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Il cibo dei Monaci

August 27 2008 at 10:46 AM
araldo 

 
  I monasteri, intorno all'anno Mille, erano divenuti grandi centri di potere. L'abate - capo religioso e politico del territorio controllato dal monastero - e i suoi monaci detenevano notevoli estensioni di terre e per poterle lavorare avevano bisogno dell'aiuto di molti contadini. Questi potevano essere uomini liberi, proprietari o affittuari, che in ogni caso pagavano un tributo al monastero; o, per lo più, dipendenti diretti, liberi e servi, che dovevano prestare anche il loro lavoro a favore dei monaci.
      Chi lavorava alle dipendenze di un monastero godeva di condizioni di vita migliori in quanto i monaci erano meno esigenti dei grandi feudatari; essi erano infatti solo gli amministratori delle terre e non i diretti proprietari. Spesso inoltre le distanze dei poderi dal monastero erano molto grandi e i contadini vi si recavano una sola volta l'anno.
      Talvolta erano le stesse famiglie contadine che si mettevano sotto la protezione del monastero. Questo infatti poteva garantire una certa sicurezza, difendere dalle prepotenze dei signori, fornire il bestiame da lavoro e gli aratri, anticipare il grano per la semina. Ogni monastero era inoltre un vero e proprio centro di produzione e di scambio: quello di Farfa, per esempio, aveva un laboratorio di tessitura dove lavoravano 55 donne.
      La distinzione fra uomini liberi e servi era comunque valida anche per il monastero: i primi in genere coltivavano poderi, pagando un tributo annuale. I secondi invece lavoravano solo per il monastero, ma avevano in cambio vitto, alloggio e il vestiario. Nelle terre del monastero si rispettava rigidamente il riposo domenicale e quello delle feste religiose, circa 30 in tutto l'anno. Il vitto dei servitori consisteva in pane, minestre, verdure e una certa quantità di carne di maiale. Le vesti erano molto semplici: tuniche e tonache di lana, a volte un mantello per quelli che lavoravano all'aperto.
Non sempre le condizioni di vita erano dure: a volte il monastero aveva bisogno di nuovi lavoratori, per dissodare le foreste o introdurre colture specializzate. Allora si concedevano alle famiglie condizioni molto più favorevoli, che in genere venivano rispettate. Inoltre i contadini di un monastero potevano integrare le loro risorse con gli usi comuni. La legna dei boschi, i pascoli, la caccia e la pesca erano di godimento comune e offrivano così sia una risorsa materiale che una distrazione ai tanti giorni di lavoro e di fatica.
 
Il cibo dei monaci

L’idea della privazione del cibo, di un regime alimentare sorvegliato ed essenziale sta alla base della concezione di vita monastica diffusa nel Medioevo. Proprio per questo, in tutte le Regule che ci sono pervenute, da quella di Benedetto a quella di Giovanni Cassiano, il tema del cibo ricorre costantemente e risulta di fondamentale importanza. Se l’abbondanza di cibo è simbolo del potere delle armi, il "digiuno" diviene sinonimo di spiritualità e misticismo. Nella cultura medievale, il corpo impedisce l’elevazione verso Dio, tenendo ancorato l’uomo a desideri e pulsioni che vanno costantemente mortificati. La carne è il primo alimento che deve essere bandito, perché meglio interpreta la forza e la potenza guerriera. In realtà, questo vale per il primo monachesimo, più severo e rigoroso nel rispettare i precetti dell’ordine.
La carne, bandita dunque inizialmente dalle mense e sostituita da pesce, legumi, uova e formaggi, tende a ricomparire a partire dall’XI secolo, anche perché più consistente comincia a essere la presenza del ceto aristocratico tra i religiosi. Nei giorni di festa, che non sono pochi nel calendario liturgico, la carne, soprattutto di maiale, è presente nei pasti dei monaci cucinata in maniera differente. Compare anche nelle dispense, conservata sotto sale, essiccata o insaccata. Stando alle fonti dell’epoca, nell’Abbazia di Cluny, una delle più importanti dell’Occidente cristiano, due sono i regimi alimentari che si alternano durante l’anno, uno invernale e uno estivo. Mangiare coincide con un momento collettivo, e i monaci si ritrovano in refettorio una volta nei giorni feriali e due in quelli festivi.
Il pranzo, che coincide con il mezzogiorno, prevede due piatti caldi: il potagium di legumi e la minestra di verdura, e un terzo piatto, il generale o la pietanza, serviti a giorni alterni durante la settimana, che porta in tavola uova, formaggi, verdure. Il vino e il pane bianco non mancano mai. Nel periodo estivo i pasti sono due, poiché aumentano le ore di veglia e di lavoro. La cena, piuttosto frugale, si basa su ciò che resta del pranzo insieme ad un pò di frutta di stagione.
Dopo il Mille, questo regime così severo tende poco alla volta a divenire più elastico: si moltiplicano le cose da fare, le occupazioni da svolgere, soprattutto di tipo amministrativo. I patrimoni da gestire si accrescono, in seguito agli imponenti lasciti testamentari, ai possedimenti che si espandono e che allontanano il monaco dalla dimensione frugale e semplice cui è abituato, dettata dalla regola del proprio ordine. Così il momento del pasto e il regime alimentare si modificano: la semplicità delle origini è superata, per lasciare spazio all'abbondanza e alla varietà dei cibi. Le cucine, sempre più spaziose e dalle dispense cariche di prodotti pregiati, divengono luogo di prosperità, di piacere: la gula si incontra con la luxuria, i due peccati condannati dal cristianesimo che tanto spesso l'immaginario medievale accomuna, così come tanta letteratura del tempo, da Chaucer a Boccaccio, ci ha tramandato.

 
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AuthorReply
sara

come mangiano i monaci

March 5 2010, 3:52 AM 

ciao a tutti se volete scoprire cosa mangiavano i monaci andate su wikipedia

 
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roberta

a cosa stai pensando???

March 5 2010, 3:54 AM 

ciao a tutti visitatori del sito vi faccio una banale domanda:a che cosa state pensando???io ho scritto il mess da scuola rispondetemi tanti saluti............la vostra roby:)

 
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