Cross-over con Jarod il Camaleonte (o se preferite The Pretender), i fatti sono seguiti fedelmente fino alla fine della quarta stagione (escluso il ritrovamento del fratello di Jarod e Miss Parker che non è avvenuto…). Per seguire la storia non è comunque necessario aver seguito questo telefilm…
U.S.A. Da qualche parte lungo la costa occidentale.
La donna bruna si muoveva con cautela, la pistola puntata davanti a sé. Uscita dal retro di casa sua, appena certa che qualcuno sorvegliava la villetta dal fondo della strada, sfruttando la sua conoscenza dei dintorni, si era allontanata, invisibile all’osservatore. Non le piaceva affatto che gente sconosciuta arrivasse e la mettesse sotto vigilanza.
Non le sarebbe piaciuto in un giorno qualunque, in questo, era proprio un errore da non commettere. Tanto peggio per chiunque fosse. Avrebbe subito le conseguenze delle sue azioni e il suo sfogo.
Era furibonda ma ancora lucida. Non le sembrava giusto.
Prima di quella telefonata, ieri sera, andava tutto bene, tutto era come sempre. Poi, una sola, singola, chiamata le aveva stravolto la vita, di nuovo. Aveva passato al notte in bianco, pensando, bevendo, ricordando. Poi, sfinita si era addormentata per qualche ora. Affacciarsi alla finestra era stata una delle prime cose che aveva fatto appena sveglia. Era diventata sospettosa, quasi paranoica, lo sapeva, ma con la vita che conduceva era una scelta obbligata.
Stava compiendo un ampio giro parabolico per evitare che chi la stava spiando si accorgesse della sua contromossa e si preparasse a riceverla. Lo sconosciuto aveva parcheggiato una berlina grigia piuttosto anonima sul ciglio della strada, non si era mosso da dentro l’abitacolo da oltre tre ore, da quando era arrivato, solo una vaga ombra sul parabrezza ne segnalava la presenza all’interno dell’auto.
La donna, muovendosi silenziosamente si avvicinò facendo attenzione a non pestare foglie e ramoscelli creando rumore sufficiente a farla scoprire. Si stava accostando lateralmente al veicolo, in modo da non apparire in nessuno degli specchietti del conducente.
Con un ultimo passo, scattò per arrivare improvvisamente all’altezza del finestrino anteriore, apparendo inaspettata nel campo visivo di lui, immobilizzandosi per tenere sotto tiro lo sconosciuto. Le gambe leggermente flesse, le braccia ben tese davanti a sé, gli occhi alla ricerca dello sconosciuto. Era certa di coglierlo di sorpresa.
Sbagliava.
La sconosciuta, perché c’era una ragazza all’interno della berlina, a sua volta aveva un’arma puntata contro di lei. Si era formata una situazione di stallo. La donna, imprecando tra sé per aver perso il fattore sorpresa, decise di controllare con attenzione tutta la scena. Non voleva altre sorprese.
Il finestrino della berlina, era abbassato, per cogliere anche il minimo rumore. La donna si diede della sciocca, non aveva pensato ad una possibilità del genere, mossa astuta da parte dell’avversaria. Eppure la bruna era certa di essersi mossa senza produrre alcun suono udibile ad orecchio umano. Doveva aver pur fatto qualche errore, però, forse un riflesso su un vetro od altro. Come aveva ipotizzato c’era una sola persona nella macchina e il fatto che non fosse scesa indicava che si era accorta di lei da pochissimo. Non aveva avuto tempo per preparasi in altro modo. Non era poi in una situazione così svantaggiosa.
Represse la rabbia, il dolore dentro di sé, per lasciare il posto alla sola lucidità. Strinse un po’ più saldamente la sua Smitt&Wesson e continuò a tenere sotto tiro la sua avversaria.
La ragazza sembrava tranquilla, come se si fosse già trovata in situazioni simili. Era una professionista. Indossava occhiali da sole dalle lenti a goccia, e, da quel che poteva vedere, aveva una specie di giubbotto di pelle nero e sotto una qualche camicia, anche questa nera. “Deve essere una persona molto allegra” pensò la donna. Come lei era bruna, i capelli le ricadevano sulle spalle, sciolti.
La donna non perdeva di vista l’indice dell’altra, immobile sul grilletto, sembrava scolpito nel marmo, non un tremore. Ragazza o no, decise, al minimo movimento avrebbe sparato, non per uccidere forse, lei non era un killer, ma avrebbe sparato. Proprio la ragazza, stanca di aspettare, anche se erano passati solo pochi secondi, parlò per prima.
-Hai qualche idea per uscire da questa situazione di stallo, entrambe ancora con la loro pelle?
Sembrava che la circostanza la divertisse, una specie di sorriso ironico si era formato sulle sue labbra.
“Vuoi credermi un mostro? Qualcuno che vive solo per vedere scorrere il sangue della sua prossima, innocente, vittima? Un’aberrazione della natura? Libera di farlo. Nessuno te lo impedisce. Ma sappi, anche se non ti interessa, che non ho mai provato gioia nell’uccidere un essere umano.
Ed io, Buffy, posso dire di non aver mai ucciso per noia.
Tu puoi fare altrettanto?”
Sunnydale.
Scese dal pullman sbadigliando, con la schiena indolenzita dal lungo viaggio, la ferita le faceva veramente male ma la ignorò, caricandosi sulla spalla la borsa nera e avviandosi verso casa. Dopo un viaggio durato più di dodici ore era stanca ed irrigidita. Rinunciò a chiamare un taxi, anche perché non ce ne erano nei paraggi, e si avviò a piedi a casa sua. Una passeggiata le avrebbe fatto bene e visto che il sole non era ancora tramontato non doveva preoccuparsi neanche dei vampiri.
Faith si allontanò lentamente bilanciando meglio il carico sulle spalle così che i punti non le tirassero la ferita, recente ricordo del suo ultimo lavoro.
Era stata una missione davvero massacrante. Sette dei più lunghi giorni della sua vita. Quel dannato vampiro francese, vecchio più di trecento anni, le aveva fatto sputare l’anima prima che ne avesse ragione. Marlin le aveva detto che era un osso duro ma lei non aveva creduto così tanto. Non avrebbe più sottovalutato l’opinione della donna.
Aveva dovuto girare la metà dei bassifondi parigini prima di poterlo trovare. L’altra metà l’aveva visitata per trovare un po’ di “oggettistica utile” alle sue esigenze, era stato difficile visto che non conosceva né i luoghi, né i contatti per procurarsela, ma ci era riuscita, anche grazie ad una quantità rilevante di denaro.
Inoltre, considerando che non sapeva neanche il francese e che aveva dovuto portare un “traduttore” con sé, un demone di non si ricordava quale razza che aveva vissuto un po’ in America ( e che era sfortunatamente incappato nella sua spada quando aveva tentato di venderla al suo nemico), era stata fortunata a trovarlo in così breve tempo.
Appena finito il lavoro aveva lasciato la stanza di motel, identica a tutte le altre (quanto odiava quei posti, troppi ricordi…), per prendere il primo volo per tornare a casa. Il viaggio era durato qualcosa come dodici ore tra aereo, coincidenze aeroportuali e pullman, con cui aveva coperto gli ultimi chilometri.
La schiena se la era ferita proprio nell’ultimo scontro con Jean-Luis, quando lui, con ormai solo quattro dei suoi tirapiedi, si era rifugiato in una villetta poco fuori Parigi, dopo che lei gli aveva accuratamente fatto perdere tutti gli alleati, fatto aumentare i nemici, scavando una baratro in cui lui era caduto. Era pericoloso andare a caccia di una preda ferita. Si era rivelato tale quando una spada di quasi un metro le aveva squarciato la schiena, recidendo un buon numero di fasci di muscoli e sfiorandole la spina dorsale.
Era stato decisamente doloroso. In quel momento lei aveva perso ogni lucidità avventandosi contro quel vampiro che l’aveva ferita con tutta la rabbia che provava, ed era molta. Si era fermata solo quando attorno a lei aleggiava semplice polvere. Non le era piaciuto perdere così il controllo di se stessa ma non aveva potuto evitarlo, per fortuna le era andata bene.
Era uscita da quella casa sanguinando abbondantemente nonostante i suoi tentativi di fermare l’emorragia. Cacciatrice o no, si era dovuta recare da un dottore, che aveva fatto decisamente poche domande, era conosciuto per quello, che dietro pagamento le aveva applicato una stretta fasciatura. Dopo un iniezione di antidolorifici era tornata in albergo per fare le valigie.
Per lei Parigi non sarebbe stata salutare per un po’ di tempo. Presto si sarebbero accorti che era una doppiogiochista e si sarebbero arrabbiati non poco, aveva messo in giro un po’ di voci false per arrivare a Jean-Luis, già i residenti non avevano gradito la sua presenza e lei, senza contatti sicuri, rischiava molto a rimanere.
Faith si guardò attorno, era quasi arrivata a casa.
Casa, gustò quella parola. Erano passato più di un mese da quando era tornata a Sunnydale e finalmente sentiva di essersi riuscita a ricostruire una casa. Un posto dove lei si sentisse al sicuro, un posto a cui ritornare la sera. Un posto solo suo.
La luce stava diminuendo. Pochi minuti ed il sole sarebbe tramontato. Passeggiando immersa nei propri pensieri non si era accorta di una figura familiare sull’altro marciapiede. Le ci volle un secondo per riconoscerla. Tara stava camminando lentamente appesantita da alcune buste di carta. Era da quel giorno nel negozio di alimentari che non la vedeva, quasi un mese rifletté, sembrava stesse proprio tornando dalla spesa.
Faith si chiese se doveva lasciarla andare senza neanche salutarla o fermarsi ed aiutarla. Se fosse stata qualsiasi altra persona, Buffy in testa, l’avrebbe ignorata, fingendo di non vederla, ma la bionda non aveva mai fatto niente per ferirla in nessun modo. E lei, se poteva, aiutava sempre la gente. Non era un insensibile. A quel pensiero un sorriso triste e tirato le si disegnò sulle labbra. Pensò un attimo ancora su cosa fare. Tara stava tornando a piedi verso il campus e non ci sarebbe arrivata se non dopo il tramonto del sole.
Prendendo finalmente una decisione Faith la chiamò. Tara si girò riconoscendo la bruna ed attraversò la strada.
-C-ciao Faith.
-Ciao Tara. E’ un po’ che non ci vediamo, eh? –questa conversazione la stava già mettendo in imbarazzo, pessima cosa. Era molto che non parlava con qualcuno.
-Si, q-quasi un mese. –Poi notando la borsa, le chiese se era appena tornata da un viaggio.
-Si, torno proprio ora. –ci fu un attimo di silenzio, poi Faith decise di offrire aiuto alla ragazza. Da Catherine e Eliza non aveva imparato solo ad usare un’arma. Ed, al contrario di quello che poteva sembrare, lei era una persona educata. Era educata con le persone che rispettava (cosa quasi unica) o che comunque le ispiravano fiducia (cosa decisamente molto rara). –Senti casa mia è qui vicino. Se vuoi puoi salire un attimo, prendiamo un caffè, poi ti chiamo un taxi così torni al campus senza problemi…
Tara ci pensò per qualche attimo e poi accettò, stupendo non poco Faith. Le persone che avrebbe accettato di andare a casa sua conoscendola, si contava sulla punta delle dita della mano di uno storpio, come i suoi amici del resto.
Ripresero a camminare e qualche minuto dopo entrarono nello stabile e raggiunsero l’attico, dove la bruna era tornata ad abitare. Faith era stanca, sia del viaggio sia a causa della ferita, ma non lo voleva dare a vedere, cercava di comportarsi e muoversi in maniera normale. Cercò a lungo le chiavi in tasca prima di trovarle, quando ci riuscì aprì la porta ed invitò Tara ad entrare.
La cacciatrice l’aiutò a posare le buste vicino alla porta per poi pregarla di accomodarsi sul divano mentre lei le portava qualcosa da bere. La voce della bionda la raggiunse in cucina mentre metteva su caffè e tè.
-Se p-posso chiedertelo, dove sei a-andata?
-Parigi, per lavoro.
Cominciarono a parlare del più e del meno, con naturalezza, come se si conoscessero da tempo. Si scambiarono racconti e aneddoti della loro vita, mentre entrambe si chiedevano come fosse possibile che loro, restie a parlare di se stesse persino alle persone di cui si fidavano, tanto da rimanere degli enigmi per chi le conosceva, si trovassero così a proprio agio con l’altra. Forse era proprio per quello. Nessuna delle due era invadente nei confronti dell’altra, rispettando gli spazi personali, i silenzi.
Faith tornò poco dopo in salone e porse una tazza di caffè a Tara che lo accettò volentieri.
Tara si stava accorgendo di come Faith fosse diversa da come gli altri la dipingevano. Tutt’altro che esuberante ed esibizionista. Almeno dopo che la conoscevi. La bruna le aveva chiesto di non dire agli altri che lei era qui. Le aveva spiegato che Buffy lo sapeva, e che se qualcuno doveva dire della sua presenza lì agli altri, sarebbe dovuta essere l’altra cacciatrice. Le aveva consigliato di non entrare in una discussione con Willow su di lei, sapeva cosa la rossa pensava e non voleva il loro rapporto rovinato a causa sua. Poi cambiando argomento Faith continuò a parlare.
-Come vanno le cose qui a Sunnydale? Qualche cattivone da sconfiggere?
-No, è tutto relativamente t-tranquillo. Un paio di teste calde che cercano di f-formare qualcosa di più di un gruppo di sbandati, ma niente che Buffy non possa sistemare da sola.
-Meglio così. Meno apocalissi ci sono, meglio mi sento.
Da quando avevano incominciato a lavorare entrambe per il consiglio le cacciatrici avevano fatto una tregua. O meglio, gli era stato ordinato di non ostacolarsi a vicenda e di smettere di tentare di uccidersi.
Loro si erano adeguate. Ed a Faith non dispiaceva che Buffy l’avesse finalmente piantata con il desiderio di ucciderla. Non era piacevole sapere che c’era qualcuno che voleva la tua pelle. Ogni tanto si incontravano di notte mentre facevano la ronda, ed avevano quasi smesso anche di stuzzicarsi verbalmente. Tra loro non c’era fiducia, né correva buon sangue, ma si rispettavano e l’ascia di guerra era stata seppellita.
Risultato più che soddisfacente per entrambe.
Sorridendo appena al pensiero Faith si mise a sedere sul divano. Il movimento le procurò una fitta di dolore lungo tutta la spina dorsale, più forte nel punto in cui un vampiro l’aveva colpita con la spada.
La fitta distorse il suo sorriso in una smorfia di dolore. Faith cominciò a sentire la maglietta azzurra che indossava appena bagnata, probabilmente la ferita si era riaperta. Sarebbe stato un problema risistemare la fasciatura da sola. Domattina sarebbe andata da qualcuno in grado di sistemarla per bene.
Tara, alla vista della smorfia di dolore della cacciatrice e del leggero ansimo che le era sfuggito aveva capito che Faith si era ferita durante il suo viaggio di “lavoro”. Si alzò dal divano per andare ad aiutarla ad rialzarsi. Colse di sorpresa la bruna, che però non protestò, rivolgendo completamente la sua concentrazione nel movimento, facendo attenzione a non farsi più male. Di nuovo in piedi, la schiena eretta, la ferita non le faceva più male.
-Cosa ti è successo?
-Niente.
Aveva risposto prima ancora di pensare. Forza dell’abitudine.
Ma non aveva considerato la testardaggine di chi le stava di fronte.
-Faith. Mentirmi è inutile. So che stai provando dolore. E’ evidente.
Faith la guardò un attimo negli occhi, stupita. Poi ripensò al loro primo incontro nel negozio di alimentari e capì che c’era qualcosa che non conosceva di Tara. Le avrebbe chiesto spiegazioni più tardi, ora era il suo turno di fornirle.
-Una ferita alla schiena, un vampiro che voleva mostrarmi quanto affilato fosse la sua spada da macellaio.
Faith poteva sentire il cotone umido, ormai quasi bagnato, aderire di più alla sua pelle. Stava perdendo del sangue, molto sangue. Fece finta di niente, cercando di distrarre Tara dandole il proprio cellulare, non quello che usava con il concilio ma un altro, per chiamare il taxi, dicendole che si stava facendo tardi.
Tara continuò a fissarla immobile, ignorando il cellulare che l’altra le porgeva mentre continuava a darle le spalle con ancora la giacca nera addosso. Attese un secondo che Faith si girasse ma la cacciatrice non lo fece. Decise di costringere l’altra a girarsi.
-Fammi vedere la schiena. –Lo disse con voce piatta e decisa, sorprendendo comunque la bruna, concentrata nella respirazione, nel tentativo di ignorare il dolore.
Faith si girò di scatto verso Tara. Poi rendendosi conto che in fondo non c’erano altri che potessero aiutarla fino alla mattina successiva e che il suo istinto le diceva di fidarsi della bionda, cedé ma non prima di un ultimo tentativo di rifiuto.
-Senti, non è niente. Te lo ho detto, qualche momento ed andrà a posto da solo non ti preoccupare.
-Allora fammi vedere la schiena se non è niente.
-Ne sei sicura? Non è che per caso ti imbarazza o ti infastidisce? Io in fondo sto bene. Davvero.
-Non è un problema per me Faith. Lo ho già fatto altre volte.
Alla fine, dopo alcuni istanti di riflessione Faith annuì. Muovendosi un po’ troppo rigidamente per una cacciatrice andò in bagno a prendere la cassetta del pronto soccorso. Cassetta tanto fornita da fare invidia ai paramedici di una qualsiasi autoambulanza.
Adam Green stava rovistando nella sua scrivania alla ricerca di una pratica, che ricordava di aver messo proprio in quel cassetto. Non c’era più. “Dannazione!” dove poteva essere andata a finire? Certo, lui non era il massimo dell’ordine, come si poteva notare dal caos che regnava sulla sua scrivania. Pratiche ammucchiate in pile che sfidavano leggi di gravità, penne e matite perse tra i fogli e mai più trovate, foglietti di vari colori attaccati con puntine che gli ricordavano i vari appuntamenti ed impegni presi, ai quali si presentava, se si presentava, con una mezz’ora di ritardo, minimo. Sopra tutto questo era poggiata, in bilico, la tazza di caffè fumante che si era appena versato.
L’uomo sulla quarantacinquina continuò a cercare la pratica dimentico di tutto il resto. Aveva una giornata veramente piena. Doveva andare in mattinata a casa di tre famiglie che avevano chiesto vari assegni di sovvenzione statale, poi doveva tornare in ufficio per la riunione giornaliera, per poi correre a casa, cambiarsi e raggiungere il tribunale e testimoniare in una causa su abbandono di minore.
Una giornata decisamente piena.
Dopo cinque minuti di intense ricerche trovò la pratica dispersa. Era macchiata di caffè sulla facciata, ma andava bene. Soddisfatto di sé la posò sul piano della scrivania e prese in mano la tazza ancora calda.
Sorseggiava l’espresso, assorto nei propri pensieri, quando qualche educato colpo di tosse lo richiamò alla realtà. Fissò per qualche secondo la ragazza che gli stava davanti, poi la riconobbe. Era già venuta un mese prima e “Dannazione!” si era dimenticato di cercare la pratica della sua adozione. Ed oggi proprio non aveva tempo da dedicarle.
-Salve signorina…
-Summers, signor Green.
Lui annuì con il capo mentre cercava una scusa adatta a spiegare che si era dimenticato di fare quella ricerca.
-Senta non ho potuto cercarle quella pratica. Certo, che se potesse passare, che so? Domani? Tra una settimana, forse potrei dargliela…
Buffy lo guardò per un attimo stupita. Il successivo era infuriata. Green ebbe paura di quello sguardo. Strano per uno come lui che passava gran parte delle sue giornate nelle periferie della città.
-Senta lei, Signor Green. Vengo da Los Angeles e no, non posso tornare domani, né tra una settimana. Le ho dato un mese di tempo. Ora voglio quella documentazione.
Adam non se la sentiva di protestare e il discorso della ragazza lasciava poco spazio a scuse. Improvvisamente ebbe un idea.
-Signorina Summers forse ho la soluzione. Oggi sono impegnato ma la posso accompagnare in archivio e forse lì troverà quello che cerca…
Buffy non era nella posizione di scegliere. Accettò la proposta con un cenno del capo.
Sunnydale, appartamento di Faith.
Faith si rialzò dal letto muovendosi rigidamente, la fasciatura nuova, pulita e ben stretta, il dolore diminuito a livelli ragionevolmente sopportabili.
Tara aveva fatto un lavoro splendido, la cacciatrice doveva ammetterlo, ci sapeva fare. Dopo aver tolte le bende sporche di sangue ed averle pulito la ferita, la bionda le aveva fatto un’iniezione di morfina e rifatto il bendaggio. Faith sapeva che questa bravura dipendeva dall’esperienza, e ce ne era tanta dietro, ma, sebbene fosse curiosa di sapere dove Tara avesse imparato, ricacciò indietro la curiosità e si limitò a ringraziare a mezza voce la ragazza.
La bruna si sentiva a disagio però. Prima di tutto lei non era abituata a ricevere aiuto, e troppo spesso non sapeva come ringraziare; secondo, la bionda non era obbligata a fare questo per lei, non le doveva niente. Questo lasciava Faith alle prese con il problema di come ringraziare, certa che le parole appena pronunciate non fossero abbastanza. Immersa nei pensieri la cacciatrice si girò per scoprire che Tara le tendeva una giacca di tuta per farla coprire, in silenzio Faith accettò anche l’aiuto nel vestirsi, stupendosi di se stessa.
Anche Tara aveva notato qualcosa durante la medicazione, qualcosa a cui aveva deciso di non accennare. C’erano due cicatrice parallele che correvano sulla schiena di Faith, ancora ben visibili anche se risalivano evidentemente ad almeno dieci anni prima.
Chiudendo la lampo della giacca la bruna si girò cercando le parole giuste per ringraziare ancora la bionda ma qualcosa la trattenne. Non era la sua provata incapacità nell’esprimere emozioni, non questa volta.
Notò lo sguardo della bionda e capì che aveva visto le cicatrici e che aveva capito abbastanza da fare domande, domande le cui risposte avrebbe risvegliato troppi ricordi dolorosi, ma che aveva deciso di rispettare il silenzio di Faith. Fingendo di non vedere.
Lo stesso sguardo che la cacciatrice aveva negli occhi nocciola, senza rendersene conto. Tara poteva leggervi che la sua bravura nel trattare ferite non era passata inosservata, e leggervi che non ci sarebbero state domande. Per rispetto nei suoi confronti, per quello che era adesso.
Nessuna delle due disse niente.
I ringraziamenti furono dimenticati e così le educate risposte che ne sarebbero conseguite, rimase solo il silenzio. Non era un silenzio imbarazzato come pochi minuti prima, quando la cacciatrice non trovava le parole per esprimersi, era un silenzio confortevole, amichevole. Un silenzio che nessuna delle due sentiva il bisogno di riempire con parole.
Faith tornò nel salone e prese il cellulare dal tavolino dove l’aveva lasciato componendo il numero di una compagnia di taxi mentre Tara la seguiva nel soggiorno e si metteva di nuovo a sedere sul divano. La bruna prese gli accordi necessari con l’interlocutrice per poi posare l’apparecchio sul tavolino.
-Arriveranno fra pochi minuti.
La bionda annuì senza dire niente. Faith rimase in silenzio pensando a questo strano incontro e a come la presenza di Tara non la infastidisse o le mettesse soggezione, funzionavano bene insieme. Bene in un modo che Faith aveva perso dieci anni prima. Si chiedeva cosa fare. Stava a lei scegliere se questo sarebbe dovuto restare un episodio isolato o no. Avrebbe potuto proseguire a vivere la sua vita come se questo non fosse mai accaduto, semplicemente rimanendo in silenzio e godendosi questi pochi minuti di amicizia.
In questa atmosfera rilassata Faith si ricordò di una domanda che voleva davvero porre a Tara da quando si erano viste quel giorno al negozio e la bionda l’aveva riconosciuta.
-Hey Tar, -stupì anche sé nel chiamarla con un soprannome. –Ma un mese fa come hai fatto a riconoscermi?
La ragazza seduta sul divano sembrò sorridere divertita.
-Sono una strega.
-Anche Willow lo è, ma non mi ha riconosciuto.
Così non sarebbe bastata la risposta classica per convincere Faith, pensò Tara.
-E’ una cosa della mia famiglia, una specie di dono ereditario, che non si presenta in tutte le generazioni. Credo che la mia bisnonna lo possedesse, comunque è come se noi… difficile spiegarlo a chi non lo possiede… sentissimo l’anima di chi ci sta di fronte, è come un’impronta mentale, simile a quelle digitali. Tutte le persone ne hanno una caratteristica che “emanano”, anche se non è il termine corretto, è una cosa involontaria… come il sudore, quello pure è del tutto “personale”. Così, avendo già incontrato Buffy, anche se non eravamo state presentate, sapevo che quel giorno non potevi essere lei.
-E così il mio piano perfetto è stato rovinato… Dannazione! –mentre lo diceva Faith stava sorridendo, davvero divertita.
Improvvisamente la bruna prese un pezzo di carta da un tavolino e ci scrisse qualcosa sopra, Tara la osservava incuriosita, si chiedeva cosa avesse fatto scattare così Faith.
-Questo è il mio numero di cellulare. Se vuoi puoi chiamarmi, possiamo andarci a prendere un caffè insieme o anche se ti serve un favore. Sai, sono in debito con te per la fasciatura…
La bionda sorrise, poi allungò la mano per prendere il numero di telefono.
-Se mi dai un pezzo di carta ti segno quello del mio dormitorio.
Faith annuì porgendole la penna. In quel momento il taxi suonò il clacson, le due sorrisero ancora, si salutarono e poi Tara uscì dall’appartamento.
Miami, studi televisivi Canale 6.
La sala di montaggio era deserta se non per l’ultimo tecnico che si stava attardando a causa di un filmato. Sembrava che qualcosa non lo convincesse, la faccia perplessa, lo sguardo attento, faceva scorrere sempre pochi secondi di filmato ingrandendo le immagini, rallentandole, cercando di far ruotare la visuale grazie alla computer grafica.
L’uomo sospirò massaggiandosi gli occhi con le dita, era stanco, inutile negarlo, stava cercando un appiglio forse davvero inesistente in quel filmato, qualcosa che non ci sarebbe dovuta essere. Qualcosa che sperava non ci fosse.
Eppure quella sensazione che qualcosa gli sfuggisse, qualcosa che era lì, ma che lui non vedeva, non se ne voleva andare.
La porta si spalancò improvvisamente cogliendolo di sorpresa. Impaurito si girò verso l’ombra in contro luce cercando di riconoscere la sagoma. Il corpo teso, pronto a reagire ad una qualsiasi minaccia, dimostrando riflessi acquisiti non propri ad un tecnico del montaggio.
La luce dello studio si accese, abbagliandolo. La guardia notturna lo fissò insospettito un attimo prima di riconoscerlo, era da poco che lavorava lì.
-Ah, è lei. Mi dispiace averla disturbata.
-Non fa nulla, non si preoccupi.
Rispose gentilmente lui, accennando un sorriso ed un gesto con il capo, mentre i battiti del cuore diminuivano di intensità. Si era preso proprio un bello spavento.
La porta si richiuse e la sala ripiombò nella penombra.
Jarod ricominciò a lavorare al filmato.
Cornovaglia, Inghilterra.
Erano quasi le cinque del pomeriggio, ancora pochi minuti di lavoro e poi Travers se ne sarebbe andato a casa, guardando l’orologio a muro del suo ufficio si accorse di essere stanco, gli bruciavano un po’ gli occhi. L’unica cosa che gli rimaneva da fare era controllare i rapporti che provenivano dall’America. Per una volta fu quasi felice che la pila ordinata di cartelle gialle alla sua destra non fosse alta quanto un grattacielo, anzi era di dimensioni quasi normali. Da quando Sunnydale non era più di sua competenza la sua mole di lavoro per l’america settentrionale si era praticamente dimezzata, ma gli dispiaceva. Meno territorio, meno responsabilità, meno potere. Era tutto concatenato.
Il primo rapporto che controllò fu quello relativo alla zona di Boston, era un’abitudine collaudata ormai da anni. In quella città erano accaduti fatti strani in seguito alla chiamata della cacciatrice che poi sarebbe diventata la Rinnegata. Era morta l’osservatrice della stessa prescelta e per alcuni il motivo di tale morte non era mai stato chiarito. Si era proposto a lungo di formare una commissione di inchiesta, ma alla fine, in seguito ad incontri clandestini, scambi di favori, a voci di corridoio sempre più insistenti, alcune delle quali accusavano Travers di far parte di un qualche complotto segreto, non se ne era fatto nulla.
Nonostante fosse passato del tempo Quentin immaginava che quell’episodio potesse aver innescato qualcosa. E proprio nella zona di Boston il capo settore, un uomo di sua fiducia, aveva notato strani movimenti. C’erano stati dei pestaggi e degli omicidi fra le alte sfere della città ma il motivo non era ancora chiaro.
Senza fare rumore Quentin sfogliò le rimanenti cartelle per poi tornare a quella iniziale. Era pensieroso. Quei movimenti potevano essere del tutto normali, un regolamento di conti di scarsa importanza.
Potevano.
Si sentiva davvero sazio, non si sarebbe mai stancato del sangue, non vi avrebbe mai rinunciato in un’intera eternità, ne era certo. Solo quella notte aveva ucciso due ragazze, giovani, belle e ricche, dicevano di essersi innamorate dello splendido e nobile portoghese conosciuto all’opera, come era stato facile ingannarle.
Ora Angelus passeggiava soddisfatto lungo la Senna guardandone le acque scure, ma non era tranquillo come sembrava, aveva imparato in pochi anni a portare quella maschera di indifferenza. Non voleva ammetterlo, ma era preoccupato ed anche un po’ impaurito, tra i vampiri girava voce che Gregori, uno dei più temuti cacciatori di demoni, fosse in città. Non lo aveva mai visto personalmente ma non ci teneva a conoscerlo. Aveva sentito molte stoie su di lui ed anche se solo la metà di queste era vera, quella era una persona da evitare come la peste. Non si sentiva in grado di battersi con lui ed uscirne vincitore, inoltre come gli aveva insegnato Darla dal primo giorno, evitava sempre un combattimento, a prescindere dall’avversario.
Mentre passeggiava Angelus stava seriamente prendendo in considerazione l’idea di partire. Era rimasto a Parigi per un po’ di tempo ormai e nulla lo tratteneva davvero lì, inoltre non era neanche la prima volta che si fermavano in quella città e perciò l’aveva già esplorata. Era certo che se ne parlava a Darla lei aveva accettato, il loro rapporto stava effettivamente cambiando, non era più un rapporto maestro-allievo, se ne rendevano conto entrambi. Non era una cosa cominciata esattamente ieri, era da diversi anni che sentiva quest’aria di transizione, lui non era più un giovane a cui si doveva insegnare tutto e il suo sire aveva cominciato a trattarlo da pari, la donna si era resa conto della sua crescente forza.
A queste riflessioni si aggiungeva il fatto che a Parigi si trovavano stabili organizzazioni di vampiri delle quali lui non faceva parte e con cui non aveva mai avuto rapporti. Organizzazioni che non facevano caso agli affari di un ospite, al contrario di quelli di un possibile residente, e, quindi, concorrente.
Angelus, inoltre, come tutti i giovani, aveva voglia di vedere nuovi posti, di uscire dall’Europa ed andare magari in America od in Asia, si era allontanato raramente dal vecchio continente e gli sembrava una buona occasione per farlo. Stava attraversando un periodo strano, si sentiva più solitario del solito, irrequieto e assetato di esplorazioni. Decise che appena a casa avrebbe parlato con Darla, un paio di giorni e sarebbero andati via da qui.
Immerso nelle sue riflessioni, Angelus non si accorse finchè non fu troppo tardi di avere di fronte a sé Gregori, che proveniva dalla direzione opposta, percorrendo il suo stesso marciapiede. La sagoma era ben riconoscibile, quasi una divisa, bassa, tarchiata e tristemente famosa nell’ambiente, inoltre la sua parte demoniaca era facile da “vedere” per un vampiro. Angelus si maledisse per l’avventatezza e si giurò che mai più si sarebbe permesso di trascurare i suoi sensi anche se fosse immerso nelle più lugubri riflessioni od addirittura nel sonno.
Senza prendere in considerazione l’idea di una fuga, improbabile, c’era la Senna lì a fianco ma la corrente era molto forte, o della propria morte, del resto se morivi di cosa ti dovevi preoccupare? Angelus si preparò così allo scontro, felice di essersi già sfamato questa notte, così da non essere assetato di sangue.
Infilò la mano nella tasca del cappotto, con sé aveva solo uno stiletto, la spada che portava di solito l’aveva lasciata a casa. Con quello solamente doveva combattere contro la famosa ascia dell’altro. Si favoleggiava che Gregori fosse il migliore conoscitore di quell’arma nel mondo e che avesse passato decenni a perfezionarsi. L’unica speranza del vampiro era la sua velocità e la scherma, che conosceva a fondo. Era stata la prima cosa che Darla lo avesse spinto ad imparare.
Eppure, osservando Gregori, ad Angelus non sembrava che il cacciatore stesse per attaccarlo, non gli pareva un predatore che avesse appena raggiunto la vittima tanto inseguita. Che si trattasse di un incontro casuale, uno scherzo della Fortuna? Se così era il vampiro avrebbe avuto dalla sua il fattore sorpresa. Ma questa tranquillità avrebbe anche potuto essere un semplice trucco, un qualcosa recitato per fargli abbassare la guardia, del resto di Gregori e del suo modo di combattere si sapeva ben poco, poco quanto quelli che gli erano sopravvissuti.
Ma si rivelarono considerazioni inutili.
Improvvisamente dieci ombre apparvero nell’ampia e deserta strada e circondarono silenziosamente Gregori, puntandogli contro armi da fuoco, rimanendo a più di due metri da lui immobili come statue.
Il mezzo sangue si immobilizzò al centro del marciapiede senza accennare ad alcuna reazione né preparandosi in alcun modo ad uno scontro. “Un grave errore. Che cosa sta facendo?” non poté trattenersi dal pensare Angelus, mentre si lasciava avvolgere dalle ombre di un androne in modo da essere invisibile dalla strada.
Gli avversari non si studiarono, non ci fu alcuna attesa. Un attimo dopo essere apparso uno dei dieci uomini, evidentemente il capo, fece un passo avanti, la pistola in pugno, mentre i suoi compagni tenevano sotto tiro il mezzo-sangue con dei fucili, le cui canne rilucevano nel buio, riflettendo la luce della luna.
-Sei tu Gregori?
Dall’atteggiamento corporeo Angelus poté capire sia lo stupore dell’accerchiato sia l’orgoglio che questi provava per il suo nome, per la fama a cui era legato.
-Sono io. E vuoi chi sareste, “umani”?
Non era inteso come un insulto, avrebbe potuto usare “diversi” come parola e il significato sarebbe stato lo stesso. La voce era tranquilla, quasi cortese, se una specie di ringhio basso poteva essere definito cortese.
-Sono un inviato del Concilio degli Osservatori. –L’uomo avvolto nel lungo cappotto nero aveva un marcato accento inglese.- Gregori il mezzo-sangue, sei condannato a morte, con sentenza emessa dal Primo Osservatore.
E così si trattava di Osservatori, che ci fosse di mezzo una cacciatrice?
-Potrei sapere di cosa sono accusato?
L’uomo avvolto nel cappotto nero fece fuoco appena la voce dell’altro si spense, seguito di riflesso dagli altri. Dieci colpi messi a segno. Gregori non aveva reagito, intuendone l’inutilità. Poi, l’inglese, estratta una lunga spada, si avvicinò al corpo e lo decapitò.
-No.
Fu quello che disse mentre la testa mozzata rotolava sul selciato ed il sangue usciva copioso dal taglio netto del collo, spandendosi in una macchia oleosa. Avvolti nel silenzio l’inviato e la sua squadra si allontanarono senza dire niente altro.
Angelus, nel proprio nascondiglio tra le ombre dei portoni, aveva assistito alla scena in silenzio, senza capirla veramente. Non si avvicinò al cadavere, né lo spogliò della celebre ascia. Era una persona orgogliosa, non si sarebbe mai abbassato al livello di uno spazzino, né si sarebbe vantato di quella morte.
Mentre si allontanava dal vicolo, muovendosi solo dopo che quegli uomini in nero erano spariti dalla visuale, non poté fare a meno di ragionare su quanto aveva visto, non trovava risposta logica all’unica importante domanda. “Perché il Concilio ha ucciso il suo migliore alleato, migliore persino delle ultime cinque cacciatrici?”.
In realtà non lo riguardava. Si limitò a memorizzare questo fatto mentre decideva di passare altri due mesi a Parigi, fino alla fine della stagione dell’opera.
Sunnydale, una palestra.
Era molto tardi, erano quasi le undici, orario di chiusura e Faith era rimasta l’unica in palestra. Gli altri clienti se ne erano andati da più di un’ora, più o meno quando lei era arrivata. Non era esattamente uguale alla palestra gestita da Eliza a New York, anzi era esattamente il contrario. Piccola, quasi buia, con lo stucco delle pareti scrostato ed un odore non meglio definito che non era disinfettante né sudore, poco frequentata, ma comunque fornita e soprattutto a quest’ora deserta. A Faith non andava di allenarsi con altre persone, si sentiva di umore decisamente nero e non le andava di contenersi mentre faceva esercizi. Sapeva che se una ragazza come lei avesse sollevato un bilanciare da sessanta chili alla panca orizzontale per fare resistenza, il fatto non sarebbe passato esattamente inosservato.
Marlin non si era fatta sentire da molti giorni, segno che non c’era alcuna missine importante da svolgere. Non che la bruna si annoiasse a Sunnydale (difficile annoiarsi in un posto simile), e detestasse non rischiare la vita per qualche giorno, più che altro Faith voleva sentirsi impegnata, smettere di pensare. Aveva bisogno di un obbiettivo da conseguire, qualcosa che richiedesse la sua completa concentrazione. Qualcosa che una volta raggiunto la facesse sentire appagata e capace.
Da quando stava cercando di rimettere insieme i cocci della sua vita troppe memorie stavano tornando a galla e troppe domande di cui non conosceva la risposta si formulavano nella sua mente. Faith si era fermata e cercava di ricollegare i fili della sua vita ma questo la riportava a tempi che non erano più. E lei non sapeva neanche se aveva più paura dei ricordi di dolore, di solitudine o di quelli piacevoli, in cui le tornavano in mente momenti felici e sorrisi. Perché poi avrebbe pensato a come era oggi, e avrebbe realizzato cosa le mancava, cosa sognava, quello di cui sentiva il bisogno ma che non ammetteva di provare.
“Eravamo sedute davanti al caminetto acceso, era così che passavamo la maggior parte delle serate, una specie di rito. Fuori aveva appena nevicato, una nevicata ritardataria, quasi fuori stagione, e faceva freddo. Io mi stavo godendo il caldo del fuoco mentre dentro di me rabbrividivo ancora al ricordo di quanto era freddo l’orfanotrofio in cui ero vissuta fino a pochi mesi prima. Seduta sulla poltrona contro cui ero appoggiata c’era Catherine. Portava bene i suoi sessanta anni, od almeno credo che fosse questa la sua età, non me lo ha mai detto e io non ho chiesto. Stavamo chiacchierando di qualcosa che adesso non ricordo. Scoppiammo a ridere, non credo di aver mai riso così tanto nella mia vita quanto nel periodo passato con lei. Poi Catherine si fece silenziosa ed i suoi occhi divennero lontani, si persero per qualche istante per poi ritornare a mettersi fuoco su di me. Mi sorrise. Con quegli occhi che mi guardavano tranquilli, felici.
Gli stessi occhi che mi guardavano senza rimprovero quando Kakistos l’uccise davanti a me.”
Faith smise di colpire il sacco e si tolse le fasciature di protezione alle mani. Non si allenava mai con i guanti. Era inutile, non avrebbe mai combattuto indossandoli. Si andò a cambiare e quando rientrò nella sala principale la catena del sacco cigolava ancora, quasi impercettibile. Con il suo sacco da palestra sulle spalle si allontanò dal corridoio e per la prima volta si chiese dove andasse Catherine quando aveva quello sguardo.
Doveva essere un bel posto.
Bloccò improvvisamente le immagini che gli scorrevano davanti. La tazza di caffè nero ferma a mezz’aria, immobile dallo stupore. Ci mancò poco che non cadesse a terra fracassandosi.
Non era possibile, la sua mente si rifiutava di crederci. Era davvero troppo, anche per uno come lui che credeva di aver visto davvero tutto. Che sperava di aver trovato una risposta definitiva, una sola risposta, non era molto quello che chiedeva.
Sbagliava.
Respirò profondamente, accorgendosi di star trattenendo il respiro. Cercò di riflettere lucidamente. Forse se lo stava immaginando, forse vedeva qualcosa che non c’era. Non ci credeva, non realmente, ma semplicemente ci sperava, non voleva che fosse così, non un’altra volta. Si aprivano troppi se. Troppe porte chiuse, troppo dolore. E per una volta non era il suo dolore.
Riguardò per la millesima volta i pochi, ingranditi, fotogrammi in bianco e nero. Li fece scorrere al rallentatore l’ennesima volta. Era proprio come aveva visto. Non sbagliava, sebbene lo volesse davvero con tutto il suo cuore.
Eppure, quell’intuizione, avuta soltanto perché qualcosa gli sembrava strano, qualcosa che gli sembrava troppo semplice, era la verità. Tutto per dei files scomparsi, o meglio, mai esistiti.
Non avrebbe mai immaginato che sarebbe finita così.
E non sapeva cosa sarebbe cominciato.
New York, appartamento di Eliza.
L’appartamento di Eliza poteva essere definito un open-space. Era a dir poco enorme, occupava l’intero attico di un palazzo di cinque piani, e vi si accedeva per l’ascensore o per le meno usate scale di servizio. L’immortale l’aveva comprato qualcosa come trenta anni prima, quando i prezzi di quella zona, ora una delle più ricercate, erano ancora bassi, realizzando una speculazione virtuale di centinaia di migliaia di dollari.
Lo aveva fatto sistemare da diversi anni investendoci un capitale ingente ma creando una vera perla. Era arredato con molto gusto con un mobilio non essenziale ma mai soffocante, in una unica unione dei più svariati stili, creduta così impossibile da non essere mai stata tentata. Un occhio attento si sarebbe stupito di vedervi una divisione spaziale che ricordava la giapponese, un arredamento europeo antico dai legni caldi e richiami architettonici arabo-indiani.
Ma quella casa appariva bellissima anche per chi non conosceva tutto questo.
Faith era seduta su una poltrona di pelle vera posizionata davanti ad un caminetto acceso, persa nei propri pensieri, non triste né felice. Cercava di decidere come affrontare quello che avrebbe scoperto, se avesse scoperto qualcosa, e come parlare all’amica. Sentiva da un po’ che era arrivato il tempo di fare chiarezza. Con la testa appoggiata ad una mano e lo sguardo fisso sulle fiamme, stava aspettando che Eliza tornasse portando i drink che ognuna preferiva.
Quando la cacciatrice era uscita dall’ascensore con quello sguardo, pochi minuti prima, l’immortale l’aveva fatta semplicemente accomodare per poi sparire per andare a recuperare qualcosa di forte. Liz sapeva che quello di cui Faith aveva bisogno di discutere sarebbe stato difficile da affrontare. Era felice che la bruna fosse riuscita a venire da lei per parlare di questo ma era anche preoccupata, ci teneva a quella ragazza così giovane.
Aveva promesso a Catherine che si sarebbe presa cura di lei, e avrebbe mantenuto l’impegno. Aveva una parola sola. Avrebbe aiutato Faith a realizzare qualsiasi cosa volesse, fosse pure una vita “normale”, ma la cacciatrice non le aveva mai chiesto qualcosa di simile. Liz sapeva che quella ragazza aveva molti più problemi di quanto mostrasse, ma non l’avrebbe mai obbligata ad affrontarli prima che fosse pronta. Ed ora era arrivato il momento di parlare di uno di questi.
Eliza tornò nell’ampio salone con due bicchieri con ghiaccio e due bottiglie, una di vodka e l’altra di whisky, entrambe prese dalla sua riserva privata. Le posò sul tavolino tra le due poltrone e riempì i bicchieri per poi porgerne uno a Faith. La bruna sorseggiò la vodka e sorrise.
-Hai sempre la migliore, quando esco di qui, quasi non ho il coraggio di berne altre.
-E’ uno dei privilegi di avere solidi contatti nelle steppe del nord.
Finirono in silenzio il resto dei drink guardando le fiamme e pensando. Se ne versarono un secondo.
-Per quanti anni hai conosciuto Catherine?
Eliza sorseggiò ancora il whisky.
-Ci siamo conosciute nel 62, quando lei era impegnata in un progetto benefico a favore di ragazze malate terminali.
-Sai Liz, conosco così poco di Catherine, del suo passato… so che aveva una figlia e che le mancava ma non conosco altro di lei, se non che era una osservatrice. Non so cosa l’ha fatta diventare la Catherine che conoscevo io.
- La vita di Catherine ha subito, diciamo, una svolta decisiva otto anni dopo che l’ho conosciuta. Io l’ho aiutata a salvarsi e posso dire che la sua era un’esistenza decisamente vissuta. Correva molti pericoli a fare quello che faceva ma li ha sempre corsi, credeva che fosse giusto quello che faceva e lo credo anche io. Sai, ha dovuto abbandonare la figlia per proteggerla. L’ho aiutata a ricostruirsi una vita da zero e poi ad entrare negli osservatori. Oggi mi rendo conto che forse ho fatto male, l’ho messa in pericolo in questo modo, ma lei aveva bisogno di una causa per vivere, ed io le ho offerto un nuovo mondo.
-E così Catherine aveva un’altra vita che l’aspettava.
-No Faith. Lei quella vita non poteva più averla. Ha fatto delle scelte e le ha portate fino in fondo, agendo sempre per il meglio delle sue possibilità. Non è quello che ti ha insegnato? Essere coerenti con le proprie scelte? Anche se magari quelle scelte ti fanno soffrire, o fanno soffrire chi ami? Di scegliere al meglio tra le tue possibilità e smettere di guardare indietro anche se credi di aver sbagliato?
-Si, me l’ha detto molte volte. Ma è difficile chiudere gli occhi davanti ai “se”.
-E’ difficile anche vivere con certi ricordi. Lei si è pentita di alcune scelte, ma ha sempre accettato le conseguenze. Era una guerriera, sai? Raramente nel corso della mia vita ho trovato una persona simile. Non si è mai arresa. E questo le ha procurato molti nemici.
La voce di Eliza era serena, non distaccata, ma non c’era dolore né rimpianto. Essere un’immortale le aveva fatto accettare la morte delle persone che amava da molto tempo. Sapeva che avere rimpianti era inutile, si concentrava sui ricordi piacevoli che aveva.
-Stai cercando di dirmi che Kakistos la stava cercando per altri motivi, oltre perché era la mia osservatrice?
Eliza sorrise sincera ma lo sguardo rimase serio. La ragazza cominciava a capire.
-Non lo hai ancora accettato vero? La sua morte non è stata a causa tua. –Faith fece per protestare. Si sentiva responsabile, si sentiva responsabile per quella morte da due anni. E non era un peso facile da portare. –Rifletti un attimo Faith. Come credi che siano entrati quei vampiri nella casa di Catherine? Lei era una delle migliori osservatrici che ho mai conosciuto, credi che avrebbe invitato dei vampiri in casa propria?
Faith la guardò incapace di comprendere.
-Catherine aveva molti nemici. Passati e presenti. Kakistos è stato mandato ad ucciderla da qualcuno di questi. Ho provato a scoprire chi fosse stato ma non ci sono riuscita. Ho saputo della sua morte solo un anno dopo quello che era successo. –Non spiegò a Faith perché l’avesse saputo così tardi. –Per questo ho perso le tue tracce e non ti ho potuto aiutare. All’epoca Kakistos era già morto e non avevo tracce da seguire. Ma questo non significa che non esistano.
Chigaco, archivi servizi sociali.
L’archivista, un ometto calvo dall’età indefinibile aveva protestato non poco all’idea di far entrare una perfetta estranea in un archivio di stato. Green dall’altro canto aveva “gentilmente” discusso con lui fino ad avere ragione, promettendogli in cambio qualche favore in futuro. L’accordo era stato presto fatto.
L’archivista aveva spiegato il metodo di catalogazione a Buffy ed era sparito dalla vista lasciandola tra due scaffali pieni di documenti a cavarsela da sola.
Da due ore Buffy era sepolta da infinite pratiche polverose e non aveva trovato ancora quella che cercava. Cominciava ad irritarsi, quello non era il suo lavoro in fondo, ma era l’unico modo di arrivare alla verità. Continuò a cercare leggendo le etichette delle pratiche per poi passare alle successive.
Il 1983 sembrava essere stato un anno felice per quanto riguardava le adozioni, il che, tradotto per una città della grandezza di Chigaco, significava migliaia di adozioni. E naturalmente i dati non erano stati informatizzati. Cercò di non pensare alla possibilità che la sua pratica fosse andata smarrita con gli anni.
Per legge tutto quello che lei poteva sapere era il nome della madre o comunque delle persone che l’avevano data in adozione, ma lei sperava di riuscire a capire perché. L’archivista era stato chiaro. Non poteva portare via niente ma poteva fotocopiare tutto quello che voleva, aveva libero accesso alla documentazione, se c’era qualcosa lei lo avrebbe trovato. Era sufficiente.
Ci vollero quattro ore per recuperare la pratica che cercava. Era una cartelletta gialla sporco con una ventina di prestampati dentro, compilati con la scrittura illeggibile di Green ed un’altra decina di persone (e ringraziando il cielo alcune erano più leggibili).
Rimesso tutto a posto (mezz’ora), prese la cartella e la portò sulla scrivania per cominciare a leggerla. Tagliò il filo di canapa che la teneva insieme e la sfogliò. Avrebbe giurato di aver visto alzarsi una nube di polvere mentre l’apriva.
Trovò il suo certificato di adozione, con i nomi di Joyce e del padre, una trafila di documenti per lei inutile e finalmente il certificato di nascita in cui appariva il nome della madre, cancellato in quello che possedeva Joyce, il nome del padre era stato lasciato bianco. Buffy sospettava che questo fosse illegale ma non poteva saperlo con certezza, così lasciò perdere, per ora. Leggendo il foglio di adozione, la copia riservata all’assistente sociale, che lei non avrebbe neanche dovuto vedere, notò la mancanza di tutti i dati riguardo sua madre, non c’era neanche una spiegazione per il suo gesto. Beh l’avrebbe avuta da lei stessa, appena trovata.
Non riuscì comunque a trattenere un sorriso, ora aveva un nome.
Janet Tisred.
U.S.A. Da qualche parte lungo la costa occidentale.
Il telefono stava squillando. La donna bruna, vestita con un tailleur blu notte, lo fissò per un attimo indecisa se rispondere o no. Era tardi, quasi le dieci di sera e lei, seduta sul divano sorseggiando un liquore ambrato, voleva soltanto andare a letto e far finire quella giornata che cominciava ad essere troppo lunga. Poche persone osavano telefonarle a quell’ora e quelle poche lei non le ignorava, non poteva permetterselo. Finì il drink in un ultima, lunga, sorsata.
Rispose al settimo od ottavo squillo.
-Pronto?
Non era stata il primo bicchiere della serata, ma la voce era quella di sempre.
-Sempre sola?
Lei sospirò, conosceva quella calme voce maschile, forse troppo per poterle piacere.
-Come se ti riguardasse. Cosa vuoi?
-Quante volte è morta tua madre?
“Se non ti fidi di nessuno, nessuno potrà deluderti”
Parla Faith:
“Cosa stai cercando di ottenere con questi rozzi, così evidenti, trabocchetti, B? Questi giochi mentali che hai imparato da riviste di infimo ordine o per sentito dire? Speri che io mi metta a spiegare come sono fatta? Che mi metta a raccontare la mia vita? Che risponda alle tue ottuse domande, esponendo così la mia anima?
Solo per farti capire le mie scelte? Solo per farti capire cosa ho passato e perché ho agito come ho fatto, senza che tu voglia comprendere? Così che, se ne avrai voglia, potrai lacerare la mia anima e ridurla a brandelli?”
U.S.A. Da qualche parte lungo la costa occidentale.
Faith, con la sua Glock nera, teneva sotto mira la donna che era apparsa quasi dal nulla dalla fitta boscaglia. Aveva appena sentito, quasi percepito, il rumore che l’altra aveva fatto per avvicinarsi, aveva estratto la pistola più per un riflesso condizionato che pensando ad un vero pericolo. Era mancato veramente poco che la sorprendesse disarmata.
La cacciatrice si rimproverò per essersi lasciata trasportare lontano dai pensieri e non aver prestato la dovuta attenzione a ciò che la circondava. Erano quasi tre ore che guardava quella casa chiedendosi cosa fare, quale sarebbe stata la sua prossima mossa. Avrebbe voluto avvicinarsi, bussare, aspettare la risposta, parlare, vedere, vivere, ma una strana forza la respingeva da quell’abitazione, la stessa forza che le aveva fatto attraversare gli Stati Uniti per un solo ricordo, solo per poche frasi.
Decise di tralasciare quei pensieri e concentrarsi sul presente. Lasciò che un sorriso ironico le si affacciasse sul volto, ma non raggiunse gli occhi, serie pozze marroni. Parlò con una nota di divertimento nella voce.
-Hai qualche idea per uscire da questa situazione di stallo, entrambe ancora con la loro pelle?
La donna che la teneva sotto tiro la guardava con rabbia, inesplicabile rabbia, rifletté Faith, lei non le aveva fatto niente, e un po’ di sorpresa, ma la Smith&Wesson rimaneva immobile, non accennava ad abbassarsi.
Faith fece silenzio ed osservò meglio la donna sulla trentina che le stava davanti, senza mai allontanare l’indice dal grilletto. Il corpo alto ed atletico era teso, pronto a scattare, le linee del volto decise, incorniciate da capelli neri lunghi sulle spalle.
Il sorriso divertito si gelò sulle labbra quando Faith capì chi le stava di fronte. Parlare divenne incredibilmente difficile, quella che uscì dalle sue labbra sarebbe stata difficilmente potuta credere la sua voce.
-Tu… sei la figlia di Catherine Parker?
La donna non accennò ad abbassare l’arma, né mostrò altre visibili reazioni alla domanda, si limitò a fissarla ancora più duramente per alcuni attimi prima di rispondere.
-Si, sono io. E tu chi saresti?
Era davvero difficile questo per Faith. Davvero molto difficile. Ad ogni istante sembrava che la somiglianza aumentasse. Non c’erano le rughe, i capelli erano neri, ma era identica a lei. La cacciatrice riuscì ritrovare abbastanza controllo di sé per parlare con voce ferma.
-Diciamo che ho conosciuto tua madre.
Sunnydale, campus universitario.
Willow rientrò in camera, fu sorpresa di trovarci Buffy che l’aspettava ansiosa passeggiando avanti ed indietro. L’amica sarebbe dovuta tornare solo il giorno successivo, era partita per andare a trovare una zia di Chigaco, la rossa credeva che fosse una scusa campata in aria ma non aveva obiettato. Forse Buffy aveva semplicemente bisogno di stare lontano dalla caccia per un paio di giorni.
Appena Willow entrò la cacciatrice le si precipitò incontro con in mano un foglietto di carta sgualcito con sopra annotato qualcosa. Gli occhi erano duri, ansiosi e nervosi, non si fermavano un momento correndo dalla mano agli occhi della strega.
-Willow ho bisogno di un favore. Devo trovare una persona.
La rossa guardò l’amica stupita, la cacciatrice non le aveva mai chiesto di usare il computer per problemi personali, non era da lei.
-A cosa ti serve Buffy?
L’altra, per lunghi istanti, rimase in silenzio, come a chiedersi quanto volesse dire. Questo fece male a Willow, sapere che Buffy aveva dei segreti nei suoi confronti, poi pensò che anche lei ne aveva avuti. Erano amiche.
-E’ una cosa personale, molto importante. Non sono ancora pronta per dirtelo, ma ho disperato bisogno di trovare quella persona. E’ importante Wil, ti prego, fidati di me.
Willow non aveva visto Buffy così agitata neanche in caso di un’apocalisse. Annuì alla richiesta dell’amica e si sedé al computer accendendolo. Si collegò ad internet per poi girarsi.
-Cosa sai?
-Solo il nome.
-D’accordo, farò del mio meglio…
Cornovaglia, Inghilterra.
Travers stava esaminando alcuni documenti ma non prestava veramente attenzione al suo lavoro, continuava ad osservare il vasto atrio dove decine di persone si muovevano, più o meno silenziose, badando ai fatti propri. Non era costume del concilio fermarsi a parlare durante il lavoro né mostrarsi espansivi oltre la rigida etichetta che regolava i rapporti interpersonali.
Quentin stava aspettando di vedere Magdalene, doveva parlarle e l’ingresso era il terreno più adatto per farlo essendo completamente neutrale.
Come tutte le mattine alle otto e mezza Marlin varcò la doppia porta di vetro che dava sul maestoso atrio del terzo piano e lo attraversò senza salutare nessuno, non la si poteva esattamente definire una persona affettuosa, dirigendosi direttamente nel proprio ufficio.
Si fermò solo quando una figura le ostruì la strada. Era un fatto insolito, in genere le persone cercavano di evitarla. La mise a fuoco, uscendo dai propri pensieri, e riconobbe Travers. Lo guardò un attimo stupita prima di chiedergli cosa volesse, ma solo dopo averlo salutato con educate parole e gelida voce. Il fatto che si odiassero non avrebbe influito sul comportamento che entrambi avrebbero tenuto nei confronti di un altro dirigente del consiglio. Si trattavano in maniera fredda ma educata, in questo senso perfettamente inglesi.
-Buongiorno anche a lei. Miss Marlin dobbiamo parlare.
Era serio, ma lei non ricordava l’ultima volta in cui non lo fosse stato. Lo guardò un attimo ancora prima di rispondere.
-Perché?
-Qualcosa che riguarda entrambi, le cacciatrici ed il passato.
Magdalene non sapeva a cosa si riferisse esattamente ma tutto quello che riguardava quegli argomenti meritava di essere discusso. Lui aveva fatto la prima mossa, venendole a proporre questo incontro, e lei sapeva che non lo avrebbe fatto per cose poco importanti. Accettare era ovvio, il solo problema era nel trovare un luogo adatto, fare quel genere di conversazione in un atrio non era consigliabile.
-Possiamo incontrarci alla biblioteca alle sette di questa sera se per lei va bene Mister Travers.
-Sarò lì.
Detto questo, senza una parola di saluto, si girò per tornare nel proprio ufficio. I pochi che avevano osato fermarsi a guardare i due parlare finsero indifferenza e tornarono al loro lavoro evitando accuratamente di incontrare lo sguardo con altri, ricordandosi improvvisamente di appuntamenti dimenticati e scordandosi anche quello che avevano visto.
Niente. Dagli archivi statali non risultava che Janet Tisred fosse mai esistita in america o meglio, non quella che cercava Buffy. C’erano state delle omonime, ma abitavano entrambe in Texas e non avevano figli. Buffy le aveva detto che cercava una donna con almeno un figlio.
Willow avrebbe voluto farle delle domande ma si trattenne. Non capiva dove volesse arrivare la sua amica e questo la infastidiva molto. La preoccupava anche. Che nel loro rapporto fosse cambiato qualcosa e lei non se ne era neanche accorta fino a quel momento? Aveva come la sensazione che Buffy non si fidasse più di lei, e questo le dispiaceva. Questo la impauriva.
Volle abbandonare quei pensieri. Lei era la sua migliore amica, punto. Non c’era altro. Probabilmente il suo comportamento era dovuto a una qualche forma di stress post-caccia, o qualcosa di simile, non che esistessero trattati sulla psicologia delle cacciatrici da consultare. Almeno non che lei sapesse.
Questa ondata di pessimismo non era da lei. Colpa della frustrazione crescente che provava. Le sua abilità di hacker non sembravano sufficienti a trovare qualcosa. E questo non si era mai verificato prima.
Insomma, quella ricerca si stava rivelando decisamente frustrante. Aveva controllato nell’archivio delle carte di identità, niente, nel registro delle patenti. Niente. Poi era entrata anche nelle registrazione delle tessere sanitarie. NIENTE. E con il passare del tempo la cacciatrice era sempre più depressa. Eppure doveva risultare qualcosa…
-Hey, Buffy non sai altro di lei? Qualsiasi cosa…
-Non credo… So che era a Chigaco nel 1983, niente di più.
Era un punto di partenza. Willow continuò a cercare.
Nulla. Non risultava nulla negli archivi cittadini, non era segnata nelle liste dei cittadini con diritto al voto. L’abilità di Willow nel trovare le informazioni necessarie attraverso la rete sembrava svanita. Oppure era svanita chiunque stessero cercando.
Rimaneva solo un’ultima possibilità percorribile, altrimenti o chi cercavano non era davvero mai esistito o faceva parte di un qualche servizio segreto e non era igienico entrare in quegli archivi dal proprio computer senza un minimo di preparazione. I giganteschi archivi on-line dei giornali erano la sua ultima risorsa. Fece partire una ricerca incrociata tra giornali nazionali e locali con il nome della donna che cercava e l’anno interessato. Era una possibilità remota ma non le veniva in mente altro.
Dopo quattro ore, passate a fingere di studiare mentre osservava la cacciatrice consumare il pavimento della loro stanza, il computer trovò un riscontro. Era un trafiletto nella cronaca di un giornale locale, poche righe. Willow, sospirando, chiamò Buffy che arrivò di corsa aggrappandosi alla nuova speranza. Si sporse verso lo schermo e vide i caratteri neri sullo sfondo di un grigio sporco, con a fianco una foto in bianco e nero a cui non prestò attenzione.
Lesse velocemente le poche righe.
“Oggi, in un incidente stradale all’uscita dell’autostrada, è morta Janet Tisred, inglese, di trentasei anni. Le modalità dell’incidente non sono ancora chiare alla polizia che farà proseguire le indagini alla ricerca di risposte. La donna, sola, lascia le due figlie una di quasi tre anni, l’altra di pochi mesi.”
-E’ lei.
Fu tutto quello che Buffy riuscì a dire prima di scoppiare in lacrime. Non ricordava quando era stata l’ultima volta che aveva pianto. Che aveva pianto di fronte a qualcuno. Willow non capiva cosa stesse succedendo all’amica, ma si alzò per abbracciarla, tentando di confortarla. Era strano tenere tra le braccia quella ragazza e sentirla singhiozzare. In genere i ruoli erano invertiti.
La donna era una cittadina inglese… ecco perché non risultava, eppure anche se straniera le tasse doveva pagarle ugualmente… a meno di essere una turista. Troppe domande senza risposte. Troppi punti ancora oscuri, come se qualcuno avesse cercato di far sparire tutto ed avesse dimenticato un’unica traccia. Ma che interesse si poteva avere nel far sparire la vita di una donna simile?
Più tardi, quando avesse capito cosa stesse succedendo all’amica avrebbe provato a trovarne le risposte. Ma, soprattutto, chi era quella donna per Buffy? Perché la sua amica era così sconvolta dalla morte di una sconosciuta, avvenuta quasi venti anni prima?
Delaware, casa di Miss Parker.
Faith entrò nella casa precedendo l’alta bruna che l’accompagnava. Questo non era esattamente un gesto di cortesia da parte della sua ospite, quanto piuttosto una mossa previdente per evitarsi di finire con una pallottola nella schiena. Faith aveva tacitamente accettato questa posizione, relativamente indifesa, per pratici motivi, non certo per bontà d’animo.
Voleva che la donna si fidasse almeno un minimo di lei, ed inoltre, come cacciatrice, aveva ben più di una possibilità di uscire viva da quella situazione, considerando il fatto che l’altra non impugnava la pistola, ma la teneva nella fondina alla cintura. Di certo Faith non era più veloce di un proiettile, ma le bastava esserlo più di chi sparava per sopravvivere.
La cacciatrice superò la soglia ed immediatamente esaminò l’ambiente per riflesso condizionato. Controllò le vie di fuga e di accesso, l’eventuale presenza di altre persone, per poi soffermarsi sul mobilio e quello che i particolari della stanza le potevano rivelare sulla padrona di casa. Conoscere il proprio interlocutore era basilare per quello che voleva dire.
Notò la bottiglia di liquore quasi vuota sul tavolino vicino al divano ed il singolo bicchiere poggiato lì vicino, eppure la donna non sembrava ubriaca, anzi era decisamente lucida. Il resto della stanza era pulito ed in ordine, non riusciva a vedere nulla fuori posto. Se tutto questo le comunicava qualcosa, questo si poteva tradurre in un solo pensiero, “fai attenzione, si tratta di un osso duro e di una donna abituata a comandare”.
Miss Parker richiuse la porta dietro di sé, notando come la sua “ospite” evitasse di fare gesti bruschi e tenesse le mani lontano dalla fondina ascellare dove aveva riposto la sua glock, cominciò a credere che fosse venuta realmente per parlare con lei e non per spiarla per conto del Centro.
-Accomodati pure.
Faith si sedé sul divano ed assunse deliberatamente una posizione rilassata, rilasciando i muscoli delle spalle ma continuando a tenere la schiena ben eretta. Miss Parker rimaneva in piedi ad un paio di metri dal sofà, in posizione dominante, e la fissava negli occhi dall’alto del suo metro e ottanta.
-Cominciamo dall’inizio. Tu chi saresti?
-Faith.
Questo fece alterare Miss Parker. La donna non era certo famosa per la sua pazienza ma oggi era decisamente irritabile, addirittura più del solito. E lei odiava essere presa in giro, perciò quando parlò, per essere più esatti, sibilò con disprezzo, era la regina di ghiaccio di cui, in un posto dove un singolo errore poteva essere pagato con la morte, tutti avevano paura.
-Non hai nemmeno un dannato cognome!
“Certo che se fossi un'altra persona questa donna mi metterebbe un sacro terrore addosso” rifletté Faith “Del resto è la figlia di Catherine e non mi sarei aspettata niente di meno.”. Non si lasciò intimorire, la cacciatrice aveva affrontato troppi altri avversari per aver paura di semplici atteggiamenti.
-Non credo che ti riguardi, non ancora. E il tuo nome sarebbe…
-Miss Parker. Ora voglio sapere dove avresti incontrato mia madre. E fa attenzione a dirmi la verità, perché se non è così, quanto è vero che esiste Dio, ti ammazzo con le mie mani.
Non stava scherzando e lo sapevano entrambe.
-La verità? Sicura di volerla sapere? –ma era una domanda retorica. -Tua madre? Era la mia osservatrice. Abbiamo vissuto insieme per qualcosa come sei mesi.
E Faith le raccontò cosa era successo, chi lei era, le disse del concilio ed infine di come era morta la madre. Miss Parker, mentre il racconto si protraeva, aveva cominciato a passeggiare nervosamente per la stanza, come suo solito. Con l’avanzare del racconto si rabbuiava od illuminava ed il passo subiva leggere modifiche, ma ascoltò tutto in silenzio, senza interrompere o fare commenti.
Nel momento in cui ebbe la certezza che la madre era davvero morta, morta dilaniata, si fermò per girarsi e fissare nuovamente negli occhi Faith.
-E perché tu, prode cacciatrice, non avresti fermato quel vampiro?
Faith avrebbe voluto inghiottire a vuoto mentre i ricordi le tornavano alla mente così facilmente, e con loro i crampi allo stomaco che erano diventati così familiari. Ma la domanda di Miss Parker era legittima e lei si sentiva in dovere di rispondere. Non era vero, come sostenevano molti, che lei non avesse senso dell’onore, semplicemente si limitava a mostrarlo solo alle persone che stimava. E la figlia di Catherine, in quanto tale, era una di queste.
-Quella notte mi assalirono in dieci. Mi pestarono con mazze da baseball e catene, fino a ridurmi ad una maschera di sangue. Fui torturata per qualcosa come dieci ore e costretta a vedere Kakistos uccidere la mia osservatrice, che era il mio unico punto di riferimento. Se avessi potuto fare qualcosa, credimi, l’avrei fatta.
Ci fu silenzio per la prima volta dopo mezzora. Miss Parker aprì il bar e versò del gin da una bottiglia muova, ignorando quella già aperta sul tavolo, in due bicchieri di cristallo senza aggiungere ghiaccio od altro. Uno lo porse a Faith. L’altro, lo scolò lei di un fiato solo.
Los Angeles.
Angel rientrò nel proprio appartamento alle quattro del mattino circa. Era stanco, era stata una lunga nottata, aveva dato la caccia ad un demone decisamente abile e sfuggente ma che non era un valido guerriero in un corpo a corpo. Lo aveva seguito per tre ore nei peggiori quartieri della città prima di riuscire a raggiungerlo e a finirlo dopo un breve combattimento a mani nude. E così aveva risolto un altro caso.
Chiuse la porta e si tolse la lunga giacca di pelle completamente immerso nei propri pensieri, era stanco e non riusciva a percepire con chiarezza quello che gli stava attorno, gli sembrava che ci fosse qualcosa. Scosse la testa per schiarirsi un po’ le idee e mentre si allungava per appendere il cappotto si rese conto che c’era qualcun altro in quella stessa stanza con lui.
Se ne era accorto con un decimo di secondo di ritardo. Continuandosi a muovere casualmente, come se non si fosse accorto di niente provò ad esaminare meglio la stanza a cui dava le spalle. C’era silenzio, non percepì movimenti e poté solo ipotizzare che l’altro era direttamente dietro di lui.
Riuscì ad individuare l’esatta posizione del potenziale avversario solo con la sua vista acuta da vampiro quando si girò per affrontarlo. Era tranquillamente appoggiato ad una parete vicino ad una finestra ma non nel cono di luce proiettato da essa.
La figura, in leggera contro luce, fece qualche lento passo in avanti e si fermò a due metri da lui.
-Una volta avresti agito in maniera un po’ differente.
Angel non riuscì a riconoscere la voce e si rese conto solo ora che l’altra figura era in realtà una donna avvolta da un ampio soprabito. Come sempre i suoi dubbi non trasparirono in superficie.
-Ad esempio avrei acceso la luce?
-Non fare i tuoi giochini mentali con me Angel, non sono una ragazzina spaventata. Al buio tu vedi molto bene. La luce avvantaggerebbe me.
Lei sorrise e così fece lui accordandogli la vittoria. Poi la donna proseguì.
-Una volta non avresti voltato le spalle ad un avversario.
Sorrise ancora. Si era accorta del suo ritardo nel localizzare la presenza estranea. Angel fece un leggero cenno con il capo, come a dare un assenso.
-Di cosa vuoi parlare?
Non era lì per attaccarlo, altrimenti lo avrebbe già fatto. E sinceramente Angel non aveva la certezza che avrebbe vinto quello scontro. Quella donna non era ciò che appariva e per ora questa era la sua unica certezza.
-Interessi comuni.
Angel la guardò un po’ di traverso, divertito, chiedendosi cosa volesse davvero quella donna mentre cercava di ricordare dove avesse già sentito quella voce profonda e calda. Doveva essere stato molto tempo fa, probabilmente in un’altra lingua.
-Saprai che non sono più quello di una volta.
-E’ per questo che sono qui. Ad Angelus non interesserebbe quello che voglio dirti. Diciamo che lui, che tu, - Sorrisero ancora. - era un po’ più assetato di potere.
-Allora accomodati mentre accendo la luce.
-Adesso come allora non fai domande a cui gli altri potrebbero non rispondere.
La donna si sedé su una poltrona e la luce la illuminò. Angel la fissò negli occhi riconoscendo vagamente la figura familiare del volto, senza però riuscire a collocarla in uno spazio ed un tempo definito. Frustrato, fece mostra del suo migliore sorriso per poi rivolgersi di nuovo a lei, facendo riferimento a ciò che non aveva chiesto.
-Il tuo nome appartiene solo a te. –Rispose educatamente.
La donna sorrise divertita.
-Oggi mi chiamano Eliza, ma tu non mi hai conosciuto con questo nome.
L’immortale continuò a sorridere mentre gli occhi scuri di lui rimanevano impenetrabili come sempre.
Spike stava facendo quello che faceva ogni sera da quando quelli dell’Iniziativa gli avevano piantato un chip nel cervello. Beveva.
E oggi aveva abbastanza soldi in tasca da potersi prendere una sbornia colossale. Ne sentiva davvero il bisogno. Sentiva la necessità di staccare per qualche ora dai suoi problemi. E ne aveva la possibilità, avendo per cosi dire “trovato” un centone nella tasca di un altro vampiro che era diventato, Spike era affranto per questo, molto affranto, cenere.
Investì il suo capitale in bourbon, non certo di annata, né tanto meno buono, solamente accettabile da mandare giù ed abbastanza alcolico da stenderlo con poche bottiglie. Prima di mezzanotte era così sbronzo da non ricordarsi neanche più che era un vampiro.
Girovagava per le strade senza fare attenzione a nulla, barcollando e canticchiando vecchie canzoni tra sé. Non si sentiva bene, no, non bene. Ma non sentiva ed era abbastanza.
Infine arrivò ad un punto tale di stanchezza mista sempre allo stordimento dell’alcool per cui anche lui, come tutti gli ubriachi, perse l’equilibrio cadde rovinosamente tra i bidoni di un vicolo dimenticato, scivolando in uno stato di dormi veglia.
Sunnydale, campus universitario.
Tra i singhiozzi Buffy le aveva raccontato chi era Janet. Willow era scioccata. Le sembrava così assurdo… Eppure era vero, l’età di Buffy e della bambina più grande coincidevano, i documenti di adozione erano veri. Mentre la rossa controllava i documenti Buffy si era un po’ calmata.
La bionda le aveva chiesto di trovare tutto il possibile sulla madre e magari di rintracciare la sorella più piccola. Non sarebbe stato facile, Willow glielo aveva detto, le aveva anche parlato di apposite agenzie che cercavano di riunire queste famiglie separate.
Ma Buffy era troppo confusa per cercare davvero di trovare una soluzione efficace. Quella mattina non sapeva ancora perché la madre l’avesse data in adozione. Poteva credere quello che voleva, che fosse stata costretta, che fosse stata una libera scelta per darle una vita migliore.
Ora sapeva la verità. Era morta. E tutta la rabbia che Buffy aveva provato era scomparsa e con essa anche la speranza di ritrovarla.
Non era stata abbandonata. Le sembrava così importante anche se in realtà non cambiava nulla. Ad un tratto le venne voglia di ridere. Di ridere dell’assurdità della situazione. Sua madre era morta quando lei aveva tre anni. Aveva una sorella minore che non aveva mai visto, che per quello che sapeva lei poteva essere già morta, oppure una ricchissima pop-star. Lei Buffy Summers o Tisred era inglese.
Avrebbe riso volentieri, ma si sarebbe trattato di un riso convulso ed isterico.
Delaware, casa di Miss Parker.
Ci fu un secondo bicchiere di gin ed altri dieci minuti di silenzio. Poi Miss Parker fece l’ultima domanda a Faith.
-Perché sei qui?
La cacciatrice giocherellava con il bicchiere in mano mentre osservava i riflessi della luce sul cristallo lavorato. Parve non aver sentito la domanda, ma dopo pochi secondi cominciò a parlare.
-Spesso i suoi occhi. –cominciò a bassa voce Faith, come parlando di qualcosa che non sarebbe dovuto essere ascoltato. – diventavano lontani, come se Catherine stesse guardando qualcosa di lontano, di irraggiungibile. Accadeva spesso sai? –La cacciatrice alzò il volto per guardare negli occhi lo specchio della persona di cui stava parlando, le labbra per la prima volta illuminate da un vero sorriso dall’inizio di quella conversazione.- Per qualche attimo, pochi secondi od un minuto, lei semplicemente non era più lì con me. Andava in una qualche posto lontano, che evidentemente rimpiangeva, un posto che la faceva sentire triste e felice insieme. Io non chiedevo mai di quello sguardo. Era la sua vita. Apparteneva solo a lei, io non ne facevo parte. Se avesse voluto me ne avrebbe raccontato lei. Erano ricordi talmente vivi che la attraevano irresistibilmente, ma quando ne riusciva, lo vedevo, ne soffriva. –Faith fece un attimo di pausa e smise di giocare con il bicchiere che posò sul tavolino. Rialzò lo sguardo sul volto di Miss Parker e continuò il suo ultimo racconto. -Un giorno come tanti altri per qualche istante fissò quel qualcosa che poteva vedere solo lei, quel suo mondo, poi si riprese, mi guardò e sorrise. Aveva un bel sorriso. Mi raccontò di te. Per la prima e l’ultima volta ti menzionò. Ma tu eri sempre nei suoi pensieri, lo vedevo, lo potevo sentire. Mi rivolse poche frasi, ma le ricordo ancora a memoria, come se mi avesse parlato pochi minuti fa. “Sai Faith io ho una figlia. E’ una ragazza bellissima, forte, capace, sensibile. Mi manca molto, ma so di non poterla più incontrare. Sai, vorrei che voi due, un giorno, vi conosceste. Vi somigliate molto. Scommetto che andreste d’accordo.
Ci fu un altro lungo silenzio che nessuna delle due aveva il coraggio di riempire.
-Kakistos è morto. E’ stato ucciso davanti ai miei occhi. – “Come Catherine.”-Ma ho motivo di credere che si sia trattato di un omicidio su commissione. Quel vampiro non era lì per caso, sapeva chi cercare e come arrivarci. –Si tolse dalla tasca un bigliettino e lo posò sotto al bicchiere, sul tavolino. –Questo è il mio numero di cellulare.
Detto questo si alzò dal divano ed uscì senza alcun gesto di saluto.
Los Angeles.
Anche Angel si sedé su una poltrona, quella di fronte alla sua inattesa ospite. Si fissarono per qualche altro istante in silenzio prima di cominciare a parlare. Si stavano studiando apertamente aspettando.
-Dunque “Eliza”, - stressò la parola ad evidenziare l’ironia, non credeva che quello fosse il suo vero nome. -posso dire che tu non sei un umana, che non sei un demone. Quindi mi potresti illuminare sulla tua natura?
Il suo tono era cordiale e sinceramente interessato, amava la cultura, adorava imparare. Quella che gli stava davanti poteva essere o meno un’avversaria, ma certamente lui avrebbe cercato di imparare qualcosa da lei. Forse era questo quello che più gli piaceva dell’immortalità, infinite possibilità di conoscere.
-Sono un’immortale.
Angel la guardò un attimo stupito, il suo sguardo si fece lontano e poi, come se recitasse qualcosa a memoria, appreso tanto tempo prima ma mai dimenticato:
-“Gli immortali sono umani che, in seguito ad una morte violenta, tornano a vivere una vita eterna che può essere spezzata solo con il taglio della testa.” Non ne avevo mai incontrato uno.
-O forse non te ne sei reso mai conto.
Angel non era una persona ottusa e ammetteva con sincerità che non aveva conosciuto ancora tutto quello che c’era nel mondo, anche dopo più di duecento anni di vita. “Ci sono più cose in cielo ed in terra di quante ne dica la tua filosofia, Orazio”. Shakespeare, Amleto.
-E’ possibile. –fece una breve pausa.- Quando ti ho incontrato per la prima volta tu eri già immortale ed io vampiro non è vero? –Gli sembrava di riconoscere qualcosa nella figura davanti a lui.
-Esatto.
-Riconosco il tuo viso ed il tuo odore. Deve essere stato molto tempo fa, quando ero giovane. –Quando era giovane non faceva veramente attenzione a tutto quello che lo circondava, non l’attenzione che avrebbe prestato dopo, era ancora inebriato e ottenebrato dalle nuove possibilità percettive che aveva acquistato. Ricordava vagamente, molto vagamente i tratti di quel volto, ma non significava molto, si incontrano persone molto somiglianti tra loro in decenni di viaggi e spesso si scambiano.
La cosa che lo rendeva quasi certo di averla già incontrata era una specie di “assenza” che provava, come se non la vedesse chiaramente. Per riconoscerla come umana mancava qualcosa e lui non riusciva a capire cosa. Non era come quegli uomini, o donne, che hanno un qualche potere, e tu lo senti, lo avverti. Era l’esatto contrario. Tutto questo era frustrante. Lei sembrava, appariva come… meno evidente. Aveva capito. Era questa la differenza, lei era come un’ombra ai suoi sensi, era per questo che non si era accorto subito della sua presenza nella stanza.
-“Quando ero giovane”…Perché? A soli duecentocinquanta anni ti consideri già vecchio Angel?
La sua voce era ironica nel suo tono basso. Il vampiro sorrise chiedendosi quanti anni avesse davvero quella donna che non ne dimostrava più di trentacinque.
-No, non mi considero vecchio, diciamo maturo. Non credo di essere il più anziano in questa stanza.
Eliza sorrise.
-Probabilmente hai ragione.
-Di cosa vuoi parlare?
-Sai che cosa è il concilio degli osservatori, Angel?
Lui rispose senza veramente capire a cosa volesse arrivare l’altra.
-Certo che lo so. E’ un’organizzazione che ha il compito di trovare ed addestrare la cacciatrice a compiere il suo sacro dovere di dare la caccia ai vampiri e sterminarli per proteggere l’umanità.
-Non hai risposto alla mia domanda Angel. Non ti ho chiesto chi sia o cosa faccia la cacciatrice. –Lui la osservò un po’ risentito e confuso. –Credi davvero che il concilio si accontenti di guidare una “prescelta” nel suo “sacro dovere”?
-So che il concilio usa anche altri agenti, ma lo fa principalmente per tenere d’occhio la popolazione di demoni in zone lontane dalla cacciatrice.
-Diciamo così Angel. Conosci la verità, frammenti della verità, ma non li hai mai messi insieme. Segui un attimo il mio ragionamento. Quale è il vero scopo del concilio? Spero che non crederai alla favoletta di salvare e proteggere l’umanità.
-Una volta era così.
Lei sorrise triste e divertita.
-Una volta si credeva fosse così. Gli osservatori, o meglio, i loro capi, cercano la sola cosa che accomuna tutti, il potere. Il fatto che non permettano la distruzione del mondo è una conseguenza di questa ricerca. E’ lo stesso motivo per cui le così dette superpotenze non usano le armi più potenti in loro possesso. Si ritroverebbero vittoriose sul nulla.
Angel non era stupito, lo aveva sospettato in un certo senso. Non ne aveva mai avuto la certezza ma non era un’idea così aliena. Questo spiegava molti altri comportamenti del concilio che aveva osservato nella sua vita ma a cui non aveva trovato una ragione valida.
-Non vedo questo cosa abbia a che fare con me. Se c’è qualcuno a cui può interessare ciò, è la cacciatrice, non sono io.
-Se mi fai arrivare al punto… Il potere che cercano al consiglio è il potere sul mondo sotterraneo, quel mondo non pubblicizzato di cui noi facciamo parte. Quello che tu non sai, quello contro cui non ti sei ancora scontrato, è che il concilio non vuole nessun possibile leader che possa, in un futuro, essergli dannoso, sopravviva e prosperi. Vogliono evitare il sorgere di altre organizzazioni che possano detenere il controllo su qualcosa.
-Ed io sarei uno dei possibili capi.
-Esatto, lo sei già stato. E non credere che per il fatto che tu non uccida più esseri umani loro ti appoggeranno o sosterranno. Quando si accorgeranno di te, del fatto che sei vivo e che “lavori” in una città importante come Los Angeles, questo non li fermerà per più di un secondo. Il concilio è un club molto esclusivo, un club in cui solo gli umani possono entrare. Vampiri con l’anima, ed immortali, non vi possono accedere, per loro, noi siamo semplici pedine od ostacoli.
Angel non era stupito, disgustato dal fatto che il concilio si nascondesse sotto il velo del protettore della Luce, ma anche incuriosito.
-E tu come faresti a sapere tutto questo?
-Sono stata un’osservatrice.
Miss Parker si versò un altro bicchiere di gin per finirlo in un solo sorso. Fece per versarsene ancora ma si accorse che la bottiglia era vuota. Si alzò di controvoglia dal divano per andare a procurarsene un’altra. Stava sbagliando a cercare di assimilare le emozioni che la stavano sommergendo in questo modo, lo sapeva bene. Sapeva che non avrebbe risolto nulla e non era un mistero che l’orlo della vera dipendenza dall’alcool era vicino, molto vicino.
Nelle ultime trentasei ore aveva quasi finito la scelta scorta di superalcolici del proprio bar e dormito per non più di quattro ore. E questo aveva lasciato i suoi effetti, come il malditesta che minacciava di farle saltare il cervello, che non aveva aspettato il mattino successivo per presentarsi, e la stanchezza che si sentiva addosso, come se avesse quaranta di febbre.
Gli occhi le bruciavano non solo dalla stanchezza ma anche dalle lacrime che non aveva pianto. Si strinse un po’ di più nella camicia a quadri, il suo ricordo di Thomas, e rabbrividì osservando, senza vederlo, il bicchiere vuoto sul tavolino. La facciata di impassibilità e perfezione era crollata come un castello di carte appena Faith aveva lasciato quel salone, come se la bruna si fosse portata via con sé la sua forza residua, quei nervi incrollabili (creduti da tutti incrollabili) che la sostenevano, lasciando Miss Parker sola come non si era sentita da più di un anno.
Il telefono squillò e le venne voglia di ridere. Era cominciato tutto così meno di ventiquattro ore prima. Poi aveva saputo che sua madre non era morta per mano di Raines, quel colpo sparato a bruciapelo, e aveva ritrovato dentro di sé la forza di sperare che fosse ancora viva. Per poi scoprire da una perfetta sconosciuta che lei era morta per mano di un vampiro, di un vampiro, soltanto tre anni prima a Boston, per più di venti anni creduta morta e onorata e pianta come tale dalla figlia quando non era così.
Sollevò il ricevitore ed indossò di nuovo la maschera di invulnerabilità, quella corazza che la sosteneva e si preparò ad una discussione con chiunque fosse all’altro capo, Jarod, il padre, od anche Sidney. Ora che ci pensava, aveva quasi voglia di parlare con lo psicologo, magari le avrebbe fatto bene, e del resto, per certi versi, Sidney era un padre per lei. Poi scosse la testa e cercò di snebbiarsi un po’ il cervello, ottenendo solo un aumentare delle pulsazione che sembravano volerle spaccare il cranio.
-Parla Miss Parker, chi è?
-Salve piccola Parker.
Le rispose una voce profonda e calda in ucraino che lei non mancò di riconoscere. L’aveva sentita per la prima volta il giorno prima che il padre la facesse entrare a lavorare nel Centro, le aveva detto di essere una vecchia amica della madre. Miss Parker non le aveva creduto e le aveva quasi sbattuto in faccia il telefono quando la voce le aveva cominciato a raccontare cose che solo Catherine poteva sapere.
In quel momento aveva saputo che si poteva fidare di lei, chiunque fosse in realtà. Durante quella prima telefonata l’aveva messa in guardia contro i pericoli del Centro, senza consigliarle di non entrarci, sapeva che Miss Parker si sentiva obbligata a quel passo.
Quei consigli avevano salvato più di una volta la giovane ventiseienne, che per la prima volta, dopo tanti anni, tornava a camminare lungo quei corridoi bui. Questa voce incorporea l’aveva accompagnata per gli ultimi dieci anni, si fidava completamente di lei, non le aveva mai mentito. Con il passare del tempo, assistendo a sempre più tradimenti e curiosi incidenti, Parker l’aveva messa alla prova più di una volta, ma la voce si era sempre rivelata sincera.
Così, quella voce che parlava l’ucraino come se fosse la sua lingua madre, era diventato il segreto meglio custodito da Parker, il consigliere che conosceva le risposte, l’unico che gliele dava. A volte si era fermata a pensare a come apparisse quella donna dal dolce accento, ma non aveva mai desiderato incontrarla. Oltre che per ovvi motivi di sicurezza, amava immaginarsi come meglio credeva la sua “fonte”, e così non aveva mai tentato di contattarla. Era sempre l’amica di Catherine a chiamarla quando aveva bisogno.
-E’ un piacere sentirti di nuovo.
Si sentiva rasserenata al solo parlare con lei. Si lasciò cullare da questa sensazione.
-Fa molto piacere sentirti anche a me, giovane Parker. Ma credo che non sia un momento felice per te, è per questo che ho chiamato.
-Sai già tutto, vero?
Miss Parker non era stupita. In qualche modo l’altra sapeva sempre quello che le succedeva. Anzi, spesso sapeva più dei diretti interessati.
-Molto. Hai già incontrato Faith?
-Si, mi ha detto di mia madre, mi ha raccontato di vampiri e cacciatrici. Come se il mondo non fosse brutto a sufficienza. Speravo che almeno i demoni fossero solo leggende, anche se con la gente con cui lavoro ogni giorno avrei dovuto capirlo prima, immagino. Faith è una ragazza strana, credo di potermi fidare di lei, ma sento che è pericolosa.
-Puoi fidarti di lei. La conosco e anche Catherine si fidava di lei.
-La conosci? – per giungere alla conclusione successiva il salto logico era molto breve.- Sapevi che Catherine era ancora viva.
Non c’era bisogno della conferma. Strano, Miss Parker non si sentiva arrabbiata con l’amica, perchè ormai era anche sua amica, forse tutto quell’alcool l’aveva fatta smettere di provare qualsiasi tipo di sentimento. Ma non era vero, si sentiva sola e vuota.
-Si, lo sapevo. Ma se te lo avessi detto l’avrei messa in pericolo, e anche tu saresti finita uccisa. Come ogni figlia non avresti accettato la separazione senza agire, non è da te. Mi ha chiesto lei di badare a te, giovane Parker.
-Aveva scelta?
-No.
La linea suonò di nuovo libera nella cornetta appoggiata all’orecchio di Parker.
La donna posò il ricevitore per poi portare la bottiglia in cucina e buttarla nel cestino. Si massaggiò le tempie riuscendo a calmare appena il malditesta arrivando a mettere due pensieri coerenti in fila. Non aveva fame, ma sapeva che doveva mangiare, così si preparò un po’ di insalata ed una bistecca, limitandosi a bere acqua ed a scioglierci un paio di aspirine. Fu un pasto veloce e silenzioso che consumò preparandosi a quello che avrebbe dovuto affrontare.
Finita la cena ammucchiò i piatti nel lavandino ed andò a farsi una lunga doccia bollente. Quando ne uscì le era passato il malditesta e le era tornata la grinta di sempre. Con i capelli ancora bagnati tornò in salone ed afferrò il telefono.
La prima chiamata fu per Sidney. Gli disse che era stata male tutto il giorno e non aveva avuto voglia di avvertire. Lo psicologo non fece commenti, se non le credeva non glielo fece notare, la conosceva abbastanza da sapere di non fare domande. Fu una conversazione breve, ma si conoscevano da abbastanza tempo da poter saltare i convenevoli. Lei lo avvertì che anche l’indomani mattina sarebbe arrivata con un paio di ore di ritardo.
Poi Miss Parker prese in mano il biglietto bianco, un cartoncino ruvido al tatto con una scritta nera fatta in fretta, su cui era annotato il numero di cellulare di Faith. Lo osservò un attimo, rigirandolo pensierosa tra le dita, poi compose il numero.
Cornovaglia. Inghilterra.
La biblioteca del Concilio degli Osservatori poteva a ben diritto essere definita immensa. Conteneva migliaia di volumi su magia, mitologia, scienza ed arte occulta. Libri che erano stati raccolti in secoli, a costo di enormi sforzi, non solo di natura economica. Tra quegli scaffali ne si potevano trovare alcuni unici, dati per scomparsi o distrutti dal resto del mondo e conservati segretamente lì. Era la biblioteca più vasta sulla materia.
Od almeno, la più vasta raccolta di informazioni conosciuta su quel mondo che non esisteva.
Molti studiosi la ritenevano un vero e proprio santuario, quasi un luogo di culto, e gli immensi saloni, alternativamente illuminati od immersi nella penombra, gli altissimi soffitti, affrescati o dagli splendidi stucchi, assieme ai pavimenti di lucido marmo grigio, non potevano che dare ragione a questa impressione.
E, come in tutte le biblioteche del mondo, vi regnava il silenzio.
Grande ed importante come era, non risultava mai deserta, ci sarebbe sempre stato qualche ricercatore al suo interno, sepolto in mezzo ai libri o nascosto in una sala di lettura appartata, che approfondiva questo fatto o quella magia. Era comunque difficile incontrare dei lettori dopo le cinque, orario in cui i più andavano a casa, ed i saloni erano così vasti da apparire spesso abbandonati.
In una di quelle sale di lettura, quella riservata ai dirigenti del consiglio, e per questo la più lussuosa e confortevole, Magdalene e Travers si erano dati appuntamento. Lì era conservata la copia di tutti i Diari degli Osservatori e le Cronache degli Osservatori. Quella collezione era la vera memoria del consiglio, la memoria ufficiale degli atti compiuti e degli eventi accaduti, e per questo era custodita con la massima cura, in quel luogo dove le tradizioni erano la legge.
Quando entrò, Quentin trovò Marlin ad aspettarlo, assorta nella lettura di un pregiato volume dalla copertina di pelle marrone, un Diario quindi, le Cronache erano contenute in libri dalla copertina di pelle rossa.
Travers si avvicinò in silenzio aspettando che l’altra alzasse lo sguardo dal libro che stava leggendo e prendesse atto della sua presenza. Invece, completamente ignorato, si accomodò nella poltrona di fronte all’unica occupata della sala.
Appena si fu seduto, Magdalene girò con cura una pagina del manoscritto, quasi assaporandone il rumore della carta che si propagava nell’ambiente, e cominciò a leggere ad alta voce.
-“Oggi davanti alla porta del mio appartamento ho trovato il suo cadavere. Dopo un sommario esame ho notato i segni sul collo, sia lividi che due fori, come di un morso. La Cacciatrice è stata soffocata fino all’incoscienza ed in seguito drenata del suo sangue. Agonizzante è stata portata davanti alla mia casa. Dopo sei mesi dalla chiamata, la Prescelta Cristal Refdor, Cacciatrice giudicata Abile congiuntamente dal suo Osservatore e dall’Inviato del Concilio Hartur Smith, è morta.”-
Marlin chiuse il volume e lo poggiò sul tavolino vicino a lei, dove si trovava la lampada, che con la sua luce, faceva risplendere le lettere dorate incise sulla copertina “Quentin Travers”.
Poi alzò il volto, che non era divertito, che non era vittorioso, che non era né triste né orgoglioso. Non aveva alcuna espressione. Fissò i suoi occhi in quelli di Travers.
-Di cosa mi vuoi parlare?
Chiese Magdalene, con finta non curanza, dopo quasi un minuto di silenzio, lasciando che la sua lettura penetrasse a fondo nell’altro, mettendolo in una posizione psicologia assai svantaggiosa.
-Sai cosa stanno facendo le tue cacciatrici?
La donna rifletté un attimo prima di rispondere, non sapeva dove l’altro volesse arrivare.
-Che cosa ti interessa Travers?
-Credo proprio che la tua cacciatrice preferita, la Rinnegata, si stia divertendo a scavare nel suo passato. E per quanto ne so io, tu non vuoi che quel passato torni a galla.
La voce sibillina di Travers si spense nel silenzio mentre la sua avversaria si rilassava nella poltrona di pelle. Ora sapeva come giocare questa partita.
-E cosa ti ha fatto arrivare alla brillante deduzione?
-A Boston gli esponenti di spicco della comunità demoniaca hanno ricevuto visite poco chiare. In quella zona si sta muovendo qualcosa, ed è qualcosa di non chiaro. Certo potrebbe non essere la Tua cacciatrice ad agire…
-Quentin, non prendiamoci in giro, tu non vuoi che quel passato torni a galla esattamente quanto me. Cosa ci guadagno se tengo occupata la mia cacciatrice per una settimana, in maniera tale che tu possa prendere le tue contromisure?
Quentin era certo che si sarebbe arrivati ad un accordo, ora era il momento di fare l’offerta, un’offerta generosa ma non il massimo delle sue possibilità. Era sempre stato bravo a mercanteggiare.
-Ti cedo il controllo della squadra speciale Bravo, a cui si deve nominare un nuovo comandante. L’altro è morto la scorsa settimana in azione.
Chi deteneva davvero il controllo di una squadra del consiglio era proprio il comandante della squadra stessa. Per tradizione a loro era data una ampia indipendenza, sia per quanto riguardava l’addestramento che per la direzione delle missioni. Avere il controllo di una squadra, ma il comandante di questa avverso, era quasi più dannoso di non averla affatto.
-Ho due cacciatrici ai miei ordini, cosa vuoi che mi interessi una manciata di uomini in più?
Rispose sorridendo la sua interlocutrice, sorridendo in maniere sincera ma calcolatrice.
-Lo sai anche tu che non puoi conquistare il mondo con due soldati, per quanto bravi. Gli eroi non compongono gli eserciti. E del resto puoi mettere la mano sul fuoco per la loro fedeltà?
Le fece osservare mellifluo Travers. Magdalene fece un attimo di silenzio e lo sguardo si fece lontano.
-Voglio il tuo appoggio affinché una persona di mia fiducia diventi vice capo delle comunicazioni. –L’altro stava per scuotere il capo ed interromperla ma lei lo ignorò continuando a parlare.- Non dire di no…In questa storia tu ci guadagni più me, il passato, quel passato, per te è molto più pericoloso…
-Intendi qualcosa che io non conosco?
-No, niente del genere- Magdalene sorrise a Quentin, rispondendo ironicamente alla domanda falsamente ingenua di lui.- Una qualche missione da far compiere alla cacciatrice la troverò. Tu ti occuperai della distruzione delle prove che tanto ti affliggono.
Travers rifletté sulla proposta, il prezzo era alto, ma la posta in gioco era ben più importante, anche se Magdalene non lo sapeva.
-D’accordo, accetto.
Angel distese le dita della mano destra sul bracciolo della poltrona e le osservò per un istante. Affusolate, quasi longilinee, alcuni avrebbero detto perfette, dalla carnagione appena troppo pallida per essere umana. Il punto, dove prima il demone lo aveva artigliato, ora era perfettamente rimarginato, come se lì non ci fosse mai stata una profonda ferita che aveva lacerato i tendini di indice e medio, rendendoli inutilizzabili per lunghe ore.
-Per ricapitolare. Tu sei un’ex osservatrice, anche se tu stessa hai detto che gli immortali non possono esserlo, ed in questo modo hai appreso molto sul concilio, su quali sono i suoi meccanismi ed i suoi scopi. Quindi sei venuta qui, da dovunque tu abiti, che per quanto ne so io può essere anche la Finlandia, e mi hai dettagliatamente informato che il concilio, in un vicino futuro, potrebbe volere la mia pelle perchè il vero scopo degli osservatori è il potere. Detenere il potere sul mondo “paranormale”, e che questo loro scopo è un segreto ben custodito. E tutto questo per quale motivo? Ti sei data al volontariato? Hai fondato un’organizzazione umanitaria?
La sua voce era gelida ed ironica quanto quella che gli rispose calma e rilassata.
-No, Angel. Non ho intenzione di diventare la paladina degli oppressi al momento. Sono qui, (e per chiarezza non vengo dalla Finlandia, lì fa troppo freddo per i miei gusti), per offrirti un’alleanza. Niente di più. Ti ho informato ed ora, a tua discrezione, puoi accettare o rifiutare. Non credere che io e te siamo gli unici qui fuori che non desiderano uccidere esseri umani giusto per scacciare la noia o anelano la distruzione del mondo. Ce ne sono altri, molti altri. Alcuni che vivono da millenni, indisturbati o quasi, ma soprattutto ignorati dal concilio. Io sto semplicemente cercando di creare una rete di contatti in modo che ci possiamo aiutare a vicenda in caso di bisogno. So che sei forte, ma non credo che tu ti ritenga onnipotente.
-E perché io dovrei credere che tutto questo funziona?
Angel muoveva leggermente indice e medio godendosi la ritrovata mobilità e cercando un po’ di sfogo fisico all’accumulo di idee e pensieri. La sua mente lavorava a tutta forza, ripercorrendo tutto quello che gli era stato detto, cercando sia conferme dalla sua memoria e dalla sua intuizione, sia pecche al quadro che gli era stato dipinto davanti.
-Forse perché mantiene in vita me ed i miei alleati da almeno cinquecento anni.
Eliza sorrise divertita dall’istantaneo sguardo di sorpresa che attraversò gli occhi scuri di Angel, un lampo che sarebbe sfuggito ai più. Gli occhi tornarono in una frazione di secondo quelle pozze scure immobili che erano prima.
-Allora perché non mi hai contattato prima?
-Credi forse che il tuo numero si trovasse su un elenco telefonico? Sei sparito per più di un secolo e prima, lasciatelo dire, non avevi esattamente la reputazione della persona di cui ci si potesse fidare. Sei stato creduto morto dalla tua stessa famiglia ed io non avevo motivo per cercarti e sapere esattamente se tu lo fossi veramente o no. Poi sei “risorto” e mi sono tenuta informata, tutto qui. –Dal comportamento sarebbe sembrata irritata, ma Angel non credeva lo fosse davvero. La donna si muoveva quasi a scatti, mostrava atteggiamenti più aggressivi e sicuri di sé, la voce era un’ottava più alta di prima, ma qualcosa diceva al vampiro che era questa la vera Eliza. Chiunque fosse in realtà. La osservò alzarsi e allontanarsi a passi misurati e rapidi verso la porta. –Quello che avevo da dirti te lo ho detto, sono venuta qui per parlare, nulla di più, perciò ora me ne vado.
Alzò il bavero del cappotto nero e posò un biglietto da visita sul mobile che le era al fianco, poi si girò per parlargli ancora.
-Questo è il mio numero, se vuoi chiamarmi. Altrimenti, addio.
Le linee del volto, la carnagione chiara e gli occhi di una dolce tonalità di verde, le parole che ricalcavano quelle dette molti anni prima permisero finalmente ad Angel di riconoscerla. Una sala da ballo alla metà dell’ottocento, note di Strauss nell’aria, un valzer ballato con grazie ed eleganza, vestiti ricchi e multicolori, gioielli che brillavano come stelle, qualcosa di inafferrabile che lo aveva attratto.
-Arrivederci Alexandra.
Fu tutto quello che le rispose parlando in ucraino mentre lei usciva dalla stanza.
Cornovaglia, Inghilterra.
Jason si trovava nella palestra del concilio, nella parte dedicata alle arti marziali, nel seminterrato del palazzo. Con lui, divisi in diversi gruppi di allenamento, c’erano una ventina di persone che si stava addestrando ai combattimenti corpo a corpo nel silenzio generale, interrotto solo dalla voce dei vari istruttori. Tutti facevano parte delle squadre operative del consiglio, quell’esercito privato che veniva mantenuto ed addestrato a livelli di massima efficienza e che rappresentava una delle voci più costose del bilancio del Concilio degli osservatori.
Tutti questi militari erano pagati profumatamente e forniti delle migliori attrezzature. In genere erano ex combattenti delle forze speciali degli eserciti dei paesi di origine, che per caso erano venuti a conoscenza dell’esistenza dei demoni, o che erano reclutati in base alle elevate capacità dimostrate nel proprio corpo. Per questo nel gruppo si potevano trovare gente delle più svariate nazionalità.
Jason, maestro indiscusso nei combattimenti ravvicinati, esperto in diverse forme di arti marziali, si occupava personalmente della preparazione dei comandanti delle squadre. Quella sera stava lavorando con tre dei migliori.
Improvvisamente uno degli inservienti lo raggiunse, fermandosi rispettosamente a qualche metro, attendendo che potesse interrompere la lezione in corso. Seppure un po’ contrariato dall’interruzione, come si poteva notare dal sopracciglio destro leggermente alzato, Jason si avvicinò rapidamente al messaggero, il quale gli comunicò che era atteso al telefono. Si trattava di un codice con priorità assoluta. Scusandosi con gli altri si allontanò per andare a rispondere.
-Jason.
-Massima urgenza, livello di sicurezza cinque, interno ed esterno. Prepari tre squadre. Le migliori tre squadre che ha. Armamento pesante, si tratta di una missione ad alto rischio. Tra un’ora la voglio sulla pista di decollo. L’attende una missione negli Stati Uniti. Ulteriori informazioni le saranno fornite in seguito, durante il volo o subito dopo.
-Come desidera signore.
Jason appese il ricevitore e si diresse in palestra, dove diede l’ordine ai suoi uomini.
Sunnydale.
Erano immagini confuse. Si sovrapponevano per poi dividersi sfocate, fluttuanti. Ombre nere che si aggiravano davanti ai suoi occhi semi aperti. Sagome umanoidi che non riconosceva, ma che risaltavano sullo sfondo lampanti, come se fossero l’unica cosa importante che lo circondava, eppure gli odori acri che a zaffate gli arrivavano dalla sua destra erano forti, quasi fastidiosi.
La mente ottenebrata di Spike cominciò a farsi domande cercando risposte che non arrivavano, “perché quelle figure risaltano? Perché sento tanto forte il calore proveniente da loro?” Non capiva, ma nel suo stato non se ne fece un problema.
Le sagome si avvicinarono e lo circondarono. A Spike sembrò che dovesse ricordare qualcosa circa uomini, “ma sono uomini?”, che vestiti di nero si avvicinavano a lui. Ma ancora una volta le risposte non arrivarono. C’era qualcosa da sapere…
Ai suoi sensi, che rispondevano in modo strano, “Allucinazioni causate dalla sbronza?”, arrivarono voci. Le parole erano confuse ma gli sembrava inglese anche se non afferrava il senso delle frasi. Parole separate, nomi improbabili. Riconobbe però che uno di loro parlava con accento inglese. La cosa lo tranquillizzò. Il pericolo non gli sembrava provenisse dalla sua madre patria…
“Pericolo? Quale pericolo?”
Lui non era in pericolo… però… non ricordava…
La ragazza bionda entrò nell’ufficio e si tolse gli occhiali da sole. Si guardò intorno e poi si diresse verso la segretaria occupata con il telefono. Rimase in pedi davanti all’imponente scrivania aspettando che la cinquantenne dai capelli grigi finisse la conversazione, ci volle qualche minuto. Ansiosa, la ragazza si mise a giocare con la stanghetta degli occhiali mentre studiava minuziosamente l’arredamento della sala, evitando gli occhi dei presenti, come se temesse di essere seguita.
La donna riattaccò la cornetta e squadrò la ventenne che le stava di fronte, era bassa, il volto piacevole e i capelli biondi raccolti. Le parlò con accondiscendenza.
-Desidera?
La ragazza sorpresa dal tono si bloccò e guardò un attimo, di sfuggita, gli occhi dell’altra prima di rispondere.
-Ho un appuntamento con la signorina Gerew.
-Le dispiace darmi il suo nome?
-Sono Elizabeth Summers.
La segretaria controllò su una pagina fitta di scritti e poi annuì soddisfatta.
-La signorina Gerew l’attende. La seconda porta a sinistra.
Buffy annuì ed entrò nell’ufficio ampio e ben arredato dopo aver bussato alla porta di legno massiccio. L’accolse un’attiva donna sulla quarantina, castana, dagli zigomi sfuggenti e gli occhi verdi, impeccabilmente vestita. Una donna in carriera, decisa ed intelligente.
-Signorina Summers, in cosa posso aiutarla?
-So che la sua agenzia investigativa ha anche un affiliato in Inghilterra.
-Si, è vero.
La donna la guardò incuriosita, non sapeva proprio cosa volesse questa cliente e non se lo riusciva ad immaginare.
-Ho bisogno di trovare tutte le informazioni possibili su una persona, una cittadina inglese.
-Sa che ci potrebbero essere dei problemi, no? E sarà costoso… le ricerche possono costare anche mille dollari mensili…
La donna la squadrava scettica, non credeva che una ragazza di quell’età se lo potesse permettere. Buffy lo capì e si affrettò a precisare, ancora un po’ nervosa, non voleva affidarsi ad un’agenzia investigativa, ma del resto, di inglesi, lei conosceva solo il signor Giles ed il consiglio degli osservatori, che era da evitare, meno sapevano di questa storia meglio era.
-Posso pagare non si preoccupi, inoltre quella donna era mia madre e credo di avere diritto di sapere su di lei. Lei è morta molti anni fa ed io sono stata data in adozione, voglio sapere chi era suo marito, se ne avuto uno, chi frequentava, se ci sono parenti in vita…
Per Gerew ora la situazione era molto più chiara. Si permise il lusso di sorridere sinceramente e Buffy non poté fare a meno di notare che se voleva quella donna poteva essere veramente affascinante.
-Forse possiamo riuscirci… mi lasci una delega firmata, la fotocopia dei documenti di adozione e tutto quello che possiede su sua madre. Metterò a lavorare sul caso un investigatore oggi stesso. Per quanto riguarda la parcella…
-Mille dollari mensili e tremila alla consegna delle informazioni, pagabil