ha portato è il più prezioso dei doni. Informazioni.
Ha detto molte cose e altre non ha avuto bisogno di dirle.
“Nessuna possibilità di errore?” gli ha chiesto, appena prima che se ne andasse.
“Io non sono un indovino da sagra paesana, Zexion. Non predico la buona sorte. L’ultimo svincolo che ci avrebbe permesso di lasciare questa linea temporale è passato da parecchio e non possiamo tornare indietro. Il tempo dell’Organizzazione è alla fine.”
Roxas si è seduto sul pavimento, con il mento appoggiato alle ginocchia.
Zexion non lo guarda. Lo fiuta. I dati olfattivi compongono nella sua mente il simulacro polidimensionale del ragazzo. Massa, stato fisico, attività neuromuscolare.
La sua presenza fisica è chiara e in condizioni perfette.
La sua presenza mentale, d’altra parte, è molto meno definita. Se Zexion volesse descriverla usando un paragone concreto, cosa assai poco significativa, ma che qualche volta si è ritrovato a fare per cercare di spiegare le auree mentali, direbbe che è come se qualcuno avesse disegnato Roxas con l’inchiostro, poi avesse passato un dito sporco di grafite sui contorni del disegno, confondendoli.
La chiave del destino. E’ così che Luxord lo ha chiamato. Un termine un po’ impegnativo per un ragazzino semiautistico.
Zexion soppesa attentamente le preziose informazioni ricevute. Le studia, le osserva da ogni angolazione. Alla fine, le lascia cadere nello schema degli eventi che ha costruito e conserva nei suoi pensieri.
I nuovi addendi si incastrano perfettamente nel disegno. La rete di probabilità si dimena, cambia, assume una nuova configurazione.
Crede a Luxord, ma non completamente.
Crede all’approssimarsi di una crisi, quello sì. Da tempo si è accorto anche lui della convergenza di eventi sfavorevoli, alcuni dei quali macroscopici, a cui si avvicinano.
Sono apparsi i portatori di keyblade e sono nemici da non sottovalutare.
Il Re è astuto e abile e si è deciso a scendere in campo. Potrebbe fungere da centro di aggregazione per i Mondi.
Poi c’è Marluxia. Il suo arrivo è stato forse l’evento più rivoluzionario della storia Nobody e la situazione non è certo migliorato da quando Larxene si è unita a lui.
I due giovani gettano i semi del dubbio e dell’inquietudine e stanno fiorendo ovunque. Quasi inevitabile, visto cos’è Marluxia. Cambiare e causare cambiamenti fa parte della sua natura. Sembra che nessuno si rende conto a cosa realmente lui è legato, ma, se ci si pensa bene, fa quasi paura. Anche se è proprio il contrario. Non dovrebbe fare affatto paura. La paura è proprio l’ultima cosa che dovrebbe fare.
Purtroppo, in questa situazione, rappresenta una forza centrifuga. Finora nessun Nobody ha mai alzato la mano su un suo simile. Sono troppo pochi per permettersi frantumazioni. Sono soli in miriadi di Mondi universalmente nemici. E’ folle contrastarsi l’uno con l’altro. Ma, se lasciato libero, prima o poi Marluxia attirerà nella sua orbita molti di loro e siccome Xemnas è tutt’altro che insensibile o svagato come sembra, se ne renderà conto ben prima di quel momento. Quello che accadrà allora segnerà la svolta.
No. Non ha problemi nel credere a Luxord riguardo allo squilibrio imminente.
In un certo senso, alcune delle loro capacità sono simili, ma si basano su principi del tutto dissimili e lui ha limiti molto precisi. Si limita a estrapolare schemi matematici ad altissima attendibilità dai dati che possiede. Non può inserire il fattore individuo nell’analisi.
Invece Luxord osserva i flussi temporali, è in grado di percepire le perturbazioni nei flussi temporali e può contemplare anche le interferenze imprevedibili dovute a fattori soggettivi e caotici.
Quello a cui Zexion non crede è l’inevitabilità. Non crede all’impossibilità di modificare gli eventi.
Il tempo non è predeterminato, anche se non è neppure a possibilità infinita in ogni istante. Ha leggi e limiti, come qualsiasi aspetto della natura. E’ come un bacino idrografico. L’acqua può scendere da più versanti, ma la probabilità che ne prenda alcuni è bassa e non risale la gravità.
Tuttavia, esiste sempre la possibilità che l’acqua scenda dal versante meno probabile. Questo significa che il tempo è elastico, quindi c’è la possibilità di intervenire.
Se potesse stupirsi di qualcosa, si stupirebbe del fatto che Luxord, con tutto il suo immane potere e la sua intelligenza, non ha mai fatto alcun tentativo di modificare gli eventi, neppure quelli sfavorevoli a lui stesso.
Ma i loro poteri li influenzano, nella misura in cui si lasciano influenzare. Non potrebbe essere altrimenti. Fanno parte di loro, concorrono a formare le loro personalità.
In alcuni casi, si tratta della convinzione che l’individuo possiede nei confronti dell’elemento che domina. In altri, di un’influenza ben più concreta.
Luxord vede troppo. Vede troppi universi potenziali svanire nel mare delle ipotesi non realizzate. Forse si è rassegnato che alcune linee temporali sono troppo improbabili per cercare di imboccarle.
Lui invece non vede altro che schemi e numeri, e schemi e numeri sono strumenti da manipolare. Questo lo porta a considerare ogni cosa come soggetta alla sua volontà.
E’ possibile che sbaglino entrambi. Dubita che qualcuno conosca la formula giusta per vivere, ma perlomeno il suo punto di vista è più produttivo. Male che va, arriverà allo stesso risultato di Luxord. Se però va bene…
L’Organizzazione deve cambiare, perché sono cambiate le condizioni da quando è iniziata la loro avventura. Non possono restare legati a comportamenti validi in un ambiente diverso.
D’altra parte, non si è mai aspettato una perpetua invariabilità di condizioni.
E’ possibile che la loro ricerca non abbia più una possibilità, semmai ne ha avuta una. Zexion non si è mai preoccupato di chiedersi se ci ha mai creduto. E’ un particolare di nessuna importanza.
Se quello che aspetta è questo, allora occorre prepararsi ad affrontare un’instabilità di sistema possibilmente imprevedibile, non fissarsi solo su un solo possibile scenario che si crede inevitabile.
Se quello che aspetta è addentrarsi entrare in territorio sconosciuto, allora meglio essere muniti di bussola e mappa.
Se quello che aspetta è la solitudine, meglio avere tutte le armi possibili, perché l’universo è sempre e solo nemico.
E, per quanto lo riguarda, se la scelta è fra vivere senza cuore o morire, allora la scelta non esiste proprio.
Il giovane si mordicchia pensosamente il polpastrello di un dito. Un gesto che è eredità di una vita passata, di cui non si è mai deciso a liberarsi.
“Vieni qui, Roxas.”
Il ragazzino si alza e obbedisce senza esitazione. Obbedisce sempre. Non è malleabile come Demyx o fedele come Saix. Obbedisce perché non sa fare altro.
Roxas, il signore della Luce. Che adesso lo studia con occhi chiari e freddi come le calotte polari. Che sembra in attesa di sentirsi dire cosa fare.
Ha una crosta non completamente rappresa sul labbro inferiore. C’è un livido e un taglio e il sangue che ne è uscito si è solidificato quasi completamente, ma non tanto da avere perso la sua lucentezza rossa e liquida.
Chiunque altro avrebbe fatto almeno il gesto di ripulirsi in modo che non si formasse quella massa.
La chiave del destino.
(Chiamalo come vuoi, con tutti i titoli altisonanti che vuoi. Resta sempre un bambino ignorante e inerme, nonostante la sua forza e il suo potere. Fuori di qui, da solo, non ha possibilità di sopravvivere. Sarebbe capace di lasciarsi morire di fame o di freddo solo perché non sa cosa deve fare per mangiare e ripararsi. Una fine miserabile per la chiave del destino.)
Il destino va indirizzato, qualsiasi cosa possa pensare Luxord, e Roxas è un investimento per il futuro.
Non è demente. Gli manca il complesso psichico necessario a rapportarsi al mondo esterno. Una volta stabilito che è utile anche così come si trova, nessuno ha avuto interesse e tempo per rimediare alla sua condizione.
Adesso ha mostrato la prima espressione di una personalità autonoma. Con il tempo, accumulando esperienze, supererà la sua mancanza. Peccato che il tempo è proprio ciò che manca.
Ma il modo c’è.
Una variante della tecnica usata con i cloni sperimentali di Vexen, esseri sviluppati con crescita accelerata, la cui mente è vuota e a cui occorre fornire una parvenza di esistenza perché siano utili.
L’idea di lavorare sulla mente del ragazzo è attraente.
Non è al livello elementare dei cloni, ma il lavoro su di lui è più complesso. Più preciso, meglio calibrato, più sofisticato. Più lento, anche. Più difficile.
E Zexion deve fare tutto con le sue sole forze. Niente aiuto dalle droghe psicoattive che usa estensivamente con i cloni per aprire le loro menti. L’uso di tali artifici altera irreparabilmente la piena funzionalità dei neuroni e Roxas non è un clone o una cavia sprecabile.
E’ una buona sfida.
Prende le due poltrone più comode della sua stanza e le piazza l’una di fronte all’altra, sfila il pesante mantello e i guanti di Roxas e lo fa quindi accomodare su una di esse mentre lui prende posto sull’altra.
La comodità non è precisamente importante, ma i loro corpi esistono comunque nel mondo fisico e se dovessero provare disagio, la loro attenzione ne sarebbe compromessa.
Zexion è in grado di isolare le sensazioni dolorose, ma deve fare una cosa piuttosto faticosa e che richiede il suo massimo impegno. Non ha nessuna intenzione di sprecare attenzione ed energia per regolare qualcosa che può essere facilmente tenuto sotto controllo da un cuscino.
Visualizza il nodo nel centro della fronte di Roxas. Dapprima è solo una macchia luminosa bluastra che compare in trasparenza sotto la pelle chiara del ragazzino, ma si trasforma subito in un viluppo di luce indaco dalla struttura complicata. Una specie di fiore o di ruota. Una porta.
Zexion l’apre e l’attraversa.
* * * * * * *
Riku sta cercando Sora dentro di lui.
Anni prima, un altro uomo morente aveva cercato Roxas in Sora e non lo aveva trovato.
Annullato negli abissi di un ego alieno, in quel momento Roxas non esisteva. Non era rimasto più nulla di lui per rispondere a quella supplica e Axel era morto solo, circondato da nemici.
Forse non assistere alla sua fine è stata una delle poche misericordie dell’esistenza di Roxas, ma adesso il giovane ricorda tutto. Le memorie appartengono a lui. Tutte le memorie. Le sue e quelle di Sora.
Non tutti sono bei ricordi. Maledettamente pochi, in realtà.
La cosa peggiore è che per Sora quelli sono buoni ricordi e adesso lui si ritrova a sapere che in quei momenti è stato felice per quello che ha fatto. Che ogni morto è stato solo un passo avanti.
Ha le sensazioni di quello che ha provato Sora come se fossero sue e, al tempo stesso, ora valuta quelle sensazioni come sé stesso e sente di avere assassinato la sola famiglia che ha mai conosciuto.
Adesso è Riku che cerca Sora in lui.
Forse dovrebbe godersi l’ironia della cosa. Forse dovrebbe semplicemente andarsene e lasciarlo morire solo.
Ma non si sente così compassionevole.
Riku lo apprezzerebbe.
Non vuole essere preso in ostaggio dall’affetto di Sora per quest’uomo. E’ già abbastanza difficile così.
Riku è l’uomo che popola i suoi incubi. E’ solo un altro nemico e tra un po’ sarà un nemico in meno.
E’ già abbastanza brutto che quei ricordi si mescolano a quelli dove Riku è più di un fratello.
E’ già abbastanza difficile essere qui. E ricordare.
Riku non lo odia. Non spreca emozioni, una di quelle preziose emozioni da essere completo, per uno come lui.
Riku ne prova repulsione. O lo disprezza, al massimo. Disprezza tutti loro, come li disprezzano tutti gli esseri completi. Come persino alcuni di loro stessi si disprezzavano.
Saix che portava il lutto per la sua famiglia con la pazzia…
Per quanto riguarda Roxas, quello vale più di tutte le lacrime versate da tutti gli esseri completi di tutti gli universi pensabili.
Ora ha la risposta a una vecchia questione ancora.
Si era perso per cercare un passato, ma quel passato appartiene a un altro uomo.
Il suo passato è lungo solo due anni. Deve farselo bastare.
“Non esiste Sora.” si limita a dire “Sora è morto.”
* * * * * * *
Roxas si sveglia ed è notte fonda.
Notte per il suo personale ciclo biologico. Per il mondo è sempre e solo buio.
Sente il suono di un respiro un po’ roco.
Zexion è seduto di fonte a lui. In qualche modo, è riuscito a mettersi a gambe incrociate sulla poltrona. Ha le mani abbandonate in grembo e la testa reclinata sul petto. E’ profondamente addormentato. Il suo respiro è reso elaborato dalla posizione disagevole.
Roxas non si chiede come mai si trova nell’alloggio di Zexion. Ha tutti i ricordi di come è arrivato qui, diverse ore prima. E’ ancora sulla stessa poltrona dove il telepate lo ha fatto sedere e il suo mantello e i suoi guanti sono gettati negligentemente in terra.
Si alza e senza fare rumore comincia muoversi per la stanza e a osservare quello che lo circonda.
E’ la prima volta che entra nell’appartamento di uno degli altri.
La finestra è come quella della sua camera. Grande e aperta su un balcone. Il cielo esterno è una massa di svariate sfumature di nero.
L’oscurità dell’ambiente è attenuata solo dalla luce quasi inesistente che entra dalla finestra e da quella artificiale di pochi led di alcuni computer. Nulla, in pratica.
Ma, tanto, il buio non è un ostacolo per lui.
Ci sono parecchi strani oggetti sui tavoli, complicati insiemi di frammenti metallici e cristallini combinati in forme e colori svariati. Sembrano avere una forma definita quando li guarda con la coda dell’occhio, ma se poi li osserva direttamente diventano solo agglomerati caotici.
(Sculture?!)
Ci sono libri compressi negli scaffali alle pareti e in quelli che sembrano gran parte dei possibili spazi vuoti, persino per terra. Libri su supporti usati in diversi mondi. Carta, pelle, rotoli, schede elettroniche, cristalli mnemonici. Libri tattili, olfattivi, audiolibri. Ogni forma di archiviazione e trasmissione di dati immaginabile.
E questi sono solo quelli che identifica. Non esclude che ce ne siano altri che lui non è in grado di riconoscere come libri. Forse anche le strane sculture lo sono.
Libri in un’infinità di lingue e caratteri.
Ne legge i titoli, quando hanno titolo e quando riesce a capirli. Sono diversi. Non tutti, ma diversi.
Quante lingue conosce, lui?
Gli incantesimi di mimesi sono stati i primi a essergli insegnati. Quando occorre, può imitare gli abitanti di quasi ogni mondo, assumendo la loro forma e il loro complesso mentale, compreso il sistema di comunicazione, oppure solo una di queste caratteristiche. Ma è una cosa estemporanea e difficoltosa, legata al Cuore del mondo visitato e alla possibilità di disporre di un modello da mimare. Quando torna alla sua forma o cambia pianeta, perde anche la lingua.
Ma lui, lui come individuo, quante lingue conosce?
Più di una di sicuro.
Non sa come le ha imparate. Le ha sempre conosciute. In qualche modo, sa anche che la lingua con cui comunica con i suoi compagni non è la sua lingua madre.
Passa la mano sul sensore della finestra, aprendola quel tanto che basta per scivolare sul balcone. La pioggia è torrenziale.
Nella corte del castello, forme d’acqua sorgono dalle pozze e ballano l’un con l’altra e schiaccianodilaniano le ombre. Le ombre urlano il loro strazio senza voce e muoiono. Da qualche parte, Demyx sta giocando con il suo elemento.
Rientra, si siede di nuovo e appoggia la testa allo schienale.
C’è qualcosa che punge sul labbro inferiore. Con la lingua sente uno sgradevole sapore metallico e una piccola massa ruvida. La mordicchia. La gratta con un’unghia. La crosta si stacca e dal taglio fuoriesce del sangue. Lo lecca via e preme il taglio con la lingua fino a quando non smette di sanguinare.
E’ molto stanco. I muscoli del collo e delle spalle sono tirati e doloranti. Risente la fatica delle due settimane appena trascorse. Missione facile o no, ha fatto gli straordinari sul campo di battaglia.
Ascolta i suoni.
Il lieve russare di Zexion.
Lo scrosciare della pioggia sulle pareti esterne e sulle finestre.
I rivoli d’acqua che scorrono sui vetri e sulla pietra.
Sotto a tutto, il silenzio.
Xemnas si è sempre meravigliato di come si possa credere Zexion un tipo laconico. Se non viene fermato, è capace di parlare per ore. Di stordire, con le parole.
Non potrebbe essere altrimenti. In lui, tutto ciò che è pensiero ed elaborati del pensiero sono armi mortali, fatte per piegare, convincere e sedurre gli altri alla sua volontà.
La parola è una di queste armi. Sarebbe strano se non la usasse.
Può uccidere anche solo con la voce.
Deve tenerlo sempre a mente, questo.
Il giovane siede a una scrivania e divide la sua attenzione fra i colleghi e un monitor che mostra un complicato insieme di segmenti di diversi colori e luminosità, connessi fra loro a vari angoli.
La cosa non gli impedisce di continuare a discutere senza interruzione.
“Parlare di Corpo e Anima come entità distinte, se non da un punto di vista puramente discorsivo, è commettere un errore semantico perché, a nostra attuale conoscenza, sono funzione reciproca l’uno dell’altra. Cosa che non è applicabile al Cuore, e il Cuore può essere separato dal Corpo senza provocarne la distruzione o l’incapacità. Senza Cuore, si può continua a esistere e anche il Cuore può avere di una sua esistenza. Ma gli Heartless mostrano caratteristiche che dovrebbero essere esclusive del Corpo. Hanno percezioni. Hanno reazioni agli stimoli e si adattano alle variazioni ambientali. Hanno istinto. Sono capaci di comunicazione. Alcuni Heartless hanno mantenuto memoria, intelligenza e razionalità.”
“Stai facendo parecchi passi indietro. Gli Heartless hanno un corpo costituito da Oscurità, lo abbiamo stabilito da anni. Una volta accettato che gli Heartless possono organizzarsi un involucro materiale, non vedo poi così assurdo che si ricostruiscano anche un sistema sensoriale e reattivo.” brontola Xigbar.
“D’accordo, ma l’istinto? L’Oscurità non ha istinto, non più di quanto ne abbia la gravità. Perché gli Heartless lo possiedono, allora? Posso anche accettare che gli Heartless plasmino un corpo di Oscurità che mima fin alle più sottili funzioni il corpo origine, al punto da elaborare un pensiero cosciente, ma che ricostruiscano anche un complesso istintivo peculiare… questo mi riesce incomprensibile.”
“Ha ragione.” esclama Lexaeus “L’istinto è un comportamento, anche complesso, uguale per tutti gli individui di una specie e trasmesso per via genetica. Fa capo solo alla sfera fisica. Si sviluppa con la storia evolutiva della specie cui appartiene. Per quello che consideriamo che sono, gli Heartless non possono avere istinto.”
“Lo riversano o lo duplicano dalla loro vita come esseri completi?”
Lexaeus scuote la testa.
“In questo caso, erediterebbero l’istinto della specie da cui sono originati. Invece, possiedono un istinto proprio solo degli Heartless.”
“Però, lo possiedono. Quindi è possibile.” obietta Xigbar.
“Sì, e se fosse per la causa più semplice?”
“Cioè?”
Lexaeus sorride freddamente.
“Se una cosa assomiglia a un cavallo, nitrisce e puzza di cavallo… probabilmente è un cavallo.”
“Esatto, Lex.” riprende Zexion “Eppure, noi non abbiamo fatto altro che credere di trovarci di fronte un cane travestito. Ci siamo attenuti alla soluzione complessa senza neppure considerare l’alternativa semplice.”
“Scusate, bambini, ma ad andare avanti a indovinelli facciamo domani.” esclama Xigbar.
“Gli Heartless hanno tutte le caratteristiche degli esseri viventi. Abbiamo sempre detto che dipende dal fatto che hanno un Corpo plasmato con l’Oscurità che mima le funzioni dei viventi. Questa è la soluzione complessa. La soluzione semplice è che hanno le funzioni dei viventi perché sono viventi e possiedono un Corpo proprio.”
“Vuoi dire che sono due diverse… entità? E’ questo a cui vuoi arrivare, nel tuo modo involuto?”
“Sì. Elementi esogeni, piuttosto che intrinseci all’individuo.”
“Quindi sono soggetti a sé stanti, giusto? E’ come se parlassi di un parassita.”
“No. Parlo di una condizione che mi è sempre stato sotto gli occhi e che, per mia negligenza, non ho mai considerato.”
“Ma è solo una tua supposizione, non supportata dai fatti.”
“Scaturita dall’osservazione. Fino a prova contraria, adesso noi basiamo tutte le nostre azioni sulla supposizione inversa che è solo un postulato, negato nel momento stesso che il primo di noi ha cominciato a esistere.”
“Puoi tagliare una mano a una persona, metterla in una soluzione nutriente e questa continuerà a vivere. Non per questo fai della mano un individuo diverso.” obietta Xaldin.
“Quali sono le caratteristiche che definiscono i viventi, in tutti gli universi e in tutti i mondi? I viventi possiedono un programma autoregolante organizzato in Corpo, che sia materiale o meno. Comunicano e ricevono comunicazioni con l’ambiente. Hanno una reazione immediata agli stimoli e si adattano alle variazioni ambientali. Soprattutto, la vita contrasta l’entropia mantenendo coerente nel tempo la propria organizzazione, pur rinnovandosi nelle componenti costituenti. E riproduce sé stessa. La mano isolata non fa tutto questo. Gli Heartless sì. Dammi una buona ragione del perché facciamo affidamento su una costruzione macchinosa e paradossale, invece di attenerci alla definizione stabilita da noi stessi, cosa che avremmo fatto se fossimo stati di fronte un qualsiasi altro ente che presenta tali caratteristiche.”
Con sorpresa di Xemnas, la voce di Zexion ha un lieve cedimento. Per un istante, ha tradito un filo di stanchezza.
Anche Lexaeus se ne è accorto e interviene di nuovo.
“Se i nostri studi fossero stati diretti su soggetti che presentavano le stesse caratteristiche, nelle stesse condizioni, senza che però sapessimo si trattava dei Cuori, avremmo sicuramente attribuito loro la condizione di viventi. Il problema è che noi sapevamo su cosa stavamo lavorando e i cieli solo sanno quanto questo ci ha influenzati. Abbiamo vissuto fin dall’inizio nell’immondizia raccontataci da Ansem e dalla storia e non abbiamo mai messo in dubbio la natura dei Cuori. Li abbiamo studiati, ma abbiamo mai saputo realmente cosa stavamo studiando?”
“E la carenza emozionale causata dalla loro mancanza?” chiede Xigbar.
Zexion picchietta per qualche istante sulla tastiera. Alcune linee si formano sullo schermo e vanno a posizionarsi nella griglia di segmenti colorati che è il suo sistema di catalogazione personale.
Nessun altro è in grado di interpretare gli schemi sottintesi da quell’insieme apparentemente caotico di linee, colori, luci pulsanti e movimenti, ma per lui sono più semplici da leggere di un testo scritto o una formula matematica.
“A parte che la natura vivente dei Cuori e gli effetti della loro presenza sul nostro organismo non si escludono a vicenda. Il sistema emotivo è un meccanismo omeostatico, quindi è finalizzato alla conservazione degli individui. L’organismo tende all’equilibrio e a mantenere lo stato ottimale al variare delle condizioni attraverso meccanismi di autoregolazione. Adesso, diciamo che non abbiamo vere sensazioni, ma solo simulacri di sensazioni, nate dalla memoria e dall’analogia.”
“Metti in dubbio anche questo?”
“Metto in dubbio tutto quello che non ritengo così inoppugnabilmente provato da essere considerato a prova di dubbio. Le emozioni sono una risposta e situazioni ambientali rilevate, analizzate e interpretate tramite il sistema nervoso che, vorrei ricordare, nel nostro caso funziona perfettamente.”
“Ti ringrazio per aver chiarito quello che già sappiamo.”
Zexion gli sorride.
“Lo sapete solo per avere modo di ignorarlo deliberatamente? Le risposte date a una determinato situazione sono le più adatte alle circostanze, proprio per mantenere l’equilibrio. Che questa risposta sia interpretata tramite analogia con esperienze passate di cui abbiamo memoria, o che sia solo una risposta riflessa, il risultato è uguale. Può essere un meccanismo sostitutivo. Un sistema per sopperire alla perdita di un meccanismo necessario. Sappiamo bene che in caso di determinate lesioni cerebrali, le funzioni svolte dalle aree danneggiate possono essere eseguite da aree del cervello che normalmente non svolgono quei compiti, che si adattano e imparano a svolgerle. Ma questo significa anche che, nel corso della storia razziale, è già avvenuta la perdita del Cuore per un periodo sufficientemente lungo e a un numero sufficiente di individui da essersi evoluto il sistema o non si sarebbe sviluppato il sistema sostitutiva fin dall’inizio. E’ però altrettanto possibile che quello che crediamo solo un sistema sostitutivo, sia in realtà quello originale.”
“Però il Cuore esiste fin dall’inizio della vita dell’originale. Questo non dovrebbe indicarti che la nostra è una condizione innaturale?”
“Ci sono razze che nel corso della loro storia evolutiva hanno inglobato nel loro DNA virus letali e hanno imparato a conviverci. Era una condizione innaturale, la loro, prima di quell’evento? Sarebbe innaturale, se il virus ne fosse sottratto? Vi ricordo che non conosciamo esseri senzienti originariamente privi del Cuore, ma abbiamo svariati esempi di forme di vita senza Cuore. Conosciamo addirittura Mondi interi dove non se ne rileva la minima presenza. Persino nel nostro mondo di origine, gran parte degli esseri viventi ne è sprovvista, anche se tendiamo a non considerarlo.”
“Cioè?”
“I vegetali, ad esempio. Moltissime specie animali.”
“Ma, per quanto ci riguarda, siamo stati noi la causa diretta della nostra condizione.”
“Noi costruiamo case e astronavi. Fa anche questo parte della nostra natura. Nulla di quello che capita nella realtà è innaturale. Se un evento avviene e una razza è in grado di adattarsi a esso, è insensato pretendere di fare distinzione che il fatto sia avvenuto per intervento diretto della stessa specie oppure per un fattore esterno.”
Xemnas si alza e si avvicina alla finestra, stiracchiandosi.
Non ha guardato da quanto sono impegnati in questa discussione e ha sempre avuto difficoltà nel valutare a mente lo scorrere del tempo.
E’ iniziata come una conversazione amichevole, ma adesso ha la sgradevole sensazione di viaggiare su un mezzo guidato da un pilota sconosciuto che non gli ha chiesto né dove vuole andare, né se ci vuole arrivare.
Si sente un po’ intorpidito, un po’ infreddolito, anche se lo studio è caldo e confortevole.
Non ha controllato le rilevazioni geologiche, ma è sicuro che si stiano avvicinando alla stagione invernale.
Si potrebbe credere che su questo pianeta non esistono stagioni, né cicli giornalieri, ma non è così.
Le sorgenti geotermiche che permettono di temperare il clima hanno fasi che possono essere paragonate alle stagioni. Sono cicli aritmici, ma dopo tanti anni ha cominciato a riconoscere i segni premonitori. Tra un po’ i giorni di pioggia interminabile saranno interrotti da periodi sereni. E poi cominceranno le nevicate e il ghiaccio reclamerà la terra e il mare.
Sta per tornare al divano, quando intercetta un cenno da parte di Xigbar che gli indica la caffettiera sul tavolo.
E’ ancora mezza piena, e bollente. Questo gli dà il senso del tempo trascorso dall’inizio della loro riunione. Non è molto. Molto meno di quanto non gli sembri.
Riempie di caffè due tazze di caffè, aggiunge anche una dose generosa di brandy e torna dagli altri.
“Sora ha mantenuto la propria personalità anche come Heartless.” mormora, mentre passa una delle tazze a Xigbar e si accomoda nuovamente sul divano.
“Ha mantenuto ricordi coscienti della sua vita precedente, almeno in misura imprecisata, visto che non abbiamo dati attendibili su Sora e possiamo analizzare solo quelli che provengono da osservazioni casuali, spesso riportate da osservatori non affidabili, rilevate in condizioni non verificabili. Anche altri Heartless hanno mantenuto ricordi del passato in forma di engrammi profondi. Però Sora, e anche Xehanort, sono rimasti senzienti, quindi possono dare espressione ai loro ricordi. Finora io non ho parlato di personalità e, su questo, vorrei tornare in seguito. Tutto quello che noi possiamo dire è che l’attuale Sora, tecnicamente un Heartless, si comporta basilarmente come si comportava in precedenza.”
Xemnas inarca leggermente le sopraciglia, quasi aspettandosi il peggio, ma Zexion non è così avventato da fare commenti sul comportamento di Xehanort di fronte a lui.
“Questo è un altro fattore che mi spinge a considerare gli Heartless dotati di una corporalità propria.” prosegue il giovane “La memoria ha una componente puramente fisica, che nelle nostre specie sono rappresentate da collegamenti denditici e da configurazioni molecolari depositate nei neuroni, ma possono assumere altre forme, come gli schemi energetici nelle razze non materiali, e una componente mentale che è la capacità di associazione degli eventi. I dati e il programma in grado di leggerli ed elaborarli. Entrambe le componenti sono necessarie per ricordare. Se, in qualche modo, la componente fisica della memoria fosse stata archiviata solo nell’entità Cuore fin dall’inizio, questo potrebbe portarla con sé nel momento della frammentazione. In questo caso, sarebbe persa per il Nobody. Per fare un esempio banale, è come se tu avessi un computer dotato di due dischi rigidi, memorizzassi dei dati solo su uno di essi e poi lo scollegassi al computer. Quei dati non sarebbero più consultabili.”
“Le nostre amnesie frammentarie.”
“Sì. Questo implica però che il Cuore aveva un Corpo proprio dove immagazzinare i dati. Naturalmente, per adesso, questa è davvero solo una mia supposizione.”
Xemnas stringe le mani intorno alla tazza e abbassa il volto, fissando le volute di vapore che si sollevano dal liquido caldo.
Si sfiora il collo in un gesto meccanico, prima di ricordare che non indossa il mantello. Sente la mancanza del cappuccio che gli permetterebbe di ritirarsi nel rifugio inviolabile del suo spazio personale. D’istinto, lascia ricadere i folti capelli bianchi sul volto.
Conosce l’espressione che ha Zexion in questo momento. E’ quella un predatore affamato, ma Xemnas sa benissimo che nessun predatore, in nessun mondo, in nessuna condizione, è altrettanto famelico e vorace.
Perlomeno, tutti gli altri predatori prima o poi si saziano.
Il freddo è anche più intenso, ora.
“Ora comprendo il perché sei così affascinato da Roxas. E’ la cosa più simile a un Nobody senza memoria di una vita precedente.”
“Purtroppo, non è niente del genere. Roxas non ha memoria cosciente del passato, ma non è completamente amnesiaco. Il solo fatto che sa parlare, significa che ha mantenuto un livello di cognizione appresa e non istintiva. Ma i suoi ricordi sono organizzati solo in schemi di memoria ripetuta estremamente forti e ben organizzati.”
“La differenza?”
“Ha mantenute conoscenze acquisite nel corso della storia personale, ma non ha ricordi degli avvenimenti che lo hanno portato ad apprendere. Dal punto di vista puramente pratico, è come se sapesse leggere, scrivere e usare i keyblade per solo istinto, anche se ovviamente non è così. Adesso, abbiamo sempre affermato che sono i ricordi che abbiamo della nostra vita umana a sostenere la nostra personalità e il nostro impianto emotivo. Che siamo memorie viventi. Che le nostre emozioni esistono solo quando abbiamo memoria di un momento in cui le abbiamo provate. Tuttavia, Roxas sta sviluppando e sostenendo un sistema emotivo e i soli ricordi consapevoli che ha sono di un tempo successivo alla sua mutazione in Nobody, quindi questo contraddice l’affermazione precedente.”
“A me sembra abbastanza inerte come individuo.” commenta Xaldin.
“Prenditi il disturbo di conoscerlo, allora. La sua mancanza di personalità è, più che altro, è una mancanza di espressione. Man mano che accumula ricordi, che impara a esprimersi, la sua personalità si rivela. Ora resta da vedere se questa sarà paragonabile alla nostra, visto che tutti noi basiamo almeno parte del nostro complesso emotivo su esperienze avute prima di essere Nobody. Roxas no. Vorrei sapere quale genere di personalità potrebbe sviluppare un essere privo di Cuore fin dalla nascita. E, nel caso delle specie senzienti, se e come lo sviluppo di questa ne verrebbe influenzato.”
Gli occhi di Zexion sono annebbiati e fissi. La sua voce è slittata a un’inflessione più monotona. Indizi sufficienti a capire che, mentre parla loro, sta anche operando sul piano mentale.
“Chiedevi della personalità, Xigbar. C’è un’altra cosa, in Roxas. Non ha nulla di Sora. Non i ricordi, non gli schemi mentali. Non esiste il minimo indizio che sia mai stato Sora. In compenso, tutto porta alla conclusione opposta.”
“E da dove salta fuori, allora, il nostro piccolo custode di keyblade? Non dirmi germinazione spontanea, perché non ti credo.”
Zexion passa alla comunicazione telepatica e chiede formalmente il permesso di mostrare loro il seguito. Quello di cui ha parlato finora è solo un’introduzione, ne sono ben consapevoli. La reale sostanza delle sue ricerche deve ancora essere esposta e non può essere discussa adeguatamente a voce.
Esitano tutti, incerti.
Non è un’esperienza piacevole per nessuno di loro quella di entrare nel mondo mentale, vasto e selvaggio, che è la vera dimensione del telepate, dove devono essere guidati e non possono raggiungere né navigare con le loro sole forze. Un universo dove sono disarmati e vulnerabili e di cui solo la loro guida conosce le strade.
Ma la curiosità è stata stuzzicata e vogliono avere tutte le informazioni.
Così, tutti loro acconsentono e, uno dopo l’altro, vengono attratti nell’edificio mentale che il giovane ha eretto mentre discuteva e, con la loro presenza, ne completano l’architettura.
E’ un sistema di sei stelle luminose, ognuna caratterizzata da un suo colore.
Orbitano intorno a un nucleo di dati puri trasmessi e mostrati, non contaminati dall’esposizione verbale, non fraintesi dall’inadeguatezza della parola.
Uno a uno, i sei planano verso il perno del sistema con ardite manovra di declinazione orbitale.
Consultano, analizzano, assimilano, metabolizzano le informazioni esposte.
Uno per uno, aggiungono commenti, osservazioni, correzioni.
Tentano modifiche sperimentali al modello. Provano ad aggiungere o togliere addendi. Testano il risultato.
Uno per uno, uniscono le loro voci in un coro.
Epistasi
La personalità originale del corpo inespressaimpedita dal Cuore…
Una volta sottratto il Cuore, la personalità originale repressa viene alla luce…
Se caso si mantengano le memorie della vita precedente, questa personalità avrebbe convinzione di essere sempre lo stesso soggetto, senza soluzione di continuità…
Ricominciare tutto?
Solo una delle stelle, quella bianca, resta in disparte.
Non interviene.
Osserva.
Le informazioni sono esposte in modo impeccabile. Una ricostruzione convincente.
Ne sono convinti anche gli altri.
Sora potrebbe continuare a comportarsi come Sora perché crede di esserlo…
Noi ricordiamo quello che siamo stati e, di conseguenza, ne siamo influenzati…
Abbandonare?
I suoi compagni invitano la stella bianca fra loro, ma essa rifiuta l’Unità.
Pensa.
La stella bianca si allontana.
Vaga per un po’, assorta e sola, negli spazi della dimensione mentale.
Valuta.
Le voci degli altri lo accompagnano, impegnate nella loro conversazione.
Il modello sottinteso dal Cuore come fonte del complesso emotivo presenta troppe falle, troppe contraddizioni.
InadeguatoParadossaleRidondante. Obsoleto!
La stella bianca si dissocia dalla rete mentale.
Rende facile comunicare, ma, rifiutando di usare il pensiero incanalato da un altro, Xemnas afferma la sua indipendenza. Con la telepatia, Zexion li obbliga a scoprirsi, a lasciare un varco dove può introdursi. Xemnas non è sicuro che lo stratega non lasci filtrare solo quei concetti che gli fanno comodo. In realtà, si stupirebbe del contrario.
Nel mondo fisico dove è riemerso, dove adesso è solo.
Intorno a lui, i suoi compagni sono inerti, gli occhi fissi e annebbiati. I soli movimenti sono i loro lenti respiri e occasionali sbattere di palpebre.
Conclusione…
Chiude le barriere mentali. Adesso più che mai è imperativo che non si lasci sfuggire nulla.
Uno dopo l’altro, i cinque si risvegliano dalla loro trance.
Non parlano, anche se la conclusione inespressa a cui arrivano tutti è chiara.
Se fosse vero cambierebbe tutto. Cambierebbe ogni cosa.
“Roxas potrebbe essere solo un’eccezione… E’ diverso da tutti noi.” mormora incerto Xigbar, rompendo il silenzio.
La sua sicurezza si è consumata. Adesso si limita a fare questioni senza vera convinzione di avere ragione. Sa che l’unicità è la più impossibile delle condizioni naturale.
Zexion lascia disfare la sua architettura mentale e risponde con la sua voce sorprendente.
“Roxas è diverso da tutti noi. E anche Xemnas è diverso. E Naminé.”
Eccezioni
Fenomeni
Mutanti
Aberrazioni di sviluppo
O, semplicemente, qualcosa che non rientra nell’Effetto del Fondatore che sino a quel momento ha selezionato la loro razza.
Se fossero in numero sufficiente…
“E’ difficile definire ‘eccezioni’ tre su quattordici. O anche uno su quattordici. Non posso considerare Roxas un caso eccezionale, per il semplice fatto che non abbiamo un campione consistente. Siamo troppo pochi per definire cosa è ’normale’ per il nostro stato. Non ci sono eccezioni fra noi, perché non c’è una norma, così siamo tutti eccezioni. Ognuno di noi. Le sole creature viventi naturalmente prive di Cuore che conosciamo appartengono tutte a specie non senzienti, quindi è impossibile anche fare uno studio comparato. L’ideale sarebbe avere un Nobody tale fin dalla nascita.”
“Purtroppo, finora nessuno dei nostri tentativi in merito ha avuto il successo sperato.” interviene Vexen “Ho ottenuto embrioni privi di Cuore fin dallo stadio di gastrulazione, che è il momento in cui negli embrioni animali i Cuori sono riconoscibili. Il problema non è ottenere Nobody. E’ farli capaci di mantenere l’intelligenza e la forma originale. D’altra parte, la percentuale di Nobody che mantengono la propria individualità è molto bassa e io non ho potuto dedicarmi pienamente a questo progetto.”
Le parole di Vexen arrivano a sorpresa.
E’ tutta la sera che si aspettano una sua intromissione, ma lui li ha disattesi, limitandosi ad ascoltare con attenzione quello che è stato detto. Anche adesso il tono è stato solo quello di una pacata puntualizzazione.
Insolito, da parte sua, che non è certo un tipo taciturno. Raramente si lascia sfuggire l’occasione di contraddire aspramente un altro membro dell’Organizzazione, in particolare quando si tratta di uno più giovane e di rango inferiore e i suoi rapporti con Zexion sono, almeno da parte sua, conflittuali.
Ma Vexen non si lascia ostacolare da problemi personali, se considera valida una linea di ricerca. Non è mai stato un uomo particolarmente intuitivo e raramente ha un’idea originale, ma nessuno ha la sua abilità tecnica e nessuno come lui è in grado di verificare, confutare o sviluppare appieno una teoria.
La sua concentrazione e il suo silenzio significano solo che sta valutando il potenziale implicito nell’esposizione di Zexion.
Inoltre, Vexen si è sempre opposto alla loro politica aggressiva nei confronti dei Mondi.
I primi tempi, il suo dissenso è stato talmente energico che gli è costato ufficiosamente il rango e, anche se da anni è virtualmente escluso da ogni decisione in merito al governo dell’Organizzazione, Xemnas è sicuro che non perderà occasione di sostenere nuovamente un movimento che possa fornire da supporto alla sua causa originaria.
“E Naminé?” chiede Xemnas “Perché non usare lei? E’ nelle condizioni di Roxas.”
“Per quanto mi è possibile, preferisco evitare un rapporto così stretto con Naminé.” risponde placidamente Zexion.
In quel momento, afferra e stringe in una morsa la mente di Xemnas, oscura le sue percezioni e lo sigilla nel buio assoluto del nulla sensoriale.
Xemnas brancola nell’indeterminatezza del tempo trascorso rinchiuso in quella mancanza di punti di riferimento. Poi tutto torna normale.
Nessuno degli altri si è accorto di nulla.
E’ stato un attimo e Zexion si è premurato di paralizzargli qualsiasi reazione fisica involontaria che potesse tradire quella loro brevissima schermaglia privata.
E’ solo un avvertimento a non proseguire con l’argomento.
Doveva aspettarsi una reazione del genere.
Zexion sembra provare nei confronti di Naminé un disagio che sfiora l’avversione personale. Lo stesso atteggiamento dimostrato anche da Saix e Larxene, anche se nel caso di Larxene l’avversione diventa ostilità esplicita.
Ma se il comportamento di Larxene non è così sorprendente, lo è invece quello dei due uomini, che non lasciano mai trasparire sentimenti personali verso gli altri membri dell’Organizzazione. Mai niente di così evidente, almeno.
Saix ha addirittura chiesto ufficialmente di sopprimerla e Xemnas è convinto che Zexion lo avrebbe appoggiato, se non fosse stato per l’interesse accademico verso un caso simile. Ma si rifiuta di avere contatti mentali con Naminé ed è stato il più acceso sostenitore della necessità di non permetterle di unirsi a loro e di tenerla il più possibile isolata.
Le spiegazioni date dai due, nonostante le differenze con cui sono stata espresse, suonano coerenti.
Secondo Zexion, la ragazzina soffre di una condizione mentale di tipo schizofrenico, con una serie di sintomi che comprendono allucinazioni, deliri da controllo, alterazioni di percezione, progressiva demolizione dei confini del sé, scollegamento con la realtà esterna.
Questo non disturberebbe Zexion, ma Naminé è anche una potentissima telepate e proietta il suo stato con tutta la forza che si ritrova. E’ normale che il giovane sia il più sensibile. Le capacità mentali sono la sua forza, ma lo rendono anche particolarmente vulnerabile agli influssi psichici.
Xemnas sospetta anche che le alterazioni di percezione facciano sì che Naminé abbia una risposta distorta ai poteri di Zexion. Forse la rendono addirittura immune o capace di vedere oltre i suoi inganni. Anche se di questo non avrà mai conferma diretta.
Quanto a Saix, è stato categorico ed eloquente con la sua risposta. Naminé ha la puzza della morte e di un’infezione.
Sul tavolo di fronte a lui, c’è un cavo.
Distrattamente, Xemnas lo raccoglie. E’ flessibile, ma con una certa resistenza. Un cavo di connessione, privo di attacchi a entrambe le estremità, probabile resto di qualche lavoro fatto sui computer dello studio.
Quasi senza accorgersene, comincia a rigirarlo fra le dita.
“A ogni modo, di una cosa abbiamo certezza. Senza Cuore, la nostra esistenza è precaria e viviamo in uno stato d’indeterminatezza. Siamo sempre a rischio di degenerare in una forma inferiore di Nobody o, addirittura, di cessare di esistere.” esclama Xaldin.
“A prescindere da cosa sono e quale parte giocano nella personalità, i Cuori si riflettono sulla consapevolezza dell’individuo. Noi esistiamo grazie a un continuo atto di volontà. Gli effetti del Cuore sostengono la volontà. Alcuni di noi pensano di non esistere, di essere morti. Morti che, per qualche inesplicabile ragione, continuano a camminare. L’equazione è semplice. Niente del mondo riesce a suscitare reazioni riconoscibili, quindi non si risponde al mondo. E chi non risponde al mondo sono i morti. Per altri, si è verificato il processo opposto. Hanno cominciato a credere di essere i soli ad avere un’esistenza reale. Il mondo non provoca sensazioni perché è il mondo a non esistere. Credono di essere i soli e che tutto il resto sia solo il riflesso della loro fantasia o della loro memoria. Molti di noi stanno cominciando a vivere in una condizione psicotica. Saix, Axel e Naminé sono gli esempi più immediati, ma sono certo che altri non ne siano immuni. Compresi alcuni di noi sei. I Cuori non sono la fonte delle emozioni, ma sono un sistema di riferimento. Servono per relazionare le emozioni all’ambiente. Servono soprattutto per riconoscerle consciamente. Danno loro un significato individuale. Sono una bussola, una carta di navigazione. Le emozioni servono perché fanno da supporto alla volontà. Se non per tutti, per molti di noi. Ci permettono di restare legati a questo mondo, di trovare una ragione per esistere. Noi usiamo schemi di memoria per sostituire il sistema di relazione fra il complesso emotivo e l’esterno. L’operazione di analogia che effettuiamo per elaborare risposte emotive è automatico e non richiede alcuno sforzo volontario, tuttavia ha una resistenza. Esiste un tempo di attrito che rallenta la velocità di risposta emotiva. Per quanto non sia percepibile a livello conscio, il ritardo viene però ugualmente rilevato e interpretato come un senso di falsità e di inadeguatezza della risposta stessa. Se riuscissimo a fissare il sistema di copia incolla che effettuiamo con i ricordi, limitando i tempi di attrito, potremmo risolvere il problema della stabilità.”
“Come si concilia questa incapacità di mantenere la stabilità con quello che dici sulla natura dei Cuori? E’ evidente che sono una parte indispensabile dell’essere, o non avremmo bisogno di meccanismi di controllo.”
“Anche un essere completo può decidere di lanciarsi in uno strapiombo di testa. C’è una grossa differenza fra gli esseri viventi e il resto del mondo. I viventi esistono anche sulle leggi della convinzione individuale, non solo della fisica. Se la percezione di noi stessi è quella di esseri con un vuoto interiore, ci comporteremo come tali. Se siamo convinti, convinti fin nell’inconscio, che i Cuori sono necessari, che, anzi, rappresentano il vero significato dell’esistenza, potremmo comportarci come se questo fosse vero e per noi, quindi, diventerebbe vero. Potremmo addirittura arrivare a non rilevare o riconoscere tutto quello che esula o contraddice questa condizione. A maggior ragione, dobbiamo definire su cosa fondiamo le nostre convinzioni. Non possiamo continuare a esistere in una tale mancanza di conoscenza. Quando inventiamo anche una sola cosa per sopperire a quel che non sappiamo, allora poniamo il primo mattone di un edificio inesistente. Sul nulla non si può costruire.”
A un tratto, Xemnas si accorge di avere le mani strette insieme.
In qualche modo, giocherellando con il cavo, ha finito per aggrovigliarsi. Subito annega in un ricordo.
Volti, voci.
Persone.
Si chinano su di lui e mormorano parole rassicuranti mentre gli legano i polsi e lo immobilizzano e scuotono i lacci per assicurarsi che non riesca a liberarsi.
Chiedono se è comodo mentre conficcano elettrodi roventi nel suo cervello e nel suo cuore.
Si chiudono le porte della capsula e adesso è solo in quel microuniverso. Quel che sta al di fuori, è come se fosse su un pianeta diverso.
D’istinto, cerca di alzarsi per raggiungere quell’altro mondo oltre il vetro. Ma non può muoversi ed è tardi e si trova proprio dove vuole essere, nella situazione in cui ha chiesto di essere, e il solo a poterlo aiutare è lui stesso se decide di interrompere l’esperimento, ma lui sa che non interromperà mai, anche se vorrebbe tanto trovarsi in un momento precedente per ripensarci.
E poi solo collera e terrore e adesso le sue mani tremano impercettibilmente mentre svolge il cavo e lo getta da parte.
Xaldin è seduto al suo fianco.
Vexen e Lexaeus sul divano opposto.
Xigbar è drappeggiato scompostamente su una poltrona equidistante ai due gruppi, e tira lente boccate da una sigaretta.
Dalla sua scrivania, Zexion lo fissa, i denti che tormentano la punta dell’indice. I suoi occhi hanno una tinta indefinibile. Può sembrare blu, o viola, o grigio. Qualche volta persino nero. E’ come le ombre. Non un vero colore. Solo la sottrazione di luce dagli altri colori.
Xemnas reprime il suo ricordo, prima che lo tradisca, se non è già successo. Ma, probabilmente, è già successo.
In realtà, l’intera conversazione è viziata per sua stessa natura.
Questa sera, per una volta, Zexion sembra del tutto sincero ed esplicito, ma con lui non si può essere sicuri di quello che si sta vivendo.
Per quanto ne sa Xemnas, potrebbero essersi immaginati ogni singola parola pronunciata, ogni singolo gesto compiuto.
Potrebbero non essere neppure qui.
(Paranoia?!)
Senza spingersi troppo in là con la fantasia, anche quegli indizi di nervosismo che Zexion lascia trasparire, quella leggera stanchezza che trasmette, possono essere intenzionali. Si adatta alle aspettative dei suoi interlocutori, compreso l’apparire vulnerabile, accontentandoli per far abbassare loro la guardia e dirigere i loro pensieri.
Controllo. E’ questa la sua forza. Controllo su sé stesso, in primo luogo e, essendo quello che è, questo significa controllo sull’ambiente nel quale gli altri credono di essere, cioè controllo su di loro.
La mente ordina e influenza la realtà, quindi qual è il vero potere di chi ha potere sulla mente?
Solo adesso fa caso all’abbigliamento del giovane, che indossa solo un paio di calzoni di una tuta e una maglia a maniche corte.
Niente di strano. Nessuno dei presenti, lui compreso, è in uniforme.
Per chiunque altro è solo una questione di comodità, ma c’è una ragione del perché, di tutti loro, Zexion sia il più pronto a liberarsi della pesante tenuta che li isola dal mondo. Il suo potere dipende da quello che percepisce, sia con le capacità telepatiche che con i recettori sensoriali. Così, ha eliminato ogni ostacolo possibile alla rilevazione dei dati ambientali per ridurre al minimo l’eventualità di errori di valutazione.
Zexion non si è presentato a un incontro informale con vecchi colleghi. Si è preparato a uno scontro ed è arrivato in pieno assetto di guerra.
Il solo modo per avere un confronto alla pari sarebbe di chiuderlo in una stanza di deprivazione sensoriale. Così lo si taglierebbe fuori dalla sua fonte.
(Sto diventando paranoico?)
Lieve, ma implacabile e inconfondibile, Xemnas avverte il primo accenno di un attacco di claustrofobia.
Sa cosa lo aspetta. Quello che al momento è solo un leggero senso di apprensione (Ridicolo. Lui provare apprensione. Lui provare!) si trasformerà, in qualche ora, in agitazione e poi irrequietezza e poi insofferenza e poi intolleranza.
Se non le darà sfogo, diventerà in un’emicrania straziante che non ha senso di esistere, ma che da anni sfida ogni possibilità di analisi, tutta la scienza medica di Vexen, tutti i trucchi psicologici di Zexion, tutte le conoscenze farmacologiche di Marluxia.
Inutile combattere. Dopo tanto tempo, ha imparato che non c’è modo per uscirne vittorioso. Farà il suo corso. Come sempre. E si esaurirà. Come sempre. Fino alla volta seguente.
“Zexion, l’universo non può permettersi ancora la tua curiosità.”
Il giovane non risponde, né Xemnas si è aspettato altro.
Solo loro sei conoscono il vero ruolo giocato da Zexion nella storia che ha portato a tutto questo. Mai una volta, in tutti questi anni, Xemnas lo ha sentito rimpiangere quell’idea.
Il bambino prodigio di Ansem.
Un ragazzino innocente.
Padre della morte dei Mondi.
Teorico della morte di suo padre.
E loro lo hanno ascoltato. Lui lo ha ascoltato.
Xemnas non ha la pretesa di capire quello che passa nella testa del suo compagno, ma, se volesse scommettere, scommetterebbe che Zexion è lieto degli spaventosi poteri che ha ottenuto, della sua capacità di ordinare il pensiero in schemi di inimmaginabile complessità senza essere distratto dalle debolezze mortali.
Xemnas non riesce a credere che chi è in grado di volare voglia essere di nuovo inchiodato a terra. Per nessuna ragione.
Meglio finire la riunione. Prima finisce, prima potrà essere fuori dal castello.
I mondi sono tanti. Tantissimi.
Infiniti, se si dà retta a Xigbar.
Se gli si dà troppo retta, e lui è nell’umore giusto, il guerriero si fa da parte e lascia posto all’antico fisico, e si mette a scrivere su qualsiasi superficie disponibile, su muri, pavimenti e soffitti, per dimostrare perché i mondi sono infiniti, differenziati fra loro da una singola nota, un suono unico e irripetibile, che basta a distinguerli e separarli gli uni dagli altri.
Perché giacciono in quel nesso che i loro sensi rilevano solo come un gassosoleosovuoto grigioneroviola, percorso dai sentieri dell’ombra, che è chiamato il Mondo in Mezzo, anche se non è affatto un mondo o una dimensione, ma è come il fluido interstiziale fra le cellule di un organismo, e porta vita agli universi, e gli universi che ci galleggiano dentro sono arazzi intessuti con i fili delle cinque Forze, Oscurità, Luce, Crepuscolo, Alba, Nulla, e delle loro antiforme.
Come, di là dal loro, esistono innumerevoli altri insiemi di universi, che non si possono raggiungere, perché sono organismi diversi, ognuno immerso nella sua matrice, forse grigia, ma forse no.
Recita i suoi poemi di geometrie e spazio e scrive saltando da una superficie all’altra, fino a quando i muri sembrano un ricamo che racchiude un’epica in una lingua straniera.
E nessuno, naturalmente, capisce molto, ma quello non conta davvero.
Quello che conta, in questo momento, è che, di tutti gli infiniti mondi, possono tenersene uno per loro.
E’ un mondo dove non ci sono Cuori, questo, inutile per i grandi piani di coloro che infrangono gli universi, ma, siccome non ci sono Cuori, nessuno dà loro la caccia e, per intanto, possono godersi la loro effimera libertà.
Ed è un segreto. Un segreto solo finché nessuno lo vorrà scoprire, naturalmente. Ma tutti loro hanno qualcosa che conservano solo per sé stessi. Un posto dove andare. E, siccome lo hanno tutti, nessuno ha davvero voglia di scoprire il luogo segreto dell’altro, così che, quando è il proprio turno, il favore viene ricambiato.
Non sorprende che questo è il luogo segreto di Marluxia.
Le foreste coprono gran parte del pianeta, dalle giungle tropicali così fitte che la luce del sole non può raggiungere il terreno, alle distese di vegetali incrostanti che crescono sulle calotte polari, alle alghe che colonizzano gli oceani.
E alberi. Arbusti, cespugli, fiori, erbe, licheni, fronde, liane.
Un mondo che è solo una serra.
Roxas rovescia la testa all’indietro per capire fino a dove s’innalzano gli alberi che lo circondano. Il suo sguardo corre verso l’alto, lungo rette verticali che paiono le linee prospettiche tracciate per un fuoco all’infinito, e non riesce a trovarne la sommità.
E’ una foresta di giganti. Tronchi diritti, ricoperti da una corteccia loricata bruno rossiccia, con un diametro tale che può allargare le braccia al massimo e arriva a malapena a coprirne un quarto dei più grandi.
Svettano fino a impensabili altezze, come i grattacieli del mondo buio.
L’intera foresta è un assalto sensoriale.
Tocca uno dei colossi e rimane sorpreso dalla morbida corteccia spugnosa, dai frammenti che restano attaccati alle dita e sotto le unghie.
Mentre cammina, i suoi piedi sprofondano nel soffice strato del sottobosco, coperto da uno strato di foglie decomposte che attutiscono i passi.
La colonna sonora è lo sgocciolio dell’umidità condensata che cade da migliaia di foglie, migliaia di rami, ogni goccia con una sua frequenza e un suo ritmo. Lo scricchiolare del legno. Il placido ronzio di piccoli esseri volanti, simili agli insetti così comuni su gran parte dei mondi.
Quello che vede è immerso in un mosaico di luce rosa e oro, frantumata e ricomposta da foglie aghiformi.
E gli odori. Quelli dominano su tutto. Odore dolciastro di decomposizione, odore d’acqua e legno. Il profumo denso della resina. Odori cui non riesce ad associare nulla, ma che esistono, a prescindere dalla definizione, e sono ben distinti l’uno dall’altro.
Non è abituato a camminare tanto, ma, adesso, attraversare i sentieri delle ombre sarebbe un controsenso. Non deve arrivare da nessuna parte e, per una volta, è interessato al viaggio, non alla meta.
E’ attratto da un riflesso luminoso, un po’ come l’effetto di una luce tangenziale su una superficie bagnata.
Si avvicina e scopre la causa di quel bagliore.
Una strana struttura si spiega fra i tronchi di due giganti. Un insieme di fili sottilissimi ancorati agli alberi, che formano un’architettura poligonale.
Incuriosito, ci gira intorno.
La struttura si estende solo in due dimensioni e ha un diametro di svariati metri.
I filamenti sono talmente sottili da essere quasi invisibili, tranne quando la luce scivola scorre su di essi. La loro disposizione ha una regolarità geometrica.
Roxas ne sfiora uno con un dito. E’ un po’ appiccicoso.
Subito, una creatura esce da una fessura nella corteccia di uno dei due alberi che sostengono la tela e corre rapidissimo sui fili.
Di riflesso, il ragazzo allontana la mano.
L’animale si ferma una volta raggiunto il punto toccato da Roxas.
E’ una creatura artropode, un po’ più piccolo della mano del Nobody, con dieci zampe articolate, una bocca composta, grandi occhi sfaccettati e un carapace colorato di verde, marrone e giallo, perfetto per mimetizzarsi nella foresta.
Roxas sfiora un diverso filo della ragnatela. La creatura si gira e corre verso quel punto, per poi arrestarsi di nuovo.
Il ragazzo ripete più volte l’operazione. Se avvicina solo la mano, ma non smuove i fili, non ottiene risposta, ma se solo ne sfiora uno, anche se si limita a soffiarci sopra il più debolmente possibile, la creatura reagisce.
Ha capito quello che succede. L’animale percepisce le vibrazioni trasmesse dai filamenti quando questi vengono scossi anche impercettibilmente. Tutti i filamenti sono collegati fra loro in una struttura radiale, quindi può percepire la vibrazione causata, qualsiasi sia il filo coinvolto.
La tela è tirata in uno spazio aperto.
Ci sono una moltitudine di esseri volanti, nella foresta.
Non è difficile collegare le cose.
E’ una trappola, questa. Una trappola ingegnosa. Il massimo spazio coperto con il minimo impegno.
Il ‘ragno’ si ferma nel centro della tela, in un punto di snodo di diversi fili che si connettono agli altri, e tira i fili radiali, uno dopo l’altro, cercando di suscitare altre vibrazioni per localizzare la posizione di quella vittima fantasma di cui adesso non riceve più informazioni. Stavolta, Roxas lascia stare la ragnatela e, dopo qualche tentativo, l’essere torna al suo rifugio sul tronco.
Ormai, però, l’effetto mimetico che lo nasconde è svanito agli occhi di Roxas.
Il ragazzino gli tocca il dorso e subito il ragno si volta ad affondarlo, una furia di mandibole e zampe uncinate sollevate minacciosamente.
E’ curioso vedere quella piccola creatura indifesa affrontare un nemico tanto più grande e forte in modo così impavido e feroce.
Forse crede di non avere altra scelta.
Forse non pensa.
E’ inerme e neppure sa di esserlo.
Basterebbe un dito per schiacciarlo.
Con lentezza, il Nobody allunga una mano e la appoggia a palmo all’insù sul tronco di fronte al ragno.
Invece di attaccare, l’animale retrocede lentamente di qualche passo, poi avanza di nuovo. Per un po’ continua questa sua specie di balletto, spingendosi verso la mano immobile di Roxas per tirarsi indietro prima di raggiungerla. Alla fine, si decide. Allunga un arto e tocca cautamente la mano. Un tocco rapidissimo e timido e una veloce ritirata.
Roxas non osa muoversi.
Rassicurato, il ragno sembra dimenticare quello che, poco prima, ha considerato un attacco e prende confidenza. Analizza con maggior sicurezza la mano, le gira intorno e, finalmente, sale sul palmo aperto. Il peso della creatura è considerevole, considerate le dimensioni. Le zampe sono coriacee, fredde e solleticano un po’ la pelle, mentre continua la sua esplorazione spingendosi sul polso e poi sull’avambraccio del Nobody.
Soddisfatta la curiosità, la bestiola torna al nascondiglio fra la corteccia, in pazienza attesa che qualcosa di più commestibile di un indiscreto ragazzo alieno cada nella sua trappola di fili luminescenti, e Roxas riprende i suoi vagabondaggi.
Non ha chiesto lui di essere portato in questo mondo, ma adesso si sta godendo il viaggio molto più di quanto potesse immaginare.
E’ la prima volta che riesce ad avere un po’ di solitudine, fuori dell’ambiente sterile e controllato del castello. Quando sono su altri mondi, è sempre sorvegliato e protetto e non gli è permesso allontanarsi. In realtà, anche nel mondo buio non riesce mai a restare solo, se non quando si chiude nelle sue stanze. A volte, neppure in quei momenti.
Xemnas gli ha messo addirittura Axel alle calcagna, e Axel ha interpretato il ruolo di custode a modo suo. Invece di seguire Roxas, se lo trascina sempre dietro.
Capisce la ragione di simili cautele. Lui è troppo utile, come arma e soggetto di sperimentazione, perché non lo si salvaguardi da rischi non necessari. Certo è che, da qualche tempo, comincia a sentirsi un po’ ingabbiato.
In fin dei conti, sono ben poche le cose in grado di costituire un pericolo per un Nobody e lui ha dimostrato più di una volta di essere in grado di difendersi.
Adesso potrebbe aprire un portale e traslarsi in qualsiasi parte dei Mondi, ma l’idea della fuga non lo sfiora neppure. Non che non lo farebbe, se gli venisse in mente. Semplicemente, la ribellione è un concetto che non possiede.
Marluxia ha raccontato che, in altre zone di questo mondo, le cose stanno diversamente, ma qui non c’è niente di pericoloso, nessun predatore abbastanza forte, nessuna creatura velenosa, nessuna condizione ambientale rischiosa. Così, gli altri lo hanno lasciato libero di fare quello che preferisce. Persino Axel, la sua fin troppo zelante guardia del corpo, gli ha lanciato solo una disinteressata occhiata nel vederlo allontanarsi, ed è poi tornato a discutere con gli altri due.
Quando Roxas si decide a tornare indietro, sono passate ore ed è pomeriggio inoltrato.
La foresta termina senza soluzione di continuità ai margini di una ripida cresta coperta da prati che scivola a picco verso le rive di un mare non salato.
I fianchi della scarpata si spezzano in lame e frange di basalto che si estendono nel mare e, abbracciata fra le pareti di roccia, c’è la spiaggia di una piccola cala. La vegetazione arriva quasi fino al mare, e solo nei punti di battigia si dirada, lasciando sabbia nuda intervallata da scogli e pietre.
I suoi tre compagni di viaggio sono ancora lì, dove li ha lasciati quando si è allontanato per esplorare la foresta sull’altipiano. Riesce a vederli con chiarezza anche dal suo punto di osservazione elevato.
Si sono liberati di mantelli e anche di buona parte dell’abbigliamento. Ci sono solo loro, e fra loro non c’è bisogno di nascondersi.
Il sole è leggermente rosso, un colore intensificato con l’avvicinarsi della sera. Sotto quella luce, le loro braccia nude sono macchie rosate e i capelli di Axel hanno il colore del sangue arterioso.
Roxas apre un portale per superare l’ostacolo del precipizio e si rimaterializza sulla spiaggia.
I tre Nobody stanno parlando fra loro. Perlomeno, parlano Marluxia e Axel.
Larxene ha steso il mantello sotto di lei, accanto a Marluxia, ed è impegnata a sonnecchiare e prendere il sole.
Indossa un costume bagnato, e anche pelle e capelli sono bagnati. Deve essere uscita dall’acqua da poco, troppo poco perché abbia avuto il tempo di asciugarsi.
Nessuno dei tre dà segno di essersi accorti del suo ritorno, ma se ne sono accorti. Roxas non ha il minimo dubbio riguardo a questo.
Il ragazzo cerca un angolo di prato il più privo di pietre possibile e si sdraia.
I fili d’erba sono alti. Con il volto girato di lato, gli sembra di essere immerso in una composizione di pennellate verdi che coprono il paesaggio di sfondo.
Si rilassa, e lascia che i segnali del mondo gli si riversino addosso.
All’inizio della sua esistenza, e anche in seguito, a circondarlo era un universo di nebbia senza consistenza.
Gli bastava sorvegliarlo per rilevare eventuali pericoli e solo quello che era una minaccia o un obiettivo assumeva importanza ed era degno di attenzione.
Tutto il resto, scivolava su di lui.
Ma i giorni erano passati e, in quella massa confusa e priva di spessore, alcune sensazioni avevano cominciato ad apparire in rilievo.
Voci, immagini, sapori…
Giorno per giorno, il mondo ha demolito i muri dentro il quale era rinchiuso, e tutto è diventato un ‘qualcosa’, ognuno dotato di una sua unicità, invece di essere solo parte di un grigio sfondo inerte.
A quel punto, Roxas ha cominciato a osservare e ascoltare. Osservare e ascoltare tutto.
Non sa molte cose, ma sa che accumulare informazioni è necessario. E’ vitale. E’ la cosa più importante che deve fare. Potrebbe tralasciare tutto il resto, ma non quello.
Non sa perché deve farlo, non è neppure davvero cosciente di quello che fa. E’ come se si fosse attivato un meccanismo, in lui. E’ diventato una spugna.
Qualsiasi cosa percepisce, la assimila e la memorizza.
Anche se si tratta solo delle chiacchiere e delle interminabili discussioni dei suoi compagni.
“Non ho bisogno di un Cuore per sapere che esisto.” dice Marluxia “E non ho bisogno di un Cuore per sapere che non voglio esistere nel cordoglio e nell’attesa di non sentirmi più in lutto. Non sento altro che lamenti e rimpianti. E tutti che si aspettano che anch’io mi lamenti e provi cordoglio e rimpianto. Ma perché? Io non ho fatto niente.”
Diversamente dalla compagna, lui si è sdraiato sulla terra nuda, le braccia allargate come per avere il massimo contatto possibile con il suolo e l’erba.
“Marluxia, il tuo mondo esiste ancora? Esiste ancora qualcuno come te, nell’universo?” chiede Axel.
“No, a quanto ne so. Forse qualche superstite sparpagliato in giro. La mia gente non possedeva una tecnologia sufficiente a tenere a bada gli Heartless.”
“E adesso sei diventato una delle cose che ha distrutto il tuo mondo. Come ti fa sentire, questo?”
“Mi fa sentire bene. Lieto di non avere fatto la stessa fine.”
Axel scuote la testa, poi afferra un sasso e lo getta con tutta la forza verso il mare.
“Qualche volta, credo che tu sia il più mostro di tutti noi.”
“Dovrei lamentarmi perché sono vivo, mentre tutti gli altri no? Non avrei cambiato la loro storia, se fossi morto anch’io. Non ho distrutto il mio mondo, non ho aperto le porte dell’oscurità, non ho chiesto di diventare un Nobody. E’ capitato, ma l’alternativa era morire, quindi mi ritengo fortunato. Non voglio rigettare anche questa fortuna e non posso provare rimorso per qualcosa di cui non ho avuto nessuna responsabilità.”
“E quello che hai fatto dopo? Quello lo hai deciso tu.”
“Allora è anche più insensato mettersi a piangere, proprio perché sono mie decisioni. Mie, anche quando decido di obbedire a Xemnas. Lamentarsi per quello che siamo non serve, lamentarsi per quello che facciamo è paradossale, se poi continuiamo ad agire nello stesso modo. Semmai, sarebbe sensato smetterla con questo carnaio.”
Il ronzio delle creature volanti mescolato al suono della risacca è una miscela narcotizzante che invita Roxas a lasciarsi andare al sonno. Ma dormire gli farebbe solo perdere qualcosa.
Si mette seduto e si sfrega gli occhi.
La posizione eretta dissipa subito parte della sonnolenza.
Ci sono boccioli di qualche fiore, fra l’erba, ma nessuno di essi è ancora sbocciato. Sono solo piccole pallottole verdi strettamente chiuse in sé stesse.
“Roxas.”
A malavoglia, il ragazzo rivolge la sua attenzione a Marluxia.
Non è mai felice che ci si accorga di lui. In genere, significa che gli si chiede anche un coinvolgimento diretto. Riesce a essere cosciente di tutto quello con cui viene a contatto, ma questo non significa che sia concentrato su di esso, o che voglia averci a che fare.
“Dimmi un po’, Roxas. Di cosa senti la mancanza?”
Roxas non risponde, naturalmente.
Gli sfugge il contesto della conversazione, visto che ha appena fatto tempo ad arrivare e, non inserita in un contesto preciso, quella è una domanda priva di senso. Ma tanto, ha capito bene che lui non c’entra. E’ stato tirato in mezzo solo per essere usato come esempio.
Se possibile, la cosa è anche più fastidiosa della sola attenzione rivolta a lui.
“Guarda che Roxas non ha ricordi.” replica Axel.
“Lo so bene. Proprio per questo la sua risposta significa più di quella di chiunque altro. Può rispondere senza essere accecato dal passato.”
“Vuoi dire che non gli può mancare quello che non ha mai conosciuto?”
“Voglio dire che forse non siamo destinati al lutto eterno. Voglio dire che forse è solo una convinzione che ci siamo fatti e non una condizione inevitabile e proprio Roxas può esserne la prova. Lui è libero di essere quello che vuole senza essere condizionato dai ricordi di una vita precedente. Se la nostra natura intrinseca fosse quella dell’eterno rimpianto e brama del Cuore, Roxas ne sarebbe condannato, a prescindere da quello che ricorda.”
Axel svanisce in un portale e riappare subito di fronte Roxas, schiacciando alcuni dei fiori. Fissa attentamente il ragazzino negli occhi, poi gli dà qualche lieve colpo su una guancia.
“Se ne aspettano, di cose da te, vero, Rox? Il distruttore di Heartless di Xemnas, il progetto di Zexion e adesso anche la nostra speranza. Ho proprio paura che Roxas sia una speranza di seconda scelta, Maru. Potrebbe convincere chiunque del contrario di quello che affermi.”
Stringe rudemente la faccia di Roxas con una mano e lo volta verso Marluxia.
“Guardalo. Non sarà certo con le vostre pretese che farete diventare questo povero ragazzo qualcosa più di quello che è.”
“E cos’è, Axel?”
“Il peggiore di noi.”
“Così non rispondi. Cosa siamo noi?”
Quasi soprapensiero, Axel intreccia dolorosamente le dita ai capelli di Roxas.
“Smettila.” mormora il ragazzino.
Axel non dà neppure segno di averlo sentito.
“Avanti, Axel.” insiste Marluxia “Adesso non puoi tirartene fuori. Come ti consideri? Alcuni di noi pensano a sé stessi come… onestamente, non ho ben capito. Animali, credo, o meno che animali. Sei uno di loro, Axel? Ti consideri un animale?”
“Siamo gusci. Gusci pieni solo di immagini. Se Roxas è quello che siamo senza le nostre convinzione… no, grazie. Preferisco continuare a rimpiangere il passato.”
Esasperato, Roxas allontana la mano che continua a tirargli e annodargli i capelli, con una specie di sibilo da gatto rabbioso.
Axel ridacchia, ma si tira indietro. Un istante, e scompare in un varco scuro per riapparire a diversi metri di distanza.
Per quanto le apparenze sembrano affermare il contrario, il giovane non è né stupido, né incosciente.
Roxas ha l’abitudine di scoraggiare confidenze indesiderate e spiritosaggini con i keyblade. Secondo il suo modo di fare, oggi è stato straordinariamente tollerante. Ha persino avvertito di non tormentarlo ancora. Un segno di considerazione insolito. Non è il caso di sfidare la fortuna.
“Siamo fatti di memoria.” prosegue Marluxia, ignorandoli “E’ questo il problema. Gli originali sei sono stati i diretti responsabili di quello che è accaduto loro e non possono dimenticare. Rimangono legati a quello che avevano, a quello che hanno perso. Ricercano quello che ricordano, e la ricerca non fa che approfondire il ricordo e il desiderio. E’ un circuito chiuso. Anche nel tuo passato c’è qualcosa sufficiente a cancellare il presente?”
La risposta di Axel è un’occhiata in tralice che avverte di fare attenzione. Marluxia si sta addentrando su terreno instabile.
“Da quanto sei un Nobody, Axel?”
“Da un fottuto numero di anni più di te, ragazzino.”
Mette un’enfasi voluta sull’ultima parola e c’è un gelo pericoloso nella voce.
Axel non parla mai del suo passato, e non permette che gli facciano domande a proposito. Non rivela neppure il suo vero nome.
“Io e Saix, a distanza di pochi mesi, quando i sei si stavano ancora pulendo la bocca dal latte e non avevano ben capito in che mondo si trovavano, ed era un altro mondo, non il nostro. Non lo avevamo ancora trovato, quello.”
Roxas alza la testa, in attesa di sentire altro. Ma, con rammarico del ragazzo, Axel non prosegue e la sua espressione chiarisce subito che non tollererà ulteriori intromissioni in qualcosa che appartiene solo a lui. E’ già insolito che si sia lasciato sfuggire quelle poche parole.
“In tutti questi anni, non ti sei ancora stancato di far decidere agli altri cosa fare della tua vita?” chiede Marluxia.
“Ma dai, Maru. Non puoi pretendere da lui una cosa simile.” mormora Larxene, senza aprire gli occhi.
Axel sbuffa, ma Roxas si aspettava un intervento della ragazza da un momento all’altro.
Sono strani, quei due. Si spalleggiano sempre, in tutto. Anche quando sono in contrasto, basta che qualcosa si scontri con uno di loro e l’altro arriva subito in suo aiuto, e dimenticano le loro divergenze. Sono gli unici ad agire così.
Marluxia si stringe nelle spalle.
“Quando ti hanno preso, ti hanno chiesto cosa volevi? Se è così, sei stato fortunato. A me non è stato data scelta. Mi hanno portato fra loro, mi piacesse o no.”
“Avresti preferito essere lasciato nella terra del crepuscolo? Sai quello che fanno ai Nobody trovati soli? Hai mai partecipato a un’operazione di reclutamento andata male? Se non lo hai ancora fatto, offriti volontario per andare a recuperare il prossimo, e spera tanto di arrivare prima dei nativi.”
Marluxia scuote la testa.
“Mi sta benissimo che mi abbiano trovato e sono grato ai sei per quello che hanno fatto, ma questo non vuol dire avere venduto loro la mia volontà. Sono convinti di essere la causa dell’esistenza dei Nobody, di possederli e di poter disporre come vogliono di ognuno di essi, noi compresi. Forse ho davvero perso qualcosa, ma se quello che provo è come quello che ho perduto, se non sento differenza… allora perché dovrei preoccuparmi che il meccanismo è diverso? Perché dovrei impazzire per correre dietro a qualcosa che ho già sostituito? Perché dovrei anche solo negare che l’ho sostituito?”
“Vedo che hai aderito con entusiasmo all’ultima teoria di Zexion.”
“Una congettura. Quella di Zexion è una congettura. Lo è per adesso per adesso, perché la dimostrerà, ne sono sicuro. Dagli solo tempo. Poi la chiuderà in biblioteca, un nuovo trofeo per la sua collezione di enigmi risolti. Se ne farà un uso pratico, la userà per convincere gli altri a fare qualcosa di particolarmente schifoso e pericoloso. Zexion cerca la prova scientifica che noi esistiamo ed esistiamo per noi stessi, peccato solo che quanto arriverà finalmente alla scontata conclusione, probabilmente non ci sarà più nessuno a cui possa servire. Dobbiamo permettergli di decidere come dobbiamo vivere la nostra vita solo perché ne capisce la meccanica? E’ davvero così importante sapere se noi siamo le persone che erano prima, oppure esseri del tutto nuovi? Che siamo stati creati, generati, nati, fatti, che siamo il prodotto di un errore di valutazione, di una disattenzione, di una imprudenza, di volontà, che nessuno ha mai voluto che esistessimo… non ha importanza. Adesso siamo qui. Siamo vivi.”
“A metà.”
“Se ti piace pensarlo, fai pure, idiota masochista. Ma ricorda che, comunque, mezza vita è sempre meglio di nessuna.” scatta Larxene, sollevandosi.
Prima che si alzi in piedi, Marluxia la afferra per la vita, la tira giù di nuovo e la stringe a sé.
Lei gli schiaffeggia la mano e borbotta qualcosa di incomprensibile in una lingua sibilante, ma si rilassa subito.
Axel studia freddamente i due.
“Non siete diversi da quel coglione di Demyx.” brontola.
La ragazza si irrigidisce e stringe gli occhi. Un lieve crepitio, e l’atmosfera si carica in risposta alle sue fluttuazioni umorali.
E, in un istante, tutto torna alla normalità. Larxene sorride e la sua postura perde la tensione.
“E allora? Se sta bene a noi, a chi altro deve importare? E’ mezza vita fino a quanto tu pensi che lo sia. Mi sono stancata di questi piagnistei. Ho più potere ora di quanto non ne avevo prima. Non invecchio. Ho visto cose che sul mio mondo neanche ci sognavamo. Queste sono buone cose. Ottime cose. Ho perso qualcosa, e ho guadagnato qualcosa. Ci posso anche stare, e comunque non posso farci niente. Tanto vale che mi rassegni e mi goda i vantaggi.”
“Ci consideriamo incompleti,” prosegue Marluxia “ma come puoi definirti incompleto per la mancanza di qualcosa senza la quale continui a vivere, pensare, non soffri di decadenza fisica e mentale e hai superiori possibilità di sopravvivenza? Rispetto agli esseri dotati di Cuore, siamo più intelligenti, più forti, più adattabili, più resistenti, abbiamo maggiori capacità di controllare il mondo. Se proprio devo giudicare, io lo definisco un miglioramento del progetto originale.”
“Un miglioramento costato un mondo per ognuno di noi.”
“Le cose funzionano così, nella vita, a colpi di catastrofi. Chi le supera, ha una carta in più rispetto agli altri e ha il diritto di andare avanti. Ogni singolo Nobody, persino quelli di rango più basso, è una persona straordinaria, qualcuno dotato di tale forza e tale volontà da vincere la morte. Noi tredici, con la memoria della nostra vita, abbiamo fatto qualcosa di più e siamo speciali anche fra loro. Non ha molto senso volere tornare indietro.”
“Io non ho memoria.” sussurra Roxas.
“Cosa?”
“Hai detto memoria. Che noi siamo speciali perché abbiamo memoria, che siamo fatti di memoria. Continuate tutti a parlare di memoria e di ricordi. Io non ho ricordi.”
Tutti quanti si aspettano che chieda loro qualcosa, oppure che arrivi a una conclusione, ma il ragazzino torna al suo mutismo, con le mani che si intrecciano l’una con l’altra.
“Ti piace vivere, Roxas?” chiede Larxene.
Il ragazzino è preso di sorpresa. Fino a questo momento, Larxene non ha dato neppure segno di essersi accorta di lui e, all’improvviso, riconosce la sua presenza con una domanda simile.
Larxene si alza e va a inginocchiarsi di fronte a Roxas, in modo che i loro occhi siano allo stesso livello.
Il ragazzo si ritrae impercettibilmente.
Ha paura che lo tocchi. Non gli piace essere toccato.
Lei non lo sfiora neanche.
“Ti piace vivere?” chiede di nuovo.
Roxas osserva diffidente la giovane donna.
Non sa cosa rispondere e teme che qualsiasi risposta sarebbe la più sbagliata, per lui.
Forse Larxene vuole solo divertirsi a sue spese.
E’ uno dei passatempi favoriti quasi da tutti, quello di ingaggiare duelli verbali, cercare di sopraffare, umiliare e sottomettere con le parole.
Larxene è una fuoriclasse, in questo, mentre lui non può competere con nessuno. E’ una vittima inerme e ne è cosciente.
“Allora? Ti piace? Non ti piace? Non te ne frega niente?”
Ma, forse, prendersela con lui non le darebbe abbastanza soddisfazione da valere la fatica, quindi potrebbe anche essere sincera.
“Non so…”
“No, non è a me che interessa.” mormora la donna “Però vedi di pensarci. E’ quello che risponde a quello che ti stai chiedendo. Solo tu puoi dirti chi sei o, comunque, dovresti ascoltare solo te stesso quando ti chiedi chi sei. Chiunque altro ti darà solo la risposta che gli fa più comodo. Ti vorranno far credere di essere qualcosa di meno, o di essere qualcosa di diverso. Magari, qualche volta, ti diranno anche la verità, ma è meglio dubitare sempre, che credere a una sola volta sbagliata.”
Gli occhi della ragazza sono chiari e luminosi quasi quanto quelli di Axel, e quasi dello stesso colore, ma a sfumature inverse, più azzurro che verde.
I suoi movimenti, di solito così rapidi da non essere del tutto percepibili, sono rallentati sino all’indolenza.
L’acqua su di lei si è quasi asciugata. Il costume, invece, è ancora bagnato.
Nell’acqua, il potere di Larxene si trasforma in una trappola mortale per lei stessa, però lei ha voluto entrare in mare.
Roxas è tentato di chiederle il perché di un simile paradosso, poi ci ripensa.
“Tu sei il mio primo ricordo.” le dice.
Lei, e il fulmine scagliato dalla sua mano che è stato il dolore della nascita.
Prima, non c’è nulla.
Axel si è alzato e si è avvicinato. In piedi, getta un’ombra su di loro.
“Come mai tanta premura verso il marmocchio?” chiede.
Ha un tono vagamente ostile, come se considerasse l’azione di Larxene una violazione dei suoi diritti territoriali su Roxas.
“Perché nessuno si prende mai la briga di chiedergli niente.”
“E, siccome sei la solita, vai controcorrente.”
“Diciamo così.” afferma la donna “Tu gli hai chiesto se aveva voglia di venire qua, o te lo sei solo trascinato dietro? Nemmeno noi due ci siamo preoccupati di quello che voleva, quando ti abbiamo visto arrivare con lui. Adesso voglio chiedere.”
“Tanto direbbe di sì. Obbedisce sempre a tutti. Dovrei provare a lanciare un bastone per vedere se va a riprenderlo.”
Larxene si stringe nelle spalle e si dirige al mucchio di abiti gettati sulla spiaggia. La temperatura si è un po’ abbassata. La ragazza si sfila il costume e indossa pantaloni e casacca, quindi si sdraia di nuovo accanto a Marluxia.
“Tutti noi abbiamo almeno una vita alle spalle, ma lui non conosce altro che l’Organizzazione. E’ ovvio che obbedisca, Axel, ma tu hai mai pensato di metterlo davanti a un’alternativa? Per intanto, oggi ha preso delle decisioni in modo autonomo. Andare a esplorare la foresta, il tempo in cui restarci, quando tornare, sono tutte decisioni che ha preso da solo. Prova a chiederglielo, la prossima volta. Vuoi venire con me? Magari non risponderà, magari sì.”
Axel lascia Roxas, si avvicina alle rive del mare e si accovaccia proprio nel punto di risacca.
I piedi nudi affondano nella sabbia bagnata.
Ogni volta che le onde si frangono e si ritirano, sprofonda un po’ di più in quel fango scuro. E’ viscido, freddo, un po’ adesivo.
Ha la sensazione di essere risucchiato.
Piccoli esseri che sembrano stare a metà strada tra pesci e anfibi si crogiolano sulle pietre, rimanendo nel campo delle onde lambenti. Strisciano via appena li si avvicina, muovendosi su arti ancora simili a pinne, e si tuffano in mare, lasciandosi dietro strisce di muco vischioso.
Creature invertebrate simili a insetti si muovono sulla spiaggia.
Ci sono balani e cirripedi, o qualcosa che assomigliano a balani e cirripedi, attaccati alle rocce.
Lunghe foglie giallastre galleggiano nel mare e si aggrovigliano mentre il movimento ondulatorio delle acque le spinge negli interstizi degli scogli.
Axel stende la mano su quella moltitudine di vita. L’aria comincia a tremolare, riscaldata.
“Non farlo.”
L’elementare del fuoco sobbalza leggermente, preso alla sprovvista dalla voce di Marluxia.
Il giovane si è girato sullo stomaco, il mento appoggiato alle braccia incrociate, e lo sta guardando.
Sul suo volto c’è quel mezzo sorriso gentile che è quasi una sua espressione fissa, ma gli occhi color cobalto sono attenti e con niente di gentile.
Marluxia è inesperto, arrogante e tremendamente ingenuo, ma ha un controllo sul suo elemento che eguaglia quello di molti dei sei e, in realtà, nessuno ha di preciso idea di quello che è davvero in grado di fare.
E’ che in tutti c’è il sospetto di qualcosa di troppo vasto per essere compreso appieno, e che nessuno ha davvero voglia di testare.
Marluxia, di sicuro, non lascia intendere niente.
Axel alza le mani in segno di resa e sorride malignamente.
Roxas fissa i boccioli nel prato.
I fiori devono essere blu. Si intravede una sfumatura bluastra sotto i sepali serrati.
Sicuramente sono blu.
Con l’approssimarsi del tramonto, la pressione atmosferica su terra e acqua è all’equilibrio. La brezza che ha soffiato fino a quel momento è calata, e si è placato il mare.
Non che fosse mosso, prima, ma c’erano increspature a frantumare la superficie, qualcosa che rendeva chiaro che si tratta di una massa liquida soggetta a movimento.
Non adesso.
Adesso è immobile.
Immobile come l’aria.
Senza il vento a trascinare via i suoni, il ronzio degli insetti e lo sciacquio della risacca sembrano più forti.
“Voi non avete ancora capito bene cosa siete diventati e cosa significa. Siamo confinati nel mondo buio. Fuori da lì, chiunque vuole la nostra pelle. Volete vivere sempre nascosti, sempre come fuggiaschi o bestie braccate?”
“Axel, questo è demenziale. Abbiamo eserciti, abbiamo flotte. Li usiamo per distruggere mondi. Perché invece non usarli per prenderci il nostro spazio?”
“Conquista?! Andiamo, noi non conquistiamo mondi. Che ce ne faremmo?”
“Distruzione? A che serve? Nessuno ci concederà mai il diritto di esistere, nessuno ci dovrà mai nulla, siamo noi a doverlo imporre. Potremmo difenderci dagli attacchi, obbligarli a riconoscere la nostra esistenza e a lasciarci in pace, ricostruire la nostra vita. Ognuno di noi ha il potere di distruggere un universo, eppure ci nascondiamo come topi in una fogna. Non siamo come loro, sono i primi a dichiararlo, e hanno ragione. Non lo siamo. Allora perché dovremmo adeguarci a quello che loro considerano giusto? Perché dovrebbe anche solo importarci di quello che considerano giusto, invece di cercare un nostro modo di vivere, giusto per noi? Conquistare mondi non ha senso, hai ragione. Non serve. C’è spazio sufficiente per tutti, negli universi. Moltissimi mondi come questo, vuoti di vita senziente, privi di Cuori, invece di arrancare in un mondo dove ogni singolo giorno è una scommessa.”
“Secondo te, allora, perché non lo facciamo?”
“Perché vorrebbe dire rinunciare a questo stato di indeterminazione. Vorrebbe dire avere deciso di cominciare davvero a vivere, e non più solo a esistere.”
“Sei un sognatore, Marluxia.”
“Perché vorrei qualcosa che è stato fatto nella storia di tutti i Mondi? Tu, invece, sei saldamente ancorato alla realtà. Ma credi davvero che Xemnas otterrà quello che vuole?”
“Sai una cosa? Non ci ho mai pensato.”
“Io sì, invece. Ci ho pensato e non ci credo, e adesso ci credo anche meno. Se proprio devo scegliere, credo molto più alle capacità scientifiche di Vexen, Zexion e Lexaeus che a quelle di Xemnas. Perlomeno, credo di più alla loro obiettività.”
“O, magari, preferisci credere a loro perché forniscono elementi di sostegno a favore di quello in cui credi. Dovrebbe essere il contrario, non pensi?”
“Credere a coloro che negano quello di cui sono convinto?”
“Voglio dire che dovresti prima valutare le teorie, poi decidere qual è la più convincente.”
“Axel, so già chi ha ragione. L’ho sempre saputo. La vita è una sfida riuscita alle leggi del caos, qualcosa che perdura e rimane sé stessa quando il resto dell’universo cerca di disfarla. Zexion ci è arrivato dopo solo nove anni di lavoro. Non ho bisogno di conferme da gente così. Noi siamo vivi, più di chiunque.”
Marluxia si solleva e si siede a gambe incrociate. Fa in modo di spostare gentilmente Larxene, fino a quando lei non ha la testa appoggiata nel suo grembo.
Prende una delle antenne piumose della ragazza, simili a quelle di una farfalla notturna, e se la lascia scorrere fra le dita.
“Stiamo impazzendo e spazzando via interi mondi per diventare quello che distruggiamo, e nel processo, siamo diventati quello che dicono che siamo. Dei mostri.”
C’è un cambiamento nel tono della sua voce. Adesso non è più solo un modo come un altro per riempire il tempo, un pigro giocare con possibilità e parole.
“Se pure riuscissimo a ottenere quello che cerchiamo, potremmo scopriremo che siamo rimasti soli nel nulla.”
Axel immerge una mano nelle acque del mare e le rimescola lentamente.
Fili di vapore si sprigionano dalla superficie. Il giovane ha perso la sua solita espressione arrogante. Appare quasi abbattuto.
“E’ un sogno.” ripete “Sognare è una cosa pericolosa per noi, credimi. Nessuno verrà mai a patti con un Nobody, non importa quello che facciamo, o che non facciamo. Non importa quello che diciamo. Se cercassi di parlare, non ti ascolterebbero, Maru. Per loro non sei un animale. Sei solo una cosa e le cose non parlano. Credo che non sentirebbero neppure le tue parole. Nemmeno se urlassi fino a perdere la voce.”
Il sole è diventato di un rosa elettrico. Tocca l’orizzonte e il suo riflesso si scioglie in un mare che è una lastra di cromo liquefatto.
“Mi piace, questo posto.” afferma quietamente Roxas “Voglio tornarci ancora.”
Larxene gli sorride.
“Certo. Di tempo ne abbiamo quanto ne vogliamo.”
La sua voce si perde nel silenzio del tramonto.
Axel si alza, recupera il mantello e se lo getta su una spalla.
“Fate un po’ quello che volete, bambini. Vi dovrete svegliare fin troppo presto. Io ho fame e sono stanco. Vado a cercare un posto decente per mangiare e me ne torno a casa.”
Roxas osserva e ascolta.
Non capisce, però sa che, se osserverà e ascolterà abbastanza, alla fine capirà tutto.
Mentre gli altri raccolgono i loro abiti, preparandosi a lasciare il pianeta, resta seduto, intento a fissare l’erba e le minuscole macchie blu che adesso la costellano.
I fiori sono sbocciati.
* * * * * * *
Fa caldo.
L’aria è una specie di zuppa vischiosa e, sdraiato a terra, Riku non solo è esposto in pieno al sole, ma assorbe anche il calore del terreno.
Il vento del mare non riesce a toccarlo. Serve solo a sollevare la sabbia e a fargliela finire addosso.
I colpi di keyblade hanno introdotto a forza brandelli della camicia nelle ferite. Sotto di lui, la spiaggia bianca è nera di sangue.
L’Oscurità, nell’incessante opera di mantenerlo in vita, cerca di ricostruire e rimettere insieme tutto quello che era il suo corpo. Il sangue la confonde. Il sangue è parte di lui, deve essere riunito alla forma a cui appartiene. Il sangue e quello a cui è legato.
Così, l’Oscurità fonde stoffa e sabbia con la carne. Ricostruisce fibre nervose e le estende nel terreno e negli abiti insanguinati, estroflette tentacoli dal suo organismo che inglobano tutto ciò in cui percepisce anche un solo frammento di lui.
Riku sta diventando, letteralmente, tutt’uno con l’isola.
Chissà che la sua coscienza non finisca per riversarsi nella terra e che, dopo la sua morte, non permanga l’ombra di lui, un fantasma legato per sempre a questo mondo che odia, immobilizzato, impossibilitato ad andarsene e a sparire fino a quando non perdurerà la materia dell’Isola.
Consapevole.
Immerso nella luce.
Quella c’è sempre
La luce del sole e quell’altra Luce.
E’ un mare ostile che Riku ha tenuto a bada tutta la sua vita, ma adesso sembra che Essa si sia resa conto della sua debolezza e gli si frange addosso con onde lente e continue intese a disgregarlo.
Roxas sembra berla. Sembra generarla.
E’ anche così che lo ha sorpreso, attaccandolo nel momento dello zenit della Luce, mescolato a essa, confuso con essa, muovendosi in essa, mentre Riku era al suo minimo.
“Sei stato tu. Tu hai ucciso Kairi.”
Roxas annuisce, quasi impercettibilmente.
“Lei se ne sarebbe accorta.”
Certo, se ne sarebbe accorta e allora cosa avresti fatto tu, Riku?
Per un attimo, immagina di essere al posto di Roxas.
Ti risvegli, nuovamente te stesso dopo dodici anni di silenzio. Ti accorgi di essere imprigionato nel corpo di un altro uomo, il tizio che ha passato la vita a sterminare quelli come te. Che il tuo amico del cuore è il tale che ti ha rapito, ripassato come un tappeto e consegnato nelle mani del carnefice.
Che fai?
Semplice. Appena ne hai la possibilità, li uccidi entrambi. E non ci pensi su un secondo.
Gran trovata. Molto umana.
Ma Roxas non è umano. Non pensa come un essere umano. Non reagisce da essere umano.
Svegliarsi improvvisamente, trovarsi preda di un’avventata collera, correre a cercare il nemico odiato per ucciderlo… non sono cose da Nobody.
Un Nobody non agisce così.
Un Nobody si prende il suo tempo, studia il nemico, cerca il momento più favorevole, anche se questo gli costa giorni, o mesi, o anni.
E allora, prima o poi, la moglie se ne accorge. Soprattutto se questa moglie è, a sua volta, una portatrice di keyblade.
Certo, Kairi non è mai stata la custode più abile dei Mondi, ma neppure del tutto inetta. E’ stata capace di attraversare i sentieri delle ombre senza impazzire o perdersi. Conosce i Nobody e i loro trucchi anche meglio di chiunque altro. E, dentro di sé, custodisce l’anima di Naminé.
Soluzione. La moglie deve essere tolta di mezzo.
Inutile chiedersi come ci sia riuscito. Su Kairi non si è trovato segno di violenza fisica, né tracce di veleno, né di incantesimi letali, né qualsiasi altra cosa che potesse far pensare all’omicidio. Ma ci sono cose più sottili della violenza, del veleno, della magia conosciuta sull’Isola.
Per quel che ne sa, Roxas usa di preferenza le armi materiali, piuttosto che manipolare le Forze, ma questo non vuole dire che non possa farlo, all’occorrenza. Persino lui è capace, o è stato capace, di usare la sola Oscurità per uccidere, e Roxas domina la Luce, di gran lunga più letale per la vita.
Deve avere fatto qualcosa alla struttura della forma fisica di Kairi che ha fermato il suo cuore senza lasciare traccia. Poi si è addormentato al suo fianco, sapendo bene che lei non si sarebbe svegliata. E, probabilmente, a quel punto ha fatto posto a Sora, lasciando che fosse lui a destarsi accanto alla moglie morta.
Perché Riku è certo di avere parlato con Sora, dopo la morte di Kairi.
Era Sora al mattino, era Sora durante il funerale.
Sora, non Roxas.
Allora, più che altro, c’è da chiedersi perché lui non se ne sia accorto. Le parole di Roxas lasciano intendere che, forse, la metamorfosi ha preso un po’ di tempo.
La cosa potrebbe non essere stata così immediata. Forse i due si sono scambiati i ruoli più di una volta, la loro coscienza fluttuante saltuariamente, almeno i primi tempi.
Oppure l’uno ha sostituito lentamente l’altro e, per un po’, l’entità di fronte a lui non è stata esattamente né Sora né Roxas, ma un po’ entrambi.
A ogni modo, una cosa è certa. Lui non si è accorto di nulla.
“Niente di personale…”
“Molto personale, invece. Ne andava della mia vita. La considero una faccenda estremamente personale. Poi, era il solo modo che avevo per uccidere quello che restava di Naminé.”
Fa caldo e Riku non ha dubbi che il caldo non farà che aumentare.
I nemici lo circondano, uomini corazzati e uomini in volo su oggetti che sembrano un po’ alianti e un po’ insetti, un po’ macchine e un po’ organismi, tanto piccoli da avere posto solo per un passeggero, il pilota che li governa con il pensiero mentre combatte.
E’ la prima, vera situazione di guerra, per Roxas. Prima d’ora, è stato mandato solo in mondi primitivi, oppure pacifici. Questo non è né una cosa né l’altra e gli abitanti sanno cosa sono i Nobody.
Sono qui per il pianeta, non per i Cuori, e non possono rilasciare gli Heartless. Il rischio che distruggano il mondo intero troppo è grande. Non possono neanche usare le navi per abbattere forze terrestri e frammentate. Hanno bloccato i collegamenti a lungo raggio e disattivato le difese strategiche, ma sono rimasti gli eserciti, addestrati ad agire autonomamente, e quelli devono affrontarli apertamente.
Nemmeno Roxas può muoversi e combattere ininterrottamente. Un istante in cui tira il fiato, e sente un colpo violento ma attutito sulla schiena, all’altezza della scapola destra.
Non si preoccupa. E’ abituato a essere colpito durante gli scontri con i suoi compagni, anche duramente. Mai una volta ne ha riportato danni. Mai una volta si è fatto davvero male.
Però, appena fa un passo, il keyblade gli scivola dalla mano e questa è una cosa inaspettata. Inaspettata e impossibile. Lui non perde la presa sulle sue armi, né sbaglia mai. Si china per riprendere la spada, ma non riesce più a stringere il pugno.
Le dita si rifiutano di obbedirgli.
Anche l’altro keyblade è troppo pesante da reggere. Si ritrova in ginocchio e non si è accorto di essere caduto. La schiena gli fa male e sente caldo.
C’è un foro sul davanti del suo mantello, appena sotto la clavicola, e il sangue ne esce ribollendo. Un proiettile lo ha attraversato da parte a parte.
Qualcuno lo sovrasta. Un soldato dell’esercito nemico, su una di quelle piccole macchine volanti. Non sa se è quello che lo ha preso. Probabilmente no. Quest’uomo ha fra le mani un’arma pesante, e sa che non è stato colpito con quella. Probabilmente è stato solo un tiro fortuito, arrivato da chissà dove.
Il soldato mira alla testa di Roxas e spara.
Il ragazzo vede distintamente il proiettile fuoriuscire dalla canna e arrivargli addosso, ma tanto non può schivarlo. Sono armi incantate e il proiettile tracciante ha agganciato il suo segnale vitale.
A parte il dolore puramente fisico, la sola cosa che Roxas prova è una specie di clinica curiosità, anche se sa che sta per morire. Ha visto l’azione di quei proiettili sui Nobody inferiori. Esplodono, una volta all’interno del corpo.
I suoi riflessi sono rimasti i soliti, tanto rapidi da permettergli di seguire la traiettoria di un proiettile, ma il corpo traumatizzato dalla ferita non può starci dietro. Non riesce a muoversi e non riesce neppure a ordinare i pensieri abbastanza chiaramente da formulare un incantesimo aggressivo o difensivo. Stavolta, non ha possibilità di salvarsi.
I Nobody sopportano ferite che distruggono qualsiasi essere completo, ma neppure un Nobody può sopravvivere a un colpo che distrugge il cervello. L’uomo sta per ucciderlo e in questo momento lui non riesce a trovare un sistema per impedirglielo.
Ma il proiettile rallenta e si ferma nella traiettoria. Rimane così, per un istante, congelato nello spazio, poi viene risucchiato indietro.
L’uomo che ha sparato emette una specie di strano verso e si contrae, si accartoccia e ripiega su sé stesso fino a sparire, mentre lo spazio collassa dentro di lui e lo inghiotte insieme alla sua aeromobile e al proiettile partito.
Adesso, accanto a Roxas, c’è Xigbar. Peccato che non può operare il suo trucco su vasta scala, o potrebbe eliminare tutto l’esercito. Ma quel che ha fatto non è cosa da poco e non può nemmeno ripeterla spesso.
Uno sciame di quelle strane piccole macchine volanti lo hanno seguito e lo circondano come calabroni rabbiosi.
Senza sforzo, l’uomo solleva Roxas e se lo mette sotto un braccio, compreso il keyblade che ancora regge fra le ditta molli.
“Scommetto che non ci prendono.” sorride “Tu non guardare.”
A quel punto, fa qualcosa. Lo spazio si rovescia e subito dopo (No. Proprio nello stesso momento) sono altrove. E poi ancora altrove. E ancora.
Il ragazzino non ha tempo di rendersi conto di quello che li circonda, e già si trovano da qualche altra parte, dove tutto è diverso. Xigbar sta operando con il suo potere di alterare lo spazio per teletrasportarli continuamente, ma i nemici continuano a circondarli. Riescono a seguirli anche mentre saltano da un punto all’altro del pianeta.
Sono in piedi sulla parete verticale di un edificio di vetro e acciaio. Sotto di loro si stende una città e anche il secondo keyblade è scomparso, ma hanno già cambiato posizione, e adesso sono diritti sul nulla.
C’è il mare sopra di lui. Sopra la sua testa.
Grigio, ondoso, mosso, schiumoso, fragoroso, dinamico. Sopra la sua testa.
Una massa liquida ondeggiante con un angolo di una trentina di gradi rispetto al suo asse. Sopra la sua testa.
Forse basterebbe alzare il braccio per toccare l’acqua. Ma è l’idea di alzare il braccio (Alzarlo!) per toccare la superficie del mare che è assolutamente, completamente, irrimediabilmente sbagliata.
Le onde si alzano (abbassano)
Sotto i suoi piedi, un cielo grigio di nubi ribollenti.
Suo malgrado, Roxas urla.
Xigbar gli prende la testa e gli preme il viso contro il suo petto, impedendogli di vedere.
“Non guardare. Non vomitarmi addosso.”
Non gli piace quest’uomo che si prende sempre troppa confidenza con lui, ma ora si ritrova a stringerlo fino quasi a mozzargli il fiato.
Non è mai stato così spaventato.
Non è mai stato spaventato.
Xigbar ride mentre si lancia nel colabrodo in cui ha trasformato lo spazio, sfidando ogni volta la sua capacità di spazzare via le particelle e molecole dell’atmosfera che potrebbero fondersi alle loro, sfidando ogni volta la sua capacità di prevedere dove c’è solo aria e dove invece materia solida o liquida. Sfidando ogni volta la possibilità di finire fusi con una montagna.
Roxas si rende conto che a Xigbar tutto questo piace. Piace davvero, non per imitazione o ricordo o finzione. Quella forma di telepatia che tutti loro condividono gli permette di saperlo con certezza. In quel momento, per l’uomo non c’è ieri, non c’è domani, non c’è tempo se non il presente.
Nessun ricordo di qualcosa che è stato. Nessuna operazione di copia incolla da una precedente esperienza di vita umana.
Xigbar non sta nemmeno pensando, se non per formulare quei pensieri che gli permettono di riordinare lo spazio.
Sta volando.
Il ragazzo guarda ancora, solo di sfuggita, e quello che vede gli fa rimpiangere la sua decisione. Stanno precipitando in un abisso. Salto dopo salto, il fondo è più vicino. Una fontana di scintille e fiamme e frammenti incandescenti di metallo fuso piove su di loro, resti di una delle macchine volanti che si è schiantata contro le pareti del precipizio, ma si sono già traslati e i detriti taglienti attraversano lo spazio che occupavano senza colpirli.
Poi sono fermi. Roxas si azzarda ad aprire gli occhi e vede che sono in un deserto di roccia. Terra solida. Piano orizzontale.
“Hanno perso.” ghigna Xigbar, scoprendo denti aguzzi quasi quanto quelli di Saix.
Uno dopo l’altro, i loro inseguitori si sono schiantati contro pareti di pietra e acqua e tutti quegli ostacoli che Xigbar ha evitato.
Roxas è talmente scosso che non cerca neppure di liberarsi dalle braccia che ancora lo stringono, e aspetta che sia l’uomo a metterlo a terra.
Riesce a non cadere, anche se ha la sensazione di essere in piedi su un materasso ad acqua semivuoto, o su della gelatina.
Sta gemendo, con strani suoni che sembrano vagiti. Qualcosa che considererebbe vergognoso, se solo in questo momento gli importasse qualcosa, ma, adesso, non ci pensa neppure a difendere la sua dignità.
Ha ancora la sensazione che il mondo debba sparire da un istante all’altro per ricomparire del tutto cambiato.
Xigbar aggrotta la fronte.
“Stai bene?”
“Non lo so…” borbotta lui.
Fa qualche passo per riprendere l’equilibrio. Dopo pochi metri, sospira, si piega in due e rigetta quello che ha mangiato.
Durante i salti, anche quando si è trovato a testa in giù, non ha provato la sensazione di essere davvero capovolto. L’effetto di rovesciamento è dovuto all’angolazione del piano di equilibrio individuale rispetto al piano gravitazionale. Ma Xigbar ha operato un continuo e completo capovolgimento del loro personale campo gravitazionale, applicato a ogni singola cellula del loro corpo, compresi labirinto e sistema propriocettivo, e Roxas non ha avuto quindi modo di avvertire con le proprie percezioni di equilibrio le strane angolazioni. Ma quelle immagini rovesciate, angolate, piazzate dove secondo logica non avrebbero dovuto esserci, sono state sconvolgenti. Siccome Roxas non si è sentito sostenuto da un piano sbagliato, l’impressione avuta è che a essere sbagliati fossero il mare, la terra e il cielo, che stessero per piombargli addosso.
Finalmente, lo stomaco del ragazzo smette di fare i salti mortali.
Si asciuga la bocca e cerca di riordinare i pensieri.
Xigbar è accovacciato davanti a lui. La sua espressione è un po’ di disgusto e un po’ di preoccupazione.
Ci sono solo loro due, qui. Il terzo, lo hanno lasciato solo quando sono scappati. L’ultimo ricordo che ha di lui è averlo visto immobile, con la testa bassa coperta dal cappuccio, le braccia abbandonate lungo i fianchi, circondato dai nemici. Poi, non ha più avuto modo e tempo per preoccuparsene.
“Marl…” comincia, ma prima di riuscire anche solo a finire il nome, è interrotto da un nuovo conato e si ritrova a vomitare i suoi succhi gastrici.
Xigbar salta indietro prima che il vomito gli schizzi sugli stivali.
“Se quella gente ha solo un po’ di cervello, gli starà lontano.” dice, e sogghigna.
Roxas ansima, piegato in avanti.
Questa volta, non dice una parola ed evita qualsiasi movimento che potrebbe far riprendere gli spasmi e la nausea.
Gli occhi gli lacrimano e la cosa gli impedisce di vedere chiaramente.
Man mano che passa lo stato di alterazione dovuta alla battaglia, comincia ad avvertire dolore alla schiena, e anche la testa gli fa male. Come delle specie di pulsazioni che si originano dietro gli occhi e si ripercuotono in tutta la testa.
Forse Xigbar ha ragione. Ci sarà pure un motivo per cui in un gruppo che comprende gente come Xaldin, Saix, Axel e Larxene, proprio Marluxia è chiamato assassino.
Vuole che sia così, che quel nome non sia solo un’attribuzione poetica.
Roxas non sa cosa significa sperare. Nei suoi mesi di vita, ha ottenuto tutto quello che ha voluto e non ha mai dovuto attendere. Quando ha chiesto qualcosa, Xemnas o uno degli altri si sono affrettati ad accontentarlo. Quindi, il solo modo che ha per sperare è volere. Oppure non volere.
Non vuole pensare a Marluxia come a qualcosa di morto. Sarebbe una condizione troppo innaturale.
Xigbar gli appoggia una mano sulla spalla illesa.
Il ragazzino sussulta e tenta di liberarsi, ma l’uomo stringe la presa fino a fargli quasi male e lui smette di ribellarsi.
Chiude gli occhi e si aspetta il peggio, ma, questa volta, la traslazione è molto più tranquilla e il loro campo gravitazionale resta coerente a quello del pianeta.
Il teletrasporto è molto diverso da quello che conosce. Non è come navigare nei Sentieri dell’Ombra. Quello non è trasporto immediato. Occorre aprire la porta, entrare nel limbo grigio, traslarsi fino a raggiungere il punto corrispondente al luogo che si vuole raggiungere e quindi rientrare nel mondo materiale.
Questa volta si è trattato di qualcosa del tutto differente, qualcosa che Roxas non ha mai sperimentato, ma lui controlla la Luce, che è la Forza di ordito di Spazio e Gravità, e ha potuto seguire e capire, concettualmente, come opera Xigbar.
In qualche modo, contrae lo spazio per far sì che i due punti, quello di partenza e quello di arrivo, coincidano, si aggancia al punto di spazio di arrivo, poi lascia che lo spazio torni alla forma originale, saltando come un elastico, e venendo trascinato con esso.
Non ha idea di quanto tempo è passato da quando Xigbar lo ha portato via, ma ora il campo di battaglia ha cambiato aspetto.
Sembra che secchiate di colore siano state rovesciate sulla terra sterilizzata e calpestata e sugli edifici grigi. Verde, soprattutto. Innumerevoli sfumature di verde.
I rumori sono diversi. Niente urla, spari, rumori meccanici e i sibili sfrigolanti dei raggi. C’è solo silenzio, e un fruscio.
C’è anche uno strano odore.
Odore di sangue e metallo e quell’odore che c’è all’interno dei corpi, ma quelli se li aspetta. Quelli ci sono sempre.
Quello che è strano è un altro, e pervade tutto. Un sottofondo olfattivo, meno forte, ma più pregnante.
E’ un odore come di salvia. Odore di fiori.
Marluxia è quasi nello stesso punto in cui si trovava quando loro due sono fuggiti. Immobile, solo che, adesso, invece di essere in piedi, e tenere il capo chino e coperto, è seduto a terra, il volto rivolto al sole e il cappuccio abbassato.
I suoi lucidi capelli color dell’alba sono insolitamente scuri, insolitamente aderenti alla testa. Anche sulla faccia ci sono ombre e macchie nere.
Intorno a lui, i soldati dell’esercito mandato ad abbatterli.
Molti di loro sono semplicemente fatti a pezzi, smembrati come se una gigantesca belva li avesse straziati. Arti privi di corpi, corpi privi di arti, teste bisettate.
Ma molti altri la maggior parte sono strani. Davvero strani. La loro pelle ha colori insoliti. Blu ciano, oppure verdastro, o rosa. Le loro sagome sono anche un po’ indistinte, un po’ sgranate. Alcuni corpi si muovono ancora. Sono gonfi, deformati e sussultano e sobbalzano in spasmi convulsi, come se ci fosse qualcosa ad agitarsi sotto la loro pelle.
E’ gente trasformata in campi di coltura, e strani vegetali sono fioriti sopra e dentro di loro, nutrendosi della loro carne e dei loro fluidi.
Le spore sono sbocciate nei polmoni, intasandoli.
La pelle è spaccata dove piccoli fiori dalle corolle variopinte hanno radicato.
Cuscinetti di minuscole foglie fuoriescono dalle narici e dalla bocca.
I viticci hanno aperto i bulbi oculari e i timpani per farsi strada verso la luce del giorno.
Tralci spinosi li hanno abbracciati con tale forza da recidere anche le ossa.
Tossine sono state riversate nei tessuti, mutando la loro chimica.
Il processo continua anche ora, sotto gli occhi di Roxas. Alcuni corpi si squarciano, mentre gli esseri che crescono dentro di essi cercano la loro via per l’esterno, si espandono, strisciano sulle pietre, si muovono in cerca di terreno da colonizzare. I fiori aprono le corolle al sole, le foglie si spiegano alla luce vitale e iniziano a fotosintetizzare e nutrire i loro tessuti, il loro colore passa da un giallo sbiadito al verde smeraldo e il campo di battaglia è ora un campo di fiori.
Non una goccia di sangue o un frammento di carne sono andati perduti.
E’ quasi esaltante, quel tripudio di vita che travolge così violentemente la morte.
Xigbar studia attentamente il complesso di edifici adesso ornati di fiori e volute verdi. Le piante hanno aperto crepe nelle pareti e rilasciano nubi di spore all’interno.
L’uomo sorride e batte lentamente le mani, un po’ sul serio, un po’ canzonatorio.
Marluxia si gira verso Roxas. Ha gli occhi leggermente annebbiati e il respiro un po’ accelerato.
I suoi capelli sono scuri perché sono incrostati di sangue.
Sono sangue anche le macchie scure sul volto, e ha sangue sugli abiti. Il nero rende difficile accorgersene, ma adesso, così da vicino, Roxas può vedere che ne è quasi completamente ricoperto. Neppure una goccia è di Marluxia. Il suo sangue non è così rosso.
Sembra stanco e si appoggia la fronte alle ginocchia.
Alcuni filamenti verdi gli avvolgono le gambe e le braccia, scompaiono sotto le maniche di pelle e nel terreno, come vene e tendini estrusi dal suo stesso corpo che lo uniscono alla terra.
Roxas prova qualcosa nel vederlo illeso. Qualcosa che non sa come chiamare. Ma di sicuro è qualcosa di buono. Sollievo, forse, e stupore, quello di sicuro.
Non ha mai combattuto al fianco di Marluxia, prima. Per prova, quello sì, ma mai sul serio, e non si è mai reso conto della vera estensione del suo potere.
Prima di questo momento, Roxas non è mai riuscito a capire come il giovane operi con il suo elemento.
Gli è sempre sembrato impossibile che sia in grado di attingere a qualcosa che sembra comparire dal nulla, senza fonte, in aperta contraddizione con tutto quello che sa della natura della realtà.
Ma, naturalmente, non funziona così e niente appare dal nulla.
La vita non ha una fine, e non ha neppure una fine e un inizio. E’ uno stato di trasformazione, un flusso continuo che cambia solo forma. Come un flusso di energia.
Al posto di questi uomini, ora il fiume della vita scorre nei fiori e, adesso, Roxas vede un senso nell’uccidere diverso dall’essere una necessità o un effetto collaterale della guerra. Ha un significato nell’atto stesso.
Marluxia uccide per liberare l’energia vitale delle sue vittime, convertirla in uno stato utilizzabile, e ottenere la sorgente del suo potere.
Vicino a Marluxia fa freddo, tanto da sentirlo anche attraverso la pelle degli abiti. Un freddo che sembra emanato dal corpo del giovane, ma che, in realtà, è causato da una sottrazione di calore nell'aria. Marluxia deve avere usato una quantità spropositata di energia, al punto da esserne prosciugato. Per recuperare, sta assorbendo ogni forma di energia metabolizzabile e questo raffredda l'ambiente intorno a lui.
Anche la vegetazione è fredda, petali e foglie coperti da gocce di condensa.
Roxas si china su una di quelle piante neonate. I fiori non sono rosa uniforme, come appaiono da lontano. Invece, sono formati da un gran numero di screziature e sfumature diverse.
I filamenti verdastri si agitano nel sentire il suo calore e il suo sangue, e si protendono verso di lui.
“Stai attento.” esclama Xigbar “Non toccarli, e stai lontano anche da lui.”
Il ragazzo non capisce l’avvertimento di Xigbar e non crede che Marluxia sarebbe capace di fargli del male, ma non ha né la voglia né la forza di mettersi a discutere. Il suo cervello è avvolto da una specie di bambagia, anche se il dolore è chiarissimo, per niente attutito. Anzi, ha la sensazione che, mentre passa il tempo, il dolore si definisca a discapito di tutto il resto.
Xigbar si è accorto della sua espressione sofferente. Gli si avvicina, fa per allungare una mano verso la cerniera del cappotto, ma Roxas si ritrae con energia, senza permettergli di esaminarlo.
Xigbar sorride, alza le spalle e, questa volta, non fa niente per trattenerlo.
Roxas si lascia andare a terra e sfiora inavvertitamente il suolo con il braccio ferito. Sussulta e cerca una posizione che gli sia il più confortevole possibile.
Un colpo stupido e fortunato. Fortunato per lui, soprattutto. Se fosse stato colpito da uno di quei proiettili esplosivi, adesso avrebbe un cratere al posto di metà del torace. Ma, anche così, il colpo gli ha sbriciolato la scapola e l’articolazione della spalla. Non è grave, per uno come lui, ma è doloroso. Almeno crede. Non ha una misura di paragone per il dolore. Spera che questo sia un dolore forte. Se non lo fosse, vuol dire che il peggio è ben altro, qualcosa che potrebbe dover ancora sperimentare.
La testa gli pulsa rabbiosamente.
“Perché siamo qui?” chiede.
Gracchia, non parla.
Gli brucia la gola, in bocca ha sapore di acido e ha una sete disperata. Le labbra sono tanto secche che, mentre parla, gli si spaccano.
Marluxia solleva per un attimo la testa. Sembra considerare l’idea di rispondere, poi guarda Xigbar, riappoggia la fronte sulle mani e resta in silenzio senza avere detto niente.
Intorno a lui, i vegetali si intrecciano e competono per la luce del sole.
“Cosa ci facciamo, in questo posto?” chiede ancora Roxas.
Parlare è come inghiottire sabbia.
Xigbar sbuffa, infastidito.
Roxas scuote la testa e, con quel movimento, le fitte alle tempie si acuiscono, nemmeno il cervello stesse sbattendo contro le pareti interne del cranio. Il ragazzo afferra un sasso e lo scaglia stancamente contro Xigbar. L’uomo non ha capito la sua domanda e lui, al momento, non è in grado di formulare in modo comprensibile quello a cui sta pensando.
Comunque, non è la persona giusta a cui chiedere. Probabilmente, non gli interessa capire o non ha voglia di dargli retta. E’ sempre pronto a scherzare e a fare l’idiota con lui, ma cambia subito atteggiamento se Roxas cerca di avere risposte serie.
Ormai il dolore monopolizza la sua attenzione. Non importa quanto cerchi di concentrarsi. La sua attenzione torna sempre lì, alla schiena che sembra messa a contatto con una lastra di metallo incandescente.
Ad un tratto, non riesce più a pensare coerentemente.
Sa solo che vuole non essere qui.
Vuole non sentire dolore.
Vuole non dovere più pensare che il giorno dopo potrebbe anche non esistere.
Vuole essere a casa.
Vuole, semplicemente, non provare nulla.
Se le emozioni sono queste, allora non le vuole.
Però è qui, sente male, e prova, e non sa come reagire.
In queste poche ore è stato sottoposto a più sensazioni e sollecitazioni di quante non ne abbia provate nei mesi precedenti. Ha raggiunto il limite e la sua psiche neonata cede per semplice spossatezza.
Così, fa la sola cosa che gli viene in mente per sfuggire a tutto questo. Si raggomitola per terra e si addormenta, come un animale preso in trappola.
* * * * * * *
“Naminé?”
Roxas non fa una piega e non risponde.
Accarezza affettuosamente la lama del keyblade, quella tristemente imbrattata di sangue e di qualcosa troppo denso e grumoso per essere sangue.
Ha lasciato dissolvere l’altra spada, quella nera, subito dopo avere sferrato i colpi mortali al suo nemico, e si stringe a questa come se fosse una specie di spaventoso orsetto di pezza. Forse è il suo oggetto di conforto.
Buffo che, quando si erano trovati a combattere fianco a fianco, gli avesse passato uno dei keyblade senza esitazione, con la stessa indifferenza con cui gli avrebbe passato un’arma ordinaria.
Pare insensibile alla temperatura torrida. Forse lo è. Non ha neppure una macchia di sudore. Riku non ha idea di come i Nobody reagiscano alle intemperanza ambientali.
Forse gli piace solo il caldo.
Fortunato lui.
“Perché hai voluto uccidere Naminé?” ripete Riku.
Ancora non ottiene risposta.
“Perché è stata lei? Perché ha cancellato la tua memoria?”
Roxas reclina appena la testa e appoggia la guancia al keyblade.
Perché è lei che gli ha cancellato la memoria, perché temeva che lo tradisse ancora, perché si annoiava… Riku può pensare a innumerevoli risposte possibile, e magari si dimenticherà di considerare la sola che è quella giusta. Morirà con la curiosità di sapere perché Roxas ha voluto distruggere anche le ultime vestigia di esistenza della sorella.
A quanto ne sa, Roxas e Naminé provavano affetto l’un per l’altra, almeno per quanto i Nobody possono provare affetto, ma è stata proprio Naminé a lavare via tutti i ricordi della breve esistenza del ragazzo, cancellandolo in pratica come entità autonoma prima che DiZ lo ricombinasse in Sora e lo cancellasse definitivamente come creatura vivente.
Non ha mai capito perché lo ha fatto.
Lui voleva salvare Sora e, per quanto lo riguarda, Roxas non è mai stato altro che un letale nemico, ma Naminé… perché avrebbe dovuto favorire la vita di Sora a discapito di quella di Roxas? I Nobody agiscono solo sulla base della logica per perseguire i propri fini e, allora, qual è stata la logica di Naminé? Cosa l’aveva spinta a una simile azione?
Certo, DiZ ci era andato giù pesante, con lei, ma i Nobody non possono essere obbligati. Non c’è forza nell’universo in grado di distoglierli da quello che decidono di fare, né di convincerli a fare quello che non vogliono.
Se Naminé non avesse voluto cancellare la memoria di Roxas, DiZ avrebbe anche potuto farla a pezzi frammento per frammento e non le avrebbe fatto cambiare idea. Quindi, lei deve avere voluto fare una cosa simile, convinta che fosse la cosa migliore, per Roxas, o per sé stessa. O per chissà cosa.
Di tutti i Nobody, Naminé era una delle meno comprensibili. Anche se forse può dirlo perché la ragazza è stata il solo Nobody con cui lui ha avuto un minimo di contatto personale. A parte lei, non ha mai avuto modo di scambiare una parola con uno di loro, eccetto le minacce di morte o il cercare di manipolarsi a vicenda. Persino il breve periodo passato a contatto con Roxas, non lo ha certo trascorso cercando di conoscerlo.
Con Naminé ci aveva provato, qualche volta, ma la ragazzina era rimasta inaccessibile a qualsiasi tentativo di… dire amicizia è un po’ troppo. Convivenza civile, forse è meglio.
Anche se la loro situazione non aveva proprio niente di civile e, dopo un po’, accorgendosi dell’ipocrisia della cosa, Riku aveva smesso di cercare di essere civile con Naminé. Più o meno quando si era reso conto che DiZ gli avrebbe ordinato di ucciderla, prima o poi.
Nonostante i suoi spaventosi poteri le avrebbero permesso di liberarsi con facilità, Naminé non aveva mai neppure tentato di usarli su loro due, nemmeno per difendere sé stessa, e il suo solo atto di ribellione era stato scappare nella città simulata, dove Roxas era tenuto prigioniero.
Per il resto, era del tutto docile e obbediva a qualsiasi cosa le venisse ordinata. Solo che anche la sua passività, la sua sottomissione, erano volute. Lo scopo di Naminé era fare proprio quello che ha fatto. Annientare Roxas.
E allora è davvero così difficile capire perché lui ha voluto distruggerla?
Magari anche Roxas è convinto di averle fatto un favore.
Maledizione ai Nobody e alla loro imperturbabilità.
Maledizione a lui. Perché gli importa? Cosa gli frega sapere del perché ha fatto quello che ha fatto?
E’ perché, in un certo senso, è convinto di trovarsi ancora di fronte Sora, non il mostro che ha consumato Sora dall’interno?
E’ perché continua a essere convinto che dentro di lui, da qualche parte, c’è Sora e Sora non permetterà davvero che Roxas faccia qualcosa di estremo (Ha ucciso Kairi! Cosa deve fare che tu consideri ‘estremo’? Disintegrare un sistema solare, popolazione compresa?) e che, a chiamarlo a voce sufficientemente alta, Sora riuscirà a svegliarsi?
Assurdo.
O, forse, non così assurdo.
Sora gli ha detto che molti Nobody lo identificavano con Roxas, che non riuscivano a convincersi che lui non era Roxas e cercavano di parlargli, anche mentre li massacrava a colpi di keyblade.
Se lo facevano loro, allora è più che possibile che lui sia caduto nell’errore opposto.
“Cerchi una ragione perché almeno darà una ragione alla morte di Kairi diversa dalle conseguenze delle tue azioni di dodici anni fa?” chiede Roxas “Mettiamola così. Se non fosse stato per quello, non mi sarei mai neppure sognato di venire in questa fogna di mondo e di Kairi non me ne sarebbe importato niente.”
Qualcosa risale nella gola di Riku. Qualcosa di dolciastro e salato che riconosce come sangue, e qualcos’altro. Qualcosa più amaro del sangue, qualcosa che corrode il palato.
L’Oscurità ha perso la presa ferrea sul suo corpo quel tanto che basta perché bile e sangue gli intasino le vie respiratorie.
Tossisce, ma non riesce a liberare la trachea.
Sta soffocando. Non va bene. No, va più che bene.
Comincia a essere stanco, sa che non riuscirà a mantenere l’autocontrollo ancora a lungo e, a questo punto, la morte sarebbe la cosa migliore, fosse solo per smetterla di sentire l’aria che si fa strada nei suoi polmoni come se si aprisse un varco con coltelli affilati e uno scherzo di natura che lo osserva con la spassionata curiosità di un collezionista di insetti di fronte a uno scarafaggio infilzato.
Sta morendo, sta finendo tutto.
Deve convincersi che va bene così.
In questo modo, tutto quello che deve fare è non lasciarsi andare al panico ancora per qualche minuto.
Si sente risucchiare all’interno di sé stesso in una specie di tunnel di buio ottundente.
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