Inghilterra, Cornovaglia.
Miss Parker parcheggiò la berlina grigia di fronte all’imponente villa, o forse era un palazzo?, tra altre due macchine. Spense il motore e rimase per un attimo ancora dietro il volante cercando di ricordare perfettamente tutto quello che Faith le aveva spiegato sul concilio e sugli stessi osservatori, informazioni da cui dipendeva la sua stessa vita, e raccogliendo le sue energie per affrontare tutto quello che avrebbe trovato.
Afferrò la ventiquattrore che aveva acquistato e fatto un respiro profondo per scacciare inquietudine e secondi pensieri, aprì lo sportello scendendo dall’auto. Con cura meticolosa si sistemò la giacca del vestito che indossava e si incamminò a passo deciso verso l’ingresso del monumentale edificio, che, lo doveva ammettere, era davvero bello.
Il portone di legno era aperto, come Faith le aveva accennato nella camera di motel dove si erano fermate prime per prepararsi. Senza rallentare il passo e dimostrando una sicurezza che non possedeva, superò il posto di guardia alla sua sinistra senza degnare di uno sguardo gli uomini che sedevano dietro la scrivania, impegnati a guardare i monitor della sicurezza. Molte telecamere erano state piazzate nel parco che circondava la villa e lungo tutto il perimetro dell’edificio stesso. Ogni ingresso era sorvegliato.
Resistendo alla tentazione di voltare la testa per studiare meglio l’androne che stava attraversando, limitandosi a valutare con gli occhi le altre, indaffarate, persone che le passavano accanto cercando di individuare in anticipo eventuali pericoli, si diresse subito verso la biblioteca.
Imboccò il primo corridoio sulla destra dell’ingresso, percorrendolo, si accorse che i rumori di voci e di passi divenivano sempre più lontani e discreti, fino a quando raggiunse un secondo portone di legno intarsiato, accolta da un silenzio quasi completo.
Miss Parker si rilassò appena, aveva trovato la biblioteca senza perdersi o fare brutti incontri. Si girò e si diresse verso il bancone dove si trovavano tre bibliotecari intenti chi nel classificare libri, chi nel riportare dati nel sistema informatico.
Si avvicinò al bancone ed attese in silenzio che qualcuno venisse a parlare con lei. Faith le aveva spiegato che gli osservatori anche se in genere educati, sono decisamente pieni di sé, soprattutto i più giovani. Si sentivano come appartenenti ad una qualche segreta ed importante casta e si comportavano di conseguenza. Faith era stata addirittura cristallina su questo punto, chiarendole che per gli osservatori nessuno era pari a loro e che la cosa che loro veneravano di più era la conoscenza. Per natura Miss Parker non avrebbe faticato a comportasi in maniera arrogante e presuntuosa.
La più giovane dei tre, lasciando perdere il computer, le si avvicinò dopo pochi secondi. Bisbigliando le chiese cosa volesse.
-Mi servono tute le informazioni disponibili su Catherine Parker.
La ragazza ritornò al computer e digitò il nome da ricercare sulla tastiera. Al comparire della schermata successiva rimase un po’ sorpresa, o così sembrò a Miss Parker che la guardò interrogativamente. La giovane accortasi dell’espressione della donna, ricompose il suo volto in una severa maschera, come scacciando una fastidiosa emozione che l’avesse assalita inaspettatamente.
Fece stampare un foglio dalla silenziosa stampante laser praticamente invisibile al di sotto del piano della scrivania e lo porse a Miss Parker, senza sorridere e senza provare ad essere gentile. Non che prima si fosse mostrata espansiva, ma almeno si degnava di fingere di essere educata.
-Questo è tutto quello che abbiamo in archivio su Catherine Parker. -Probabilmente aveva dovuto lavorare per anni prima di riuscire a rendere la sua voce così atona, mortificante ed insignificante insieme. Era un lavoro ben fatto. Fece una breve pausa per respirare attraverso i denti praticamente digrignati, se quello era il termine giusto, prendendo appena una morso d’aria. - Le ricordo che i Diari degli Osservatori sono libri di consultazione e non possono essere dati in prestito. E’ pregata di non rimanere nella sala di lettura riservata ai dirigenti del consiglio. Faccia attenzione a non rovinare i libri, si tratta di preziosi manoscritti.
Miss Parker ebbe la certezza che quell’ultima frase, in quel luogo, fosse una pesante forma di insulto. Si chiese quale fosse, se ci fosse stato, il giusto modo per ribattere. Quasi propensa a rispondere all’impiegata qualcosa sulla falsa riga di “Sono un’Osservatrice”, le fu risparmiata la scelta. La ragazza, senza degnarla di una seconda occhiata, né dandole possibilità di replica, si era voltata ed era tornata al proprio lavoro.
Nel parco del palazzo che ospitava il Concilio degli osservatori si trovavano alcuni dei più vecchi e maestosi alberi dell’intera Cornovaglia. Molti amanti della natura avrebbero dato il braccio destro per poter passeggiare fra quelle meraviglie.
In cima ad uno di essi, una semplice ombra fra tante, impossibile da distinguere per un osservatore casuale e difficile da scorgere a qualcuno che non sapesse esattamente dove cercare, c’era Faith. La cacciatrice indossava una tuta da commando nera completa di passamontagna, che la rendeva irriconoscibile e praticamente invisibile nella penombra creata dal fogliame.
Tranquillamente appostata e perfettamente immobile alla biforcazione di uno dei più grandi e frondosi rami dell’albero su cui si trovava, Faith aspettava pazientemente il contatto radio di Miss Parker, che avrebbe segnalato il raggiungimento del primo obbiettivo della missione.
Il ruolo della cacciatrice in questa operazione era di semplice supporto. Una volta che Parker fosse riuscita a trovare quello che cercava e si fosse allontanata dall’edificio, lei sarebbe penetrata all’interno, dove avrebbe distrutto tutti i nastri della sorveglianza e creato abbastanza caos da rendere difficile identificare sia lei che Miss Parker.
Sarebbe stata una missione semplice se non per alcune pesanti limitazioni. Primo, nessuno doveva lontanamente sospettare che lei fosse una cacciatrice. Anche possedendo un alibi come il suo, sarebbe bastato un solo sospetto per farla finire in un vicolo con un proiettile alla nuca, e nessuno lo avrebbe rimpianto. Perciò non avrebbe potuto usare le sue “facoltà” speciali. Secondo, non sapeva dove si trovasse la sala di controllo e l’avrebbe dovuta rintracciare in fretta, prima che l’allarme fosse scattato. Non voleva tutto l’esercito della sicurezza sulle sue tracce. E quelle era un’importante incognita. L’ultima condizione, facoltativa, era limitare le perdite degli avversari, cercare di non lasciare troppi cadaveri sul campo, non voleva creare martiri da vendicare ne avere un esercito rabbioso sulle proprie tracce. Il suo scopo era indebolirli tanto da non far loro commettere mosse azzardate, tipo organizzare un inseguimento.
Sorvegliare quel posto si stava rivelando dannatamente noioso. Uno sguardo d’insieme all’intero campo visivo, smettere di respirare per un secondo in modo da poter sentire il minimo rumore proveniente dalle sue spalle, controllare che le telecamere compissero il loro regolare giro senza fermarsi per inquadrare determinati punti più a lungo del previsto, una veloce occhiata al prato che si stendeva poco dinanzi a lei ed infine una minuziosa perlustrazione degli alberi dal bosco.
Il tutto ripetuto infinite volte.
Era una bella giornata, soleggiata come poche in Cornovaglia, e questo dava un altro vantaggio a Faith, il contrasto luce-ombra sarebbe risultato più netto rendendola completamente invisibile. Era già appostata da cinque minuti quando Miss Parker attivò la propria ricetrasmittente.
La prima parte della missione era andata a buon fine. Passarono altri minuti ed il tempo, inteso come un succedersi di secondi, cominciò a perdere significato diventando una semplice ripetizione degli accurati schemi di sorveglianza. La cacciatrice continuava a tenere sotto controllo tutto il suo campo visivo senza notare alcuna anomalia né ricevendo alcun allarme da parte di Miss Parker.
Eppure Faith sentiva uno strano presentimento di pericolo. Aveva la netta impressione che questa volta i guai sarebbero venuti a cercare lei e non il contrario. Come sempre, dando ascolto al suo istinto, che l’aveva già salvata innumerevoli volte, fece alcuni preparativi: slacciò il fodero del suo coltello da lancio e controllò caricatori e silenziatori di entrambe le Beretta lasciando una delle fondine di sicurezza aperta.
Avviandosi lungo l’ampio corridoio per raggiungere la sala di lettura riservata ai dirigenti del consiglio, Miss Parker continuò a chiedersi il perché della reazione della ragazza all’ingresso. Cosa c’era di tanto speciale nella schermata relativa a Catherine? Sulla lista che le aveva dato apparivano solo tre testi, tutti segnati come reperibili nella sala vecchia, quella dove si stava dirigendo, e Miss Parker non poté fare a meno di chiedersi se ci fossero altre informazioni sulla madre, magari classificate top secret o qualcosa del genere.
Che la ragazza si fosse accorta che lei non era un’osservatrice? No, altrimenti avrebbe chiamato le guardie della sicurezza che aveva visto all’ingresso. E non lo aveva fatto. Oppure avrebbe fatto scattare un allarme e lei si sarebbe trovata circondata da decine di persone.
Miss Parker, guardandosi intorno con attenzione, prestando particolare cura nell’individuare persone “sospette”, vide sul fondo del corridoio alla sua destra, lontano, delle porte con la targhetta “bagni”. “…Vasta biblioteca pavimentata e rifinita in marmo con servizi annessi…” pensò ironicamente mentre si dirigeva da quella parte.
Entrò nel bagno delle signore, una piccola stanzetta rifinita, anche questa, in marmo rosa con gusto ed eleganza. Di certo gli osservatori non si facevano mancare nulla, “Ma dove prendono i soldi?”, ignorò la domanda che le era appena venuta in mente, non era un impiegato delle tasse venuto per un controllo della dichiarazione dei redditi, e queste erano cose che non la riguardavano.
Imbrigliando i suoi pensieri a forza, concentrandoli soltanto sul lavoro che stava per fare, cominciò a controllare la stanza in modo da notare eventuali telecamere o microfoni. Non ne trovò. Sicura che non la osservassero tirò fuori dalla ventiquattrore una piccola ricetrasmittente che si fissò all’orecchio appuntandosi il microfono al bavero della giacca, per poi sintonizzarla sulla frequenza che avevano scelto prima insieme a Faith. Avevano deciso di mantenere il silenzio radio, da rompere solo in caso di emergenza. Per la natura stessa del piano, ognuna aveva la propria missione e non poteva contare sull’aiuto dell’altra.
Praticamente loro erano ai due estremi dell’edificio, su piani diversi, sarebbe stato laborioso raggiungersi a vicenda, considerando che definire le mappe che avevano del posto incomplete e frammentarie, era essere ottimisti.
Con la ricetrasmittente accesa, appena fastidiosa a causa del leggero ronzio di sottofondo del canale, Miss Parker raggiunse la sala contenente i libri. Ammirò, anche se non era una studiosa, le due vaste collezioni di libri della stanza. Lungo gli scaffali, altissimi e lunghissimi, dall’aria molto antica, come il resto del palazzo, mancavano diversi volumi, finestrelle scure tra dorsetti di pelle e caratteri dorati.
Parker pregò che quelli che cercava fossero ancora in quella sala. In caso contrario avrebbe dovuto sprecare tempo prezioso per trovare quei libri. Perché lei li avrebbe trovati anche a costo di cercare tra tutti i tomi che gli studiosi stavano consultando al momento, in quella biblioteca, arrivando, se necessario, a strapparglieli con la forza.
Ma era stata fortunata. I testi che comparivano sulla lista erano lì. Manovrando con attenzione la scala di legno dai larghi pioli (per una volta non dall’aspetto antico ma piuttosto nuovo e dall’aria robusta…), facendola scorrere senza rumore lungo gli appositi binari di ottone, collezionò tutti e tre i libri in pochi minuti. Nelle copertine di pelle erano davvero belli, ma anche pesanti, come si accorse mentre li trasportava verso un posticino tranquillo, lontano da quella lussuosa sala.
Si sedé in una comoda poltrona imbottita e prese il primo dei tre, rilegato in pelle rossa “Cronaca degli Osservatori 1950-2000”. A quel che diceva il titolo quella raccolta doveva ancora essere completata.
Cominciò a sfogliarne le pagine, perdendosi tra i lunghi elenchi di demoni, osservatori addestrati e deceduti, azioni decise dal concilio e gesta di cacciatrici.
Washington, U.S.A.
Il capo si accomodò sulla poltrona di pelle nera ed alzò una specie di lama rituale dorata per poi poggiarla, sguainata, di fronte a sé, con la lama rivolta verso il centro del tavolo attorno al quale i suoi associati, in doppio petto scuro e cravatta, sedevano su comode poltrone. Sarebbe potuta sembrare la riunione dei manager di una qualsiasi multinazionale. Ma non era esattamente così. Inizialmente questa era stata una setta, una setta religiosa orientale, anche se ora era aperta a tutti quelli che venivano ritenuti “adatti”.
Il precedente ordine religioso era diventato un club esclusivo in cui potevano entrare solo persone influenti, allo scopo di diventarlo di più, di spalleggiarsi a vicenda, di raggiungere posti sempre più importanti e soprattutto di coprire i mezzi illegali con cui ci arrivavano.
Giocavano con regole tutte loro. L’omicidio non era troppo, ed alcuni membri erano sospettati di cannibalismo. Nessuno dei loro compagni se ne era mai accertato, né aveva voluto farlo, del resto anche questa “pratica” era accettata in questo “club”. Per dirla tutta, i membri di questa setta, una volta almeno, erano tutti cannibali. La tradizione si era persa col trascorrere del tempo, era diventata meno frequente, poi rara, ed infine era caduta nell’oblio.
Non erano tantissimi quelli che potevano sedere attorno a quel tavolo, saranno stati una quarantina, ma erano potenti, molto potenti.
Quella di oggi era una delle annuali riunioni plenarie e mancavano solo due membri, trattenuti da altri inderogabili impegni. Sarebbero stati aggiornati delle decisioni prese successivamente. Si trattava di un raduno segreto, nessun esterno sapeva che quella riunione era stata fissata, né perché, i membri erano ufficialmente a dei congressi fasulli assieme ai loro normali colleghi.
L’incontro era stato organizzato in una delle tante sale da conferenza della capitale americana, anonima come le migliaia di altre, per le nove di sera. Sarebbe stata una riunione importante, si dovevano discutere degli argomenti di particolare importanza, si doveva decidere che interventi programmare per l’anno successivo.
In ogni caso sarebbe stata la loro ultima riunione.
La porta della stanza si aprì. Il capo, un uomo smilzo sulla quarantina, capelli lunghi, scuri, si limitò ad alzare un sopracciglio all’inaspettata interruzione. Non sembrava eccessivamente seccato od altro, probabilmente pensava che uno degli altri due membri fosse riuscito a liberarsi ed ad arrivare alla riunione in tempo.
Invece, nell’ampia ed elegante sala, entrò una donna castana avvolta in un lungo cappotto crema completamente sbottonato. Un’aurea di serenità si irradiava da lei, quasi conoscesse la vera pace interiore. Sembrava un angelo, un’apparizione divina che non apparteneva a quel mondo terreno.
Furono pensieri che attraversarono la mente di molti degli uomini presenti in quella stanza. Questo almeno fino al momento, un istante dopo il suo ingresso, in cui lei estrasse due pistole dalle fondine fissate alle sue anche.
Estrarle e cominciare a sparare fu un unico, elegante, gesto. Eterea, continuava a sembrare un angelo.
Un angelo della morte.
Molti non fecero in tempo a reagire.
Su trenta colpi esplosi dalle due Berette 92F ne andarono a segno ventitré, con altrettanti morti. I corpi si inarcavano, poi cadevano, senza rumore mentre i silenziatori delle pistole sembravano assorbire completamente, facendolo scomparire come mai esistito, l’orrore causato dalla morte.
Mentre la donna cambiava rapidamente i caricatori delle armi ormai scariche, sempre con gesti lenti, eppure dolcemente fluenti, il panico scoppiò, dilagando nella sala.
Il silenzio di pochi istanti prima si trasformò in caos.
Le comode poltroncine furono rovesciate ed i sopravvissuti si alzarono, urlando in preda al panico. Non sapendo dove andare scapparono lontano da quella donna, da quella portatrice di morte, cercando di sfuggire alle pallottole, accalcandosi contro i vetri panoramici della sala alla ricerca di un’uscita secondaria, che non esisteva, o nascondendosi tra i corpi senza vita sotto il tavolo.
La donna, che non sembrava neanche respirare, bloccava l’unica via di fuga, la maestosa porta di legno a doppia anta e dalle maniglie di ottone dorato alle sue spalle. Un istante dopo, le pistole ricaricate e nuovamente puntate, ricominciò a sparare.
In pochi si resero conto che quella stanza stava per diventare un mattatoio, che stavano per morire, non pensavano, non potevano farlo con l’orrore che li circondava, e cercavano inutilmente, senza riflettere, un riparo dai proiettili mentre i morti aumentavano sinistramente.
Le loro menti sconvolte dalla paura non si soffermarono a chiedersi chi fosse quella sconosciuta, né perché li avesse attaccati in questo modo, né come avesse fatto a sapere della loro riunione, né come avesse superato il servizio di sicurezza dell’edificio. Nessuna, tranne una.
I loro istinti primordiali si erano risvegliati e li dominavano, cancellando completamente la loro razionalità. Più forte dell’istinto di sopravvivenza era la paura ciò che li guidava ora, trasformandoli in esseri senza pensiero, per ironia in prede ancora più facili da cacciare. Da abbattere.
L’unico a rimanere tranquillo in mezzo alla baraonda, agli urli terrorizzati ed ai gemiti di chi era già stato colpito, fu il loro capo. Rimase seduto immobile ad osservare la morte dei suoi soci mentre si chiedeva chi fosse quella donna e perché fosse lì. No, lui non aveva paura, ed aveva ragione a non provarla. Lui non poteva morire.
Sorrise a vedere l’ultimo degli altri cadere per non rialzarsi, mentre una piccola parte della sua mente si chiedeva, quasi oziosamente, perché la donna non gli avesse ancora sparato. Era un bersaglio facile, eppure non era stata sfiorato da neanche un proiettile. Si rispose che forse le serviva vivo.
La donna smise di sparare e si avvicinò all’uomo rimanendo in silenzio. La sua camminata, come tutti i suoi altri gesti, era elegante quanto letale. La stanza, dopo il rumore delle urla di dolore e delle sedie che si rompevano, accompagnati dalle esplosioni soffocate dei proiettili, sembrava come rimbombare ai passi leggeri dell’assassina.
C’era troppo silenzio. L’uomo cominciò quasi a preoccuparsi, una sensazione di rovina imminente dilagò nella sua mente assieme a della paura. Era tanto che non provava paura.
Raggiunto il tavolo di legno al centro della stanza, la donna posò le due pistole lontano dalla portata dell’unico superstite per poi squadrarlo da capo a piedi, studiandolo attentamente, minuziosamente, con i suoi occhi che sembravano vedere l’anima. Il disprezzo che provava era evidente sul suo volto.
-Così tu saresti il capo di questa setta?
Lo disse con sufficienza.
-Si. Cosa vuoi da me? Tu non puoi uccidermi. Nessuno può farlo. Non hai potere su di me.
Le rispose tronfio e strafottente. Stupore e sbalordimento nel volto e nella voce di lei, evidentemente falsi. Lui se ne rese conto e la paura incorporea divenne una morsa allo stomaco.
-Cosa sei? Un immortale?
Il ghigno di lui si fece più evidente. Si rilassò e il terrore quasi scomparve. Aveva vinto. Quella donna castana non poteva fargli nulla. Non poteva sapere che quello che aveva detto era vero. Lui era un immortale. Era nato nel 1920 ed ora, dopo più di settanta anni, ne dimostrava solo quaranta, l’età in cui l’avevano “ucciso” per la prima volta.
Improvvisamente, in un solo attimo, qualsiasi emozione scomparve dal volto di lei. Semplicemente, come cancellate, mai esistite, tutte le emozioni, compreso il disprezzo di poco prima, non erano più.
Quel volto era tornato ad essere di nuovo la fredda efficiente maschera che indossava quando era entrata. Ignorando le pistole che aveva di fronte, la donna estrasse una lunga spada dal cappotto crema.
Con un gesto raffinato e perfetto, affinato in secoli di esperienza, tagliò di netto la testa dell’uomo che la fissava terrorizzato, le pupille sbarrate, ora che aveva capito che lei conosceva il segreto.
Che lo conosceva davvero, che quello sbalordimento era falso, ma perché si trattava di una caricatura di una reazione superata, non di incredulità al fatto.
La testa si staccò dal collo per poi cadere a terra, il rumore attutito dalla moquette, gli occhi ancora spalancati. La donna non la degnò di un solo sguardo.
Liz, con un fazzoletto preso da uno dei corpi, pulì la spada dal sangue che l’aveva macchiata per poi riporla all’interno del cappotto, scuotendo la testa, delusa. Si aspettava un vero combattimento.
Era raro avere informazioni su un altro immortale. In genere conducevano vite appartate. Che gli immortali facessero sfoggio delle loro spade, che per tradizione e non solo adoperavano, o del fatto che avevano vissuto per secoli, era insolito, quasi paradossale.
E questa volta che aveva avuto una soffiata sulla presenza certa di uno di loro…
“Che idiozia. Scopri di essere immortale, qualcuno ti dice che l’unico modo per ucciderti è tagliarti la testa e tu cosa fai? Te ne vai a spasso disarmato, aspettando pazientemente che il primo che passi, che conosca la tua vera natura, ti ammazzi. Quelli che sono nati nel novecento sono proprio stupidi. Non si sono mai chiesti perché noi “antichi” abbiamo perso tutto questo tempo per imparare la scherma? Giusto per onorare una stupida tradizione? Secondo loro come abbiamo fatto a sopravvivere per secoli a nostri simili ed a demoni di varia natura? L’idiozia sta dilagando. Quello stupido si meritava di morire. Un vero peccato però, speravo in un buon combattimento.”
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