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IV

January 6 2004 at 6:50 PM
  (Login Silea)


Response to Di sogni e di segreti: Prologo

 
Inghilterra, Cornovaglia.


Il tecnico nella sala controllo cominciò a cercare una frequenza libera su cui trasmettere con la squadra di sorveglianza che stava per montare in servizio. Il loro addetto alle comunicazione attendeva, impaziente ma rassegnato, oltre la porta a vetri che isolava il centro controllo dalle altre stanze.
Il protocollo di sicurezza lo obbligava a scegliere ogni volta una frequenza diversa su cui trasmettere, in modo da rendere più difficili le già improbabili intercettazioni. Anche ritenendo del tutto inutile la procedura, Matt la eseguiva sempre con il massimo scrupolo per il solo fatto che faceva parte del protocollo. Così gli era stato insegnato e così faceva. Sempre attenersi al protocollo.
Oggi aveva deciso di adoperare una delle frequenze meno utilizzate in assoluto, quelle quasi al limite dello spettro. Di tanto in tanto lo faceva, più che altro per noia, che per rendere più difficili le intercettazioni. Usare quelle o qualsiasi altra era fondamentalmente uguale.
Saltando di canale in canale gli sembrò di notarne uno già usato. Incuriosito, controllò quale squadra lo stesse usando, il tecnico del precedente turno non lo aveva avvertito della scelta, ne l’aveva annotata sul blocco di verifica. Non che dovesse farlo, ma in genere scelte simili si riferivano giusto per fare due chiacchiere. Forse James era semplicemente stato troppo stanco per ricordarsene, o per voler parlare. Dio sapeva se quei turni da otto ore erano massacranti. Facendo volare le mani sulla tastiera grazie alla sua esperienza, Matt stava per essere nominato capo tecnico del turno di notte, fece rapidi controlli.
Nessuna squadra stava usando il canale.
Eppure il segnale delle due trasmittenti sintonizzate proveniva dall’interno dell’edificio. Che si trattasse di un collegamento non autorizzato? Era assurdo solo ipotizzarlo, non ci sarebbero stati motivi per fare una cosa simile.
Rimaneva quindi una sola possibilità.



Faith si sentiva leggermente nervosa, aspettandosi qualcosa quando nulla accadeva da più di un’ora, continuando ad essere costretta alla quasi completa immobilità senza null’altro da fare che continuare a sorvegliare la zona circostante.
Sarebbe stato il momento ideale per accendersi una sigaretta se non fosse stato per tre ottimi motivi: Primo, fumare l’avrebbe distratta; secondo, lei non fumava; terzo, c’erano dei simpatici commando che si dirigevano verso di lei. E non sembravano avere intenzioni pacifiche.
Li individuò non appena entrarono nel suo campo visivo. Di tanto in tanto tra i rami e le foglie del bosco che la circondava vedeva delle macchie nere che non erano affatto ombre. Contò due gruppi di persone, in totale cinque uomini, che cercavano di accerchiarla, evidentemente per spingerla verso il palazzo stesso, dove, con ogni probabilità, la stavano aspettando altri addetti alla sicurezza.
Rimanendo un attimo ancora in cima all’albero, Faith li studiò per qualche secondo mentre decideva quale dei due gruppi attaccare per primo. In capo a dieci secondi si sarebbero trovati a meno di cinquanta metri da lei. Si stavano muovendo molto bene e velocemente, senza provocare ancora alcun rumore percettibile. Con un po’ di fortuna avrebbero anche potuto coglierla di sorpresa.
Non era una semplice perlustrazione, quegli uomini si muovevano guardinghi attenti a coprirsi sempre a vicenda, senza mai distrarsi, in attesa di uno scontro che dovevano immaginare essere imminente. Erano a caccia, indubbiamente erano a caccia, peccato per loro che oggi Faith non avesse voglia di giocare alla preda.
La cacciatrice, anche se felice che ci fosse finalmente qualcosa da fare, non poté fare a meno di notare che entrambe le due squadre sembravano sapere dove si trovava lei, con una buona approssimazione. Le si stavano dirigendo direttamente contro, e non aveva l’aria di essere una cosa casuale.
Dovevano averla rintracciata. E c’era un unico modo per cui potevano averlo fatto, la trasmittente.
Quando aveva deciso di portarla Faith sapeva che sarebbe stato un possibile pericolo ma aveva sperato nella sua buona stella. Che evidentemente oggi si era eclissata.
Senza perdere tempo ad imprecare contro la sfortuna, la cacciatrice decise di andare incontro al gruppo più numeroso, quello che si stava avvicinando da destra. Tolti loro avrebbe sistemato gli ultimi due con calma.
Scese con un salto dall’albero e scomparve nel sottobosco, mimetizzandosi fra le ombre, cominciando a dirigersi verso di loro lungo un leggero arco in modo da raggiungerli ad un fianco e coglierli di sorpresa.
Le bastò poco meno di un minuto, in quella che poteva essere detta una corsa leggera, alla massima velocità che Faith poteva raggiungere senza fare il benché minimo rumore, per raggiungere i commando, certa di non essere stata individuata.
Prima ancora di vederli li sentì. Per quanto fossero bravi, i loro stivali, calpestando le foglie secche e gli arbusti sparsi al suolo, producevano un rumore ben riconoscibile. Faith, nascosta nell’ombra di uno dei tronchi appena dietro la prima fila di alberi rispetto al sentiero che stavano percorrendo, li osservò da vicino per qualche secondo, studiando una tattica efficace per toglierli di mezzo tutti e tre senza dare loro la possibilità di richiamare l’attenzione degli altri due. Possibilmente avrebbe evitato di ucciderli. Stavano solo facendo il loro lavoro in fondo e dalla loro morte sarebbero venuti solo guai.
I commando si muovevano con tranquilla attenzione, i mitra stretti nelle mani, l’indice pronto sul grilletto. Erano disposti in una formazione a cuneo, la punta in avanti, ad aprire la strada. Un buona disposizione per evitare di essere colti di sorpresa. Sarebbe stato difficile toglierli di mezzo tutti senza dar loro la possibilità di dare l’allarme. Con una scrollata di spalle mentale Faith uscì dal cono d’ombra in cui era appostata. Inutile pensare a come sarebbe potuto essere altrimenti, aveva quelle carte e avrebbe giocato con quelle al meglio. Come sempre.
Senza fare rumore, sfilò il coltello da lancio dalla custodia che portava fissata alla coscia sinistra. Lo prese per la lama, soppesandolo inconsciamente mentre cambiava la presa delle dita, abituandosi al peso e alla posizione del centro di equilibrio, era una buona arma, perfettamente bilanciata, l’acciaio tagliente come un rasoio. Le bastarono pochi istanti e fu pronta a lanciarlo con precisione millimetrica, come se quel coltello le appartenesse da sempre.
Tenendosi pronta a tirarlo, impugnò con la sinistra una delle pistole. Poi continuò ad avvicinarsi ai commando da dietro, con passi felpati, dirigendosi verso quello sulla sua destra, il più vicino a lei della coppia in retroguardia.




Era arrivata alla fine della vita della madre. Una riga. Morta durante l’incarico più prestigioso che poteva ottenere. Da quello che aveva potuto leggere finora era chiaro che la madre era stata praticamente esiliata a Boston a causa di una lotta di potere. Da quanto aveva letto, dopo alcuni tranquilli anni passati alla sezione ricerca e sviluppo, Catherine era stata trasferita alla branca psicologica dell’addestramento. Lì si era opposta a dei progetti molto importanti, sostenuti dall’allora vicedirettore ai progetti speciali Travers, come riportava una nota di una sua denuncia. Pochi mesi dopo fu accusata di abuso di potere. Era stata messa sotto processo, minacciata di radiazione dall’ordine degli osservatori.
Durante il procedimento, Marlin, supervisore della zona americana, l’aveva voluta come sua diretta collaboratrice nella zona di Boston. Una specie di esilio. E lì in qualche modo era riuscita dopo anni di impeccabile lavoro, cadute tutte le accuse nel dimenticatoio, ad essere assegnata all’addestramento di una cacciatrice.
Poi c’era stata la sua morte.
Miss Parker chiuse il libro e fissò il vuoto per qualche secondo. Poi aprì il secondo, l’Indice dei Diari degli Osservatori. Lo scorse velocemente più per non tralasciare nulla, che sperando veramente di trovare qualcosa. Arrivata al nome di Catherine Parker notò un’incongruenza. C’erano segnati due Diari a suo nome. A fianco del secondo una nota che diceva “scomparso”.
Incuriosita Miss Parker si alzò dalla sedia e tornò nella sala privata. Salì sulla scala, che era rimasta dove l’aveva lasciata lei prima, e notò che sullo scaffale lo spazio vuoto per il secondo diario della madre non era stato lasciato. Scomparso significava perso, distrutto, inesistente o cosa?
Scese dalla scala a pioli, dirigendosi di nuovo verso il tavolo dove aveva lasciato libri e valigetta. Ora tutto quello di cui aveva bisogno era una fotocopiatrice. Avrebbe fatto copie delle pagine essenziali dei volumi consultati per poi rimetterli a posto.
Aveva notato una fotocopiatrice una in una piccola stanzetta sulla destra, poco oltre la macchinetta del caffè dove era andata un mezz’ora prima. L’apparecchiatura era perfettamente funzionante come aveva constatato.
In quel momento, mentre raccoglieva in fretta le sue cose Miss Parker vide con la coda dell’occhio un uomo vestito di scuro, ma non in giacca e cravatta, avvicinarsi verso di lei. Merda, dovevano averla scoperta. Quello che si stava avvicinando aveva tutta l’aria dell’addetto alla sicurezza. Fingendo di non averlo notato Parker continuò a sistemare le proprie carte all’interno della ventiquattrore, chiudendola poi con uno scatto secco delle due serrature gemelle quando ormai l’altro era praticamente arrivato.
L’uomo si fermò di fronte a lei studiandola appena per un secondo.
-Mi segua.
-Scusi, cosa sta succedendo? Non capisco cosa possa volere da me.
Chiese ingenuamente l’americana. L’altro rispose con tono stanco.
-Mi segua, è un ordine.
Accennando ad un si con la testa, Miss Parker afferrò la maniglia della valigetta. L’uomo fece per voltarsi per farle strada.
A metà della torsione fu colpito violentemente dallo spigolo in acciaio lucido della ventiquattro ore, appena sotto il mento. La testa gli scattò all’indietro sbilanciandolo ed intorpidendone le reazioni. Parker, approfittando del vantaggio, gli diede un calcio allo stomaco, facendolo piegare dal dolore, per poi colpirlo una seconda volta alla testa, alla tempia, facendolo svenire.
Respirando affannosamente e sorvegliando la guardia stesa a terra, Miss Parker attivò la ricetrasmittente per comunicare le novità a Faith.
-Copertura saltata.
La risposta fu immediata, di sottofondo alle parole calme della cacciatrice però, Parker poteva anche sentire i rumori di lotta.
-Trasmissione radio compromessa e localizzata. Ci vediamo al punto di raccolta, chiudo.
Merda, questo non se lo erano aspettate. Non avevano immaginato che rintracciassero tutti i segnali radio della zona. Con un moto di stizza Miss Parker si tolse l’apparecchiatura e la gettò a terra, schiacciandola con il tacco della scarpa.
Poi, afferrata la valigetta e i due libri più interessanti si chinò sulla guardia svenuta. Lo perquisì rapidamente prendendo a “prestito” la pistola dell’uomo. Riposta l’arma nella cintura dei pantaloni si allontanò dalla guardia verso la fotocopiatrice cominciando a pensare ad un altro piano.



La soluzione di dividere la propria squadra in due gruppi in modo da accerchiare gli intrusi, ed evitarne infiltrazioni o fughe, era stata la migliore risposta, dal punto di vista tattico, che Regan potesse adottare.
I suoi uomini conoscevano il terreno ed avevano dalla loro il fattore sorpresa, inoltre lui era stato chiaro sul fatto di mantenere formazioni difensive fino al raggiungimento del contatto con gli avversari.
Lo stesso Regan, in squadra con Michel, il nuovo acquisto del suo gruppo, si stava avvicinando all’obbiettivo cautamente. Camminavano affiancati ma separati da un paio di metri, comunque sempre in contatto visivo, una delle migliori formazioni difensive.
Eppure l’ex seal non si sentiva a proprio agio a camminare in quel boschetto, che pure aveva attraversato, di pattuglia o non, decine se non centinaia di volte. Gli alberi alti e frondosi, ed il rado sottobosco, tanto dissimile a quello delle molte giungle che aveva visto, sempre così tranquillo, era inquietante. Come se ci fosse qualcosa di diverso. Qualcosa che non capiva, che lo metteva a disagio.
Continuando a guidare l’avanzata con movimenti agili, affinati ed ormai automatici dopo tanti anni di addestramenti e scontri, esaminando il terreno circostante di riflesso, lasciando che le informazioni filtrassero liberamente attraverso i suoi nervi, continuando a seguire il corso dei suoi pensieri senza paura di essere sorpreso.
Regan stava cercando di razionalizzare le proprie paure, di capire cosa lo stesse terrorizzando. No, niente lo terrorizzava. Niente lo terrorizzava. Ed allora cos’era quel brivido lungo la schiena? Lui non era terrificato, aveva paura, si, ma c’era sicuramente un motivo, e la paura ti aiuta a sopravvivere, se la sai usare.
Le ombre. Quelle pozze scure nelle quali non riusciva a vedere praticamente nulla. La sua vista non riusciva ad abituarsi a quella penombra, non con quel sole accecante che aveva deciso di splendere oggi. Erano così simili.
Così simili al buio di quella notte.
Quando non riusciva a vedere niente, non vedeva niente, riusciva solo a sentire. Sentire rumori che non c’erano, di cose che non erano mai esistite. E che avevano ucciso otto dei suoi dieci compagni.
Regan fece un respiro profondo. Doveva calmarsi. Non era più lì. Quello era un altro luogo, in un altro tempo. Lontano da lì. Di diecimila miglia e dieci anni. Si immobilizzò per un istante ad ascoltare il fruscio sommesso della trasmittente posizionata nel suo orecchio, gli era sembrato di sentire un clic nella trasmissione. Non ci sarebbe dovuto essere. Aveva ordinato il silenzio radio fino a che la prima squadra non avesse stabilito un contatto con il nemico.
Scrollò mentalmente le spalle e proseguì a camminare. I suoi pensieri si fecero silenziosi e lui ricadde in uno stato di passiva vigilanza.
Un rumore alla sua sinistra.
Rapido, senza pensarci, Regan si accucciò e puntò il suo mitra verso l’origine di quel suono, che individuò in una pozza di ombra a meno di due metri da lui. Un rumore di legno spezzato. Non c’era niente. Non aveva visto niente. Neanche un riflesso od un movimento. Forse era stato un ramoscello calpestato, oppure un rametto rotto da uno dei tanti scoiattoli del parco.
Si rialzò e ricominciò a camminare. Rilasciò per un istante l’indice della mano destra dal grilletto. Si sentiva le dita irrigidite ed il palmo sudato all’interno del guanto che portava. Si girò a guardare il suo compagno.
Il ragazzo si muoveva bene, attento e preciso. Stava imparando rapidamente.
Un altro rumore, più lontano stavolta. Quasi dritto davanti a lui ma oltre la diretta visuale. Un controllo.
Niente.
Era stato così anche quella volta. Falsi allarmi, decine di falsi allarmi. Aveva visto, sentito, i suoi compagni irrigidirsi alla ricerca di un bersaglio, senza mai trovare niente. Era come dare la caccia alle ombre. Forse era stato dare la caccia ad Ombre.
Poi uno di loro era caduto. Un coltello alla gola. Morto all’istante. Si erano innervositi. Nessuno aveva visto né sentito niente. E questo non era concepibile, al di là della morte stessa del loro capo squadra, un veterano con più di quindici anni di esperienza.
Quella notte, quella notte aveva provato il terrore puro, per la prima ed unica volta nella sua vita. No, non unica. Anche oggi era terrorizzato.
Quasi come se fosse un osservatore esterno si rese conto del suo respiro alterato, veloce e superficiale, il battito cardiaco che gli rimbombava nelle orecchie come un tamburo, il suo sguardo che si muoveva frenetico lungo tutto l’arco del suo orizzonte, non più metodico. Doveva calmarsi. Un respiro profondo, poi un altro. Andava meglio.
Si girò per guardare in faccia il francese che oggi, oggi, non allora, non c’era più allora, faceva squadra con lui. Voleva vedere un volto amico, occhi rassicuranti che conosceva.
Il ragazzo era in una di quelle zone d’ombra. Un attimo e ne sarebbe uscito. Le fronde degli alberi cominciarono a muoversi a causa di una leggera brezza. Un raggio di sole penetrò fra lo schermo di foglie e lo accecò completamente per un istante.
Troppa luce, ed il risultato era uguale a come se non ce ne fosse.
I suoi occhi lavorarono freneticamente per rimettersi a fuoco, per notare la sagoma familiare uscire da quella zona d’ombra.
Due.
Erano due le sagome.
Ne rimase una sola, l’altra era scomparsa. Uno scherzo della vista, probabilmente aveva visto sfocato per un attimo e gli era sembrato di scorgere due figure al posto di una.
Eppure qualcosa non andava. Quella sagoma era troppo esile e bassa per essere quella di Michel.
Regan strinse il grilletto pronto a sparare.
Ma il suo mitra non fece mai fuoco.
Il seal era a terra, senza vita, ucciso all’istante, dal proiettile di pistola che lo aveva colpito al centro della fronte.



Aveva finito di fare le fotocopie della Cronaca in tempo record, le mancavano quelle del Diario. Miss Parker prese il libro tra le mani e cominciò a sfogliarlo rapidamente, alla ricerca di ciò che le interessava. Prima non aveva avuto tempo di controllarlo, né di leggerlo, di scegliere quali parte fotocopiare, ed ora avrebbe dovuto fare tutto di corsa. Guardò di nuovo il suo orologio e poi oltre la porta lasciata aperta. Erano già passati tre minuti da quando aveva steso la guardia. I suoi compari non dovevano essere lontani. Doveva sbrigarsi, ed ora che non aveva neanche più il contatto con Faith, non poteva che contare su se stessa. Non che la cosa la disturbasse, ma la verità era che si trovava in serio pericolo e lei si voleva togliere da quella situazione il più in fretta possibile.
Sfogliando le pagine del Diario si accorse che erano state scritte a mano. La calligrafia era ordinata e minuta, a tratti difficile da leggere a causa della grandezza ma sempre elegante. Quando la riconobbe ebbe un tuffo al cuore.
Quelle pagine erano state scritte tutte dalla madre.
Naturalmente non era di per sé sorprendente, era il suo diario, ma ultimamente Parker aveva cominciato a sentire di nuovo la mancanza della madre e si accorse che per lei, avere qualcosa scritto dalla madre, valeva molto.
Quel libro valeva molto.
E sarebbe stata pronta a pagare molto per averlo.
Ancora indecisa sul da farsi Miss Parker sentì il rumore di una serie passi provenire dal fondo del corridoio. Qualcuno stava correndo nella sua direzione. Senza pensare, Parker estrasse la pistola e si appiattì contro la parete, vicino alla porta, l’indice della mano destra sul grilletto.
I passi, avvicinandosi, rallentavano. Ora la persona in corridoio stava camminando lentamente, probabilmente con circospezione. Miss Parker trattenne il fiato mentre faceva scattare la sicura della pistola. A chiunque fosse nel corridoio occorsero pochi altri secondi per raggiungere la stanza della fotocopiatrice e superarla senza degnarla di un’occhiata.
Troncando a metà il sospiro di sollievo, il cuore di Miss Parker prese a battere come un tamburo, mentre la donna si accorgeva di aver lasciato la fotocopiatrice accesa. E l’infernale macchina aveva appena deciso di lanciare lunghi e striduli bip per segnalare chissà cosa. Sembrava una bomba ad orologeria sul punto di esplodere.
L’effetto, per quanto riguardava la salute di Miss Parker, era lo stesso.
I passi, che avevano appena superato la stanzetta, si fermarono un istante, poi tornarono indietro.
Un attimo dopo una figura scura superò la porta puntando quella che aveva tutta l’aria di essere una pistola, verso la fotocopiatrice. Gli striduli bip continuavano ad intervalli regolari, attirando l’attenzione del nuovo arrivato sulla macchina stessa e sui libri poggiati lì sopra.
Parker non poteva permettersi che l’altro si muovesse ed agire di conseguenza alle azioni dell’individuo, non aveva tempo. Imprecando tra sé per la sfortuna che le era capitata tra capo e collo, ma naturalmente l’operazione non poteva filare liscia, sarebbe stato troppo bello, fece l’unica cosa possibile nella situazione. Anticipò le reazioni della guardia.
Aspettò un altro attimo che l’uomo, alto e massiccio, la superasse completamente, dandole le spalle, per poi sparargli un singolo colpo alla scapola destra. Il rumore dello sparo si propagò dalla piccola saletta all’immensa biblioteca dando vita ad interminabili echi. “Addio al silenzio ed alla speranza di non essere rintracciabile” sibilò nella sua mente Parker.
Sentendo il dolore quasi prima di rendersi conto del fatto che gli avessero sparato, la guardia si strinse la spalla ferita, lasciando cadere a terra, di riflesso, la pistola. Compiendo quasi senza pensare un giro su di sé, si trovò ad affrontare faccia a faccia Parker, che aveva ancora la pistola puntata contro di lui.
La donna lo squadrò freddamente prima di ordinargli di mettersi faccia al muro. L’addetto alla sorveglianza parve pensarci per un po’ prima di acconsentire. Aveva velocemente stimato che a causa della distanza dall’arma che lo minacciava ed il fatto che era ferito, ritrovandosi un braccio inutilizzabile, non avrebbe avuto alcuna possibilità di successo se avesse reagito.
Una volta che l’uomo fu faccia al muro con entrambe le mani in vista, Parker gli si avvicinò quanto bastava per dargli un deciso colpo in testa con il calcio della pistola, senza correre rischi inutili perdendo tempo a cercare qualcosa per immobilizzarlo. L’altro cadde a terra svenuto.
Il tempo.
Era quello il fattore critico di Parker.
Certo, Faith avrebbe attirato su di sé la maggior parte delle guardie, ma la maggior parte non sono tutte, e Parker doveva ancora trovare un modo per uscire di qui. Passare dall’ingresso principale non sarebbe stato salutare, doveva trovare un metodo alternativo. Un palazzo grande come questo doveva avere uscite secondarie. In sottofondo si sentivano ancora i fastidiosi bip della fotocopiatrice, ma il rumore non era registrato coscientemente dall’americana.
Dando le spalle alla guardia svenuta, la donna raccolse la pistola a terra, dello stesso tipo che aveva lei, e ne sfilò rapidamente il caricatore, forse un maggior numero di colpi a disposizione le avrebbe fatto comodo dopo, poi la gettò con noncuranza dall’altra parte della stanza. Stridendo lungo il pavimento di marmo l’arma si fermò contro la parete con un clangore metallico.
In un solo attimo Parker fu alla fotocopiatrice. Spense l’interruttore generale facendola finalmente tacere, poi raccolse velocemente i fogli stampati infilandoli nella sua valigetta assieme al Diario della madre, abbandonando le Cronache sul piano.
Aveva appena deciso di non lasciarsi niente di importante dietro, ed al diavolo le precauzioni che avevano deciso di seguire assieme a Faith.
Avrebbe affrontato le conseguenze dopo.
Con la valigetta stretta contro di sé e la pistola nascosta dietro, pronta ad essere usata di nuovo, Parker cominciò a correre lungo il corridoio alla ricerca di un’uscita.
Il tempo scorreva.


Los Angeles.



I sei uomini in nero si avvicinarono silenziosi ma rapidi all’imponente edificio. Era giorno avanzato e la speranza di passare inosservati nulla. Il mitra, una versione compatta del famoso uzi, stretto tra le mani guantate di nero ed il pesante zaino sulle spalle, corsero tenendosi bassi verso le posizioni loro assegnate alla base dell’edificio, cercando di rimanere il meno possibile allo scoperto.
Il tutto si risolse in meno di quindici secondi.
Raggiunto per primo il vicino all’angolo dell’hotel, con un rapido sguardo lungo la base dell’edificio, il comandante segnalò a gesti che la via era libera. Nessuna presenza ostile in vista e nessuna segnalazione dalla squadra di copertura, appostata sui tetti delle costruzioni vicine. Senza necessità di altri ordini i cinque che lo seguivano si divisero, andando a posizionare i propri zaini lungo le due facciate che erano state loro assegnate. All’altra metà dell’hotel ci avrebbe pensato la squadra Charlie.
Completato il lavoro, rimasero alcuni secondi presso gli zaini, accucciandosi alla base del muro, il mitra a coprire l’area dinanzi a loro. Non ci furono attacchi. Segnalarono l’ok a Richard, che si limitò ad annuire, azionando la trasmittente che portava all’orecchio, senza smettere di guardarsi attorno.
-Squadra Alpha. Completata fase uno. Permesso di ritiro.
Il click del cambio di trasmettitore e la risposta.
-Alpha, ricevuto. Confermo ritiro.
Di nuovo a gesti Richard richiamò i compagni, che ripiegarono ordinatamente, coprendosi a vicenda, verso il proprio minivan nero, parcheggiato dietro uno degli edifici adiacenti. Fu una corsa breve, altri quindici secondi allo scoperto attraverso il piazzale.
Per tutta l’azione non erano occorsi più di due minuti.
Al riparo del muro vicino al quale era parcheggiato il loro automezzo fu ristabilita la comunicazione con il controllo.
-Squadra Alpha in posizione.
-Ricevuto Alpha. Fase due.
Richard si appiattì contro il muro di mattoni, era caldo dopo la lunga esposizione al sole, mentre sentiva le cariche esplosive piazzate dai suoi uomini brillare. Dieci esplosioni quasi contemporanee. Lo spostamento d’aria fece suonare alcuni allarmi delle auto in sosta nelle vicine strade e ruppe i vetri degli appartamenti adiacenti all’hotel. Una volta posati schegge e pezzi di calcinacci, la squadra uscì dal riparo per tornare vicino all’edificio.
Era uno spettacolo terrificante e bellissimo. Alcune pareti dell’hotel erano come scomparse, lasciando vasti spazi vuoti, neri, altre erano in parte crollate sollevando una polvere grigia mista a detriti che si andava mischiando con le prime volute di fumo causate dagli incendi scoppiati.
Gli uomini in nero formarono, assieme ai colleghi della squadra Charlie, uno stretto cordone attorno all’edificio, in modo da non far scappare nessuno.



Tra le volute di fumo e le fiamme si materializzò una figura. Avvolta in una pesante coperta dalle tinte scure, correva verso l’uscita, la cui porta era stata scardinata dalla forza dell’esplosione.
La cortina grigia e quel plaid inzuppato di acqua impedivano di riconoscerla in alcuna maniera, anche se si stava avvicinando velocemente.
Ma i commando del concilio non erano qui per riconoscere, erano venuti per uccidere.
Aprirono il fuoco delle loro mitragliette uzi contro il superstite. Le armi crepitarono sinistramente nelle mani che le tenevano ferme nonostante i tentativi di sfuggire alla presa. Bastò una breve raffica, dalla durata di non più di due secondi, per far svanire nuovamente la figura nell’edificio invaso dalle fiamme.
Ad un gesto di Vivien i suoi uomini cessarono il fuoco, lasciando che le canne delle mitragliatrici continuassero a puntare verso il portone. Non sembravano mostrare segni di esitazione nello sparare contro individui non identificati.
E del resto c’era solo lui, il loro bersaglio, in quell’Hotel, che era la sua casa.



Appena aveva visto il familiare lampo uscire delle canne delle mitragliatrici Angel si era gettato fuori dalla linea di tiro, andandosi a riparare in una delle sale al piano terra, ormai completamente invasa dalle fiamme. Le pallottole lo superarono senza fare danno e si persero lungo il corridoio.
Angel non poteva negare che il suo, oggi, fosse stato un brusco risveglio. Aveva improvvisamente spalancato gli occhi, ritrovandosi a fissare un soffitto che aveva riconosciuto, era sdraiato nel proprio letto, ed il sonno era scomparso. Aveva avvertito che c’era qualcosa che non andava, che qualcosa stava per accadere, ne era stato certo. E quello che era accaduto pochi minuti dopo aveva dato conforma al suo istinto. Oh, lui non era certamente un veggente come Drusilla, né possedeva le premonizioni di Cordelia, ma non rimani vivo per più di due secoli senza riuscire a percepire che un pericolo imminente ti sta per colpire.
Ad Angel, una volta sveglio, era servito un istante per alzarsi e vestirsi e soltanto un altro attimo per realizzare che era ancora giorno inoltrato.
Fu in quel momento, quando si stava già muovendo per la stanza buia alla ricerca della fonte del disturbo, che erano avvenute le esplosioni. Qualunque fosse la natura degli ordigni fatta brillare, Angel sapeva solo che erano potenti. L’intero Hyperion aveva tremato e lui non si sarebbe stupito di apprendere che almeno alcune sezioni di muro erano crollate.
Investito dalla paura Angel avrebbe voluto solamente fuggire, ma il rigido autocontrollo che esercitava da tanto tempo su se stesso glielo aveva impedito. Rimase calmo, finchè l’odore di fumo e di bruciato che gli era appena arrivato alle narici, minacciò di farlo sommergere da un terrore atavico. Senza riflettere, aveva tolto velocemente una delle coperte dal suo letto (le teneva più che altro per figura, visto che in realtà non gli servivano) ed era corso in bagno per zupparla d’acqua assieme ai suoi vestiti.
Soltanto una volta che fu avvolto nel plaid nero uscì dalla sua camera per scendere al piano terra, per tentare di uscire da quell’inferno di fiamme che era ora l’albergo. Era corso lungo i corridoio rischiarati da quella sinistra luce rossiccia, che proiettava strane ombre lungo le pareti, mentre il calore aumentava rapidamente e l’aria si scaldava e riempiva di scintille, rendendosi tossica, quasi irrespirabile. Poi aveva fatto le scale, cercando affannosamente di raggiungere l’ingresso, continuandosi a tenersi basso ed allungando per quanto possibile la falcata.
Mentre intravedeva la momentanea salvezza attraverso il fumo, oltre la porta non c’erano le fiamme, ma lo aspettava il sole, Angel era stato salutato da quella scarica improvvisa di proiettili.
Ora era costretto in quella stanza, in cui il calore stava raggiungendo livelli insopportabili, a causa di quei commando appostati poco fuori l’ingresso. Erano ancora lì, pronti, li sentiva. Doveva assolutamente trovare un’altra uscita. Non poteva uscire da quell’ingresso, se colpito da troppi proiettili sarebbe stato rallentato per poi morire a causa del sole.
Con la paura tenuta a bada ai confini del cervello, Angel stava faticosamente vagliando tutte le possibilità che gli rimanevano, e tra queste c’era il suicidio, per nulla al mondo sarebbe morto bruciato dalle fiamme.
In quell’istante, una parte del tetto, rosa dal fuoco, crollò, alzando nubi di cenere e scintille che si sparsero per tutta la stanza.



Inghilterra, Cornovaglia.


Superare le telecamere a circuito chiuso che sorvegliavano i vari ingressi senza farsi notare, era stato più facile del previsto. Il sistema di sicurezza non era poi così infallibile come le era sembrato. A Faith erano bastati pochi minuti per uscire dal boschetto, armata anche di una mitraglietta presa alle guardie, e raggiungere uno dei corridoi interni.
Superata la più vicina porta di servizio, lasciata aperta per incuria di qualcuno, la richiuse alle proprie spalle facendo scattare la serratura e poi si diresse verso il fondo del corridoio dove si trovava. Raggiunse una biforcazione e si orientò in base alle informazioni che possedeva.
Sapeva che doveva esserci un ascensore in fondo al corridoio, quello davanti a lei che andava verso l’ala nord dell’edificio, che l’avrebbe portata al livello uno. Dove si trovava la sala di controllo, al centro esatto della struttura.
Avere queste informazioni era stato relativamente facile. Era bastato un braccio dislocato per far parlare la giovane guardia che aveva stordito. Il ragazzo non avrà avuto una ventina d’anni, e non erano stati venti anni vissuti come i suoi. Si trattava dell’unico sopravvissuto di quelli che formavano la seconda squadra che aveva affrontato. L’altro, evidentemente più pericoloso, giaceva morto nel bosco, erano bastati pochi istanti a Faith per renderlo inoffensivo.
E la vista del corpo aveva aiutato a convincere il ragazzo a collaborare più in fretta.
Una volta ottenute le informazioni, Faith non l’aveva ucciso. Si era limitata a stordirlo nuovamente, a togliergli la radiotrasmittente e a legarlo, come i due più fortunati colleghi dell’altro gruppo che erano andati a cercarla. Dei cinque commando che l’avevano attaccata ne erano sopravvissuti tre, tutti erano al momento legati e privi di conoscenza. Non l’avrebbero infastidita.
Appena Faith toccò il pulsante di chiamata sul pannello nero inserito nella parete, le porte dell’ascensore si aprirono, le due lucidi ante di acciaio riflettevano distorta la figura nera che era la cacciatrice e la mitraglietta che lei teneva puntata verso l’interno del vano. Che era vuoto, come aveva detto il ragazzo.
Faith entrò nel piccolo ascensore dagli eleganti pannelli di legno scuro. Premé il pulsante del primo piano accostandosi il più possibile alla parte vicino ai comandi, prendendo mentalmente nota della posizione della botola sul soffitto. Il ragazzo le aveva detto che sarebbero passati probabilmente dieci minuti prima che qualcuno si chiedesse che fine avesse fatto la sua squadra. Faith non aveva creduto a questa informazione, non del tutto almeno, cinque minuti erano una stima molto più realistica del tempo che sarebbe passato prima che fosse dato l’allarme, anche se sperava che la sua buona stella si decidesse a mettersi a splendere.
L’ascensore si fermò e le porte si aprirono su un altro corridoio vuoto. Sembrava che il Concilio fosse deserto. Si era immaginata una scena da ufficio con uomini in giacca e cravatta che indaffarati si muovevano tra scrivanie e telefoni squillanti. Ma non era così. Almeno non in questa ala.
Meglio per lei, il suo compito sarebbe stato più facile. Uscì dall’ascensore e si avviò a piccola corsa lungo il corridoio, anche questo era coperto a metà altezza da pannelli di legno scuri che davano si all’ambiente un tocco raffinato, ma lo rendevano quasi angosciante per la cupezza.
Faith teneva il mitra puntato davanti a sé mentre procedeva velocemente, facendo attenzione a cogliere il minimo movimento delle porte od il più piccolo rumore. Intanto cercava di escogitare un buon sistema per accedere alla sala controllo.
Il ragazzo le aveva spiegato che era difesa da vetri antiproiettile ed antisfondamento, praticamente a prova di bomba. Quella sala era stata progettata per essere isolata, imprendibile, visto che da lì si comandava tutto. Per questo era senza finestre ed aveva un unico accesso.
E quella porta si poteva aprire solo dall’interno. Comandata da uno dei tecnici.
E Faith aveva poco tempo e nessun esplosivo per entrare lì dentro, eppure era essenziale.
Doveva trovare un altro modo. Svoltò nel corridoio che si apriva alla sua sinistra. Le indicazioni che aveva erano estremamente precise ed il suo senso dell’orientamento faceva il resto.
Se c’era una cosa che Faith sapeva fare era orientarsi, una dote innata, che da quando era diventata cacciatrice era soltanto migliorata, raggiungendo praticamente la perfezione. Era impossibile che si perdesse in un percorso simile.
Superò altre porte chiuse su una parate e sull’altra. Tutte uniformemente marroni, con maniglie dorate e targhette anch’esse dorate. Probabilmente si trattava di uffici, che altro potevano essere? Pregando che nessuno uscisse in tempo per vederla e sorprenderla alle spalle, Faith continuò la sua avanzata allungando il passo. Doveva sbrigarsi non sapendo in quale situazione si trovasse Miss Parker.
Le pareti stavano diventando di un colore sempre più chiaro, una tinta vicino al crema. I pannelli di legno erano scomparsi, facendo sembrare questo corridoio molto più luminoso del precedente, anche se l’illuminazione era fornita da lunghe lampade alogene dal colore azzurrognolo.
Pareti crema su cui due ombre nere risaltarono improvvisamente.



I due agenti del servizio di sicurezza stavano facendo il loro solito giro di pattuglia, nel solito e familiare silenzio, quando appena svoltato un angolo cieco si ritrovarono davanti a qualcuno che veniva loro incontro correndo.
I loro riflessi furono più veloci dei pensieri. Qui non doveva esserci nessuno, era una zona ad accesso limitato. Tanto meno doveva esserci qualcuno armato di mitra e dal volto coperto. Senza neanche rendersene conto, entrambi cominciarono a sparare un battito di cuore dopo aver registrato la presenza di quella figura.
Faith non li aveva sentiti arrivare. Il rumore dei suoi passi, anche se attutito dalla moquette, aveva coperto il loro. Probabilmente indossavano scarpe scelte proprio perché non facevano alcun rumore. La sua concentrazione era calata per un istante, mentre cercava la soluzione al suo problema strategico, ed aveva commesso un errore. Loro non ne commisero alcuno.
Spararono immediatamente due brevi raffiche con i loro mitra silenziati. Faith riuscì a schivare senza troppi problemi la prima sventagliata di pallottole buttandosi immediatamente alla sua destra, anche se uno dei proiettili la colpì alla spalla sinistra.



Una donna sulla fine dei trenta, elegante e distinta nel pull-over nero e pantaloni panna che portava sotto il lungo cappotto di pelle, camminava facendo risuonare arrogantemente i suoi tacchi lungo il corridoio deserto. Si dirigeva a passo rapido verso una delle uscite secondarie dell’edificio, praticamente adiacente al parcheggio esterno.
Nell’atrio, vicino alla porta, si trovava un piccolo gabbiotto da dove una guardia sorvegliava il via vai delle persone, e che, per una volta, non sembrava guardare annoiata un qualche programma alla televisione che poggiata su un ripiano.
Ignorando ostentatamente la guardia, come facevano tutti gli osservatori dall’alto del loro sapere, la donna, i cui capelli neri coprivano parte del viso, lasciando in ombra il resto dei lineamenti, uscì alla luce pomeridiana senza fermarsi né rallentare.
Aveva una mano stretta attorno alla maniglia della valigetta di pelle marrone che portava ed un seconda, in tasca, attorno all’impugnatura di una pistola che non le apparteneva.
Miss Parker scese le scalette in fretta, dirigendosi verso la sua berlina, parcheggiata poco distante, socchiudendo gli occhi alla luce improvvisa del sole, accecante dopo il lungo soggiorno all’interno dell’edificio.
Non sapendo se la sorveglianza era riuscita ad avere una sua descrizione, per quanto sommaria, per evitare rischi, appena trovato un ufficio abitato da una simpatica inglese, che sembrava portare la sua stessa taglia, aveva deciso di entrare e procedere ad un opportuno cambio d’abito. Non del tutto consenziente.
Così, mentre attraversava con i suoi nuovi vestiti i lunghi corridoi su cui si affacciavano infiniti uffici, aveva assunto quell’atteggiamento che le aveva fatto guadagnare il nomignolo, affatto affettuoso, di regina dei ghiacci, che da sempre teneva lontano inopportuni scocciatori.
Durante tuta la sua camminata alla ricerca di un’uscita non aveva attirato nessuno sguardo indagatore, né fastidiose intromissioni.
Sapeva dove andare, e sapeva come far sembrarlo.
Soltanto ora, mentre sedeva dietro il volante ed avviava il motore dell’auto, si permise di ammettere che il piano sembrava aver funzionato. Lei era fuori da quell’edificio con tutti i documenti che aveva potuto trovare.
E tutti estremamente utili.
L’unica domanda rimasta in sospeso era se anche Faith fosse riuscita a portare a termine la sua parte, già difficile (praticamente impossibile), in seguito a come si erano evoluti i fatti.
Se la cacciatrice avesse fallito sarebbero stati guai per Miss Parker. La sorveglianza non ci avrebbe messo molto a rintracciarla.
Ed avere un’altra organizzazione segreta nella tua vita, ed una che vuole la tua morte, non aumenta le tue possibilità di arrivare all’età pensionabile.
Percorse il lungo viale alberato che attraversava il parco per poi superare il cancello esterno, preoccupata da questi pensieri.


Il dolore fu un’improvvisa esplosione lungo i suoi nervi, l’impatto la sbilanciò appena mentre le sue spalle ruotarono leggermente. Ignorandolo del tutto Faith si proiettò con un ulteriore scatto in avanti per chiudere la distanza di due metri che la separava dagli uomini della sicurezza.
Correndo alzò la propria arma e rispose al fuoco. Uno dei due cadde a terra, due pallottole conficcate nella testa, prendere la mira a quella distanza era una sciocchezza, bastava tener conto della rapidità di spostamento ed il gioco era fatto.
L’altro fu colpito ad un braccio appena prima che riuscisse a sparare ancora. Istintivamente si portò l’altra mano sulla ferita sanguinante. E quello fu il suo errore.
Faith, ignorando la mitraglietta, a questo punto solamente ingombrante, la lasciò penzolare attaccata alla cinghia che si era assicurata, e colpì la guardia ancora in piedi, ormai a poco più di venti centimetri da lei, con un pugno al volto che gli c’entrò il naso, spaccandoglielo.
Il sangue si sparse sul volto dell’uomo e lui portò immediatamente entrambe le mani a coprire il setto nasale fratturato tentando di tamponare le narici, mentre emetteva un urlo strozzato di dolore e sorpresa.
Il dolore lo intontì, rendendolo incapace di reagire abbastanza in fretta. Faith, senza dargli un istante per riprendersi, lo colpì con un ginocchiata all’addome ed il trentenne si piegò su se stesso. Fu spinto a terra dalla successiva gomitata sulla schiena. Non tentò di rialzarsi, limitandosi a gemere pietosamente accanto al compagno morto.
Cinque lunghi secondi ed era tutto finito.
Faith respirò a fondo e controllò per prima cosa la sua spalla sinistra. Passò le dita dove aveva sentito l’urto. Sentiva il punto esatto pulsare furiosamente, ma sapeva che quello non era il dolore di una ferita da arma da fuoco.
Con indice e medio toccò il metallo della cartuccia senza sentire il sangue caldo e vischioso. Il giubbotto antiproiettile aveva fermato la pallottola. Un campanello di allarme suonò improvvisamente nel suo cervello. I gemiti erano scomparsi improvvisamente, sostituiti da laboriosi respiri. Faith si girò su se stessa e sparò una breve raffica al sopravvissuto, che era riuscito a mettersi in ginocchio e ad impugnare nuovamente il mitra.
Morto, l’uomo ricadde indietro, l’indice a pochi millimetri dal grilletto dell’arma, puntata fino ad un attimo prima, contro di lei.



In sala controllo, Matt cominciò a sorvegliare con più attenzione gli schermi relativi alle uscite secondarie. Aveva avvertito la squadra dell’ala est di dove aveva rintracciato una delle due fonti di segnali radio, ed aveva segnalato al posto di controllo più vicino alla biblioteca di andare a controllare la seconda.
Pochi minuti dopo aveva perso il segnale radio. La trasmissione era stata criptata, e criptata bene, ed a parte fruscii senza significato non aveva potuto sentire alcuna conversazione. Una volta perduto aveva subito provato a rintracciare di nuovo il segnale, ma non c’era riuscito. Dovevano aver chiuso la comunicazione, o perché si erano accorti di essere stati intercettati o perché le spie erano già state catturate. Per ricevere conferma ad una delle sue ipotesi, aveva chiamato l’operativo che era stato mandato in biblioteca, ma l’uomo non aveva risposto alla propria radio.
Dopo due o tre tentativi falliti Matt aveva avvertito un secondo uomo di andare a controllare. In caso una delle spie fosse sfuggita alla cattura. Non aveva motivo di credere che la squadra est si fosse fatta scappare l’obbiettivo assegnato, senza almeno un contatto visivo. Aveva bisogno della descrizione fisica dei soggetti per evitare che uscissero dal perimetro controllato indisturbati.
In attesa del rapporto del secondo operativo, Matt continuò a controllare le schermate video del parcheggio ed alcune di quelle delle uscite secondarie, cercando qualcuno di sospetto, senza però trovarne.
Circa un minuto dopo ricevé il rapporto del secondo operativo andato in biblioteca. Aveva ritrovato il collega svenuto ed ora procedeva alla ricerca dell’individuo. Il collega, ancora privo di sensi, non aveva potuto dare una descrizione dell’individuo; sarebbe stata una caccia ai fantasmi, ma l’uomo, uno dei più esperti, aveva deciso comunque di fare un tentativo.
Imprecando tra sé, Matt, una volta chiuso il collegamento, continuò a pensare che da qualche parte doveva pur esserci un filmato della gente che cercavano. Doveva soltanto aspettare che l’operativo trovato svenuto riprendesse i sensi e poi avrebbe avuto tutte le risposte che cercava.
Avrebbe solo dovuto aspettare.
Non poteva fare altro.
Innervosito guardò l’orologio, erano passati più di tre minuti dalla prima intercettazione del segnale radio e non aveva ancora ricevuto il rapporto della squadra est. Provare a chiamarli non gli saltò nemmeno in mente, quella era la squadra comandata da Regan, e quell’uomo aveva un odio per tutto ciò che era tecnologico ed un odio speciale per lo stesso Matt.
Entrambi cercavano sempre di non finire negli stessi turni di sorveglianza per evitare di incontrarsi o parlarsi. Meno si sentivano più erano felici. Era una cosa risaputa.
Cancellata la preoccupazione per il ritardo del rapporto della squadra di Regan, Matt tornò a pensare a come avere un profilo della gente infiltrata. Probabilmente i filmati dell’ingresso avevano la sua risposta, ma quale delle decine di persone entrate da quella mattina, era quella che cercava lui? Non poteva saperlo.
Frustrato, si appoggiò sconsolato sullo schienale della sua sedia girevole, abbandonandosi con tutto il peso del corpo. La poltrona cominciò a girarsi verso la porta a vetri. Lì stava ancora aspettando l’addetto alle comunicazioni della squadra che doveva montare il prossimo turno di guardia. E la giovane donna bruna stava cominciando a diventare nervosa a causa della lunga attesa. Matt poteva vedere il suo piede battere nervosamente a terra.
Facendole cenno di essere paziente per ancora qualche secondo, il tecnico scelse velocemente una delle frequenze e l’annotò su un taccuino che aveva vicino al computer. Poi lasciò la sua consolle per andare ad aprire la porta a vetri in modo da comunicare la scelta del canale all’addetta.
Mentre si avvicinava all’ingresso Matt era certo di star dimenticando qualcosa di importante.
Doveva essere qualcosa a riguardo le spie che si erano infiltrate.
Non riusciva a capire la strana sensazione che provava. Sapeva che c’era qualcosa appena al limite della sua coscienza che era molto importante ricordare.
Ma cosa?
Le due porte si aprirono, scivolando silenziosamente lungo le scanalature fino a sparire nelle pareti stesse, frusciando appena. Matt si vide riflesso per un attimo dalla vetrata, riconobbe il suo profilo spigoloso e fu tentato di sorridere come faceva sempre, i riflessi distorti erano una cosa che lo divertiva fin da piccolo. Ma nella mente del tecnico qualcosa continuava ad agitarsi per essere ricordato.
Ma cosa era?
Mentre superava la soglia della sala di controllo, la bocca già aperta per parlare, l’uomo si accorse di una massa scura ad una delle due estremità del corridoio. Girò la testa verso destra e mise a fuoco l’ombra al limite del suo campo visivo.
Ma che cosa era?
Capì e ricordò contemporaneamente.
L’addetto alle comunicazioni!
L’addetto alle comunicazioni della squadra che doveva montare il turno, prima era un ragazzo, non l’attraente bruna che gli stava di fronte. Il massiccio ragazzo che ora era steso a terra in fondo al corridoio. Incosciente o morto?
No, non doveva pensare a quello…dare l’allarme… si, dare l’allarme… però… lenti i suoi riflessi… lunghissimo il tempo per girare la testa…
Matt si voltò verso la falsa addetta alla sicurezza, stupito più che spaventato, la bocca aperta in una smorfia di sorpresa, ancora non capiva, non riusciva a collegare (eppure era la cosa che la sua mente logica faceva meglio…), e la vide sorridere.
Poi diventò tutto nero.


In mezzo all’Atlantico, su di un aereo privato.



Jason sedeva con il resto della squadra nella carlinga dell’aereo. Non era eccessivamente stanco e si poteva ritenere soddisfatto della missione.
L’edificio, l’hotel Hyperion, se non sbagliava, era crollato dieci minuti dopo lo scoppio delle bombe incendiarie. Era una vecchia costruzione e c’era voluto poco per farla diventare un ammasso fumante di macerie che avevano continuato a bruciare per le successive sei ore.
All’arrivo dei pompieri i suoi uomini si erano nascosti, continuando a sorvegliare quelle rovine. Non ne era uscito nessuno. La durata dell’incendio ed il crollo, oltre alle alte temperature raggiunte all’interno dell’edificio, rendevano chiare le possibilità di sopravvivenza di chiunque fosse stato nell’hotel.
Al notte precedente Jason aveva fatto fare un’accurata ispezione della rete fognaria, alla ricerca di passaggi ed ingressi. Non ne erano stati trovati. In pratica in quell’edificio non esistevano neanche le cantine, che del resto dovevano essere andate distrutte nel crollo.
Ciò che più gli faceva piacere della missione era il fatto di non aver perso un solo uomo. Odiava perdere qualcuno ai suoi ordini. Il suo compito era riportare a casa quella gente viva. Se un piano significava la morte della sua squadra, quello era un piano cattivo. Se ci fossero stati dei morti, la responsabilità sarebbe stata solo sua.
Abbandonando la linea di pensieri, Jason si alzò per andare al telefono satellitare che si trovava nell’altro scomparto. Era ora di fare il rapporto. Compose il numero diretto dell’ufficio che cercava ed attese mentre il telefono squillava.
-Pronto?
La voce si sentiva perfettamente, non c’erano interferenze, si trattava di una comunicazione satellitare. Jason parlò liberamente sapendo che il collegamento era protetto.
-Signore, sono Jason.
-E’ un piacere sentirla Jason. Quale è l’esito della missione?
-La missione è stata un successo, signore.
-Gli uomini?
Era questo che Jason più apprezzava del proprio comandante, si interessava degli uomini, al contrario di Travers, che vedeva tutti come pedine.
-Tutti salvi signore. Nessun ferito.
-Ha svolto un ottimo lavoro Jason. I miei complimenti.
-Grazie signor Miller.



Delaware, Il Centro. Il giorno successivo.



Il signor Parker sedeva alla sua scrivania lavorando su un voluminoso plico di fogli. Erano giorni frenetici all’interno del Centro. Stava organizzando gli ultimi dettagli del suo piano per prendere il potere, cercando gli ultimi alleati e controllando il nemico.
La Torre era forte, molto forte, e se non di sconfiggerla sperava almeno di accedervi, non aveva interesse nel distruggerla finché ne avesse fatto parte. Si, avere lo stesso potere di Matumbo gli sarebbe bastato, e non dubitava di ridurre i suoi futuri colleghi a più miti consigli. Sorrise tra sé alla prospettiva mentre esaminava il nuovo progetto che voleva avviare.
Fortunatamente sembrava che Jarod si fosse preso una “vacanza”. Da qualche tempo non cercava più di ostacolare le sue operazioni. Una fortuna insperata. Per questo colpo di potere, a cui si preparava da più di dieci anni, aveva bisogno di tranquillità.
Sentì le porte del suo ufficio aprirsi e chiudersi mentre qualcuno, non annunciato, né atteso, entrava. Alzò lo sguardo e riconobbe la figlia. Aveva uno sguardo furibondo, la mandibola era tesa, il suo corpo emanava rabbia.
Senza molto interesse il padre si chiese che cosa era accaduto, sperando ancora una volta che Jarod non c’entrasse. Con un po’ di fortuna si trattava probabilmente dell’ultimo scontro tra lei e il fratello Lyle. Le sorrise, di quel suo sorriso così caratteristico, che molti avrebbero detto carico di affetto.
Molti.
-Buon giorno Angelo, che cosa è successo?
Lei non rispose e questo turbò il padre. Non si mise a passeggiare avanti ed indietro per l’ufficio come suo solito. Era rimasta immobile a qualche passo dalla sua scrivania.
Il signor Parker sentì che c’era qualcosa di diverso in lei, la guardò più attentamente e gli sembrò persa nei propri pensieri. Mentre la osservava lei parve arrivare ad una decisione dentro di sé, ed in una frazione di secondo lei cambiò.
Per la prima volta il signor Parker ebbe paura di lei. Per la prima volta si chiese se quella era davvero sua figlia. Fredda e distante lo guardava.
Era definitivamente pericolosa.
Quando arrivò a quella conclusione una Smith&Wesson 9 mm era puntata contro di lui. E negli occhi che lo fissavano non c’era più l’affetto, quell’affetto che l’aveva sempre legata a lui. Avrebbe voluto dire, credere, vedere, che quegli occhi, gli occhi di un’estranea, fossero semplicemente vuoti, vitrei, ma non era così.
Pulsavano di una ritrovata vita che vi scorreva dietro e della sete di vendetta che li animava.
Il signor Parker cominciò a sudare freddo mentre tentava di rimanere immobile e si aggrappava alla propria clinica lucidità per non cadere preda del terrore che cercava di impadronirsi di lui. Non aveva neanche bisogno di simulare sorpresa per la reazioni della figlia ad uno dei tanti fatti accaduti (di cui lui aveva finto ignoranza), come aveva fatto molte altre volte, ora era tutto vero. Tentò di deglutire nervosamente, ritrovandosi senza saliva. Ancora pochi attimi e ritrovò la parola.
-Angelo, cosa stai facendo?
Non ebbe risposta. Non lasciò che il silenzio regnasse nuovamente, continuò.
-Angelo abbassa quell’arma. Che cosa vuoi fare? Qui non c’è nessuno di cui temere. E’ un posto sicuro questo, Angelo. Abbassa la pistola, non ce ne è bisogno. Non vedi? Ci sono solo io. Mi riconosci? Sono tuo padre.
Miss Parker lo fissò negli occhi. Da quando era entrata nella stanza non aveva mai staccato lo sguardo dal volto di lui né aveva mai battuto le palpebre. Per la prima volta in quelle iridi dalle pupille un po’ dilatate, c’era paura e lei si rese conto che non era simulata, non questa volta. Le sarebbe bastata una leggera pressione dell’indice e sarebbe tutto finito. Bugie, menzogne, dubbi e tanti segreti di cui non voleva venire a conoscenza.
Un semplice scatto del grilletto, il colpo, poi tutto finito.
Trattenne il fiato.
Poi abbassò l’arma.
Il signor Parker si rilassò ed un sorriso gli affiorò sulle labbra, inconsapevolmente, reazione allo stress nervoso appena provato.
Guardò la donna davanti a lui (perché ormai era cresciuta) ancora un istante, lungo un secolo, quasi un’eternità.
Abbassò poi lo sguardo al petto e vide dove la pallottola era entrata. Il sangue cominciava a macchiare la sua giacca panna, fatta su misura da un sarto italiano.
Gli sembrò che il tempo rallentasse, si dilatasse, per poi fermarsi in un solo istante. La piccola macchia scarlatta così evidente sul tessuto chiaro. Il signor Parker se ne sentì attratto, e, curioso di sentirla, avrebbe voluto allungare le dita per toccare quel liquido caldo.
Invece le dita della sua mano destra lasciarono la presa della penna con cui stava scrivendo poco prima. Fu il rumore della stilografica blu notte, dal pennino d’oro massiccio (regalo di Natale della figlia), sul lucido legno della scrivania a rompere l’incanto.
Il busto, non più sorretto dalla forza muscolare e sbilanciato dal peso della testa, si piegò e dopo aver urtato il piano della scrivania fece scivolare indietro la poltrona di pelle. Come accartocciandosi su se stesso il signor Parker cadde da essa.
Le forze lo abbandonarono e con esse la vita.
Prima che il corpo raggiungesse terra era già morto.
La pistola si era rialzata un attimo dopo essersi abbassata, in un unico, fluido, movimento.
Senza aver detto una parola da quando era entrata in quell’ufficio, trenta secondi prima, Miss Parker inserì la sicura e rimise nella fondina la Smith&Wesson per poi girarsi ed uscire. Senza mai voltarsi indietro, senza mai guardare il cadavere dell’uomo che aveva considerato suo padre per così tanti anni.
Un padre che aveva amato, un genitore che aveva aiutato a sopravvivere, ricevendo in cambio solo indifferenza e delusioni. L’unica persona a cui lei avesse mai dato il potere di decidere, il potere di usarla.
Il padre in cui aveva fiducia.
L’uomo che le aveva mentito per così tanti anni.
L’uomo che le aveva tolto la madre e l’unico amore, facendone ricadere la colpa su altri ed utilizzando la sua sete di vendetta per i propri scopi.
Allontanandosi da quell’ufficio, mentre gli uomini della sicurezza la superavano indifferenti, sorrise.
Un sorriso triste.
Era finita con il passato.
Ora ci sarebbe stato il presente.



Da qualche parte negli U.S.A. .



Nella piccola sala c’erano tre uomini seduti intorno ad un tavolo basso, occupati a giocare a carte. Uno di loro stava fumando, con evidente piacere, un piccolo sigaro marrone, divertendosi a formare piccoli sbuffi di fumo bianco che si perdevano nell’aria.
La porta che dava su un corridoio nero come la pece si aprì. Senza mostrare sorpresa, i tre si girarono giusto in tempo per vedere la sagoma del loro capo illuminata dalla luce. Come sempre l’uomo era in giacca scura e cravatta, del tutto indifferente a ciò che lo circondava.
Quell’uomo si comportava allo stesso modo in un museo nazionale, una cattedrale ed una bisca clandestina. Era una di quelle figure epiche del proprio campo, su di lui giravano molte storie. E quelle di cui un uomo perbene potesse andare fiero non erano ancora state raccontate, sempre ammesso che esistessero. Qualcuno lo avrebbe definito un “insensibile bastardo”.
L’unica cosa non confermata era il “bastardo”.
Era da sempre insensibile.
Li salutò con un cenno del capo appena accennato e l’uomo con il sigaro si sbrigò ad alzarsi dalla sedia per andargli incontro. Non si strinsero la mano.
-Ha fatto presto ad arrivare, signore.
Non era rispetto quello nella voce, era deferenza. Il potere di quell’uomo non era da rispettare, era da temere.
-Si, ci ho messo poco. Dov’è?
L’uomo più giovane gli fece segno di seguirlo mentre faceva cadere un po’ di cenere dalla punta del sigaro. Si sarebbe potuto immaginare che il passaggio interno fosse in un seminterrato, visto che le uniche finestre erano dei lucernari posti vicino al soffitto. Arrivarono davanti ad una porta dopo aver percorso un corridoio malamente illuminato e dai muri spesso scrostati quando non avevano ceduto. L’intera costruzione cadeva letteralmente a pezzi, e non molti si sarebbe stupiti se uno dei piani rimasti sarebbe crollato, ma, isolata ed abbandonata come era, si adattava ai loro scopi.
La porta davanti a cui si erano fermati, notò con piacere il nuovo arrivato, era stata rinforzata. Probabilmente l’unica cosa sicura dell’intero edificio. Si aprì senza protestare per immetterli in una minuscola saletta. O per meglio descriverla, in una cella. Solide pareti di mattoni, nessuna finestra ed un corpo in un angolo. Immobile.
Senza avvicinarsi, l’uomo in giacca e cravatta lo studiò per un attimo.
La figura era alta, slanciata, dalla pelle bianchissima e i capelli ossigenati. Metà del volto persa nel buio, ma i lineamenti che si intravedevano erano come ricordava, puliti, quasi eleganti.
Si, era lui, non aveva dubbi.
-Si è mai svegliato dal suo “arrivo”?
-No signore, lo teniamo sotto sedativi.
Era meno pericoloso, non voleva che si liberasse e gli creasse problemi. Da quell’esperimento con la Summers aveva imparato un po’ di cose… e qualunque cosa si dicesse su quel vampiro era meglio renderlo completamente inoffensivo.
-Cessate la somministrazione ed avvertitemi quando si sveglia.
Lui e quel vampiro avevano un affare da discutere.
-Come vuole signor Travers.



Delaware, a poche miglia dal Centro, casa di Lyle.




Lyle aprì la porta ma non accese le luci come era sua abitudine, si sentiva euforico, nonostante il suo dialogo con la dolce sorellina, così dolce che immaginava che lei lo amasse tanto da sognare ogni notte di ucciderlo.
Lyle non credeva però che avrebbe mai messo in pratica questi suoi propositi, nonostante sua sorella avesse ucciso personalmente il loro così detto padre, a sangue freddo nel suo ufficio, per poi uscirne tranquillamente come se niente fosse successo.
C’era dal morire dal ridere al pensiero che poi, con la pistola ancora calda nella fondina, era entrata nel suo di ufficio, per minacciarlo. Gli aveva detto che la doveva lasciare in pace. Lyle non aveva creduto che Miss Parker sarebbe stata in grado di farlo ed invece...
Non avrebbe più dovuto sottovalutarla, quella che era entrata nel suo ufficio non era la Miss Parker che aveva conosciuto negli ultimi anni. Era una nuova persona, una persona che si era accorta di poter uccidere. Lyle l’aveva usata per liberarsi del padre, ma indirettamente aveva creato un’avversaria veramente molto pericolosa, qualcuno che bisognava eliminare il prima possibile.
Durante il tragitto dal Centro al suo nuovo appartamento (aveva cambiato residenza dopo aver scoperto che qualcuno era entrato nella sua vecchia abitazione), aveva già cominciato a far progetti su come eliminare la sorella.
Domattina stessa avrebbe assoldato un killer professionista, aveva già i contatti, perché era questa la vera debolezza di Miss Parker, non possedeva un braccio armato a cui fare affidamento. Poteva crearlo, era vero, ma non in meno di ventiquattro ore.
E questo progettare l’omicidio della sorella senza dover pensare a come rendere il padre neutrale o alla possibile reazione punitiva della Torre, che non esisteva, come aveva dimostrato il gesto, lasciato impunito, della stessa Miss Parker, lo rendeva felice.
Era bella questa nuova sensazione di potere, come testimoniava il sorriso sulle sue labbra.
Morta anche la sorella, lui, Lyle, avrebbe avuto nelle mani tutto il potere della famiglia Parker, senza che nessuno sospettasse che lui fosse dietro l’omicidio del padre, anzi lo avrebbero visto come il suo vendicatore, una prova aggiuntiva della sua forza.
Improvvisamente si immobilizzò. Una mano, spuntata dal nulla, lui non aveva sentito niente e l’allarme non era scattato, gli stringeva il collo mentre un coltello era puntato alla sua gola. Lyle non riusciva ad immaginare chi ci fosse dietro a quel coltello.
Di certo non qualcuno del Centro, loro usavano armi da fuoco, escluse rapidamente anche avversari del suo passato. Il suo indirizzo era riservato, neanche al Centro sapevano dove abitava, e nella nuova casa aveva aumentato la misure di sicurezza in modo da renderla inespugnabile.
L’unica possibilità era che fosse un killer a pagamento, ed uno estremamente abile, dato che, senza allentare la presa, per non dargli alcuna possibilità di divincolarsi, con il coltello gelido sempre a contatto con la delicata pelle del suo collo, gli tolse la pistola dalla fondina, togliendogli la sua sola arma e rendendolo così innocuo.
E Lyle non ci mise molto a ricordare le ultime parole della sorella. “Capirai” aveva detto.
-Buonasera mister Lyle.
Era una voce femminile, ma la forza che dimostrava il suo aggressore era impressionante. Lyle non aveva possibilità di uscire da quella presa.
E così Miss Parker lo possedeva quel braccio armato, ed aveva fatto anche la prima mossa. Ormai aveva la prova che quella donna era davvero sua sorella.
Era spietata come lui. Lo era diventata. Lyle scosse mentalmente la testa, ancora un po’ e le sarebbe pure risultata simpatica mentre aveva un carnefice assoldato da Miss Parker alle spalle.
-Chi sei?
L’altra rise, divertita.
-Chi sono? La tua ombra.
Lyle mantenne il sangue freddo. Rise.
-Ah, davvero?
Riuscì a dirlo con in tono di sfida. Il coltello fu premuto sulla carne quanto bastava a farne uscire del sangue. L’acciaio era decisamente freddo. Lyle non poté fare a meno di rabbrividire.
-Non mi provocare Lyle, non mi dare un motivo in più per ucciderti, anche se pensandoci… non ne ho bisogno… so abbastanza cose di te per sapere che se ti uccido sarò un passo più vicina alla santificazione che alla dannazione.
-Se mi uccidi avrai tutto il Centro ed alcuni miei amici sulle tue tracce, sarai cacciata come un animale fino alla tua morte.
Era una minaccia vuota, ma lui sapeva bluffare. Magari era soltanto un’esterna che non sapeva come funzionava.
-Credi di spaventarmi? Se muori al Centro faranno una festa. Altro che rimpiangerti. Se non hanno mosso un dito per tuo padre, perché lo dovrebbero fare per te? Certo potresti aspettarti aiuto da altri… - ci fu una pausa, come se l’aggressore stesse riflettendo. -Per quanto riguarda i tuoi amici cannibali. – Lyle si irrigidì a queste ultime parole. Credeva che quello fosse un segreto. Ne era certo, come del fatto che la sua casa fosse sicura. L’altra si accorse della sua reazione e continuò con voce divertita. –Non avrai creduto che il tuo essere parte di questa piccola associazione neanche un po’ segreta, mi fosse oscuro, vero? Comunque loro… tendono ad essere morti. Credo che tu sia l’unico superstite o quasi della setta, forse ce n’è un altro nel mondo, ma non ci scommetterei. Ma se vuoi seguire i tuoi “fratelli” nella tomba basta che lo domandi cortesemente.
Ora Lyle aveva paura. Quella donna aveva fatto il vuoto attorno a lui. Non rimaneva che trattare.
-Cosa vuoi?
-Bene, vedo che hai ricominciato a ragionare. E’ molto semplice. Basta che tu faccia quello che ti ha chiesto molto gentilmente Miss Parker.
-E perchè dovrei farlo?
-Semplice, tu vuoi vivere. Fai qualcosa di sospetto, e ti assicuro che ho le mie fonti per venire a saperlo, e ti ritroverai a pregare di essere ucciso. Non sei affatto irraggiungibile come pensi Lyle. Ti sono arrivata vicina oggi e lo posso fare quando voglio.
-Senti, ragioniamo… Tu sei un ottimo elemento, me lo hai appena dimostrato. Passa a lavorare per me. Qualsiasi sia la cifra che ti ha offerto Parker la raddoppio.
-Pessimo tentativo Lyle. Dopo che ho accettato un lavoro, io lo porto sempre a termine. Sai anche tu cosa succede ai mercenari che non lo fanno, o che si vendono al miglior offerente. E poi tu non mi piaci come datore di lavoro. Quindi le contrattazioni sono chiuse. Ricorda le mie parole, non ci sono seconde possibilità.
Lyle sentì un colpo in testa e cadde a terra svenuto.




New York, in una stazione di pullman.



Era quasi mezzanotte quando l’ultimo autobus da Albany arrivò. Era in ritardo di quasi un’ora. Non scesero tantissime persone e la maggior parte di loro era più stanca che arrabbiata a causa dei contrattempi che avevano provocato il ritardo. Erano partiti dalla capitale dello stato poco dopo il tramonto ed avevano tutti sonno, pochi di loro erano riusciti a dormire veramente lungo il viaggio a causa di un autista a dir poco incompetente.
Ci fu il solito caos vicino agli sportelli del bagagliaio nel ritirare le borse. Una trentina di persone che si affollava attorno al conducente alla ricerca della propria valigia, a volte spintonandosi per cercare di afferrare qualche secondo prima il proprio bagaglio ed allontanarsi prima degli altri.
Un po’ distante da loro, eppure lontano anni luce nel modo di comportarsi distaccato che aveva, si trovava un uomo alto, dai capelli scuri ed il fisico imponente, anche lui appena sceso dal pullman, che si muoveva rigidamente, come se fosse stato ferito di recente alla schiena. Sembrava solo, senza nessuno che lo fosse venuto a prendere alla stazione.
L’uomo, sempre muovendosi rigidamente, facendo attenzione a non ruotare il busto, spostò nervosamente la piccola borsa di pelle marrone che teneva sulla spalla destra, in una posizione tale da non toccare le ferite non completamente rimarginate, poi si avvicinò ad uno dei telefoni pubblici posti in fila al termine delle banchine.
Mentre alzava la cornetta la stazione degli autobus cominciava a svuotarsi velocemente. Alla gente non piaceva rimanere di notte in quel quartiere per più del tempo necessario.
Il pullman ripartì per andare a raggiungere il deposito notturno, alcune delle macchine nel parcheggio avviarono i motori e si allontanarono, lasciandolo deserto. Nella sala d’aspetto interna rimasero solo una decina di persone, alcune delle quali con un aspetto non propriamente raccomandabile, abiti sgualciti e capelli aggrovigliati.
Ben presto l’uomo rimase solo sulla banchina, immerso nei suoi pensieri, la cornetta del telefono ancora in mano, le dita dell’altra a pochi centimetri dalla tastiera.
Era stato un viaggio massacrante e lui non mangiava da non ricordava più quanto tempo. Non poteva andare avanti così ancora per molto senza crollare. Le ferite gli avevano fatto perdere molto sangue e lui si sentiva molto stanco, pronto a cadere in uno stato quasi letargico.
Ignorando la spinta della fame e la palpebre sempre più pesanti, inserì delle monete nel telefono coperto di graffiti e compose un numero a memoria.
Rispose una voce femminile assonnata.
-Chi parla?
-Eliza? Sono a New York.
La voce dall’altra parte era già sveglia quando parlò nuovamente.
-Dimmi precisamente dove Angel, che ti vengo a prendere. Credo che abbiamo molto di cui parlare.
Il vampiro diede l’indirizzo preciso per poi attaccare ed andare a sedersi su una panchina per riposarsi. Le gambe e le braccia facevano molto male, e lui avrebbe dato tutto per poter chiudere gli occhi e dormine un paio di ore, ma non era sicuro farlo lì.
“Ora abbiamo molto di cui parlare. Sicuramente abbiamo di che parlare molto più di prima Eliza.”



Cornovaglia, villa di Marlin. Due giorni dopo.



Marlin era seduta dietro la scrivania dello studio alla sua villa, lavorando. Oggi non era andata alla sede del concilio. In seguito a quello che era successo negli ultimi giorni ed alle telefonate che aveva ricevuto, aveva deciso di non farsi vedere.
Aveva bisogno di tempo per pensare, e la sua casa era il posto migliore per farlo. Del resto non doveva essere presente fisicamente in quel palazzo isolato in mezzo al nulla per svolgere il suo lavoro. Avrebbe potuto trovarsi all’altro capo del mondo e sarebbe stata in grado di svolgere senza problemi le proprie attività, esattamente come se si fosse trovata seduta all’elegante scrittoio di ebano nel proprio ufficio.
Andava lì ogni giorno semplicemente perché così poteva tenere sotto controllo fisicamente i suoi avversari, capire se era in arrivo qualche problema dal semplice mutare dei loro comportamenti, e ricordare a loro in ogni istante che lei esisteva, che lei era potente, che lei era pericolosa e che era lì grazie a nessuno oltre a se stessa.
Provava un piacere immenso a passare davanti alle porte aperte di quegli uffici e vedere le loro espressioni falsamente cordiali, obbligarli a salutarla con un rispetto che non provavano, sapere che la odiavano ma che soprattutto la invidiavano, perché era arrivata più in alto di loro, e che non potevano fare niente per toglierla da lì.
Avevano cercato di ostacolarla, di bloccarla. In tutti i modi possibili. Senza mai riuscirci. All’inizio non era stato così, per molti anni l’avevano sottovalutata, arrivando a considerarla già spacciata quando si era messa contro Travers, sfidandolo apertamente.
Aspettavano solo che lei mollasse, i loro melliflui sorriseti stampati sul volto mentre conversavano. Erano certi che avrebbe ceduto o che avrebbe accettato un qualche incarico di poco conto e grande tradizione che le avrebbero offerto come contentino, oh, ne erano così certi.
Perché nessuno l’aveva aiutata, l’avevano lasciata sola, quando aveva più bisogno di aiuto, quando era stata più esposta. Ad un passo dall’orlo del precipizio.
Lei lo aveva guardato a lungo quell’abisso mentre continuava a camminarne sul ciglio, rifiutandosi di lasciarsi cadere. Per ritrovarsi là sotto l’avrebbero dovuta spingere, lei non avrebbe fatto il loro lavoro.
E loro avevano deciso semplicemente di aspettare.
Sapevano che, con suo padre morto, non aveva nessun familiare stretto disposto ad aiutarla nella posizione in cui si era messa, che non aveva amici su cui contare, né alleati che la potessero sostenere nella risalita.
I pochi amici che aveva avuto, che non erano mai stati amici, si erano allontanati da lei immediatamente, appena saputo cosa era successo, od appena si erano resi conto che i dirigenti anziani la volevano escludere dai giochi di potere.
Lei non si era lamentata, non aveva mai mollato, continuando a lottare, anche quando sapeva di essere completamente isolata, e non si era mai presa la briga di informare chi l’aveva sottovalutata che sbagliava a farlo.
Niente inutili minacce.
A lei andava bene così.
Che la ignorassero pure, ma a proprio rischio.
Marlin posò la stilografica, dal pennino d’oro, nell’elegante portapenne che si trovava accanto ai rapporti che aveva appena finito di scrivere, anche loro ordinatamente impilati. Si rilassò contro lo schienale della comoda poltrona per lasciarsi cullare ancora un po’ dai ricordi.
Quella situazione di virtuale abbandono era durata anni, finché qualcuno non aveva ritenuto che era diventata troppo pericolosa per essere ignorata ancora.
Per la posizione che era riuscita a raggiungere nonostante il fatto che nessuno l’aiutasse. Per il suo ingente patrimonio che si era andato moltiplicando grazie ai suoi investimenti. Per il cognome che portava, per quello che quel nome di famiglia rappresentava e che loro non potevano avere.
Marlin.
La famiglia era da generazioni all’interno del concilio, osservatori per tradizione come i Travers, una “casata” rispettata, ma mai potente. Mai veramente, soprattutto negli ultimi decenni. Nobili decaduti, li avevano definiti.
Un nome che non significava niente.
Nessuno dei Marlin era mai arrivato tra i dirigenti di livello superiore, tra i dieci osservatori più importanti. Da quasi un secolo riuscivano a mala pena ad avere ancora una voce in assemblea. Erano stati ostacolati dalle altre famiglie per via di vecchie rivalità, odiati perché erano da più tempo parte di quel mondo, perché erano ricchi, e nessuno era riuscito a farcela con quell’opposizione.
Tranne lei.
E secondo alcuni sembrava addirittura in grado di prendere il controllo del consiglio, un giorno.

Marlin fece ruotare la poltrona fino a fermarla quando si trovò di fronte alla finestra panoramica del suo studio.
Il suo sguardo si perse verso l’orizzonte mentre abbandonava i ricordi per cominciare a riflettere sugli ultimi fatti accaduti.
Sembrava andare tutto bene. Il suo uomo, Matt Grennig, era stato nominato secondo in comando alle comunicazioni. Come promesso, Travers aveva appoggiato la sua candidatura di fronte a Miller, anche se “in absentia”.
La seconda squadra speciale era in attesa che lei nominasse un nuovo comandante, come era stata informata tramite lettera ufficiale firmata dallo stesso direttore dei progetti speciali. Domani avrebbe esaminato i vari candidati.
Od almeno sembrava andare tutto bene prima di tre giorni fa.
Marlin si mise a fissare il sole, il cui disco da giallo stava diventando rossiccio. Bastarono pochi secondi perché macchie colorate apparissero nel suo campo visivo, sembravano danzare mentre muoveva gli occhi.
Tre giorni prima, era mancata improvvisamente la luce nella sede del concilio. Non era mai accaduto prima. Gli allarmi si erano messi a suonare frenetici, i monitor di sorveglianza non ricevevano più immagini.
In dieci secondi l’ordinata sede degli osservatori si era trasformata in un caos di gente urlante, che cercava di raggiungere le uscite, mentre notizie contrastanti di assalti al palazzo erano smentite e diffuse. Le squadre di sorveglianza correvano nei corridoi per andare a presidiare i punti nevralgici della struttura, mentre si cercava di capire cosa fosse successo.
Un agente, completamente vestito di nero con mitra a tracolla, si era posizionato davanti alla porta del suo ufficio, pregandola di rimanere all’interno, in attesa che la crisi si risolvesse.
Le luci di emergenza, neon azzurrognoli posizionate ad intervalli regolari, si erano accese, ed illuminavano i corridoi, proiettando incerte ombre sulle pareti solitamente piene di luce.
Dieci minuti dopo l’allarme era rientrato. Le sirene si erano spente e le comunicazioni minime erano state ristabilite. La gente era tornata lentamente nei propri uffici, cercando di non pensare a quello che era successo mentre chiedevano di essere informati di cosa era successo.
Un minuto dopo la guardia si era allontanata dalla sua porta dicendole che era tutto a posto.
Marlin aveva avuto giusto il tempo di rimettere la pistola che aveva sistemato sullo scrittoio nel cassetto dove la teneva, prima che Miller entrasse come una furia nel suo ufficio, seguito da due guardie del corpo, spalancando la porta con una pedata, facendola andare a sbattere contro la parete.
Il capo del concilio aveva voluto una spiegazione. L’aveva pretesa.
Una spiegazione che Marlin non aveva e non era tenuta ad avere. Lei non era il capo della sicurezza. Miller non si sarebbe dovuto rivolgere a lei ma a Travers.
Lo sapeva anche il primo osservatore tutto questo, ma sembrava che il suo collega fosse sparito, e poiché Jason era in missione da qualche parte nel mondo per conto dello stesso Miller, come capro espiatorio rimaneva solo lei. Un ruolo che lei non aveva intenzione di ricoprire, e l’unico modo per non farlo era risolvere la crisi.
Per questo motivo Magdalene non aveva potuto sapere di più sull’assenza di Quentin o fare ricerche approfittando del caos che ancora dilagava e che aveva interrotto l’applicazione del protocollo per qualche minuto. Si era dovuta impegnare per trovare i responsabili dell’accaduto e dare una parvenza di ordine a quel caos. Miller le aveva dato pieni poteri.
Così era stata lei ha trovare la sala controllo devastata e le registrazioni distrutte, assieme a diversi tecnici privi di sensi. La squadra della sicurezza che aveva mandato a perlustrare l’intero complesso aveva fatto il suo rapporto mezz’ora dopo. C’erano stati cinque morti tra cui il caposquadra Regan e due operativi.
Marlin si era messa a raccogliere meticolosamente tutte le informazioni disponibili e si era cominciata a fare un’idea di quello che era successo. I commando che avevano attaccato il concilio dovevano essere stati almeno due, probabilmente tre o quattro, e nessuno era in grado di darne una descrizione esatta. Le uniche cose scomparse erano state le registrazioni della sicurezza, distrutte o trafugate, ed uno dei Diari degli Osservatori.
Quello di Catherine Parker.

Marlin aveva avuto paura che Faith fosse stata l’artefice del piano d’attacco, nonché uno dei commando. Perciò aveva cominciato ad indagare con più attenzione in quella direzione ma nessuno era stato in grado di riconoscerla e nessuno aveva notato strani “poteri” riguardo agli assalitori.
Momentaneamente soddisfatta dal fatto che apparentemente Faith non c’entrasse niente nell’attacco, e non potesse essere ricollegata ad esso, Marlin aveva riorganizzato le squadre di sorveglianza e provveduto alle mille piccole incombenze necessarie a far funzionare di nuovo quel posto.
Suo personale piacere era stato esiliare il tecnico delle comunicazioni che aveva aperto la sala controllo, in un oscuro avamposto in piena Africa. Che marcisse pure lì per il resto della sua vita.
Preparato a sua volta un rapporto dell’incidente, le cui lacune erano a dir poco abissali ma che era comunque il più esauriente che si potesse ottenere in così poco tempo, Magdalene aveva ritagliato un quarto d’ora di tempo per cercare di rintracciare Quentin, ora che disponeva di pieni poteri.
Nonostante questo non era riuscita a rintracciarlo. Tutto quello che aveva saputo era che Travers non si trovava in missione per conto del concilio, ma che era ufficialmente sparito. Probabilmente per provvedere a suoi personali, ed illeciti, affari personali. La cosa non l’aveva stupita, molti osservatori conducevano affari privati non del tutto legali, quello che interessava Magdalene era sapere che tipo di affari illeciti Quentin stava portando avanti.
Marlin chiuse un attimo gli occhi per far sparire le ultime macchie colorate che si agitavano ancora, mentre girava la poltrona nuovamente verso lo scrittoio, per finire di controllare gli ultimi rapporti della giornata.
Da quando aveva cercato di rintracciarlo senza successo, Magdalene, aveva avuto la certezza che Quentin non era stato sincero con lei per quanto riguardava i motivi che lo avevano spinto a cercare quell’accordo, e che quello che sapeva lei poteva non essere la verità o solo un parte di essa.
Così, nei giorni precedenti Magdalene aveva fatto anche un paio di chiamate in America, a gente al di fuori del concilio, che gli doveva dei favori, per un motivo o per un altro.
I suoi informatori le avevano comunicato in fretta che nessuna squadra speciale era mai arrivata a Boston e che si, c’erano stai disordini tra i demoni ultimamente, ma erano giusto regolamenti di conti tra due clan di demoni Kralesh. Così il motivo d’intervento di Travers si era dimostrato una scusa.
Marlin aveva fiducia che avrebbe trovato la soluzione al mistero “Travers”, ma per oggi, come ieri, sarebbe rimasta a casa, a svolgere il suo normale lavoro, sperando comunque di trovare notizie utili o riceverne da alcuni informatori che aveva contattato discretamente.
Inoltre, lei non voleva trovarsi a portata dell’ira di Miller quando sarebbe scoppiata. Lo conosceva da abbastanza tempo da sapere che sarebbe accaduto presto. Più salutare di rimanere alla villa sarebbe stato allontanarsi dall’Inghilterra e rendersi a sua volta irreperibile, come Travers, ma Magdalene sapeva anche che Miller non avrebbe mai osato minacciarla quando si trovava a casa propria. Perciò, al momento, lì era al sicuro come dall’altra parte del mondo.
Che gli altri dirigenti del consiglio se la sbrigassero da soli con un Miller in cerca di teste. Era impensabile per lui che qualcuno entrasse nella sede del concilio rubasse qualcosa e se ne andasse indisturbato, dopo aver distrutto le registrazioni della sicurezza. Naturalmente avrebbe anche usato questa scusa per far saltare teste “scomode” senza destare sospetti.
Magdalene guardò l’orologio, erano quasi le sei. L’orario per cui aveva fissato l’appuntamento con la cacciatrice.
Lo stesso giorno dell’attacco Faith le aveva telefonato per comunicarle che il lavoro a Washington era stato portato a termine senza problemi. La seconda prova che Faith non c’entrava niente con il furto, almeno non fisicamente.
Quando rialzò lo sguardo, pochi secondi dopo, trovò davanti Faith a sé, comodamente seduta nella poltroncina davanti alla sua scrivania. Come sempre era vestita di scuro, una tonalità di blu notte, ma con pantaloni eleganti e maglione a collo alto. Per una volta sembrava aver lasciato da parte pantaloni di pelle nera e jeans.
-Buonasera Mars.
In fondo l’osservatrice non era stupita dell’entrata ad effetto della sua ospite. Se la aspettava. Anche se non capiva se la cacciatrice continuasse a presentarsi con questo genere di entrate perché le considerava un gioco divertente o perché in questo modo dimostrava di poter entrare quando voleva nella sua casa.
-Buonasera a lei Marlin.
Facendo ruotare la propria poltrona Magdalene si alzò ed andò verso la finestra dando volutamente le spalle all’ospite. Controllare i lineamenti del volto non era un problema per lei ma voleva vedere se la mancanza di contatto visivo diretto con un interlocutore innervosiva Faith. Anche se si erano già incontrate e Magdalene aveva studiato a lungo tutto quello che il concilio aveva sulla cacciatrice, si era trattenuta dal formulare alcun giudizio definitivo su di lei, in attesa di avere altri elementi.
-Immagino che lei non sappia dell’esistenza di porte e di persone addette a farle strada verso il mio studio, dopo averla annunciata.
-Oh, non si preoccupi, ne conosco l’esistenza ma ho pensato di risparmiare loro fatica. Del resto come mi sarei dovuta presentare? “Sono Faith Mars, omicida su commissione”. Suona un po’ male non trova? Oppure avrei dovuto dire “Faith, la cacciatrice di vampiri rinnegata ed ora carnefice di demoni”?
Stranamente, Magdalene apprezzava il sarcasmo della ragazza. Attualmente le piaceva, ma decise di rispondere seriamente, mentre prendeva nota del fatto che la ragazza le aveva risposto a tono, dandole naturalmente del lei come la stessa Marlin aveva appena fatto.
-Sarebbe bastato il suo nome.
Faith guardò negli occhi Marlin, che si era girata per andare verso un mobile che si trovava dietro di lei. L’osservatrice la superò uscendo dal suo campo visivo, ma la cacciatrice non si voltò. Sapeva che Magdalene la stava valutando, come la prima volta che si erano parlate.
Faith era andata ad affrontare questo incontro con solo due cose in mente. Non fidarsi mai di Magdalene, e non dimostrare alcuna vera debolezza.
Dalla prima volta che si era incontrata con Marlin aveva subito provato un’innata simpatia, una profonda voglia di stringere amicizia con la donna, oltre che averla come alleata.
Sapeva inconsciamente che lei e l’osservatrice si somigliavano per molti versi. Entrambe aveva avvertito questa somiglianza dalla prima volta che si erano incontrate. E sapeva altrettanto bene che fare amicizia con quella donna era impossibile da tanto tempo. Oltre ad essere mortalmente pericoloso.
Così il suo desiderio sarebbe rimasto solo un desiderio, ed ogni giudizio su quella donna sarebbe stato puramente razionale. Altrimenti non sarebbe stato difficile che, un giorno di questi, un osservatore annotasse la misteriosa ed improvvisa morte di un’altra cacciatrice, senza alcun vero motivo alle spalle.
-Cosa vuoi Marlin? Non mi hai fatto fare un volo di più di otto ore per dirmi come presentarmi ai tuoi domestici.
Ora che si erano “salutate” potevano passare ad argomenti più seri. Perdere tempo non era mai stata una cosa che Faith gradisse. E giocare con parole e titoli non lo aveva mai amato. Lei era convinta che bisognasse chiamare le cose con il proprio nome, il resto era fiato sprecato.
L’osservatrice annuì anche se la cacciatrice non poteva vederla. Si aspettava che fosse la ragazza a chiedere di venire subito al dunque. Aprendo lo sportello del mobile dei liquori le chiese cosa volesse.
-Quello che prendi tu.
Magdalene versò due bicchieri di scotch liscio e ne porse uno a Faith mentre proseguiva per andarsi a sedere alla propria poltrona.
-E se ti avessi chiamato qui per farti i complimenti per l’ottimo lavoro svolto?
La mora inarcò un sopracciglio guardando l’altra senza la minima considerazione per ciò che aveva detto.
-Se dicessi una cosa simile non ti crederei per un solo momento. Mi hai offerto un lavoro. L’ho accettato. L’ho svolto. Mi hai pagato. Questo è tutto. Se sono qui è per un altro motivo.
Sorseggiando il suo scotch Magdalene stava pensando a come decine di persone facevano a credere che quella davanti a lei non fosse altro che un macellaio. Se così fosse stato molto probabilmente le cose per Marlin sarebbero state molto più facili ora.
-Ti voglio proporre di entrare a tutti gli effetti nel concilio. Come capo di una delle squadre speciali.
-Intendi una di quelle unità che mi hanno dato la caccia, senza successo, per svariato tempo?
-Si. Una di quelle.
-No.
Magdalene se lo era aspettato. Ma sperava che almeno prima Faith si sarebbe informata un po’ di più. E sperava che quelle informazioni l’avrebbero incuriosita abbastanza da farle accettare l’incarico che intendeva davvero offrirle.
A Magdalene serviva un’altra alleata interna al concilio. Ed era a questo che mirava. Far entrare definitivamente Faith all’interno del concilio degli osservatori. Sapeva che era pericoloso dare alcun potere a quella ragazza, “no”, si corresse, “quella che mi siede davanti è decisamente una donna, ed una donna intelligente e decisa”, un punto interrogativo su cui Marlin correva il rischio di scommettere.
Perché era quella la verità. Lei non conosceva Faith, né le vere intenzioni della ragazza, e per questo motivo non avrebbe saputo prevederne il comportamento in futuro. Ma aveva bisogno di un’alleata nella guerra che conduceva. Era rischioso, ma non sapendo esattamente quale fosse la mossa che Quentin stava portando avanti in quel momento, doveva rischiare e legare a sé in maniera più stretta almeno una delle cacciatrici. Perché almeno in questo Travers aveva avuto ragione. Quelle cacciatrici non erano fedeli a lei.
Segretamente contava sul fatto che le informazioni sottratte al concilio qualche giorno prima arrivassero per vie traverse, di cui immaginava l’esistenza, alla cacciatrice. Sempre che la mora non fosse stata l’artefice del furto e avesse già letto una copia di quei libri. La fissò per un attimo studiandola.
La guardò negli occhi e Faith le restituì lo sguardo sostenendolo senza esitazione. In quegli occhi non c’era paura, non c’era malizia, né altro che Magdalene potesse riconoscere. Continuando il contatto visivo Marlin fece una domanda, tanto per valutare le reazioni della ragazza.
-So che ci sei tu dietro al furto al concilio.
Era un bluff, lo sapeva. Ma le conveniva giocarlo.
Faith la fissò senza tradire la minima reazione a parte un sogghigno ironico e l’inarcarsi del sopracciglio. Una luce sardonica le si accese negli occhi mentre rispondeva a tono all’affermazione dell’osservatrice.
-Davvero? Ci sarei io dietro il furto di cosa? –Tutti sapevano che la sede del concilio era stata violata. Fingere di non sapere nulla sarebbe stato come ammettere di essere colpevole. –Illuminami. Cosa avrei dovuto rubare? Meglio, cosa avrei fatto rubare?
-I diari della tua osservatrice.
-Parker?
-Ne hai avute altre?
-Una un po’ illegale e psicotica. Ma non me ne sono mai lamentata. Comunque avrei rubato quei libri. E per trovarci cosa?
-Magari delle risposte alle tue domande.
Gli occhi di Magdalene si erano accesi di una luce, Faith l’avrebbe detta “viva” per la prima volta da quando l’aveva conosciuta, mentre la incalzava con queste domande. Marlin non aveva l’aria di una che cedesse tanto facilmente, una volta trovata una pista che la convinceva. Stava facendo di tutto per farle ammettere qualcosa o farla contraddire. E presto o tardi ci sarebbe riuscita. Faith sapeva che doveva far trapelare qualcosa, qualcosa non necessariamente vero, per chiudere la conversazione.
-Le risposte alle mie domande non sono in quei diari. Altrimenti non sarebbero rimasti qui dentro così a lungo.
Mentre lo diceva aveva continuato a fissare negli occhi Magdalene. No, non stava mentendo, intendeva ogni parola di quello che aveva detto. Ma non era neanche tutta la verità.
Rimasero così a fissarsi per qualche altro secondo. Poi Faith sorrise, la maschera gelida tornò ad essere un semplice volto dai lineamenti sereni. Magdalene si rilassò contro lo schienale della poltrona, non si era accorta di aver irrigidito i muscoli, ma quello scontro le era piaciuto. “Si, Catherine aveva ragione su questa ragazza.”



Aeroporto di Sunnydale. Il giorno successivo.



L’aeroporto era poco distante dalla cittadina, forse dieci minuti in macchina, e piccolo come la stessa Sunnydale. Ad una sola pista, veniva utilizzato principalmente come raccordo con l’aeroporto internazionale di Los Angeles, o come punto di partenza per charter.
I tavoli dell’unica tavola calda aperta non-stop, erano affollati di passeggeri appena arrivati da Chigaco e da altri che aspettavano la chiamata del loro volo, chi impaziente, chi annoiato. Il vocio contenuto del locale era un piacevole ronzio di sottofondo a cui si mischiavano il rumore di posate e tazze che sbattevano. Ad uno dei tavolini sedeva Tara, sola, senza un evidente bagaglio a parte la sua borsa.
L’altoparlante comunicò l’avvenuto atterraggio del volo proveniente da New York, i cui passeggeri sarebbero usciti dal cancello 3. Tara prese distrattamente il segnalibro che aveva poggiato a fianco e lo inserì nel libro che stava leggendo, per poi chiuderlo e sistemarlo meticolosamente sul piano di plastica del tavolo.
La bionda prese fra le mani la tazza di tè, che aveva lasciato freddare negli ultimi minuti, cominciando a sorseggiarla mentre osservava con più attenzione la folla che la circondava. C’erano un paio di famiglie con bagagli al seguito che superarono la tavola calda senza entrarci, un indaffarato uomo d’affari con la cravatta allentata che imprecando si stava dirigendo verso l’uscita, urtando altre persone nella fretta di raggiungerla. La moltitudine di normali uomini e donne che passano in un aeroporto od una stazione, ognuno preso nella propria vita.
-E’ molto che aspetti?
Chiese Faith mentre si sedeva sulla panca dall’altro lato del tavolo, buttando la borsa nera che portava a tracolla, tutto il suo bagaglio, per terra, posizionandola fra le sue gambe.
-Una ventina di minuti.
-Mi dispiace che il volo abbia fatto tardi.
Tara si limitò a scrollare le spalle indicando il libro con un gesto della mano. Non era mai stata una persona impaziente. Fissò negli occhi la cacciatrice e si sorprese nel trovarla stanca, ma del resto negli ultimi giorni aveva viaggiato molto e doveva ancora abituarsi al nuovo fuso orario.
-Tutto bene?
Il tono di voce era cortese e tranquillo, Tara non aveva bisogno di una lunga ed articolata risposta.
-Volo piacevole e viaggio proficuo.
La cameriera si avvicinò chiedendo cosa volessero. Faith ordinò un panino ed un caffè mentre con lo sguardo controllava discretamente gli altri clienti della tavola calda. Non trovò alcun individuo sospetto ma aspettò che la cameriera si allontanasse per ricominciare a parlare.
-Ho un nuovo lavoro. Per certi aspetti migliore di quello precedente, forse più pericoloso a lungo termine. Poi ti spiego meglio.
Tara annuì senza fare domande. La loro amicizia funzionava anche per questo, perché nessuna delle due metteva pressione sull’altra facendo domande inutili o irritanti. In un certi aspetti lei e Faith erano molto simili, molto più di quanto tanti riuscissero a capire.
-Qui come va? Ci sono apocalissi questa settimana?
Il tono era leggero e così quello della risposta.
-Niente del genere. Un demone acquatico, di cui non ti dico neanche il nome tanto non lo riusciresti a pronunciare.
Faith fece finta di rabbuiarsi, offesa, per poi sorridere apertamente.
-Hai perfettamente ragione, anche se sono molto più brava di B con i nomi.
La cameriera tornò portando quello che Faith aveva ordinato. Poco elegantemente la cacciatrice si buttò sul panino, finendolo in meno di un minuto.
-Immagino ti abbiano già detto che sei un pozzo senza fondo.
La mora annuì mentre cominciava a sorseggiare la tazza di caffè con più lentezza.
-E’ la verità, ma del resto sugli aerei si mangia da schifo. Lo dovresti sapere.
Chiacchierarono del più e del meno per qualche altro minuto mentre entrambe finivano le loro tazze. Faith aggiornò Tara sulle ultime novità, confermando che il tempo in Inghilterra continuava a fare schifo. Finito il caffè, senza smettere di parlare la mora estrasse il portafoglio e lasciò venti dollari sul tavolo, più che abbastanza per pagare il suo conto e quello di Tara. Poi si alzò dal tavolo, rimettendosi in spalla la sacca nera.
-Ho la moto parcheggiata nel deposito sorvegliato. Ti do un passaggio a casa. Oppure puoi fermarti a cenare da me anche se sono le – Faith guardò l’orologio facendo un rapido calcolo, l’orario che segnava era ancora quello di Londra. –undici di sera. E’ una vita che non ceniamo assieme.
Vedendo l’aria scettica di Tara, Faith continuò a parlare.
-Per quanto riguarda la moto ho un casco in più, non ti preoccupare. E per la cena ho qualcosa di commestibile in casa. Niente hamburger promesso.
La strega annuì, un po’ più convinta dall’idea, si alzò dal tavolo prendendo il libro sbrigandosi a raggiungere la cacciatrice che era già uscita dal locale.


 
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