Non si può parlare di vera e propria dipendenza, ma certamente se uno decide di interrompere la pratica, noterà la differenza: questo è ovvio; se così non fosse, significherebbe che la tecnica non avrebbe portato alcun beneficio.
Se mi è permesso di fare un paragone particolarmente strano (ma è quello che mi viene in mente spontaneamente), è come se Marilyn Monroe ti chiedesse di avere una relazione con lei: che fai? Dici di no solo perché prevedi che poi un domani se ipoteticamente tu volessi interrompere la relazione, potresti sentirne la mancanza?! Io intanto direi di sì... poi si vedrà. Se poi dovesse verificarsi il caso peggiore, certamente non ci saranno crisi di astinenza tipo eroina.
Quei pochi che hanno interrotto la tecnica per un qualche motivo, del tipo "non ho tempo per farla" oppure "i miei familiari o i miei amici mi prendono per matto", poi hanno notato la differenza in peggio. Alcuni affermano, un po' superficialmente, che sono tornati "più o meno come prima di iniziare"... Ma poi, se glielo chiedi meglio, ammettono che un miglioramento incancellabile c'è stato. Maharishi ricollega questo concetto addirittura ad un passo della "Bhagavad Gita" che afferma, grosso modo: "nulla va perduto di questo yoga" (cioè di questa pratica).
Poiché si fa presto ad abituarsi ai nuovi benefici e a dimenticare molti dei vecchi problemini, il manuale della TNAS contiene dei questionari (che uno deve riempire, datare e poi conservare) in modo che un domani si possa confrontare la situazione del momento con quella prima di iniziare: e molti, quando li rileggono, rimangono sorpresi, dicendo: "ma guarda, non mi ricordavo che prima di iniziare avevo tutti questi piccoli disturbi".
Saluti,
Fabrizio Coppola
Il segreto dell'universo
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