è ora ke inizi a postare la mia fanfiction...
questi sono i primi capitoli...ce ne sono altri ma non li ho ancora battuti a computer...
STOLEN DREAM
CAP.1
Musica. Voci, canti, grida, urla. Niente di speciale, una delle solite, vecchie feste qui a Tortuga. Sulla spiaggia, in riva al mare. Gli uomini iniziano già ad essere ubriachi, le donne ballano fino a non sentirsi più i piedi. Ma stasera manca qualcosa. L’aria è densa, le urla e gli schiamazzi festosi sono in realtà tristezza, malinconia mal celata. Perché tutti si ostinano a far finta di niente, a far finta che nulla sia successo? Una delle solite feste qui a Tortuga. Posso vedere dalla finestra mio fratello Patrick che suona e canta, circondato dalle più belle ragazze dell’isola. Un bel ragazzo, mio fratello. Occhi profondi, capelli ribelli. Una bellezza calma, ma con qualcosa di selvaggio. È uno spirito libero, che nessuno potrà mai domare. Eppure anche lui è diverso questa sera. Qualche anno fa sarei stata fuori a ballare, a cantare, ma ormai non m’importa più niente. Ora che lui è partito, ora che lui non c’è più.
La finestra è aperta, il vento mi accarezza i capelli, la luna mi guarda beffarda e splendente, come sempre. Chissà se LUI la sta guardando.
È buffo pensare che io non mi voglia allontanare da questa terra, prima tanto ostile. Ora qualunque cosa, qualunque sguardo, ogni odore mi ricorda lui e fa riemergere i ricordi, facendomi star male, facendomi piangere, ma permettendomi di respirare.
Guardo giù, verso la spiaggia, e mi accorgo che Patrick mi sta guardando. Ha smesso di suonare. Gli rivolgo un debole sorriso, e lui mi guarda severo, rimproverandomi, anche se so che mi capisce. Accarezzo il cane, spengo la luce e vado a letto. Ma non riesco a spegnere la luna. Sempre più grande e minacciosa, mi riporta con dolore verso i giorni felici, quattro anni fa, e mi addormento ancora insieme a lui.
CAP.2
La mia vita cambiò per sempre quando avevo quindici anni. Ero felice, o almeno pensavo di esserlo. Vivevo con mio padre e mio fratello Patrick, di quattro anni più grande di me. Mio padre era un marinaio, lavorava per il governatore e non era mai a casa, così noi eravamo spesso a casa da soli. Ma stavamo bene: due fratelli legati l’uno all’altra. Non avevo tanti pensieri, cioè, isoliti pensieri di una diciassettenne. Uscivo con gli amici e con mio fratello, ero alla ricerca di qualcosa che on sapevo definire. Sapevo che nella mia vita mancava qualcosa, ma non avevo ancora la capacità di definire cosa fosse, e in effetti non ci stavo sveglia la notte. A St. James la mia città, la mia vita appariva perfetta. La mia famiglia era abbastanza ricca e io e Patrick potevamo permetterci di non lavorare. Passavamo il tempo correndo, ballando, leggendo e facendo lunghe passeggiate a cavallo. Due ragazzi ricchi in un mondo povero e semplice.
C’erano sempre grandi feste tutte le volte che tornava papà. Tutto il paese era invitato e ogni persona si divertiva e dimenticava per un attimo il suo mestiere, la sua povertà. Per una sera, tutti erano uguali.
26 Ottobre 1723_ore 16.50. uno di quei giorni. Io e mio fratello avevamo aspettato questo momento da una vita: papà sarebbe tornato e noi avremmo bevuto, cantato, ballato in suo onore. Un brav’uomo, mio padre. Quel giorno avevamo preparato uno spettacolo e io sarei stata al centro dell’attenzione per qualche ora, recitando e ballando. Stavo finendo di provare per la sera, l’emozione mi assaliva di colpo di tanto in tanto e non riuscivo a reprimere un ampio sorriso, che rimaneva per un po’ a illuminare il mio viso. Patrick mi guardava e rideva dolcemente.
“come sto?” gli chiesi. Avevo appena provato il vestito che avrei dovuto mettere. La domanda era retorica perché sapevo di star bene. I miei lunghi capelli neri erano raccolti, il vestito bianco li metteva in risalto e la felicità che provavo mi illuminava gli occhi verdi.
A un certo punto Pat smise di ridere e mi guardò serio:
“ti sei mai chiesta il perché di tutto questo?”
“Che vuoi dire?”
“Perché ci prepariamo a ballare e a cantare?perché sei vestita in quel modo?”
“Non essere ridicolo, lo sai benissimo!che ti prende?papà sta per arrivare e tutto il paese è in festa per lui”.
Lui ci pensò ancora un momento e riformulò la sua domanda
“nostro padre è un marinaio, non è nessuno. Eppure siamo la famiglia più ricca del paese. Quanti marinai conosci che al loro ritorno trovano tutto il paese ad aspettarli e ad acclamarli?”
è chiaro che ci avevo già pensato, ma tutte le volte che provavo a trovare una risposta in modo razionale mi assaliva un senso di inquietudine e smarrimento, perché mi rendevo conto che una risposta non c’era.
Guardai mio fratello negli occhi e sospirai: “Chi è nostro padre…non lo so. Non ci ha mai parlato di quello che fa quando non è a casa. Ma a me va bene così. Siamo felici, e questo per me è abbastanza. Non ci pensare più.”
“Come se fosse facile.” Pensai. Ma preferivo non pensarci, perché non c’era una risposta e io lo sapevo. A volte mi piaceva pensare di essere la figlia di un grande principe, che preferiva nascondere la sua identità per stare con la sua gente e vivere nella semplicità.
Ma ero in errore.
CAP.3
A volte mi sorprendo a desiderare che quella nave non fosse mai approdata, che quegli uomini non ci avessero strappato dai nostri sogni di cristallo. La mia vita era troppo bella per poter essere reale, e io me ne accorgevo giorno dopo giorno, mentre l’inquietudine cresceva e diventava sempre più difficile far finta di niente.
Quella sera, il cielo era scuro e pieno di nuvole, la luna si era nascosta e non dava segno di voler uscire allo scoperto. Uno strano vento soffiava, un vento gelido e forte. Alle 20, come al solito, una nave apparve all’orizzonte. Ma questa volta il mio cuore non traboccava di gioia, ma di orrore. Mentre tutti i paesani attendevano impazienti sulla spiaggia che la nave approdasse, io ero paralizzata dalla paura. Quella nave non era la nostra. Le vele non erano bianche, non portavano il segno di un’aquila, come al solito, ma erano ridotte in brandelli, grigie come il vento gelido che soffiava da quella direzione, avvicinando quella “cosa” alla nostra terra. Si muoveva velocemente, anche troppo. “come fa a non affondare, con le vele ridotte in quel modo?”pensai. ma scacciai subito quel pensiero, perché, sfidando tutte le leggi conosciute, la nave continuava a scivolare leggera e veloce sull’acqua, con un andamento lugubre e inquietante.
Iniziai a sentire delle voci, provenienti dal mare. Uomini urlavano, pronunciavano canzoni in una lingua sconosciuta, e si facevano sempre più vicine.
Mi accorsi, improvvisamente, di essere rimasta da sola sulla sabbia, immobile. Mio fratello mi tirava e mi diceva di andarmene, spaventato. Non l’avevo mai visto così prima di quel momento: aveva sempre avuto tutte le risposte alle mie domande. Ma ora continuavo a chiedergli, “cos’è?cosa sta succedendo?dov’è papà?” e lui diceva solo “non lo so”, a bassa voce. “vieni via”, ma io non l’ascoltavo, non potevo, e, forse, non volevo muovermi.
La nave intanto aveva toccato la terraferma e una ventina di uomini erano scesi, e stavano fermi, a pochi metri da noi, probabilmente sorpresi di vedere qualcuno fermo davanti a loro, apparentemente senza paura. Non immaginavano che era proprio la paura che mi inchiodava lì, unita a un altro sentimento che si stava delineando deciso dentro di me: la rabbia. L’odio. Perché intuivo che non era un caso se questi uomini erano approdati a St.James il giorno in cui doveva arrivare mio padre.
Guardai la nave. Un altro uomo scese e continuò a camminare verso di noi, senza fermarsi con gli altri. Intuii che quello era il loro capitano. Aveva un grosso cappello in testa, capelli lunghi e neri, grossi stivali, una pistola in mano e la spada alla cintura. La sua sagoma si faceva sempre più vicina, e io la distinguevo sempre più chiaramente. I baffi, la camicia aperta sul petto. Non era molto alto. Il suo passo era calmo e deciso, minaccioso. Stavo per incrociare il suo sguardo. Patrick continuava a tirarmi e a chiamarmi ma io non lo ascoltavo. Ero in trance, volevo capire, dovevo capire. Ero preparata a tutto. Ma non vidi quel che mi aspettavo: il suo sguardo, che avevo immaginato dovesse essere gelido e freddo, aveva qualcosa di umano. Dal modo in cui mi guardò capii che non avevo scampo. Che volevo sapere dov’era mio padre. Volevo sapere chi erano quegli uomini. Dovevo sapere chi era il loro capitano, che cosa voleva. I miei sentimenti erano in contrasto, forse per la prima volta in tutta la mia vita. Odiavo quest’uomo eppure mi affascinava, ne ero ipnotizzata.
Non sapevo ancora cosa sarebbe diventato per me.
CAP.4
La scena si muoveva al rallentatore, non mettevo bene a fuoco le immagini…ogni minuto sembrava durare secoli, anzi, il tempo non si muoveva, ma restava fermo. Quello stesso tempo che passa così velocemente a volte, quel giorno restava lì a guardarmi, fermo e beffardo. Vedevo le immagini rincorrersi davanti a me, cercavo disperatamente un appiglio, qualcosa a cui aggrapparmi per capire cosa stesse succedendo. Ma in realtà, anche se non me ne accorgevo, cercavo lui, quegli occhi scuri e tranquilli, come l’acqua del mare di notte.
Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo cercavo di trovare una risposta razionale, ma non riuscivo a trovare niente di rassicurante.
Quello che avevo appena visto era un mondo troppo diverso rispetto a quello che avevo mai visto. Un mondo pericoloso, duro, affascinante. Non sapevo se esserne attratta e impaurita, e me ne stavo lì, ferma, immobile, apparentemente calma, senza muovere un dito, mentre quelle rozze mani mi sballottavano da una parte all’altra.
Sulla sabbia. Inciampo. Mi rialzo. Ci avvicinavamo sempre di più a quella nave maledetta, e io non muovevo un dito per cercare di liberarmi. Ma quelli non erano comuni pirati: erano lucidi, svegli, quella non era una di quelle “ciurme di dannati” di cui si sentiva spesso parlare fra i marinai.(mio padre, però, non me ne ha mai parlato). Sentivo che quegli uomini erano qualcosa di diverso: sotto alla pelle ruvida, anche li batteva un cuore.
Mi girai e vidi Patrick lottare con tutte le sue forze, e gridare verso di me per attirare la mia attenzione. Non l’avevo mai visto così. Prima che un uomo lo colpisse e gli impedisse di raggiungermi vidi le sue labbra pronunciare queste parole: “non arrenderti mai”.
“e non lo farò”, pensai, rabbrividendo a causa della vicinanza con il galeone.
“Perché mio fratello non viene condotto alla nave?Perché non hanno fatto del male a nessuno?” fu in quel momento che realizzai che io ero l’unica persona che veniva portata via. Mi guardai attorno per la prima volta e vidi la gente del villaggio che mi guardava, impotente,mentre venivo portata via. Quella stessa gente che aveva ballato, riso, scherzato con me alle feste di mio padre. Pensando a quel passato mi sembrò di tornare indietro di un’eternità: quei tempi mi sembravano ormai solo un sogno, un ricordo che stava svanendo. Pensai ai miei amici, a mio fratello, a mio padre. Già, mio padre. Mi girai verso la nave e scorsi il capitano, quell’uomo che tanto mi aveva colpito, mentre mi guardava con curiosità. Iniziai a camminare in modo più deciso verso quel luogo buio, sconosciuto, minaccioso, conscia che quello che stavo raggiungendo non era solo una nave, ma era una risposta, che mi era stata negata per tanto, troppo tempo.
Mi resi conto che volevo salire su quella nave: la mia curiosità era troppo forte. In quell’attimo di smarrimento fu come se per tutta la vita avessi aspettato quegli uomini.
CAP.5
Freddo. Tanto freddo, fu la prima sensazione che provai a bordo della Perla Nera. Ero svenuta subito dopo esserci entrata. Troppe emozione per una sera, troppo smarrimento. “Dove sono?” chiesi fra me e me prima che i ricordi della sera precedente iniziassero a farsi vivi nella memoria. Mi guardai attorno. Armi. Qualche piccola insenatura nel legno, ai lati della nave, attraverso la quale vidi l’oceano per la prima volta. Avevo sempre visto il mare dalla costa, ma vedere una distesa infinita di acqua tutt’attorno a te è tutta un’altra cosa. Avevo sempre desiderato viaggiare, vedere il mondo, ma non in queste circostanze. I ricordi iniziavano a riaffiorare. Vidi una grata sopra alla mia testa, cercai di alzarmi. Niente da fare, troppo debole.
Completamente impotente, iniziai ad ascoltare, e le voci che prima erano indistinte iniziarono a farsi più chiare. “Finalmente le abbiamo trovate!” diceva una, “Si, ma non abbiamo ancora finito, Dio sa quel che ci aspetta!” rispondeva l’altra. Lo smarrimento cedette il posto alla rabbia. Perché ero stata portata lì, separata da mio fratello? Perché nessuno si degnava di darmi una spiegazione? Urlai dalla disperazione, e fu solo allora che mi accorsi che non ero l’unica in quella stanza. C’era un’altra ragazza. Era piuttosto minuta, magra, bionda. Mi guardava con grandi, tristi occhi azzurri. “chi sei? Cosa ci facciamo qui?” iniziai a tempestarla di domande. Lei stava ferma, guardando prima me, e poi il mare. Dopo qualche minuto, finalmente si decise a parlare. “Io sono Emma. Urlare o agitarsi non servirà. Segui il mio esempio”. E tornò a dormire. Col passare dei giorni, l’unico contatto che io ed Emma avevamo era con un uomo muto con un pappagallo, che gli altri chiamavano Cotton. Ci portava un po’ del cibo avanzato tutti i giorni. Passarono mesi, forse settimane, e noi restavamo chiuse lì. Parlammo un po’,io ed Emma, e scoprii che lei era stata fatta prigioniera qualche settimana prima di me, e che nessuno le aveva dato spiegazioni. Pensai tantissimo in quei giorni. Non riuscivo a capire perché proprio a me fosse capitata questa sorte. Cercai di trovare somiglianze fra me ed Emma, ma non ne trovai. Io, mora, occhi verdi, alta. Lei, bionda, occhi azzurri, bassa. Io avevo un fratello, lei era figlia unica. Io avevo quindici anni, lei tredici. Parlammo dei nostri genitori, delle nostre vite, delle nostre case, degli amici…ma non trovammo niente che potesse unirci o legarci in qualche modo. Due estranee unite da un destino crudele e incomprensibile.
Un giorno, la nave si fermò, le urla e i canti allegri dei pirati aumentarono e seppi che eravamo arrivati a Tortuga.
CAP.6
Tortuga…quel nome non era nuovo…l’avevo sentito dire da mio padre, ne ero sicura…Ma non riuscivo a ricordare in quale circostanza. Mentre io mi scervellavo per trovare qualche appiglio, tutti i marinai scesero dalla nave, e dalla fessura nel legno notai come altri uomini li accogliessero con rispetto e dignità. Ogni giorno imparavo qualcosa di più sui pirati, ogni giorno mi spaventavano di più, ma la mia curiosità cresceva.
Approfittai dell’assenza dei pirati cercando di aprire in qualche modo la grata che ci separava dal resto della nave. Usai tutto quello che c’era nella stanza, finchè non trovai una vecchia spada arrugginita, e riuscii, dopo parecchi tentativi, a rompere le sbarre di metallo e ad aprire la grata. Felice come non ero mai stata in quei giorni, rendendomi conto dell’importanza della libertà e ringraziando qualunque santo, qualunque divinità mi potesse aver aiutato, feci un cenno alla mia compagna di cella, che ancora una volta mi stupì.
“No”, disse. “Io resto qui.” Provai ad insistere, ma quella strana ragazza continuava a non volermi dare spiegazioni. Temendo che i pirati potessero tornare da un momento all’altro, decisi di fuggire da sola. Correndo sul pontile della nave trovai altre armi, che presi con me: due pistole e una spada. Correvo verso la libertà, verso la terra. Volevo fuggire con tutte le mie forze, ma mi trovavo in un posto lontano da casa, non sapevo dove andare e cosa fare. Vidi una locanda, e dalla finestra scorsi il capitano, che parlava con una ragazza, membro dell’equipaggio. Iniziai ad ascoltare la conversazione, e fu ben poco quello che riuscii ad udire.
“perché quella faccia, AnnaMaria?”
“Jack, lo sai benissimo. Non puoi continuare a non dare spiegazioni a quella povera ragazza”.
“C’è Emma con lei. E sai benissimo che non potrei comunque far niente”.
“Sei stato capace di riprenderti la perla, e ora la prima azione che fai è spregevole come il suo vecchio capitano. Non mi sorprenderei se una maledizione colpisse anche noi”.
“cosa dovrei fare?Quella ragazza non ha colpa, ma il padre ha deciso per lei. Quel vecchio pazzo l’ha consegnata in pasto ai nemici”.
La conversazione diventava sempre più interessante, ma non potei ascoltare niente di più, perché una voce mi richiamò.
“Bene, bene, cos’abbiamo qui?”disse uno degli uomini
“una ragazza non dovrebbe stare tutta sola in un posto come questo”
“vieni, bambola, ci pensiamo noi”
Un altro spuntò dal nulla e mi prese per un braccio. Paralizzata dalla paura, non sapendo cos’altro fare, impugnai la spada e lo colpii. “niente male”, pensai, “per non aver mai preso in mano una spada”. Ma gli altri uomini non aspettavano altro e iniziarono a combattere tra loro, nel tentativo di prendermi.
Erano tanto impegnati nella lotta che non si accorsero di me che fuggivo via. Mi misi a correre, smarrita, finchè non realizzai che non avevo via di scampo: di fronte a me c’era il capitano della nave.
ne approfitto anke x 1.-...
BUO NANNIVERSARIO della maledizione in ritardo...il 28 giugno dell'anno scorso c'era la premiere...

^_^
sciere
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wherever we want to go, we'll go, that's what a ship is.
it's not just a keel and a hull, and a deck and sails, that's what a ship needs but what the Black Pearl really is...is freedom.
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