| Modena 2003October 27 2003 at 10:45 AM | Del Maschio Luca |
| Ciao a tutti.
Faccio parte della numerosa schiera di coloro che per svariati motivi e con grande rammarico non sono potuti passare da Modena per conoscere tante persone ormai quasi note partecipanti al Forum .
Leggo che Nofer, Stilo e tanti altri sono riusciti ad andare alla Fiera.
Anch'io ero in Fiera, ma purtroppo a quella di Milano,dove svolgo consulenza antincendio.
Ci fate un riassunto per noi poveracci ed un po' invidiosi delle tante cose belle che avete visto e discusso?
Saluti.
Luca |
| | Author | Reply | Antonio
| Re: Modena 2003 | October 28 2003, 2:09 AM |
Travaso un po' di materiale su modena trovato in rete.
Buona lettura
Ciao
Antonio
Decreto Rspp: novità obblighi, opportunità
Il convegno dell'Aias ad Ambiente Lavoro Convention
Obbligo del titolo di studio, formazione specialistica e verifica dell'apprendimento. Sono i punti più importanti del Decreto Rspp, n. 195 del 23 giugno 2003 individuati nel corso del convegno "Decreto Rspp: novità, obblighi, opportunità" che si è svolto il 16 ottobre ad Ambiente Lavoro Convention.
Organizzato dall'Aias, l'incontro ha messo in luce "pregi e difetti" del decreto attraverso la voce dei relatori: Giancarlo Bianchi, presidente dell'Aias, Rino Pavanello, segretario dell'associazione Ambiente Lavoro, il magistrato Raffaelle Guariniello e Marco Masi del coordinamento tecnico delle regioni.
"Un salto di qualità, nonostante le ombre - ha esordito Pavanello -. Certo ci sono delle cose non condivisibili come la decisione di richiedere il titolo di studio superiore generico piuttosto che quello di istituti specifici. Ma senza dubbio ci sono anche molti pregi."
Come è ormai noto il Rspp, quando le nuove regole, saranno a regime dovrà avere un titolo di studio non inferiore al diploma ed essere in possesso di un attestato di frequenza a specifici corsi di approfondimento, con verifica dell'apprendimento. "Una novità che ci porta in Europa - ha affermato Bianchi -. Il problema reale sarà di capire che cosa fare dei corsi pregressi, come e se recuperarli. Il testo di legge in questo senso è poco chiaro."
Per il momento vige la norma transitoria che da la possibilità di continuare a svolgere la funzione di Rspp e Aspp a chi dimostra di svolgere l'attività da almeno sei mesi. "E in questo caso le questioni che si aprono sono due - continua Pavanello -. Non viene specificato se l'attività svolta deve riferirsi agli ultimi sei mesi o basta una semplice esperienza di sei mesi. Inoltre l'adetto alla sicurezza come può dimostare di aver svolto questa attività se non esiste l'obbligo della certificazione?".
Ma il problema più difficile da risolvere è la questione dei corsi.
La Conferenza Stato Regioni dovrà, nei prossimi giorni, indicarne le caratteristiche. Come andranno fatti? Qual è la modalità adatta per evitare che i corsi pregressi vadano in fumo? La proposta di Ambiente Lavoro è la divisione dei corsi in moduli con l'assegnazione di crediti. In questo modo chi ha già frequentato corsi nel passato può frequentare solo i moduli che gli mancano. Ognuno dovrebbe avere un libretto personale di formazione in modo da certificare sempre dopo la verifica la propria preparazione.
D'altra parte, "la qualificazione degli addetti alla sicurezza è un elemento portante dell'economia nazionale, - ha affermato Masi -. Le università in questo senso danno molto poco. per questo il Decreto Rspp rappresenta un'opportunità che va ben governata. Ministeri e Regioni stanno lavorando per dare le indicazioni sui corsi. A livello regionale ci sono problemi di armonizzazione per le diverse competenze che entrano in ballo." Ancora molto da fare, quindi. Eppure bisogna andare aventi in fretta. "I punti centrali sono - continua Masi - capitalizzazione della buona formazione fatta, inserimento di processi di modularità e modello dei crediti".
Altro punto toccato nel corso del convegno è stata la responsabilità del datore di lavoro. Il datore di lavoro è responsabile della mancata istituzione del servizio di prevenzione e protezione. La nomina del Responsabile non è un atto delegabile per nessun motivo, ha affermato Guariniello portando ad esempio due sentenze della corte di cassazione.
Il convegno è visualizzabile sul sito dell'Aias e di Ambiente Lavoro
Il Sistema di Gestione della Sicurezza sul Lavoro: quali novità?
Il convegno Uni Inail ad Ambiente Lavoro Convention
"Il Sistema di Gestione della Sicurezza nei luoghi di lavoro è parte integrante di un'azienda". Con queste parole Marco Vigone, Direttore generale della IEC - Industrial Engineering Consultant, ha dato il via al convegno "Il Gruppo di lavoro Uni-Inail sul Sistema di gestione della sicurezza sul Lavoro: Quali novità" che si è svolto il 17 ottobre ad Ambiente Lavoro convention.
L'incontro è stato organizzato per presentare tre documenti operativi che sono stati pubblicati recentemente e che rappresentano i primi frutti delle "Linee guida per un sistema di gestione della salute e sicurezza sul lavoro", edite da Uni e Inail nel settembre 2001.
In particolare si tratta di "Lavoro Sicuro", guida operativa dell'Unione Industriali di Treviso, di SMS Work, manuale dell'Amma (Associazione Metallurgici Meccanici e affini) e di un documento specifico per il settore costruzioni.
Per quanto riguarda "Lavorosicuro", si tratta di un progetto elaborato da Formazione Unindustria Treviso, che ha lo scopo di diffondere i Sistemi di Gestione della Sicurezza e Salute nelle aziende.
La struttura è articolata in una sezione dedicata alle procedure gestionali, un'altra che comprende le istruzioni operative e per finire gli esempi pratici. Si parte dall'organizzazione e dall'assegnazione dei compiti per poi analizzare i flussi comunicativi e formativi e la gestione della comunicazione. Sezioni fondamentali sono quelle del monitoraggio di primo e secondo con tanto di moduli da far compilare ai lavoratori. Modulistica disponibile anche per la gestione di infortuni, incidenti e comportamenti.
Il manuale dell'Amma è invece meno "operatvo" di Lavoro sicuro. E' infatti un documento che in parallelo, anche come struttura, con le Linee Guida Uni Inail si occupa del settore manifatturiero. "E' uno strumento applicativo, ma lascia l'utilizzatore assolutamente libero di personalizzare il SGSL - spiega Giovanni Monti, funzionario dell'Amma. Si compone di tredici capitoli strutturati proprio come le linee guida Uni Inail. Quindi politica, pianificazione, compiti e responsabilità, coinvolgimento del personale, informazione e formazione, documentazione, monitoraggio.
"Quando c'è di mezzo un cantiere si entra in un settore specifico non assimilabile agli altri - spiega Vigoni -, regolato da norme di legge proprie. La realtà del cantiere è ben diversa dalle altre: ci si può trovare di fronte alla presenza di più aziende, subbapalti e soggetti esterni che hanno il compito del coordinamento. Per questo motivo è stato necessario realizzare delle Linee guida che si riferissero esclusivamente al settore Costruzioni".
Il documento, seguendo le Linee Guida Uni Inail, identifica le questioni più importanti di questo settore, mettendo in chiaro i principi operativi da seguire.
Innanzitutto l'identificazione dei pericoli e la valutazione dei rischi tenendo conto dell'eventuale presenza delle diverse imprese, di lavoratori autonomi e dipendenti da terzi. Valutazione che va fatta in stretto coordinamento attraverso riunioni.
Altro punto è la pianificazione, anche in questo caso farsi in stretto contato con le altre imprese ed infine il monitoraggio per verificare che le procedure intraprese siano seguite. In tutto il processo visne da sè che risulta basilare coinvolgere i lavoratori in tutte le varie fasi.
Nella loro diversità, i tre documenti rappresentano un ulteriore passo avanti dopo la pubblicazione delle Linee guida Uni Inail. E per il futuro? "Allo stato attuale - spiega Vigone - non esistono norme per i Sistemi di gestione della Sicurezza sul lavoro. A livello mondiale, l'Iso ha affrontato il problema per tre volte di seguito, ma non ne è venuto a capo. Lo stesso è accaduto al Cen in cui soltanto ultimamente sembra muoversi qualcosa". Esistono dei documenti di riferimento: tra cui le specifiche tecniche OHSAS 18001-02, le linee guida italiane e quelle tedesche, ma non si tratta di norme. "Ci troviamo di fronte ad una situazione di non normazione che però potrebbe essere in via di definizione. L'Uni sta infatti studiando il modo per trasformare le Linee Guida Uni Inail in norma".
L'importanza del fattore umano nella sicurezza
Serve più consapevolezza per evitare gli infortuni
"Quando si parla di sicurezza sui luoghi di lavoro non si prende mai in considerazione quello che è il luogo dove c'è il numero maggiore di morti: la strada". Inizia con un grido d'allarme il convegno "Migliorare la sicurezza: il fattore umano e la comunicazione" che si è tenuto nei giorni scorsi a Modena nell'ambito di AmbienteLavoroConvention.
"Il 75% dei morti in strada stava lavorando - spiega il dott.Andreoni, psicologo del lavoro dell'Università di Firenze - o si stava spostando per andare o tornare dal lavoro". Per questo, recentemente è stato siglato un accordo con gli autotrasportatori finalizzato a salvaguardare gli aspetti psicologici di questi lavoratori.
"Dopo l'entrata in vigore della 626 - continua Andreoni - gli psicologi del lavoro non hanno più fatto molta ricerca sulla sicurezza in ambienti di lavoro. L'unico modo che si ha per rapportarsi a questo tipo di sicurezza rimane la formazione attraverso la quale si riescono a conoscere le esperienze degli Rspp". Ma perchè gli psicologi del lavoro avrebbero dovuto fare più ricerca? "E' proprio questo il punto - spiega Andreaoni. In alcune aziende le norme di sicurezza sono più avanti rispetto alla 626 e tutelano altri aspetti come il mobbing e lo stress mentre altre sono assolutamente arretrate. Nonstante tutti gli investimenti fatti però si continua a morire. Perchè? Ed è qui che entra in campo lo psicologo del lavoro". Forse gli uomini sono inaffidabili ma hanno ancora un peso determinante sulla riuscita delle procedure soprattutto perchè tutto dipende dalla loro psiche.
Lo psicologo, per spiegare il funzionamento della psiche e le sue ricadute sul lavoro, ricadute che possono portare a gravissimi infortuni, utilizza una siddivisione che principalmente ditingue rischio e pericolo:
- Pericolo: dato oggettivo che si può descrivere. Di per sè non produce nulla.
- Rischio: in parte è oggettivo e in parte è soggettivo. Se siamo in condizione di rischio probabilmente succederà qualcosa. Ma è l'attività che è rischiosa, non il pericolo in sè. Questo perchè il rischio è insito nella natura dell'uomo: il rischio coinvolge la personalità degli individui che agiscono quindi in modo rischioso per se stessi o per le situaìzioni nelle quali vivono.
Il compito dello psicologo quindi è inserire il concetto di rischio all'interno delle attività lavorative. Per questo ci sono altri due concetti:
- Rischiosità: rapporto esistente tra il pericolo e il rischio. Un esempio: il problema di utilizzare il cellulare quando si guida non è l'utilizzo del cellulare in sè ma il contenuto della conversazione che si sta tenendo e che può assorbire una parte di energia psichica che invece deve essere totalmente dedicata alla guida. "E' per questo che il vivavoce non risolverà il problema" dice Andreoni. A decidere è la razionalià: la rischiosità è quindi il nostro coinvolgimento psichico personale verso certe situazioni.
- Accettabilità: "posso desiderare molto una cosa ma posso accettare l'impossibilità di averla". Senza il rifiuto dell'accettabilità coatta non ci sarebbe la 626: sono stati gli scioperi dei lavoratori che chiedevano più sicurezza a far cambiare le cose.
Il ruolo dello Stato quindi è estrememente importante nella valutazione della sicurezza e deve concretizzarsi nella formazione. "Serve un aumento della cultura della sicurezza - conclude Andreoni - se non non si riusciranno mai ad avere dei lavoratori consapevoli".
Micro2003: più attenzione alla sicurezza nelle imprese che hanno fino a 9 addetti
Importanti considerazioni al convegno tenutosi alla Fiera di Modena
Le microimprese, quelle che hanno fino a 9 addetti, spesso non vengono tenute in considerazione da chi ha il compito di fare le leggi. Molto piccole e spesso a conduzione familiare, rimangono per questo escluse da tutte quelle pratiche di sicurezza alle quali non riescono a sottarsi invece tutte le altre aziende, a partire dalle PMI.
Al convegno "Micro 2003", che si è tenuto nell'ambito della manifestazione "Ambiente e Lavoro Convention" conclusasi sabato scorso a Modena, sono stati sottolineati proprio gli aspetti di sicurezza che queste piccolissime imprese si trovano a dover fronteggiare.
Tracciare percorsi organizzativi e proporre soluzioni tecniche per la prevenzione che siano applicabili alle microimprese, creare un punto di raccolta delle ricerche e delle esperienze relative alla prevenzione del rischio nelle imprese artigiane e piccole imprese, coinvolgere soggetti pubblici e privati che si occupano di sicurezza qualità e ambiente creando un punto di scambio, raccogliere e implementare le informazioni esistenti e costruire un'iniziativa annuale di diffusione delle informazioni raccolte erano gli obiettivi del convegno.
I suggerimenti per far sì che per le microimprese sia più facile rendere sicuro il proprio ambiente di lavoro non tardano ad arrivare. "Ridurre gli oneri amministrativi attraverso l'autocertificazione, destinare più fondi alla formazione professionale, promuovere la crescita delle microimprese dei raggruppamenti di imprese e degli investimenti - dicono i partecipanti al convegno - possono essere già un grande passo avanti".
Ma un altro aspetto non meno importante è stato sottolineato: il rapporto tra vita lavorativa e vita privata. Chi lavora in microimprese infatti, spesso dedica la propria vita al lavoro e gli rimane poco tempo da dedicare al resto. Per questo bisogna aggiungere ai valori esistenti anche il valore della sicurezza. Favorire un buon rapporto tra questi due aspetti della vita di ognuno potrebbe aiutare ad aumentare la sicurezza (in termini di stress per esempio) e sarebbe molto utile per tutti ma in particolare per le lavoratrici madri.
Anche a livello europeo servirebbero degli "incentivi":
- fare programmi di intervento che suscitino l'interesse delle aziende
- sostenere la valutazione del rischio
- coinvolgere datori di lavoro e lavoratori
- contenere i costi.
E le Regioni dovrebbero fare la loro parte:
- potenziare il supporto tecnico e legislativo armonizzandfo leggi e creando linee guida
- fare attenzione alle esigenze
- destinare fondi
- fare azione di controllo
- monitorare la situazione nel tempo.
Il 94% delle imprese italiane è micro (oltre 2milioni di imprese contro le 3mila grandi industrie) e quasi la metà della forza lavoro italiana lavora in microimprese (il 17% è invece impiegata nella grande industria). Tutti questi soggetti devono fare i conti ogni giorno con la valutazione del rischio ma il problema è più grande di quanto non si pensi. Le microimprese infatti aprono e chiudono nel giro di un anno e sono quelle che assorbono più di altre giovani apprendisti. Controllare che la sicurezza sia tenuta in considerazione è quindi molto difficile.
Sorgono infatti diversi problemi:
- informazione (non si riesce ad arrivare a tutti perchè non tutti sono iscritti alle associazioni)
- formazione (si tratterebbe di formare milioni di addetti)
- semplificazione procedure (gli sportelli unici non hanno risolto i problemi)
- qualificazione dei comparti (servono servizi ad hoc per singoli comparti ma non ovunque il comparto è così chiaro come per esempio le ceramiche a Carpi).
La soluzione proposta è quindi la creazione di un FORUM permanente che si ponga l'obiettivo di trovare soluzioni applicabili alle microimprese e che diventi un appuntamento annuale per il confronto oltre ad essere un valito strumento online per tutte le consultazioni di cui si potrebbe aver bisogno. Ma fare informazione e formazione può non bastare: servono anche buoni studi (fatti magari in collaborazione con vari enti) che, individuando i rischi più significativi presenti sul territorio, suggeriscano interventi mirati e costanti. L'obiettivo deve essere la riduzione del 50% degli infortuni e delle malattie professionali e contemporaneamente aumentare gli standard qualitativi di lavoro.
Ma oggi la rischiosità nelle microimprese è un dato di fatto. Per analizzarla a livello numerico sono state proposte tre diverse analisi: la rischiosità in senso stretto, la modalità di accadimento degli infortuni e le malattie professionali più frequenti e riconosciute.
Rischiosità: è provato che le microimprese artigiane sono più a rischio di altre attività: le piccole imprese non artigiane hanno un livello di rischiosità inferiore a quello delle grandi imprese. Ed è provato anche che al crescere del numero degli addetti il rischio cala. Questo perchè nelle imprese più grandi le operazioni più rischiose spesso sono affidate alle macchine.
Modalità di accadimento: il contatto diretto dell'addetto con le attrezzature è nella stragrande maggioranza dei casi la causa dell'infortunio.
Malattie riconosciute: vengono riconosciute dall'Inail le ipoacusie, gli schiacciamenti da parti meccaniche e le cadute dall'alto.
La sicurezza nei cantieri edili
La maggior parte delle violazioni riguarda norme degli anni '50
Lo stato di attuazione della sicurezza nei cantieri edili in riferimento alla prima campagna europea nel settore delle costruzioni è stato il tema di un convegno che si è tenuto alla Fiera di Modena nell'ambito della manifestazione Ambiente Lavoro Convention.
"Nell'ambito dei vari controlli effettuati in Europa - esordisce Paolo Pennesi, Dirigente del Coordinamento Ispezione Lavoro del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali - abbiamo verificato che rispetto alla 494 e alla 626 ci sono poche violazioni". La maggior parte delle cose che non vanno riguardano le vecchie normative degli anni '50. "Questo significa - afferma Pennesi - che oggi non abbiamo ancora raggiunto nemmeno gli standard di sicurezza ideali per gli anni '50".
Rispetto al D.P.R. 164/56 (Norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro nelle costruzioni) sono state registrate circa 4500 violazioni e il rischio principale è quello di caduta dall'alto che a oggi è ancora quello che porta agli infortuni più gravi:
- 698 violazioni (oltre il 10% degli infortuni totali) riguarda la difesa delle aperture;
- 697 violazioni riguardano invece i ponteggi delle opere provisionali;
- 424 riguardano le scale in muratura;
- 391 i parapetti;
- 368 gli intavolati.
Su 585 violazioni della 494, il numero maggiore riguarda l'art.5 (quello che dispone gli obblighi del coordinatore per l'esecuzione dei lavori) e l'art.12 (obblighi e modalità di redazione del piano di sicurezza). Le violazioni del 547 riguardano invece l'impiantistica elettrica (quadri di distribuzione e collegamento a terra).
In generale il 20% dei cantieri italiani ispezionati ha scarsa o assente osservanza della normativa che protegge i lavoratori dalle cadute dall'alto. Solo il 15% dei cantieri invece è sufficientemente sicuro.
"Il problema - continua Pennesi - è che oggi nei cantieri non c'è più un intelocutore vero. Troppi lavori delegati a qualcun altro creano problemi ai coordinatori che, in caso di grandi opere, non sanno più a chi rivolgersi".
I problemi quindi sono evidenti: i coordinatori non hanno peso, i cantieri non sicuri sono fuori mercato e di conseguenza l'edilizia si sta destrutturando. Cosa fare allora? "Innanzitutto è importante dare più importanza al coordinatore - suggerisce ancora Pennesi -. Inoltre si può creare una grande banca dati di procedure comuni di sicurezza e si può lavorare per rimettere in pista i cantieri fuori mercato anche sequestrandoli se serve. A tutto questo - conclude - si possono aggiungere premi a chi si comporta bene come per esempio la creazione di un elenco di imprese sicure che garantiscano al committente un alto grado di professionalità e sicurezza.
Il problema grosso infatti è che manca una cultura della sicurezza a tutti i livelli (imprenditori, maestranze e vigilanza). "Chi vigila - sottolinea Pennesi - deve ordinare agli imprenditori di mettere in sicurezza tutti i lavoratori i quali spesso però non rivendicano nemmeno il proprio diritto a lavorare in un ambiente sicuro e in certi casi nemmeno lo vogliono" (i lavoratori in nero, per esempio).
Nel 2002 gli infortuni denunciati all'Inail sono stati poco meno di 1milione, il 15% dei quali riguarda il settore edile (grave invece il dato relativo ai decessi che nell'edilizia salgono al oltre il 25% del totale). E a rischiare di più è la piccola impresa artigiana che si occupa sempre più spesso delle attività a maggiore rischio. Per esempio i pericoli maggiori riguardano l'essere colpiti da qualcosa (20% degli infortuni e il 10% dei decessi) e la caduta dall'alto (il 10% degli infortuni e il 30% dei decessi).
"Gli infortuni - concludono i relatori del convegno - costano al nostro Paese circa 78miliardi di Euro (pari al 3% del PIL nazionale) di cui 5miliardi imputabili al settore delle costruzioni. Se questi soldi si investissero preventivamente in formazione e prevenzione ci si guadagnerebbe anche in termini economici perchè non si perderebbe forza lavoro". |
| Anonymous
| Grazie. | October 30 2003, 9:32 AM |
Grazie Antonio.
Saluti.
Luca |
| lino
| Re: Modena 2003 | October 28 2003, 7:55 AM |
Insomma, nulla di nuovo o che non si sia già detto, scritto o sentito.
Proposte e riproposte.
Ma quando i fatti?
L'unica "novità" è il nuovo business della formazione forzata a cui, uno dei relatori, è molto interessato.
Chissà perchè? |
| | Current Topic - Modena 2003 |
| |
|
|