Cornovaglia Inghilterra.
Magdalene riprovò. Nulla. Faith non rispondeva.
Era la seconda chiamata. Prima il cellulare era spento, ora squillava a vuoto.
Che fine aveva fatto la sua cacciatrice?
Fu tentata di chiamare Giles per mandare l’altra cacciatrice a controllare se Faith si trovava veramente a Sunnydale, dove il suo cellulare era stato rintracciato dai tecnici. Ma Travers aveva ragione, non poteva fidarsi delle due cacciatrici. Non completamente almeno. Incerta sul da farsi si fermò per riflettere qualche minuto. Poi rialzò il ricevitore e fece un numero interno.
-Questo è l’ufficio del signor Jason. Con chi parlo?
-Sono Miss Marlin. Devo parlare con Jason.
La voce della segretaria dall’altro capo divenne quasi mielosa.
-Mi dispiace signora, il signor Jason è partito.
-Per dove?
Marlin voleva essere sicura che non fosse via per missioni di routine. Voleva la conferma che Travers non la stesse ingannando. C’era sempre quella possibilità.
-Non glielo posso dire signora. E’ una missione di livello cinque.
La segretaria aveva detto più di quello che doveva. Ma aveva fatto bene a non farle perdere tempo, forse sapeva che in caso contrario si sarebbe ritrovata dimenticata in un archivio polveroso. Per anni, se non per una vita. Magdalene chiuse il ricevitore senza salutare per poi comporre un altro numero, quello di Travers.
-Ufficio del signor Travers, mi dica?
-Sono Marlin c’è il signor Travers? E’ urgente.
-Mi dispiace signora, non c’è.
Magdalene non si scomodò a chiedere dove fosse andato. Non glielo avrebbe detto comunque. La segretaria di Travers era una vecchia arpia fedele solo a lui. Almeno ora sapeva che questa non era una farsa di Quentin recitata apposta per lei.
Delaware, in un ufficio del Centro.
C’era un ostacolo ai suoi piani. Una persona sola che gli avrebbe impedito di raggiungere la Torre. E lui non sapeva come liberarsene. Avrebbe potuto ucciderlo ma sarebbe stato chiaro il mandante dell’omicidio. E questo lo avrebbe danneggiato.
Così gli rimaneva una sola soluzione.
Prese dei dischetti su cui erano state copiate registrazioni vecchie di anni e le mise in un’anonima busta gialla. Gli era costato molto tempo e fatica arrivare a quelle registrazioni. Non c’era dubbio, Miss Parker non ci sarebbe mai potuta arrivare da sola, benché fosse convinta del contrario, aveva ben pochi mezzi a disposizione. Lei continuava a cercare da anni quello che lui aveva trovato in pochi mesi.
Con un grosso pennarello nero scrisse l’indirizzo, senza specificare il mittente. Che quel pacco provenisse dal Centro era un motivo sufficiente per aprirlo per chi doveva riceverlo.
Lyle mise la busta tra le decine di altri che dovevano essere spediti.
Presto sarebbe diventato di nuovo orfano.
Londra, Inghilterra.
Il telefono cominciò a squillare nuovamente. Faith lo prese dalla tasca interna dal giubbotto di pelle e vide che era nuovamente Marlin. Si aspettava una sua seconda chiamata. Quando il suo cellulare aveva squillato per la prima volta, lo aveva appena riacceso dopo il volo trans-continentale e si trovava ancora all’aeroporto di Londra. Non aveva potuto rispondere, c’era pericolo che Magdalene, insospettita dal fatto che il telefono fosse stato spento per così tante ore, facesse analizzare il nastro e capisse che lei si trovava in Inghilterra e non a Sunnydale.
Per evitare che la sua copertura saltasse Faith aveva avvertito Miss Parker che c’era una difficoltà, che si doveva sbrigare a trovare un posto sicuro per ricevere una chiamata, spiegandole poi dettagliatamente il suo problema. La figlia di Catherine l’aveva guardata per un istante, pensierosa, per poi annuire.
Senza stupirsi delle richieste che le erano state fatte e senza chiedere spiegazioni aggiuntive, Miss Parker aveva trovato in fretta una soluzione.
Meno di dieci minuti dopo erano in un abitacolo, insonorizzato o quasi, di una berlina blu che si muoveva in circolo attorno ad un quartiere poco trafficato di Londra. Faith non poté fare a meno di osservare che la donna al volante dell’auto sembrava non avere nessuna difficoltà a guidare a sinistra né ad avere il cambio spostato, come se viaggiasse spesso per il mondo.
Faith fece scattare l’apertura del cellulare per rispondere alla chiamata.
-Cosa succede Marlin?
-Dove sei?
Faith rispose alla domanda con voce annoiata.
-A Sunnydale, dove posso essere?
-Perché prima il cellulare era spento e poi non hai risposto?
-Non sapevo di essere una sorvegliata speciale Marlin. Quello che ho fatto prima ed il perché non ho risposto non ti riguardano.
Magdalene sembrò soddisfatta dalla risposta e cambiò argomento. Faith si rilassò un po’ contro il sedile di pelle, aveva superato la prima prova.
-Ho un lavoro per te.
Faith poteva non accettare, ma sarebbe stato rischioso, ci sarebbero state troppo domande. Probabilmente avrebbe dovuto rischiare, ma avrebbe deciso soltanto dopo qualche altra informazione.
-Di che si tratta?
Magdalene le spiegò tutto dettagliatamente. Mentre la informava Faith trovò un modo per risolvere il non molto trascurabile problema di essere in due posti contemporaneamente. Nel suo piano non c’era solo un’incognita, ce ne erano praticamente infinite e tutte avrebbero giocato a suo sfavore. Ma non aveva molta altra scelta del resto, non con il poco tempo a disposizione per pensare ad una soluzione. Uno dei problemi maggiori sarebbe stata la stretta finestra di azione che avrebbe avuto, ma con un po’ di fortuna ce la poteva fare.
-Va bene, accetto. Dei termini di pagamento parleremo dopo.
Chiuse il cellulare e guardò per qualche istante attraverso il finestrino i palazzi di Londra.
-Possiamo anche andare.
Miss Parker guidò per un po’ in silenzio.
-Come fai a sapere che non rintracceranno la chiamata?
Da dietro agli occhiali da sole, indossati anche se il tempo era nuvoloso, Faith rispose permettendosi di sorridere.
-L’hanno già rintracciata.
Miss Parker continuò a guidare aspettando il resto della spiegazione. Avevano lasciato il quartiere poco trafficato ed ora erano in fila ad un semaforo, i clacson delle auto attorno a loro.
-A Sunnydale c’è l’apparecchio telefonico che loro hanno rintracciato. Il cellulare che loro chiamano è fisicamente in California, ma, tramite una simpatica scatolina ed un paio di cavi, di cui non so il funzionamento e non mi interessa, la chiamata è trasmessa al telefono che ho con me e che loro non possono rintracciare.
Trascorsero un altro paio di minuti in silenzio durante i quali Miss Parker imboccò l’autostrada che portava ad ovest. Con aria stanca, reprimendo a fatica la voglia di sbadigliare, Faith accese lo stereo dell’auto, sintonizzandolo su una stazione di musica rock, poi, preso di nuovo il cellulare, compose un numero pregando mentalmente che rispondessero dall’altra parte.
La cornetta fu alzata dopo qualche squillo.
-Con chi parlo?
-Liz? Sono Faith, senti, ho bisogno di un favore e penso sia qualcosa che interessi anche te…
Los Angeles, in una camera d’albergo.
Sdraiata sul proprio letto, la giacca buttata disordinatamente su una sedia, stava ricontrollando tutto l’incartamento. Buffy cercava qualcosa di sospetto, un qualcuno che potesse avercela con la madre, od il padre, tanto da creare problemi alle figlie. Il padre! Amethist aveva un padre diverso dal suo, se ne era quasi dimenticata. Che fosse andata a riprenderla? Improbabile, chiunque fosse quell’uomo non aveva neanche riconosciuto la paternità alla nascita della bambina.
Dopo altre due ore di studio guardò la radiosveglia sul comodino e vide che erano quasi le quattro. Si alzò dalla scomoda posizione cercando di non stropicciare nessuno dei fogli sparsi per il letto. Doveva ammetterlo, era una persona davvero disordinata. Si stiracchiò la schiena con pigrizia, si sentiva tutta dolorante, e si trovò a sbadigliare. Una doccia le avrebbe fatto bene.
Con i capelli ancora umidi ma la testa finalmente un po’ chiara, Buffy sollevò il telefono e compose il numero di Willow. Parlando con lei avrebbe forse trovato una soluzione alla sua situazione. L’amica rispose al primo squillo. “Strano per Will, probabilmente era preoccupata ed aspettava una mia telefonata”.
-Chi parla?
-Willow? Ciao sono io.
-Buffy, finalmente hai chiamato. Non ti sei fatta sentire da ieri sera, da quando sei arrivata. Ma sei impazzita? Vuoi farmi morire di infarto a soli venti anni?
La cacciatrice sorrise sentendo il disappunto scherzoso, ma non troppo, nella voce dell’amica.
-Diventeresti famosa, un vero caso per la medicina moderna. “Giovane in buona salute, morta per infarto all’età di venti anni”.
-Grazie del pensiero, ma se proprio devo, credo di voler scegliere un’altra maniera per diventare famosa nel campo scientifico.
Risero insieme per qualche istante.
-Ma non credere che questa battuta mi calmi. Allora, cosa è successo Buffy?
La cacciatrice non aveva voglia di rivelarle tutto, non si sentiva ancora pronta dividere tutto quello che aveva scoperto con altri, ma aveva bisogno di una mano. Così cominciò a raccontare.
-Quindi ora il problema è sapere che fine ha fatto tua sorella.
-Esatto, e non so da dove cominciare.
Ci fu un lungo silenzio tra le due.
-Cosa vuoi fare ora?
-Proprio non lo so Will. Ho appena “ritrovato” mia madre, non so se sono pronta a cercare mia sorella, sono stanca. Molto stanca.
Lo era davvero. Buffy non se ne era resa conto fino a quando non lo aveva detto, ma ora si accorgeva di essere sfinita. Già sostenere quella conversazione era un sforzo mentale non indifferente.
-Buffy torna a Sunnydale. Ci sarà tempo per cercare tua sorella. Non ti preoccupare.
-Non so Will, ho paura che sparisca. Ho paura di non vederla mai. Ed è la mia unica famiglia.
La strega sentiva una sorta di terrore nella voce di Buffy, e non era mai accaduto. Willow sapeva che per, quanto forte come cacciatrice, personalmente, in tutto ciò che riguardava le emozioni, Buffy era fragile come un cristallo. Ma la sua amica non lo aveva mai mostrato, mai così apertamente.
-Buffy, ascoltami. Ora tu prenoti un biglietto di ritorno per Sunnydale, per oggi stesso. Poi prepari i bagagli e vai a prendere il pullman. In viaggio ti fai un paio di ore di dormita ed io ti aspetto alla stazione quando arrivi. Chiaro?
Avrebbe potuto dire di no.
-D’accordo, sarò lì per le nove.
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