Delaware, casa di Miss Parker. Due ore prima.
Miss Parker si versò un altro bicchiere di gin per finirlo in un solo sorso. Fece per versarsene ancora ma si accorse che la bottiglia era vuota. Si alzò di controvoglia dal divano per andare a procurarsene un’altra. Stava sbagliando a cercare di assimilare le emozioni che la stavano sommergendo in questo modo, lo sapeva bene. Sapeva che non avrebbe risolto nulla e non era un mistero che l’orlo della vera dipendenza dall’alcool era vicino, molto vicino.
Nelle ultime trentasei ore aveva quasi finito la scelta scorta di superalcolici del proprio bar e dormito per non più di quattro ore. E questo aveva lasciato i suoi effetti, come il malditesta che minacciava di farle saltare il cervello, che non aveva aspettato il mattino successivo per presentarsi, e la stanchezza che si sentiva addosso, come se avesse quaranta di febbre.
Gli occhi le bruciavano non solo dalla stanchezza ma anche dalle lacrime che non aveva pianto. Si strinse un po’ di più nella camicia a quadri, il suo ricordo di Thomas, e rabbrividì osservando, senza vederlo, il bicchiere vuoto sul tavolino. La facciata di impassibilità e perfezione era crollata come un castello di carte appena Faith aveva lasciato quel salone, come se la bruna si fosse portata via con sé la sua forza residua, quei nervi incrollabili (creduti da tutti incrollabili) che la sostenevano, lasciando Miss Parker sola come non si era sentita da più di un anno.
Il telefono squillò e le venne voglia di ridere. Era cominciato tutto così meno di ventiquattro ore prima. Poi aveva saputo che sua madre non era morta per mano di Raines, quel colpo sparato a bruciapelo, e aveva ritrovato dentro di sé la forza di sperare che fosse ancora viva. Per poi scoprire da una perfetta sconosciuta che lei era morta per mano di un vampiro, di un vampiro, soltanto tre anni prima a Boston, per più di venti anni creduta morta e onorata e pianta come tale dalla figlia quando non era così.
Sollevò il ricevitore ed indossò di nuovo la maschera di invulnerabilità, quella corazza che la sosteneva e si preparò ad una discussione con chiunque fosse all’altro capo, Jarod, il padre, od anche Sidney. Ora che ci pensava, aveva quasi voglia di parlare con lo psicologo, magari le avrebbe fatto bene, e del resto, per certi versi, Sidney era un padre per lei. Poi scosse la testa e cercò di snebbiarsi un po’ il cervello, ottenendo solo un aumentare delle pulsazione che sembravano volerle spaccare il cranio.
-Parla Miss Parker, chi è?
-Salve piccola Parker.
Le rispose una voce profonda e calda in ucraino che lei non mancò di riconoscere. L’aveva sentita per la prima volta il giorno prima che il padre la facesse entrare a lavorare nel Centro, le aveva detto di essere una vecchia amica della madre. Miss Parker non le aveva creduto e le aveva quasi sbattuto in faccia il telefono quando la voce le aveva cominciato a raccontare cose che solo Catherine poteva sapere.
In quel momento aveva saputo che si poteva fidare di lei, chiunque fosse in realtà. Durante quella prima telefonata l’aveva messa in guardia contro i pericoli del Centro, senza consigliarle di non entrarci, sapeva che Miss Parker si sentiva obbligata a quel passo.
Quei consigli avevano salvato più di una volta la giovane ventiseienne, che per la prima volta, dopo tanti anni, tornava a camminare lungo quei corridoi bui. Questa voce incorporea l’aveva accompagnata per gli ultimi dieci anni, si fidava completamente di lei, non le aveva mai mentito. Con il passare del tempo, assistendo a sempre più tradimenti e curiosi incidenti, Parker l’aveva messa alla prova più di una volta, ma la voce si era sempre rivelata sincera.
Così, quella voce che parlava l’ucraino come se fosse la sua lingua madre, era diventato il segreto meglio custodito da Parker, il consigliere che conosceva le risposte, l’unico che gliele dava. A volte si era fermata a pensare a come apparisse quella donna dal dolce accento, ma non aveva mai desiderato incontrarla. Oltre che per ovvi motivi di sicurezza, amava immaginarsi come meglio credeva la sua “fonte”, e così non aveva mai tentato di contattarla. Era sempre l’amica di Catherine a chiamarla quando aveva bisogno.
-E’ un piacere sentirti di nuovo.
Si sentiva rasserenata al solo parlare con lei. Si lasciò cullare da questa sensazione.
-Fa molto piacere sentirti anche a me, giovane Parker. Ma credo che non sia un momento felice per te, è per questo che ho chiamato.
-Sai già tutto, vero?
Miss Parker non era stupita. In qualche modo l’altra sapeva sempre quello che le succedeva. Anzi, spesso sapeva più dei diretti interessati.
-Molto. Hai già incontrato Faith?
-Si, mi ha detto di mia madre, mi ha raccontato di vampiri e cacciatrici. Come se il mondo non fosse brutto a sufficienza. Speravo che almeno i demoni fossero solo leggende, anche se con la gente con cui lavoro ogni giorno avrei dovuto capirlo prima, immagino. Faith è una ragazza strana, credo di potermi fidare di lei, ma sento che è pericolosa.
-Puoi fidarti di lei. La conosco e anche Catherine si fidava di lei.
-La conosci? – per giungere alla conclusione successiva il salto logico era molto breve.- Sapevi che Catherine era ancora viva.
Non c’era bisogno della conferma. Strano, Miss Parker non si sentiva arrabbiata con l’amica, perchè ormai era anche sua amica, forse tutto quell’alcool l’aveva fatta smettere di provare qualsiasi tipo di sentimento. Ma non era vero, si sentiva sola e vuota.
-Si, lo sapevo. Ma se te lo avessi detto l’avrei messa in pericolo, e anche tu saresti finita uccisa. Come ogni figlia non avresti accettato la separazione senza agire, non è da te. Mi ha chiesto lei di badare a te, giovane Parker.
-Aveva scelta?
-No.
La linea suonò di nuovo libera nella cornetta appoggiata all’orecchio di Parker.
La donna posò il ricevitore per poi portare la bottiglia in cucina e buttarla nel cestino. Si massaggiò le tempie riuscendo a calmare appena il malditesta arrivando a mettere due pensieri coerenti in fila. Non aveva fame, ma sapeva che doveva mangiare, così si preparò un po’ di insalata ed una bistecca, limitandosi a bere acqua ed a scioglierci un paio di aspirine. Fu un pasto veloce e silenzioso che consumò preparandosi a quello che avrebbe dovuto affrontare.
Finita la cena ammucchiò i piatti nel lavandino ed andò a farsi una lunga doccia bollente. Quando ne uscì le era passato il malditesta e le era tornata la grinta di sempre. Con i capelli ancora bagnati tornò in salone ed afferrò il telefono.
La prima chiamata fu per Sidney. Gli disse che era stata male tutto il giorno e non aveva avuto voglia di avvertire. Lo psicologo non fece commenti, se non le credeva non glielo fece notare, la conosceva abbastanza da sapere di non fare domande. Fu una conversazione breve, ma si conoscevano da abbastanza tempo da poter saltare i convenevoli. Lei lo avvertì che anche l’indomani mattina sarebbe arrivata con un paio di ore di ritardo.
Poi Miss Parker prese in mano il biglietto bianco, un cartoncino ruvido al tatto con una scritta nera fatta in fretta, su cui era annotato il numero di cellulare di Faith. Lo osservò un attimo, rigirandolo pensierosa tra le dita, poi compose il numero.
Cornovaglia. Inghilterra.
La biblioteca del Concilio degli Osservatori poteva a ben diritto essere definita immensa. Conteneva migliaia di volumi su magia, mitologia, scienza ed arte occulta. Libri che erano stati raccolti in secoli, a costo di enormi sforzi, non solo di natura economica. Tra quegli scaffali ne si potevano trovare alcuni unici, dati per scomparsi o distrutti dal resto del mondo e conservati segretamente lì. Era la biblioteca più vasta sulla materia.
Od almeno, la più vasta raccolta di informazioni conosciuta su quel mondo che non esisteva.
Molti studiosi la ritenevano un vero e proprio santuario, quasi un luogo di culto, e gli immensi saloni, alternativamente illuminati od immersi nella penombra, gli altissimi soffitti, affrescati o dagli splendidi stucchi, assieme ai pavimenti di lucido marmo grigio, non potevano che dare ragione a questa impressione.
E, come in tutte le biblioteche del mondo, vi regnava il silenzio.
Grande ed importante come era, non risultava mai deserta, ci sarebbe sempre stato qualche ricercatore al suo interno, sepolto in mezzo ai libri o nascosto in una sala di lettura appartata, che approfondiva questo fatto o quella magia. Era comunque difficile incontrare dei lettori dopo le cinque, orario in cui i più andavano a casa, ed i saloni erano così vasti da apparire spesso abbandonati.
In una di quelle sale di lettura, quella riservata ai dirigenti del consiglio, e per questo la più lussuosa e confortevole, Magdalene e Travers si erano dati appuntamento. Lì era conservata la copia di tutti i Diari degli Osservatori e le Cronache degli Osservatori. Quella collezione era la vera memoria del consiglio, la memoria ufficiale degli atti compiuti e degli eventi accaduti, e per questo era custodita con la massima cura, in quel luogo dove le tradizioni erano la legge.
Quando entrò, Quentin trovò Marlin ad aspettarlo, assorta nella lettura di un pregiato volume dalla copertina di pelle marrone, un Diario quindi, le Cronache erano contenute in libri dalla copertina di pelle rossa.
Travers si avvicinò in silenzio aspettando che l’altra alzasse lo sguardo dal libro che stava leggendo e prendesse atto della sua presenza. Invece, completamente ignorato, si accomodò nella poltrona di fronte all’unica occupata della sala.
Appena si fu seduto, Magdalene girò con cura una pagina del manoscritto, quasi assaporandone il rumore della carta che si propagava nell’ambiente, e cominciò a leggere ad alta voce.
-“Oggi davanti alla porta del mio appartamento ho trovato il suo cadavere. Dopo un sommario esame ho notato i segni sul collo, sia lividi che due fori, come di un morso. La Cacciatrice è stata soffocata fino all’incoscienza ed in seguito drenata del suo sangue. Agonizzante è stata portata davanti alla mia casa. Dopo sei mesi dalla chiamata, la Prescelta Cristal Refdor, Cacciatrice giudicata Abile congiuntamente dal suo Osservatore e dall’Inviato del Concilio Hartur Smith, è morta.”-
Marlin chiuse il volume e lo poggiò sul tavolino vicino a lei, dove si trovava la lampada, che con la sua luce, faceva risplendere le lettere dorate incise sulla copertina “Quentin Travers”.
Poi alzò il volto, che non era divertito, che non era vittorioso, che non era né triste né orgoglioso. Non aveva alcuna espressione. Fissò i suoi occhi in quelli di Travers.
-Di cosa mi vuoi parlare?
Chiese Magdalene, con finta non curanza, dopo quasi un minuto di silenzio, lasciando che la sua lettura penetrasse a fondo nell’altro, mettendolo in una posizione psicologia assai svantaggiosa.
-Sai cosa stanno facendo le tue cacciatrici?
La donna rifletté un attimo prima di rispondere, non sapeva dove l’altro volesse arrivare.
-Che cosa ti interessa Travers?
-Credo proprio che la tua cacciatrice preferita, la Rinnegata, si stia divertendo a scavare nel suo passato. E per quanto ne so io, tu non vuoi che quel passato torni a galla.
La voce sibillina di Travers si spense nel silenzio mentre la sua avversaria si rilassava nella poltrona di pelle. Ora sapeva come giocare questa partita.
-E cosa ti ha fatto arrivare alla brillante deduzione?
-A Boston gli esponenti di spicco della comunità demoniaca hanno ricevuto visite poco chiare. In quella zona si sta muovendo qualcosa, ed è qualcosa di non chiaro. Certo potrebbe non essere la Tua cacciatrice ad agire…
-Quentin, non prendiamoci in giro, tu non vuoi che quel passato torni a galla esattamente quanto me. Cosa ci guadagno se tengo occupata la mia cacciatrice per una settimana, in maniera tale che tu possa prendere le tue contromisure?
Quentin era certo che si sarebbe arrivati ad un accordo, ora era il momento di fare l’offerta, un’offerta generosa ma non il massimo delle sue possibilità. Era sempre stato bravo a mercanteggiare.
-Ti cedo il controllo della squadra speciale Bravo, a cui si deve nominare un nuovo comandante. L’altro è morto la scorsa settimana in azione.
Chi deteneva davvero il controllo di una squadra del consiglio era proprio il comandante della squadra stessa. Per tradizione a loro era data una ampia indipendenza, sia per quanto riguardava l’addestramento che per la direzione delle missioni. Avere il controllo di una squadra, ma il comandante di questa avverso, era quasi più dannoso di non averla affatto.
-Ho due cacciatrici ai miei ordini, cosa vuoi che mi interessi una manciata di uomini in più?
Rispose sorridendo la sua interlocutrice, sorridendo in maniere sincera ma calcolatrice.
-Lo sai anche tu che non puoi conquistare il mondo con due soldati, per quanto bravi. Gli eroi non compongono gli eserciti. E del resto puoi mettere la mano sul fuoco per la loro fedeltà?
Le fece osservare mellifluo Travers. Magdalene fece un attimo di silenzio e lo sguardo si fece lontano.
-Voglio il tuo appoggio affinché una persona di mia fiducia diventi vice capo delle comunicazioni. –L’altro stava per scuotere il capo ed interromperla ma lei lo ignorò continuando a parlare.- Non dire di no…In questa storia tu ci guadagni più me, il passato, quel passato, per te è molto più pericoloso…
-Intendi qualcosa che io non conosco?
-No, niente del genere- Magdalene sorrise a Quentin, rispondendo ironicamente alla domanda falsamente ingenua di lui.- Una qualche missione da far compiere alla cacciatrice la troverò. Tu ti occuperai della distruzione delle prove che tanto ti affliggono.
Travers rifletté sulla proposta, il prezzo era alto, ma la posta in gioco era ben più importante, anche se Magdalene non lo sapeva.
-D’accordo, accetto.
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