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III

March 4 2003 at 11:13 AM
  (Login Silea)


Response to Di sogni e di segreti: Prologo

 



Parigi, 1776.



Si sentiva davvero sazio, non si sarebbe mai stancato del sangue, non vi avrebbe mai rinunciato in un’intera eternità, ne era certo. Solo quella notte aveva ucciso due ragazze, giovani, belle e ricche, dicevano di essersi innamorate dello splendido e nobile portoghese conosciuto all’opera, come era stato facile ingannarle.
Ora Angelus passeggiava soddisfatto lungo la Senna guardandone le acque scure, ma non era tranquillo come sembrava, aveva imparato in pochi anni a portare quella maschera di indifferenza. Non voleva ammetterlo, ma era preoccupato ed anche un po’ impaurito, tra i vampiri girava voce che Gregori, uno dei più temuti cacciatori di demoni, fosse in città. Non lo aveva mai visto personalmente ma non ci teneva a conoscerlo. Aveva sentito molte stoie su di lui ed anche se solo la metà di queste era vera, quella era una persona da evitare come la peste. Non si sentiva in grado di battersi con lui ed uscirne vincitore, inoltre come gli aveva insegnato Darla dal primo giorno, evitava sempre un combattimento, a prescindere dall’avversario.
Mentre passeggiava Angelus stava seriamente prendendo in considerazione l’idea di partire. Era rimasto a Parigi per un po’ di tempo ormai e nulla lo tratteneva davvero lì, inoltre non era neanche la prima volta che si fermavano in quella città e perciò l’aveva già esplorata. Era certo che se ne parlava a Darla lei aveva accettato, il loro rapporto stava effettivamente cambiando, non era più un rapporto maestro-allievo, se ne rendevano conto entrambi. Non era una cosa cominciata esattamente ieri, era da diversi anni che sentiva quest’aria di transizione, lui non era più un giovane a cui si doveva insegnare tutto e il suo sire aveva cominciato a trattarlo da pari, la donna si era resa conto della sua crescente forza.
A queste riflessioni si aggiungeva il fatto che a Parigi si trovavano stabili organizzazioni di vampiri delle quali lui non faceva parte e con cui non aveva mai avuto rapporti. Organizzazioni che non facevano caso agli affari di un ospite, al contrario di quelli di un possibile residente, e, quindi, concorrente.
Angelus, inoltre, come tutti i giovani, aveva voglia di vedere nuovi posti, di uscire dall’Europa ed andare magari in America od in Asia, si era allontanato raramente dal vecchio continente e gli sembrava una buona occasione per farlo. Stava attraversando un periodo strano, si sentiva più solitario del solito, irrequieto e assetato di esplorazioni. Decise che appena a casa avrebbe parlato con Darla, un paio di giorni e sarebbero andati via da qui.
Immerso nelle sue riflessioni, Angelus non si accorse finchè non fu troppo tardi di avere di fronte a sé Gregori, che proveniva dalla direzione opposta, percorrendo il suo stesso marciapiede. La sagoma era ben riconoscibile, quasi una divisa, bassa, tarchiata e tristemente famosa nell’ambiente, inoltre la sua parte demoniaca era facile da “vedere” per un vampiro. Angelus si maledisse per l’avventatezza e si giurò che mai più si sarebbe permesso di trascurare i suoi sensi anche se fosse immerso nelle più lugubri riflessioni od addirittura nel sonno.
Senza prendere in considerazione l’idea di una fuga, improbabile, c’era la Senna lì a fianco ma la corrente era molto forte, o della propria morte, del resto se morivi di cosa ti dovevi preoccupare? Angelus si preparò così allo scontro, felice di essersi già sfamato questa notte, così da non essere assetato di sangue.
Infilò la mano nella tasca del cappotto, con sé aveva solo uno stiletto, la spada che portava di solito l’aveva lasciata a casa. Con quello solamente doveva combattere contro la famosa ascia dell’altro. Si favoleggiava che Gregori fosse il migliore conoscitore di quell’arma nel mondo e che avesse passato decenni a perfezionarsi. L’unica speranza del vampiro era la sua velocità e la scherma, che conosceva a fondo. Era stata la prima cosa che Darla lo avesse spinto ad imparare.
Eppure, osservando Gregori, ad Angelus non sembrava che il cacciatore stesse per attaccarlo, non gli pareva un predatore che avesse appena raggiunto la vittima tanto inseguita. Che si trattasse di un incontro casuale, uno scherzo della Fortuna? Se così era il vampiro avrebbe avuto dalla sua il fattore sorpresa. Ma questa tranquillità avrebbe anche potuto essere un semplice trucco, un qualcosa recitato per fargli abbassare la guardia, del resto di Gregori e del suo modo di combattere si sapeva ben poco, poco quanto quelli che gli erano sopravvissuti.
Ma si rivelarono considerazioni inutili.
Improvvisamente dieci ombre apparvero nell’ampia e deserta strada e circondarono silenziosamente Gregori, puntandogli contro armi da fuoco, rimanendo a più di due metri da lui immobili come statue.
Il mezzo sangue si immobilizzò al centro del marciapiede senza accennare ad alcuna reazione né preparandosi in alcun modo ad uno scontro. “Un grave errore. Che cosa sta facendo?” non poté trattenersi dal pensare Angelus, mentre si lasciava avvolgere dalle ombre di un androne in modo da essere invisibile dalla strada.
Gli avversari non si studiarono, non ci fu alcuna attesa. Un attimo dopo essere apparso uno dei dieci uomini, evidentemente il capo, fece un passo avanti, la pistola in pugno, mentre i suoi compagni tenevano sotto tiro il mezzo-sangue con dei fucili, le cui canne rilucevano nel buio, riflettendo la luce della luna.
-Sei tu Gregori?
Dall’atteggiamento corporeo Angelus poté capire sia lo stupore dell’accerchiato sia l’orgoglio che questi provava per il suo nome, per la fama a cui era legato.
-Sono io. E vuoi chi sareste, “umani”?
Non era inteso come un insulto, avrebbe potuto usare “diversi” come parola e il significato sarebbe stato lo stesso. La voce era tranquilla, quasi cortese, se una specie di ringhio basso poteva essere definito cortese.
-Sono un inviato del Concilio degli Osservatori. –L’uomo avvolto nel lungo cappotto nero aveva un marcato accento inglese.- Gregori il mezzo-sangue, sei condannato a morte, con sentenza emessa dal Primo Osservatore.
E così si trattava di Osservatori, che ci fosse di mezzo una cacciatrice?
-Potrei sapere di cosa sono accusato?
L’uomo avvolto nel cappotto nero fece fuoco appena la voce dell’altro si spense, seguito di riflesso dagli altri. Dieci colpi messi a segno. Gregori non aveva reagito, intuendone l’inutilità. Poi, l’inglese, estratta una lunga spada, si avvicinò al corpo e lo decapitò.
-No.
Fu quello che disse mentre la testa mozzata rotolava sul selciato ed il sangue usciva copioso dal taglio netto del collo, spandendosi in una macchia oleosa. Avvolti nel silenzio l’inviato e la sua squadra si allontanarono senza dire niente altro.
Angelus, nel proprio nascondiglio tra le ombre dei portoni, aveva assistito alla scena in silenzio, senza capirla veramente. Non si avvicinò al cadavere, né lo spogliò della celebre ascia. Era una persona orgogliosa, non si sarebbe mai abbassato al livello di uno spazzino, né si sarebbe vantato di quella morte.
Mentre si allontanava dal vicolo, muovendosi solo dopo che quegli uomini in nero erano spariti dalla visuale, non poté fare a meno di ragionare su quanto aveva visto, non trovava risposta logica all’unica importante domanda. “Perché il Concilio ha ucciso il suo migliore alleato, migliore persino delle ultime cinque cacciatrici?”.
In realtà non lo riguardava. Si limitò a memorizzare questo fatto mentre decideva di passare altri due mesi a Parigi, fino alla fine della stagione dell’opera.




Sunnydale, una palestra.




Era molto tardi, erano quasi le undici, orario di chiusura e Faith era rimasta l’unica in palestra. Gli altri clienti se ne erano andati da più di un’ora, più o meno quando lei era arrivata. Non era esattamente uguale alla palestra gestita da Eliza a New York, anzi era esattamente il contrario. Piccola, quasi buia, con lo stucco delle pareti scrostato ed un odore non meglio definito che non era disinfettante né sudore, poco frequentata, ma comunque fornita e soprattutto a quest’ora deserta. A Faith non andava di allenarsi con altre persone, si sentiva di umore decisamente nero e non le andava di contenersi mentre faceva esercizi. Sapeva che se una ragazza come lei avesse sollevato un bilanciare da sessanta chili alla panca orizzontale per fare resistenza, il fatto non sarebbe passato esattamente inosservato.
Marlin non si era fatta sentire da molti giorni, segno che non c’era alcuna missine importante da svolgere. Non che la bruna si annoiasse a Sunnydale (difficile annoiarsi in un posto simile), e detestasse non rischiare la vita per qualche giorno, più che altro Faith voleva sentirsi impegnata, smettere di pensare. Aveva bisogno di un obbiettivo da conseguire, qualcosa che richiedesse la sua completa concentrazione. Qualcosa che una volta raggiunto la facesse sentire appagata e capace.
Da quando stava cercando di rimettere insieme i cocci della sua vita troppe memorie stavano tornando a galla e troppe domande di cui non conosceva la risposta si formulavano nella sua mente. Faith si era fermata e cercava di ricollegare i fili della sua vita ma questo la riportava a tempi che non erano più. E lei non sapeva neanche se aveva più paura dei ricordi di dolore, di solitudine o di quelli piacevoli, in cui le tornavano in mente momenti felici e sorrisi. Perché poi avrebbe pensato a come era oggi, e avrebbe realizzato cosa le mancava, cosa sognava, quello di cui sentiva il bisogno ma che non ammetteva di provare.
“Eravamo sedute davanti al caminetto acceso, era così che passavamo la maggior parte delle serate, una specie di rito. Fuori aveva appena nevicato, una nevicata ritardataria, quasi fuori stagione, e faceva freddo. Io mi stavo godendo il caldo del fuoco mentre dentro di me rabbrividivo ancora al ricordo di quanto era freddo l’orfanotrofio in cui ero vissuta fino a pochi mesi prima. Seduta sulla poltrona contro cui ero appoggiata c’era Catherine. Portava bene i suoi sessanta anni, od almeno credo che fosse questa la sua età, non me lo ha mai detto e io non ho chiesto. Stavamo chiacchierando di qualcosa che adesso non ricordo. Scoppiammo a ridere, non credo di aver mai riso così tanto nella mia vita quanto nel periodo passato con lei. Poi Catherine si fece silenziosa ed i suoi occhi divennero lontani, si persero per qualche istante per poi ritornare a mettersi fuoco su di me. Mi sorrise. Con quegli occhi che mi guardavano tranquilli, felici.
Gli stessi occhi che mi guardavano senza rimprovero quando Kakistos l’uccise davanti a me.”
Faith smise di colpire il sacco e si tolse le fasciature di protezione alle mani. Non si allenava mai con i guanti. Era inutile, non avrebbe mai combattuto indossandoli. Si andò a cambiare e quando rientrò nella sala principale la catena del sacco cigolava ancora, quasi impercettibile. Con il suo sacco da palestra sulle spalle si allontanò dal corridoio e per la prima volta si chiese dove andasse Catherine quando aveva quello sguardo.
Doveva essere un bel posto.





 
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