Ecco l'ennesima fic post-Maelstrom che si interroga sul destino di Kara Thrace. Se non sapete chi sia Kara Thrace, o lo sapete ma ignorate cosa sia Maelstrom o cosa significhi per la trama di Battlestar Galactica, andate via e tornate quando lo saprete, così evitate di spoilerarvi. Ho cercato di spiegare le cose il più possibile per rendere la ff comprensibile anche a chi non conosce tutti e tre i fandom, ma sempre meglio sapere da dove si parte.
E ora andiamo a cominciare!
*****
Lampi di immagini continuavano a passare davanti ai suoi occhi.
L’Heavy Raider cylon … Lee che le urlava di tornare indietro. Ma non poteva. Doveva andare avanti. Doveva capire. Non aveva più paura di quello che avrebbe potuto comportare quella sua ricerca, non più. Leoben si era preso cura di quell’aspetto. Leoben, al tempo stesso per lei guida e aguzzino, che con le sue verità e le sue bugie l’aveva condotta fin lì.
Poi il Raider era scomparso, ma lei aveva continuato ad andare avanti. Nel cuore della tempesta.
“Va tutto bene, Lee. Non ho più paura. Lasciami andare. Mi stanno aspettando…”
Ricordava di averlo detto, ma non sapeva più chi aveva visto, chi la stesse aspettando dall’altra parte. Non sapeva nemmeno se erano persone reali o solo uno scherzo della sua immaginazione. La testa le faceva male, l’aveva battuta piuttosto forte quando aveva perso il controllo del Viper. Poteva essere un trauma cranico. Ma sentiva la voce di Leoben nella sua testa, che le ripeteva di avere fede, che sarebbe finito tutto molto presto. Che il suo destino la stava aspettando.
Ricordava di aver perso il controllo, di aver fatto scivolare una mano sulla leva di espulsione dall’abitacolo, ma non ricordava di averlo fatto. Ricordava, però, il Viper che aveva iniziato a esploderle intorno, e Lee che, disperato, urlava il suo nome.
Apollo non capiva come tutto potesse andare bene, perché lei non avesse paura, o dove volesse andare. L’unica cosa che sapeva certa era che Kara Thrace, Starbuck, la sua amica, la sua amante, la migliore pilota del Galactica, stesse consapevolmente e volontariamente volando dritta nelle braccia di Ade. E che lui non aveva nessun potere per impedirglielo. Poteva solo guardare il suo Viper esplodere nella tempesta, portandola con lui nell’oltretomba.
Le urla di Lee le risuonavano ancora nelle orecchie. Vedeva e rivedeva davanti a lei la caccia e l’esplosione del suo aereo. Non era in stato di incoscienza, ma non era nemmeno vigile. Sentiva però dolore alla testa, e alle altre parti del corpo che erano state urtate violentemente o erano entrate in contatto con le scintille dell’apparecchiatura e i primi stadi dell’esplosione. Sentiva dolore, quindi era viva. Il suo Viper le era esploso intorno e non si era eiettata, quindi era morta. Niente aveva senso per lei, niente…
Quello che riusciva a vedere era tutto sfocato. Vedeva delle presenze intorno a lei, piccole, esili sagome grigie, e anche se sentiva che avrebbe dovuto sentirsi spaventata da quelli che erano chiaramente alieni, non provava paura. Uno di loro la guardò negli occhi, mormorando parole che Kara non comprese. Stranamente però sentì risuonare qualche secondo più tardi la stessa voce dell’alieno nella sua testa, nella sua lingua.
Kara si rilassò, e perse di nuovo conoscenza.
Thor, Comandante Supremo della flotta Asgard le aveva appena detto: “Non temere. Ti riporteremo a casa.”
***
Quando Kara riaprì gli occhi, realizzò subito che non era più nel posto dove si era trovata all’inizio. E non si trovava nemmeno sul Galactica, che per lei era più casa del suo pianeta natale, Caprica. Pur non essendoci mai stata però, le era familiare. Forse le infermerie si assomigliavamo tutte da un capo all’altro dell’universo, chissà... Facendo finta di essere ancora priva di sensi, guardò di soppiatto i medici e i pazienti che passavano di fronte al suo letto. Tutti indossavano una divisa militare, e già questo fece aumentare i battiti del cuore di Kara. Poi sentì queste persone parlare, e realizzò che non capiva una sola parola di quel che stavano dicendo.
“Perfetto, proprio perfetto…” mormorò, portando le mani a coprire il viso. Stava guardando l’ago a farfalla sulla sua mano che la collegava ad una flebo, domandandosi se fosse il caso di strapparsela di dosso, quando una dottoressa vide che era sveglia e si avvicinò al suo letto.
“Buongiorno” disse la dottoressa Lam “Finalmente ha ripreso conoscenza. Può dirmi il suo nome?” Che gli Dei mi fulmino, pensò Kara, se ho compreso una sola parola. La donna stava aspettando senza dubbio una risposta, così Kara decise di darle l’unica che nelle sue condizioni poteva dare.
“Capitano Kara Thrace, Flotta Coloniale, 462753.”
La dottoressa aggrottò le sopraciglia e la fissò per un attimo con un’aria smarrita. Anche lei non doveva aver capito niente di quello che aveva appena detto. Tentò di rivolgerle altre domande, ma Kara continuava sempre a rispondere con il suo nome, grado e numero di matricola. Poi, mentre cercava un modo di farsi capire, sentì dal corridoio due uomini parlare. Le loro parole non avevano senso… tranne una. Terra. Quella parola ebbe l’effetto di una scossa elettrica sulla ragazza. Kara si strappò di dosso la cannula della flebo, spintonò la dottoressa e tentò di uscire dall’infermeria, ma i soldati di guardia l’afferrarono appena fuori e le impedirono di andarsene. Kara urlava e si divincolava, e con la coda dell’occhio vide i due uomini allontanarsi. Non voleva che se ne andassero… e strillò l’unica parola che sperava gli avrebbe fatti tornare indietro.
“TERRA!”
Il dottor Daniel Jackson e il generale Jack O’Neil si guardarono con aria confusa. Avevano appena sentito una donna strillare la parola ‘Atlantus’, che nella lingua degli Antichi identificava il pianeta Terra.
Guardandosi intorno, videro che poteva provenire solo dall’infermeria e decisero di provare a vedere che fosse successo. Quando arrivarono, trovarono un soldato intento a sorreggere la ragazza bionda che Thor aveva lasciato nelle loro mani, chiaramente e pesantemente sedata.
“Mi sono perso qualcosa?” domandò O’Neil, osservando il soldato e degli infermieri rimetterla a letto, e metterle costrizioni leggere a polsi e caviglie.
“Generale… non so cosa sia successo. Si era appena svegliata e sembrava calma, poi ad un tratto ha iniziato a dare di matto.”
“Ha urlato la parola Atlantus” disse Daniel. “Terra in lingua Antica. Jack, che ha detto Thor di lei?”
“L’hanno salvata prima che il suo aereo esplodesse. Un velivolo da guerra mai visto prima, molto simile ai nostri caccia. Anche la sua tuta da volo e l’elmetto sono in materiali sconosciuti. E la zona dove è stata trovata non ha pianeti abitati da specie tanto evolute. La nostra Jane Doe è un bel mistero.”
“Senza contare il fatto che conosce la lingua degli Antichi.”
“No” interruppe il medico. “Da quello che so e che ho sentito, la lingua che la ragazza parla non è niente di simile.”
“Forse si è evoluta in modo autonomo, ma devo parlare con lei per essere certo. Forse parlandole in Antico potremo capirci.”
“Vedremo.”
Quando il sedativo smise l’effetto e Kara si risvegliò, non fu per niente felice di vedersi legata al letto. Daniel, seduto accanto a lei, si alzò in piedi.
“Sono…”
“Ehi! Liberami all’istante!” strillava Kara divincolandosi. “Levami queste cinghie!”
Daniel non era certo dell’inflessione, ma era certo di aver riconosciuto alcune parole. Il contesto poi, era inequivocabile. Si schiarì la voce e tentò di nuovo di presentarsi.
“Sono Daniel Jackson. Come ti chiami?”
Kara smise di agitarsi improvvisamente come aveva iniziato. Quell’uomo conosceva e parlava la lingua delle Scritture Sacre! Una lingua che sfortunatamente loro conoscevano solo in quell’ambito e che per il resto era morta, appannaggio esclusivo di Laura Roslin e di pochi studiosi quando Caprica e le Colonie erano nel pieno del loro splendore, figurarsi adesso.
Daniel ripeté il suo nome e la sua domanda, e Kara concentrandosi riuscì a riconoscere il verbo ‘chiamare’, e quello che doveva essere il nome dell’uomo. Daniel.
Jackson stava per ripetersi per la terza volta, quando Kara lo interruppe.
“Capitano Kara Thrace. Flotta Coloniale. 462753.”
“Kara? Il tuo nome è Kara? Tu” e indicò con la mano la ragazza “sei Kara?”
“Mi chiamo Kara Thrace” ripeté Kara, abbastanza frustrata dal non riuscire a farsi capire, ma sollevata di essere almeno riuscita a far sapere come si chiamava. Sul grado, sulla Flotta Coloniale e sulla minaccia dei cylon ci avrebbe lavorato in seguito.
“Terra?”
Daniel fece un ampio gesto “Qui. Atlantus. Terra.”
Kara lo fissò confusa, e Daniel decise di farle vedere una riproduzione del sistema solare. Se ne andò via così in fretta che Kara non fece in tempo a urlargli di liberarla, ammesso e non concesso che fosse riuscita a spiegarsi.
Tornò subito con una mappa stellare della galassia e una del sistema solare, ma prima che iniziasse a parlare Kara voleva essere liberata. Quindi appena lo vide lo chiamò per nome (sperando di averci azzeccato) e sollevò i polsi per quanto concesso dai lacci.
“Oh, sì, certo” mormorò, passando poi alla lingua Antica “starai calma?”
Kara fece cenno di sì con la testa e prese un’aria angelica. Non aveva intenzione di fargli niente, ma era sempre meglio avere le mani libere per ogni evenienza. Daniel l’aiutò a mettersi seduta, e le mise davanti la mappa del sistema solare, indicandole la Terra e ripetendole il nome del pianeta in Antico e in inglese, e aspettando che lei facesse altrettanto. Kara però guardava il pianeta azzurro, incredula di essere realmente lì. Dopo tutti gli anni in fuga, New Caprica, la morte di migliaia di fuggiaschi, lei era lì. Ora bisognava che ci arrivasse il resto della Flotta.
“Terra. Atlantus” ripeté indicando il pianeta dove si trovavano.
Daniel annuì e le mise davanti la mappa della Via Lattea, indicandole il punto del Braccio Locale dove si trovava il Sistema Solare.
“Da dove vieni? Dov’è il tuo pianeta?”
Pianeta. Doveva averle chiesto da dove veniva, forse sperava che lo sapesse indicare sulla mappa, ma primo, Kara non aveva idea dopo tanto fuggire di dove si trovassero Kobol e le Dodici Colonie, e secondo, non sapeva se doveva dirlo. Non sapeva se poteva fidarsi dei terrestri, che dovevano essere alleati di quella specie di omini grigi che aveva intravisto prima di risvegliarsi lì. Una specie che intratteneva rapporti del genere doveva essere molto potente… e se non stava attenta poteva rivelarsi molto pericolosa per la sua gente.
Così Kara fece un’altra faccina innocente e fece cenno di no con la testa con un sorriso dispiaciuto.
Daniel sembrò crederle, e Kara se la rise sotto i baffi. Non sembrava addestrato a condurre interrogatori, anzi, non sembrava addestrato per niente. Che ci faceva un civile in una struttura militare? E soprattutto perché la stava interrogando lui?
Ebbe la sua risposta quando un uomo dai capelli brizzolati e un’uniforme militare blu si avvicinò al suo letto. Le fece un sorriso e indicando sé stesso disse “Generale Jack O’Neil”.
“Capitano Kara Thrace” ripeté Kara sbuffando e ripetendo il gesto. Era sveglia da appena mezz’ora, e già non ne poteva più.
“Felice di conoscerla, capitano” disse Jack, guadagnandosi un’occhiata sorpresa da Daniel.
“Capitano?”
“È quello che ha detto prima del nome.”
“Tu la capisci?”
Avrà a che fare col fatto che per ben due volte la mia testa è finita in uno dei succhiatesta degli Antichi… ma non so parlare la lingua. Solo capirla.”
“Ma non parla proprio quella lingua.”
“Forse nel bagaglio di conoscenza erano compresi anche i dialetti, Daniel …”
“Già… beh, meglio di niente” disse lo studioso facendo cenno a Jack di sedersi. “Capitano”disse poi rivolgendosi a Kara, che continuava a fissare Jack con aria sospettosa “cosa le è successo?”
Alla seconda volta che Daniel le ripeté la domanda, Kara afferrò che voleva sapere cosa le fosse capitato. Da dove cominciare? E quanto poteva dire? Decise di limitarsi a quanto riguardava lei, già farsi capire su quello sarebbe stata dura e non voleva ritrovarsi con un esaurimento nervoso in mano a gente estranea.
“Io stavo volando… sono finita in una tempesta di un gigante gassoso. La pressione ha fatto esplodere il mio aereo. Sono svenuta e mi sono risvegliata qui.”
Jack disse velocemente a Daniel quel che aveva detto Kara, e a Kara non sfuggì il sopracciglio alzato del militare mentre ripeteva le sue parole. Visto che sembrava capirla meglio del civile, si diresse direttamente a lui.
“Ho detto la verità.”
“Dice che è sincera. Daniel, spiegale che non è una questione di fiducia ma di posizione.”
Daniel gli scoccò un’occhiataccia “Non ho una conoscenza così approfondita della lingua!”
“Buffo, su Abydos ci avrai messo si e no cinque secondi per farti capire da Sha’re… Scusa” mormorò poi il generale, per aver menzionato senza volere il nome della defunta moglie di Daniel.
Daniel scosse la testa come a dire che non importava, e cercò di spiegarsi con Kara. Riuscì a farlo, ma fu Kara a non capire dove volesse andare a parare.
“Siamo in fuga. La mia gente è in fuga da anni, siamo alla ricerca della Tredicesima Tribù di Kobol, che ha colonizzato il pianeta Terra millenni fa.”
“Questo è molto interessante” disse O’Neil, facendole segno di continuare.
“I cylon sono sulle nostre tracce, sono un pericolo enorme, dovete aiutarci!”
“Cylon?”
“Cylon” ripeté Kara, con un lampo d’odio negli occhi nel pensare ai suoi nemici. Solo allora le venne in mente che per cercare il suo sentiero per l’illuminazione aveva lasciato la flotta senza il loro miglior pilota da combattimento. E il senso di colpa iniziò a farsi sentire. Aveva abbandonato il Galactica, l’Ammiraglio, Lee, Sam… per cosa? Ora era sola circondata da gente che la capiva a malapena, probabilmente prigioniera. Certo, era sulla Terra, ma…
Un momento. Era sulla Terra. Aveva trovato la Tredicesima Colonia. Se riusciva a conquistare la loro fiducia avrebbe potuto aiutarli a trovare la via, forse perfino incontrarli a metà strada.
Mentre era intenta in questi ragionamenti, Kara non si accorse che i due uomini seduti accanto a lei stavano discutendo dell’ultima cosa che Kara aveva menzionato. I Cylon. E prima ancora, Kobol.
Quando la sua attenzione tornò su di loro, li trovò ancora intenti a discutere. Cercò di ascoltare il più possibile, cercando di fissare il suono delle parole, ma per lei continuavano a non avere senso. Eccetto Kobol, che era menzionato più volte. Kara sorrise, dicendosi che era un buon segno. I suoi ‘cugini’ricordavano il pianeta d’origine. In realtà, la conversazione verteva su un altro argomento.
“Kobol è stato abbandonato da millenni. Dopo che gli Antichi sono ascesi la popolazione è scomparsa nel nulla, forse è ascesa anche lei. Non ci sono segni che farebbero pensare ad un esodo.”
“Direi che un segno ce l’abbiamo qui davanti.”
“Le iscrizioni trovate parlavano di Kobol come di un pianeta dove gli Antichi erano venerati come dei. La cosa interessante è che alcuni di quei nomi ritornano anche nella mitologia greca.”
“Kara ritiene che siamo discendenti di quella tribù che è emigrata qui da Kobol. Direi che la sua storia ha bisogno di qualche correzione.”
“Lingua prima, spiegazioni poi. Anzi, prima falla dimettere dalla Lam, e poi iniziamo. Kara potrebbe darci molte informazioni preziose. Forse perfino sugli Antichi.”
“E soprattutto dirci di più su questi Cylon. Come se non avessimo già abbastanza gatte da pelare” disse O’Neil alzandosi. Fece un cenno di saluto a Kara, salutò Daniel, e uscì dall’infermeria.
Kara osservò O’Neil uscire, poi Daniel reclamò la sua attenzione. Cercò di spiegarle che sarebbe stata in osservazione ancora un paio di giorni e che poi avrebbe avuto altri alloggi. Kara comprese che aveva ragione: a casa sua, altri alloggi significava cella. Poteva avere un letto, un tavolo, una sedia, perfino un quadro alla parete, ma i due marines alla porta non lasciavano dubbi. Si sfilò la giacca che le avevano dato e osservò attentamente i simboli sulle maniche. Una volta ci avrebbe visto il simbolo della Flotta Coloniale e del Galactica, ora al loro posto c’era una sigla, SGC. Sfiorò con le dita il disegno, e poi si rimise addosso la giacca, sedendosi sul letto.
Se facevano come loro, quella chiacchierata in infermeria era solo l’inizio. Il vero interrogatorio sarebbe iniziato adesso, preceduto forse prima da un minimo di apprendimento della lingua.
Doveva stare calma.
Incredibilmente, fu ancora Daniel Jackson a venire da lei. Entrò nella sua stanza talmente carico di carte e libri che Kara lo fissò divertita cercare di non far cadere niente mentre si avvicinava al tavolo. Le chiese come stava, o almeno è quello che Kara pensò di aver capito, e poi prese la sedia e si sedette di fronte a lei, con in mano un libro, un blocco per gli appunti e una matita.
Era iniziata la prima lezione di lingua inglese di Kara.
Iniziando dalle basi, Daniel vide con piacere che usavano lo stesso alfabeto, ma con diversi suoni. Come già aveva visto e sentito, molte parole della lingua del capitano Thrace derivavano o erano prese dalla lingua Antica. Altre, scoprì, si potevano ricondurre alla Lineare B, antica versione della lingua greca di cui si conoscevano scrittura e pronuncia. Ma la cosa che gli diede una scossa d’adrenalina nel corpo fu quando Kara riconobbe da un suo libro e pronunciò una parola nella Lineare A, da sempre il mistero più grande di tutti gli archeologi.
Forse anche la loro storia necessitava di qualche correzione, pensò lo studioso.
Kara dopo la prima ora si era ormai rassegnata. Ma questo non voleva dire per niente che non trovasse frustrante indicare una figura e dire il suo nome, scriverlo e ripetere poi la parola che Daniel le dava in traduzione. Era come tornare indietro alle scuole elementari, e checché si dicesse in giro sulla sua maturità, non aveva più sette anni da un pezzo. Poi, alle volte, lo vedeva prendere dei libri enormi – dizionari, li aveva chiamati – e le mostrava alcune parole che lui pronunciava allo stesso modo suo ma erano scritte in modo diverso, e viceversa. Ogni volta che capitava, sembrava sempre più soddisfatto. Il suo entusiasmo la divertiva, sembrava un bambino in un negozio di giocattoli a cui la madre aveva detto che poteva avere quel che voleva. Beh, era pur sempre un passo in avanti, e se lui si divertiva così, chi era lei per giudicare? Le stava mostrando una riproduzione di un linguaggio che Kara sapeva essere una lingua perfino più antica delle scritture, che come quella aveva ancora qualche parola in uso corrente anche se scritta in un altro modo, quando vide sotto di essa una sua derivazione che aveva visto incisa in una lapide nel museo coloniale di Delphi da bambina. Le era rimasto impresso perché la guida del museo aveva detto ad una classe stranamente attenta e completamente rapita, che veniva dal Tempio di Athena su Kobol, ed era una reliquia unica e senza prezzo del loro pianeta di origine. La parola significava ‘casa’, ma anche ‘rifugio’ e ‘santuario’. Dava l’idea di un posto sicuro al riparo da ogni male, un posto lontano da quella madre che le insegnava a essere forte e coraggiosa picchiandola con un bastone e spezzandole le dita chiudendogliele dentro la porta.
La stessa donna morta di cancro che aveva perdonato (anche se solo in un’allucinazione), perdonando sé stessa nel processo, superando così la sua inconscia paura dell’ignoto e della morte… e finendo poi lì.
L’aveva indicata e aveva detto i tre significati della parola raffigurata. Aggrottò la fronte e prese un’espressione confusa quando Daniel la fissò come se gli avesse appena rivelato una verità universale, cosa assolutamente assurda visto che si parlava di lei. Kara Thrace era nota per essere un totale casino in ogni campo, non per dispensare pensieri profondi. Quello era il campo di Lee.
Daniel aveva iniziato a parlarle a raffica, ovviamente dimenticandosi che non capiva niente, ma dopo un po’ non era nemmeno certa si rivolgesse a lei. Prese il taccuino e il libro, e sparì di corsa.
Ricordandosi evidentemente di lei, ritornò indietro e le disse che doveva controllare una cosa, ma che sarebbe tornato subito, e poi sparì di nuovo.
Kara alzò un sopracciglio. Che personaggio singolare. Il paragone con Baltar le venne spontaneo e totalmente involontario, e finora Daniel lo aveva battuto su tutta la linea. Sembrava realmente interessato a lei, alla sua condizione e a volerla capire. Baltar avrebbe pensato solo a come usarla per vantarsi poi di essere stato l’unico in grado di svolgere quell’incarico. Tornando alla sua fuga, chissà se si sarebbe degnato di dirle che diavolo avesse mai detto di tanto incredibile.
L’entusiasmo di Daniel si scontrò subito con le facce perplesse di O’Neil e Carter, ma non si fermò. Spiegò loro cosa fosse la Lineare B (“è un sistema di scrittura utilizzato dalla lingua micenea, forma arcaica della lingua greca, i cui resti sono stati trovati dall'archeologo britannico Arthur Evans nel 1900 a Creta, Pilo, Micene e Tebe”) e cercando di non sembrare troppo eccitato, spiegò che la Lineare A era un sistema di scrittura non ancora decifrata ad esso precedente, utilizzata nell'isola di Creta nel II millennio a.C.
“È una scoperta sensazionale… voglio dire, gli archeologi e i linguisti specializzati nell’area del Vicino Oriente antico hanno tentato di far luce su quel mistero per decenni. E ora possiamo! Certo, nessuno sarebbe andato a ipotizzare che fosse una lingua aliena, ma…”
“Daniel!” interruppe Jack. “Calmati un attimo, per favore! Kara ha decifrato una parola, giusto?”
“Sì. Santuario.”
“Bene, buon per lei. Ma chi ti dice che possa decifrarne anche altre?”
“Ci sono ottime probabilità che…”
“Anch’io conosco qualche parola in inglese antico, dalla letteratura, ma da lì a dire che conosco quella lingua…” azzardò il colonnello Carter.
Daniel si sedette al suo posto “Certo che siete due guastafeste.”
“No, Daniel, solo realisti” disse Jack.
“Sappiamo come diventi quando ti infervori su un argomento” aggiunse Carter sorridendo.
“Ad ogni modo, è la soluzione di un mistero archeologico. Concorderete almeno su questo.”
“Niente da dire” disse Sam.
“Quando il capitano Thrace sarà in grado di spiegarsi meglio, potrai saziare la tua curiosità. Fino a quel momento, calma e continua con le lezioni.”
Daniel annuì.
“Come desiderate” disse nella lingua di Kara prima di alzarsi e andarsene.
Non vide le arie confuse che Sam e Jack avevano in faccia, ma il sorriso che aveva in faccia dava l’idea che lo sapesse comunque.
Con il tempo le lezioni iniziarono a diventare meno frustranti per Kara, che finalmente riusciva a spiegarsi anche se in un inglese ancora un po’ zoppicante. Non era riuscita a identificare altri simboli come quello del museo, e Daniel ne sembrava leggermente deluso. Aveva chiesto spiegazioni, ma Daniel non sapeva come spiegarglielo senza che fraintendesse quel che voleva dire.
“La tua lingua… quella parte della tua lingua… è un linguaggio molto antico e indecifrabile di questo pianeta.”
“Ve l’ho detto, siete nostri discendenti…”
“Se lo fossimo dovremmo sapere cosa quella lingua significa, non ti pare?”
Kara non sapeva come rispondere a questo senza passare per una fanatica religiosa.
“Le mie scritture sono chiare al riguardo.”
“Ma magari non eravate gli unici umani sul pianeta. Le tue scritture dicono che il pianeta era deserto quando la Tredicesima Tribù è arrivata?”
“Non mettere in dubbio la mia fede, Daniel. I Rotoli Sacri mi hanno condotta qui.”
“Ecco, parliamo dei Rotoli Sacri. Tu menzioni Kobol come punto di origine della tua gente.”
“E della tua” aggiunse Kara.
“Kara, io ti posso provare oltre il ragionevole dubbio che quando la tua gente è arrivata su questo pianeta, sulla Terra c’erano altri umani.”
“Niente che tu possa dire mi potrà far cambiare idea.”
“Bene, vorrà dire che allora farò qualcosa.”
Kara gli diede un sorriso di sfida che era il suo marchio di fabbrica, e gli disse di provare a farlo, se credeva di riuscirci.
Daniel uscì dalla stanza di Kara, e dopo aver ottenuto l’autorizzazione da Jack iniziò a preparare la missione su P3X147.
Kobol.
Quando il giorno stabilito per la missione Daniel venne a prenderla nella sua stanza, Kara era sinceramente confusa. Le era stata data un’uniforme e un giubbotto militare, e a parte la mancanza (comprensibile) di armi non differiva da quella di Daniel, o dell’uomo e della donna che Daniel chiamava Generale Jack O’Neil e Colonnello Samantha Carter.
“Dove andiamo?” domandò Kara a Daniel nella sua lingua. Tra tutte le lezioni e le conversazioni che avevano avuto, si fidava più di lui che di tutti gli altri, anche se non le avevano dato motivi per non fidarsi.
Daniel stava per rispondere, ma Jack fu più veloce. E le disse di parlare una lingua che fosse comprensibile a tutti, visto che la sapeva.
Kara gli scoccò un’occhiata feroce, ma obbedì.
“Dove andiamo, Generale O’Neil?”
“P3X147. Ma tu lo chiami Kobol.”
“Kobol? Daniel mi aveva detto che avrebbe smontato le mie tesi, non che le avrebbe confermate…” commentò ironicamente la ragazza.
“Il come ci andremo sarà sufficiente da solo a smontare la tua tesi” disse Jack, facendo segno a Kara di seguirlo e ringraziando il cielo che gli sguardi non potevano uccidere. Corridoio dopo corridoio, Kara si domandava dove stesse portando lei e gli altri, e una volta a destinazione rimase attonita a guardare quell’enorme anello di metallo al centro dell’hangar.
Si era voltata con aria interrogativa verso Daniel, ma lui le aveva fatto cenno di guardare l’anello con la testa senza dire una parola. All’improvviso l’anello più interno, con dei simboli incisi sopra, iniziò a girare fino a che un simbolo si posizionò esattamente sotto uno dei blocchi, che si illuminò. Man mano che l’azione si ripeteva, Kara sentì delle vibrazioni a terra piuttosto forti provenire dall’anello e guardò le persone accanto a lei, totalmente rilassate, in attesa di qualcosa.
Quando il settimo simbolo andò a posto, Kara fece un passo indietro e sentì il cuore minacciare di saltarle fuori dal petto.
Una gigantesca ondata di energia si era convogliata all’interno dell’anello, esplodendo davanti e dietro di esso e assestandosi poi entro i suoi limiti. Sembrava uno specchio d’acqua, eccetto per la luce che irradiava.
Daniel, Jack e Sam fissarono Kara fissare a bocca aperta lo Stargate attivato, e sorrisero scambiandosi un’occhiata. La prima volta era così per tutti.
Una volta riuscita a distogliere lo sguardo, fissò Daniel e con la mano tremante indicò lo Stargate.
“E questo… in nome degli Dei di Kobol, che diavolo è questo?”
“Questa è la prima prova di quanto dico, Kara. Noi lo chiamiamo Stargate. È un portale che unisce molti mondi in tutta la galassia, attraverso tunnel spaziotemporali chiamati wormhole. Non l’abbiamo costruito noi, ma un popolo che noi chiamiamo Antichi.”
“E che cosa centra con me?”
“Kobol ha uno Stargate, Kara. Significa che è stato colonizzato dagli Antichi, come la Terra.”
“Balle. Non vi credo.”
“Cambierai idea” disse Jack passandole avanti e scomparendo davanti ai suoi occhi dentro il campo di energia.
Kara non capiva dove Jack fosse finito, e a dirla tutta quell’oggetto enorme non le trasmetteva nessuna fiducia. Era un salto nel buio, come quando era volata nella tempesta e, solo gli Dei sapevano come, si era svegliata lì. Quei ricordi confusi di omini grigi e della teca di vetro da cui li guardava continuavano a non avere né senso né una spiegazione.
Si riscosse dai suoi pensieri quando Daniel le mise una mano sulla spalla e le disse che dovevano andare. Sam non era più con loro, doveva aver già passato il portale. Daniel accompagnò Kara fino allo Stargate, tanto vicina da poter toccare le increspature dell’orizzonte degli eventi.
“Stai cercando di spaventarmi?”
“No. Sto solo cercando di farti vedere la nostra versione della storia.”
Kara sfiorò la superficie, che al suo tocco si increspò come uno specchio d’acqua. Il timore di prima era scomparso, ora lo stava fissando affascinata. Come era capitato con la tempesta. Ma che le prendeva ultimamente? Dopo una vita a fuggire da quello che non conosceva e non capiva, ora ne era incredibilmente attratta. D’un tratto non aveva più importanza la meta, quel che avrebbero dovuto fare una volta lì. Il viaggio era l’unica cosa importante ora. Prima che la cogliesse un ripensamento, Kara fece un passo in avanti ed entrò nello Stargate. Quello che successe subito dopo non sapeva come definirlo, ma una volta dall’altro lato si trovò bocconi a terra in preda alla nausea più forte della sua vita.
“Kara, tutto bene?” chiese Carter, avvicinandosi. Kara si sedette a terra appoggiando la testa sulle ginocchia, e le disse di chiederglielo di nuovo entro mezzora. Aveva bevuto fino a perdere conoscenza, volato con ogni condizione atmosferica, e fatto acrobazie in cielo e nello spazio che a detta di testimoni facevano star male chi la stava a guardare, e ne era sempre uscita ragionevolmente bene. E ora un viaggio di neanche due secondi attraverso quell’affare la riduceva così?
“Non credo mi piaccia questo Stargate…”sussurrò.
“La prima volta è traumatica per tutti” disse Carter, inginocchiandosi accanto a lei “Fa dei respiri profondi, passa in fretta.”
Quando si rialzò, tese una mano alla ragazza. Kara la prese e si rimise in piedi. Daniel, arrivato appena dopo di lei, era sceso dai gradini della piattaforma dove si trovava lo Stargate e stava parlando con Jack. Kara si guardò intorno: la sala, decorata con affreschi a prima vista molto antichi, non le diceva niente. Poi vide una cosa che le serrò lo stomaco.
Uno degli affreschi era una raffigurazione della capitale, o almeno lo era stato molto tempo fa. Lo sapeva per certo, perché la parte salvatasi raffigurava il teatro dell’opera, com’era raffigurato nelle Scritture.
Senza sapere come, si ritrovò a correre all’esterno della camera, con Carter, O’Neil e Jackson all’inseguimento che le urlavano di fermarsi. No, non poteva farlo. Doveva vedere con i suoi occhi se davvero era Kobol. Se davvero quello che aveva sempre dato per certo non era vero, o almeno non del tutto.
La luce del sole quasi l’abbagliò una volta fuori, ma una volta aperti gli occhi quel che vide non dava alito a dubbi. Da dove si trovava vedeva le Colonne di Hera, da dove Athena si era gettata per disperazione dopo la partenza delle dodici tribù. La foresta che lei e Lee assieme alla Roslin e ai suoi sostenitori avevano percorso fino alla tomba della dea Athena.
Sentì arrivare alle spalle i suoi compagni di viaggio, ma non osava voltarsi. Daniel fu quello che le venne vicino e iniziò a parlarle.
“Kobol è stata una scoperta recente… anzi, una sorpresa, perché il suo indirizzo è stato cancellato da tutti i database Antichi eccetto uno, l’avamposto che hanno lasciato sulla Terra in un continente ghiacciato chiamato Antartide. Quando siamo venuti qui abbiamo trovato segni di una civilizzazione molto avanzata, compatibile con altri insediamenti degli Antichi che abbiamo scoperto …”
“Che ne avete fatto dei morti?” sussurrò Kara pensando a quanti erano morti durante la loro spedizione.
“Sono stati seppelliti. Ti… Ti ci porterò, dopo.”
Kara annuì con la testa, e Daniel riprese a raccontare. “Come dicevo abbiamo trovato segni di una civiltà, e segni di una recente spedizione di quella che ora sappiamo essere la tua gente. E delle macchine antropomorfe molto avanzate.”
“Cylon.”
“Una volta seppelliti i morti, abbiamo iniziato una campagna di scavi archeologici per scoprire cosa fosse successo alla città e agli insediamenti intorno ad essa. Tu cosa puoi dirci, Kara?”
Kara avrebbe tanto voluto dirgli di andarsene all’inferno. Aveva appena scoperto che la base della sua religione, del suo popolo, non era quella che tutti credevano un dogma inviolabile. Che non erano stati creati dagli dei, ma da altri esseri umani…
“Millenni orsono, Kobol era una terra desolata e senza vita” iniziò a recitare Kara, come la sacerdotessa del tempio di Artemide aveva fatto durante le lezioni di religione quand’era bambina. “Una terra che gli Dei decisero di benedire con la vita umana. La loro benevolenza trasformò Kobol in un mondo verdeggiante e ricco di vita. Gli Dei furono così soddisfatti del loro operato che decisero di eleggere Kobol a loro dimora, vegliando sui loro figli e guidandoli lungo la loro vita. Ma un dio invidioso della loro armonia iniziò a seminare discordia tra gli dei e gli umani, tra le Tredici Tribù e tra le divinità stesse. Fu così che la Tredicesima Tribù, guidata da una visione, decise di lasciare la sua terra natale alla ricerca di una nuova casa e di un nuovo destino. La meta designata dalla visione era un pianeta verde di foreste e azzurro d’oceano, chiamato Terra. Le tribù rimaste cercarono di ritornare all’armonia precedente, ma il paradiso che era Kobol in principio era ormai perduto per sempre. Le divinità iniziarono ad abbandonare il pianeta una ad una, e i loro figli decisero di seguire l’esempio della Tredicesima Tribù. Dodici carri dei cieli vennero approntati, nonostante le suppliche della dea Athena, protettrice di Caprica. Niente fermò l’esodo delle Dodici Tribù di Kobol fino alle loro nuove patrie, le Dodici Colonie. Il cuore spezzato dal dolore, Athena salì su un’alta rupe per guardare l’esodo della sua tribù, e sopraffatta, si tolse la vita.”
Kara ricordava di aver pianto per la dea, da bambina. Pur essendo stata consacrata ad Artemide e Afrodite il giorno della presentazione al tempio, aveva sempre considerato Athena molto affascinante. Una vera eroina tragica. Pregava sempre le due dee protettrici, ma c’erano volte, momenti particolari, un cui chiudeva gli occhi e chiedeva alla dea della sapienza di guidarla. Lo aveva fatto quando aveva deciso di lasciare la casa di sua madre da ragazzina. Quando aveva pianto nella sua stanza d’ospedale dopo che il dottore le aveva detto di scordarsi di diventare una giocatrice di Piramide professionista. Quando al funerale aveva capito che non era davvero innamorata di Zak, quanto di suo fratello maggiore. Quando dopo la notte con Lee aveva capito che non poteva portarlo giù con lei, ed era tornata da Sam. Quando aveva visto quella luce abbagliante nella tempesta e per un attimo le era sembrato di cogliere il volto della dea, come lo aveva sempre immaginato…
Ma niente era vero. Athena, Afrodite e Artemide non esistevano. Aveva pregato per anni la benevolenza di tre fantasmi.
Daniel stava per dirle qualcosa, quando una voce di donna interruppe il silenzio, facendo voltare Kara verso la direzione da dove proveniva.
Era una ragazza di poco più giovane di lei, con lunghi capelli mossi e arruffati nonostante fossero legati in una coda, vestita con un paio di pantaloni pieni di tasche una canotta e una camicia che dovevano aver visto giorni migliori. La ragazza continuava a urlare saluti nella loro direzione, muovendosi agilmente nella foresta da dove proveniva fino ad arrivare di fronte a loro.
“Ma guarda chi si vede!” esclamò felice abbracciando Daniel. Daniel, un po’ imbarazzato, le diede un paio di pacche sulla spalla, e sospirò sollevato quando la ragazza lo lasciò andare.
“Sono io che ho perso la cognizione del tempo, o è un viaggio non in programma?”
“La seconda che ha detto, dottoressa Crenshaw.”
“Colonnello, ci conosciamo da due anni ormai. River va più che bene. O’Neil, sempre un piacere vederla. E chi abbiamo qui… una recluta? Primo viaggio attraverso lo Stargate?”
“No e sì. River, ti presento Kara Thrace” disse Daniel. “Kara, lei è la dottoressa River Cranshaw, l’archeologa che dirige il campo di scavo di cui ti ho parlato.”
River tese subito una mano a Kara con un gran sorriso “Piacere! Non si vede tanta gente nuova da queste parti, pertanto sono molto felice di conoscerti, Kara!”
Kara non fece il minimo gesto di ricambiare il saluto, e questo smorzò l’entusiasmo di River… per cinque secondi.
“Daniel, devi assolutamente venire a vedere lo scavo. Ho trovato delle cose molto interessanti!”
Jack disse che andava bene, e che quindi sarebbero andati tutti. Sam, Daniel e River procedevano in testa, parlando di materie scientifiche. Kara li seguiva a distanza, assieme a Jack, il quale aveva dichiarato per il suo gesto che le discussioni di quei tre gli davano sempre il mal di testa.
Kara aveva appena annuito a quel che aveva detto, aveva la testa altrove. Dopo vari minuti di silenzio però, Jack non riuscì a tacere oltre.
“Kara, capisco che sia stato uno shock per te.”
“Davvero, signore? Non credo possa.”
“Forse no, ma so come ci si sente quando si scopre che la realtà è un po’ diversa da quello che si credeva.”
“L’eufemismo del secolo.”
“Non significa che la tua religione sia falsa. Non sappiamo niente di cosa o chi adorassero gli Antichi.”
“Non è questo. Non solo, almeno.”
“Allora cos’è?”
“Daniel dice che parte della mia lingua parlata deriva dalla lingua di questi Antichi. Questo Stargate, costruito dagli Antichi, collega la Terra a Kobol. Eppure è la prima volta che li sento nominare.”
“Neanche noi li nominiamo da tanto. All’inizio pensavamo che gli Stargate fossero opera di un’altra razza. Poi abbiamo iniziato a mettere insieme i pezzi del puzzle, anche se non certo grazie al loro aiuto.”
“Perché?”
“Gli Antichi studiavano uno stato dell’esistenza chiamato ascensione, in cui si esiste in forma di pura energia. Molti di loro sopravvivono in questo stato, ma hanno regole molto severe riguardo l’interferenza con le razze non ascese. In pratica stanno a guardare.”
“Come delle vere divinità.”
“In certi pianeti una volta ascesi sono stati scambiati per dei. Forse è quello che è successo qui. Adoravate, non so…”
“Afrodite” suggerì Kara senza guardarlo negli occhi.
“Afrodite… Adoravate Afrodite, avete visto un’Antica ascendere, e bam!, avete pensato che lei fosse Afrodite.”
Kara lo fissò con aria perplessa “Sta forse cercando di consolarmi, generale?”
Jack la fissò un momento, ponderando la risposta, ma fu sollevato dal non doverlo fare quando River annunciò che erano arrivati al campo. Anche Kara si sentì sollevata. Quella conversazione stava prendendo una piega che non le piaceva.
Il gruppo di studiosi accolse la visita imprevista con molto entusiasmo. Come River aveva detto, non si vedeva molta gente nuova, e la cosa meritava di essere festeggiata. Kara però non trovava niente da essere allegra, e scusandosi si allontanò dal gruppo per stare da sola.
River la osservò allontanarsi, e fermò Daniel che stava per seguirla.
“Lasciala stare. Deve digerire quanto ha scoperto. E poi cosa vuoi che capiti?”
“Ne sei sicura?”
“Sì, Daniel, va tranquillo.”
Daniel sembrò crederle, e tornò dagli altri. River fissò Kara sparire nella foresta e sorrise enigmatica.
“Lei starà attenta che non le succeda niente.”
Kara era ritornata fino allo Stargate, desiderosa di guardare di nuovo la pittura parietale della camera. Tracciò con le dita la sagoma del teatro dell’opera, e di quel che rimaneva del Tempio e del Foro. Seguendo i resti, vide che sulle colline che sovrastavano la città c’era un altro insediamento. Una città bellissima, che le ricordava Caprica City… no, ancora più bella. Stava contemplando l’affresco, quando un rumore la fece voltare di scatto. Non c’era nessuno, ma per un secondo le era sembrato che ci fosse un’altra persona nella stanza con lei, anzi, accanto a lei. Quella strana sensazione passò in secondo piano quando Kara vide l’altro affresco sulla parete opposta. Anche se era altrettanto rovinato, mostrava chiaramente la distruzione della Città degli Dei. Mostrava anche…
Kara dovette guardarle da vicino per crederci. Certo, sapeva che per giungere fino alle Colonie i suoi antenati si dovevano essere serviti di navi spaziali, ma non aveva mai visto niente di simile. Se l’artista era stato fedele alla cosa reale, si trattava di navi enormi e dall’aspetto molto avanzato. Anche la più moderna Battlestar sarebbe sparita al confronto.
Se le Dodici Tribù erano partite con navi così avanzate, perché c’erano voluti secoli prima di riappropriarsi della tecnologia necessaria?
E che cosa aveva provocato la distruzione?
Kara di nuovo si voltò di scatto. Di nuovo la sensazione di essere osservata da molto vicino. Ma continuava a essere sola.
“Andiamo, Kara… i fantasmi non esistono.” E le anime dei morti su Kobol non sono perse per sempre, checché se ne dica in giro, pensò per rincuorarsi. Ma finì col pensare a Crashdown, Socinus, Elosha e a tutti gli altri. Al momento in cui la flotta si era riunita e tutti insieme erano andati alla Tomba di Athena, dove avevano trovato la mappa olografica che li avrebbe condotti alla Terra. E in effetti, anche se aveva subito rimosso quei pensieri blasfemi dalla testa, si era domandata come fosse possibile che ci fosse una mappa olografica per la Terra se la Tredicesima tribù aveva lasciato Kobol duemila anni prima delle altre tribù. E soprattutto perché fosse dalla prospettiva terrestre. Come se qualcuno fosse tornato e l’avesse creata, ma era impossibile…
O no?
Sentì qualcuno ridere piano alle sue spalle. Stavolta ne aveva la certezza, c’era qualcuno!
“Ti sei divertito abbastanza! Fatti vedere!”
Dall’oscurità emerse una ragazza dai capelli lunghi e scuri, vestita in jeans e maglietta. Una degli archeologi, di sicuro.
“Scusami, è solo che li fissavi ad un modo… gli affreschi, intendo” disse indicando la parete accanto a Kara. “Credevo di essere l’unica.”
“A quanto pare no. Spero però che con te non ti arrivino alle spalle a tradimento.”
“Scusa, non volevo. Una brutta abitudine dura a morire. Io sono Althea. Tu sei Kara, giusto?”
“Le notizie viaggiano veloci.”
“Siamo in venti qui, direi proprio di sì” disse Althea avvicinandosi a Kara e agli affreschi. “Affascinanti vero?”
“L’altra parete di sicuro. Questa non so come leggerla.”
“La parete di destra rappresenta Kobol come paradiso, dove gli Antichi e gli umani vivevano in completa armonia. L’altra rappresenta la caduta di quel mondo perfetto e l’esodo dei sopravvissuti.”
“Avete teorie sull’accaduto?”
“Dimmelo tu” disse Althea fissandola attentamente con i suoi occhi verdi. “Mi sembrava fossi intenta a riflettere proprio su questo.”
“Forse loro… forse questi Antichi un giorno hanno deciso che non volevano più giocare a essere divinità e hanno distrutto la civiltà che avevano creato.”
“Forse c’erano altre ragioni, dietro quel gesto. E se volevano realmente spazzare via quella civiltà, perché hanno permesso che quelle dodici navi partissero?”
“Svista.”
“O speranza. Forse speravano che qualsiasi orribile gesto i loro simili avessero compiuto, loro avrebbero fatto in modo di non ripeterlo.”
“Di che diavolo parli?”
Althea sembrò tentennare “Ecco… abbiamo trovato dei resti umani. Credo che in una certa fase della loro storia, gli abitanti di Kobol abbiano praticato il sacrificio umano rituale per ottenere il favore degli dei.”
“Non ci crederò mai.”
“Vivere è più facile se si tengono gli occhi chiusi.”
Kara lanciò un’occhiata piuttosto dura alla ragazza “E tu che ne sai, eh? È la tua vita che è stata appena sconvolta?”
“No. Ma so quel che dico. Ignorare quello che vedi funziona fino a un certo punto. Oltrepassalo, e non ti sarà più possibile far tornare le cose come prima.”
La voce di Althea era diventata così triste che Kara si domandò per un istante che cosa intendesse davvero. Stava per chiederglielo, quando la ragazza si ricompose e ricominciò a parlare degli affreschi.
Le espose anche una sua teoria un po’ folle su come queste pitture fossero in realtà opera di un Antico.
“Insomma, non mi credono molto, ma ha un suo senso… sappiamo che i superstiti sono fuggiti su navi lantiane, e che gli Antichi o sono morti o ascesi. Ma se uno o più di loro sono rimasti a testimoniare l’evento di persona, forse hanno anche voluto documentare la cosa, usando poi lo Stargate per raggiungere la Terra dove gli altri Antichi si erano rifugiati dopo l’evacuazione di Atlantis. Spiegherebbe la presenza della mappa olografica nella Tomba di Athena, no?”
“Navi lantiane? Atlantis? Ma di che parli?”
“Partiamo dall’inizio. Atlantis è la città degli Antichi, e un tempo si trovava sulla Terra. In lingua antica il pianeta si chiama Atlantus. Atlantus, Atlantis. Poi gli Antichi partirono lasciando sulla Terra un avamposto, e trovarono una nuova dimora su un pianeta quasi totalmente ricoperto d’acqua. Lantea. Non tutti però lasciarono quella che consideravano la loro galassia natia, e rimasero nei pianeti che avevano eletto a loro patrie, a proteggere le popolazioni che si erano insediate sotto di loro. I contatti venivano mantenuti, e così gli Antichi rimasero uniti nonostante le distanze enormi tra le due galassie. Così vennero anche a sapere della minaccia dei Wraith, forse l’unica forza in grado di sconfiggere la razza Antica. Impossibilitati ad aiutarli più di quanto già fatto, gli Antichi rimasti ascesero o raggiunsero la Terra, dove i profughi di Atlantis erano giunti dopo aver inabissato la loro città su Lantea.”
Althea scrollò le spalle “O almeno è quanto penso io. Forse però dovrei limitarmi a studiare gli affreschi, è molto più semplice...”
La ragazza sorrise a Kara, ma lei continuava a fissarla in modo strano.
“C’è qualcosa che non va?”
“Sai molte cose su Kobol. E sugli Antichi.”
“Sono un’archeologa e un membro del progetto Stargate, è il mio lavoro.”
Kara però aveva la netta sensazione che ci fosse dell’altro. Prima che potesse parlare, Althea – di nuovo – la anticipò, dicendole che era meglio che facesse ritorno al campo.
“Non vieni?”
“No, sono di turno qui. Gli affreschi potrebbero dirmi ancora molte cose. Quando si smette di parlare e si inizia ad ascoltare, non c’è limite alle cose che si possono apprendere.”
Kara le lanciò un’occhiata che voleva dire ‘Come ti pare’, e salutata l’archeologa fece ritorno al campo. Subito si trovò davanti River. Kara dovette fare del suo meglio per non stralunare gli occhi di fronte alla studiosa.
“Meno male, stavo per mandare qualcuno a cercarti! Visto cose interessanti mentre eri in giro?”
“Ho parlato con un’archeologa… mi ha mostrato gli affreschi nella camera dello Stargate.”
“Chi? Ti ha detto il nome?”
“Althea.”
River annuì “Sì, Althea è forse la persona più qualificata qui su Kobol a parlare di quegli affreschi e degli Antichi che vivevano qui. Strano che ti abbia parlato. Non parla con chiunque.”
“Striscia alle spalle di chiunque, però.”
“Brutta abitudine, ma dopo un po’ ci si abitua. È stata lei a trovare la Tomba di Athena, sai?”
“E la mappa per la Terra.”
“Già. La mappa. Una bella sorpresa. Forse puoi dirci anche tu qualcosa” disse passando all’improvviso alla lingua di Kara. Kara la fissò stupita, e River le spiegò che aveva trovato il testo che lei chiamava Rotoli Sacri di Pythia durante le esplorazioni del territorio.
“Sono un genio e un’autodidatta, combinazione pericolosa quando alla sera non si ha niente da fare a parte tentare di decifrare una lingua sconosciuta.”
“Forse puoi aiutare Daniel. Abbiamo ancora qualche piccola difficoltà.”
“Sta scaricando i miei appunti in questo preciso istante. Appena ha fatto, andremo alla tomba.”
Andare alla tomba per Kara fu come camminare nei ricordi. La scoperta che Adama non aveva la minima idea di dove fosse la Terra. La delusione che aveva provato, e che l’aveva spinta più delle parole di Laura Roslin alla sua defezione durante il volo di prova del Raider cylon entrato in loro possesso. Il ritorno in quella terra radioattiva e distrutta che una volta era Caprica. Il ritrovamento della Freccia di Apollo dal museo di Delphi. Il bacio di Lee al suo ritorno.
Lee…
Non riusciva nemmeno a immaginare cosa stesse passando. Sicuramente credeva che fosse saltata in aria con il Viper. Di sicuro, le avevano reso gli onori militari. L’ammiraglio probabilmente aveva fatto un discorso sul suo coraggio e sul suo personalissimo codice di condotta. Magari c’erano state anche lacrime. E sicuramente un sacco di sbronze in sua memoria. Chissà come se la stava passando Sam. Se fosse riuscita a rivederlo, gli avrebbe chiesto perdono per avergli sconvolto la vita per colpa della sua paura di amare Lee. Dove l’aveva portata? Per salvare l’uno, aveva sacrificato l’altro, incastrandolo in un matrimonio che non doveva essere celebrato in primo luogo…
“Kara?”
“Eh?” disse la ragazza riscuotendosi dai suoi pensieri. Daniel evidentemente si aspettava una risposta, quindi doveva averle chiesto qualcosa…
“Ti ho appena chiesto come siete arrivati su Kobol, tu e la tua gente.”
“È stata una catena di circostanze. Abbiamo scoperto Kobol mentre cercavamo fonti di sostentamento per la flotta. Dopo che un nostro Raptor è stato abbattuto dai Cylon, che ci avevano teso una trappola, Laura Roslin, la Presidente della Flotta, mi ha convinto a non andare per la missione di salvataggio concordata. Mi ha detto di ritornare su Caprica per ritrovare un oggetto che nelle scritture era indicato come il primo indizio per trovare la Terra.”
“Una freccia d’oro?” chiese River, che camminava di fronte a loro.
“Noi la chiamiamo Freccia di Apollo. Messa in posizione, attiva una mappa olografica.”
“Sì, è quanto mi ha detto” disse River, non sentita dagli altri. Ad alta voce disse che la tomba si era conservata in modo superbo, ma che era un attimo sconcertata dalle dodici tombe vuote. Kara si fermò di colpo.
“Vuote? Ma non è possibile, nella Tomba sono sepolti i dodici capostipiti delle Tribù di Kobol!”
“Spiacente, Kara. Tutte vuote. Non hanno mai ospitato nessuno, e fidati, ne sono certa.”
Un altro colpo alle certezze del suo passato. Kara non aveva più la forza di protestare oltre. D’un tratto provò il moto improvviso di correre allo Stargate, passarlo, tornare sulla Terra e non uscire dalla sua stanza alla base per il resto dei suoi giorni.
La tomba era esattamente come la ricordava, con le tombe e le statue a raffigurazione delle Dodici Tribù. Daniel l’aveva guardata incredulo quando lei gli aveva detto i loro nomi: Aerelon, Aquaria, Canceron, Caprica, Gemenon, Leonis, Libris, Picon, Sagittaron, Scorpia, Tauron, Virgon. Elaborazioni dei nomi delle costellazioni zodiacali visibili dalla Terra. Era uno dei pochi punti su cui erano pienamente concordi quando si veniva ai Rotoli Sacri, l’unico che non sarebbe mai stato contraddetto. River tirò fuori dal suo zaino la Freccia di Apollo, avvolta in un panno di stoffa, e la mise in mano a Kara.
“Direi che l’onore spetta di nuovo a te.”
Kara strinse le mani intorno all’oggetto, e camminò verso la statua che rappresentava Sagittario, l’arciere. Appoggiò la freccia tra le mani della statua, e come la volta precedente questo fece chiudere la porta d’ingresso della tomba, facendo sobbalzare chi non lo sapeva. E dopo un momento di totale oscurità, Kara si ritrovò sullo stesso prato di due anni prima a guardare nel cielo le dodici costellazioni che avevano sempre identificato le Colonie.
Daniel era senza parole. Aveva già visto tecnologia Antica in azione, ma quella mappa era straordinariamente realistica e molto ben eseguita.
Kara con il braccio indicò una nebulosa “Noi la chiamiamo Nebula Ionia. È l’unico corpo celeste che abbiamo riconosciuto. Stiamo… Stanno viaggiando in quella direzione.”
“Per noi quella è NGC 6523. Cinquantamila anni luce di distanza dalla Terra” disse Carter, staccando solo allora gli occhi dalla nebulosa e fissando Kara.
“Non sono una distanza impossibile… rimane il fatto che con la tecnologia hyperdrive che ci hai descritto, Kara, non saranno qui ancora per un po’. Almeno un paio d’anni, forse di più.”
“Un paio d’anni, forse di più” ripeté Kara, cercando di non pensare al peggio. Ma anche se non includeva i Cylon nell’equazione, sapeva come le risorse della Flotta erano strettamente razionate. Aveva provato sulla sua pelle il rischio di morire di fame perché le macchine per la preparazione degli alimenti avevano prodotto cibo contaminato. Il tylium, che alimentava i motori delle navi, era sempre più difficile da reperire man mano che si andava avanti. Bastava anche solo un altro guasto ai serbatoi dell’acqua, o ai sistemi di depurazione, e nessuno sarebbe mai arrivato a destinazione…
Improvvisamente sentì di nuovo quella strana presenza, come nella camera dello Stargate poco prima. Si guardò intorno, ma nessuno sembrava aver percepito niente. Kara scosse la testa, dandosi della stupida. Dopo l’incontro con Althea, ora ogni rumore strano la faceva innervosire.
Usciti dalla tomba, la squadra decise di ritornare sulla Terra. Daniel ringraziò River per gli input che gli aveva dato sulla lingua di Kara, e le assicurò che appena possibile sarebbe venuto a darle una mano. River sorrise serena, e li salutò con la mano mentre varcavano a uno ad uno il portale.
Chiuso il wormhole, sospirò e mise le mani sui fianchi con un’aria seccata.
“Non avevamo deciso che te ne saresti stata buona in disparte, accidenti a te?”
L’avrebbero presa per matta, ma avrebbe di nuovo avuto un’altra bella discussione con quello spirito che nessun’altro a parte lei vedeva, e che a quanto pareva dopo quattromila anni aveva scordato il significato del verbo ‘attendere’.
Una volta tornati all’ SGC, Kara fece quello che si era ripromessa di fare, ovvero si rannicchiò in un angolo della sua stanza in completa negazione, Ma quella condizione non durò molto, sostituita da un sentimento di impotenza che le serrava lo stomaco e la faceva sentire inutile. Due, tre anni, forse di più. Per una flotta in quelle condizioni, praticamente una vita. Aveva cercato di convincere Carter e O’Neil che dovevano aiutarli a trovare la strada, e che non potevano lasciar fare al caso o agli Asgard (così aveva capito si chiamavano gli alieni che l’avevano salvata), ma nessuno dei due aveva capito lo stato di bisogno in cui si trovava la Flotta Coloniale. O’Neil l’aveva zittita definitivamente usando l’argomento Cylon contro di lei, dicendole che se era vero che inseguivano la flotta, quel segnale se captato da loro li avrebbe condotti diritti alla Terra. E tra Replicanti e quel che rimaneva dei cosiddetti Signori del Sistema, non si potevano permettere un’altra minaccia incombente.
La cosa che più la faceva arrabbiare era che, sentito chi erano questi nemici, dava loro ragione. I Cylon non ti rendevano schiavo all’interno del tuo corpo, e non ti infilavano le dita nel cervello per sondare la tua mente e usare poi le loro scoperte per distruggere la galassia. No, i cylon volevano solo loro, e a parte testate nucleari e navi non schermate non avevano altre forme di offesa. Non avevano detto che non avrebbero offerto aiuto quando sarebbe arrivato il momento, ma avevano messo in chiaro con Kara che anche loro avevano nemici che desideravano solo annientarli.
Arrendendosi all’evidenza e a quella che aveva tutta l’aria di una leggera depressione, Kara lasciò che Carter si occupasse di aiutarla a inserirsi nella nuova società. Questo significava trovare un lavoro e magari un posto dove stare. La lingua ora le permetteva di farlo, cosa che non era pensabile nove mesi prima. Carter le spiegò che sarebbe stata in prova per un mese, per vedere come se la cavava, ma che se c’erano problemi poteva tornare alla base in qualunque momento. Kara, una volta messo piede fuori il complesso di Cheyenne Mountain, iniziò a pensare che magari le cose non sarebbero andate male. Era viva, era sulla Terra. E un futuro sereno e luminoso forse non era così da sopravvalutare.
Tale stato d’animo durò esattamente il tragitto da Cheyenne Mountain all’appartamento che una volta era stato del gigante di colore di nome Teal’c, che aveva intravisto alcune volte mentre era all’SGC. Anche lui non era della Terra, e da quanto aveva capito da Sam, il suo tentativo di vivere fuori non era andato granché bene. Di sicuro il marchio che aveva in fronte non aiutava. E a proposito di marchi, aveva deciso che prima possibile si sarebbe liberata del tatuaggio che aveva sulla spalla e prima ancora del cerchio alato che aveva sull’avambraccio. Se la spiegazione sul primo era stata abbastanza semplice, anche perché non aveva un significato vero e proprio, Sam l’aveva fissata stupita quando aveva spiegato che quel tatuaggio era, in un certo senso, la sua vera nuziale.
“Mio marito porta l’altra metà. L’idea era quella di avere qualcosa che simboleggiava la nostra unione… quando ci abbracciavamo il disegno si completava.”
“E che è capitato ad Anders, Kara?” chiese Sam senza staccare gli occhi dalla strada.
“Io, Sam. Gli sono capitata io. Ma immagino che sposare qualcuno per tutte le ragioni sbagliate non sia esattamente la ricetta della felicità. Dista ancora molto?”
“No, non molto” rispose il colonnello, che decise di ignorare il cambio di discorso di Kara. Il capitano non aveva avuto problemi a parlare di quanto successo fin da quando i Cylon avevano distrutto il suo pianeta, di fornire quante più informazioni possibili sui suoi nemici e qualche dato sulla flotta militare e civile che avevano permesso di stimare quell’ipotetica data di arrivo. Ma appena si accennava a lei come persona, si arrivava ad un muro invalicabile. La dottoressa Lam aveva parlato di varie fratture risalenti all’infanzia e compatibili con una situazione di abuso domestico, e di un ginocchio che aveva subito la cosiddetta ‘triade infausta’, ovvero la rottura dei legamenti collaterale tibiale e crociato anteriore e la lesione del menisco mediale. Lam aveva ipotizzato che Kara una volta fosse una dedita a qualche disciplina sportiva a livello agonistico. Un paio di volte Sam aveva dovuto volgere lo sguardo altrove perché si era ritrovata a fissarle le dita delle mani, che Kara muoveva e fletteva quando era nervosa e che lei sapeva spezzate di netto sotto la seconda falange. Ancora una volta si domandò che cosa celasse Kara nel suo passato, e se mai si sarebbe fidata a parlarne.
L’arrivo all’appartamento interruppe le sue riflessioni, e parcheggiata la macchina aiutò Kara con i suoi pochi bagagli e la accompagnò fino alla porta della sua nuova casa. Sam le sorrise incoraggiante, e Kara aprì la porta dell’appartamento. Era spartano, ma in un certo senso le ricordava l’appartamento di Delphi. E decise di considerare quel ricordo una cosa buona, almeno per il momento. Sam aveva iniziato a spiegarle le regole di quell’esperimento, come contattarli se c’erano problemi, e un minimo di punti di riferimento per iniziare a girare nei dintorni. Kara la ascoltava distrattamente, intenta a guardare fuori dalla finestra. Case. Alberi. Gente che andava e veniva. Bambini. Un mondo in pace, che non sapeva niente della guerra.
Sam se ne andò qualche minuto più tardi, dopo essersi assicurata che Kara stesse bene.
Sam ancora non aveva la minima idea di quanto buona fosse la faccia da Triade di Kara.
This message has been edited by _Jade_ on May 28, 2007 1:29 PM
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