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Capitolo III

August 17 2003 at 4:58 PM
  (Login Silea)


Response to Di sogni e di segreti: Prologo

 



Capitolo III


“Il presente sarebbe pieno di avvenire se già il passato non ci proiettasse un’ombra”




Parla Faith:



“Uccidere un essere umano, credere di aver ucciso un essere umano, sentirti responsabile, ti cambia, i parametri non sono più uguali, le cose che accadono sembrano fuori scala, come se non le capissi. I tuoi punti fermi spariscono e tu sei sola, in balia degli eventi, delle persone… e se non riesci a ritrovare un equilibrio sei finita… e lo ricerchi il tuo equilibrio, e gli sacrifichi quello che è necessario… Un semplice gesto e sono cambiate così tante cose…
Cosa credi Buffy? Che quando ti senti responsabile di un omicidio rimane tutto uguale? Come ti sei sentita dopo aver ucciso il tuo primo vampiro? Era tutto uguale?
E quello che avevi fatto ti avevano insegnato che era giusto…”





New York, aeroporto J.F. Kennedy.





Faith era seduta su uno sgabello di uno dei tanti affollati ed anonimi bar dell’aeroporto, aspettando la chiamata del suo volo all’interfono. All’interno del locale la gente continuava a vivere la propria vita come ogni giorno, ognuno immerso nella propria esistenza.
La cacciatrice prese in mano il long-drink che aveva ordinato per poi dare le spalle al bancone ed sprofondarsi in uno dei suoi passatempi preferiti, qualcosa che le portava gioia ma altrettanta, se non di più, tristezza. Come sempre diede un’occhiata nel complesso dell’ambiente circostante alla ricerca di qualcosa che stonasse. Era stata una delle prime lezioni che aveva appreso dalla sua maestra, al contrario di quello che tutti fanno, ovvero osservare e ricordare essenzialmente particolari, qualcuno nella sua posizione che avesse voluto vivere, avrebbe dovuto fare attenzione al complesso e da quello risalire al diverso, non al particolare.
Questo esercizio, come lo chiamava, era diventato usale per lei, un radicato riflesso, come il controllare le vie di accesso di ogni locale in cui entrava. Ormai era nella sua natura farlo.
Il passatempo in cui cercava ora di perdersi, non era che una distorsione di questo riflesso, un adattamento non pericoloso ed innato nell’uomo. Invece di cercare il diverso, si limitava ad osservare le persone, cercando di indovinare e immaginare una vita per ognuno di loro, con gioie e dolori. Era un gioco semplice, che facevano molti bambini nel mondo, ma rimaneva uno dei migliori sistemi che Faith conosceva per rilassarsi. Falliva solo quando la bruna si trovava ad invidiare agli altri la vita che vivevano e che lei non possedeva.
Fu quello che successe oggi.
Ad un tavolo nell’angolo in fondo del locale, vicino alla vetrata che dava sull’ingresso, sedeva una famiglia di quattro persone, i genitori con i loro figli. Data la mole dei bagagli era probabile che stessero per partire per le vacanze. Faith li osservò ridere e scherzare mentre mangiavano dei panini. La loro felicità era evidente.
Ignorando quella specie di gelo che si sentì nascere nell’anima, se avesse creduto all’anima, Faith si concentrò sul proprio drink, finendolo in due lunghe sorsate, per poi girarsi ed ordinare al barman una vodka doppia con ghiaccio. Appena le servirono il liquore lo buttò giù di un fiato solo e lasciati abbastanza soldi sul bancone si alzò per andarsene dal locale.
Fuori dalla bolgia infernale che quel bar era diventato per via dell’ora, rifletté, vedendo che il suo orologio faceva quasi l’una, ora di pranzo, Faith si allontanò quanto bastava per mischiarsi nella folla circostante e calmarsi. Non le succedeva spesso di cadere in quei pensieri, ma quando accadeva era difficile ignorarli.
Il suo aereo era alla due, quindi la chiamata per il volo non ci sarebbe stata prima di mezz’ora. Tutto quello che doveva fare Faith era trovare un modo per occupare quel tempo. Di andare per negozi non se ne parlava, non le era mai piaciuto. Il suo lettore cd era nel borsone nero che aveva già depositato al check-in, quindi niente musica. Con sé aveva solo il portafoglio ed il suo cellulare. Escluse il portafoglio, non voleva ubriacarsi e non aveva fame. Rimaneva il telefono. Lo tirò fuori dalla tasca. Era quello personale, quello la cui esistenza non era nota al concilio.
Compose un numero quasi prima di essersene resa conto.
Il numero della camera di Tara. Il telefono squillò un paio di volte prima che qualcuno alzasse la cornetta.
-Pronto? Qui Tara Maclay, con chi parlo?
Faith non rispose. Ci fu qualche secondo di silenzio e la cacciatrice fu certa che da un istante all’altro Tara avrebbe chiuso la comunicazione pensando ad uno stupido scherzo. Come avrebbero fatto tutti.
-Faith, sei tu?
Va bene, questo non se lo era proprio aspettato. Che fosse un altro dei poteri di Tara? “Si certo, ora è capace di riconoscere anche chi sta dall’altra parte del telefono. All’inferno, è più probabile che abbia un apparecchio su cui appare il numero che ha chiamato.”
-Faith…
Non era una voce irritata, non era neanche incuriosita né impietosita. Era la solita voce calma e tranquilla, quasi sussurrata La cacciatrice fece un respiro profondo prima di rispondere.
-Ciao Tara, si, sono io.
-Ciao Faith, mi fa piacere che hai chiamato.
Che ci fosse sollievo dall’altra parte? No, probabilmente la bruna si stava sbagliando. Ricadde il silenzio tra di loro, nessuna delle due riusciva ad aprire un argomento. Passarono altri lunghi istanti.
-C’è un sacco di confusione in sottofondo. Dove sei?
Faith fu colpita da due cose, la gentilezza del tono con cui era stata formulata la domanda, ed il fatto che Tara non avesse balbettato dall’inizio della loro conversazione.
-Mi trovo all’aeroporto Kennedy. –si sentì rispondere la cacciatrice.- Sto per partire per una missione.
-Capisco. Ti serve aiuto Faith? Posso raggiungerti in poche ore, se hai tempo di aspettarmi.
Ok, questo non era normale. Ricapitolando: lei aveva chiamato Tara che, al posto di sbatterle il telefono in faccia di fronte al suo silenzio, come avrebbero fatto tutti, si era informata gentilmente su cosa stesse accadendo (e Faith aveva risposto sinceramente alle sue domande, cosa più unica che rara), e dopo aveva spontaneamente offerto il suo aiuto per un problema di cui neanche conosceva l’entità. La cosa cominciava ad apparire decisamene surreale.
-No, non ho bisogno di nessun aiuto, non ti preoccupare. Volevo sentire un’amica. –Faith si chiese se un demone non stesse controllando le sue funzioni cerebrali, in particolar modo la connessione cervello-corde vocali. Lei non aveva mai avuto intenzione di dire quell’ultima frase. Non era da lei. Faith era una persona solitaria, indipendente, che non aveva bisogno dell’aiuto di nessuno, tanto meno di una compagnia che fosse qualcosa di più che fisica.
-…erite?
La cacciatrice non era riuscita a sentire la prima parte della domanda, perciò, per quanto le scocciasse, dov’è chiedere a Tara di ripetere la domanda. Odiava apparire poco meno che “perfetta”.
-Dicevo, come vanno le tue ferite?
-Vanno molto bene, si stanno rimarginando in fretta ed i punti non mi danno fastidio.
Non era del tutto vero. A meno di quarantotto ore dall’applicazione dei punti, le ferite si stavano chiudendo bene, ma sentiva la schiena indolenzita e di certo non avrebbe potuto affrontare nessun combattimento senza che queste si riaprissero.
E di questo lei non poteva essere certa. Per precauzione si era portata dietro degli antidolorifici, per ogni evenienza, giusto in caso limite. Quella che aveva progettato era poco più di una missione di ricognizione, con rischi vicino allo zero, ma era meglio non rischiare.
Lei e Tara continuarono a fare conversazione per qualche minuto e Faith, non sapendo ancora una volta come, si ritrovò a parlare di Willow. Ed a parlarne bene.
Lo ammetteva, aveva odiato quella ragazza e lo aveva fatto per motivi personali che non avrebbe spiegato al primo venuto. Ma no, nonostante quello che avesse detto, non l’aveva mai disprezzata, mai veramente. Presa in giro, insultata, minacciata, ma mai disprezzata. Ed ora Tara stava riuscendo a farle dire cosa veramente pensava della rossa. Del fatto che in un certo senso la rispettasse.
La connessione cervello-bocca era decisamente in potere di un qualche demone, decise Faith.
Questa conversazione continuò con i racconti, da parte di entrambe, di episodi relativi al passato che coinvolgevano proprio Willow. Faith si scoprì a ridere. Lo aveva fatto poco negli ultimi mesi, da quando si era risvegliata dal coma. Ed anche prima accadeva raramente che ridesse sinceramente come stava facendo ora.
In maniera naturale, come se fosse sempre successo, come se fosse una formula provata, Tara l’aveva fatta tornare di buon umore.
Fu dopo oltre venti minuti di conversazione che Faith chiuse il cellulare. Giusto in tempo per sentire la chiamata del suo volo.
Al check-in si incontrò con Miss Parker, come stabilito.





Los Angeles.




Era tornata di nuovo in quell’ufficio ampio, illuminata dal finestrone alle spalle della sua interlocutrice. Questa volta la segretaria si era comportata un po’ più civilmente con lei informandola subito che la stavano aspettando.
In effetti quando era entrata nell’ufficio la signora Gerew l’attendeva in piedi dietro alla sua scrivania, sulla quale era posato, in bella vista, un plico, pronta a stringerle la mano.
La stretta era salda ma non eccessivamente forte. Piacevole, come lo era stata l’ultima volta.
-Allora signorina Summers, le ricerche sono state completate con successo. Il saldo finale è di tremila duecento dollari, ci sono state alcune spese.
Gerew la guardava un po’ inquieta, quasi sospettosa. Senza battere ciglio, Buffy tirò fuori due mazzette di contanti, tenuti assieme dalle fascette di una nota banca, e li posò davanti a lei sul ripiano della scrivania della detective.
Avrebbe potuto pagare con un assegno, ed il libretto lo aveva portato con sé, caso mai le spese sostenute fossero state eccessive, ma Buffy sapeva che i contanti facevano un altro effetto durante quel genere di trattative, come dimostrò il sorriso che apparve sulle labbra dell’altra.
C’erano voluti pochi giorni per avere le informazioni. Il prezzo così alto era per la maggior parte a causa del premio di fine contratto. Come aveva immaginato Buffy, persone dell’ambiente, con i contati nei luoghi giusti, avrebbero trovato tutto quello che le serviva in poco tempo.
Gerew le consegnò la voluminosa cartelletta rossa. Buffy non l’aprì, riservandosi tutto il tempo per quando fosse stata sola. Non perché non si fidasse dell’altra, che probabilmente conosceva già l’intera pratica, semplicemente perché voleva avere il tempo di studiarla con calma.
-C’è tutto?
La donna dall’altra parte della scrivania la osservò divertita.
-Mi pare ovvio. Non è possibile trovare niente altro su sua madre, tutto quello che c’era in un qualsiasi archivio inglese od americano è lì. La sua famiglia, dove abitano quelli ancora in vita. Cosa ha fatto da giovane, con chi è stata sposata. Il certificato della sua nascita ed anche le registrazioni ospedaliere che aveva sotto l’altro nome.
Buffy annuì seria.
-Il saldo avverrà entro il mese prossimo.
-Perfetto, è stato un piacere lavorare con lei Miss Summers, o dovrei dire in altro modo?
Gerew le strinse di nuovo la mano mentre Buffy le sorrideva tirata.
Cortesemente l’investigatrice l’accompagnò fino alla porta del suo ufficio.





-Signore gli uomini sono in posizione. L’edificio è circondato.
Jason annuì prendendo atto del rapporto. Erano atterrati in una pista fuori mano, quasi segreta, alle porte di Los Angeles poche ore prima. Informate le squadre della missione, precisando i parametri di sicurezza e l’identità del bersaglio, durante il volo, aveva fornito i particolari dell’azione durante il trasporto verso la città, all’interno di tre piccoli minivan neri.
Ora tutti gli uomini erano al loro posto e quella che le informazioni davano come attuale residenza del bersaglio, un hotel, era sorvegliata in modo tale che nessuno potesse uscire od entrare senza che loro ne venissero a conoscenza.
L’uomo seduto al suo fianco, al volante del minivan dai vetri oscurati, si agitò impercettibilmente. Era un giovane sulla ventina che probabilmente era alla sua prima missione. Per questo era stato trattenuto sul furgone, sarebbe entrato in azione solo se indispensabile. Girò la testa verso di lui e lo guardò con rispetto, paura ed eccitazione al pensiero dell’azione che si stava per svolgere davanti ai loro occhi.
-Quando darà l’ordine di attacco signore?
Seccato Jason alzò un sopraciglio, gli altri militari erano abbastanza disciplinati da attendere i suoi ordini nelle loro posizioni, senza muoversi né fare sciocche domande. Ma questa era una situazione buona come un’altra per insegnare qualcosa.
-Aspetto un contatto visivo confermato.
Le informazioni che aveva, dicevano che il soggetto aveva passato la notte in quello stesso edificio. Si trattava di informazioni attendibili, era vero, ma lui non voleva correre il rischio di scoprirsi prima di aver avuto la certezza che il suo bersaglio fosse ancora lì dentro. Quello a cui dava la caccia era un bersaglio pericoloso, ed avrebbe avuto una sola possibilità di finirlo con scarse perdite di uomini.
Sperare in una seconda occasione non era intelligente.





Appena uscita dall’ufficio di investigazione Buffy decise di non prendere subito la metropolitana per tornare al proprio albergo ma di fare prima qualche passo a piedi per pensare. In fondo Los Angeles le mancava. Soprattutto la gente. I milioni di persone che sai che vivono vicino a te. Le migliaia di persone che camminano sui marciapiedi affollati ogni giorno ad ogni ora.
Dove viveva ora i marciapiedi non erano mai affollati. E le luci notturne, le insegne dei locali aperti tutta la notte, che illuminavano la città quasi a giorno. Dove viveva ora c’era solo il buio della notte.
Da quando si era trasferita a Sunnydale, o meglio da quando era diventata Cacciatrice, aveva perso quel senso di “comunità” (forse era meglio dire normalità) che aveva accompagnato la sua crescita. Quell’essere una fra tante. Un po’ le dispiaceva.
Ma del resto ormai la sua vita era cambiata, anche se non era dipeso da lei, e dubitava che sarebbe riuscita a tornare quella di una volta. E comunque anche se voleva non lo avrebbe potuto fare. Quindi era meglio abbandonare quel sogno. Tanto era irrealizzabile.
Camminando lungo il marciapiede si accorse di essere arrivata ad un incrocio. Riemerse dai propri pensieri scacciando quella strana tristezza che cercava di invaderla, per guardarsi attorno. Non si era persa, ma voleva sapere che tipi di locali c’erano da quelle parti, inoltre cominciava ad avere fame nonostante fosse solo mattina inoltrata e lei avesse fatto colazione.
Sull’altro lato della strada notò una tavola calda. Era affollata, sebbene non fosse un’ora di punta, segno evidente che lì si mangiava in maniera decente. Decise di fermarsi per uno spuntino.
Seduta comodamente al primo tavolo trovato libero, mentre aspettava che le portassero il caffè e le ciambelle ordinate, Buffy cominciò a sfogliare la documentazione che le avevano consegnato poco prima. Una cinquantina di fogli dal valore di tremila duecento dollari. Ma erano il passato che stava cercando ed il prezzo non le sembrava eccessivamente spropositato.
Cominciò dall’inizio. La nascita di sua madre, documentata dall’atto di nascita ed anche da quella che sembrava una foto presa ancora in ospedale. Le scuole che aveva frequentato, era una donna molto intelligente, tanto da guadagnarsi una borsa di studio per una prestigiosa università. La morte dei suoi genitori, avvenuta quando aveva venticinque anni. Il matrimonio con un tale Frederick Welay, la nascita della prima figlia (Buffy stessa, le avevano dato il nome di Anne, ora capiva il perché del suo secondo nome). La morte improvvisa del marito un anno dopo. Il trasferimento negli U.S.A. per lavoro. L’atto di nascita della sorella, di cui però non era specificato il padre, aveva un bel nome la bambina, particolare (Amethist). La morte della madre per incidente stradale. Dove era stata sepolta.
Ormai Buffy era arrivata alla terza tazza di caffè e alla quinta ciambella per un totale di due ore di lettura. Rimaneva un ultimo foglio. “Probabilmente a quale famiglia è stata affidata mia sorella (però mi fa strano pensare che ho una sorella) o soltanto sapere se è stata affidata ad un qualche istituto prima di essere adottata.”.
Il foglio invece era completamente bianco se non per poche righe scritte a macchina.




Seduto nell’abitacolo, praticamente immobile da diverse ore, Jason prestava attenzione solo alle comunicazioni fra le varie squadre. Ad intervalli regolari, tutti dovevano riportare la loro posizione e lo stato della zona sorvegliata. Era una misura di sicurezza precauzionale. Almeno sperava che si dimostrasse precauzionale.
Il giovane che gli stava accanto cominciava ad essere nervoso. Pochi minuti prima aveva estratto un pacchetto di sigarette da una delle tasche, e sebbene non ne avesse accesa nessuna, batteva ritmicamente il filtro arancione di una sul volante. Chiunque l’avesse addestrato non aveva fatto un buon lavoro. Jason prese mentalmente nota di far fare al ragazzo un corso di preparazione intensivo.
Il suo auricolare emise un bip e la comunicazione fu aperta.
-Comando, qui postazione uno-bravo.
-Vi ricevo, uno-bravo.
-Ho acquisito il bersaglio signore. Confermo l’avvistamento come positivo.
-Ricevuto uno-bravo. Tenetevi pronti.
-Si, signore. Chiudo.
Sentendo le parole di Jason il ragazzo si era completamente calmato. Il comandante lo guardò un attimo, sembrava trasformato. Dunque il suo problema di concentrazione era presente solo durante l’attesa. Probabilmente lo avevano scelto per le doti di combattimento in azione. Sorrise, sarebbe stato facile correggerlo. In fondo poteva averlo giudicato male.
Azionando di nuovo la rice-trasmittente Jason cominciò ad informare le varie squadre.
-Squadra Alpha. Squadra Charlie. Entrate in azione.
Ci fu una breve scarica elettrostatica e poi la risposta.
-Entriamo in azione.
Era una voce piuttosto profonda quella che gli rispose. Jason riconobbe Richard, comandante della squadra Alpha.
-Comando ricevuto.
L’altra era la voce di una donna. Vivien, la francese al comando della squadra Charlie.
-Confermato.




Non si sono trovate tracce di Amethist Tisred in alcun archivio per le adozioni. E’ possibile che in seguito all’incidente stradale sia morta e poiché nessuno è andato a reclamare la salma è possibile che sia stata inumata in un qualche cimitero pubblico con una lapide senza nome.
“E’ impossibile”. Semplicemente Buffy non ci credeva. Sua sorella non poteva essere morta. L’articolo che Willow aveva trovato diceva che la bambina era sopravvissuta all’incidente, come lo era lei. E fino ad ora si era rivelato una fonte attendibile.
Attaccata ad uno dei sostegni freddi e grigi della metropolitana, cercando di non cadere, Buffy rifletteva sui pochi fatti di cui era a conoscenza riguardo al sorella. Si chiedeva perché di lei non ci fosse alcuna traccia. C’erano solo due possibili soluzioni, un errore nella macchina della burocrazia, oppure qualcuno aveva interesse a far passare la faccenda sotto silenzio. Avrebbero potuto usare la ragazza per ricattarla, ma era assurdo, fino ad una paio di mesi prima non sapeva neanche di essere stata adottata.
L’ipotesi più probabile era quindi un errore non voluto della burocrazia. E per riuscire a scoprire la verità aveva solo due fonti. E l’una era in contrasto con l’altra. Dunque una delle due doveva avere torto. Doveva solo scoprire quale. Come era facile da capire.
La metropolitana si fermò e le porte si aprirono con un sibilo per poi andare a sbattere contro i vagoni. Buffy scese dal treno e si avviò per le scale. Una folata di vento la fece rabbrividire per un attimo, sembrava che la bella giornata stesse per lasciare il posto ad una nuvolosa. Ancora soprappensiero mentre si allacciava il giacchetto con una mano e stringeva con forza la cartellina nell’altra, uscì dalla stazione e si diresse verso il proprio albergo poco distante.
Era quasi l’una quando attraversò l’atrio per poi fermarsi davanti all’addetto. Si fece consegnare le chiavi della stanza e chiese al giovane ed anonimo impiegato castano se c’erano messaggi per lei. Le fu risposto negativamente.






 
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