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Capitolo I

February 15 2003 at 2:50 PM
  (Login Silea)


Response to Di sogni e di segreti: Prologo

 




“Chi vive più vite, muore più morti.”




Parla Faith:



“Vuoi credermi un mostro? Qualcuno che vive solo per vedere scorrere il sangue della sua prossima, innocente, vittima? Un’aberrazione della natura? Libera di farlo. Nessuno te lo impedisce. Ma sappi, anche se non ti interessa, che non ho mai provato gioia nell’uccidere un essere umano.
Ed io, Buffy, posso dire di non aver mai ucciso per noia.
Tu puoi fare altrettanto?”




Sunnydale.



Scese dal pullman sbadigliando, con la schiena indolenzita dal lungo viaggio, la ferita le faceva veramente male ma la ignorò, caricandosi sulla spalla la borsa nera e avviandosi verso casa. Dopo un viaggio durato più di dodici ore era stanca ed irrigidita. Rinunciò a chiamare un taxi, anche perché non ce ne erano nei paraggi, e si avviò a piedi a casa sua. Una passeggiata le avrebbe fatto bene e visto che il sole non era ancora tramontato non doveva preoccuparsi neanche dei vampiri.
Faith si allontanò lentamente bilanciando meglio il carico sulle spalle così che i punti non le tirassero la ferita, recente ricordo del suo ultimo lavoro.
Era stata una missione davvero massacrante. Sette dei più lunghi giorni della sua vita. Quel dannato vampiro francese, vecchio più di trecento anni, le aveva fatto sputare l’anima prima che ne avesse ragione. Marlin le aveva detto che era un osso duro ma lei non aveva creduto così tanto. Non avrebbe più sottovalutato l’opinione della donna.
Aveva dovuto girare la metà dei bassifondi parigini prima di poterlo trovare. L’altra metà l’aveva visitata per trovare un po’ di “oggettistica utile” alle sue esigenze, era stato difficile visto che non conosceva né i luoghi, né i contatti per procurarsela, ma ci era riuscita, anche grazie ad una quantità rilevante di denaro.
Inoltre, considerando che non sapeva neanche il francese e che aveva dovuto portare un “traduttore” con sé, un demone di non si ricordava quale razza che aveva vissuto un po’ in America ( e che era sfortunatamente incappato nella sua spada quando aveva tentato di venderla al suo nemico), era stata fortunata a trovarlo in così breve tempo.
Appena finito il lavoro aveva lasciato la stanza di motel, identica a tutte le altre (quanto odiava quei posti, troppi ricordi…), per prendere il primo volo per tornare a casa. Il viaggio era durato qualcosa come dodici ore tra aereo, coincidenze aeroportuali e pullman, con cui aveva coperto gli ultimi chilometri.
La schiena se la era ferita proprio nell’ultimo scontro con Jean-Luis, quando lui, con ormai solo quattro dei suoi tirapiedi, si era rifugiato in una villetta poco fuori Parigi, dopo che lei gli aveva accuratamente fatto perdere tutti gli alleati, fatto aumentare i nemici, scavando una baratro in cui lui era caduto. Era pericoloso andare a caccia di una preda ferita. Si era rivelato tale quando una spada di quasi un metro le aveva squarciato la schiena, recidendo un buon numero di fasci di muscoli e sfiorandole la spina dorsale.
Era stato decisamente doloroso. In quel momento lei aveva perso ogni lucidità avventandosi contro quel vampiro che l’aveva ferita con tutta la rabbia che provava, ed era molta. Si era fermata solo quando attorno a lei aleggiava semplice polvere. Non le era piaciuto perdere così il controllo di se stessa ma non aveva potuto evitarlo, per fortuna le era andata bene.
Era uscita da quella casa sanguinando abbondantemente nonostante i suoi tentativi di fermare l’emorragia. Cacciatrice o no, si era dovuta recare da un dottore, che aveva fatto decisamente poche domande, era conosciuto per quello, che dietro pagamento le aveva applicato una stretta fasciatura. Dopo un iniezione di antidolorifici era tornata in albergo per fare le valigie.
Per lei Parigi non sarebbe stata salutare per un po’ di tempo. Presto si sarebbero accorti che era una doppiogiochista e si sarebbero arrabbiati non poco, aveva messo in giro un po’ di voci false per arrivare a Jean-Luis, già i residenti non avevano gradito la sua presenza e lei, senza contatti sicuri, rischiava molto a rimanere.
Faith si guardò attorno, era quasi arrivata a casa.
Casa, gustò quella parola. Erano passato più di un mese da quando era tornata a Sunnydale e finalmente sentiva di essersi riuscita a ricostruire una casa. Un posto dove lei si sentisse al sicuro, un posto a cui ritornare la sera. Un posto solo suo.
La luce stava diminuendo. Pochi minuti ed il sole sarebbe tramontato. Passeggiando immersa nei propri pensieri non si era accorta di una figura familiare sull’altro marciapiede. Le ci volle un secondo per riconoscerla. Tara stava camminando lentamente appesantita da alcune buste di carta. Era da quel giorno nel negozio di alimentari che non la vedeva, quasi un mese rifletté, sembrava stesse proprio tornando dalla spesa.
Faith si chiese se doveva lasciarla andare senza neanche salutarla o fermarsi ed aiutarla. Se fosse stata qualsiasi altra persona, Buffy in testa, l’avrebbe ignorata, fingendo di non vederla, ma la bionda non aveva mai fatto niente per ferirla in nessun modo. E lei, se poteva, aiutava sempre la gente. Non era un insensibile. A quel pensiero un sorriso triste e tirato le si disegnò sulle labbra. Pensò un attimo ancora su cosa fare. Tara stava tornando a piedi verso il campus e non ci sarebbe arrivata se non dopo il tramonto del sole.
Prendendo finalmente una decisione Faith la chiamò. Tara si girò riconoscendo la bruna ed attraversò la strada.
-C-ciao Faith.
-Ciao Tara. E’ un po’ che non ci vediamo, eh? –questa conversazione la stava già mettendo in imbarazzo, pessima cosa. Era molto che non parlava con qualcuno.
-Si, q-quasi un mese. –Poi notando la borsa, le chiese se era appena tornata da un viaggio.
-Si, torno proprio ora. –ci fu un attimo di silenzio, poi Faith decise di offrire aiuto alla ragazza. Da Catherine e Eliza non aveva imparato solo ad usare un’arma. Ed, al contrario di quello che poteva sembrare, lei era una persona educata. Era educata con le persone che rispettava (cosa quasi unica) o che comunque le ispiravano fiducia (cosa decisamente molto rara). –Senti casa mia è qui vicino. Se vuoi puoi salire un attimo, prendiamo un caffè, poi ti chiamo un taxi così torni al campus senza problemi…
Tara ci pensò per qualche attimo e poi accettò, stupendo non poco Faith. Le persone che avrebbe accettato di andare a casa sua conoscendola, si contava sulla punta delle dita della mano di uno storpio, come i suoi amici del resto.
Ripresero a camminare e qualche minuto dopo entrarono nello stabile e raggiunsero l’attico, dove la bruna era tornata ad abitare. Faith era stanca, sia del viaggio sia a causa della ferita, ma non lo voleva dare a vedere, cercava di comportarsi e muoversi in maniera normale. Cercò a lungo le chiavi in tasca prima di trovarle, quando ci riuscì aprì la porta ed invitò Tara ad entrare.
La cacciatrice l’aiutò a posare le buste vicino alla porta per poi pregarla di accomodarsi sul divano mentre lei le portava qualcosa da bere. La voce della bionda la raggiunse in cucina mentre metteva su caffè e tè.
-Se p-posso chiedertelo, dove sei a-andata?
-Parigi, per lavoro.
Cominciarono a parlare del più e del meno, con naturalezza, come se si conoscessero da tempo. Si scambiarono racconti e aneddoti della loro vita, mentre entrambe si chiedevano come fosse possibile che loro, restie a parlare di se stesse persino alle persone di cui si fidavano, tanto da rimanere degli enigmi per chi le conosceva, si trovassero così a proprio agio con l’altra. Forse era proprio per quello. Nessuna delle due era invadente nei confronti dell’altra, rispettando gli spazi personali, i silenzi.
Faith tornò poco dopo in salone e porse una tazza di caffè a Tara che lo accettò volentieri.
Tara si stava accorgendo di come Faith fosse diversa da come gli altri la dipingevano. Tutt’altro che esuberante ed esibizionista. Almeno dopo che la conoscevi. La bruna le aveva chiesto di non dire agli altri che lei era qui. Le aveva spiegato che Buffy lo sapeva, e che se qualcuno doveva dire della sua presenza lì agli altri, sarebbe dovuta essere l’altra cacciatrice. Le aveva consigliato di non entrare in una discussione con Willow su di lei, sapeva cosa la rossa pensava e non voleva il loro rapporto rovinato a causa sua. Poi cambiando argomento Faith continuò a parlare.
-Come vanno le cose qui a Sunnydale? Qualche cattivone da sconfiggere?
-No, è tutto relativamente t-tranquillo. Un paio di teste calde che cercano di f-formare qualcosa di più di un gruppo di sbandati, ma niente che Buffy non possa sistemare da sola.
-Meglio così. Meno apocalissi ci sono, meglio mi sento.
Da quando avevano incominciato a lavorare entrambe per il consiglio le cacciatrici avevano fatto una tregua. O meglio, gli era stato ordinato di non ostacolarsi a vicenda e di smettere di tentare di uccidersi.
Loro si erano adeguate. Ed a Faith non dispiaceva che Buffy l’avesse finalmente piantata con il desiderio di ucciderla. Non era piacevole sapere che c’era qualcuno che voleva la tua pelle. Ogni tanto si incontravano di notte mentre facevano la ronda, ed avevano quasi smesso anche di stuzzicarsi verbalmente. Tra loro non c’era fiducia, né correva buon sangue, ma si rispettavano e l’ascia di guerra era stata seppellita.
Risultato più che soddisfacente per entrambe.
Sorridendo appena al pensiero Faith si mise a sedere sul divano. Il movimento le procurò una fitta di dolore lungo tutta la spina dorsale, più forte nel punto in cui un vampiro l’aveva colpita con la spada.
La fitta distorse il suo sorriso in una smorfia di dolore. Faith cominciò a sentire la maglietta azzurra che indossava appena bagnata, probabilmente la ferita si era riaperta. Sarebbe stato un problema risistemare la fasciatura da sola. Domattina sarebbe andata da qualcuno in grado di sistemarla per bene.
Tara, alla vista della smorfia di dolore della cacciatrice e del leggero ansimo che le era sfuggito aveva capito che Faith si era ferita durante il suo viaggio di “lavoro”. Si alzò dal divano per andare ad aiutarla ad rialzarsi. Colse di sorpresa la bruna, che però non protestò, rivolgendo completamente la sua concentrazione nel movimento, facendo attenzione a non farsi più male. Di nuovo in piedi, la schiena eretta, la ferita non le faceva più male.
-Cosa ti è successo?
-Niente.
Aveva risposto prima ancora di pensare. Forza dell’abitudine.
Ma non aveva considerato la testardaggine di chi le stava di fronte.
-Faith. Mentirmi è inutile. So che stai provando dolore. E’ evidente.
Faith la guardò un attimo negli occhi, stupita. Poi ripensò al loro primo incontro nel negozio di alimentari e capì che c’era qualcosa che non conosceva di Tara. Le avrebbe chiesto spiegazioni più tardi, ora era il suo turno di fornirle.
-Una ferita alla schiena, un vampiro che voleva mostrarmi quanto affilato fosse la sua spada da macellaio.
Faith poteva sentire il cotone umido, ormai quasi bagnato, aderire di più alla sua pelle. Stava perdendo del sangue, molto sangue. Fece finta di niente, cercando di distrarre Tara dandole il proprio cellulare, non quello che usava con il concilio ma un altro, per chiamare il taxi, dicendole che si stava facendo tardi.
Tara continuò a fissarla immobile, ignorando il cellulare che l’altra le porgeva mentre continuava a darle le spalle con ancora la giacca nera addosso. Attese un secondo che Faith si girasse ma la cacciatrice non lo fece. Decise di costringere l’altra a girarsi.
-Fammi vedere la schiena. –Lo disse con voce piatta e decisa, sorprendendo comunque la bruna, concentrata nella respirazione, nel tentativo di ignorare il dolore.
Faith si girò di scatto verso Tara. Poi rendendosi conto che in fondo non c’erano altri che potessero aiutarla fino alla mattina successiva e che il suo istinto le diceva di fidarsi della bionda, cedé ma non prima di un ultimo tentativo di rifiuto.
-Senti, non è niente. Te lo ho detto, qualche momento ed andrà a posto da solo non ti preoccupare.
-Allora fammi vedere la schiena se non è niente.
-Ne sei sicura? Non è che per caso ti imbarazza o ti infastidisce? Io in fondo sto bene. Davvero.
-Non è un problema per me Faith. Lo ho già fatto altre volte.
Alla fine, dopo alcuni istanti di riflessione Faith annuì. Muovendosi un po’ troppo rigidamente per una cacciatrice andò in bagno a prendere la cassetta del pronto soccorso. Cassetta tanto fornita da fare invidia ai paramedici di una qualsiasi autoambulanza.





 
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