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II

February 21 2003 at 10:58 PM
  (Login Silea)


Response to Di sogni e di segreti: Prologo

 


Chigaco, ufficio servizi sociali.



Adam Green stava rovistando nella sua scrivania alla ricerca di una pratica, che ricordava di aver messo proprio in quel cassetto. Non c’era più. “Dannazione!” dove poteva essere andata a finire? Certo, lui non era il massimo dell’ordine, come si poteva notare dal caos che regnava sulla sua scrivania. Pratiche ammucchiate in pile che sfidavano leggi di gravità, penne e matite perse tra i fogli e mai più trovate, foglietti di vari colori attaccati con puntine che gli ricordavano i vari appuntamenti ed impegni presi, ai quali si presentava, se si presentava, con una mezz’ora di ritardo, minimo. Sopra tutto questo era poggiata, in bilico, la tazza di caffè fumante che si era appena versato.
L’uomo sulla quarantacinquina continuò a cercare la pratica dimentico di tutto il resto. Aveva una giornata veramente piena. Doveva andare in mattinata a casa di tre famiglie che avevano chiesto vari assegni di sovvenzione statale, poi doveva tornare in ufficio per la riunione giornaliera, per poi correre a casa, cambiarsi e raggiungere il tribunale e testimoniare in una causa su abbandono di minore.
Una giornata decisamente piena.
Dopo cinque minuti di intense ricerche trovò la pratica dispersa. Era macchiata di caffè sulla facciata, ma andava bene. Soddisfatto di sé la posò sul piano della scrivania e prese in mano la tazza ancora calda.
Sorseggiava l’espresso, assorto nei propri pensieri, quando qualche educato colpo di tosse lo richiamò alla realtà. Fissò per qualche secondo la ragazza che gli stava davanti, poi la riconobbe. Era già venuta un mese prima e “Dannazione!” si era dimenticato di cercare la pratica della sua adozione. Ed oggi proprio non aveva tempo da dedicarle.
-Salve signorina…
-Summers, signor Green.
Lui annuì con il capo mentre cercava una scusa adatta a spiegare che si era dimenticato di fare quella ricerca.
-Senta non ho potuto cercarle quella pratica. Certo, che se potesse passare, che so? Domani? Tra una settimana, forse potrei dargliela…
Buffy lo guardò per un attimo stupita. Il successivo era infuriata. Green ebbe paura di quello sguardo. Strano per uno come lui che passava gran parte delle sue giornate nelle periferie della città.
-Senta lei, Signor Green. Vengo da Los Angeles e no, non posso tornare domani, né tra una settimana. Le ho dato un mese di tempo. Ora voglio quella documentazione.
Adam non se la sentiva di protestare e il discorso della ragazza lasciava poco spazio a scuse. Improvvisamente ebbe un idea.
-Signorina Summers forse ho la soluzione. Oggi sono impegnato ma la posso accompagnare in archivio e forse lì troverà quello che cerca…
Buffy non era nella posizione di scegliere. Accettò la proposta con un cenno del capo.




Sunnydale, appartamento di Faith.





Faith si rialzò dal letto muovendosi rigidamente, la fasciatura nuova, pulita e ben stretta, il dolore diminuito a livelli ragionevolmente sopportabili.
Tara aveva fatto un lavoro splendido, la cacciatrice doveva ammetterlo, ci sapeva fare. Dopo aver tolte le bende sporche di sangue ed averle pulito la ferita, la bionda le aveva fatto un’iniezione di morfina e rifatto il bendaggio. Faith sapeva che questa bravura dipendeva dall’esperienza, e ce ne era tanta dietro, ma, sebbene fosse curiosa di sapere dove Tara avesse imparato, ricacciò indietro la curiosità e si limitò a ringraziare a mezza voce la ragazza.
La bruna si sentiva a disagio però. Prima di tutto lei non era abituata a ricevere aiuto, e troppo spesso non sapeva come ringraziare; secondo, la bionda non era obbligata a fare questo per lei, non le doveva niente. Questo lasciava Faith alle prese con il problema di come ringraziare, certa che le parole appena pronunciate non fossero abbastanza. Immersa nei pensieri la cacciatrice si girò per scoprire che Tara le tendeva una giacca di tuta per farla coprire, in silenzio Faith accettò anche l’aiuto nel vestirsi, stupendosi di se stessa.
Anche Tara aveva notato qualcosa durante la medicazione, qualcosa a cui aveva deciso di non accennare. C’erano due cicatrice parallele che correvano sulla schiena di Faith, ancora ben visibili anche se risalivano evidentemente ad almeno dieci anni prima.
Chiudendo la lampo della giacca la bruna si girò cercando le parole giuste per ringraziare ancora la bionda ma qualcosa la trattenne. Non era la sua provata incapacità nell’esprimere emozioni, non questa volta.
Notò lo sguardo della bionda e capì che aveva visto le cicatrici e che aveva capito abbastanza da fare domande, domande le cui risposte avrebbe risvegliato troppi ricordi dolorosi, ma che aveva deciso di rispettare il silenzio di Faith. Fingendo di non vedere.
Lo stesso sguardo che la cacciatrice aveva negli occhi nocciola, senza rendersene conto. Tara poteva leggervi che la sua bravura nel trattare ferite non era passata inosservata, e leggervi che non ci sarebbero state domande. Per rispetto nei suoi confronti, per quello che era adesso.
Nessuna delle due disse niente.
I ringraziamenti furono dimenticati e così le educate risposte che ne sarebbero conseguite, rimase solo il silenzio. Non era un silenzio imbarazzato come pochi minuti prima, quando la cacciatrice non trovava le parole per esprimersi, era un silenzio confortevole, amichevole. Un silenzio che nessuna delle due sentiva il bisogno di riempire con parole.
Faith tornò nel salone e prese il cellulare dal tavolino dove l’aveva lasciato componendo il numero di una compagnia di taxi mentre Tara la seguiva nel soggiorno e si metteva di nuovo a sedere sul divano. La bruna prese gli accordi necessari con l’interlocutrice per poi posare l’apparecchio sul tavolino.
-Arriveranno fra pochi minuti.
La bionda annuì senza dire niente. Faith rimase in silenzio pensando a questo strano incontro e a come la presenza di Tara non la infastidisse o le mettesse soggezione, funzionavano bene insieme. Bene in un modo che Faith aveva perso dieci anni prima. Si chiedeva cosa fare. Stava a lei scegliere se questo sarebbe dovuto restare un episodio isolato o no. Avrebbe potuto proseguire a vivere la sua vita come se questo non fosse mai accaduto, semplicemente rimanendo in silenzio e godendosi questi pochi minuti di amicizia.
In questa atmosfera rilassata Faith si ricordò di una domanda che voleva davvero porre a Tara da quando si erano viste quel giorno al negozio e la bionda l’aveva riconosciuta.
-Hey Tar, -stupì anche sé nel chiamarla con un soprannome. –Ma un mese fa come hai fatto a riconoscermi?
La ragazza seduta sul divano sembrò sorridere divertita.
-Sono una strega.
-Anche Willow lo è, ma non mi ha riconosciuto.
Così non sarebbe bastata la risposta classica per convincere Faith, pensò Tara.
-E’ una cosa della mia famiglia, una specie di dono ereditario, che non si presenta in tutte le generazioni. Credo che la mia bisnonna lo possedesse, comunque è come se noi… difficile spiegarlo a chi non lo possiede… sentissimo l’anima di chi ci sta di fronte, è come un’impronta mentale, simile a quelle digitali. Tutte le persone ne hanno una caratteristica che “emanano”, anche se non è il termine corretto, è una cosa involontaria… come il sudore, quello pure è del tutto “personale”. Così, avendo già incontrato Buffy, anche se non eravamo state presentate, sapevo che quel giorno non potevi essere lei.
-E così il mio piano perfetto è stato rovinato… Dannazione! –mentre lo diceva Faith stava sorridendo, davvero divertita.
Improvvisamente la bruna prese un pezzo di carta da un tavolino e ci scrisse qualcosa sopra, Tara la osservava incuriosita, si chiedeva cosa avesse fatto scattare così Faith.
-Questo è il mio numero di cellulare. Se vuoi puoi chiamarmi, possiamo andarci a prendere un caffè insieme o anche se ti serve un favore. Sai, sono in debito con te per la fasciatura…
La bionda sorrise, poi allungò la mano per prendere il numero di telefono.
-Se mi dai un pezzo di carta ti segno quello del mio dormitorio.
Faith annuì porgendole la penna. In quel momento il taxi suonò il clacson, le due sorrisero ancora, si salutarono e poi Tara uscì dall’appartamento.




Miami, studi televisivi Canale 6.



La sala di montaggio era deserta se non per l’ultimo tecnico che si stava attardando a causa di un filmato. Sembrava che qualcosa non lo convincesse, la faccia perplessa, lo sguardo attento, faceva scorrere sempre pochi secondi di filmato ingrandendo le immagini, rallentandole, cercando di far ruotare la visuale grazie alla computer grafica.
L’uomo sospirò massaggiandosi gli occhi con le dita, era stanco, inutile negarlo, stava cercando un appiglio forse davvero inesistente in quel filmato, qualcosa che non ci sarebbe dovuta essere. Qualcosa che sperava non ci fosse.
Eppure quella sensazione che qualcosa gli sfuggisse, qualcosa che era lì, ma che lui non vedeva, non se ne voleva andare.
La porta si spalancò improvvisamente cogliendolo di sorpresa. Impaurito si girò verso l’ombra in contro luce cercando di riconoscere la sagoma. Il corpo teso, pronto a reagire ad una qualsiasi minaccia, dimostrando riflessi acquisiti non propri ad un tecnico del montaggio.
La luce dello studio si accese, abbagliandolo. La guardia notturna lo fissò insospettito un attimo prima di riconoscerlo, era da poco che lavorava lì.
-Ah, è lei. Mi dispiace averla disturbata.
-Non fa nulla, non si preoccupi.
Rispose gentilmente lui, accennando un sorriso ed un gesto con il capo, mentre i battiti del cuore diminuivano di intensità. Si era preso proprio un bello spavento.
La porta si richiuse e la sala ripiombò nella penombra.
Jarod ricominciò a lavorare al filmato.




Cornovaglia, Inghilterra.




Erano quasi le cinque del pomeriggio, ancora pochi minuti di lavoro e poi Travers se ne sarebbe andato a casa, guardando l’orologio a muro del suo ufficio si accorse di essere stanco, gli bruciavano un po’ gli occhi. L’unica cosa che gli rimaneva da fare era controllare i rapporti che provenivano dall’America. Per una volta fu quasi felice che la pila ordinata di cartelle gialle alla sua destra non fosse alta quanto un grattacielo, anzi era di dimensioni quasi normali. Da quando Sunnydale non era più di sua competenza la sua mole di lavoro per l’america settentrionale si era praticamente dimezzata, ma gli dispiaceva. Meno territorio, meno responsabilità, meno potere. Era tutto concatenato.
Il primo rapporto che controllò fu quello relativo alla zona di Boston, era un’abitudine collaudata ormai da anni. In quella città erano accaduti fatti strani in seguito alla chiamata della cacciatrice che poi sarebbe diventata la Rinnegata. Era morta l’osservatrice della stessa prescelta e per alcuni il motivo di tale morte non era mai stato chiarito. Si era proposto a lungo di formare una commissione di inchiesta, ma alla fine, in seguito ad incontri clandestini, scambi di favori, a voci di corridoio sempre più insistenti, alcune delle quali accusavano Travers di far parte di un qualche complotto segreto, non se ne era fatto nulla.
Nonostante fosse passato del tempo Quentin immaginava che quell’episodio potesse aver innescato qualcosa. E proprio nella zona di Boston il capo settore, un uomo di sua fiducia, aveva notato strani movimenti. C’erano stati dei pestaggi e degli omicidi fra le alte sfere della città ma il motivo non era ancora chiaro.
Senza fare rumore Quentin sfogliò le rimanenti cartelle per poi tornare a quella iniziale. Era pensieroso. Quei movimenti potevano essere del tutto normali, un regolamento di conti di scarsa importanza.
Potevano.




 
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