--

 index  

IV

March 16 2003 at 12:40 PM
  (Login Silea)


Response to Di sogni e di segreti: Prologo

 



Miami, studi televisivi Canale 6.



Bloccò improvvisamente le immagini che gli scorrevano davanti. La tazza di caffè nero ferma a mezz’aria, immobile dallo stupore. Ci mancò poco che non cadesse a terra fracassandosi.
Non era possibile, la sua mente si rifiutava di crederci. Era davvero troppo, anche per uno come lui che credeva di aver visto davvero tutto. Che sperava di aver trovato una risposta definitiva, una sola risposta, non era molto quello che chiedeva.
Sbagliava.
Respirò profondamente, accorgendosi di star trattenendo il respiro. Cercò di riflettere lucidamente. Forse se lo stava immaginando, forse vedeva qualcosa che non c’era. Non ci credeva, non realmente, ma semplicemente ci sperava, non voleva che fosse così, non un’altra volta. Si aprivano troppi se. Troppe porte chiuse, troppo dolore. E per una volta non era il suo dolore.
Riguardò per la millesima volta i pochi, ingranditi, fotogrammi in bianco e nero. Li fece scorrere al rallentatore l’ennesima volta. Era proprio come aveva visto. Non sbagliava, sebbene lo volesse davvero con tutto il suo cuore.
Eppure, quell’intuizione, avuta soltanto perché qualcosa gli sembrava strano, qualcosa che gli sembrava troppo semplice, era la verità. Tutto per dei files scomparsi, o meglio, mai esistiti.
Non avrebbe mai immaginato che sarebbe finita così.
E non sapeva cosa sarebbe cominciato.





New York, appartamento di Eliza.




L’appartamento di Eliza poteva essere definito un open-space. Era a dir poco enorme, occupava l’intero attico di un palazzo di cinque piani, e vi si accedeva per l’ascensore o per le meno usate scale di servizio. L’immortale l’aveva comprato qualcosa come trenta anni prima, quando i prezzi di quella zona, ora una delle più ricercate, erano ancora bassi, realizzando una speculazione virtuale di centinaia di migliaia di dollari.
Lo aveva fatto sistemare da diversi anni investendoci un capitale ingente ma creando una vera perla. Era arredato con molto gusto con un mobilio non essenziale ma mai soffocante, in una unica unione dei più svariati stili, creduta così impossibile da non essere mai stata tentata. Un occhio attento si sarebbe stupito di vedervi una divisione spaziale che ricordava la giapponese, un arredamento europeo antico dai legni caldi e richiami architettonici arabo-indiani.
Ma quella casa appariva bellissima anche per chi non conosceva tutto questo.
Faith era seduta su una poltrona di pelle vera posizionata davanti ad un caminetto acceso, persa nei propri pensieri, non triste né felice. Cercava di decidere come affrontare quello che avrebbe scoperto, se avesse scoperto qualcosa, e come parlare all’amica. Sentiva da un po’ che era arrivato il tempo di fare chiarezza. Con la testa appoggiata ad una mano e lo sguardo fisso sulle fiamme, stava aspettando che Eliza tornasse portando i drink che ognuna preferiva.
Quando la cacciatrice era uscita dall’ascensore con quello sguardo, pochi minuti prima, l’immortale l’aveva fatta semplicemente accomodare per poi sparire per andare a recuperare qualcosa di forte. Liz sapeva che quello di cui Faith aveva bisogno di discutere sarebbe stato difficile da affrontare. Era felice che la bruna fosse riuscita a venire da lei per parlare di questo ma era anche preoccupata, ci teneva a quella ragazza così giovane.
Aveva promesso a Catherine che si sarebbe presa cura di lei, e avrebbe mantenuto l’impegno. Aveva una parola sola. Avrebbe aiutato Faith a realizzare qualsiasi cosa volesse, fosse pure una vita “normale”, ma la cacciatrice non le aveva mai chiesto qualcosa di simile. Liz sapeva che quella ragazza aveva molti più problemi di quanto mostrasse, ma non l’avrebbe mai obbligata ad affrontarli prima che fosse pronta. Ed ora era arrivato il momento di parlare di uno di questi.
Eliza tornò nell’ampio salone con due bicchieri con ghiaccio e due bottiglie, una di vodka e l’altra di whisky, entrambe prese dalla sua riserva privata. Le posò sul tavolino tra le due poltrone e riempì i bicchieri per poi porgerne uno a Faith. La bruna sorseggiò la vodka e sorrise.
-Hai sempre la migliore, quando esco di qui, quasi non ho il coraggio di berne altre.
-E’ uno dei privilegi di avere solidi contatti nelle steppe del nord.
Finirono in silenzio il resto dei drink guardando le fiamme e pensando. Se ne versarono un secondo.
-Per quanti anni hai conosciuto Catherine?
Eliza sorseggiò ancora il whisky.
-Ci siamo conosciute nel 62, quando lei era impegnata in un progetto benefico a favore di ragazze malate terminali.
-Sai Liz, conosco così poco di Catherine, del suo passato… so che aveva una figlia e che le mancava ma non conosco altro di lei, se non che era una osservatrice. Non so cosa l’ha fatta diventare la Catherine che conoscevo io.
- La vita di Catherine ha subito, diciamo, una svolta decisiva otto anni dopo che l’ho conosciuta. Io l’ho aiutata a salvarsi e posso dire che la sua era un’esistenza decisamente vissuta. Correva molti pericoli a fare quello che faceva ma li ha sempre corsi, credeva che fosse giusto quello che faceva e lo credo anche io. Sai, ha dovuto abbandonare la figlia per proteggerla. L’ho aiutata a ricostruirsi una vita da zero e poi ad entrare negli osservatori. Oggi mi rendo conto che forse ho fatto male, l’ho messa in pericolo in questo modo, ma lei aveva bisogno di una causa per vivere, ed io le ho offerto un nuovo mondo.
-E così Catherine aveva un’altra vita che l’aspettava.
-No Faith. Lei quella vita non poteva più averla. Ha fatto delle scelte e le ha portate fino in fondo, agendo sempre per il meglio delle sue possibilità. Non è quello che ti ha insegnato? Essere coerenti con le proprie scelte? Anche se magari quelle scelte ti fanno soffrire, o fanno soffrire chi ami? Di scegliere al meglio tra le tue possibilità e smettere di guardare indietro anche se credi di aver sbagliato?
-Si, me l’ha detto molte volte. Ma è difficile chiudere gli occhi davanti ai “se”.
-E’ difficile anche vivere con certi ricordi. Lei si è pentita di alcune scelte, ma ha sempre accettato le conseguenze. Era una guerriera, sai? Raramente nel corso della mia vita ho trovato una persona simile. Non si è mai arresa. E questo le ha procurato molti nemici.
La voce di Eliza era serena, non distaccata, ma non c’era dolore né rimpianto. Essere un’immortale le aveva fatto accettare la morte delle persone che amava da molto tempo. Sapeva che avere rimpianti era inutile, si concentrava sui ricordi piacevoli che aveva.
-Stai cercando di dirmi che Kakistos la stava cercando per altri motivi, oltre perché era la mia osservatrice?
Eliza sorrise sincera ma lo sguardo rimase serio. La ragazza cominciava a capire.
-Non lo hai ancora accettato vero? La sua morte non è stata a causa tua. –Faith fece per protestare. Si sentiva responsabile, si sentiva responsabile per quella morte da due anni. E non era un peso facile da portare. –Rifletti un attimo Faith. Come credi che siano entrati quei vampiri nella casa di Catherine? Lei era una delle migliori osservatrici che ho mai conosciuto, credi che avrebbe invitato dei vampiri in casa propria?
Faith la guardò incapace di comprendere.
-Catherine aveva molti nemici. Passati e presenti. Kakistos è stato mandato ad ucciderla da qualcuno di questi. Ho provato a scoprire chi fosse stato ma non ci sono riuscita. Ho saputo della sua morte solo un anno dopo quello che era successo. –Non spiegò a Faith perché l’avesse saputo così tardi. –Per questo ho perso le tue tracce e non ti ho potuto aiutare. All’epoca Kakistos era già morto e non avevo tracce da seguire. Ma questo non significa che non esistano.




Chigaco, archivi servizi sociali.




L’archivista, un ometto calvo dall’età indefinibile aveva protestato non poco all’idea di far entrare una perfetta estranea in un archivio di stato. Green dall’altro canto aveva “gentilmente” discusso con lui fino ad avere ragione, promettendogli in cambio qualche favore in futuro. L’accordo era stato presto fatto.
L’archivista aveva spiegato il metodo di catalogazione a Buffy ed era sparito dalla vista lasciandola tra due scaffali pieni di documenti a cavarsela da sola.
Da due ore Buffy era sepolta da infinite pratiche polverose e non aveva trovato ancora quella che cercava. Cominciava ad irritarsi, quello non era il suo lavoro in fondo, ma era l’unico modo di arrivare alla verità. Continuò a cercare leggendo le etichette delle pratiche per poi passare alle successive.
Il 1983 sembrava essere stato un anno felice per quanto riguardava le adozioni, il che, tradotto per una città della grandezza di Chigaco, significava migliaia di adozioni. E naturalmente i dati non erano stati informatizzati. Cercò di non pensare alla possibilità che la sua pratica fosse andata smarrita con gli anni.
Per legge tutto quello che lei poteva sapere era il nome della madre o comunque delle persone che l’avevano data in adozione, ma lei sperava di riuscire a capire perché. L’archivista era stato chiaro. Non poteva portare via niente ma poteva fotocopiare tutto quello che voleva, aveva libero accesso alla documentazione, se c’era qualcosa lei lo avrebbe trovato. Era sufficiente.
Ci vollero quattro ore per recuperare la pratica che cercava. Era una cartelletta gialla sporco con una ventina di prestampati dentro, compilati con la scrittura illeggibile di Green ed un’altra decina di persone (e ringraziando il cielo alcune erano più leggibili).
Rimesso tutto a posto (mezz’ora), prese la cartella e la portò sulla scrivania per cominciare a leggerla. Tagliò il filo di canapa che la teneva insieme e la sfogliò. Avrebbe giurato di aver visto alzarsi una nube di polvere mentre l’apriva.
Trovò il suo certificato di adozione, con i nomi di Joyce e del padre, una trafila di documenti per lei inutile e finalmente il certificato di nascita in cui appariva il nome della madre, cancellato in quello che possedeva Joyce, il nome del padre era stato lasciato bianco. Buffy sospettava che questo fosse illegale ma non poteva saperlo con certezza, così lasciò perdere, per ora. Leggendo il foglio di adozione, la copia riservata all’assistente sociale, che lei non avrebbe neanche dovuto vedere, notò la mancanza di tutti i dati riguardo sua madre, non c’era neanche una spiegazione per il suo gesto. Beh l’avrebbe avuta da lei stessa, appena trovata.
Non riuscì comunque a trattenere un sorriso, ora aveva un nome.
Janet Tisred.





U.S.A. Da qualche parte lungo la costa occidentale.




Il telefono stava squillando. La donna bruna, vestita con un tailleur blu notte, lo fissò per un attimo indecisa se rispondere o no. Era tardi, quasi le dieci di sera e lei, seduta sul divano sorseggiando un liquore ambrato, voleva soltanto andare a letto e far finire quella giornata che cominciava ad essere troppo lunga. Poche persone osavano telefonarle a quell’ora e quelle poche lei non le ignorava, non poteva permetterselo. Finì il drink in un ultima, lunga, sorsata.
Rispose al settimo od ottavo squillo.
-Pronto?
Non era stata il primo bicchiere della serata, ma la voce era quella di sempre.
-Sempre sola?
Lei sospirò, conosceva quella calme voce maschile, forse troppo per poterle piacere.
-Come se ti riguardasse. Cosa vuoi?
-Quante volte è morta tua madre?





 
 Respond to this message   
Create your own forum at Network54
 Copyright © 1999-2008 Network54. All rights reserved.   Terms of Use   Privacy Statement  

Le serie TV "Buffy tVS" e "Angel tS" sono creazioni originali di Joss Whedon. I diritti appartengono alla 20th Century Fox e agli aventi diritto. I diritti per l'Italia appartengono alla 20th Century Fox Italia. Le fanfic presenti in questo forum non sono state scritte a scopo di lucro.